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di Alberto Prunetti da Carmilla
Fabrizio Lorusso, Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Bologna, Odoya, 2015, pp. 414, euro 20
Un libro di “cronache”, termine che in Messico indica un preciso genere di giornalismo ibrido e narrativo che nel racconto delle tragiche vicende dei narcos ha dato i suoi frutti migliori. Lorusso lo incarna con una forte precisione e abbondanza di dettagli, descrivendo non solo il Messico dei narcos ma tutto quello che attorno al narco-sistema gira o che a quello stesso sistema si oppone. Quindi da un lato corruzione, traffico di armi, terrorismo della violenza usato come forma di controllo sociale, femminicidi e sfruttamento; dall’altro i movimenti indigeni, gli zapatisti, le forme di resistenza civile, la lotta dei familiari dei desaparecidos. A proposito di desaparecidos, pare che il Messico abbia ormai quasi raggiunto la cifra di scomparsi dell’ultima dittatura militare argentina, solo che a quanto pare c’è al potere una democrazia. O una narcodemocrazia. Dove per “narco” bisogna intendere l’intreccio tra racket criminale, politica istituzionale e sfruttamento ipercapitalista degli oppressi: la droga è solo una merce tra tante. Quello di Lorusso è un libro fondamentale per la comprensione del Messico contemporaneo e di quelle dinamiche, tutt’altro che messicane, che fanno girare il capitalismo oltre i confini, sempre precari, tra legalità e illegalità.Roberto Arlt, Una domenica pomeriggio, Roma, Sur, 2015, pp. 60, euro 7, traduzione di Raul Schenardi
Negli ultimi mesi sono state pubblicate in traduzione italiana alcune opere di Arlt che oggi chiameremo reportage narrativi. Questa selezione di tre racconti ci riporta invece ai registri delle opere di narrativa più famose dello scrittore portegno. Il gobbetto risuona delle atmosfere inquietanti de I lanciafiamme, mentre Le belve riporta nell’universo di finzione di Arlt lo sguardo in soggettiva delle sue Acqueforti portegne. E’ questo il libro che dell’ultima uscita di Sur ho più apprezzato, perché è riuscito a portarmi a cavallo delle due linee di scrittura di Arlt (quella del romanziere e quella del giornalista di reportage narrativi). Sempre sul lato dei racconti, genere che da noi meriterebbe migliore fortuna, segnalo un’altra uscita di Sur, una raccolta di racconti del messicano José Emilio Pacheco (Il principio del piacere, Roma, Sur, 2015, pp. 139, euro 14, traduzione di Raul Schenardi), contrassegnati da una dimensione di assenza o di scomparsa interpretata di volta in volta a livello sociale, sentimentale o anagrafico. L’ultimo titolo di Sur che è uscito è Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Roma, Sur, 2015, pp. 279, euro 16, traduzione di Federica Niola.Adrián Giménez Hutton, Chatwin in Patagonia, Roma, Nutrimenti, 2015, pp. 286, euro 19, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfé
Non ho mai provato troppa simpatia per Chatwin. Almeno da quando, trovandomi in Argentina, mi resi conto che tutti ne parlavano molto male e poi mi suggerivano di leggere Patagonia rebelde, un libro di Osvaldo Bayer che raccontava la vera storia della Patagonia, il libro da cui Chatwin, a detta di molti, aveva scopiazzato frettolosamente qualche appunto, rovesciando ironia da gentlemen colonialista sulle spalle già gravate degli operai patagonici fucilati dagli estancieros gringos. La cosa la raccontai qui. Questo bel libro di Gimenéz Hutton, tradotto superbamente da Magliani e Marfé, è da un lato narrativa di viaggio, dato che l’autore segue alla lettera i percorsi del viaggio di Chatwin, rimettendolo in corso d’opera, penna e taccuino alla mano; dall’altro è una rigorosa (e mai astiosa) operazione di fact-checking. Il risultato è sorprendente e il malumore verso Chatwin sembra segnare quasi tutti quelli che in Patagonia non possiedono un albergo che ospiti turisti europei.
Judith Godiol e Hernán Invernizzi, Golpe ai libri. La repressione della cultura durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983), Roma, Nova Delphi, 2015, pp. 367, euro 19, traduzione di Francesca Casafina
All’inizio sembrava un’indagine per addetti ai lavori e poi si è trasformato in un libro che considero fondamentale per la comprensione di alcuni aspetti di controllo culturale operati dalla dittatura di Videla e soci. Chiunque sia interessato alla storia dell’Argentina e in particolare alle vicende della dittatura militare, non può fare a meno di comprare questo libro. Conoscevo già la repressione contro gli scrittori di sinistra (da Walsh a Bayer a Uroldo a decine di altri casi) ma non immaginavo con che mano pesante fosse stata colpita dalla dittatura la letteratura scolastica o quella religiosa, ad esempio. In quest’ultimo caso, immaginavo che la mannaia fosse caduta su un piccolo gruppo di teologi della liberazione, mentre invece si è colpito su vasto raggio per disciplinare in maniera estesa e radicale ogni dimensione sociale, anche quella del clero. (Quasi un off topic. Leggevo queste pagine mentre in Veneto usciva una lista di libri per l’infanzia da mettere a censura: mi è venuto da pensare che i moderni censori leghisti non abbiano inventato nulla. A proposito, sono andato a leggermi le opere che a loro dire inciterebbero a ideologie perverse nelle fantasie dei bambini, tipo Piccolo blu e piccolo giallo: ho trovato profondità di sentimenti e apertura al mondo e alla differenza. E soprattutto relativismo culturale. Dicano la verità: son queste le cose che li spaventano).Ma ormai siamo entrati nel regno dei libri per l’infanzia.
Cerchiamo quindi altri libri per i moderni censori possano odiare (e noi amare) perché aprono a una visione del mondo plurima e non identitaria, libera da passioni tristi.Antonio Gramsci e Viola Niccolai, La volpe e il polledrino, Milano, Topipittori, 2014
Nelle sue Lettera dal carcere Gramsci ha scritto spesso ai figli Delio e Giuliano, che vivevano a migliaia di chilometri da lui, in Russia. A Delio e Giuliano raccontava alcune storie della propria infanzia e dava suggerimenti e consigli in forma di favole. Talvolta traduceva per loro delle fiabe tratte dall’opera dei fratelli Grimm, da Dickens o da Kipling, oppure anche traduceva dal russo, per se stesso, alcuni racconti per l’infanzia di Puškin, di Tolstoj o di Gor’kij. Tra le favole gramsciane, le più famose sono L’albero del riccio e La volpe e il polledrino che ovviamente, come gran parte della produzione dell’autore dei Quaderni del carcere, non sono immediatamente state pensate per la pubblicazione. Il racconto La volpe e il polledrino è stato di recente illustrato da un’illustratrice originaria del Monte Amiata, Viola Niccolai. Il libro è sorprendentemente bello. L’opera di Gramsci da noi non è più oggetto di grandi analisi mentre nel resto del mondo l’autore di Ghilarza è forse il pensatore italiano più studiato, anche se la sua opera è più interpretata che letta di prima mano. Meriterebbe in Italia una nuova riflessione critica, magari con un taglio obliquo, inedito, a partire – perché no? – dall’opera pedagogica gramsciana e dalla sua scrittura per l’infanzia. (Viola Niccolai, che aveva il nonno che teneva in camera una foto di Gramsci, è alla sua opera prima. E a quel che vedo l’aspetta il sole dell’avvenire nel mondo dell’illustrazione per un’infanzia ribelle. )Isabella Christina Felline, Libro fiore, Follonica, Ouverture, pp. 57, illustrato, euro 14,50 (illustrazioni di Elena Martini).
Mi è piaciuta molto questa raccolta di microscritture per l’infanzia. All’inizio pensavo che il titolo alludesse a una sorta di omaggio alla canzone di Endrigo/Rodari, ma qui più che il senso della logica delle connessioni naturali ho trovato una dimensione diversa. L’autrice regala ai lettori dell’infanzia una sorta di semiotica delle passioni, da quelle tristi a quelle più positive, dalla creatività alla diffidenza, dalla laboriosità all’insoddisfazione. Del resto, ci sono tanti modi per far crescere i semi e trasformarli in fiori. E i fiori prendono qualcosa della passione che governa chi si cura di loro. Brava l’autrice e belle anche le tavole dell’illustratrice Elena Martini. -
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Legalizzazione, narcoguerra messicana e il patto d’impunità – Dalla rivista on line La macchina sognante Numero 0 – Zero
Estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso, Ed. Odoya, 2015.
Nel panorama della guerra alle droghe messicana, un’offensiva militarizzata contro i narco-cartelli che dura da quasi 9 anni e ha provocato oltre 100mila morti e 26mila desaparecidos, forse qualcosa si muove, anche se molto in lontananza. Gli stati del Colorado, dell’Alaska e di Washington, come pure, più a sud, l’Uruguay, hanno regolato e legalizzato l’uso “ricreativo” della marijuana, sostanza leader nei consumi globali di stupefacenti. Infatti, lacannabis provocherebbe meno danni e meno dipendenza del tabacco o degli alcolici. Gli esperimenti di depenalizzazione e legalizzazione anche a livello di produzione e consumo ricreativo, una novità nelle Americhe, sono promissori, ma sono solo una tappa nel lungo cammino contro la “cultura” e la prassi della guerra alle droghe condotta con mano dura. Decenni di politiche in questo senso non aiutano a trovare alternative “soft”.
A Città del Messico la legalizzazione delle droghe leggere (produzione, possesso, consumo, vendita) si sarebbe dovuta concretizzare già da tempo, ma lunghi dibattiti e veti incrociati, dentro e fuori il partito di centrosinistra che amministra la capitale, il PRD (Partido Revolución Democratica), hanno fatto arenare l’iniziativa. Inoltre le discussioni sulla regolazione del consumo di alcune sostanze stupefacenti stanno lasciando fuori le altre droghe, quelle pesanti e soprattutto la bianca coca. Proprio perché è più dannosa e anelata, meriterebbe un quadro normativo che superi la criminalizzazione tout court. Nel Paese è possibile portare legalmente per consumo personale fino a 5 grammi di marijuana, 2 d’oppio e 0,5 di cocaina e si è sottoposti a trattamenti sanitari coatti dopo il terzo arresto. Sono quantità piuttosto basse e quindi una strada percorribile gradualmente verso la depenalizzazione totale può passare dal loro incremento.
Gli argomenti contrari alla depenalizzazione immediata del consumo e alla legalizzazione di produzione e vendita, tra cui spiccano quelli del professor Edgardo Buscaglia, uno dei massimi esperti internazionali in materia di sicurezza e narcotraffico, sostengono che in un contesto d’ingovernabilità e di gravi deficienze istituzionali i rischi potrebbero essere troppi. Oltre ai classici motivi ideologici di stampo proibizionista, promossi da attori trasversali allo spettro politico nazionale e internazionale e da settori conservatori della società civile, esistono in Messico ragioni più pratiche e locali per ridimensionare l’entusiasmo verso la legalizzazione. Con le loro legislazioni più aperte sull’uso, e in certi casi sulla produzione e vendita, di sostanze stupefacenti i Paesi Bassi, la Germania, la Spagna, l’Uruguay e il Portogallo si presentano come esempi di approcci pragmatici e differenti nelle politiche antidroga, ma sono molto lontani geograficamente, culturalmente e a livello istituzionale.
