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  • La militarizzazione di Onu e Stati Uniti ad Haiti

    La militarizzazione di Onu e Stati Uniti ad Haiti

    Canada.jpgA Porto Principe, la capitale di Haiti devastata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto 250mila vittime, gli Stati Uniti mantengono la loro quarta ambasciata più grande del mondo. Due giorni dopo il terremoto migliaia di marines partirono armati fino ai denti per una “missione umanitaria” nella capitale haitiana, si stabilirono dapprima nell’aeroporto Toussaint-Louverture e poi in numerosi campi di sfollati sparsi per la città. Il principale era (ed è) quello di Delmas-Petion Ville, un’enorme tendopoli da 60mila persone che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago delle classi agiate di Port-au-Prince durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934. Fatto sta che alla fine di gennaio c’erano già oltre 20mila soldati americani operativi nei punti strategici della città per tenere sotto controllo la situazione, la distribuzione di aiuti languiva e il campo Delmas era passato sotto l’egida dell’esercito Usa e dell’Ong Catolic Relief Service patrocinata dall’attore Sean Penn. Dal canto suo la famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”, è la terza per importanza nel mondo tra tutte le missioni delle Nazioni Unite e sull’isola s’incarica del controllo militare e svolge funzioni di polizia da ormai 7 anni.

    Esattamente da quando l’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, rientrato 4 mesi fa ad Haiti dopo un esilio nella Repubblica Sudafricana, venne costretto il 28 febbraio 2004 a lasciare il paese e la presidenza in seguito all’esplosione di “ribellioni popolari”, sobillate da oppositori politici e settori legati a potenze straniere (in primis, Usa e Francia), e un vero e proprio colpo di Stato ai suoi danni (linea della storia e rassegna qui).
    Ma la storia della militarizzazione Onu e Usa di Haiti non comincia di certo nel 2004 dato che la politica coloniale statunitense nei Caraibi ha radici secolari ormai. Dall’ottobre scorso Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, è stata colpita anche da un’epidemia di colera tuttora in corso che ha fatto 5.300 morti e circa 350mila contagi. Oltre alle sciagure e alle catastrofi naturali ci si mettono anche la potente ambasciata statunitense e gli interessi economici delle onnipresenti compagnie petrolifere Exxon e Chevron a rendere impossibile la vita agli haitiani.
    Lo tornano a dimostrare i reportage, basati su oltre 19mila cabli rivelati da WikiLeaks, dei due giornalisti del settimanale Haiti Liberté, Kim Ives e Dan Coughlin. Hanno infatti analizzato i “PetroCaribe Files”, cioè i cavi relativi alle pressioni statunitensi contro l’accordo petrolifero ed energetico promosso dal Venezuela ad Haiti che, come la stessa ambasciata Usa ha ammesso, risulta essere profondamente benefico per il popolo dell’isola. Ha dichiarato Ives che “è davvero stupefacente vedere un ambasciatore [degli Stati Uniti] che manipola un presidente e tutti i suoi funzionari dicendo loro cosa fare, che loro non capiscono questo e quello, cercando di dire loro quali sono gli interessi di Haiti. E’ l’apice dell’arroganza”. Potete approfondire il tema qui-Link a intervista e reportage, spero proprio di parlarne presto. Ma partiamo dal passato e restiamo alla militarizzazione e alle “forze di pace”.

    La Minustah ad Haiti. Il 15 ottobre scorso, in virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, un organo che prende le sue decisioni più rilevanti con la maggioranza qualificata di 9 voti su 15 a patto che vi sia comunque il voto unanime dei cinque membri permanenti, cioè Cina, Usa, Russia, Francia e Regno Unito, ha deciso di rinnovare per un anno il mandato della Missione ONU ad Haiti. La composizione attuale di questa missione è di 8940 soldati e 4391 poliziotti sotto la responsabilità rispettivamente del generale brasiliano Luiz Guilherme Paul Cruz e del generale argentino Geraldo Chaumont. UN.jpg
    Il contingente brasiliano è il più imponente dato che il paese sudamericano fornisce un totale di 2600 uomini alla missione che costano alle casse statali oltre settanta milioni di dollari all’anno. D’altro canto, secondo il sito web ufficiale dell’ONU, il budget totale a carico delle Nazioni Unite per le operazioni della MINUSTAH, nel periodo che va dal primo luglio 2010 al 30 giugno 2011, è di 380 milioni di dollari, circa il 5,2% delle spese totali per le operazioni di peacekeeping nel mondo. Alcune fonti giornalistiche riportano la cifra di 600 milioni dollari annui, probabilmente basandosi su possibili rettifiche più recenti rispetto al bilancio approvato il giugno scorso e sul fatto che i fondi stanziati sono cresciuti a causa dell’invio di un crescente numero di soldati per le complicazioni post-terremoto, per il monitoraggio delle prossime elezioni e per la lotta alle bande del crimine organizzato ricostituitesi dopo i mesi più pesanti della crisi umanitaria (LINK).

    Le origini. La partecipazione delle Nazioni Unite ad Haiti cominciò nel febbraio 1993 con un’operazione congiunta dell’OAS (Organizzazione Stati Americani) e dell’ONU che venne poi riconfermata dal Consiglio di Sicurezza nel mese di settembre sotto la sigla UNMIH (Missione delle Nazioni Unite ad Haiti). Questa non si dispiegò pienamente e non funzionò fino al 1995 per la mancanza di cooperazione delle autorità militari haitiane che, in quella fase, stavano spalleggiando il golpe attuato il 29 settembre 1991 dal generale Raoul Cèdras ai danni del presidente Jean-Bertrande Aristide, vincitore alle elezioni del dicembre 1990. Nel luglio 1994 il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’invio di una forza multinazionale di ventimila soldati per permettere il ritorno di Aristide e mantenere un clima di stabilità e relativa legalità. Tra il 1994 e il 2001 si sono susseguite diverse iniziative militari delle Nazioni Unite oltre alla UNMIH: la UNSMIH (Missione d’Appoggio delle Nazioni unite ad Haiti), la UNTMIH (Missione di Transizione della Nazioni Unite ad Haiti) e la MIPONUH (Missione di Polizia delle Nazioni Unite ad Haiti).

