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Honduras: comunicato del Presidente costituzionale per chiarire la situazione che vive il paese

Manuel "I'm the Real President" Zelaya da Fresh Conservative.Foto: http://www.flickr.com/photos/freshconservative/

COMUNICADO GOBIERNO DEL PRESIDENTE CONSTITUCIONAL DE HONDURAS

Por instrucciones del Presidente Constitucional de la República, Jose Manuel Zelaya Rosales, y ante las distorsiones públicas realizadas por los miembros de la comisión negociadora que representaba al señor Micheletti en el acuerdo de Tegucigalpa/San José, al Pueblo hondureño y la Comunidad Internacional,

COMUNICAMOS:

1. El Acuerdo Tegucigalpa/San José, constituye el resultado de un diálogo que dentro del espíritu del Plan Arias, y bajo los auspicios de la Comunidad Internacional a través de la Comisión Especial de Cancilleres de países miembros de la Organización de Estados Americanos, surge con el fin de atender los mandatos incluidos en las Resoluciones de la Organización de Naciones Unidas y de la Organización de Estados Americanos, para revertir el Golpe de Estado Militar y restaurar el Orden Constitucional, situación que irrevocablemente pasa por la restitución sin demora del Presidente Constitucional José Manuel Zelaya Rosales.

2. Que las Comisiones de Dialogo nombradas por el Presidente Constitucional José Manuel Zelaya Rosales, y por el régimen de facto que encabeza Roberto Micheletti Bain, respectivamente, convinieron en remitir al Congreso Nacional el Acuerdo Tegucigalpa/San José contentivo de doce puntos, de los cuales el numeral 5 manda a retrotraer la titularidad del Poder Ejecutivo a su estado previo al 28 de junio hasta la conclusión del actual periodo gubernamental, el 27 de enero de 2010, señalando taxativamente el procedimiento para revertir el golpe de Estado militar. Por tanto, cualquier interpretación fuera de este contexto seria inaceptable y constituiría una nueva afrenta al pueblo hondureño y a la comunidad internacional.

3. Que apegados al espíritu del Acuerdo Tegucigalpa/San José, el cargo del Presidente de la República que constitucionalmente eligió el pueblo hondureño para un mandato de 4 años no está en discusión, por lo que el Congreso Nacional debe actuar con responsabilidad y derogar los decretos con los que ilegalmente pretendieron destituir al Presidente Constitucional José Manuel Zelaya Rosales y nombrar a un mandatario de facto, hecho que ha sido condenado por todas las naciones del mundo.

4. Que ante el optimismo con que se ha recibido la firma del Acuerdo Tegucigalpa/San José, rechazamos la utilización de estrategias dilatorias o cualquier otra estratagema que ponga en precario el prestigio y la credibilidad que nuestro país merece ante la Comunidad Internacional, la que con firmeza y convicción ha puesto al servicio de nuestro pueblo la buena fe de sus actos y su solidaridad.

5. En consecuencia, hacemos un llamado a la Comunidad Internacional a que se mantenga vigilante para que en cumplimiento del Acuerdo Tegucigalpa/San Jose, el Congreso Nacional proceda a la inmediata restitución del Presidente Constitucional José Manuel Zelaya Rosales, única vía para el retorno al Orden Constitucional, el pleno respeto de los Derechos Humanos y de las Garantías Constitucionales, y el respeto irrestricto al Derecho Internacional. Solo entonces podremos alcanzar la reincorporación de Honduras en el concierto de las Naciones, el levantamiento de las sanciones impuestas al régimen de facto y el reconocimiento al próximo proceso electoral, el que deberá desarrollarse en un entorno de legalidad, legitimidad e igualdad de oportunidades

Tegucigalpa, M.D.C., el 2 de noviembre de 2009,

GOBIERNO DEL PRESIDENTE CONSTITUCIONAL DE HONDURAS JOSE MANUEL ZELAYA ROSALES

La risoluzione della crisi in Honduras: accordo tra Micheletti e Zelaya

3678566024_5d2ce12aecFoto: http://www.flickr.com/photos/giggey/

LA RESOLUCION DE LA CRISIS EN HONDURAS: HAY ACUERDO ENTRE MICHELETTI Y ZELAYA     di Fabrizio Lorusso –  29 de octubre de 2009

29 ottobre 2009

Dopo oltre 4 mesi di colpo di Stato in Honduras e un mese di negoziazioni dirette tra il capo di Stato deposto, Manuel Zelaya, e il presidente ad interim golpista Roberto Micheletti, s’è trovato un accordo per la risoluzione della crisi politica.

Zelaya, ospite forzato dell’ambasciata brasiliana sotto assedio dal 21 settembre scorso, s’è dichiarato soddisfatto di questo accordo che prevede che sarà il parlamento honduregno a decidere se lui potrà tornare al potere e non la Corte Suprema di Giustizia che è un organo più ostile al ritorno di Zelaya.

La possibilità che il parlamento voti in favore del presidente deposto sono molto più alte e aprono la strada al ritorno alla normalità dopo vari mesi di scacco diplomatico e violenze politiche e sociali in tutto il paese. Sono state infatti segnalate e comprovate almeno 79 violazioni gravi dei diritti umani tra cui omicidi, sparizioni, arresti e abusi di potere da parte dell’esercito honduregno e delle autorità impegnate nel mantenimento dell’ordine post golpe.

Si stabilisce anche la nascita di un governo basato su larghe intese ma con tutti poteri che gli erano attribuiti prima del colpo di Stato del 28 giugno e che traghetterà il popolo dell’Honduras alle elezioni presidenziali e legislative del 29 novembre prossimo. La proposta finale di Micheletti e la chiusura del dialogo sono state “favorite”, anzi spinte fortemente (!), dalla presenza di una delegazione di Washington a Tegucigalpa guidata da Thomas Shannon, segretario di stato americano per l’emisfero occidentale, e dai rinnovati sforzi di conciliazione della OAS (Organization of American States).

Il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato in Honduras vede così allontanarsi la possibilità di convocazione di un’assemblea costituente che modifichi la Carta Magna che era uno dei due punti principale dell’agenda dei sostenitori di Zelaya. In questo modo l’oligarchia ottiene il mantenimento dello status quo per un mese in più fino alle elezioni di fine mese.

Per capire il golpe in Honduras. Tutta la storia della crisi.