In terra azteca oltre la metà dei guadagni delle mafie proviene ormai da altri business, diversi dal traffico di narcotici, e quindi la legalizzazione per se le priverebbe solo di una fetta della torta criminale. Sarebbe un duro colpo, non c’è dubbio, e probabilmente compenserebbe eventuali svantaggi e comincerebbe a spezzare il circolo vizioso politico-mafioso. Se, però, la decomposizione sociale ed economica, la cattura delle istituzioni e la permeabilità dello stato e del diritto alle pressioni delinquenziali, seppur ridotte in caso che il business delle droghe passasse sotto il controllo statale, restassero robuste, a causa delle debolezze e della corruzione strutturale degli apparati pubblici e del settore privato, allora il quadro criminale interno non cambierebbe radicalmente. Per funzionare la regolazione del consumo delle droghe dovrebbe andare di pari passo con un piano di consolidamento istituzionale, con l’attacco ai patrimoni e ai business legali e illegali dei narco-cartelli, con la rottura dei patti d’impunità e della corruzione politica a tutti i livelli, con la cooperazione internazionale, soprattutto con i mercati di sbocco di droghe e capitali come l’Europa e gli Stati Uniti, e con adeguate strategie di prevenzione e riduzione del danno. Il problema è ormai globale, la sua risoluzione non può essere responsabilità di un solo Paese.
In Messico l’applicazione integrale di un piano di questo tipo significherebbe andare contro una struttura di potere che è sottintesa nell’accordo d’impunità e copertura tra i settori dominanti delle élite economiche e politiche, di cui è partecipe e s’avvantaggia la malavita messicana. La corruzione e i guadagni facili, l’evasione fiscale e la negoziazione della legge, spietata con i deboli e flessibile con i forti, sono fenomeni che hanno portato benefici ai tradizionali gruppi di potere, compresa la criminalità organizzata. In fondo è conveniente mantenere lo status quo: criminalizzare in toto le droghe e simultaneamente le altre forme di “dissidenza” o “deviazione” sociale, servendosi del medesimo impianto legale, è più facile che spezzare il consensus politico interno e quello internazionale sulla war on drugs and terrorism.
La porosità del confine tra malavita e stato, tra illegalità e legalità, s’evidenzia nella crescente confusione tra polizia e criminalità. Negli anni Settanta lo scrittore Jorge Ibargüengoitia, nei suoi articoli raccolti nel libroInstrucciones para vivir en México (Istruzioni per vivere in Messico), già affermava: «In caso ci siano problemi, non chiamare la polizia, per non avere un altro problema». Il patto di potere e impunità potrà rompersi quando i costi del suo mantenimento si saranno fatti troppo alti, quando la narcoviolenza e l’instabilità economico-sociale colpiranno le classi privilegiate, barricate in quartieri protetti e autosufficienti nelle grandi città, e non soltanto, come accaduto finora, le fasce più vulnerabili della popolazione.
Sul fronte finanziario s’è fatto poco per attaccare il cuore pulsante delle narco-finanze: in Messico mancano misure serie, e anche istituzioni adeguate per la loro applicazione, contro il riciclaggio del denaro sporco e dei proventi del narcotraffico. E così fioriscono le relazioni tra le mafie e il sistema bancario e finanziario statunitense. Nonostante gli scandali e la crisi dei mutui subprime del 2007 e la depressione del 2008-2009, il sistema s’è mantenuto a galla anche grazie alla presenza massiccia di capitali di dubbia provenienza. I narco-patrimoni sono stimati in circa il 40% del PIL annuale messicano e i narcos, cittadini di un Paese storicamente bistrattato dalla vicina superpotenza, potrebbero averla salvata proprio coi loro capitali, rimessi in circolo nel sistema o trasformati in asset di imprese legali.
All’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 venne implementata un’operazione imponente contro gli attivi finanziari di Al-Qaeda, concertata ed effettuata dagli usa e dai suoi alleati. Non è successa ancora la stessa cosa per i capitali riciclati della droga, reinvestiti in banche e migliaia di imprese legali non solo in America del Nord, ma in almeno altri 50 paesi. Il narcotraffico e la sua economia, che beneficia enormemente intermediari, grossi dealers e piccola distribuzione ma molto meno i produttori e coltivatori, paiono blindati, nonostante le droghe siano passate già vari decenni or sono a essere un problema di “sicurezza nazionale” e non solo una questione di “salute pubblica”. In molti paesi delle Americhe, ma il ragionamento vale anche per l’Unione Europea e gli Usa, alle altisonanti dichiarazioni di guerra e mano dura dei capi di stato e di governo non sono corrisposti risultati equiparabili. Gli sforzi d’intelligence e di costruzione istituzionale in Messico sono insufficienti e la strategia militare non ha reso i frutti sperati, ma ha prodotto enormi catastrofi umanitarie. Nel frattempo non sono diminuiti i flussi illeciti in uscita e i reinvestimenti delle immense narco-ricchezze generate.
La malattia della violenza ammorba la società: tra il 1992 e il 2007 il tasso d’omicidi per 100.000 abitanti era sceso costantemente da 22 a 8, ma poi è tornato a crescere, toccando quota 24 nel 2011. Nel 2012 e 2013 c’è stata una lieve diminuzione con tassi a 22 e 20, cioè 26.000 e 23.000 morti rispettiva- mente. Buona parte di questi sono connessi, secondo i dati delle procure e altre istituzioni pubbliche, alla criminalità organizzata.
Con l’avvento dell’alternanza democratica nel 2000, non è stato smantellato, ma solo frammentato e rinnovato, il regime di connivenza e corruzione, basato sul patto tra apparati dello stato (polizia, procure, governi locali, forze federali, politici di tutti i livelli), élite economiche e narcos che vigeva negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Il principale interlocutore nel Nord-Ovest era senza dubbio l’organizzazione di Guadalajara o Federación, progenitrice dell’attuale cartello di Sinaloa, referente del sistema politico e burocratico imperniato sul partito di governo che comandò in Messico per 71 anni: il PRI (Partido Revolucionario Institucional).
Nel 2000 il candidato priista Francisco Labastida fu sconfitto alle presidenziali dal candidato del partito conservatore pan (Partido Acción Nacional), Vicente Fox. Il vincitore perseverò nell’applicazione dell’agenda liberalizzatrice e aperturista dei suoi predecessori, ma applicò il laissez faire anche al mondo della criminalità organizzata che proliferò in un libero mercato criminale.
Il secondo presidente proveniente dalle file del PAN, Felipe Calderón, tra la fine del 2006 e il 2012 getta benzina sul fuoco e lancia una serie di operazioni militari dell’esercito e della marina nelle regioni più calde. Il 1° dicembre 2006 Calderón aveva formalizzato il suo insediamento nel mezzo di furiose polemiche. La crisi di legittimità si era fatta pesante per le accuse di brogli elettorali rivoltegli dall’opposizione di sinistra del PRD (Partido de la Revolución Democrática) e dal suo candidato, Andrés Manuel López Obrador (AMLO). Sconfitto alle elezioni del 2 luglio con uno scarto di solo mezzo punto percentuale sul totale, AMLO, forte del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini indignati, paralizza il centro di Città del Messico, l’elegante Avenida Reforma e la turistica Plaza de la Constitución. Il blocco dura vari mesi, è un grande momento di convivenza e resistenza civile, unico nella storia messicana. “Voto por voto, casilla por casilla” (“Voto per voto, seggio per seggio”) è il grido del suo movimento che pretende un nuovo conteggio delle schede che, però, sarà effettuato solo parzialmente. Calderón giura come presidente, ma metà Messico lo taccia di “spurio” e non lo riconosce.
Nel primo giorno di governo aumenta lo stipendio ai membri delle forze armate e della polizia federale. L’11 dicembre il presidente invia l’esercito contro i narcos nel suo stato natale, il Michoacán. È l’inizio della guerra al narcotraffico o narcoguerra. Il conflitto dura ancora oggi e nei primi sei anni ha fatto almeno 83.000 morti e tra i 22.000 e i 27.000 desaparecidos: sono cifre da guerra civile o da dittatura, l’eredità lugubre del secondo presidente del PAN.
Tra il 2006 e il 2008, 50.000 militari vengono schierati in vari stati della Repubblica messicana e la cifra sale a 130.000 nel 2009. Affianco ai soldati s’impiegano 20.000 poliziotti federali che aumentano a 35.000 nel 2011. In dieci anni, tra il 2004 e il 2013, l’organizzazione Reporter senza Frontiere conta 88 decessi e 17 desaparecidos tra i giornalisti messicani. Esternalità negative dell’autoritarismo e del conflitto armato. Alcuni giornali tendono a minimizzare e a nascondere i dati veri per paura di rappresaglie da parte delle autorità e dei narcotrafficanti. O di entrambi, in combutta. Il fenomeno del bavaglio e della censura, basato su ammazzamenti, minacce e sequestri, s’è acutizzato. Durante il primo anno di governo di Peña Nieto ci sono stati quattro morti e due desaparecidos tra i professionisti della comunicazione. Anche per questo è importante raccontare. Ci provo con reportage e storie che tentano di aprire scorci e parentesi di senso su questi anni convulsi di un Paese bellissimo e turbolento come il Messico. Con l’auspicio, forse scontato ma sincero, che la guerra e le sue ipocrisie finiscano. @FabrizioLorusso
Breve descrizione di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga di Fabrizio Lorusso – Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412
NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón. Il bilancio ad oggi è di 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.
La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida: “Giustizia!” Che lo stato ammetta le sue responsabilità. La investigazioni e le versioni offerte dalla procura sono piene di contraddizioni, si vuole circoscrivere la strage degli studenti a un contesto locale. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.
Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi e le ingiustizie contro la francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace con Giustizia e Dignità del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” del YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate. I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.
Le grida del Messico riecheggiano. Dal ¡Ya basta! zapatista del primo gennaio 1994, ai fragori di Atenco e Oaxaca, dal ¡Basta sangre! del 2010 al ¡Estamos hasta la madre! di Javier Sicilia, dal silenzio delle carovane per i migranti centroamericani, che il Messico inghiottisce per sempre, al rumore delle vittime del conflitto, dal ¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos! al ¡Fue el Estado! dei genitori e del movimento di Ayotzinapa. Le ribellioni di questi anni nel contesto della militarizzazione della guerra alle droghe, della repressione sociale e della globalizzazione tessono un filo rosso che lega i capitoli di NarcoGuerra.
Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall’urgenza dei tempi, la necessità di affrontare la complessità del mondo, cosa a cui la letteratura può dare una mano.
Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di geopolitica dell’America Latina all’università UNAM di Città del Messico, dove vive da 14 anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, END, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), i racconti per le collettanee:Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi(Agenzia X, 2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011). Collabora con vari media tra cui il quotidiano messicano La Jornada e la rivista Variopinto, Il Reportage, Radio Popolare, Global Project. E’ blogger di Huffington Post, redattore della web-zine Carmilla On Line e il suo sito è LamericaLatina.Net.