    Infine nel febbraio 2004 viene autorizzata la MIF (Forza Multinazionale Provvisoria) poi sostituita, dal primo giugno di quell’anno, dalla MINUSTAH che secondo la risoluzione 1542 ha, tra le altre, le funzioni di mantenere l’ordine costituzionale e la sicurezza dei cittadini, supportare i processi democratici e le organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, favorire i processi di disarmo della popolazione e la riforma della polizia haitiana. Coi successivi rinnovi del mandato la missione è venuta ad acquisire ulteriori funzioni legate alla cambiante congiuntura socio-politica del paese e, in particolare dopo il sisma in cui anche 159 caschi blu hanno perso la vita, le sono stati affidati compiti di protezione della popolazione, di aiuto alla ricostruzione e di supporto al governo haitiano per lo svolgimento delle elezioni del 28 novembre 2010 e la riforma della giustizia.

    Presenza controversa. All’atto pratico, però, come succede ogni qual volta si verifica una contrapposizione tra i cittadini comuni e gli organi detentori dell’uso legittimo della forza, siano essi la polizia, l’esercito o le forze straniere, le violazioni dei diritti umani da parte delle diverse autorità operative sono state, purtroppo, un tema ricorrente nel giudicare l’operato de governi e presidenti votati dal popolo ad Haiti ma pure quello dei militari dell’ONU che, in pratica, sono venuti ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe straniere, definendole come il “braccio armato della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali. E hanno le loro buone ragioni.

    Rappresenterebbero, inoltre, un sintomo della mancanza di piani concreti e ambizioni chiare per il paese e quindi i movimenti sociali di base manifestano puntualmente il loro dissenso dopo ogni rinnovo annuale concesso alla missione. Esiste anche un “Comitato Anti-Occupazione” formato da decine di gruppi, partiti e sindacati che ha documentato in una mostra fotografica, esposta nell’ottobre 2010 presso la Scuola Universitaria di Etnologia, gli abusi e i crimini per cui s’attribuiscono responsabilità gravi alla MINUSTAH. Lo stesso ex-presidente Prèval, rilevato dal cantante Michel Martelly il 14 aprile 2011, cosciente del grave deficit di sovranità e di legittimità del suo governo, aveva promesso che prima della fine del suo mandato avrebbe firmato l’atto di conclusione della missione ONU ma l’emergenza costante di un’isola e di un popolo privi del controllo delle proprie risorse, di una rotta chiara e di una leadership credibile l’hanno fatto ritornare su sui passi.
    avion.jpgIl contesto storico all’arrivo della MINUSTAH. Il duo formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue restò per due anni al potere ad Haiti, dopo che il presidente Jean-Bertrande Aristide, alla metà del suo secondo mandato, fu deportato nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. Una versione politicamente corretta dei fatti di quelle caotiche settimane, tra gennaio e febbraio 2004, in voga nell’establishment haitiano e promossa dalle fonti ufficiali statunitensi, ritiene che Aristide si sia dimesso spontaneamente in seguito a una crisi istituzionale e che quindi si sia dichiarato impotente di fronte a una lunga serie di ribellioni sfuggitegli di mano nel nord del paese e a Porto Principe. In realtà le operazioni di finanziamento e fornitura di armi in favore dei ribelli e una buona parte della propaganda antigovernativa vennero pianificate e dirette dalla CIA (Central Intelligence Agency) e da altre agenzie straniere.

    Dunque il golpe fu preceduto da mesi di destabilizzazione e crisi provocate da queste bande di paramilitari “ribelli” e da vari elementi dell’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, vicini alla Francia del presidente Jaques Chirac e Nicolas Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni): il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che ha funzionato, in realtà, come un’agenzia d’azione politica anche con i finanziamenti approvati in passato dalla Commissione Europea. L’IRI, dal canto suo, è un’emanazione del governo statunitense che venne creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di esportare la democrazia nel resto del mondo ed è ancora oggi finanziata con denaro pubblico dei tax payers USA.

    E’ un’istituzione politica che ha realizzato sistematicamente un’opera dubbia e controversa riguardo all’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI, legata al partito democratico statunitense, è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche, incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambe sono finanziate all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

    Dopo i marines, la MINUSTAH. Dopo alcuni mesi d’occupazione militare da parte della Forza Provvisoria delle Nazioni Unite, composta da mille marines statunitensi e dalle truppe francesi, canadesi e cilene, nel giugno 2004 sono entrati in funzione i primi settemila caschi blu della MINUSTAH. Sebbene questa sia sotto il comando militare del Brasile, deve ottenere i finanziamenti e i mandati per operare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è gestita da un consiglio direttivo di cui fanno parte, per il coordinamento strategico e organizzativo, il guatemalteco Edmond Mulet, lo statunitense Kevin Kennedy e il canadese Nigel Fisher (Canada) e, per gli aspetti militari e di polizia, il Gen. Luiz Guilherme Paul Cruz (Brasile) e il Gen. Geraldo Chaumont (Argentina). Dunque sin dall’inizio l’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava rispondere più a delle esigenze d’immagine, per mostrare un relativo equilibrio tra i paesi coinvolti, e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale presenza yankee nella regione.

    War by proxy e stragi di Gran Ravine. In questo contesto cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (o “war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi reali per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”).

    Questi gruppi potevano agire relativamente indisturbati grazie alla connivenza delle autorità al potere dopo il golpe del 2004 e, secondo alcuni media, anche grazie all’indifferenza e alle scarse capacità operative iniziali della MINUSTAH. Il 20 agosto 2005 ben cinquanta persone sospettate di essere attivisti del partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Porto Principe durante uno spettacolo cui presenziavano circa cinquemila spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo e non per aver difeso con le armi una determinata fede politica o essersi ribellate alla polizia: si trattava chiaramente di un avvertimento generico ma tragicamente efficace rivolto dalle autorità alla popolazione del quartiere. Il giorno seguente cinque persone della zona di Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case (LINK reportage).
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    In seguito alle segnalazioni e ai contatti diretti presi coi vertici della MINUSTAH da parte di organizzazioni autonome fortemente presenti sul territorio come l’haitiana Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) e la sua partner statunitense Hurah-Inc (Accompagnamento per i Diritti dell’Uomo ad Haiti), un distaccamento di caschi blu cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti reputati ad alto rischio di aggressione mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra gruppi armati di fazioni rivali per proporre un dialogo pacifico e una riconciliazione (http://aumohddwamoun.blogspot.com/ e http://hurah.org/). Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza grande mattanza che lasciò un saldo di ventisei vittime, trecento abitazioni bruciate e duemila sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare quindici poliziotti colpevoli di quei fatti.

    MINUSTAH a Citè Soleil ed eserciti stranieri ad Haiti. I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono, in buona parte, ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la MINUSTAH riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro alcune presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni e gli appelli del governo, dominavano completamente le periferie della capitale come il famoso slum di Citè Soleil.