TELEVICERDOS

di Fabrizio Lorusso

24 marzo 2009 – Quadro generale e origini della crisi

Il presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, chiamato Mel dai suoi simpatizzanti, convoca un referendum consultivo non vincolante per conoscere l’opinione dei cittadini sulla sua proposta, rimasta lettera morta in parlamento, di eleggere i membri di un’Assemblea Costituente per riformare la Carta Magna. Mel Zelaya è all’ultimo anno del suo mandato quadriennale e le elezioni presidenziali sono previste per il 29 novembre 2009.
Il partito di maggioranza relativa PLH (Partido Liberal de Honduras) da cui proviene lo stesso Zelaya inizia ad osteggiare l’operato del suo governo, già contrapposto alla potente COHEP (la Confindustria dell’Honduras) in seguito all’aumento del 60% del salario minimo dei lavoratori decretato nel gennaio 2009.

24 giugno – Il parlamento e l’esercito contro il presidente

Il parlamento approva una legge ad hoc che regola i referendum e li proibisce nei 180 giorni precedenti e successivi alle elezioni. Zelaya insiste con la sua iniziativa di consultazione popolare e destituisce il capo dell’esercito, il generale Romeo Vasquez, che si era rifiutato di gestire le operazioni relative al referendum.

La giustizia honduregna dichiara illegittima la destituzione del generale Vasquez mentre l’esercito occupa le strade della capitale per frenare i sostenitori di Zelaya e il Tribunale Elettorale dichiara illegale il referendum da lui promosso. L’impasse istituzionale è gravissima e il conflitto tra poteri prefigura una conclusione violenta con l’intervento dei militari.

La cupola del PLH e le elite imprenditoriali temevano che un’eventuale vittoria della proposta di Zelaya d’istituire una Costituente avrebbe condotto a una crisi politica e istituzionale che avrebbe rafforzato il Presidente uscente favorendo una sua rielezione, possibilità proibita dalla attuale Costituzione ma eventualmente includibile in quella nuova.

Zelaya non ha mai dichiarato d’essere interessato a modificare la Costituzione per inserire la possibilità di rielezione del Presidente e quindi gli accostamenti con il mandatario venezuelano Hugo Chavez sono in tal senso fuorvianti. “Lo hanno deposto perché voleva fare come Chavez e fare il socialismo” si sentiva dire. Affermazioni e basta. Poi c’è da discutere cosa voglia dire esattamente “fare come Chavez” in un caso così diverso come quello honduregno.

Il posizionamento di Zelaya e il contesto latino americano

L’unico dato certo è che Zelaya sul piano interno s’è progressivamente allontanato dalla linea del PLH, formazione elitaria e conservatrice che si spaccia come socialdemocratica, e in politica estera s’è invece avvicinato all’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), integrata da Nicaragua, Bolivia, Cuba, Ecuador, Honduras e Venezuela e creata dal presidente Hugo Chavez ufficialmente per avviare un progetto d’integrazione regionale differente che combatta la povertà e l’esclusione sociale in America Latina. Altre finalità neanche troppo latenti sono porre un freno all’egemonia degli USA e dell’ormai spento progetto dell’ALCA (Area Libero Commercio delle Americhe) nella regione e favorire un piano d’integrazione energetica, ideologica e militare sotto l’egida venezuelana e con una eventuale partecipazione o accondiscendenza da parte del Brasile.

Possiamo definire i paesi dell’ALBA come gli elementi forse più radicali nel panorama latino americano e nel contesto dell’ascesa dei governi progressisti nel continente negli ultimi 10 anni. Mantenendo le dovute precauzioni e considerando le forti differenze nazionali, possiamo dire che alcuni governi come quello di Lula in Brasile, Lugo in Paraguay, Kirchner in Argentina, Bachelet in Cile, Vazquez in Uruguay, Garcia in Perù, emanati dall’area progressista e da partiti che erano abituati a stare all’opposizione, rappresentano invece un ala più moderata negli equilibri geopolitici regionali.

28 giugno – Colpo di Stato in Honduras

Elementi dell’esercito dell’Honduras arrestano il Presidente Manuel Zelaya in casa sua e lo deportano in Costa Rica. Il presidente del Parlamento, Roberto Micheletti, lo sostituisce e giura come presidente della repubblica ad interim.

29 giugno e seguenti – Ripudio internazionale e intransigenza interna

I paesi dell’ALBA ritirano i loro ambasciatorid a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras e l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) approva una risoluzione che chiede il ritorno “immediato e senza condizioni” del presidente Zelaya. La OAS (Organizzazione Stati Americani) dà un ultimatum analogo al governo ad interim dell’Honduras, pena la sospensione dall’organismo che poi avviene il 5 luglio. Anche i paesi dell’Unione Europea ritirano il loro ambasciatori. Un decreto presidenziale restringe le libertà individuali.

Intanto in Italia l’informazione vergognosamente diffusa dal TG nazionale Studio Aperto fa sì che per milioni di spettatori le origini bergamasche del golpista Micheletti, definito come “il nuovo presidente dell’Honduras”, assurgano a Notizia rilevante su quanto succede in una banana repubblic qualunque, così difficile da collocare sulla cartina geografica. Ecco il video e alcuni commenti in merito: https://lamericalatina.net/2009/08/14/la-mala-informazione-sullhonduras-in-italia-appello-pubblico-e-aggiornamento-situazione/

5 luglio e seguenti – Timido sostegno USA e primo tentativo di rientro in patria

Il presidente Zelaya, ottenuto un primo riconoscimento internazionale dal presidente USA Barack Obama, cerca di ritornare per via aerea a Tegucigalpa, ma l’atterraggio nell’aeroporto Toncontin gli è impedito dalle forze militari. I suoi sostenitori si battono strenuamente nei pressi dello scalo aereo e sulle piste di atterraggio.

Dopo le riunioni di Zelaya con la segretaria di Stato americana Hillary Clinton, cominciano i negoziati tra il presidente e i golpisti con la mediazione di Oscar Arias, presidente della Costa Rica ed ex premio Nobel per la pace. Ciononostante non si raggiunge nessun accordo. La UE sospende 90 milioni di dollari di aiuti all’Honduras mentre gli USA ancora tentennano nel decidere ritorsioni e persino nel definire “golpista” il regime instaurato da Micheletti e colleghi.