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Lampedusa, 3 0ttobre 2013: Un Documentario sui Giorni della Tragedia

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa vicinissimo al porto, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea, provocando 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti. Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. In pochi mesi veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale avrebbero fatto seguito le missioni Triton e Mos Maiorum.
Da quella data, le istituzioni ed i media con la RAI in testa, stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori. Inoltre, come ogni anno, il 3 Otobbre 2015 Lampedusa sarà teatro di una nuova commemorazione finanziata da istituzioni italiane ed europee e dalle forze militari italiane.
Come ogni anno saremo in piazza, per opporci all’ennesima passerella istituzionale che ha lo scopo di occultare i crimini europei in materia di migrazione, per denunciare la progressiva militarizzazione di Lampedusa e del Mediterraneo e per aprire le indagini per mancato soccorso per la strage del 3 ottobre 2013.
PROPONIAMO che il 03/10/2015 si organizzino delle proiezioni del film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 e che il film (on line dal giorno 03/10/2015 con sottotitoli in inglese) venga diffuso il più possibile: per chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage del 03/10/2013 e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.
SCARICA IL COMUNICATO IN PDF >> 3 Ottobre Volantino per proiezione (1) – EVENTO SU FB >> https://www.facebook.com/events/579546615517008/
Per avere il film con sottotitoli in inglese e organizzare una proiezione scrivete a askavusa@gmail.com. La lista delle proiezioni sarà resa nota sul blog di Askavusa https://askavusa.wordpress.com e di PortoM https://portommaremediterraneomigrazionimilitarizzazione.wordpress.com
Titolo: Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia – Autore: Antonino Maggiore – Produzione: Libera Espressione – Anno: 2013 – Durata: 55 min – Musica: Achref Chargui / Giacomo Sferlazzo
Il Comunicato (link): Il 3 ottobre del 2013, a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento provocò 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, i superstiti furono 155. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni, di cui una con un faro molto potente e simile ad una vedetta militare, si avvicinarono alla loro barca puntandogli i fari addosso. Dopo questa operazione le due barche si allontanarono lasciando nel panico le 540 persone.Una di loro, per fare dei segnali di aiuto, diede fuoco ad alcune coperte che, cadendo a terra, provocarono un incendio. Le persone, impaurite, si mossero bruscamente e la barca si ribaltò. Verso le 6.30 un gruppo di persone che si trovava in barca nella zona della Tabaccara per una battuta di pesca notò i naufraghi e diede l’allarme, mentre altre barche civili e pescherecci si portarono sul posto caricando a bordo la maggior parte dei superstiti.
Secondo le testimonianze dei soccorritori la Guardia Costiera arrivò in ritardo di un’ora circa sul luogo del naufragio, a meno di un miglio dal porto. La Guardia Costiera non ha mai rilasciato comunicazioni sul 3 ottobre del 2013. Non e’ stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem è stato condannato a diciotto anni di reclusione e una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato”, ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero.
Inoltre il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo e i soccorritori, unici testimoni oculari, sono stati da subito estromessi dalle indagini. Da quella data le istituzioni ed i media stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori.
Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue. In pochi giorni veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton. Quindi, ancora una volta, le migrazioni fornivano un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa.
Il 3 ottobre 2015 si ripeterà la vergognosa farsa organizzata dal Comitato 3 Ottobre in collaborazione con diverse associazioni “umanitarie”, il comune di Lampedusa e Linosa, e forze militari. Tra i partecipanti si trova anche la cooperativa Auxilium, che da anni gestisce centri di detenzione per migranti facendo profitto e malaffare sulle persone già in fuga da guerre e carestie.
Se l’anno scorso tra i finanziatori c’era Soros e la sua Open Society, quest’anno a farsi promotori del 3 ottobre a Lampedusa ci sono tutte quelle ONG, associazioni umanitarie e culturali che attraverso la retorica dei diritti umani, della bontà e dell’accoglienza fanno da apripista e spesso giustificano gli attacchi imperialisti (NATO, USA, UE), come quello in Libia del 2011 o quello in Siria di oggi.
Lampedusa diviene sempre di più un palcoscenico e la sua “vocazione” turistica si trasforma, sotto la pesante influenza esterna, in “vocazione” all’emergenza e alla militarizzazione. Ogni giorno di più si vedono lampedusani in divisa (Croce Rossa, Misericordie), aumentando la dipendenza economica dell’isola rispetto alla gestione dei flussi migratori. Lampedusa e il mediterraneo diventano quindi il terreno di prova per gli apparati militari, come ci dimostra l’imminente esercitazione Trident Juncture (la più imponente dopo la caduta del muro di Berlino) che partirà proprio il 3 ottobre da Italia, Spagna e Portogallo.
Uno dei temi scelti dal comitato 3 ottobre per questi giorni è la memoria. La memoria è però un atto politico: si sceglie cosa ricordare e spesso i ricordi vengono creati per finalità politiche. Quello che sta accadendo attorno al 3 ottobre è proprio questo: la creazione di una memoria completamente slegata dalla realtà e funzionale ai piani imperialisti di NATO, USA ed UE; una memoria creata insieme ai governi che sfruttano queste persone, chiamate “migranti”, nei loro paesi di origine; memoria creata insieme a chi provoca le migrazioni (Apparati militari – fondazioni – banche – multinazionali); memoria creata insieme a chi gestisce i centri di detenzione per migranti come le Misericordie.
Noi lampedusani dobbiamo chiederci cosa vogliamo fare, se riprenderci in mano le sorti di questa comunità o se vogliamo abbandonare l’isola a questo manipolo di personaggi arroganti, viscidi e menzogneri che la stanno rendendo una base militare, un carcere e un palcoscenico sul quale creare immagini e narrazioni. A cosa aspiriamo? A divenire carcerieri? A cucinare per le forze armate? A fare le comparse sui film di propaganda dello Stato?
Chiediamo a tutti i lampedusani di essere in piazza Brignone il giorno 3 ottobre 2015 alle 21.30 per guardare insieme il film inchiesta di Antonino Maggiore “Lampedusa 3 Ottobre, i giorni della tragedia” e dare un segnale di dissenso contro tutto quello che stanno facendo alla nostra isola.
Chiediamo a tutti coloro che condividono la nostra analisi e le nostre proposte di condividere il film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 (in onda dal 3 ottobre 2015 > https://www.youtube.com/watch?v=IvYCa-hEqYM) e partecipare alle proiezioni che abbiamo organizzato in diverse città (qui troverete la lista https://askavusa.wordpress.com/3-ottobre-2013- 3-ottobre-2015/)
• Contro la militarizzazione di Lampedusa e di tutti i territori; • Per lo smantellamento dei radar (8 a Lampedusa) e delle antenne ad uso militare e la regolamentazione delle antenne ad uso civile; • Per lo smantellamento del centro di detenzione per migranti e la creazione di un ospedale attrezzato sull’isola; • Per aprire un’inchiesta per mancato soccorso sulla strage del 3 ottobre 2013; • Per mettere al centro della discussione pubblica le connessioni tra migrazioni, militarizzazione dei territori e sistema economico; • Per i diritti negati dei Lampedusani e dei Linosani. Collettivo Askavusa Senza Paura! _______________________________________________________Blog Askavusa > https://askavusa.wordpress.com/ Mail Askavusa > askavusa@gmail.com Canale You Tube di Libera Espressione-Lampedusa on line > https://www.youtube.com/user/lampedusaonline Per contattare Antonino Maggiore > liberaespressionelampedusa@gmail.com Campagna raccolta fondi per Askavusa > https://www.produzionidalbasso.com/project/portom-spazio-di-lottamemoria-e-storie-di-mare/ Evento FB Proiezione simultanea 3 ottobre 2015 > https://www.facebook.com/events/579546615517008
Trailer del documentario:
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Libro #NarcoGuerra #Messico dei cartelli della #Droga sulla Rivista di SOS Bambino OnLus

Un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (di Fabrizio Lorusso, Odoya Editore, 2015) Dalla rivista SOS Bambino (giornale della International Adoption OnLus) del giugno 2015 – ANNO 12 N. 1 – (A questo link il numero intero della rivista in PDF) 
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Gli #eBook di #CarmillaOnLine: Fuga, di Mauro Baldrati

Carmilla apre nuove strade, propone nuove letture, mentre offre nuove scritture. Contestualmente al sito infatti, accanto agli articoli, ai saggi, alle inchieste e ai testi letterari, abbiamo deciso di esplorare altri percorsi dell’editoria web. Raccoglieremo testi che, per la loro natura e il loro stile, hanno una carattere di consequenzialità, o di serialità, già pubblicati su Carmilla oppure parzialmente o totalmente inediti. Li “editeremo”, cioè li sottoporremo a un lavoro di revisione e adattamento, per farne dei testi che sviluppino alcune caratteristiche che qualificano Carmilla: creatività, analisi politica, reportage, recensioni, e opposizione. Opposizione, attraverso diversi linguaggi, a un Pensiero Unico che, con la disinformazione, e la “coltura” di sentimenti bassi sta devastando l’immaginario di questo paese.Saranno eBook da scaricare direttamente dal sito, gratuitamente secondo la licenzacreative commons. Alcuni ritroveranno articoli o testi di narrativa già letti, talvolta in fretta, o parzialmente, in nuove versioni e con inserimenti inediti, che si potranno leggere sul pc o scaricare sul reader, oppure stampare, per chi preferisce questa modalità. Sarà quindi una integrazione del flusso di lettura che ogni giorno scorre sul sito, ma con sviluppi inediti e una ritrovata “lentezza”, oggi quanto mai utile per invertire il meccanismo perverso di consumo-spreco che, attraverso il continuo susseguirsi di annunci confusi e bugiardi, contribuisce a distruggere la riflessione e la volontà di cambiare il mondo.
Inauguriamo la serie con Fuga, del nostro redattore Mauro Baldrati, un thriller avventuroso di fantapolitica che, se corrisponde al vero la teoria di William Gibson secondo cui la fantascienza parla del presente, getta una luce nerissima e paradossale sul nostro tempo attuale. E’ un testo che nasce da cinque racconti pubblicati su Carmilla (e ripubblicati sul sito Una montagna di libri contro il TAV), che l’autore ha revisionato e collegato a una seconda parte inedita che ne fa un romanzo compiuto. Due militanti NO TAV, in fuga da una condanna a trent’anni per avere bruciato un compressore d’aria, attraversano un paese devastato dalla speculazione e dalla dittatura, braccati dagli sgherri del Partito Unico, il Partito Democratico, verso l’ultima forma possibile di resistenza, quella della battaglia e dell’amore. Link al post originale
Scarica l’ebook: Mauro Baldrati, Fuga, 2015 Carmilla Ebook epub , mobi , pdf.
