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Nasce La Macchina Sognante, contenitore di scritture dal mondo

LA MACCHINA SOGNANTE – Contenitore di scritture dal mondo – Riporto il comunicato stampa e la lista degli eventi e presentazioni previsti in questi giorni per il lancio de La macchina sognante, rivista on line, contenitore di scritture dal mondo, con cui ho collaborato con un testo sul Messico e sulla NarcoGuerra e con un breve video di presentazione della situazione attuale del caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa. E’ un’iniziativa molto interessante e senza dubbio da sostenere.
COMUNICATO STAMPA e LINK RIVISTA
Il lancio de “La macchina sognante”, nuovo contenitore online di scritture dal mondo previsto per il primo ottobre di quest’anno, sarà preceduto da tre anteprime nella città di Bologna: il 18 e il 19 settembre, al Giardino del Guasto a partire dalle ore 19; il 25 allo Spazio Centotrecento dalle 18,30; la presentazione ufficiale avverrà l’8 ottobre alla Biblioteca Casa di Khaoula dalle 18,30.
Questo nuovo progetto per la diffusione di scritture di qualità, provenienti da tutte le parti del mondo, contiene sezioni di Poesia – Narrativa- Saggi – Teatro –Sconfino – Recensioni ed interviste. Nel numero zero si prevede inoltre una sezione dedicata allo scrittore Julio Monteiro Martins al cui libro postumo si ispira il titolo del progetto.
Tra i numerosi stimoli, l’anteprima del 18 pone l’accento sugli sviluppi letterari delle Americhe e sul panorama indigeno con la presentazione del libro “Amazzone in tempo reale” di Loretta Emiri; la lettura di poesie dall’antologia “I 43 poeti per Ayotzinapa” nella traduzione di Lucia Cupertino; l’intervento di Fabrizio Lorusso, autore di “NarcoGuerra – Cronache dal Messico dei cartelli della droga”; la prima italiana del documentario “Fiore brillante e le cicatrici della pietra” sul gruppo indigeno brasilianoGuarani-Kaiowá, realizzato da Jade Rainho; l’intervento poetico di Lance Henson.
L’anteprima del 19 settembre lega musica e letteratura inframmezzando agli interventi dei gruppi musicali Hudud e C’est la vieletture incentrate sui temi della migrazione e del Mediterraneo a cura degli scrittori Bartolomeo Bellanova, Marina Mazzolani,Benedetta Davalli, Loretta Emiri, Daniele Natali, Samuele Rizzoli e Oussama Mansour.
L’anteprima del 25 vede protagonisti lo scrittore e attivista per i diritti umani Karl Guillen, che ha trascorso 26 anni nel braccio della morte in varie prigioni degli Stati Uniti, intervistato dalla scrittrice Mirella Santamato; la performance poetica di Elena Cesari e altri interventi letterari di spessore.
In allegato il programma dettagliato di ciascuna delle serate.
Con l’approssimarsi del lancio del contenitore online seguiranno informazioni più dettagliate sul progetto editoriale. Per gli eventi di anteprima contattare Pina Piccolo al 338-6268250 e Bartolomeo Bellanova al 338-9883340.
EVENTI PER CONOSCERE LA MACCHINA SOGNANTE:
ANTEPRIMA
18 settembre Giardino del Guasto- ore 19,00-21,00
Lucia Cupertino legge traduzioni inedite dall’antologia messicana Los 43 poetas por Ayotzinapa, curata daAna Matías Rendón, 2015.
Proiezione di clip dal documentario “Fiore brillante e le cicatrici della pietra” sul gruppo indigeno brasilianoGuaranì-Kaiowà, realizzato da Jade Rainho.
Presentazione, in dialogo con Lucia Cupertino, del libro di Loretta Emiri Amazzone in tempo reale, Andrea Livi Editore, 2013.
Intervento di Fabrizio Lorusso, autore di NarcoGuerra – Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Odoya2015.
