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La Virgen de los Sicarios (#Film completo) #Colombia #Narcos #FernandoVallejo

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a vergine dei sicari (La virgen de los sicarios) è un film del 2000 diretto da Barbet Schroeder e interpretato da Germán Jaramillo, Anderson Ballesteros e Juan David Restrepo, tratto dall’omonimo romanzo di Fernando Vallejo. WIKI

virgen de los sicarios

Pelo Malo: #Film #Venezuela (completo) + Recensione #CarmillaOnLine #AmericaLatina

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Leggi su CarmillaOnLine la recensione di Pelo Malo e di La Jaula Dorada a cura di Simone Scaffidi L.

PELO MALO

Gênero: Drama
Diretor: Mariana Rondón
Duração: 93 minutos
Ano de Lançamento: 2013
País de Origem: Venezuela / Peru / Argentina / Alemanha
Idioma do Áudio: Espanhol

Pelo malo es una película de dramática venezolana de 2013, escrita y dirigida por Mariana Rondón.1 Grabada en zonas urbanas de Caracas.2

Junior (Samuel Lange Zambrano), un niño de nueve años con el “pelo malo”. Para la foto de la escuela, el se lo quiere alisar, lo que le ocasiona un conflicto con Marta (Samantha Castillo), su madre, una viuda de 30 años.

La abuela paterna de Junior, le propone a su Marta quedarse con el niño definitivamente. Le da igual que sea afeminado, simplemente quiere que él la cuide durante su vejez. Marta no cede y comienza la reeducación de Junior, quién quiere vivir con su madre y que ella lo acepte tal y como es.5

Pelo malo è un film del 2013 diretto da Mariana Rondón presentato al Toronto International Film Festival 2013.

LINK Fonte: 12

Pelo-malo-poster

NO, I Giorni dell’Arcobaleno: #Film #PabloLarrain #Cile #Pinochet #Dittatura #AmericaLatina #GaelGarcia

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1988. Augusto Pinochet, da quindici annidittatore del Cile, di fronte alle pressioni internazionali è costretto a chiedere unreferendum sulla sua presidenza. I leader dell’opposizione convincono un giovane e sfacciato pubblicitario, René Saavedra, a guidare la loro campagna. Con poche risorse e un controllo costante da parte del ministero della comunicazione, Saavedra e il suo team elaborano un piano audace con lo spot Chile, la alegría ya viene per vincere le elezioni e liberare il loro paese dall’oppressione. (Wikipedia)

“No” es una película chilena de 2012 dirigida por Pablo Larraín y escrita por Pedro Peirano, a partir de la obra de teatro inédita “El plebiscito” de Antonio Skármeta.

Lista de películas para el despertar de la conciencia política: LINK

NO pablo larrain youtube

#Libro #NarcoGuerra sulla nuova #WebZine La Macchina Sognante

stockvault-eye-see-you NarcoGuerra macchina sognante
Legalizzazione, narcoguerra messicana e il patto d’impunità – Dalla rivista on line La macchina sognante Numero 0 – Zero

Estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso, Ed. Odoya, 2015.

Nel panorama della guerra alle droghe messicana, un’offensiva militarizzata contro i narco-cartelli che dura da quasi 9 anni e ha provocato oltre 100mila morti e 26mila desaparecidos, forse qualcosa si muove, anche se molto in lontananza. Gli stati del Colorado, dell’Alaska e di Washington, come pure, più a sud, l’Uruguay, hanno regolato e legalizzato l’uso “ricreativo” della marijuana, sostanza leader nei consumi globali di stupefacenti. Infatti, lacannabis provocherebbe meno danni e meno dipendenza del tabacco o degli alcolici. Gli esperimenti di depenalizzazione e legalizzazione anche a livello di produzione e consumo ricreativo, una novità nelle Americhe, sono promissori, ma sono solo una tappa nel lungo cammino contro la “cultura” e la prassi della guerra alle droghe condotta con mano dura. Decenni di politiche in questo senso non aiutano a trovare alternative “soft”.

A Città del Messico la legalizzazione delle droghe leggere (produzione, possesso, consumo, vendita) si sarebbe dovuta concretizzare già da tempo, ma lunghi dibattiti e veti incrociati, dentro e fuori il partito di centrosinistra che amministra la capitale, il PRD (Partido Revolución Democratica), hanno fatto arenare l’iniziativa. Inoltre le discussioni sulla regolazione del consumo di alcune sostanze stupefacenti stanno lasciando fuori le altre droghe, quelle pesanti e soprattutto la bianca coca. Proprio perché è più dannosa e anelata, meriterebbe un quadro normativo che superi la criminalizzazione tout court. Nel Paese è possibile portare legalmente per consumo personale fino a 5 grammi di marijuana, 2 d’oppio e 0,5 di cocaina e si è sottoposti a trattamenti sanitari coatti dopo il terzo arresto. Sono quantità piuttosto basse e quindi una strada percorribile gradualmente verso la depenalizzazione totale può passare dal loro incremento.

Gli argomenti contrari alla depenalizzazione immediata del consumo e alla legalizzazione di produzione e vendita, tra cui spiccano quelli del professor Edgardo Buscaglia, uno dei massimi esperti internazionali in materia di sicurezza e narcotraffico, sostengono che in un contesto d’ingovernabilità e di gravi deficienze istituzionali i rischi potrebbero essere troppi. Oltre ai classici motivi ideologici di stampo proibizionista, promossi da attori trasversali allo spettro politico nazionale e internazionale e da settori conservatori della società civile, esistono in Messico ragioni più pratiche e locali per ridimensionare l’entusiasmo verso la legalizzazione. Con le loro legislazioni più aperte sull’uso, e in certi casi sulla produzione e vendita, di sostanze stupefacenti i Paesi Bassi, la Germania, la Spagna, l’Uruguay e il Portogallo si presentano come esempi di approcci pragmatici e differenti nelle politiche antidroga, ma sono molto lontani geograficamente, culturalmente e a livello istituzionale.