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#Video #Ayotzinapa1año #Mexico #DF #26SMX #Marcha #Ayotzinapa

Articoli: Ayotzinapa, un anno dopo (Carmilla) e Ayotzinapa un anno dopo “la lucha sigue” (Contropiano)

(Articolo di Andrea Spotti sulla manifestazione del 26 settembre a Città del Messico tratto da Contropiano)
Plaza de la Constitución piena di ombrelli sotto i quali si accalcano manifestanti più o meno fradici, e un lungo serpentone umano che nella gigantesca piazza di Città del Messico neppure riesce a mettere piede.
Quest’immagine descrive meglio di tante parole l’ottimo risultato raggiunto dalle mobilitazioni lanciate dai familiari delle vittime a un anno dalla strage di Iguala e dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Un risultato non scontato, considerato il costante sforzo messo in atto in questi mesi da governo e disinformazione main-stream per spegnere il fuoco dell’indignazione popolare attraverso depistaggi, insabbiamenti e criminalizzazioni.
Sotto un cielo plumbeo ed una pioggia insistente, un corteo moltitudinario ha sfilato sabato per oltre sei ore lungo le strade della capitale a sostegno delle esigenze del comitato di genitori e compagni degli studenti della Normale Isidro Burgos, il quale, oltre a verità, giustizia e restituzione in vita dei desaparecidos, esige anche il giusto castigo per le autorità, le quali hanno cercato di ingannare il Paese con la costruzione di una verità ufficiale risultata poi essere nient’altro che una macchinazione che aveva l’unico scopo di chiudere il caso e frenare la protesta.
Aperta dai familiari delle vittime e caratterizzata da un’importante presenza giovanile, la manifestazione è partita dopo mezzogiorno dalla residenza presidenziale de Los Pinos ed ha visto la partecipazione di oltre centomila persone giunte nel Districto Federal da tutta la Repubblica. Centinaia di organizzazioni hanno contribuito al successo della mobilitazione: dai sindacati di docenti, elettricisti e minatori, agli studenti universitari e medi, passando per storiche realtà di lotta come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di San Salvador Atenco o le diverse comunità aderenti al Congreso Nacional Indígena. Dall’imponente spezzone delle scuole normali rurali, a quello rumoroso e battagliero dei collettivi femministi, dagli aderenti alla Sexta zapatista alle realtà LGBT fino ad arrivare alle comunità religiose popolari. Importante, infine, la partecipazione di singoli non organizzati e famiglie, nonché l’attivismo di artisti e musicisti, i quali hanno accompagnato la protesta con canzoni, balli, poesie e performance di vario tipo.
Durante gli interventi finali, i portavoce del comitato hanno ringraziato le persone solidali in Messico e nel mondo, sottolineando che la battaglia iniziata ad Ayotzinapa deve trasformarsi in una lotta per la trasformazione del Paese. Come sostiene Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari, le mobilitazioni nell’ambito della Giornata dell’Indignazione non sono servite solo per commemorare i 6 morti della strage e per denunciare le responsabilità delle autorità, “ma anche per chiedere giustizia per gli oltre 25 mila desaparecidos del Paese” e sostenere le comunità che si battono per difendere terra e territorio contro mega-progetti e grandi opere.
Si tratta insomma fare in modo che “nessuna lotta resti isolata” e di unire le resistenze che si agitano sui territori per costruire un movimento di massa che possa andare al di là della protesta per la violazione sistematica dei diritti umani ed iniziare a lavorare alla trasformazione sociale; a cominciare dalla caduta del governo Peña Nieto. Per questo, di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato il centro della capitale, Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori degli scomparsi, ha invitato tutti e tutte a partecipare alla Convención Nacional Popular che si terrà dal 16 al 18 ottobre ad Ayotzinapa per iniziare a ragionare in questa direzione.
Cortei, sit-in e iniziative di diverso genere si sono tenute su tutto il territorio nazionale, dal Sinaloa allo Yucatán. Nel Guerrero, lo stato in cui si è verificata la strage, ci sono state manifestazioni in diverse località. La più partecipata, con oltre 10 mila persone, ha attraversato la capitale Chilpancingo, dove centinaia di manifestanti hanno lanciato pietre contro il congresso locale scontrandosi con la polizia in tenuta antisommossa. Blocchi stradali ad intermittenza sono stati segnalati sull’Autopista del Sol e sulla statale Tixtla-Chilpancingo.
In Chiapas sono state diverse le mobilitazioni solidali. Nel caracol di Oventik e in altre comunità autonome zapatiste, migliaia di basi d’appoggio hanno ricordato le vittime ed espresso il loro sostegno ai familiari a partire dalle 7 di mattina. Fuori dai loro territori, con striscioni, cartelli, altari e ceri si sono manifestati per oltre cinque ore, ribadendo che le comunità indigene ribelli sentono come propri il dolore e la rabbia dei genitori e dei compagni dei normalisti. Intorno alle 12, come raccontato da Regeneración Radio, gli zapatisti sono rientrati nei caracoles per portare avanti un evento in cui continuare “a ricordare Ayotzinapa, e anche le altre Ayotzinapa che hanno ferito il Messico de abajo” nel corso degli ultimi anni. A Tuxla Gutierrez, capitale dello stato, 10 mila tra maestri e studenti hanno affollato le strade della città; mentre si sono tenute iniziative anche a San Cristobal, Ocosingo e Tapachula.
Anche nello stato del Michoacán e in quello di Oaxaca sono state segnalate proteste assai partecipate. A Ciudad Juarez, nello stato di Chihuahua, è stato invece inaugurato un presidio permanente di fronte alla Procura Generale della Repubblica (PGR), capofila con Jesus Murillo Karam del tantativo di imporre una versione ufficiale di comodo su quanto avvenuto esattamente un anno prima a Iguala.
L’anniversario della strage è stato ricordato anche in decine di Paesi del mondo con eventi e attività di fronte a consolati ed ambasciate messicane, confermando così la natura ormai globale del movimento. Il successo della Giornata dell’Indignazione è stato sancito anche in rete, dove l’hashtag #DiaDeLaIndignacion è diventato trending topic a livello mondiale.
La mobilitazione è giunta alla fine di una settimana assai intensa per i genitori dei normalisti. Questa, infatti, era iniziata con la militarizzazione di Tixla, il municipio in cui si trova la Normale di Ayotzinapa, dove 3 mila agenti della polizia statale hanno ridotto il diritto alla libera circolazione degli abitanti con l’obiettivo di impedire al comitato di alunni e familiari di uscire dal municipio per raggiungere la capitale dello stato. I fatti più gravi si sono verificati il 22 settembre quando centinaia di celerini hanno interrotto con violenza la carovana di pullman diretta a Città del Messico ferendo sei persone.
Malgrado il cordone poliziesco, i familiari sono riusciti ad arrivare comunque nella capitale, dove, una volta piazzatisi nello Zocalo, hanno iniziato uno sciopero della fame della durata simbolica di 43 ore, accompagnato da diverse organizzazioni e persone solidali e seguito in diretta dallo streaming online di decine di radio libere e indipendenti in tutto il continente latinoamericano.
In pieno digiuno, al collettivo di Ayotzinapa è toccato l’incontro con il presidente e diversi funzionari del governo e dello stato. L’incontro era stato imposto dai familiari al governo in seguito alla pubblicazione del rapporto degli esperti indipendenti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), il quale aveva smentito punto per punto gli elementi a sostegno della ricostruzione dei fatti presentata dalla PGR dando un serio colpo alla credibilità di governo e autorità inquirenti.
Il rapporto del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della CIDH mette in luce innanzitutto le molte irregolarità che hanno caratterizzato le indagini, come – per fare solo qualche esempio – la cancellazione di alcuni video che avevano ripreso l’aggressione ai normalisti da parte di poliziotti e pistoleros, la perdita e la distruzione di prove importanti, l’uso sistematico della tortura durante gli interrogatori dei narcos arrestati, nonché il veto posto dalle autorità perché i periti potessero interrogare i membri del XXIV battaglione fanteria di Iguala, reparto dell’esercito di stanza nella località di cui si sospetta il coinvolgimento.
Il documento, inoltre, concede sostegno scientifico alle critiche che sin dall’inizio il movimento in solidarietà con Ayotzinapa e diversi accademici avevano mosso contro quella che l’ex-procuratore della repubblica Murillo aveva definito la verità storica sul caso. Secondo questa versione, i 43 normalisti, dopo essere stati sequestrati da agenti municipali, sarebbero stati consegnati ad alcuni sicari del clan dei Guerreros Unidos, i quali avrebbero proceduto all’uccisione dei ragazzi ed alla loro successiva cremazione all’interno della discarica di Cocula, per poi gettare i resti nel vicino fiume San Juan.
Il GIEI fa praticamente a pezzi questa ricostruzione dimostrando la presenza sul campo dell’esercito e di diverse forze di polizia (statale, federale, ministeriale) oltre a quella municipale alla quale è stata accollata la responsabilità dei fatti, e negando scientifivamente la possibilità che i giovani siano stati inceneriti nella discarica in questione. Insomma, la “verità storica” che per otto mesi le autorità hanno brandito come una clava contro chiunque la mettesse in discussione, è senza fondamenti scientifici, per cui viene immediatamente ribattezzata “menzogna storica”.
Un ultimo elemento da segnalare rispetto al rapporto ha a che fare con un quinto autobus che, per quanto fosse parte delle testimonianze dei sopravvissuti, è stranamente rimasto fuori dai documenti e dalle ricostruzioni ufficiali, e che potrebbe aprire una nuova pista sul movente dell’assalto armato. Il pullman in questione, secondo l’ipotesi dei periti, era pieno di droga e doveva essere utilizzato dai narcos per il trasporto della sostanza. I normalisti, a loro insaputa, avrebbero occupato il mezzo sbagliato nel momento sbagliato e per questo sarebbero stati attaccati da criminali e forze dell’ordine.
Alla luce di tutto questo l’incontro con il Presidente ovviamente non poteva che svolgersi in un’atmosfera tesa. A tutto ciò va aggiunto l’atteggiamento freddo e unilaterale del governo, il quale non ha preso posizione rispetto ai risultati offerti dallo studio del GIEI ed ha semplicemnte proposto di fare una terza perizia per vedere quale tra le ipotesi formulate finora sia la più corretta. La rabbia dei familiari si deve anche al fatto che il governo non ha preso sul serio le otto richieste presentategli dal comitato, le quali vanno dal riconoscimento pubblico da parte delle autorità della legittimità della loro ricerca di giustizia, alla permanenza a tempo indeterminato del GIEI nel Paese con accettazione piena del suo rapporto e delle sue raccomandazioni, fino alla richiesta della creazione di un’unità specializzata che si occupi di riformulare le indagini con l’obiettivo di trovare gli studenti scomparsi e di fare luce sulla costruzione della “verità storica” e dei responsabili del massacro.Dopo un anno di mobilitazione costante ed instancabile, genitori e compagni dei 46 normalisti vittime dell’operazione narco-poliziesca del 26 settembre 2014 hanno scoperchiato la situazione di violenza e impunità che regna in Messico nell’era delle riforme strutturali ad uso e consumo del grande capitale interno e internazionale, diventando un esempio di dignità e di lotta e trasformandosi in una sorta di catalizzatore del diffuso scontento che circola da anni nella società messicana.