    Di fatto, alla fine del 2006, il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligence nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti non meglio identificate. Il risultato fu che si diede il via libera a una delle peggiori repressioni indiscriminate vissute dal paese negli ultimi anni e si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. gringos.jpg
    Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse certa anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla MINUSTAH, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione, annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile, e contribuirono ad alimentare il falso mito di una città e di un popolo violenti e selvaggi che hanno bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.
    Questo mito è stato rielaborato e di nuovo diffuso dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti quando in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altre megalopoli latino americane e, invece, ha saputo vivere e gestire in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita.
    Alla luce di tutto ciò gli haitiani si sono chiesti legittimamente per mesi e mesi come mai gli aiuti umanitari venissero accompagnati da un gran numero di marines e dall’esercito USA (ventiduemila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a tredicimila unità nell’aprile 2010), dalla gendarmeria francese e addirittura dai carabinieri e dai soldati italiani quando già esiste una forza internazionale come la MINUSTAH. Di nuovo i caschi blu sono stati al centro delle accuse della gente e dei media quando alcuni ricercatori hanno confermato il sospetto che fosse stato il contingente nepalese a reintrodurre sull’isola il colera che ad oggi ha provocato quasi 6000 vittime e centinaia di migliaia di contagi in tutto il paese dopo l’epidemia scoppiata nell’ottobre del 2010.
    Nel momento in cui si devono prendere decisioni economiche e politiche veramente rilevanti per il destino del paese e si devono affrontare scelte strategiche sull’uso delle risorse fornite da governi terzi coinvolti nello scacchiere haitiano, oltre che da agenzie internazionali influenzate da questi, entrano in gioco altre logiche di potere e di controllo che esulano dalla presenza, dal comando e dalle funzioni assegnate agli organi multilaterali come l’ONU e il suo “braccio militare”, la MINUSTAH, per allargare, invece, la sfera decisionale agli interlocutori più influenti e con maggiori elementi di hard power (potere duro di tipo militare ed economico) presenti sul campo.

    Nota. Una versione più vecchia e rivista di questo articolo è stata pubblicata sul numero speciale dedicato ad Haiti della rivista Il Tolomeo di Ca’ Foscari, Università di Venezia (link)

    Link Articolo Originale Carmilla

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  • Rino Gaetano, Nuntereggaepiù: tributo di Roy Paci vs Originale


    Tributo a Rino Gaetano a 30 anni dalla morte. Versione aggiornata al 2011 di Nuntereggaepiù. Sempre stupenda. In fondo il testo.
    Sotto invece la versione originale in una trasmissione ai limiti del surrealismo con Maurizio Costanzo, Susanna Agnelli (e tutti i Pirelli?) e Rino Gaetano che letteralmente gliele canta.

    Testo “Nontereggaepiù” – Roy Paci
    Abbasso e alè
    abbasso e alè
    abbasso e alè con le canzoni
    senza fatti e soluzioni
    l’immunità
    la clandestinità
    la sposa in bianco, il maschio forte
    i ministri puliti, i buffoni di corte
    ladri di polli
    super pensioni
    ladri di stato e stupratori
    il grasso ventre dei commendatori
    diete politicizzate
    evasori legalizzati
    auto blu
    sangue blu
    mozzarelle blu
    pillole blu
    amore blu
    rock and blues
    NUNTEREGGAEPIU’
    Eya alalà
    Icpp
    Fli Udc
    Pdl Pd Lega Pci
    Udc Udc Udc Udc
    Scilipoti
    Avvocato Ghedini, Masi, Minzolini,
    Bunga Bunga, la Bossi Fini,
    dribbla Totti che passa a Chiellini,
    Cassano Zambrotta e poi Pazzini,
    la Gelmini
    Briatore
    Vespa Belpietro Fede Santoro
    Tanzi Marchionne Lele Mora Simona Ventura
    Morgan Sgarbi Corona
    onorevole eccellenza cavaliere senatore
    nobildonna eminenza monsignore
    vossia cherie mon amour
    NUNTEREGGAEPIU’
    Ue paisà
    il vernissage
    il superenalotto
    il quarantotto
    il sessantotto
    il pitrentotto
    ed il G8
    sulla spiaggia di Lampedusa
    indovina ma che illusioni
    lotteria per cento milioni
    mentre il popolo si gratta
    a dama c’è chi fa la patta
    a settemezzo c’ho la matta
    mentre vedo tanta gente
    che non c’ha l’acqua corrente
    e non c’ha niente
    ma chi me sente…
    ma chi me sente
    e allora amore mio ti amo
    che bella sei
    vali per sei
    ci giurerei
    ma è meglio lei
    che bella sei
    che bella lei
    vale per sei
    ci giurerei
    sei meglio tu
    che bella sei
    NUNTEREGGAEPIU’

  • Fare comunità (di Matteo Dean)

    Fare comunità (di Matteo Dean)
    MatteoDeanBrujula.jpgRiprendo da Carmilla un testo che vale la pena rileggere e commentare. [Ho deciso di tradurre in italiano un testo chiamato “Hacer comunidad”, un manifesto dell’’anima e dell’azione che Matteo Dean, amico giornalista recentemente scomparso a Città del Messico, aveva scritto e postato nel suo blog qualche anno fa. Il brano è stato letto da Diego Lucifreddi durante la serata commemorativa del 16 giugno scorso all’Istituto Italiano di Città del Messico in cui s’è provato a ricomporre il puzzle delle tante iniziative di cui Matteo s’occupava in questo lato del mondo. In quel blog, dove trovate il testo originale in spagnolo, si annunciavano e si seguivano le attività comunitarie del barrio di Tepepan in cui Matteo viveva e lavorava a molte iniziative autonome per il quartiere. Quindi “Fare comunità” s’ispira anche a quelle esperienze e ne ha poi a sua volta motivate tante altre con colleghi e compagni nella Gran Ciudad de México. Fabrizio]
    Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.
    Dire comunità oggi può significare tante cose. Se da una parte ci raccontano che “comunità” è la società in cui viviamo, che rispettare le leggi e i precetti è fare il bene della comunità, se ci dicono che il funzionario pubblico lavora per la comunità, dall’altra parte possiamo cominciare a pensare (perché ne abbiamo gli strumenti) a un altro concetto di comunità. Questa non è più una cosa che ci viene spiegata e definita dall’alto, che ci dicono cos’è, quanto piuttosto qualcosa che dal basso – proprio da qui, dove ci troviamo – possiamo immaginare e costruire.
    La parola comunità e il concetto in essa nascosto hanno un’origine tanto semplice quanto invece è complessa la sua interpretazione. La parola “comune” dà origine a quel concetto. Comune è tutto ciò che ci unisce, tutto quanto ci fa condividere tempo e sogni. Comuni sono i desideri. Comune è l’idea che qualcosa va male, comune è la voglia di rompere con tutto ciò per trasformarlo.
    Abbiamo detto rompere? Abbiamo detto trasformare? E come si fa?
    L’anatra che si alza in volo non ha la risposta. Nessuno ce l’ha. C’è molto istinto in tutto questo. Quell’istinto che le fa volare verso sud. Quell’istinto che le fa volare verso un luogo caldo dove possano stare bene.
    Abbiamo detto ROMPERE. La rottura di quest’ordine di cose che ci dicono chiamarsi società, si fa tutti i giorni. Si fa cominciando dalla voglia di sognare fino alla pratica quotidiana. La rottura risiede precisamente nel sogno di costruire qualcosa di meglio, perché il mondo in cui viviamo vuole che smettiamo di sognare, vuole che ci adeguiamo a quel poco che ci è concesso, che restiamo quieti sottomessi al ritmo della musica che ci vendono, che ci narcotizziamo con le droghe che ci vendono, che ci abituiamo alla vita che ci è permessa. La rottura sta quindi nel sogno di qualcosa di diverso. La rottura oggi è renderci incompatibili con quel sistema, la rottura è scappare dalle sue regole troppo strette per i nostri desideri. Incompatibili, quello siamo.
    Abbiamo detto TRASFORMARE. La trasformazione, invece, non si sogna ma si pratica. La pratica della trasformazione è la pratica del comune che ci unisce.