————Intermezzo luminoso ————-
Il poeta nativo americano Lance Henson legge poesie inedite.
Pina Piccolo legge poesie performate da “Black Poets Speak Out”, con proiezione di foto di un’azione direttacondotta il 13 agosto a Oakland.
Rina Xhihani legge la poesia “Il tempo”.
Gassid Mohammed legge “Una storia bizzarra.
LA MACCHINA SOGNANTE – contenitore di scritture dal mondo
ANTEPRIMA
19 settembre Giardino del Guasto- ore 19,00-21,00
Gruppo musicale Hudud
Brevissima introduzione del progetto editoriale e della serata, lettura poesia “Resistere” di PasqualinoBongiovanni
Gruppo musicale C’est la vie
Daniele Natali legge la poesia di Mahmoud Darwish “Il curdo non possiede che il vento”
Benedetta Davalli e Marina Mazzolani leggono brani dalla recensione di Lucia Cupertino all’antologia“Sotto il cielo di Lampedusa- Nessun uomo è un’isola” e alcune poesie tratte dal libro
Bartolomeo Bellanova legge brani dal saggio, “Mediterraneo: numeri corpi, vergogne e falsità”
Gruppo musicale Hudud
Samuele Rizzoli legge dalla sua tesi universitaria dedicata all’analisi delle produzioni poetiche incentratesulle morti da naufragio di migranti nel Mediterraneo
Bartolomeo Bellanova, lettura della poesia “Insulina”.
Daniele Natali, lettura della poesia di Gentiana Minga, “ma per caso che hai fatto dopo che sei morto, somalo?
Gruppo musicale C’est la vie
Loretta Emiri– Lettura di brani dal libro “ Amazzone in tempo reale”
Oussama Mansour legge una selezione di poesie.
Daniele Natali legge la poesia di Giulio Gasperini “Vent’anni”.
Gruppo musicale Hudud
LA MACCHINA SOGNANTE contenitore di scritture dal mondo
ANTEPRIMA
25 settembre Spazio Centotrecento, via Centotrecento ore 18,30
La scrittrice Mirella Santamato intervista Karl Guillen – riabilitato e liberato dopo 26 anni di Braccio dellaMorte nella prigione di Stato dell’Arizona.
Lettura di poesie e testi di Karl Guillen.
Performance poetica di Elena Cesari
Poesie a cura di Annamaria dell’Olio
Interventi e letture di vari “macchinisti”(collaboratori del progetto editorial”La Macchina Sognante”) in cuisi parlerà di Pena di Morte, Diritti Umani, Resistenza, Poesia, Lettaratura e Impegno Sociale.
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#Ayotzinapa in #Italia: Proiezioni del #Documentario “Cronaca di un Crimine di Stato” #Messico #InformeGIEI

Sopra: Trailer del documentario che sarà proiettato nel week end del 26-27 settembre in numerose città italiane: AYOTZINAPA in ITALIA
Nella notte tra il 26 e 27 settembre si compirà un anno dall’attacco e dalla sparizione forzata dei 43 studenti normalisti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa (Guerrero, Messico). In Italia verrà proiettato il documentario “Ayotzinapa: cronaca di un delitto di Stato” di Xavier Robles, che descrive i fatti che hanno sconvolto la società messicana e puntato i riflettori sul problema della sparizione forzata, una strategia di controllo sociale attuata dal governo ormai da vari decenni.