L’ipotesi che gli ambienti repubblicani neoconservatori e alcune lobby americane di “clintoniani” e di imprese multinazionali presenti in Honduras fossero propensi a riconoscere l’usurpatore Micheletti, spalleggiato dal generale Vasquez, e ritardassero le misure punitive contro il nuovo regime ha preso piede data l’ambiguità iniziale dell’amministrazione Obama. Secondo alcuni settori il colpo di Stato, che contro ogni evidenza non si vuole riconoscere come un vero e proprio golpe, sarebbe il male minore dinnanzi alla penetrazione di Chavez e del socialismo del secolo XXI in America Latina.

24 luglio e seguenti – Secondo tentativo di rientro

Zelaya fa una breve incursione in territorio honduregno dalla frontiera col Nicaragua e incita il popolo all’insurrezione contro Micheletti. Il dipartimento di Stato degli USA revoca quattro visti diplomatici a dei funzionari del governo honduregno ad interim.

12 agosto – Internazionalizzazione della crisi

Zelaya si riunisce col presidente brasiliano Lula da Silva e il governo di Micheletti in Honduras ristabilisce il coprifuoco a Tegucigalpa.

22 agosto fino a fine mese – I diritti umani e la nuova intransigenza interna

Una relazione della Commissione Interamericana per i Diritti Umani sostiene l’esistenza in Honduras “di un uso sproporzionato della forza pubblica, di arresti arbitrari e controllo dell’informazione realizzato per limitare la partecipazione politica di un settore della cittadinanza”. Non è altro che una conferma di quanto stavano da settimane denunciando le associazioni per la difesa dei diritti umani honduregne, i sindacati e le organizzazioni del Fronte Nazionale dei resistenza contro il Colpo di Stato che chiedeva e continua a chiedere la restituzione di Zelaya alla presidenza e, alzando la posta, anche l’elezione di un’Assemblea Costituente. La Corte Suprema di Giustizia e altri organi dello Stato si pronunciano contro tali richieste e rigettano il piano di riconciliazione di Oscar Arias e i tentativi di Miguel Insulza, segretario generale della OAS.

Come se niente fosse, nel mezzo delle proteste comincia la campagna elettorale regolare per le votazioni del 29 novembre. Il colpo di Stato e le proteste che ogni giorno si susseguono in tutto l’Honduras hanno provocato numerose sparizioni, morti e violazioni gravi che sono ancora difficili da quantificare, ma le testimonianze dirette non hanno bisogno di commenti.

4 settembre – Nuove sanzioni USA e dell’FMI (Fondo Monetario Internazionale)

L’FMI blocca un prestito di 163 milioni di dollari in favore dell’Honduras e gli USA sospendono tutti gli aiuti economici in favore del paese centroamericano. Annunciano anche ufficialmente che non riconosceranno il governo che uscirà dalle elezioni di novembre se non si rispetterà il diritto al ritorno di Zelaya al potere nel suo paese.

21 settembre – Il ritorno di Manuel Zelaya in Honduras e il gioco del Brasile

Manuel Zelaya fa ritorno in Honduras durante una missione segreta e si rifugia nell’ambasciata brasiliana che viene subito circondata da polizia e militari che soffocano nel sangue le manifestazioni pro Zelaya con un saldo di 5 morti. La scelta dell’ambasciata brasiliana è significativa dal punto di vista politico visto che il Brasile risulta essere decisivo per tutti gli equilibri dell’America Latina e da potenza regionale aspira a convertirsi in un riferimento continentale e mondiale.

Il simbolico e mediatico apogeo del gigante sudamericano sulla scena mondiale grazie alle assegnazioni delle olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro e dei mondiali di calcio del 2014, s’accompagna anche ad alcuni dati oggettivi come la sua autosufficienza energetica, il limitato impatto della crisi mondiale sulle sue prospettive economiche, i buoni e costanti risultati nella riduzione della povertà e la scoperta di importanti giacimenti che secondo le stime faranno presto del Brasile la quinta potenza petrolifera mondiale.

LEATLE CEASER

Gli ultimi sviluppi della crisi honduregna in ottobre

Il governo di Roberto Micheletti, ormai privo di supporti esterni e in crisi sul fronte interno, ha decretato il 27 settembre la restrizione di tutte le garanzie individuali per 45 giorni e continua a rifiutare il dialogo con Zelaya e con le delegazioni della OAS in visita in Honduras. Come conseguenza sono state silenziate e occupate militarmente le strutture di Radio Globo e del Canale 36, mezzi informativi d’opposizione da 4 mesi sotto tiro. In seguito alle crescenti proteste del popolo honduregno e della comunità internazionale lo stato d’eccezione viene revocato il 7 ottobre.

Malgrado tutto la posizione ufficiale dei golpisti è inflessibile come lo è stata negli ultimi 4 mesi: Zelaya, nell’ambasciata brasiliana, non potrà ritornare al potere e dovrà anzi consegnarsi alla giustizia honduregna per essere processato e giudicato. Inoltre Micheletti ha dato un ultimatum al Brasile affinché definisca lo status di Zelaya anche se Lula ha dichiarato di non accettare nessun ultimatum da parte di un governo non riconosciuto. Insomma nessuno cede e continua lo stallo imposto dai golpisti, probabilmente per prendere tempo e arrivare alle elezioni sperando in un riconoscimento successivo. In questi giorni un’altra delegazione dell’OAS riproverà ad attivare i dialoghi tra le parti. Dal canto suo Zelaya richiede di tornare in carica comepresidente entro il 15 ottobre.

Secondo i dati del Comitato dei Familiari dei Detenuti e Desaparecidos in Honduras (COFADEH), sarebbero 17 le persone morte a causa della violenza scatenata dalle forze repressive dopo il 28 giugno. Si contano centinaia di feriti e quasi un centinaio di cittadini sono sotto accusa per sedizione in quanto hanno difeso l’ordine costituzionale interrotto dal colpo di stato.

Il Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato In Honduras, ha convocato il Primo Incontro Internazionalista Contro Il Colpo Di Stato e Per L’Assemblea Nazionale Costituente In Honduras he si realizzerà nei giorni 8, 9 e 10 Ottobre 2009 ella città di Tegucigalpa, Honduras, Centro America.