    Da quaggiù lo stormo di anatre disegna un bel quadro nel cielo. Se ci fai veramente attenzione, ti rendi conto che disegna una rete. Una rete nella quale ogni anatra rappresenta un nodo di un filo invisibile che le unisce tutte.
    Siamo una rete, una rete di individui, di persone, di esseri umani. Siamo una rete di sogni prima di tutto. Siamo una rete di pratiche, forme e punti di vista. Infine siamo una rete di conoscenze. Quello che ci fa rete è la volontà di stare in comune, di condividere le nostre conoscenze per il bene comune. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo avere. La volontà di condividere, di cooperare tra di noi e di trovare il modo di condividere con altre persone.
    Se durante il volo un’anatra si stanca, se una di loro s’indebolisce, subito altre due la fiancheggiano e l’aiutano a volare, a sostenersi, perché qui non si tratta di arrivare per primi, ma che tutti arrivino alla propria destinazione. La destinazione ci fa comuni. La destinazione è la meta che tutti vogliamo: stare meglio.
    La cooperazione tra noi non è altro che la cooperazione sociale, la ricchezza di cui disponiamo per realizzare i nostri sogni. Qui non si tratta di chi possiede le idee, o di chi possiede i mezzi per metterle in pratica, o di chi ha la conoscenza per portarle a termine. La questione è, piuttosto, che quella conoscenza, quei mezzi e quelle idee vengano fuori dalla cooperazione. Tutti abbiamo idee, tutti siamo capaci. Guardiamo alle istituzioni educative come il non plus ultra della conoscenza, quando invece il valore più alto della conoscenza si ottiene dalla sperimentazione, dall’incontro e dalle soluzioni che tra tutti possiamo scoprire.
    Questa conoscenza prodotta dalla cooperazione sociale è la vera ricchezza. Vogliamo sentirlo dire con altre parole? Dunque, nessuno sa come alzare un recinto, nessuno sa come si fa una rivista, nessuno sa come si porta a termine un ciclo di film all’aperto, nessuno sa come s’organizza una cena, nessuno sa come si raccoglie il denaro per tutte queste iniziative, nessuno sa come si fa un’inchiesta, nessuno sa come si cambia il mondo. Ma forse tra tutti, provandoci una volta e poi un’altra, troveremo un modo. E quella conoscenza nessuno te la regala. Te la sudi però domani ce l’avrai, pronta per essere usata ovunque. E tutto questo non farà altro che rendere più grande il nostro comune e farà delle nostre idee una ricchezza inestimabile.
    Nelle rete che siamo l’unica forma di sopravvivenza è la solidarietà. La solidarietà che tende la mano a chi adesso non ce la fa, che comprende lo sforzo di tutti e lo rispetta. La solidarietà sincera che critica per aiutare, che aiuta per superare, che coopera per crescere, che cresce per cambiare, che cambia per migliorare, che migliora per potere, finalmente, essere felici. Ma questa solidarietà dev’essere sincera e degna. Sincera quando dice le cose, quando esprime dubbi e certezze, quando dà opinioni e quando ascolta. E degna tutte le volte che afferma e difende la sua affermazione. Senza timori perché nessuno è stupido. Senza timori perché nessuna idea è vuota, al contrario, tutto può arricchire, assolutamente tutto. E’ necessario crederci, nient’altro.
    Nella Bibbia, meraviglioso libro di storia e filosofia, spettacolare romanzo, incredibile metafora della vita dell’essere umano, si racconta di quando Mosè un giorno decide di ribellarsi agli egizi. La tirannia del faraone chiede troppo al popolo. Ed è così che si decide di disobbedire alle regole del tiranno. Il popolo ebreo decide di sottrarsi al dominio. Esiste il momento della guerra, il conflitto, ma c’è anche il momento della disobbedienza, della detrazione. Il popolo ebreo, racconta la Bibbia, decide di andarsene in un’altra terra, la terra promessa. Inizia così l’esodo. Ognuno raccoglie le proprie cose, si prende le cose che vuole portarsi via, che sono per costruire un nuovo paese in un’altra terra.
    L’esodo a un’altra nuova terra. Il nostro è un esodo a un altro mondo. Quello che stiamo facendo è andarcene, sottrarci a questo mondo verso un altro più accogliente in cui possiamo costruire e realizzare i nostri desideri.
    Cominciamo a camminare, quindi, iniziamo a camminare verso un altro mondo. Portiamoci i nostri sogni, raccogliamo le nostre idee che sono quelle di tutti noi. E’ una grande responsabilità, quella di cominciare a camminare insieme. Significa tendere la mano a chi è stanco. Significa difenderci dall’esercito egizio che ci perseguita perché significa avere fiducia l’uno nell’altro e far sì che l’altro si fidi di te.
  • Filosofia. Corso di sopravvivenza di Girolamo De Michele

    Vi invito a guardare quest’ottima intervista in cui Girolamo ci parla del suo ultimo libro (qui recensione), Filosofia. Un corso di sopravvivenza, e non solo… Sto solo aspettando di tornare in Italia per le vacanze a luglio per rapirne un paio di copie e, come dice in copertina, far capire anche in Messico che “la filosofia non è in cielo ma nelle nostre teste. E che siamo tutti un po’ filosofi”.Chi l’ha detto che i filosofi hanno sempre la testa fra le nuvole? E che la filosofia è una disciplina astrusa e «fumosa»? Ebbene, non c’è pagina di questo volume che non smentisca luoghi comuni tanto radicati. Continua qui.
    L’intervista…
    Marco Maschietto e Carlo Vitelloni per Blow Book
    http://www.sherwood.it/tags/8/bl
  • América Economía: 50 años de management en América Latina. Entrevista.