In terra azteca oltre la metà dei guadagni delle mafie proviene ormai da altri business, diversi dal traffico di narcotici, e quindi la legalizzazione per se le priverebbe solo di una fetta della torta criminale. Sarebbe un duro colpo, non c’è dubbio, e probabilmente compenserebbe eventuali svantaggi e comincerebbe a spezzare il circolo vizioso politico-mafioso. Se, però, la decomposizione sociale ed economica, la cattura delle istituzioni e la permeabilità dello stato e del diritto alle pressioni delinquenziali, seppur ridotte in caso che il business delle droghe passasse sotto il controllo statale, restassero robuste, a causa delle debolezze e della corruzione strutturale degli apparati pubblici e del settore privato, allora il quadro criminale interno non cambierebbe radicalmente. Per funzionare la regolazione del consumo delle droghe dovrebbe andare di pari passo con un piano di consolidamento istituzionale, con l’attacco ai patrimoni e ai business legali e illegali dei narco-cartelli, con la rottura dei patti d’impunità e della corruzione politica a tutti i livelli, con la cooperazione internazionale, soprattutto con i mercati di sbocco di droghe e capitali come l’Europa e gli Stati Uniti, e con adeguate strategie di prevenzione e riduzione del danno. Il problema è ormai globale, la sua risoluzione non può essere responsabilità di un solo Paese.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

In Messico l’applicazione integrale di un piano di questo tipo significherebbe andare contro una struttura di potere che è sottintesa nell’accordo d’impunità e copertura tra i settori dominanti delle élite economiche e politiche, di cui è partecipe e s’avvantaggia la malavita messicana. La corruzione e i guadagni facili, l’evasione fiscale e la negoziazione della legge, spietata con i deboli e flessibile con i forti, sono fenomeni che hanno portato benefici ai tradizionali gruppi di potere, compresa la criminalità organizzata. In fondo è conveniente mantenere lo status quo: criminalizzare in toto le droghe e simultaneamente le altre forme di “dissidenza” o “deviazione” sociale, servendosi del medesimo impianto legale, è più facile che spezzare il consensus politico interno e quello internazionale sulla war on drugs and terrorism.

La porosità del confine tra malavita e stato, tra illegalità e legalità, s’evidenzia nella crescente confusione tra polizia e criminalità. Negli anni Settanta lo scrittore Jorge Ibargüengoitia, nei suoi articoli raccolti nel libroInstrucciones para vivir en México (Istruzioni per vivere in Messico), già affermava: «In caso ci siano problemi, non chiamare la polizia, per non avere un altro problema». Il patto di potere e impunità potrà rompersi quando i costi del suo mantenimento si saranno fatti troppo alti, quando la narcoviolenza e l’instabilità economico-sociale colpiranno le classi privilegiate, barricate in quartieri protetti e autosufficienti nelle grandi città, e non soltanto, come accaduto finora, le fasce più vulnerabili della popolazione.

Sul fronte finanziario s’è fatto poco per attaccare il cuore pulsante delle narco-finanze: in Messico mancano misure serie, e anche istituzioni adeguate per la loro applicazione, contro il riciclaggio del denaro sporco e dei proventi del narcotraffico. E così fioriscono le relazioni tra le mafie e il sistema bancario e finanziario statunitense. Nonostante gli scandali e la crisi dei mutui subprime del 2007 e la depressione del 2008-2009, il sistema s’è mantenuto a galla anche grazie alla presenza massiccia di capitali di dubbia provenienza. I narco-patrimoni sono stimati in circa il 40% del PIL annuale messicano e i narcos, cittadini di un Paese storicamente bistrattato dalla vicina superpotenza, potrebbero averla salvata proprio coi loro capitali, rimessi in circolo nel sistema o trasformati in asset di imprese legali.

All’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 venne implementata un’operazione imponente contro gli attivi finanziari di Al-Qaeda, concertata ed effettuata dagli usa e dai suoi alleati. Non è successa ancora la stessa cosa per i capitali riciclati della droga, reinvestiti in banche e migliaia di imprese legali non solo in America del Nord, ma in almeno altri 50 paesi. Il narcotraffico e la sua economia, che beneficia enormemente intermediari, grossi dealers e piccola distribuzione ma molto meno i produttori e coltivatori, paiono blindati, nonostante le droghe siano passate già vari decenni or sono a essere un problema di “sicurezza nazionale” e non solo una questione di “salute pubblica”. In molti paesi delle Americhe, ma il ragionamento vale anche per l’Unione Europea e gli Usa, alle altisonanti dichiarazioni di guerra e mano dura dei capi di stato e di governo non sono corrisposti risultati equiparabili. Gli sforzi d’intelligence e di costruzione istituzionale in Messico sono insufficienti e la strategia militare non ha reso i frutti sperati, ma ha prodotto enormi catastrofi umanitarie. Nel frattempo non sono diminuiti i flussi illeciti in uscita e i reinvestimenti delle immense narco-ricchezze generate.

La malattia della violenza ammorba la società: tra il 1992 e il 2007 il tasso d’omicidi per 100.000 abitanti era sceso costantemente da 22 a 8, ma poi è tornato a crescere, toccando quota 24 nel 2011. Nel 2012 e 2013 c’è stata una lieve diminuzione con tassi a 22 e 20, cioè 26.000 e 23.000 morti rispettiva- mente. Buona parte di questi sono connessi, secondo i dati delle procure e altre istituzioni pubbliche, alla criminalità organizzata.

Con l’avvento dell’alternanza democratica nel 2000, non è stato smantellato, ma solo frammentato e rinnovato, il regime di connivenza e corruzione, basato sul patto tra apparati dello stato (polizia, procure, governi locali, forze federali, politici di tutti i livelli), élite economiche e narcos che vigeva negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il principale interlocutore nel Nord-Ovest era senza dubbio l’organizzazione di Guadalajara o Federación, progenitrice dell’attuale cartello di Sinaloa, referente del sistema politico e burocratico imperniato sul partito di governo che comandò in Messico per 71 anni: il PRI (Partido Revolucionario Institucional).

Nel 2000 il candidato priista Francisco Labastida fu sconfitto alle presidenziali dal candidato del partito conservatore pan (Partido Acción Nacional), Vicente Fox. Il vincitore perseverò nell’applicazione dell’agenda liberalizzatrice e aperturista dei suoi predecessori, ma applicò il laissez faire anche al mondo della criminalità organizzata che proliferò in un libero mercato criminale.