Le autorità ad interim dell’Honduras hanno ribadito la loro volontà di repressione e controllo con un nuovo decreto che prevede la chiusura di qualunque mezzo di comunicazione se il contenuto da essi diffuso mette in pericolo la “sicurezza nazionale”, concetto palesemente discrezionale.Da martedì 13 ottobre è attesa la ripresa del dialogo dopo lo stop di venerdì 9. I dialoghi di questa settimana sembrano avanzare nella direzione tracciata dal piano del presidente Arias della Costa Rica e per mercoledì 14 ci si attende una svolta con la possibile restituzione di Zelaya alla presidenza.

CONTINUA…

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INFORMAZIONE SEMPRE AGGIORNATA:

In italiano
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GOVERNO LEGITTIMO DELL’HONDURAS:
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GALLERIA FOTO REPRESSIONE
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http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/10/fotos-resistencia-dias-95-y-96-g.html
http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/09/fotos-91-dias-de-resistencia-en-una.html


ARTICOLO RIPORTATO DA:

http://www.carmillaonline.com/archives/2009/10/003212.html#003212

http://www.globalproject.info/it/mondi/Per-capire-il-golpe-in-Honduras-Tutta-la-storia-della-crisi/2344


Idialoghi di questa settimana sembrano avanzare nella direzione tracciata dal piano del presidente Arias della Costa Rica e per mercoledì 14 ci si attende una svolta con restituzione di Zelaya alla presidenza.

Honduras: le intimidazioni dei franchi tiratori fuori dall’ambasciata del Brasile

Foto: Franchi tiratori, militari e poliziotti di fronte all’ambasciata brasiliana

Informazioni di Fabrizio Estrada dall’Honduras:

Dobbiamo diffondere questa mail dove si vedono le immagini dell’altra sera, giovedì 8 ottobre di fronte all’ambasciata brasiliana, in cui chiaramente si chiariscono le intenzioni del governo ad interim di reprimere, aggredire, intimidare e violare la privacy di Manuel Zelaya, il presidente legittimo dell’Honduras, della sua famiglia e di tutti quelli che si trovano nell’edificio.

Verso le 9 e 30 dell’8 ottobre le forze di polizia e militari hanno fissato di fronte alla sede dell’ambasciata brasiliana una rampa idraulicache permette di salire fino all’altezza del secondo piano dell’ambasciata.

Gli appelli di Rassel Tomè da Radio Globo denunciavano la presenza di due elementi su quella piattaforma, uno della DGIC e un militare che fa rumore sfregando i suoi due fucili in direzione dell’ambasciata per intimidire le persone che vi risiedono. L’altro si occupa di far vedere la luce del puntatore del fucile che serve per mettere a fuoco il bersaglio prima di sparare.

Ormai è troppo grande l’inganno del dannato Micheletti che di giorno dice di dialogare e di notte invade la privacy e attenta contro la sovranità di un paese amico, aspettando solamente che le delegazioni diplomatiche straniere abbandonino il paese e si possa di nuovo mettere sotto torchio il presidente legittimo della Repubblica.

EN ESPAÑOL:

E-mail de Fabricio Estrada, Honduras.

(Foto: Francotiradores, militares y policías frente a la embajada de Brasil)

Amigos debemos DIFUNDIR este correo dónde se muestran las imágenes de la noche de ayer jueves 8 de octubre frente a la embajada de Brasil, donde  claramente se ve las intenciones del gobierno de facto de reprimir, agredir, intimidar y violar la privacidad de Manuel Zelaya, su familia y la de todos los que se encuentran dentro.

A eso de las 9:30 p.m. del día jueves 08 de Octubre fuerzas policiales y militares han instalado frente a la sede Brasileña una rampa hidráulica que permite elevarse a la altura de la segunda planta de la Embajada.

Tras la denuncia desde RadioGlobo por parte de Rassel Tomé que hay dos elementos en la misma plataforma, uno de la DGIC y un militar el cual hace sonar su fusil contra otro metal para intimidar a los habitantes en la Embajada.

El otro hace ver la luz del rifle que permite enfocar el blanco a disparar.

Es demasiado ya el engaño que hace el maldito Micheletti, cuando en la tarde dice que dialoga y en la noche invade la privacidad y atenta contra la soberanía de un país amigo, solo espera a que las delegaciones extranjeras abandonen el país y vuelven a reprimir al presidente de la República.

Honduras in Italia: eventi dal 12 ottobre a Milano, Torino, Brescia e Rovato

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Conferenza stampa, lunedì 12 ottobre, alle 12.00, presso la sede dell’associazione Mani Tese (http://www.manitese.it/), piazzale Gambara 7/9, Milano – M1 Gambara

A quattro mesi dal colpo di Stato, a un mese dalle finte elezioni presidenziali, dal 12 al 14 ottobre arriva nel nostro Paese una rappresentante del Frente Nacional contra el Golpe de Estado

L’Honduras non è un Paese democratico! E lo affermiamo con forza anche in Italia. Sono trascorsi tre mesi dal 28 giugno, quando il presidente honduregno José Manuel Zelaya Rosales venne prelevato da casa sua da militari incappucciati e trasportato fuori dal territorio nazionale.
La sua colpa: aver iniziato un processo di riforme e di dialogo con i movimenti sociali, che avrebbe portato i cittadini honduregni a votare una consultazione popolare per convocare una nuova assemblea costituente.

Un attacco ai privilegi di una decina di famiglie, le più ricche e conservatrici del Paese, che per questo hanno ideato e finanziato – con il sostegno dell’esercito honduregno e il tacito benestare degli Usa- il colpo di Stato del 28 giugno scorso.

L’intero Paese e tutta la regione centroamericana sono così ripiombati negli anni Settanta e Ottanta, negli anni bui di tensione propria dei regimi dittatoriali che il mondo pensava ormai facessero parte del passato dell’umanità.

Dal 12 al 14 ottobre sarà in Italia una rappresentante del Fronte nazionale contro il colpo di Stato, che riunisce tutti i cittadini honduregni democratici che dal primo giorno del golpe resistono pacificamente (con scioperi, azioni di disobbedienza civile) e manifestano per la democrazia, nonostante questa resistenza per la pace e la libertà sia già costata oltre una decina di morti, centinaia di detenzioni illegali, una grande quantità di persone picchiate, torturate e stuprate.

Betty Matamoros sará in Italia per incontrare i movimenti e le persone che sostengono la loro giusta lotta per l’autodeterminazione e democrazia dal basso. Invitiamo tutte e tutti a partecipare attivamente e a supportare le lotte dei movimenti sociali honduregni.