    América Economía: 50 años de management en América Latina. Entrevista.
    50 años de management en América Latina: ¿Cómo hemos cambiado?
    En esta década que empieza, las escuelas de negocios latinoamericanas pioneras comienzan a cumplir sus bodas de oro. Desde entonces han crecido, y mucho, además de sumarse muchas otras instituciones que han implantado influyentes ideas en el quehacer social y político de la región. Esta es su historia.
    Descarga la entrevista sobre Business School History completa de Fabrizio Lorusso a Daniela Arce con la que, en parte, se tomaron opininiones para este reportaje. LINK AQUI’.           
        
    Autor: Daniela Arce     16/06/2011

    “Progreso sí, tiranía no… Vamos a transformar una vez más el continente americano en un crisolUn tributo al poder de las energías creativas de los hombres y mujeres libres, un ejemplo para todo el mundo que la libertad y el progreso caminan de la mano”.

    Era 1961 y el entonces presidente estadounidense John F. Kennedy daba a conocer de forma preliminar la llamada Alianza para el Progreso, una especie de misión que se extendería por 10 años y que tenía, entre otras cosas, entre sus acciones apoyar y crear instituciones de negocios en América Latina. Todo para que la región “no cayera en las manos del comunismo”, como se dijo en la época.

    “Cuando terminó las Segunda Guerra Mundial y las empresas comenzaron a expandirse internacionalmente e intentaron llenar los cargos de su estructura organizacional, encontraron que las personas no tenían las habilidades necesarias para ocupar los cargos. Como política y para que crecieran óptimamente los países latinoamericanos,Estados Unidos -entre otras cosas- entregó fondos a las escuelas norteamericanas para que establecieran vínculos y crearan escuelas latinoamericanas”, relata Alfredo Behrens, académico de la FIA, Universidad de Sao Paulo.

    Esto sucedía 80 años después de que se fundara Wharton School, 53 años luego que lo hiciera Harvard Business School y 35 años desde que se creara la Stanford Graduate School of Business.

    Fue con el apoyo de escuelas de esta envergadura que se conformaron las primeras instituciones y se potenciaron a lo largo de los años, las que en conjunto comprendían un pequeño pero fundamental grupo. Se trata de cinco escuelas: UAI en Chile, Esan en Perú, Fundación Getulio Vargas en Brasil, Ipade en México, e Incae primero en Nicaragua y luego también emplazada en Costa Rica.

    Un grupo que ayudó a cambiar no sólo la forma de hacer negocios en la región, profesionalizando, sino que también llevó ideas fundamentales a otras discusiones importantes en América Latina. Es caso más claro, la política y la administración de Estado.

    “Llegaron todas en el momento en que en Estados Unidos se estaba planteando la necesidad de nuevos programas y más seriedad académica para que la administración fuera aceptada entre las ciencias con la “C” mayúscula y se pudiera llevar a cabo el proyecto de profesionalización de la administración. La idea era acercarse al prestigio de las profesiones clásicas del abogado y del médico. Justamente a partir de los casos clínicos y legales, en Harvard se empezó a crear el método de casos y también en Northwestern”, relata Fabrizio Lorusso, profesor en Administración de Empresas por la Universidad L. Bocconi de Milán y doctorando en Estudios Latinoamericanos de la Unam, México.

    En blanco y negro

    “No había o no existían muchas facultades de administración de negocios en general. Lo que había eran programas de contabilidad y administración, pero no administración de negocios con el enfoque norteamericano”, explica Guillermo Van Oordt, presidente de Apesan y miembro del Consejo Universitario de Esan, quien a los 27 años había egresado de la segunda generación de Esan por esos años, en 1966.

    En los inicios las instituciones latinoamericanas eran precarias, con sedes pequeñas (generalmente una), con escasos profesores, la oferta se limitaba a un programa de postgrados y, por lo mismo, el número de alumnos era muy reducido.

    En 1944 surgió la brasileña Fundación Getulio Vargas, y 10 años después se creó en esta institución la Escuela de Administración de Empresas de Sâo Paulo (FGV-Eaesp), a partir del esfuerzo del gobierno brasileño y empresarios de este país. Con la colaboración de la estadounidense estatal Universidad de Michigan, se buscó preparar a profesionales capacitados para enfrentar el crecimiento acelerado, las necesidades de contactos internacionales y las nuevas tecnologías de la época, que ya marcaban diferencia.


    Clark Wilson, primer rector, con MAE I, aula provisional en el Banco Central de Nicaragua 1968 (Fotografía: Incae)

    La Escuela de Negocios de Valparaíso, fue fundada en 1953, ligada a la Fundación Adolfo Ibáñez y que luego se le conocería como UAI (siglas de Universidad Adolfo Ibáñez). Era en sus comienzos una pequeña institución ubicada cerca del principal puerto chileno, que recibió el apoyo en sus primeros años de Harvard Business School (HBS) y Stanford, mediante clases y capacitación de los profesores de la escuela.

    En 1959 la escuela contrató a sus primeros profesores full time y en adelante tuvo un enfoque innovador y empresarial, un liderazgo en estrategia de negocios. Todos los profesores full time tenían que participar del programa de dos semestres financiado por la Ford Foundation y otros fueron a la Universidad de Stanford”, explica Víctor Küllmer, profesor emérito de la UAI, y quien lleva trabajando en esta institución 49 años.

    Esan se formó al alero de Stanford, en 1963, por un acuerdo entre los gobiernos estadounidense y peruano, y se convirtió en universidad en 2003. Las clases se impartían en una casa ubicada en el barrio residencial de San Isidro, pero al tiempo “por decisiones de los profesores de Stanford se compró un terreno a un extremo este de la ciudad, que en principio parecía lejísimo, pero que era amplio y con árboles, actualmente la escuela tiene su sede en Surco”, recuerda Van Oordt.