Il secondo presidente proveniente dalle file del PAN, Felipe Calderón, tra la fine del 2006 e il 2012 getta benzina sul fuoco e lancia una serie di operazioni militari dell’esercito e della marina nelle regioni più calde. Il 1° dicembre 2006 Calderón aveva formalizzato il suo insediamento nel mezzo di furiose polemiche. La crisi di legittimità si era fatta pesante per le accuse di brogli elettorali rivoltegli dall’opposizione di sinistra del PRD (Partido de la Revolución Democrática) e dal suo candidato, Andrés Manuel López Obrador (AMLO). Sconfitto alle elezioni del 2 luglio con uno scarto di solo mezzo punto percentuale sul totale, AMLO, forte del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini indignati, paralizza il centro di Città del Messico, l’elegante Avenida Reforma e la turistica Plaza de la Constitución. Il blocco dura vari mesi, è un grande momento di convivenza e resistenza civile, unico nella storia messicana. “Voto por voto, casilla por casilla” (“Voto per voto, seggio per seggio”) è il grido del suo movimento che pretende un nuovo conteggio delle schede che, però, sarà effettuato solo parzialmente. Calderón giura come presidente, ma metà Messico lo taccia di “spurio” e non lo riconosce.

Nel primo giorno di governo aumenta lo stipendio ai membri delle forze armate e della polizia federale. L’11 dicembre il presidente invia l’esercito contro i narcos nel suo stato natale, il Michoacán. È l’inizio della guerra al narcotraffico o narcoguerra. Il conflitto dura ancora oggi e nei primi sei anni ha fatto almeno 83.000 morti e tra i 22.000 e i 27.000 desaparecidos: sono cifre da guerra civile o da dittatura, l’eredità lugubre del secondo presidente del PAN.

Tra il 2006 e il 2008, 50.000 militari vengono schierati in vari stati della Repubblica messicana e la cifra sale a 130.000 nel 2009. Affianco ai soldati s’impiegano 20.000 poliziotti federali che aumentano a 35.000 nel 2011. In dieci anni, tra il 2004 e il 2013, l’organizzazione Reporter senza Frontiere conta 88 decessi e 17 desaparecidos tra i giornalisti messicani. Esternalità negative dell’autoritarismo e del conflitto armato. Alcuni giornali tendono a minimizzare e a nascondere i dati veri per paura di rappresaglie da parte delle autorità e dei narcotrafficanti. O di entrambi, in combutta. Il fenomeno del bavaglio e della censura, basato su ammazzamenti, minacce e sequestri, s’è acutizzato. Durante il primo anno di governo di Peña Nieto ci sono stati quattro morti e due desaparecidos tra i professionisti della comunicazione. Anche per questo è importante raccontare. Ci provo con reportage e storie che tentano di aprire scorci e parentesi di senso su questi anni convulsi di un Paese bellissimo e turbolento come il Messico. Con l’auspicio, forse scontato ma sincero, che la guerra e le sue ipocrisie finiscano. @FabrizioLorusso

Breve descrizione di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga di Fabrizio Lorusso – Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón. Il bilancio ad oggi è di 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida: “Giustizia!” Che lo stato ammetta le sue responsabilità. La investigazioni e le versioni offerte dalla procura sono piene di contraddizioni, si vuole circoscrivere la strage degli studenti a un contesto locale. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi e le ingiustizie contro la francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” del YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate. I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Le grida del Messico riecheggiano. Dal ¡Ya basta! zapatista del primo gennaio 1994, ai fragori di Atenco e Oaxaca, dal ¡Basta sangre! del 2010 al ¡Estamos hasta la madre! di Javier Sicilia, dal silenzio delle carovane per i migranti centroamericani, che il Messico inghiottisce per sempre, al rumore delle vittime del conflitto, dal ¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos! al ¡Fue el Estado! dei genitori e del movimento di Ayotzinapa. Le ribellioni di questi anni nel contesto della militarizzazione della guerra alle droghe, della repressione sociale e della globalizzazione tessono un filo rosso che lega i capitoli di NarcoGuerra.

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall’urgenza dei tempi, la necessità di affrontare la complessità del mondo, cosa a cui la letteratura può dare una mano.

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di geopolitica dell’America Latina all’università UNAM di Città del Messico, dove vive da 14 anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, END, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), i racconti per le collettanee:Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi(Agenzia X, 2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011). Collabora con vari media tra cui il quotidiano messicano La Jornada e la rivista Variopinto, Il Reportage, Radio Popolare, Global Project. E’ blogger di Huffington Post, redattore della web-zine Carmilla On Line e il suo sito è LamericaLatina.Net.

Su @_MicroMega_ Luca Cangianti recensisce il libro #NarcoGuerra #Messico #Cartelli della #Droga

narcoguerra messico(Articolo pubblicato su MicroMega il 15 settebre 2015 col titolo “Messico, il dramma della narcoguerra”) “NarcoGuerra” è frutto del lavoro come blogger e reporter che Fabrizio Lorusso ha svolto coraggiosamente da Città del Messico nell’ultimo decennio. Con grande coinvolgimento emotivo, nel libro si raccontano la guerra dei cartelli della droga, i legami tra narcotraffico e parti dello stato messicano, le storie delle vittime e dei loro carnefici. Sullo sfondo, i nuovi movimenti sociali e la speranza per un futuro migliore. Pubblichiamo la recensione di Luca Cangianti e a seguire il prologo al libro scritto da Pino Cacucci.

di Luca Cangianti

In Messico i turisti possono percorrere chilometri di spiaggia bianchissima costeggiata da palme, o visitare le affascinanti rovine Maya, senza accorgersi dei corpi appesi ai cavalcavia e delle teste umane mozzate lanciate sulle piste da ballo. Nel paese latinoamericano, dal 2006 a oggi, ogni 40 minuti viene assassinata una persona, mentre ogni due ore un’altra scompare nel nulla. I numeri, gli attori e le cause di questo massacro permanente sono contenuti nel libro di Fabrizio Lorusso “NarcoGuerra” (Odoya, 2015, pp. 415, € 20,00).