Programma:

Lunedì 12
h.12.00 – Milano: Conferenza stampa di presentazione
h.17.00 – Brescia: Intervista a Radio Onda d’Urto
h.21.00 – Rovato: Iniziativa al Centro Sociale 28 Maggio
Martedì 13
h. 11.30 – Torino: Dibattito in Università
h. 21.00 – Torino: iniziativa al CSOA Grabrio
Mercoledì 14
h. 10.00 – Milano: Dibattito in Università, Facoltà di Mediazione Culturale
h. 18.00 – Milano: iniziativa al CS Cantiere, a seguire aperitivo hondureño
Domenica 18
h. 20.30 – Milano: Cena hondureña di autofinanziamento al CS Cantiere

INFO: 349-80.12.538 (Mauro) 349-86.86.815 (Luca)
Ass. Italia-Nicaragua
C.I.C.A
CS Cantiere
Selvas Blog

Promuovono:
Ass. Italia-Nicaragua, Collettivo Italia-Centro America, CS Cantiere, Selvas.org
Per informazioni, adesioni o proposte:
resistehonduras@gmail.com
http://resistehondurasita.blogspot.com/
349-80.12.538 (Mauro)
349-86.86.815 (Luca)

Nuova lettera per la Chiquita Corp. in risposta alle loro giustificazioni

Nuova lettera di risposta dopo la presa di posizione di Chiquita Corp. sul boicotaggio internazionale contro l’impresa per i fatti dell’Honduras

Signor George Jaksch,

nella Sua lettera Lei cataloga come “voci totalmente prive di fondamento” le pubbliche e ripetute denunce effettuate dalle organizzazioni anti-golpiste dell’Honduras. Così come Luciana Luciani  della Chiquita-Italia le aveva apostrofate come “ridicole”.

Le parole leggere volano mentre i fatti –purtroppo- restano. E indicano in modo convergente e inequivocabile che la Chiquita, fedele alla sua opaca tradizione storica, ha sempre le mani in pasta nella vita interna dell’Honduras.

L’aumento del salario minimo del 60%, decretato dallo spodestato Presidente Zelaya, ha messo alla luce l’ostilità belligerante della Chiquita, che ha fatto quadrato con l’organizzazione padronale dell’Honduras (COEHP). La destabilizzazione del sistema democratico è stata aperta e militante, fino ad ottenere la deportazione del Presidente scelto dagli elettori.

Quando il Presidente Zelaya è stato sequestrato e deportato, quello stesso 29 giugno la COHEP ha emesso un comunicato apologetico sull’operato dei golpisti, dove preventivamente e cinicamente responsabilizzava la vittima per le azioni liberticide dei carnefici della democrazia honduregna.

La NIKE ed altre grandi multinazionali operanti nel Paese centroamericano hanno firmato un comunicato indirizzato al Dipartimento di Stato americano, in cui manifestavano la loro preoccupazione per l’interruzione violenta dell’ordine costituzionale, e prendevano le distanze dai golpisti. La Chiquita non figura tra i firmatari di quel documento, perché?

Ancor oggi, quando con la sospensione delle garanzie costituzionali e la restrizione drastica dei diritti individuali e sociali, l’Honduras risulta un vero e proprio Stato-delinquente, la Chiquita persevera sulla medesima rotta.

La compagnia che Lei rappresenta ha cambiato numerose volte i suoi connotati anagrafici nel tentativo di lasciarsi alle spalle un tenebroso passato. Non vogliamo infierire ricordando un rosario doloroso che attrasse l’attenzione di poeti e scrittori, tra i quali Pablo Neruda, Juan Gelman e Gabriel García Márquez.

Signor George Jacksh, approfittiamo della Sua disponibilità e Le chiediamo se è vero che un tribunale degli Stati Uniti ha condannato la Chiquita per aver finanziato l’organizzazione clandestina di estrema destra denominata “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC). Non a metà secolo scorso, ma quando si era già ribattezzata Chiquita.

La responsabilità sociale delle imprese e l’etica nella conduzione degli affari per definizione devono andare oltre il rispetto delle leggi nazionali e degli accordi internazionali che rappresentano semplicemente uno standard minimo operativo di partenza e non un obiettivo raggiunto da propagandare. Sul vostro sito istituzionale si dice addirittura che Chiquita “da oltre cento anni si impegna a migliorare le comunità in cui fa affari”, fatto che ci sembra quantomeno discutibile. A quali comunità si fa riferimento? A quali gruppi e interessi esattamente?

Proprio in Honduras negli ultimi anni sono continuate le denunce dei sindacati (SITRATERCO e COLSIBA) e delle ONG (BananaLink) per le violazioni di Chiquita ai diritti umani e lavorativi dei propri dipendenti come nel caso di Emelina Vásquez, molestata sessualmente da un superiore e in seguito licenziata.

Altri sindacati di settore dell’Honduras, come COSIBAH, informano che i loro membri che hanno contestato l’uso del pesticida basato sul chlorphirifos sono stati oggetto di mobbing e la compagnia ha cercato di estrometterli dalle piantagioni.

L’etica d’impresa significa a volte prendere posizione su temi riguardanti la sicurezza dei cittadini, dei lavoratori, della democrazia, dell’intorno sociale e politico e non solo del patrimonio aziendale e degli utili: la posizione di Chiquita riguardo al colpo di Stato del 28 giugno ci sembra chiara.

Lei dice che avete sottoscritto tutti i convegni nazionali ed internazionali che codificano la buona condotta e la moralità imprenditoriale.

Non deve convincere noi, bensì le forze sociali e i loro dirigenti che –solo qualche settimana fa – ribadivano che dietro il patibolare Micheletti e il club dei generali c’erano gli esponenti dell’imprenditoria nazionale e internazionale:

“ Miguel Facussé, Antonio Tavel Otero, Adolfo Facussé, Carlos Flores Facussé, Jorge Canahuaty Larach, Camilo Atala, Jorge Faraj, Rafael Ferrarí, Chucry Kafie, familia Kafati, United Brand (Chiquita Banana)”.

E’ dall’interno dell’Honduras che mettono sotto accusa la multinazionale che Lei rappresenta e difende. Sono i prossimi dirigenti della risorgente nazione centroamericana che dovreste cercare di convincere. Non noi, che li accompagniamo nella difesa dell’equità e una maggiore armonia sociale.