Ecco la lista (che verrà aggiornata durante la settimana – Napoli appena aggiunta! E anche Venezia e Treviso-Fregona e Vicenza + Roma-Bis) dei luoghi in cui verrà proiettato:
Seregno
Cinema Roma
Via Umberto I 14 Seregno (MB)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata liberaSettimo Milanese
Cinema Auditorium
Via Grandi 12 Settimo Milanese (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata liberaPadova
Hub – Culture, Food and Sport
Piazza Gasparotto, Padova
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,15
organizza l’Associazione Ya Basta – Caminantes e Libera – Presidio di PadovaMonselice
Parco Buzzaccarini
Via San Giacomo, 52 Monselice (PD)
Sabato 26 settembre 2015 ore 18,30Bologna
Labàs occupato
Via Orfeo, 46 40124 Bologna
Venerdì 25 settembre dalle ore 18,00
organizza Bologna por Ayotzinapa e Ya BastaCatania
Comitato Popolare Experia Via Plebiscito, 903 Catania
Sabato 26 settembre 2015 ore 17:30 – Link EventoMilano
Piano Terra
Via Federico Confalonieri 3, 20124 Milán
Domenica 27 settembre 2015 ore 21,00Roma
Piazza Nuccitelli Persiani Pigneto, 00176 Roma
Sabato 26 settembre 2015 ore 19,00Rho
Centro Sociale SOS Fornace
Via Moscova, 5 Rho (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,00Cagliari
Facoltà di Scienze Politiche
Viale Fra’ Ignazio Da Laconi, 17, 09123 Cagliari
Lunedì 28 settembre 2015Torino
Circolo Arci* No.à.
Corso Regina Margherita, 154 – Torino
Sabato 26 settembre 2015 ore 21,00
organizza Carovane MigrantiBergamo
Circolo Barrio Campagnola
Via Ferruccio Dell’Orto 20, Bergamo
Domenica 27 settembre ore 20,30
organizza il Comitato Maribel BergamoNapoli
Aula Mura Greche, Università Orientale di Napoli Palazzo Corigliano
Venerdì 25 settembre Ore 16:30
Organizzano Zero 81 – Coop Rebelde NapoliVenezia
LISC Ca’ Bembo Fondamenta San Gian Toffetti Rio de San Trovaso Dorsoduro
Sabato 26 settembre alle 17:00
Organizzano Ya Basta Edi Bese e Ca’ BemboFregona (Treviso)
Circolo ARCI Gallo Rosso, via San Martino 3
Venerdì 25 settembre ore 21
organizza Circolo Arci Gallo RossoVicenza
Centro sociale Bocciodromo Via Alessandro Rossi 198
Sabato 26 settembre ore 17
organizza Coordinamento degli studenti mediRoma-Bis
CSOA La Strada
Via Passino 24 Free Garbatella
Sabato 26 settembre 2015 – Ore 20
Organizzano La Strada e Ya Basta Roma Moltitudia, Casetta Rossa SPA, Collettivo Politico GaleanoAosta
Espace Populaire
Via J.C. Mochet, 7 11100 Aosta
Sabato 26 settembre Ore 17:45Trento
Centro Sociale Bruno
Via Lungadige San Nicolò 4
Mercoledì 30 settembre Ore 20:30Pavia
Osteria Sottovento – Via Siro Comi 8
Lunedì 28 settembre dalle 19:30
Organizza La Mongolfiera
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#Foto #Protesta x #Ayotzinapa #GritoAlternativo en #SanLuisPotosí #México
Breve FotoGalleria di immagini scattate a San Luis Potosí, Messico, in occasione del “Grido per l’indipendenza alternativo” organizzato dai movimenti sociali di protesta della città in solidarietà con l’EZLN, con i genitori e il movimento di Ayotzinapa e con i giornalisti e attivisti uccisi in questi anni di NarcoGuerra, specialmente Nadia Vera e Rubén Espinosa (Pluriomicidio e Femminicidio della zona Narvarte a Città del Messico).