La bella giornata di sabato ha rilanciato le ragioni del movimento, il quale ha dato così un’importante dimostrazione di forza a chi sperava che il tempo e la propaganda potessero diluire la rabbia e l’indignazione generate dalla strage. La lotta nata a partire da Ayotzinapa ha iniziato l’autunno con il piede giusto e sembra avere tutte le carte in regola per continuare a rappresentare una fastidiosa spina nel fianco per il governo, il quale, al contrario, anche a causa del rapporto del GIEI, appare sempre più in crisi di legittimità.
* Corrispondenza da Città del Messico
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Foto-Galleria #Ayotzinapa1año #AccionGlobalPorAyotzinapa #26SMX #Messico
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Ayotzinapa, un anno dopo

La manifestazione del 26 settembre 2015, a un anno dalla strage di Iguala e dalla desapariciondei 43 studenti di Ayotzinapa, è stata un successo. Nonostante la pioggia oltre 100.000 persone hanno riempito le piazze e le strade del centro storico di Città del Messico e di decine di altre città per tutto il pomeriggio. Il corteo, lunghissimo e animato da bande musicali improvvisate, cori, performance teatrali e striscioni di centinaia di collettivi, facoltà, associazioni e gruppi organizzati, con in testa i genitori dei ragazzi di Ayotzinapa, ha raggiunto la piazza centrale della capitale verso le cinque del pomeriggio, dopo cinque ore di marcia. La polizia, seppur presente nelle strade intorno alle principale in cui sono passati i manifestanti, è rimasta in disparte e non ci sono stati né attacchi né incapsulamenti, come invece era accaduto praticamente in ogni manifestazione del 2014. Più che le mie parole, descriveranno meglio la giornata alcune fotografie (foto-galleria alla fine dell’articolo) e alcuni video (inseriti nel testo e in fondo). Il sostegno per il movimento che chiede giustizia e chiarimento delle responsabilità, oltre che la “restituzione in vita” degli studenti e la realizzazione di indagini trasparenti e complete, ha mostrato la sua forza e vitalità dopo alcuni mesi di relativo declino nelle piazze (ma non nelle iniziative politiche e nelle pressioni in Messico e all’estero per smascherare le complicità e le menzogne del governo e della procura). Anche dall’estero arrivano messaggi di solidarietà e prese di posizione decise. I collettivi e le associazioni che formano “La Otra Europa, Abajo y a la Izquierda” (L’altra Europa, dal basso e a sinistra) sul blog EuroCaravana 43 hanno pubblicato un comunicato che rinnova il sostegno alla lotta dei genitori dei normalisti, dichiara che “non dimentichiamo” e che va fatta chiarezza sul crimine di stato del 26 settembre dell’anno scorso.Il 24 settembre, per la seconda volta, i genitori dei desaparecidos di Ayotzinapa e il presidente messicano Enrique Peña Nieto hanno sostenuto una riunione. E per la seconda volta, subito dopo l’incontro, la delusione campeggiava sui volti dei parenti delle vittime di quella che è ormai nota in tutto il mondo come “la notte di Iguala”. A un anno dall’operazione delle polizie messicane, dell’esercito e dei narcos del 26 settembre 2014, in cui 43 studenti della scuola normale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzinapa vennero rapiti e fatti sparire, sei persone furono uccise e almeno 40 ferite dalla polizia di Iguala e di Cocula e dai narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, nel meridionale stato del Guerrero,la “verità storica” costruita dalla procura è stata smontata pezzo per pezzo e le proposte del presidente paiono evidentemente insufficienti agli occhi della società e delle vittime.
I genitori dei ragazzi scomparsi hanno indetto l’iniziativa 43×43, uno sciopero della fame simbolico di 43 ore per i 43 studenti, e hanno montato un accampamento nello zocalo e su Avenida Reforma, la piazza centrale della capitale in cui hanno ricevuto il megacorteo organizzato dai movimenti e dai cittadini solidali a un anno esatto dalla strage di Iguala. Il 26 settembre a mezzogiorno per “il giorno dell’indignazione” il ritrovo dei manifestanti è presso la residenza presidenziale de Los Pinos. Poi la camminata nelle strade del centro, l’Avenida Reforma e il Zocalo, lenta e scandita ancora una volta dal grido “Justicia” e da un assordante e ricorrente richiesta: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”.
Un anno dopo Iguala l’Azione Globale per Ayotzinapa ridà fiato a un movimento che s’era cominciato a sgonfiare all’inizio del 2015, ma che strenuamente ha continuato a portare avanti le rivendicazioni che oggi in tutto il mondo, di nuovo, accompagnano il risveglio della protesta contro le sparizioni forzate e contro gli apparati del narco-stato: in decine di città del Messico e di altri paesi si moltiplicano i cortei realizzati, le attività e le iniziative, siano esse informative, accademiche, culturali, cinematografiche o di sensibilizzazione: per seguirle si possono consultare gli hashtag e account twitter:#AccionGlobalPorAyotzinapa #MexicoNosUrge @Eurocaravana43 @43Global #Ayotzinapa@MasDe131@ParisAyotzi, tra gli altri. Nel week-end in una ventina di città (vedi lista) è stato proiettato il documentario, sottotitolato in italiano da Clara Ferri, Ayotzinapa. Crimine di Stato. Nell’ambito delle presentazioni de La macchina sognante, nuova rivista “contenitore di scritture dal mondo”, è stata data lettura alla traduzione italiana dei poemi dal volume Los 43 Poetas por Ayotzinapa. Di seguito il trailer del documentario, diretto da Xavier Robles e proiettato in questi giorni in Italia.“Questa gente ha il sangue ghiacciato, il loro sguardo dice tutto, dall’incontro con Peña Nieto e il suo governo usciamo con molta rabbia, davvero, non abbiamo ottenuto nulla”, ha spiegato Carmen Mendoza, madre del normalista desaparecido Jorge Aníbal Cruz. Il collettivo dei familiari di Ayotzinapa aveva elaborato un documento con otto punti che hanno consegnato al presidente. “Di fatto il governo non s’è impegnato a dare risposta a nessuno di questi, ma ha presentato unilateralmente altri sei punti che non sono fondamentali per le vittime, secondo quanto riporta il loro avvocato del Centro per i Diritti Umani Tlachinollan.
Il documento dei genitori dei normalisti scomparsi esige che si rispettino le principali raccomandazioni del Gruppo di Esperti Indipendenti (GIEI) della Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che si riassumono nel mantenimento dei processi di ricerca dei ragazzi e in una reimpostazione generale delle investigazioni sul caso.Gli esperti, infatti, hanno mostrato l’esistenza di cinque autobus, e non quattro come sosteneva, occultando informazioni, la procura, che sono stati sequestrati dagli studenti. Proprio il quinto bus era forse carico di eroina, a insaputa dei ragazzi, e potrebbe aver causato la reazione violenta dei narco-poliziotti di Iguala e dei Guerreros Unidos. Com’è possibile che le indagini ufficiali abbiano “tralasciato” questi elementi per un anno?
I genitori chiedono due garanzie, cioè che come rappresentante dello stato messicano, il presidente si comprometta a stare dalla parte della verità e non della menzogna, com’è stato finora, e che il GIEI possa continuare il suo lavoro d’indagine finché non vengano raggiunta la verità e giustizia non sia fatta. Al riguardo Peña Nieto ha prolungato il mandato del GIEI per altri sei mesi, un periodo giudicato insufficiente dai genitori e da varie ONG che seguono il caso. Sono otto le petizioni o esigenze manifestate nell’incontro col presidente.
- Riconoscimento pubblico della legittimità della loro ricerca di giustizia e del fatto che il caso è ancora aperto
- Permanenza del GIEI, accettazione piena della relazione del GIEI e delle sue raccomandazioni
- Riformulazione delle indagini in una unità specializzata per le investigazioni, con supervisione internazionale, composta da due istanze: una che indaghi a fondo dove si trovano i loro figli e un’altra che indaghi sul montaggio con cui s’è preteso di ingannarli
- Rilancio e concentrazione della ricerca a partire dall’uso immediato di tecnologia
- Attenzione degna e immediata ai feriti e ai familiari dei loro compagni uccisi extragiudizialmente. Trattamento degno alle vittime
- Rispetto per la Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa e fine dei tentativi di criminalizzazione dei normalisti
- Meccanismi di comunicazione permanente, degna e con rispetto per i loro diritti e privacy
- Riconoscimento e azioni di fondo dinnanzi alla crisi d’impunità, corruzione e violazioni ai diritti umani che vive il Messico.
Peña Nieto ha offerto poco. Per esempio, si prevede una terza perizia che cerchi di riconciliare le grosse contraddizioni tra le conclusioni della procura sulla sparizione dei giovani, che sarebbero stati assassinati e bruciati nella discarica di Cocula, e quelle del GIEI, che invece ha stabilito che è impossibile che i 43 siano stati cremati nella discarica. Il gruppo di periti argentini che accompagnano le ricerche considera, inoltre, che non ci sono prove del fatto che i resti dei due studenti identificati a Innsbruck grazie a prove mitocondriali del DNA provengano dalla discarica di Cocula, come sostiene invece la procura. Questa non ha dimostrato che i resti rinvenuti in sacchetti di plastica provengono dalle ceneri della discarica o dal sottostante Rio San Juan, dove l’ex procuratore Murillo Karam sostiene che sono stati trovati. Se le cose non stanno come dice la procura, ed è probabile che così sia, allora dove sono stati bruciati gli studenti? Chi ha potuto cremare 43 corpi? Forse l’esercito, che era a conoscenza degli spostamenti dei ragazzi e che ha partecipato a varie fase della notte di Iguala? Oppure i 43 sono ancora vivi?Il governo ha proposto anche la creazione di una commissione speciale interna alla procura della repubblica per proseguire con le ricerche dei ragazzi e degli altri desaparecidos, ma non è questo che viene richiesto dai genitori e dai loro difensori: non si tratta di creare un gruppo nella procura, che come istituzione dall’inizio ha cercato di chiudere il caso frettolosamente, ha torturato i presunti responsabili per estorcere confessioni e ha creato una “verità storica” ridicola e compiacente, quanto piuttosto di rifare l’investigazione con supervisione internazionale.
Qualche ora prima della riunione Eduardo Sánchez Hernández, portavoce del governo, ha ribadito che, secondo la volontà del presidente, l’investigazione non verrà chiusa, s’indagherà senza guardare in faccia a nessuno e si seguiranno le raccomandazioni del GIEI. “Stiamo dalla stessa parte e lavoriamo con lo stesso obiettivo: cioè sapere che cosa è successo ai vostri figli e castigare i responsabili, cerchiamo insieme al verità”, ha detto Peña. Retorica, di fronte alle richieste concrete e politicamente significative dei genitori di Ayotzinapa che, giustamente, pretendono anche un riconoscimento degli errori commessi dal governo. La PGR, dal canto suo, risponde solo con cifre che poco dicono e ribadisce che ci sono 111 persone incarcerate per i fatti di Iguala e, di queste, 71 sono poliziotti e 40 sarebbero narcotrafficanti. Il resto è silenzio, o bugie.Inoltre vanno investigate le responsabilità a tutti i livelli, cioè si deve passare a processare o indagare l’ex governatore del Guerrero, Ángel Aguirre, il suo ex procuratore, Iñaky Blanco, l’ex procuratore federale, Jesús Murillo Karam, l’attuale titolare della Agencia de Investigación Criminal, Tomás Zerón, e la responsabile dei servizi periziali, Sara Mónica Medina. Al riguardo né il presidente, né la procuratrice attuale, Arely Gómez, e il ministro degli interni, Osorio Chong, hanno detto una parola.