Il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti detenuto dal Messico è 18. Non è tra i più alti dell’America Latina: troviamo numeri ben più drammatici in Colombia (33), Venezuela (49) e Honduras (82) che distanziano di molto la media mondiale (6,5). Il problema del Messico è la recente e rapida crescita della violenza omicida, associata al progressivofallimento dello stato nello svolgere le proprie funzioni. Il weberiano “monopolio della violenza legittima” è infatti insidiato da una moltitudine di cartelli criminali. Fra di essi gli Zetas sono sicuramente i più famosi per il vasto ventaglio di attività illegali offerto – ben 25, tra cui in primo luogo il narcotraffico, ma anche sfruttamento della prostituzione, racket, sequestri di persona ecc.). Tali organizzazioni – la cui storia è attentamente ricostruita dall’autore a partire dai loro padri fondatori – dominano vasti territori nei quali esercitano autorità fiscale e di polizia creando de facto entità statuali ed economiche. Si stima che il 67% dei comuni sia amministrato da sindaci legati alle mafie, mentre i patrimoni derivanti dal narcotraffico sarebbero pari al 40% del pil messicano.

Il sistema giudiziario è al collasso e l’impunità dei delitti arriva al 97%, ma il governo ancora non ha deciso di rafforzare gli strumenti d’indagine, ad esempio incrociando i database patrimoniali dei vari enti statali. Infine, a fronte dei tagli alla spesa sociale imposti dalle politiche neoliberiste “Lo stato del benessere e la previdenza vengono soppiantati dalle buone azioni di alcuni narcos benefattori… legati al ‘vecchio stile’ e all’idea di ‘onore’. Sono loro che costruiscono strade, finanziano opere d’interesse sociale, offrono protezione e lavoro, e lasciano copiose mance… alle parrocchie e ai funzionari pubblici locali. In cambio di qualcosa di concreto, oppure soltanto di compiacenza e rispetto.”

Tale malattia sociale è aggravata paradossalmente da quella che doveva esserne la cura: la politica statunitense della war on drugs ideata per contrastare il commercio degli stupefacenti alla fonte. Per combattere il crimine organizzato “Il Messico compra da imprese statunitensi materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceve, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana – scrive Lorusso – è che l’intervento, seppur indiretto, di un Paese straniero… possa costituire un attentato alla sovranità nazionale. Infatti, gli aiuti finanziari e tecnici sono subordinati all’adozione di politiche interne ‘compiacenti'”.

Il volume di ricchezza creato dal prezzo monopolista frutto delle politiche proibizioniste in materia di droghe è tale che le strutture istituzionali difficilmente sfuggono alla corruzione: “Capita che nella stessa regione i federali stiano con un cartello, – continua l’autore – la polizia statale con un altro, mentre quella municipale ne protegge un terzo o finga un’improbabile neutralità. Uomini in divisa rappresentano la legge la mattina, la sera si trasformano in sicari, spie… per poi passare disinvoltamente tra le fila dei narcosquando i tempi sono maturi e le mazzette non bastano più.”

Se lo stato non garantisce un tasso minimo di sicurezza è comprensibile che alcuni settori della popolazione decidano di fare da sé. È così che dal 2013 sono nati gruppi armati di autodifesa tra i quali si contano sia varie organizzazioni popolari di polizia comunitaria (per altro prevista dalla Costituzione messicana) che gruppi più simili al paramilitarismo colombiano, finanziati da imprenditori locali e accusati essi stessi di contiguità con il narcotraffico.

Il racconto di Lorusso sembrerebbe a questo punto lasciare poco spazio all’ottimismo. E tuttavia ogni pagina del libro trasuda di amore per il Messico, empatia per i suoi abitanti e speranza per un futuro migliore. Per l’autore quest’ultima è incarnata dai movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi anni: i sempre presenti zapatisti del Chiapas, il Movimiento por la paz con justicia y dignidad di Javier Sicilia, gli studenti contro l’autoritarismo mediatico di #Yo-Soy132, i difensori delle terre indigene Wirikuta e, per ultimo in ordine temporale, il movimento nato dopo la sparizione degli studenti del villaggio di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero.

Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, durante una manifestazione studentesca, l’intervento della polizia municipale ha provocato la morte di sette persone, mentre 42 studenti risultano ancora scomparsi. Dalle indagini è emerso che la polizia municipale li avrebbe presi e consegnati a un cartello di narcotrafficanti su indicazione del sindaco della vicina città di Iguala, lo stesso che aveva ordinato la repressione violenta della manifestazione. I genitori dei 42 studenti desaparesidos guidano oggi un vasto movimento che è riuscito a mettere a nudo la compenetrazione tra stato e criminalità. Queste persone stanno viaggiando in tutto il mondo per denunciare la reticenza dello stato messicano che non permette di ispezionare le caserme dove molti sospettano si possano recuperare elementi utili alle indagini.

Vivos los llevaron vivos los queremos (vivi li han portati via, vivi li rivogliamo), gridano davanti alle caserme e alle ambasciate. Cercate in rete un po’ di immagini di questi genitori. Guardate quei volti e capirete perché, pur nel mezzo della più atroce delle ingiustizie, anche per il Messico si deve aver fiducia in un futuro migliore.

Prologo a “NarcoGuerra”

di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere,como México no hay dos. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il Paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte d’informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti.

Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prende su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai narcos quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché… Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

E chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?
Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile.