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El #Haití preelectoral y los derechos humanos @JornadaSemanal #Mexico

(Artículo publicado en La Jornada Semanal del 13/09/2015) Foto: Personas acampadas delante de los escombros del Palacio de Gobierno de Haití, destruido por el terremoto. Fuente: commons.wikimedia.org/ CC BY 3.0 BR
Evel Fanfan es un abogado de cuarenta años, director de Aumohd (Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos), defensor de los derechos humanos y laborales. Por su labor, Evel vive bajo amenaza y está protegido por las autoridades; su esposa tuvo que refugiarse en Estados Unidos. Colaboramos con él desde 2010, año del terremoto que arrojó 250 mil víctimas. Para nuestro libro La fame di Haiti (END, Aosta, 2015), lo entrevistamos sobre la situación actual, en vísperas de las elecciones presidenciales de octubre. En 2015 la coyuntura del país más pobre de las Américas fue marcada por tres hechos importantes. El jaque parlamentario, que se arrastraba desde 2014, por lo que el presidente Michel Martelly ha estado gobernando por decreto debido a la imposibilidad de celebrar comicios y renovar el Congreso, se destrabó en agosto pues se votó en primera vuelta para 119 diputados y veinte senadores. Segundo, en 2014 se frenó la expansión del cólera, imparable desde 2010, y que hasta el 25 de julio de este año muestra un recrudecimiento con 171 muertes y 20 mil 43 infecciones. Finalmente, el conflicto con República Dominicana, determinado por una decisión de la Suprema Corte de ese país que quita retroactivamente la ciudadanía a miles de descendientes de extranjeros, y ha provocado la deportación forzada de cientos de haitianos, con repetidas violaciones a derechos humanos, y una crisis diplomática entre Puerto Príncipe y Santo Domingo, además de condenas de la comunidad internacional y fundadas acusaciones de racismo.Evel Fanfan dirige la Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos.
El próximo mes de octubre se celebran elecciones presidenciales en el país caribeño.Entrevista con Evel Fanfan
Fabrizio Lorusso y Romina Vinci
–¿Cuál es la situación actual de Haití?
–El terremoto del 12 de enero de 2010 destruyó buena parte del territorio. Diría que la situación no ha cambiado realmente. Es como si para algunos el sismo acabara de pasar, como si hubiese ocurrido sólo hace un año. En el país, pese a la generosidad de los ciudadanos y las organizaciones de todo el mundo, el cambio no es apreciable. Dependemos todavía de las ayudas humanitarias, aún hay escombros a la vista y hospitales, escuelas, instituciones públicas que esperan ser reconstruidas. Miles de personas siguen viviendo en pésimas condiciones sanitarias, ambientales y de seguridad. La nueva ciudad-miseria de Canaan es un ejemplo concreto de lo que digo.
–¿Qué pasó con la reconstrucción y el dinero internacional?
–Lo que pasa es que el dinero para las víctimas, reunido por personas solidarias y la comunidad internacional, ha sido orientado en beneficio de los mismos gerentes de la comunidad internacional. El 13 de octubre de 2014, al expresidente de EU, Bill Clinton, y al exprimer ministro haitiano, Jean Max Bellerive, copresidente de la Comisión Interina para la Reconstrucción de Haití (CIRH), se les pidió que publicaran los informes de su gestión de los fondos recolectados y ejercidos por la Comisión durante dieciocho meses de administración, pero todavía en 2015 la gente sigue esperando una rendición de cuentas.
–¿Continúa la emergencia del cólera?
–El cólera fue introducido en Haití por la misión Minustah de la ONU, a través del batallón nepalés, cuyas heces contaminaron por negligencia las aguas del río más largo del país. La epidemia ha ocasionado más de 8 mil 500 víctimas y 700 mil contagios, y las Naciones Unidas siempre han rechazado reconocer oficialmente su responsabilidad.
–A raíz de la “suspensión” del Parlamento en enero y por ser año electoral, hubo muchas marchas, protestas y presos políticos. ¿Qué ha hecho Aumohd?