In America Latina soffia un vento di rinnovamento che sta spazzando i retaggi del trapassato storico. Sarebbe saggio adattarsi a questa nuova realtà ed evitare che il vento possa mutarsi in burrasca.

Comité  Internacional por el Boicot a Chiquita www.boicotchiquita.blogspot.com

VERSIONE IN SPAGNOLO – VERSION EN ESPAÑOL

Señor George Jaksch,

en su carta usted define como “rumores totalmente sin fundamento” las públicas y repetidas denuncias emprendidas por las organizaciones antigolpistas de Honduras. Así como Luciana Luciani de Chiquita-Italia las había caracterizado como “ridículas”.

Las palabras ligeras vuelan mientras que los hechos –desgraciadamente- se quedan. E indican de manera convergente e inequívoca que Chiquita, fiel a su opaca tradición histórica, siempre tiene las manos en la masa en la vida interna de Honduras.

El aumento del salario mínimo del 60%, decretado por el depuesto Presidente Zelaya, sacó a la luz la hostilidad beligerante de Chiquita, que cerró filas con la organización patronal de Honduras (COEHP). La desestabilización del sistema democrático ha sido abierta y militante, hasta obtener la deportación del Presidente escogido por los electores.

Cuando el Presidente Zelaya fue secuestrado y deportado, ese mismo 29 de junio la COHEP emitió un comunicado apologético sobre las acciones de los golpistas, donde preventiva y cínicamente responsabilizaba a la víctima por las acciones liberticidas de los carnífices de la democracia hondureña.

NIKE y otras grandes multinacionales que operan en el País centroamericano firmaron un comunicado, dirigido al Departamento de Estado estadounidense, en el cual manifestaban su preocupación por la interrupción violenta del orden constitucional, y tomaban distancia de los golpistas. Chiquita no figura entre los firmatarios de ese documento, ¿por qué?

Hasta la fecha, cuando con la suspensión de las garantías constitucionales y la restricción drástica de los derechos individuales y sociales, Honduras resulta ser un verdadero Estado-delincuente, Chiquita persevera en el mismo camino.

La compañía que usted representa ha cambiado en diversas ocasiones sus rasgos personales en el intento de dejar atrás un tenebroso pasado. No queremos ensañarnos recordándoles un rosario doloroso que llamó la atención de poetas y escritores, tales como Pablo Neruda, Juan Gelman y Gabriel García Márquez.

Señor George Jacksh, aprovechamos su disponibilidad y le preguntamos si es cierto que un tribunal de Estados Unidos condenó a Chiquita por haber financiado la organización clandestina de extrema derecha denominada “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC). No a mediados del siglo pasado, sino cuando ya se había rebautizado como Chiquita.

La responsabilidad social de las empresas y la ética en el manejo de los negocios por definición deben ir más allá del respeto de las leyes nacionales y de los acuerdos internacionales, que representan simplemente un estándar mínimo operativo de partida y no un objetivo alcanzado que pregonar. En su sitio institucional hasta se dice que Chiquita “desde hace más de cien años se compromete en mejorar las comunidades en las que hace negocios”, hecho que nos parece por lo menos discutible. ¿A cuáles comunidades se refiere? ¿A cuáles grupos e intereses exactamente?

Justo en Honduras en los últimos años se sucedieron las denuncias de los sindicatos (SITRATERCO y COLSIBA) y de las ONG’s (BananaLink) por las violaciones de Chiquita a los derechos humanos e laborales de sus empleados, como en el caso de Emelina Vásquez, acosada sexualmente por un superior y sucesivamente despedida.

Otros sindicatos de sector de Honduras, como COSIBAH, informan que sus afiliados que han contestado el uso del pesticida basado en chlorphirifos han sido objeto de mobbing y la compañía intentó expulsarlos de los plantíos.

La ética empresarial significa a veces tomar posición en temas que conciernen la seguridad de los ciudadanos, de los trabajadores, de la democracia, del entorno social y político y no sólo del patrimonio empresarial y de las utilidades: la posición de Chiquita ante el golpe de Estado del 28 de junio nos parece clara.

Usted dice que suscribieron todas las convenciones nacionales e internacionales que codifican la buena conducta y la moralidad empresarial.

No debe convencernos a nosotros, sino a las fuerzas sociales y sus dirigentes que –sólo hasta hace algunas semanas- repetían que tras el patibulario Micheletti y el club los generales estaban los exponentes del empresariado nacional e internacional:

“Miguel Facussé, Antonio Tavel Otero, Adolfo Facussé, Carlos Flores Facussé, Jorge Canahuaty Larach, Camilo Atala, Jorge Faraj, Rafael Ferrarí, Chucry Kafie, familia Kafati, United Brand (Chiquita Banana)”.

Es desde el interior de Honduras donde ponen bajo acusación la multinacional que usted representa y defiende. Son los próximos dirigentes de la renaciente nación centroamericana a quienes deberían intentar convencer. No a nosotros, que los acompañamos en la defensa de la equidad y una mayor armonía social.

En América Latina sopla un viento de renovación que está barriendo los legados del pretérito histórico. Sería sabio adaptarse a esta nueva realidad y evitar que el viento pueda convertirse en tempestad.

Comité  Internacional por el Boicot a Chiquita

www.boicotchiquita.blogspot.com

La risposta di Chiquita ® al boicotaggio invocato per i fatti dell’Honduras

Anversa, a 23 de septiembre de 2009

A la atención del Comité Internacional por el Boicot a Chiquita

Estimados señores:

Vi scrivo in risposta all’articolo pubblicato su http://www.boicotchiquita.blogspot.com/ che riporta le voci – totalmente prive di fondamento – circa un ruolo di Chiquita nei recenti sconvolgimenti politici in Honduras. Voglio essere chiaro e diretto: Chiquita non ha avuto alcun ruolo in questi eventi.

Il rispetto per le leggi locali, per le istituzioni e per le comunità costituisce il fondamento della nostra politica di responsabilità sociale. È una parte essenziale del nostro impegno nell’applicazione dei più alti standard legali, etici, ambientali e sociali. Le posso assicurare che intendiamo tenere fede pienamente e consistentemente a questo impegno, e che abbiamo seguito questa linea di principio anche in occasione dei recenti conflitti politici in Honduras.

Nel corso degli ultimi due mesi, siamo stati a stretto contatto con i nostri dipendenti in Honduras, con i vertici del sindacato locale SITRATERCO e con IUF presso i quali abbiamo chiarito la nostra politica di non intervento nelle locali dispute politiche.