Nella conferenza stampa dopo l’incontro, il portavoce Sánchez, interrogato sulla possibilità di aprire indagini su alcuni membri dell’esercito e della polizia federale, una domanda del movimento per Ayotzinapa che ora diventa più forte visto che è stata provata la partecipazione di questi corpi all’aggressione contro gli studenti, ha risposto come un burocrate, cioè non ha risposto: “La procura generale ha un mandato costituzionale per portare a termine le investigazioni senza restrizioni e limitazioni salvo quelle stabilite dal diritto”. Non ci sono quindi aperture rispetto a quanto già dichiarato in passato dalle autorità sul ruolo delle forze armate e della polizia federale nella notta di Iguala.
Quest’anno di sofferenze e lotte, sigillato a inizio settembre dal rapporto degli Esperti e dalla ripresa delle manifestazioni di piazza, ha significato uno spartiacque per Peña Nieto e per il Messico: prima di Ayotzinapa un presidente riformatore si presentava al mondo come il leader modernizzatore che avrebbe traghettato il paese tra le grande potenze e le nazioni sviluppate, ai vertici planetari, mentre oggi, a tre anni dall’inizio del suo mandato, i problemi dell’insicurezza, della corruzione, dell’impunità e del patto criminale vigente in Messico sono ancora sotto gli occhi di tutti e fermano qualunque cambiamento. I poveri sono due milioni in più e le disuguaglianze crescono insieme al debito pubblico. Su tutto questo risposte e proposte da parte del governo non ce ne sono. Le reazioni provengono da settori organizzati o da nuove realtà in resistenza che si formano in una società sfiancata ma viva, che cerca di articolare proposte di rifondazione profonda e di unire le forze per tranciare i vari tentacoli che la criminalità organizzata e il potere politico, sempre più confusi e collusi, allungano su di essa per soffocarla e addomesticarne le esigenze.
In questo contesto lo scorso 15 giugno il primo ministro italiano Matteo Renzi (link video) ha ricevuto con queste parole, surreali per chi ascoltava la conferenza stampa dal Messico con un minimo di senso critico, il presidente messicano Peña Nieto, in visita ufficiale in Italia:“Sono molto lieto, perché Enrique è il Signor Presidente, il caro amico Enrique è sicuramente un leader riformatore, capace di avere una visione importante per il proprio paese, sta realizzando risultati significativi grazie al processo di riforme, perché nel mondo della globalizzazione si va avanti soltanto se si ha il coraggio di fare riforme coraggiose, si può proseguire soltanto se si ha la capacità di investire sul futuro…non vivere di ricordi.
E il Messico questo sta facendo, e credo che da questo punto di vista la visita del presidente Pena Nieto, la visita di Enrique, sia molto importante….[…] abbiamo fatto un business council, un incontro di aziende di altissimo livello, di grande qualità, per dire le principali aziende italiane erano presenti, sono presenti, in questo rapporto con il Messico: un’economia nella quale il mondo delle imprese Italiane ha voglia di investire e noi allo stesso tempo diciamo che siamo pronti ad ospitare ogni tipo di investimento che viene dall’economia Messicana[…]
Sono in corso di firma accordi significativi sul campo energetico, sia per il governo[..] sia per ciò che riguarda la collaborazione di ENEL che già si concretizza in un progetto sulla geotermia ma che in questo caso lavora sulle reti intelligenti sulle reti smart…e come sapete ENEL è leader mondiale nei contatori intelligenti e nella distribuzione tecnologicamente all’avanguardia”. (Di seguito video del Collettivo Bologna Per Ayotzinapa “Renzi e Peña Nieto-La complicità italiana su Ayotzinapa)
L’appello #MexicoNosUrge, circolato di recente in mass media e reti sociali, poi presentato al Parlamento UE dopo l’uccisione a inizio agosto del giornalista Rubén Espinosa e dell’attivista Nadia Vera insieme ad altre tre persone in un appartamento a Città del Messico, chiedeva proprio all’Europa di sospendere i trattati commerciali, che prevedono clausole di questo tipo, e le relazioni diplomatiche col Messico per via delle gravi violazioni ai diritti umani e della libertà di stampa. Il documento è stato anche presentato presso l’ufficio stampa della Camera dei Deputati lo scorso 24 settembre. Mentre si creano a livello globale una sensibilità, un’opinione e un’attenzione precise e critiche, costruite passo dopo passo per contrastare le falsità ufficiali, nei confronti delle drammatiche vicende messicane, del conflitto interno e della narcoguerra nel paese, gli affari devono seguire il loro corso, senza fermarsi mai, nemmeno di fronte a uno scempio senza precedenti e a quella che, parlando del caso degli studenti di Ayotzinapa e degli altri 30.000 desaparecidos, anche la Commissione nazionale per i Diritti Umani definisce come il più grave insieme di violazioni dei diritti umani del Messico in epoca recente e che Amnesty International descrive come “la maggiore atrocità commessa dalle forze di sicurezza dello stato che abbiamo visto in Messico in molti anni”. Da CarmillaOnLine – Twitter @CarmillaOnLineFOTOGALLERIA SLIDESHOW 26 09 2015 AYOTZINAPA MEXICO DF
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Il filo rosso dell’amianto e di Stephen Schmidheiny tra Italia e America Latina

Lo portavano sempre con sé i pompieri, dentro le loro uniformi. Isola tetti, pareti e tubature. E’ fibroso, incombustibile, mortale. Non è un indovinello, ma la descrizione dell’amianto o di una sua varietà, l’asbesto, un minerale di fibre bianche, flessibili e assassine.“Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione di un elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto”.
Così scrive Alberto Prunetti, autore del romanzo, basato sulla vita di suo padre e della sua famiglia, Amianto. Una storia operaia (Ed. Alegre, Roma).
Ed è la storia di milioni di lavoratori che, spesso ignari del pericolo o manipolati dalle imprese che li contrattano, ancora oggi in decine di paesi nel mondo inalano e portano su di sé o dentro di sé le fibre tossiche che provocano mesotelioma, tumore del polmone e della laringe, o gravi patologie come la asbestosi. Parole forse complicate ma cause semplici: se in casa stai lavando dei vestiti con dei residui di amianto, potresti respirarne una fibra che mai più uscirà dal tuo corpo e potrebbe produrre malattia e morte. Da un fascetto di minerale spesso un millimetro si possono liberare cinquantamila microfibre respirabili.L’amianto è un minerale silicato, varietà di serpentino o di anfibolo, di composizione varia, e in composizione con il cemento forma il fibrocemento, che è altresì un marchio registrato, brevettato nel 1901 dall’austriaco Ludwig Hatschek come “Eternit”, cioè eterno, data la sua resistenza. Ed eternamente sprigiona polveri fatali quando è maneggiato o quando si logora. Tutti noi, per esempio in Messico, dove vivo, e comunque ove non sono state proibite la sua estrazione ed il suo uso, o dove non sono state realizzate le bonifiche, siamo in pericolo. In terra azteca l’asbesto è onnipresente, sopra le nostre teste, nelle pareti, a ricoprire tubi o nei negozi in cui ancora si commercializza. E’ rischioso lavorare a contatto con il minerale, vivere nei pressi degli stabilimenti o avere lamine, tubature, pastiglie dei freni, giacche e guanti rivestiti di amianto. Paiono ammonimenti scontati e banali in Italia o in Europa, ma suonano come inquietanti novità in gran parte dell’America Latina.
Asbesto-America e Russia
In Europa la bonifica delle strutture infestate dall’amianto è durata anni, da quando a poco a poco negli anni novanta il materiale cominciò a essere messo al bando e poi, nel 2005, la misura fu estesa definitivamente a tutti gli stati membri della UE. Oltre 50 paesi (link lista e cronologia dei divieti), includendo, nelle Americhe, il Cile, l’Honduras, l’Uruguay e l’Argentina, hanno fatto la stessa cosa, vietandone l’uso all’interno del proprio territorio. Ma le economie più importanti del continente americano e ai primi posti nel mondo, come Stati Uniti, Canada e Brasile, pur avendone limitato gli usi e avendolo proibito totalmente in alcuni stati, non l’hanno del tutto proibito e continuano a promuoverne il commercio.
Infatti, il Canada è uno dei primi esportatori dell’amianto bianco o crisotilo, gli Stati Uniti sono molto attivi nell’import-export dell’amianto e il Brasile è il terzo produttore mondiale e lo utilizza ampiamente in casa propria. Gli affari della fibra-killer vanno a gonfie vele anche per Russia, Cina, Tailandia, India e Kazakistan, che sono tra i principali produttori (vedi mappe qui e progetto giornalistico di ricerca su vari paesi “Danger in the Dust” qui).
In Russia a Kazakistan le aziende leader sono rispettivamente la Orenburg Minerals e la Kostanai Minerals, controllate dalla britannica United Minerals Group Limited dal 2003, secondo un report stilato dagli investitori di Kostanai Minerals. Nel 2004 la compagnia ha una quota del mercato mondiale dell’asbesto crisolito del 30% e cambia nome: diventa laEurasia FM Consulting Ltd., ma non è chiaro se tuttora l’impresa controlli Orenburg e Kostanai. Cito da un reportage del 2010 del progetto “Dangers in the Dust”:
“Una compagnia con sede a Cipro, la UniCredit Securities International Ltd. — parte di UniCredit, uno dei gruppi bancari più grandi del mondo, con 10.000 filiali in 50 paesi — possiede sia in Orenburg Minerals che nella Kostanai Minerals “per conto di clienti occulti”, secondo quanto detto dal portavoce di UniCredit, Andrea Morawski, a ICIJ [International Consortium of Investigative Journalists] via mail. Morawski ha sottolineato, comunque: “Noi non esercitiamo nessun controllo su [Orenburg Minerals or Kostanai Minerals] né siamo beneficiari delle partecipazioni detenute. Fin dove siamo ragionevolmente a conoscenza, noi non siamo stati beneficiari di nessuna commissione/profitto derivante da attività legate all’asbesto”.
L’asbesto non è vietato negli USA che, al contrario, sono sempre stati un gran importatore d’asbesto e il maggior consumatore mondiale del minerale, mentre hanno fornito storicamente solo una piccola percentuale dell’output estratto globalmente. Riporto dal portale Asbestos.com (sezione “Storia”):
“Una regolamentazione presentata dalla Agenzia per la Protezione Ambientale, che bandiva la maggior parte dei prodotti contenenti asbesto, venne ribaltata dalla Corte d’Appello del Quinto Circuito a New Orleans nel 1991 per le pressioni dell’industria dell’asbesto. Anche se si tratta ancora di un bene legale ed è presente in molti edifici e prodotti d’uso comune nelle case, l’uso dell’asbesto è declinato considerabilmente negli Stati Uniti. L’ultima miniera è stata chiusa nel 2002, mettendo fine a quasi un secolo di produzione di asbesto nel Paese”.