È per questo che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

(15 settembre 2015)

Caso CIA-Narcos-Contras, Governo USA e Crack: Video-Testimonianze di Gary Webb

NarcoNewsTVRiporto da NarcoNews TV (The School of Authentic Journalism LINK ) una serie di tre brevi video con una delle ultime interviste del giornalista americano Gary Webb che, l’anno dopo, si sarebbe suicidato per le pressioni che aveva ricevuto dalla CIA e per l’impossibilità di contnuare il proprio lavoro. Negli anni ’90, infatti, Webb aveva fatto scoppiare lo scandalo CIA-Narcos-Contras. Aveva pubblicato dei reportage, la serie “Dark Alliance”, in cui smascherava le operazioni della CIA che prevedevano l’inondazione di crack e cocaina, cioè la deliberata spinta dell’offerta di droghe più distruttive e potenti provenienti dalla Colombia, nei ghetti delle città americane ed era stata orchestrata d’accordo col governo USA e con l’intermediazione dei narcos messicani del cartello di Guadalajara. L’obiettivo era finanziare i paramilitari controinsurrezionali delle contras che conducevano una “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua attaccando dall’Honduras per destabilizzare il governo e sconfiggere il “pericolo rosso” in Centroamerica. Ricordo che si tratta degli anni ’80, ultimo e cruento decennio della Guerra fredda tra il blocco sovietico e quello occidentale, e alla presidenza USA c’è Ronald (“Rambo”) Reagan… Che, in fin dei conti, non venne toccato da questo scandalo, anche se lo fu dall’altro caso, parallelo a questo, che è noto come Iran-Contras. Ne parlo in dettaglio anche nel libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (inserirò alcuni estratti sul caso in futuro). Consiglio la visione del film “La regola del gioco” che spiega la storia di Gary Webb e della triangolazione CIA-Narcos (Colombia-Messico)-Contras (Nicaragua-Honduras). Sotto il trailer.

Gary Webb “It Was Outrageous But It Was True”

Part one in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “People Realized They Had Been Lied to”

Part two in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Gary Webb “You Could Read this Story Anywhere in the World”

Part three in a series featuring Gary Webb in his own words. The interview was conducted and filmed by the Guerrilla News Network, scholars, and professors at the 2003 School of Authentic Journalism, a project of Narco News. Gary is the subject of the new feature film “Kill The Messenger” starring Jeremy Renner. You can read “Dark Alliance: The Story Behind the Crack Explosion” by Gary Webb in its entirety at http://www.narconews.com/darkalliance/

Trailer in inglese del film KILL THE MESSENGER (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

A reporter becomes the target of a vicious smear campaign that drives him to the point of suicide after he exposes the CIA’s role in arming Contra rebels in Nicaragua and importing cocaine into California. Based on the true story of journalist Gary Webb.

Trailer in italiano del film KILL THE MESSENGER, diretto da Jeremy Renner (La regola del gioco, com’é stato tradotto per l’uscita nelle sale in italiano)

kill the messenger

Redes virtuales, blogs y literatura – Artículo @JornadaSemanal #Mexico

Web Zine e blog letterari Italia costellazione

Artículo desde:

La Jornada Semanal – 2 de agosto de 2015 (Fabrizio Lorusso)

Un gran número de impresos han migrado a “la nube”.

En la red los contenidos tienen menos filtros y corren el riesgo
de ser poco confiables.

Desde que internet conquistó el mundo, son muchas las revistas de papel que han pasado a ser digitales o que han desaparecido del todo, tanto en México como en Italia. En Italia, como respuesta frente a nuevos medios y formas de socialización de la cultura y la literatura, florecieron los blogs especializados que se conocen como web-zine (web magazine) literario-culturales, lit-blogs (del inglés literature blog), book-blogs, revistas literarias online, entre otras definiciones. Su naturaleza es mixta y difícil de asir por dos motivos: primero, si bien su principal tema de interés es la literatura, abarcan también temáticas culturales, sociales, políticas, históricas y de actualidad; segundo, los mismos blogs, objetos de la web 2.0 diferentes de las páginas clásicas, tienen una definición algo vaga y cambiante.

Según el estudioso Alejandro Piscitelli, un blog o “un weblog es, básicamente, un sitio web personal y sin fines de lucro, constituido por noticias y reflexiones, con un formato que facilita las actualizaciones. Cada nueva pieza de información que se agrega se suma a la última, creando un permanente fluido de noticias. La información es provista por el creador del sitio o por contribuyentes voluntarios de contenidos. Habitualmente incluye tanto comentarios personales como enlaces a sitios web donde se tratan los temas de interés del weblog en cuestión”.

Sin embargo, sí hay blogs con fines de lucro que no son personales. Los académicos Jaime Alonso y Lourdes Martínez dan cinco características del blog: es un espacio de comunicación personal; sus contenidos abarcan cualquier tipología; presentan una marcada estructura cronológica; hay enlaces a sitios web que tienen relación con los contenidos del blog y, finalmente, la interactividad que permiten aporta un valor añadido como elemento dinamizador en el proceso de comunicación.

Por otra parte, hay quienes identifican a los blogs por no ser páginas estáticas con comunicación unidireccional del editor hacia los visitantes, ya que se da una interacción multidireccional de toda la comunidad de editores, colaboradores, lectores y comentaristas. Hace poco más de un lustro, con la masificación de las redes sociales, los espacios públicos virtuales y las formas de expresión personalizadas en línea, los blogs se dieron por muertos, pero en realidad muchos se especializaron y siguieron vigentes dentro de sus respectivos nichos para profundizar y difundir contenidos más elaborados.

Más allá de las definiciones, en el caso de las web-zine literarias en Italia, se puede afirmar que han ido creando una “blogósfera” reconocible, una red dentro de la Red, pues son como un sistema virtual, con comunidades de blogs interconectados y percibidos como parte de un ambiente definido. Los weblogs literario-culturales y sus enlaces en el mundo virtual y real, juntos, constituyen un fenómeno social. Si los representamos como una galaxia de interacciones e hipervínculos, queda clara su influencia, ejercida de manera colectiva, dentro del sistema literario, pues actúan sobre la relación lector-autor-editor de manera incisiva y reconocida.

Según la cantidad, el tipo de personas que los escriban y sus motivaciones, los blogs pueden ser personales (un bloguero, para fines personales), colectivos (más autores, para fines fijados por el grupo) o institucionales (uno o más autores ligados a una empresa o institución). Los blogs literarios o culturales italianos más importantes entran en una de estas categorías, pues existen páginas individuales, aunque abiertas a colaboraciones externas, como Lipperatura, de Loredana Lipperini, Vibrisse, de Giulio Mozzi, el blog de Giuseppe Genna o Letteratitudine, de Massimo Maugeri. Hay blogs colectivos de narradores, ensayistas, editores, estudiantes, reseñistas y columnistas que unen sus esfuerzos en espacios como el histórico CarmillaOnLine, Giap, del colectivo Wu Ming, Nazione Indiana, Il Primo Amore, Lavoro Culturale y La Poesia e lo Spirito, o bien institucionales, ya sea ligados a una asociación cultural, a una revista de papel o a una editorial, como Minima Et Moralia, Tropico del Libro, Alfabeta2 y DoppioZero.