    Incae, fundado en 1963, en tanto, se conviertió en un reto para la Harvard Business School (HBS), surgiendo bajo la iniciativa de Teodoro Moscoso, coordinador de la Alianza para el Progreso y George P. Baker, decano durante ese periodo de Harvard Business School. Su primera sede fue construida en Nicaragua, pero el terremoto de 1972 dejó al país hecho escombros y la escuela atravesó una crisis.

    En el libro “Memorias de Incae: 1970-1982”, escrito por Harry W. Strachan, director académico de la institución en 1971, se describe lo que se vivió en este tiempo. Strachan relata que tras el terremoto en Managua un profesor le decía que los alumnos no regresarían, porque ya estaban explorando transferencia a otros lugares. A esto se sumaba que el ingreso a Incae se había interrumpido y en dos meses no tendría el efectivo para pagar salarios.

    Ipade en México, se fundó en 1967, de la mano de la española IESE, que se conformó en 1958 con el apoyo de la HBS School, y que nació de la Universidad de Navarra. En 1969 se funda la mexicana Universidad Panamericana y el Ipade pasa a ser su escuela de negocios, siendo hasta hoy la nave madre de dicha universidad.

    Casi no había faculty capacitado para desarrollar las disciplinas del management, con doctorados o maestrías. Por eso muchos posgrados tuvieron que ser fundados con convenios y patrocinios de instituciones estadounidenses -más tarde europeas también- que fueran reconocidas y tuvieran alguna conexión con la clase empresarial y política local, reflexiona Lorusso.

    Actualmente estas instituciones son reconocidas más allá de América Latina y hace años que han logrado internacionalizarse y expandirse, sumando más sedes, multiplicando los programas, que cada vez son más específicos en temáticas y con nuevas modalidades. Con excepción de Incae, todas son universidades. Estas acciones han contribuido a que hoy el número de estudiantes se haya incrementando enormemente.

    La UAI, por ejemplo, a fines de los años 70 se mudó a Santiago y desde ahí comienzó su ampliación: en 2002 se inauguró la sede en Peñalolén y en 2006 la de Miami, Estados Unidos.

    Ipade, actualmente cuenta con tres sedes en México, y recientemente inauguró la Escuela Superior de Dirección de Empresas (ESDE) en Costa Rica. También fue fundamental -junto con Iese- formando otras escuelas de negocios latinoamericanas  ligadas al Opus Dei como IAE, PAD, Inalde e IDE, entre otras.

    Finalizando los 60 en la Eaesp, la escuela de administración de FGV, se amplió el número de postgrados en Administración Pública y de Empresas. Luego de 10 años, se formaron los cursos de especialización en administración de graduados, administración de hospitales y sistemas de salud, la Maestría en Administración Pública y Gobierno, y de Doctorado en Administración de Empresas. Convirtiéndose en una poderosa escuela en todo Brasil.

    Esan hoy tiene un convenio de doble grado con más de 12 universidades, con programas centralizados y fuera de Lima, con varias maestrías en distintas especialidades, ocho carreras en el nivel de pregrado, así como programas para ejecutivos en diversos formatos, programas corporativos y otros servicios académicos y profesionales.

    Incae tienen sedes en Nicaragua y Costa Rica, además de un programa MBA en Perú que hace conjuntamente con la UAI. “Sus graduados han ocupado durante años puestos clave en los gobiernos y las empresas de la región. Ha producido más casos sobre empresas que cualquier otra escuela de América Latina y estos casos se enseñan en todo el mundo. Los académicos compiten por un puesto en la facultad. Tiene un gran prestigio”, afirma Strachan en su libro.

    En suma, recursos, prácticas, redes y filosofías, tanto para pensar la gerencia como en el hacer negocios, que hoy permean otros ámbitos del quehacer de América Latina. Amén de lo que han hecho muchas otras escuelas formadas con posterioridad, que también han desplegado enormes esfuerzos por convertirse en escuelas de primer nivel.

    Ideas management

    Se fortaleció el sector privado y se generó una élite de gerentes profesionales, lo que contribuyó al desarrollo. Ha habido una revolución. Han surgido profesionales para dirigir empresas multinacionales, e incluso el aparato estatal. En Esan tenemos ex alumnos que han sido ministros, y un profesor que fue presidente del Perú: Alejandro Toledo”, ejemplifica Jorge Talavera, rector de Esan.

    “Seguramente las escuelas de negocios fomentaron su integración con el mundo y la participación de algunas capas de las sociedades latinoamericanas en la globalización, al crear oportunidades y mentalidades abiertas y emprendedoras. Sin embargo, como tarea pendiente está atender mejor las realidades locales”, agrega Lorusso.

    Con el tiempo, los mismos hombres de negocios que cuando jóvenes se capacitaron casi autodidactamente o bien, se perfeccionaron en Estados Unidos o Europa, terminaron introduciendo los conocimientos del management no sólo en las empresas sino que en la sociedad y en la política.

    Actualmente se ve gobernar a presidentes como al chileno Sebastián Piñera y el panameño, Ricardo Martinelli, quienes se formaron en escuelas de negocios como la U. Catolica de Chile e Incae, respectivamente.

    Particularmente esa escuela chilena fue clave, al disponer de políticas para la formación de futuros líderes en la Universidad de Chicago, quienes bajo la dictadura de Chile (1973 -1990) aplicaron reformas estructurales que fueron tan controversiales -por sus costos sociales- como seguidas por otros países latinoamericanos en los 90′, las que implicaron un peso específico mayor de las empresas en la sociedad y la necesidad de que estas compitieran globalmente.

    Así, las sociedades latinoamericanas terminaron asumiendo como propios conceptos e ideas del mundo del management, como por ejemplo el liderazgo, el márketing o la eficiencia, los que claramente hoy están presentes en el quehacer político.

    Sino, recuerde tan sólo la última campaña presidencial de su país.