Solidaridad de dominicanos en recuerdo del terremoto que afectó al país caribeño el 12 de enero de 2010. Foto: sotojose2004. Fuente: www.flickr.com/ CC BY 2.0–Durante el mandato de Martelly, muchos ciudadanos han sido detenidos por sus convicciones políticas. Por ejemplo, está el caso de los hermanos Josué y Eneld Florestal, emblemático de las violaciones a los derechos humanos. El 1 de mayo de 2014 fueron arrestados doce activistas políticos y echados a la cárcel. Aumohd y su equipo de abogados intervinieron para defender a los presos ante el fiscal. El 20 de mayo seis de ellos fueron liberados, los demás salieron el 6 de junio por falta de pruebas. El 18 de octubre, dieciocho activistas que participaban en una manifestación pacífica fueron atacados, humillados y apresados por un grupo de individuos con el uniforme de la policía nacional, sin ninguna orden de aprehensión ni evidencia de flagrancia, sólo por ser militantes. El 26 de octubre dos líderes políticos, Rony Thimoté y Biron Spiritually, fueron detenidos, igualmente sin flagrancia de algún crimen, durante una protesta que habían organizado para pedir respeto a la Constitución y el regreso de la vida democrática en Haití. Desde el encarcelamiento de los dieciocho, hemos trabajado por ellos de distintas maneras, actuando en todas las instancias judiciales y logrando su liberación en noviembre de 2014, aunque aún estamos siguiendo el caso de Thimoté y Spiritually.
–¿El expresidente, expulsado dos veces por golpes de Estado y ahora de nuevo en el país, Jean Bertrand Aristide, juega todavía un papel en el partido que fundó, el Lavalas, y en las protestas?
–Sí, el partido del expresidente tiene un papel importante dentro de los movimientos de protesta y en las calles. Hay cuatro grupos que están reactivando la protesta popular: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD y MONOP Platfom.
–¿Cuáles son las perspectivas para Haití en los próximos meses?
–En este “estado de emergencia haitiano”, en la segunda parte de 2015 tienen que realizarse elecciones. Mi esperanza es que sean libres y democráticas, para renovar a la clase política y hacer que el país vuelva a una situación normal, según la Constitución. Ojalá que esto se dé sin interferencias ni imposiciones por parte de la comunidad internacional, como fue el caso de la elección del actual mandatario. Aumohd debe seguir desarrollando una gran labor de promoción de los derechos y la dignidad de las personas. Mientras contesto estas preguntas, encaramos desafíos económicos para seguir adelante, por lo que, agradeciendo de antemano, debo lanzar una petición de ayuda para continuar nuestras actividades.
(Contacto: presidentaumohd@yahoo.fr)
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Su @_MicroMega_ Luca Cangianti recensisce il libro #NarcoGuerra #Messico #Cartelli della #Droga

(Articolo pubblicato su MicroMega il 15 settebre 2015 col titolo “Messico, il dramma della narcoguerra”) “NarcoGuerra” è frutto del lavoro come blogger e reporter che Fabrizio Lorusso ha svolto coraggiosamente da Città del Messico nell’ultimo decennio. Con grande coinvolgimento emotivo, nel libro si raccontano la guerra dei cartelli della droga, i legami tra narcotraffico e parti dello stato messicano, le storie delle vittime e dei loro carnefici. Sullo sfondo, i nuovi movimenti sociali e la speranza per un futuro migliore. Pubblichiamo la recensione di Luca Cangianti e a seguire il prologo al libro scritto da Pino Cacucci.di Luca Cangianti
In Messico i turisti possono percorrere chilometri di spiaggia bianchissima costeggiata da palme, o visitare le affascinanti rovine Maya, senza accorgersi dei corpi appesi ai cavalcavia e delle teste umane mozzate lanciate sulle piste da ballo. Nel paese latinoamericano, dal 2006 a oggi, ogni 40 minuti viene assassinata una persona, mentre ogni due ore un’altra scompare nel nulla. I numeri, gli attori e le cause di questo massacro permanente sono contenuti nel libro di Fabrizio Lorusso “NarcoGuerra” (Odoya, 2015, pp. 415, € 20,00).