Es fácil encontrarlos tecleando sus nombres en un motor de búsqueda. Su relevancia va más allá de los estudios italianistas, ya que el objeto “blog” es global y el sistema que se ha formado en Italia es un ejemplo significativo para muchas otras realidades en donde los mecanismos clásicos, a veces excluyentes, del sector editorial y el periodismo cultural, necesitan ser renovados y democratizados. Las principales web-zines italianas han logrado un lugar destacado y han establecido un diálogo con las sedes tradicionales de la crítica y la información literaria. Se trata de un fenómeno interesante, menos difundido en otros países o en comunidades de hablantes de otros idiomas.

La blogalaxia y sus habitantes

En general, la Red democratizó y amplificó la difusión y fruición de contenidos. Se multiplican las fuentes de información, incluyendo las que no tienen una lógica comercial, pero por otro lado los contenidos tienen menos filtros, son más numerosos y de libre publicación; por ende, tienen el riesgo de perder niveles de confianza y de calidad o de multiplicarse infinitamente. En la enorme masa y red informativa, los medios tradicionales, con sus marcas poderosas, siguen cubriendo un rol dominante y van segmentando cada vez más sus servicios según el perfil socioeconómico de los lectores, divididos entre los “premium” y los “estándar”.

Por todo lo anterior, con el paso del tiempo los nuevos medios, los blogueros, las páginas web y las revistas online han tenido que construir su credibilidad siguiendo algunas de las pautas de los medios tradicionales, pero ofreciendo sus contenidos de calidad gratuitamente. Dentro de la llamada “blogósfera”, sólo los interlocutores, medios, colectivos o personas que hayan mantenido a través de los años patrones de continuidad, confianza y calidad, han sobrevivido como fuentes atendibles entre los cibernautas.

Los book-blogs son, en gran parte, “intelectuales colectivos”, distintos de los blogueros individuales o de la vieja figura del “crítico literario” o “experto”, pues el blog es un objeto cultural y, a la vez, un espacio social para compartir, señalar e interactuar. Los lit-blogs seleccionan o filtran cada vez más sus contenidos, tienen redacciones, nichos de lectores y especializaciones. En algunos casos editan revistas de papel junto a la página web, es decir, pueden ser el “brazo digital” de una publicación que circula en librerías.

La blogalaxia es muy amplia, aun considerando sólo un nicho, como el de los blogs culturales y literarios. Por eso nacen criterios para clasificarlos: la antigüedadonline, la continuidad de sus publicaciones, autores y redactores. Normalmente hay escritores, periodistas, operadores del sector editorial y grupos de autores detrás de los lit-blogs y eso aporta confianza y reconocimiento. También se considera su popularidad, la fama que obtiene por parte de otras páginas web, por ejemplo con enlaces recíprocos, o incluso fuera de internet, así como su presencia en rankingsespecializados.

Los blogs, desde luego, ofrecen contenidos que pueden ser multimedia, utilizar lenguajes y códigos variados, hipertextos y enlaces internos y externos. A diferencia de los medios impresos, tienen menos límites en la cantidad de palabras publicables y sus lectores son más activos, tanto en el mismo blog, cuando está permitido postear comentarios, como en las redes sociales o en iniciativas que van más allá de la virtualidad de la red. Sin embargo, el uso de contenidos multimedia y la explotación de todos los recursos 2.0 no ha sido una prioridad de los lit-blogs, pues se privilegia la selección de contenidos y la calidad de los textos, más que “lo multimedial” que es, en dado caso, un acompañamiento y un apoyo, no un fin en sí mismo.

Lit-blogs y book-blogs: universos en expansión

Finalmente lit-blog es una definición imprecisa o incompleta, pues se trata de revistas literarias en línea, con la forma y los rasgos de los blogs. Su interés cultural y temático es muy amplio, interdisciplinario, determinado justamente por el medio, pero sobre todo por la presencia de conjuntos o colectivos de redacción, además de un núcleo fundador o de autores reconocidos, presentes en algunos casos, que van marcando ciertas tendencias de la revista y están animados, normalmente, por la democratización de un ámbito elitista como el literario.

En Italia hay una “vieja guardia” de lit-blogs: carmillaonline.com, wumingfoundation.com, nazioneindiana.com, ilprimoamore.com, loredanalipperini.blog.kataweb.it, vibrisse.wordpress.com, iquindici.org, lette-ratitudine.blog.kataweb.it, lapoesiaelospirito.wordpress.com. Y entre los más recientes: minimaetmoralia.it, finzionimagazine.it, lavoroculturale.org, alfabeta2.it. El fenómeno tiene rasgos y relevancias distintas en otros países. Están blogs como el mexicano el-anaquel.com, el dominicano arañazo.wordpress.com o mimundodelibros.blogspot.mx como referencias, aunque parece que aún no se logra, por ejemplo en México, tener una red fuerte de lit-blogs que influya en el sistema literario con autoridad, red y presencia.

La “filosofía de fondo” de los blogs se alimenta de muchos factores; es cambiante. A veces está declarada, otras veces se deduce indirectamente de la selección y presentación de los contenidos y, finalmente, en el caso de los blogs colectivos o institucionales, puede que sea definida a partir de las dinámicas del grupo de redactores o de la institución (editorial, empresa, asociación cultural).

Es válido definir a los book-blogs como “intelectuales colectivos” y “creadores de sentido” en la tempestad informativa actual. Son, simultáneamente, “lugares de la cultura”, espacios públicos y “agencias de socialización”. Su papel se ha construido de manera firme y duradera, su nicho sigue activo, su relevancia crece, sus autores son buscados por los editores y, de alguna manera, se colocan como operadores del sector cultural y hasta como promotores de nuevos talentos. Las redes sociales han cambiado el panorama, dada su inmediatez, capilaridad e influencia, pero no han reemplazado a los blogs ni los han afectado como filtros y reorganizadores de sentidos e imaginarios, no sólo en campo literario o cultural, sino también en los más amplios ámbitos de lo social y lo político.