  • Canzone e poesia per Matteo Dean

    Per chi era presente e per chi non è potuto venire ma c’era col cuore. Video della canzone Ci rivedremo un giorno, Matteo (la trovi qui) di Fabrizio Lorusso, supervisione tecnica e morale di Fulvio Filipponi e Diego Lucifreddi, girato (a sorpresa!) dall’amica Julia all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico durante la serata di commemorazione e tributo al giornalista e amico Matteo Dean. Matteo è scomparso in un incidente avvenuto nei pressi del casello autostradale tra Toluca e Città del Messico nel pomeriggio di sabato 11 giugno 2011. Nella serata del 16 giugno per cercare di ricordarlo con allegria (nei limiti del possibile) si è cantato (hanno partecipato anche la cantante messicana Cecilia Toussaint e l’amico Paolo Pagliai) si sono lette poesie in italiano e in spagnolo, si sono letti testi di amici e dello stesso Matteo, è stato proiettato un documentario su Città del Messico a cui Matteo aveva partecipato e si sono affissi gli ultimi articoli suoi apparsi su vari media. https://lamericalatina.net/2011/06/14/matteo-dean-esta-presente/

    L’amica Annalisa Melandri mi hainviato un testo poetico in spagnolo di Adrian Ramirez della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani che pubblico volentieri di seguito:
    ….
    Matteo Dean jinete que escribe vida
    Tu moto tu pluma y tus notas
    Dos banderas verde blanco y rojo
    La de México, perdió su escudo
    Y nos queda la unidad de los dos pueblos
    Matteo, meteoro, firme zagas
    Noticia urgente de un pueblo en lucha
    Matteo, nota que lucha por ver la luz
    Meteoro defensor de lo humano.
    Matteo expulsado de México
    Matteo retorno y fuerza
    Acción y análisis que mueve conciencias
    Matteo en tu moto escribiendo verdad
    Salimos a buscar verdad
    A dar voz al pueblo
    A viajar por sus territorios
    A vivir y a ser en la natura.
    Matteo quedas en México
    Con tu juventud, de 36, tus notas
    Y tu vida para la vida
    Tomaré tu moto y tu pluma
    Para cabalgar y escribir la vida.
    Al necio incansable que como siempre
    Se salió con la suya
    Ya nadie te puede expulsar
    Eres mexicano, eres italiano
    Eres verde, blanco y rojo.


    Dr. Adrián Ramírez López
    Presidente
    Liga Mexicana por la Defensa de los Derechos Humanos A.C.
    Una llama encendida para los derechos de los pueblos!
    La Limeddh es filial de la Federación Internacional de Derechos Humanos (FIDH),
    La Organización Mundial contra la Tortura (OMCT) y esta asociada a
    Trabajar Juntos por los Derechos Humanos.
    Todos ellos con estatuto consultivo ante la ONU (Resolución 1296 del ECOSOC)
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    Youtube: www.youtube.com/LIMEDDH
    presidencia.limeddh@gmail.com
    www.espora.org/limeddh

    Infine il testo della canzone:

    Ci rivedremo un giorno, Matteo- F. L.

    Io non posso credere /  alle cose che mi dici
    quando sei così lontano da noi / vicino solamente a Lui
    Perché sai ancora non ho capito /  nulla di ciò che conta
    ma grazie a te io so di esistere /  e l’abbraccio di un amico importa
    Situazioni strane / il tuo nome ricamato in cielo
    che vedi anche tu ed è sparito subito lasciando le ferite in me
    mi chiedo perché   non può esistere    una vita di fragilità
    Ci rivedremo un giorno e sentiremo ancora quel sapore      malinconia / Ci rivedremo un giorno son curioso di sapere se
    Forse non hai niente da perdere    con nessuno con nessuno   nessuno     nessuno
    E la tua ombra lotterà con me
    Certe volte il poeta muore         e riscopre    un’altra passione
    Rinascerà più forte di prima      e il destino  gli chiederà scusa
    Ora che fai?          Sognavi quel mondo nuovo e lo faremo noi per te
    E se te ne vai         Non smetti di esistere      in viaggio per la libertà
    Ci rivedremo un giorno e sentiremo ancora quel sapore      malinconia / Ci rivedremo un giorno son curioso di sapere se
    Forse non hai niente da perdere    con nessuno con nessuno   nessuno     nessuno / E la tua ombra lotterà con me
    Rit.                  E la mia ombra lotterà con te
     

  • Documentario. Una fattoria per il futuro con sottotitoli in italiano

    Documentario A FARM FOR THE FUTURE – UNA FATTORIA PER IL FUTURO (da Infonodo) prodotto dalla BBC sui rapporti tra energia e agricoltura e diretto da Rebecca Hosking, nota documentarista naturalista inglese in versione completa e sottotitolata in italiano.

    Il film affronta il tema della dipendenza dagli idrocarburi fossili delle filiere agro-industriali contemporanee.
    Video di grande impatto, narra in forma autobiografica il percorso della stessa autrice alla ricerca di un nuovo modello produttivo della sua fattoria alla luce dell’imminenza del picco del petrolio.
    Fantastiche riprese di fattorie sostenibili indipendenti dall’agrochimica e dai combustibili fossili (esempi di permacultura, agricoltura verticale, orti-giardini giardini-foresta,). Interviste a Colin Campbell, Richard Heinberg, Patrick Whitefield, Chris Dixon, Martin Crawford ed ai figli di Arthur Hollins. Sullo stesso tema si consiglia la lettura del documento del Post Carbon Institute “La transizione agroalimentare: verso un modello indipendente dai combustibili fossili” scaricabile al seguente link: transitionitalia.it/​download/​la_transizione_agroalimentare.pdf
    Si ringraziano per la traduzione in italiano:
    Agnese Aloise – Stefania Bottacin – Evelina Dezza – Michele Flammia – Deborah Rim Moiso – Dario Tamburrano – Giulio Vignoli che hanno liberamente collaborato in rete.