Chiquita è stata la prima multinazionale – tuttora, l’unica americana – ad aver siglato nel 2001 un accordo quadro con IUF (International Union of Foodworkers) e con COLSIBA (Coordinadora de Sindicatos Bananeros), che garantisce a tutti i dipendenti nelle piantagioni di banane il rispetto delle Convenzioni Internazionali dell’ ILO. Dal 2004, inoltre, tutte le divisioni agricole di proprietà in America Latina sono certificate Sa8000, lo standard volontario di riferimento in materia di lavoro che si basa sulle convenzioni dell’ILO (International Labor Organization), la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.

Non esitate a contattarci per qualsiasi ulteriore chiarimento.

Cordiali saluti

George Jaksch
Senior Director Corporate Responsibility and Public Affairs
Chiquita Brands International

VERSIONE IN SPAGNOLO – EN ESPAÑOL

Anversa, a 23 de septiembre de 2009

A la atención del Comité Internacional por el Boicot a Chiquita

Estimados señores:

Les escribo en respuesta al artículo publicado en www.boicotchiquita.blogspot.com que cita rumores – totalmente sin fundamentos – acerca del papel de Chiquita en los recientes desórdenes políticos en Honduras. Quiero ser claro y directo: Chiquita no ha tenido ningún papel en estos acontecimientos.

El respeto por las leyes locales, por las instituciones y por las comunidades constituye el fundamento de nuestra política de responsabilidad social. Es una parte esencial de nuestro compromiso en la aplicación de los más altos estándares legales, éticos, ambientales y sociales. Les puedo asegurar que pretendemos tener fe plena y consistentemente a este compromiso, y que hemos seguido esta línea de principio también en ocasión de los recientes conflictos políticos en Honduras.

Durante los últimos dos mesese hemos estado en estrecho contacto con nuestros empleados en Honduras, con los vértices del sindicato local SITRATERCO y con IUF, con los cuales hemos aclarado nuestra política de no intervención en las locales disputas políticas.

Chiquita ha sido la primera multinacional – hasta ahora la única estadounidense – que suscribió en 2001 un acuerdo cuadro con IUF (International Union of Foodworkers) e con COLSIBA (Coordinadora de Sindicatos Bananeros), que garantiza a todos los trabajadores en las plantaciones de plátano el respeto de las Convenciones Internacionales del ILO. Asimismo, desde 2004, todas las divisiones agrícolas de propriedad en América Latina han sido certificada según Sa8000, el estándar voluntario de referencia en materia labora, que se basa en las convenciones de la ILO (International Labor Organization), la Declaración Universal de los Derechos Humanos y la Declaración de las Naciones Unidas sobre Derechos de los Niños.

No duden en contactarnos para cualquier otra aclaración.

Atentamente,

George Jaksch
Senior Director Corporate Responsibility and Public Affairs
Chiquita Brands International

Notti di terrore in Honduras. Una testimonianza diretta.

Noches de Terror en Honduras

NOTTI DI TERRORE IN HONDURAS. IL RACCONTO DI ANGEL PALACIO

En las noches de Honduras impera el terror. La dictadura ha convertido a Honduras en una inmensa cárcel donde las noches son aprovechadas por jaurías de policías y militares que allanan, torturan y saquean.