Algunos de ellos pueden ser vistos como blancos fáciles para la colonización de grandes editores o agencias de prensa, o bien, se pueden volver portadores de prácticas poco éticas, ligadas a una perversa “antropología del regalo”, al intercambio de favores, a la ambigüedad y escasa transparencia en la relación con el sistema literario, especialmente con editoriales que llegan a condicionar o pervertir la credibilidad de blogueros y redacciones enteras para promover sus libros-mercancía. Muchos blogueros son voluntarios, entes precarios de la literatura y existe, por lo tanto, la tentación hacia la cooptación de su trabajo, opiniones o servicios, a cambio de perspectivas, prebendas, visibilidades o promesas que las grandes editoriales o los medios pueden brindar. En cambio, actualmente el papel de los lit-blogs que no comparten estas lógicas, los cuales finalmente resultan ser los más duraderos y reconocidos en la red, va adquiriendo más importancia, a través de un trabajo serio que tiende a privilegiar las editoriales independientes y los autores emergentes.

La blogósfera de los lit-blogs se ha conformado en los últimos quince años como espacio de agregación y socialización para comunidades de navegantes-lectores, y es un filtro de selección dentro del exceso informativo y el relativismo cultural. La literatura se dedica, entre otras cosas, a narrar su tiempo y a sugerir caminos posibles y visiones. Los editores, los medios, los autores y los lectores la hacen circular, la comentan, la comparten, crean y analizan, y, dentro de este sistema, ya no se puede prescindir de la red, de los blogs y sus habitantes.

Scritto Sulla Tua Terra, Romanzo di Mauro Libertella

caravan_libertella_cover (Small)Presentio qui un estratto dal romanzo di Mauro Libertella, Scritto sulla tua terra, traduzione di Vincenzo Barca, Caravan Edizioni, 2015, pp. 112, € 9,50.

Mio padre è morto quattro anni fa, un mezzogiorno di ottobre, nella casa in cui adesso vivo io. Mi ricordo di quel momento con particola- re nitidezza, perché qualche secondo prima che smettesse di respirare capii che il suo conto alla rovescia era arrivato, letteralmente, al respiro finale. Fu un istante insieme dolce e drammatico: io inginocchiato sul pavimento, lui disteso sul suo letto, incosciente da ore. Con mio zio e mia sorella gli davamo da prendere un liquido medicinale che serviva a integrare le proteine del cibo che da giorni aveva smesso di mangiare. La scena era terribile, perché il decadi- mento fisico si imponeva in tutta la sua evidenza; era molto magro, prostrato e con lo sguardo perso nel vuoto. E tuttavia ricordo un’atmosfera lieve e tenera, senza stonature. Beveva a piccoli sorsi da un bicchiere di vetro che gli tenevamo inclinato all’altezza della bocca: era un automa in quel suo ultimo gesto di sopravvivenza. Prendine ancora un po’, prendine ancora un po’, gli chiedevamo ostinati, ripetendolo come una supplica. L’ultimo sorso gli spezzò il respiro, che già era un filo tenue e fragile. Così lo vidi morire, con la testa appoggiata al cuscino e gli occhi chiusi. Immagino che sia stato un bel modo per andarsene, in mezzo ai suoi libri e nella sua casa, dove negli ultimi anni aveva cominciato a morire poco a poco.

Ricordo di essere arrivato all’ospedale una mattina d’inverno e di essermi perso per i corridoi fino a ritrovarmi davanti al Pronto Soccorso. Gli avevano assegnato il letto in fondo, contro la finestra, e lui aspettava seduto, vestito, guardando la strada, con la borsa ai piedi. Quella mattina si era svegliato con dei dolori, aveva preparato la borsa ed era andato in autobus all’ospedale. Mi aveva chiamato da un telefono pubblico quando gli avevano fatto capire, con parole un po’ evasive ma risolute, che doveva restare lì qualche giorno per poter studiare bene la situazione. Quando lo vidi da lontano, in fondo a quella camerata piena di letti, mi sembrò un emigrato che arrivava con la sua valigia dalla vecchia Europa. C’era qualcosa di anacronistico nei suoi abiti, e la sua faccia era invecchiata con una rapidità impressionante. Era un uomo forte, autosufficiente, ma era anche un uomo solo su un letto, che guardava fuori da una finestra.

Ci abbracciammo, chiacchierammo un po’, e, come sempre, prevalse un clima segnato dall’ironia e dai giochi di parole. Non sapeva che cosa aveva. Non gli avevano detto niente. Con la scusa di una telefonata, lo lasciai un momento sdraiato e andai a cercare un medico. Dal modo in cui uno di loro mi salutò quando gli dissi che ero il figlio del paziente del letto in fondo ebbi il sospetto che le cose andassero male. Era giovane, alto, con una barba vagamente incolta e i lineamenti induriti dalla notte in bianco in ospedale, e si vedeva che era nervoso. Mi fece un discorso molto veloce, una o due volte mi toccò la spalla e non andò troppo per il sottile. Mi disse che non sapevano “a scienza certa” quale fosse il quadro, che sarebbe stato troppo affrettato da parte sua sbandierare una diagnosi che non poteva poggiare su garanzie o certezze, ma che mio padre aveva del liquido nei polmoni, e che questo quasi sempre è un sintomo di cancro. Sopraggiunse un silenzio orribile, densissimo, e quando ero sul punto di svenire, e il giovane dottore avrebbe dovuto farmi forza, mi disse come stavano le cose: “Non abbiamo ancora fatto le analisi, ma ti posso già dire che è in stato avanzato”.

Come tornare al letto di mio padre dopo quella notizia e abbracciare nuovamente la logica del buonumore? Andai in bagno, mi sciolsi in un pianto fatto di raffiche brevi, mi lavai la faccia e attraversai di nuovo il lungo corridoio fino al punto in cui lui mi aspettava. Mi chiese che cos’avevo fatto e gli diedi una risposta impacciata, probabilmente inverosimile. Quando vidi che si era stancato gli dissi di dormire un poco, che lì lo avrebbero curato, e ne approfittai per andarmene. Chissà, forse aveva intuito che sapevo cos’aveva e preferì non rispondermi male per delicatezza. Non lo so. So di certo che mi ritrovai per strada frastornato, presi un autobus e mi sedetti sul sedile in fondo. Me lo immaginai mentre dormiva in uno di quei letti sperduti dell’ospedale e in quel momento mi resi conto che mio padre sarebbe morto.