  • Matteo Dean, está presente

    Matteo Dean, está presente
    Matteo(Small).JPGNel pomeriggio dell’11 giugno abbiamo perso un amico vero. Penso che qualunque cosa possa scrivere oggi non sia adeguata né completa ma ci provo senza troppe pretese. Matteo Dean, Migrante. Giornalista. Professore di Linguacultura Italiana. Què màs? Luchador Social. Attivista. Le liste sono comunque inutili, insufficienti. Per molti di noi il Messico è qualcosa di strano, surreale, improbabile, piacevolmente pericoloso, un posto in cui perdersi e riscoprirsi. Ma è anche violenza e morte, è rottura dell’incanto e caduta libera nel vuoto quando meno te l’aspetti. Le lezioni d’italiano, il lavoro, il sole forte, una mattina, i pettegolezzi, gli sguardi, le donne, gli uomini, il caffè, l’accento di Trieste, il milanese, il romano, cose semplici. Ma anche il caso e l’inspiegabile.
    Come un pranzo alle 4 o alle 5 del pomeriggio, sempre tardi visto che qui l’orario non importa. Matteo stava arrivando da lontano, con la moto, per essere dei nostri. Una pasta un po’ scotta e un mezcal per buttarla giù. Meglio di niente.
    I corsi del sabato all’Istituto Italiano di Cultura sono di 5 ore filate e lasciano studenti e professori affamatissimi e stanchi. Questo semestre io non faccio corsi il sabato ma l’11 ho sostituito Matteo che era impegnato all’incontro degli italianisti a Toluca. Se dalla zona di Coyoacan vai a nord e poi a ovest, scali due montagne e superi decine di asettici grattacieli, dopo 25 chilometri arrivi al casello dell’autostrada per Toluca, nella zona di Cuajimalpa, ma sei comunque ancora dentro a Città del Messico. Non finisce mai. Matteo stava là, aspettava in fila di poter scendere dalla montagna e tornare nel cuore della città. Freni rotti, un camion maledetto, distrazione di un autista 24enne, non si sa, e poi la corsa.
    Tutti a correre verso il cielo di smog, chiamare all’impazzata, sembra uno scherzo, come il Messico a volte. Un brutto scherzo. Acceleriamo, in gruppo, scalando il monte disumano verso un ufficio, la questura, il tribunale, o come si chiama? Ci siamo ma ancora coi dubbi, le speranze. Spesso tutto è come il Messico, poco vero, strano, ambiguo. Invece sta volta non si scherza, non si beve, non si ride, gli sbirri zitti anche loro, arriva la certezza.
    L’eterno migrante, il tema di chi se ne va e delle terre di frontiera. Anche se poi il Messico era l’epicentro di ogni scossa, la base. Lo è per molti di noi. Credo lo fosse anche per Matteo. Come la comunità. L’autonomia. Dallo zapatismo del Chiapas a quello metropolitano e nella vita. Ne parlavamo spesso.
    Lui è quello che gli altri ammirano e che aiuta, ma per davvero. Quello che le fa le cose. Quello che s’incazza sul serio ma poi sa chiedere scusa. Quello che l’han buttato fuori dal Messico ma che ha dato uno schiaffo al funzionario ingellato dell’ufficio migrazione e, una volta scesi dall’aereo a Roma, gli ha promesso che sarebbe tornato indietro per restare e raccontare al mondo che cosa succede nei suoi mille anfratti dimenticati. Il biondo. Bruciato dal sole tropicale alla Marcha por la Paz y la Dignidad (scarica Mp3 della sua intervista in merito) dell’8 maggio, quando ci siamo incontrati all’ultima manifestazione contro la militarizzazione e la guerra al narcotraffico e la violenza. E’ andato tutto benissimo quel giorno. La marcia continua ancora, oggi sono tutti a Ciudad Juarez per la pace. Ma in altre annate, in altri luoghi, i problemi non erano di certo il sole o la calura. Come in Italia, in Germania, a Genova, a Cancun, ai G7, G8 e G20, in Chiapas, in Colombia e a Guadalajara, dove invece la gente si doveva difendere da ben altre minacce. E nel Messico della violenza servono voci attive per cui Matteo ci ha raccontato tutto questo anche sulle pagine della Jornada, del Manifesto e tanti atri.In tanti abbiamo imparato da lui a cambiare e a lottare, a essere sicuri di poter fare qualcosa concretamente per gli altri. Per questo c’è, presente. Fuori dalla retorica. Ha tradotto all’italiano per Carta-Ya Basta il libro Senso Contrario del giornalista messicano Luis Hernandez Navarro de La Jornada. Insieme all’editorialista c’era Matteo alla presentazione della versione italiana del libro realizzata durante uno degli splendidi “mercoledì in biblioteca” di Dianora, la nostra “consigliera culturale” all’istituto italiano. E’ una collezione di storie di ribelli contemporanei, personaggi noti e meno noti che sono esemplari e “la loro sopravvivenza quotidiana è un gesto eroico contro l’assurdità”. Sono vite che trasmettono ispirazione.
    Ieri abbiamo salutato il nostro amico, tutto il giorno.
    E’ arrivata molta gente. Poi la sera, soli, ciascuno a casa sua gli avrà detto qualcosa. Allora scrivo, è una soluzione molto personale. Mentre lo portavano via s’è intonata Bella Ciao, la conoscono tutti, italiani e messicani, perciò non muore mai. Con gli amici, con la “famiglia” di compagni e migranti – termini che Matteo utilizzava spesso – con alcuni colleghi docenti dell’istituto l’avevamo difesa dagli attacchi della Coca Cola Company che la stava usando per i suoi spot in mezza America Latina. Firmarono in tanti. Tante fatiche e discussioni ma ne era valsa la pena. Era così anche quando si andava in moto al “reclusorio oriente” di Santa Martha Acatitla a dare lezioni d’italiano (anche se era sicuramente di più quello che s’imparava di quello che s’insegnava) ogni venerdì pomeriggio: venti chilometri di delirio stradale dal sud della capitale al quartiere infinito di Iztapalapa. Sei professori che si alternavano a due a due. La catarsi e il lavoro di squadra: noi saremo tutto. Ci sarebbero tante altre pagine da scrivere per ricordare Matteo ma mi fermo. Per ora questo è il mio saluto. Libero.
  • BattiQuorum: firma la petizione degli italiani all’estero

    To:  Corte di Cassazione della Repubblica Italiana

    Come cittadino/a residente all’estero ho esercitato il mio diritto votando per i 4 quesiti dell’appuntamento referendario del 12-13 giugno 2011.

    L’annullamento del mio voto sul quesito riguardante il nucleare – un fatto gravissimo di cui faccio responsabile il governo – rende gli italiani residenti all’estero dei cittadini di seconda classe, perché non permette loro di esprimersi in merito.

    Di fronte a questa situazione, – non come riparazione alla gravissima limitazione dei miei diritti, ma come misura equitativa per non falsare i risultati della consultazione referendaria – esigo che gli elettori italiani residenti all’estero non vengano considerati nel computo finale per la determinazione del quorum sul quesito riguardante il nucleare.

    Sincerely,

    The Undersigned

    SE RISIEDI ALL’ESTERO…

    PER ADERIRE: VAI QUI LINK QUI !

     

  • BattiQuorum: firma la petizione degli italiani all'estero

    To:  Corte di Cassazione della Repubblica Italiana

    Come cittadino/a residente all’estero ho esercitato il mio diritto votando per i 4 quesiti dell’appuntamento referendario del 12-13 giugno 2011.
    L’annullamento del mio voto sul quesito riguardante il nucleare – un fatto gravissimo di cui faccio responsabile il governo – rende gli italiani residenti all’estero dei cittadini di seconda classe, perché non permette loro di esprimersi in merito.
    Di fronte a questa situazione, – non come riparazione alla gravissima limitazione dei miei diritti, ma come misura equitativa per non falsare i risultati della consultazione referendaria – esigo che gli elettori italiani residenti all’estero non vengano considerati nel computo finale per la determinazione del quorum sul quesito riguardante il nucleare.
    Sincerely,
    The Undersigned
    SE RISIEDI ALL’ESTERO…
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