Ad ogni modo negli USA, secondo il US Geological Survey relativo al 2012, sono entrate 1.060 tonnellate di asbesto dal Brasile. Fondamentalmente il commercio e gli affari non si sono mai fermati, l’amianto di tipo bianco-crisolito è ancora utilizzato nei materiali da costruzione, per l’isolamento, i freni delle automobili e in altri prodotti, malgrado esistano alternative valide per il settore manifatturiero. Di conseguenza una trentina di statunitensi muoiono ogni giornoper le patologie ad esso relazionate.Da anni il Canada è additato come un “paese canaglia” per la sua reticenza nell’includere l’amianto nella lista internazionale dei materiali pericolosi. Le attività minerarie canadesi cominciarono intorno al 1850, quando furono scoperti i giacimenti di crisolito a Thetford, e un quarto di secolo dopo s’estraeva una cinquantina di tonnellate all’anno nel Quebec. Negli anni ’50 del secolo scorso la cifra arrivò a oltre 900.000 tonnellate.
Nel 2011, la miniera “Jeffrey Mine in Asbestos” del Quebec è finita al centro dell’attenzione dopo che il governo canadese aveva proposto un finanziamento da 58 milioni di dollari per riaprire la miniera. Siccome gli investitori privati fallirono nel tentativo di raccogliere 25 milioni di dollari per la data del primo luglio 2011, che era la deadline per acquisire la miniera, il finanziamento del governo del Quebec è stato rimandato a tempo indefinito. Questo spostamento è volto a dare più tempo agli investitori per raccogliere fondi. Di nuovo nel 2011 il Canada ha deciso di non supportare la decisione di aggiungere l’asbesto crisolito nella lista delle sostanze pericolose della Convenzione di Rotterdam, un trattato internazionale che promuove unità e responsabilità riguardo all’esportazione e importazione di sostanze e prodotti chimici pericolosi (su Canada e settore/compagnie minerarie segnalo il link Republic of Mines).
Il Canada è l’unica nazione del G8 a non aver votato per includere l’asbesto nel trattato, un scelta che il governo ha sostenuto anche nel 2015. Internamente, però, l’uso del minerale è vietato, ma questo non accade, ipocritamente, per la sua produzione e commercializzazione all’estero. Ormai il paese non lo produce più, anche se lo commercia: il valore dei prodotti importati contenenti amianto è passato da 4,9 nel 2013 a 6 milioni di dollari nell’anno successivo, mentre le esportazioni di tali beni sono state di 1,8 milioni di USD. Nel 2013 la Russia, lo Zimbabwe, il Kazakhstan, l’India, il Kyrgyzstan, il Vietnam e l’Ucraina si sono opposti in blocco all’inclusione, mentre il Canada per la prima volta ha potato per la neutralità.Nonostante la sua posizione oltranzista, il Canada oggi di fatto usa molto meno amianto di prima, ma fino al 2011, anno di chiusura dell’ultima miniera, il Quebec da solo era il primo produttore mondiale ed esportava il 96% del minerale grezzo estratto nei paesi asiatici (vedi: Asbestos.Com) posizionandosi come superpotenza esportatrice del minerale. Le prossime elezioni federali canadesi, previste per il 19 ottobre, potrebbero segnare un punto di svolta in caso di vittoria del Liberal Party, da sempre ambiguo sull’amianto ma ora riconvertitosi a una linea “verde”, o del New Democratic Party, oggi all’opposizione e contrario a ogni tipo di asbesto, mentre una vittoria del Conservative Party di Stephen Harper sarebbe un toccasana per le lobby pro-amianto. Il Bloq Québéquois ha mostrato anch’esso non poche ambiguità e tentennamenti, ma pare orientarsi verso l’estensione delle restrizioni, così come il Green Party che da sempre combatte il blocco estrattivista.
Italia, Brasile, Messico
Pure l’Italia, in cui il divieto risale al 1992, continua a importarlo aggirando la normativa. “Negli ultimi anni ne abbiamo importato 34 tonnellate e i numeri sono indicati per difetto. I rumors si rincorrevano da mesi (…), la procura di Torino ha aperto un fascicolo d’indagine, ma la conferma ufficiale è arrivata solo qualche giorno fa alla Camera dei Deputati”, spiega Stefania Divertito su BioEcoGeo.
Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, del Movimento 5 Stelle, in un’interpellanza sull’argomento ha ottenuto una risposta chiara ma incompleta dal sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione: “No, noi non importiamo amianto ma manufatti contenenti amianto”. Cioè facciamo come Stati Uniti e Canada, per esempio, e tra il 2011 e il 2014 ne sono entrate 34 tonnellate in prodotti che non conosciamo, dato che il sottosegretario non ha fornito dettagli al riguardo. Di Maio ha precisato che “secondo un documento dell’ente minerario del Governo indiano, l’Italia nel 2011 e nel 2012 sarebbe risultato il maggiore importatore al mondo di amianto con rispettivamente oltre 1.040 tonnellate e 2.000 tonnellate”. Il minerale sarebbe ancora usato nell’edilizia e anche da una partecipata di Finmeccanica, la Agusta Westland che fornisce elicotteri alle forze armate ed è guidata da Daniele Romiti. Insomma lo sporco e mortifero business dell’amianto non molla la presa. E l’Italia è in buona compagnia dato che, per esempio, anche altri paesi, come Australia, Gran Bretagna, Svezia e Giappone, continuano comunque a commerciarlo malgrado il divieto di utilizzarlo internamente.In Brasile si stima che l’amianto abbia ucciso 150.000 persone in 10 anni, cioè 15.000 in media all’anno, cifra che equivale a circa il 15% del totale mondiale. Nel gigante sudamericano operano 16 grandi aziende che “nelle elezioni finanziano trasversalmente tutti i partiti politici”, denuncia Fernanda Giannasi, ex supervisore del Ministério do Trabalho e attivista anti-amianto. I militanti come lei hanno sia i mass media che l’industria contro, visto che cercano d’informare la popolazione sui rischi e le complicità politico-imprenditoriali del settore in un intorno ostile e poco sensibile alla tematica. Se ne parla ancora poco e il pericolo non viene eliminato, però la sua percezione sì.
In Messico il mesotelioma è aumentato dai 23 casi del 1979 ai 220 del 2010, ma c’è una sottostima probabile del 70% che porterebbe la media annua a 500 casi e, secondo altre stime, anche fino a 1.500. La “cifra sommersa” si relaziona ai casi in cui non si diagnostica la malattia o non risulta dai documenti relativi al decesso, anche perché è conveniente non riconoscere le patologie come “lavorative”. L’asbesto è presente in innumerevoli strutture nel cuore delle città. La CTM (Confederazione dei Lavoratori Messicani, sindacato pro-governativo) ha addirittura difeso l’uso del materiale, dato che il settore impiegherebbe 8-10.000 persone e non ci sarebbero prove di decessi per mesotelioma, il che è falso e nasconde il problema. Insomma, è come tornare indietro di due o tre decenni almeno. L’estrazione mondiale di amianto è stata nel 2013 di 2,1 milioni di tonnellate e dal 1995 s’è mantenuta abbastanza stabile, tra le 2 e le 3 tonnellate, con un totale di oltre 1800 aziende che lo utilizzano (sul caso messicano: link 1: Datato, 1986 – Link 2: 2010-Mesotelioma Messico – Link 3 Globalizzazione e trasferimento di industrie pericolose).
Anche se in Messico non esiste una vera e propria associazione di vittime dell’amianto o un movimento significativo contro l’uso del minerale, per cui lo Stato è sostanzialmente indifferente all’argomento, l’organizzazione messicana Ayuda Mesotelioma denuncia e lotta da 5 anni, vale a dire da quando le due fondatrici, Sharon Rapoport e sua sorella Liora, hanno visto come loro padre s’ammalava gravemente. In cinque decenni il Messico ha importato oltre 500.000 tonnellate d’asbesto e solo nella capitale lo utilizzano 42 imprese. Qui si può fare, maneggiarlo è legale, anche se eticamente deplorabile: i proventi per le quantità importate e processate internamente sono raddoppiate tra il 2011 e il 2012 passando da 9 a 18 milioni di dollari.Amianto-Mondo
“A eccezione della polvere da sparo l’amianto è la sostanza più immorale con la quale si sia fatta lavorare la gente; le forze sinistre che ottengono profitti dall’amianto sacrificano gustosamente la salute dei lavoratori in cambio dei benefici delle imprese”, ha dichiarato l’ex eurodeputato olandese Remi Poppe. I sintomi del mesotelioma compaiono tra 15 e 50 anni dopo l’inalazione delle microfibre e non esiste realmente nessun livello “sicuro” di esposizione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ogni anno muoiono 107.000 persone in seguito a malattie contratte per il contatto con l’amianto. Per lo stesso motivo nel secolo XX le morti premature furono 10 milioni e s’ammalarono 100 milioni di persone. Oggi 125 milioni di lavoratori rimangono esposti direttamente al minerale. La Commissione Federale per la Protezione dei Rischi Sanitari del Ministero della Salute messicano ha riconosciuto la sua tossicità, ma s’è limitata a suggerire che “le aziende ne controllino l’uso”.
La Legge della Salute di Città del Messico parla di “precauzioni” da prendere sull’amianto, ma non lo vieta. Secondo i dati dell’istituto di statistica nazionale il 21% delle case messicane ha un tetto di lamine metalliche, cartone o asbesto e l’1% ha pareti di cartone, amianto, fusti di piante, bambù o palma. Nel 2014 sono state concesse delle quote del Fondo di Apporto per la Struttura Sociale per strutture ad uso abitativo nel quartiere periferico di Iztapalapa e le regole stabilivano che per essere beneficiari del programma “i pavimenti, i muri e/o i soffitti devono essere di stanze da letto o cucine all’interno della casa in lamina di cartone, metallica, di amianto o di materiale di scarto”. In sostituzione, secondo la Gazzetta Ufficiale della capitale, si prevedeva di costruire pavimenti, tetti e muri di fibrocemento, quindi di Eternit!La OMS, al contrario, ha chiesto: di eliminare l’uso di ogni tipologia di asbesto, compreso quello bianco o crisolito che le lobby del settore pretendono di presentare come “pulito”; apportare informazioni su soluzioni per sostituirlo con prodotti sicuri; sviluppare meccanismi economici e tecnologici al riguardo; evitare l’esposizione durante il suo uso e il suo smaltimento; migliorare la diagnosi precoce, il trattamento e la riabilitazione medica e sociale dei malati dell’asbesto; registrare le persone esposte attualmente o nel passato (link a mappe e grafici aggiornati sull’amianto nel mondo di International Ban Asbestos Secretariat-IBAS).