Avrò avuto dodici, tredici anni quando cominciai a intuire la propensione all’alcol di mio padre. Lo vedevo sempre con un bicchiere in mano e una bottiglia vicino, ma tra l’innocenza propria dell’età e la sua tendenza a nascondere il vizio, non diedi troppo peso alla ripetitività della cosa. Mi capitò a volte di prendere un sorso della sua coca cola e di essere sorpreso, assaggiandola, dal guizzo inatteso di un whisky.

Quando abitavamo tutti insieme, i miei genitori, mia sorella e io, lui teneva una damigiana enorme in un mobile della cucina, e qualunque testimone attento avrebbe potuto notare come tutti quei litri di vino rosso diminuissero alla velocità con cui si scatena uno tsunami. Forse da bambino pensavo che mio padre avesse tanta sete. Da grande capii che era un alcolista. Con il passare degli anni la dipendenza si fece più grave e, verso il 1996, decise di andare agli Alcolisti Anonimi. Tutte le sere, dopo il lavoro e prima di venire a casa per cena, guidava fino alla sede di un ospedale pubblico, nel Barrio Norte, dove si teneva il gruppo di autoaiuto. A volte quando tornava ci raccontava qualche aneddoto, ma non si dilungava mai troppo. In quei mesi cenava con succo d’arancia; ne beveva bicchieri su bicchieri come se all’improvviso fosse stato colto da una sete invincibile. L’avventura con gli Alcolisti Anonimi durò poco più di un anno, ma papà aveva ricadute sempre più frequenti e arrivò a nascondere bottiglie di whisky e di cognac nei cassetti della sua scrivania o in mezzo alla roba nell’armadio. Alla fine, un giorno disse basta al gruppo di autoaiuto. Dopo pochi mesi i miei si separarono.

A questo punto comincia quello che chiamo il crollo. Si trasferì in un monolocale a tre isolati dal parco Las Heras. Era un appartamento piccolo e deprimente, che piano piano si riempì di bottiglie. Usciva poco, e io e mia sorella andavamo a trovarlo due volte alla settimana, un’abitudine che durò per anni. Non me lo disse mai, ma era ovvio che aveva già deciso di cominciare ad affrontare i suoi ultimi anni rinchiuso, quasi senza soldi, fumando e bevendo quantità incredibili di alcol, e portando a termine i suoi scritti. Il suo corpo cominciò a debilitarsi rapidamente, e il viso invecchiò per la cattiva alimentazione e la vita sedentaria. Soffriva di diabete da oltre vent’anni e sapeva che non avrebbe retto a lungo i traumi di quel tipo di vita. Per questo si potrebbe dire che si lasciò morire a poco a poco, consapevolmente, come una scelta. Qualcuno mi ha detto una volta: «Tuo padre si è suicidato a rate». La frase non mi piace.

Nonostante si impegnasse a salvaguardare le forme (non corrispondeva all’immagine canonica dell’‘ubriacone’), la trasformazione divenne man mano molto nitida. Come se si fosse rotta una diga e l’acqua avesse cominciato a correre con una forza tremenda e incontrollabile. La mancanza di denaro, che era diretta conseguenza dello stesso sintomo, rendeva la situazione particolarmente angosciosa. Spesso mi chiamava per farsi prestare dieci o venti pesos per comprarsi qualche tramezzino. Un giorno mi accorsi che con i soldi che gli davo si comprava bottiglie di whisky e pacchetti di sigarette. Con il passare dei mesi cominciò a perdere l’appetito. Quando ci vedevamo per cenare insieme, mangiava appena due o tre bocconi, con laboriosa lentezza; il resto era solo idratazione. Siccome conservava il buonumore di sempre, all’inizio il quadro non era così impressionante. Con gli anni mi resi conto che il buonumore e il dispiego di retorica montavano man mano che le bottiglie di vino o di whisky si vuotavano. Di giorno non lo vedevo mai, e quindi si potrebbe dire che, negli ultimi lunghi anni, non vidi mai mio padre sobrio. A volte, se lo incontravo per caso di pomeriggio in qualche bar, potevo vedere che le sue mani tremavano.

Dopo due anni passati in quel monolocale, si presentò l’opportunità di cambiare aria. Mio padre e suo fratello Juancho erano proprietari di un appartamento di due vani nel quartiere di Palermo, e quando il contratto degli affittuari terminò insistemmo perché si trasferisse lì. Dopo molti tentennamenti, alla fine cedette. Il cambiamento era di per sé splendido e la nuova sistemazione prometteva un futuro di primavere e resurrezioni, ma ben presto risultò chiaro che la sua era una decisione imperativa, senza ritorno, e che non era condizionata da un semplice cambiamento abitativo. Dei due ambienti, conquistò solamente il soggiorno, dove collocò un grande tavolo di legno con la macchina da scrivere, una libreria appoggiata alla parete e un letto all’altra estremità.

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[Un giovane uomo al capezzale del padre morente. Un padre che è stato uno scrittore di culto dell’avanguardia argentina, Héctor Libertella. Mauro, il figlio, lo assiste in ospedale, nei suoi andirivieni tra vita e morte, e poi a casa, dove alla fine quest’uomo, consumato nel corpo ma sempre sul ciglio dell’ironia, esalerà l’ultimo respiro. Nello stesso appartamento in cui il padre muore, il figlio, quattro anni dopo, scriverà il suo primo libro, tirando le fila di un rapporto complicato con un padre straordinario. Una scrittura trasparente quella del giovane Libertella, un’emozione misurata con cui ricostruisce i percorsi geografici e letterari del genitore, in una Buenos Aires racchiusa in poche strade del centro, per poter finalmente seppellirlo in pace. Mauro Libertella è nato nel 1983 in Messico, dove i suoi genitori si erano esiliati durante la dittatura. Vive a Buenos Aires. “Mi libro enterrado” è il suo primo romanzo.] Da CarmillaOnLine