LA DITTATURA HA CONVERTITO L’HONDURAS IN UN CARCERE IMMENSO DOVE SQUADRE DI POLIZIOTTI E MILITARI APPROFITTANO DELLA NOTTE PER PERQUISIRE, TORTURARE E SACCHEGGIARE.
Relato de Angel Palacios
De noche en Honduras lo que recorre las calles es el terror con botas, cascos y uniformes. Vehículos con militares y policías encapuchados patrullan las calles en las noches disparando contra los barrios y casas.
Salen a toda velocidad de las comisarías para regresar al poco tiempo con las camionetas repletas de ciudadanos golpeados, humillados, sangrantes…
La noche con toque de queda es el escenario preferido por los sabuesos. El toque de queda, sin garantías constitucionales, sin cámaras de televisión, ni multitudes en las calles, es el momento que aprovechan los perros de la dictadura para sembrar el terror. Anoche pudimos recorrer varios barrios (colonias) y esto fué lo que vimos:
Nos avisan que en una de las escaleras de un barrio un comando policial llegó de forma intempestiva y van a allanar una vivienda. Se trata de la casa de una pintora muy conocida en el vecindario.
Al doblar de una escalera 8 policías como gatos en la oscuridad rodean la casa. La casa está pintada de rosado y tiene un grafitti contra el golpe en la fachada. Los policías golpeaban la puerta con palos. Rompen los vidrios de la ventana. Uno de los policías con una bomba lacrimógena en mano calcula el ángulo para lanzarla adentro de la casa. El vehículo identificado como Policía Nacional los espera en la parte de abajo de las escaleras. El policía que conduce, da la
voz de alerta de que un grupo de periodistas los estamos grabando.
El jefe de la operación (Sub-comisario García) nos tapa el lente de una de las cámaras. Otros se tapan el nombre cosido en su chaleco. Hay vecinos que abren sus puertas y ventanas confiados en la presencia de la prensa internacional y les gritan, los denuncian. Los policías tratan de replegarse. El policía identificado como García se justifica argumentando que él vive en ese vecindario y que no soportaba que su vecina hubiese pintado en la fachada: “GOLPISTAS: EL MUNDO LOS CONDENA”, “VIVA MEL”.
Ese fue el argumento del funcionario para desatar el terror contra una humilde mujer. Miembros de organizaciones de Derechos Humanos y del Frente de Abogados contra el Golpe se hacen presentes y los policías huyen acosados por la denuncia. La mujer, que temerosa al fin abrió la puerta, también salió del barrio. Fue a dormir a un lugar seguro, ante la amenaza de que volviesen a por ella más tarde.
Un joven como de 20 años camina por una calle oscura en plena noche. Tiene el rostro bañado en sangre y una herida en la frente de unos 5 centímetros. Va descalzo. Nos explica: estaba en la puerta de su casa cuando una camioneta de la policía apareció en su calle y sin mediar palabra se bajaron y le golpearon entre varios. Lo tiraron encima de la camioneta y arrancaron con él. Mientras daban vueltas y lo pateaban, le revisaron los bolsillos despojándolo de un celular y de su reloj. Seguía tirado en el piso de la camioneta mientras escuchaba a los policías discutiendo sobre quién se quedaba con el reloj y quién con el celular. Lo dejaron botado lejos de su casa. El joven no quiso hacer la denuncia. No quería más “clavo” con la policía, estaba aterrorizado. Sólo pedía que lo lleváramos a su casa.
Otro joven es detenido en la esquina de su barrio. Antes de montarlo en la camioneta, cuatro policías le dan una paliza. Luego le vacían un pote de pintura en spray en la cara. El joven respira con dificultad. Nos cuenta en el hospital mientras le limpian la pintura de los ojos inflamados por los golpes que uno de los policías le decía mientras lo golpeaba: “¿No sos de la resistencia? Pues resiste!”
En un puente hay una alcabala. Nos detienen y entablamos conversación con los policías sobre cualquier tema para poder seguir. Un vehículo que pasa por allí se da cuenta de la alcabala y retrocede lentamente. Uno de los policías que nos dió el alto, mira al carro retrocediendo y nos invita divertido a ver lo que va a pasar, pero obligándonos a tener las cámaras apagadas. Bajo el puente, por la calle que tomó el carro que trató de evitar la alcabala, hay un grupo de policias cazando a los que traten de evadirse.
Lo detienen. Desde arriba del puente no se ve bien pero se escucha… se escucha la puerta que se abre… se escucha la rabia y los insultos de los policías, los golpes contra el carro… se escuchan otros golpes y los gritos del conductor. No escuchamos más. El carro siguió al rato.
Se escuchan disparos en una avenida que va paralela a un barrio popular. Una camioneta llena de policías es la que dispara en la noche, a ciegas contra las casas del barrio. Van despacio. Nada los amenaza. Disparan una y otra vez. Ni siquiera apuntan. Sólo siembran el terror a su paso.
En una comisaría a medianoche, los miembros de organizaciones de derechos humanos, abogados y prensa internacional preguntan por los detenidos, que acabamos de ver que bajaron de una patrulla pick-up (eran como 10).
Sarcásticamente, el oficial nos dice que allí no tienen a nadie preso. Pero los presos gritan que son de la resistencia. Gritan sus nombres. El oficial sigue negando lo que es evidente. La insistencia de los abogados y de los defensores de los derechos humanos logra que suelten a la mitad de los detenidos y que un médico venga a esa hora a constatar el estado físico del resto. Todos golpeados, sangrando. En la mañana los abogados de la resistencia lograron que los soltaran.
En otra comisaría, tras un portón negro, se escuchan las voces de al menos una veintena de personas recitando sus nombres. Afuera unas cuantas madres y esposas tratan de establecer contacto con su familiar, tratan de reconocerles la voz. Los uniformados ríen ante la escena. Se acercan y golpean contra el portón… …y contra los familiares.
En otro barrio, en las alturas de Tegucigalpa, alrededor de 40 uniformados, entre policías y militares, avanzan apuntando fusiles de guerra hacia las casas. Cuando se pregunta quien es el comandante de esa operación todos los uniformados nos señalan a un militar. Este dice que es una operación de rutina, porque el “gobierno no va a seguir permitiendo desordenes” y que “lo que pase a esa hora no es su responsabilidad porque hay toque de queda”. Las credenciales de prensa internacional y de organizaciones humanitarias logran difícilmente abrirnos paso y continuar. Los uniformados se alejan. Las luces
de las casas en el barrio se van encendiendo a medida que el escuadrón del terror se aleja. Nadie sale, pero se escuchan gritos: “Asesinos”, “Urge Mel”, “Viva la Resistencia “.
Estos son apenas algunos casos de los que pudimos ver en una noche. Todos los días ocurre lo mismo. No se sabe cuantos detenidos hay cada noche. No se sabe cuantos cuerpos son rotos, maltratados, humillados en las noches de Honduras. No se sabe cuantas mujeres son violadas. No se sabe los nombres, las edades, no se conocen los testimonios. .. porque para eso son los toques de queda. Para que la jauría de asesinos que sostienen esta dictadura siembren el terror sin que trascienda a los medios y para que las víctimas se inmovilicen y no hagan la denuncia.
En las noches de Honduras, no brillan las estrellas. Sólo las luces de las patrullas y la sangre de los que caen en manos de la jauría uniformada.
Botas y más botas en las calles, en las espaldas, en los rostros de los hondureños. Y a pesar del terror que siembra cada noche la dictadura, no hay miedo. La resistencia continúa.
Cuando sale el sol, hay marchas, tomas de calles, movilizaciones pacíficas pero desafiantes y contundentes. Los que se curan de las heridas quizás no los veamos durante algunos días en las protestas, pero la voz se corre y la indignación por lo que está pasando hoy en Honduras hace que muchos más se incorporen. 90 días de resistencia. Cuerpos contra balas. Los organismos de derechos humanos dan cuenta de más de 600 detenidos de los que se tiene conocimiento. Pero muchos son detenidos y torturados en la noche y no denuncian por miedo. Honduras necesita que el mundo reaccione más rápidamente ante la terrible violación a los derechos humanos que está ocurriendo. La diplomacia no basta. Es urgente que el mundo actúe, aquí en Honduras y ahora.
PD: Las organizaciones de derechos humanos y abogados solidarios hacen una labor incansable por atender a las victimas, por acompañar las denuncias, por llevar registros. Pero no tienen recursos. No cuentan con lo mínimo. No tienen como llenar el tanque de gasolina para trasladarse a los lugares, no tienen saldo en los teléfonos para hacer las llamadas necesarias. Y aun así hacen magia para defender los derechos de sus compatriotas. Llevan 90 días haciendo magia y es mucho lo que logran. La sede de Cofadeh está llena a toda hora de gente que va a denunciar los atropellos vividos, y llena también de gente que va a apoyar su labor. Muchos y muchas dirigentes de estas organizaciones de derechos humanos han sido perseguidos, encarcelados para tratar de acallarlos. A pesar de las dificultades siguen siendo el único lugar a donde acudir para buscar refugio ante la represión. Es Urgente la solidaridad pueblo a pueblo, que los organismos de derechos humanos de otros países, los comités de solidaridad se pongan en contacto con ellos y los apoyen, divulgen sus denuncias, envíen apoyo a esas organizaciones que en Honduras luchan contra el Terror de la Dictadura.