Il “guru” Stephen Schmidheiny, il Costa Rica, l’America Latina
La filiera tossica dell’amianto passa anche per il Costa Rica, la cosiddetta “Svizzera del Centroamerica”. La Garita è un piccolo paradiso, un angolo tropicale nel centro del paesem vicino alla città di Alajuela. Le strutture della INCAE Business School, la miglior scuola di business latinoamericana, spiccano tra le palme, le fattorie, una placida strada a due corsie e una distesa di prati verdissimi. INCAE è famosa per il suo approccio basato sullo sviluppo sostenibile e l’etica d’impresa. Possiede un campus in Nicaragua e uno in Costa Rica. E’ un progetto per l’insegnamento e la ricerca in gestione d’impresa che nasce nel 1964 sotto l’egida della Allianza per il Progresso, lanciata in funziona anti-cubana dal presidente statunitense J. F. Kennedy, dalla HBS (Harvard Business School), dell’agenzia UsAid e dei capi di stato e gli imprenditori di sei paesi centroamericani (Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama).Negli anni ’90 la sua storia s’incrocia con quella di un impresario che, soprattutto nelle Americhe, s’è costruito una fama di irriducibile guru dello sviluppo sostenibile, mentre in Europa è ben noto come il “Re dell’Eternit”: Stephen Schmidheiny. Uomo d’affari per vocazione ed eredità familiare (cementera Holcim, Wild-Leitz di strumenti ottici, l’elettrotecnica BBC Brown Boveri e la multinazionale Eternit), è nato a Heerbrugg, Svizzera, nel 1947, e ha ammassato una fortuna con il business dell’amianto. Il suo recordpersonale è macchiato da processi giudiziari controversi e accuse pesantissime.
AVINA, Ashoka e lo spirito del filantrocapitalismo
La fondazione AVINA, creata dall’impresario nel 1994 e attiva in 21 paesi latinoamericani, collabora da tempo con la scuola e nel 1996 Schmidheiny, che è stato amministratore di Eternit e oggi siede nel consiglio direttivo di INCAE, ha partecipato alla creazione del Centro Latinoamericano per la Competitività e lo Sviluppo sostenibile dell’università, il CLACDS. Ci sono altre organizzazioni senza fini di lucro fondate dal magnate svizzero: per esempio Fundes (1984) e il fidecommesso Viva Trust (2003) su cui si sostiene AVINA. In questo è confluito il valore della vendita della partecipazione dello svizzero in GrupoNueva, consorzio specializzato nel business forestale e dei derivati del legno che ha spostato la sua sede principale a San José, Costa Rica, nel 1999. L’imprenditore ha venduto anche le sue azioni del gruppo Eternit alla fine degli anni ’80.
Le fondazioni, a partire dai trasferimenti di capitale dello svizzero, si sono costituite come enti autonomi dai suoi precedenti assete patrimoni d’impresa e promuovono attività istituzionali, come la rete SEKN (Social Enterprise Knowledge Network), di cui fa parte INCAE, filantropiche e anche alleanze su temi socio-ambientali: acqua, città sostenibili, energia, industrie estrattive, innovazione politica, riciclaggio e cambiamento climatico.Esistono forti movimenti d’opposizione che applicano l’etichetta “filantrocapitalismo”quando si parla di AVINA e della sua alleata Ashoka, fondazione filantropica statunitense presente in 70 paesi. “Il capitale cerca di appropriarsi dei movimenti ecologisti ragionevoli per riconvertirli in capitalismi verdi addomesticati o forme di business con l’esaurimento del pianeta”, ha commentato al riguardo l’ingegnere attivista spagnolo Pedro Prieto di ASPO (Asociación para el Estudio del Auge del Petróleo y del Gas).
Perché? “Gli imprenditori sociali lavorano con quelle popolazioni e la loro attività consiste nell’avvicinarle alle multinazionali mentre salvaguardano gli interessi di queste”, ha detto María Zapata, direttrice di Ashoka in Spagna. In un’intervista col portale spagnoloRebelión, il ricercatore Paco Puche racconta che le fondazioni si infiltrano nei movimenti attraverso la “cooptazione di leader” e che “AVINA è vincolata al magnate svizzero Schmidheiny, che deve la sua fortuna al criminale business dell’amianto. Diciamo che tutti quelli che hanno ricevuto denaro e altri benefici da questa fondazione (e dopo averla conosciuta, non le hanno rifiutate) si portano dietro la maledizione della polvere dell’amianto nelle viscere”.Processo Eternit
Nel febbraio 2013 il tribunale di Torino ha condannato Schmidheiny e il suo ex socio nella multinazionale Eternit Group, il barone belga Louis De Cartier, di 92 anni d’età in quel momento, a 16 anni di prigione per disastro doloso e rimozione di misure contro gli infortuni: la sentenza era attesa dai familiari di 3000 vittime. Il 3 giugno 2013 in appello la condanna è stata aumentata a 18 anni di reclusione, ma il nobile belga era morto pochi giorni prima. Lo svizzero “Re dell’Eternit” è stato condannato per le sue responsabilità come amministratore dell’azienda nel decennio 1976-1986 e assolto da altri capi d’accusa per il periodo 1966-1975. Le cause dell’asbestosi e del mesotelioma erano già state scoperte negli anni ’60 e, dopo quel decennio, i due magnati si sono avvicendati nella gestione dell’azienda.
Nonostante tutto, il business di Eternit continuò, per cui la condanna parla di “dolo”: gli imputati avrebbero nascosto consapevolmente gli effetti cancerogeni dell’amianto. Il 20 novembre 2014 la Corte di Cassazione, nell’ultimo livello di giudizio, ha annullato la sentenza precedente argomentando che i reati sono stati commessi ma che è sopraggiunta la prescrizione. E’ stato preso come inizio dei termini per la prescrizione l’anno 1986, quando Eternit ha dichiarato il fallimento, e la decisione è polemica, visto che il disastro ambientale ancora continua a succedere, non s’interrompe con il fallimento dell’azienda. E’ uno schiaffo a vittime, familiari e alla società intera. La giustizia s’allontana insieme alla possibilità di congrui risarcimenti.Nel maggio 2015 s’è aperto il processo “Eternit Bis”: Schmidheiny non è più accusato di “disastro” ma di omicidio doloso aggravato di 258 persone, ex impiegati di Eternit o abitanti di Casale Monferrato, uno dei comuni in cui operava l’impresa che sono deceduti tra il 1989 e il 2014 per mesotelioma pleurico. Dal canto suo, il magnate sulla sua pagina web si presenta come “pioniere nell’eliminazione dell’asbesto nell’industria manifatturiera”. I magistrati di Torino considerano come aggravante il fatto che l’imprenditore avrebbe commesso il reato esclusivamente per “fini di lucro” e “in modo insidioso”, cioè avrebbe occultato ai lavoratori e ai cittadini l’informazione sui rischi che correvano, promuovendo una “sistematica e prolungata opera di disinformazione”.
A fine luglio gli atti del processo sono stati inviati alla Consulta e il procedimento è stato sospeso in attesa della decisione della Corte circa le eccezioni di costituzionalità sollevate dai legali di Stephen Schmideheiny in base al principio del “Ne bis in ibidem”, secondo cui nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. Nel frattempo i PM stanno integrando altri 94 casi di morti legate all’amianto da contestare al manager svizzero, nel caso in cui la Corte Costituzionale accolga le richieste degli avvocati difensori.
Purtroppo l’ecatombe dell’amianto durerà ancora per decenni e la tendenza, già in atto almeno da una ventina d’anni, è quella di un graduale spostamento dei rischi e dell’uso del minerale verso i paesi in via di sviluppo. Dunque la lotta per la sua messa al bando e la riparazione del danno provocato a milioni di vittime, pur con difficoltà e differenti percorsi più o meno avviati oppure solo incipienti, tende anch’essa a globalizzarsi, passando dall’Europa all’America Latina e agli altri continenti. @FabrizioLorusso – CarmillaOnLine – LamericaLatina.Net
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Cortei per #Ayotzinapa: #Video del Centro #Prodh “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”

Il video convoca alla manifestazione per Ayotzinapa il 26 settembre 2015 alle ore 12:00 dalla residenza presidenziale de LOS PINOS al ZOCALO della capitale.
Da: LINK / Lista Proiezioni italiane del documentario Ayotzinapa: cronaca di un crimine di Stato-LINK / Aggiornamenti Ayotzinapa settembre 2015: LINK Video – Articolo #InformeGIEI
Videoclip que recopila imágenes de las diferentes marchas por Ayotzinapa.
Agradecemos a Cumbia Che’ por permitirnos usar su tema “Vivos los llevaron, Vivos los queremos.
MUSICA: En base al tema “La Subienda”, de Senén Palacios Cordoba, con arreglos de Cumbia Che.
LETRA: Cumbia Che
Cumbia Che’ está en Facebook: https://www.facebook.com/CumbiaChe?fr…
También agradecemos a quienes nos permitieron utilizar fragmentos de sus videos, para ver los videos completos, puedes dar click en los siguientes enlaces:AYOTZINAPA RESISTE
por fuegosmusica
https://vimeo.com/109846625AYOTZINAPA FUE EL ESTADO
por fuegosmusica
https://vimeo.com/111171235Marcha por desaparecidos en Ayotzinapa
” – México D.F. 08/10/14, ”
por Azeneth Farah
https://vimeo.com/108466293Adiós Peña; La Marcha que no transmitieron los medios.
(Ayotzinapa)
por fuegosmusica
https://vimeo.com/112619912Marcha del 20 de noviembre de 2014
por Alicia Segovia
https://vimeo.com/112520978Ayotzinapa en LA
por Malaespina Producciones
https://vimeo.com/112476772AYOTZINAPA-SME 16599
por Transmedia
https://vimeo.com/120865651Articiclo – Ayotzinapa
por Articiclo
https://vimeo.com/134511331MARCHA 22 DE OCTUBRE / AYOTZINAPA
por Opus Social Media
https://vimeo.com/110423268Conciencia vs Miedo #YaMeCansé #Ayotzinapa
por Salt d’Aigua // LaTele.cat
https://vimeo.com/112285020Mexico lindo y….Ayotzinapa?
por paulgraph
https://vimeo.com/111975601Vivos se los llevaron, vivos…~ – Testimonios
por El Claustro – UPA
https://vimeo.com/10884686643
por Encinal
https://vimeo.com/125946907A la Calle!
Por Andrés Villela
https://vimeo.com/126276514El dolor no se olvida
por Más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=q1xzS…Fragmentos de una jornada de solidaridad y protesta
por Subversiones
https://www.youtube.com/watch?v=xh96O…Ocho meses, una elección: Justicia
por Más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=TmvZB…1DMX 2014
por más de 131
https://www.youtube.com/watch?v=lz6pF…Versión de 10 minutos-
La marcha del 20 de noviembre con un dron
por Animal Político
https://www.youtube.com/watch?v=GlHWb…Nosotrxs no nos cansamos. Ayotzinapa esta de pie HD
por Todos por Ayotzinapa
https://www.youtube.com/watch?v=e62HB…Marcha Una luz por Ayotzinapa México DF
por Alfredo Sanchez Rodarte
https://www.youtube.com/watch?v=qcX_C…CUMBIA CHE – Vivos los llevaron, Vivos los queremos!
por En Movimiento Tv
https://www.youtube.com/watch?v=na9Ru…