Il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti detenuto dal Messico è 18. Non è tra i più alti dell’America Latina: troviamo numeri ben più drammatici in Colombia (33), Venezuela (49) e Honduras (82) che distanziano di molto la media mondiale (6,5). Il problema del Messico è la recente e rapida crescita della violenza omicida, associata al progressivofallimento dello stato nello svolgere le proprie funzioni. Il weberiano “monopolio della violenza legittima” è infatti insidiato da una moltitudine di cartelli criminali. Fra di essi gli Zetas sono sicuramente i più famosi per il vasto ventaglio di attività illegali offerto – ben 25, tra cui in primo luogo il narcotraffico, ma anche sfruttamento della prostituzione, racket, sequestri di persona ecc.). Tali organizzazioni – la cui storia è attentamente ricostruita dall’autore a partire dai loro padri fondatori – dominano vasti territori nei quali esercitano autorità fiscale e di polizia creando de facto entità statuali ed economiche. Si stima che il 67% dei comuni sia amministrato da sindaci legati alle mafie, mentre i patrimoni derivanti dal narcotraffico sarebbero pari al 40% del pil messicano.
Il sistema giudiziario è al collasso e l’impunità dei delitti arriva al 97%, ma il governo ancora non ha deciso di rafforzare gli strumenti d’indagine, ad esempio incrociando i database patrimoniali dei vari enti statali. Infine, a fronte dei tagli alla spesa sociale imposti dalle politiche neoliberiste “Lo stato del benessere e la previdenza vengono soppiantati dalle buone azioni di alcuni narcos benefattori… legati al ‘vecchio stile’ e all’idea di ‘onore’. Sono loro che costruiscono strade, finanziano opere d’interesse sociale, offrono protezione e lavoro, e lasciano copiose mance… alle parrocchie e ai funzionari pubblici locali. In cambio di qualcosa di concreto, oppure soltanto di compiacenza e rispetto.”
Tale malattia sociale è aggravata paradossalmente da quella che doveva esserne la cura: la politica statunitense della war on drugs ideata per contrastare il commercio degli stupefacenti alla fonte. Per combattere il crimine organizzato “Il Messico compra da imprese statunitensi materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceve, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana – scrive Lorusso – è che l’intervento, seppur indiretto, di un Paese straniero… possa costituire un attentato alla sovranità nazionale. Infatti, gli aiuti finanziari e tecnici sono subordinati all’adozione di politiche interne ‘compiacenti’”.
Il volume di ricchezza creato dal prezzo monopolista frutto delle politiche proibizioniste in materia di droghe è tale che le strutture istituzionali difficilmente sfuggono alla corruzione: “Capita che nella stessa regione i federali stiano con un cartello, – continua l’autore – la polizia statale con un altro, mentre quella municipale ne protegge un terzo o finga un’improbabile neutralità. Uomini in divisa rappresentano la legge la mattina, la sera si trasformano in sicari, spie… per poi passare disinvoltamente tra le fila dei narcosquando i tempi sono maturi e le mazzette non bastano più.”
Se lo stato non garantisce un tasso minimo di sicurezza è comprensibile che alcuni settori della popolazione decidano di fare da sé. È così che dal 2013 sono nati gruppi armati di autodifesa tra i quali si contano sia varie organizzazioni popolari di polizia comunitaria (per altro prevista dalla Costituzione messicana) che gruppi più simili al paramilitarismo colombiano, finanziati da imprenditori locali e accusati essi stessi di contiguità con il narcotraffico.
Il racconto di Lorusso sembrerebbe a questo punto lasciare poco spazio all’ottimismo. E tuttavia ogni pagina del libro trasuda di amore per il Messico, empatia per i suoi abitanti e speranza per un futuro migliore. Per l’autore quest’ultima è incarnata dai movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi anni: i sempre presenti zapatisti del Chiapas, il Movimiento por la paz con justicia y dignidad di Javier Sicilia, gli studenti contro l’autoritarismo mediatico di #Yo-Soy132, i difensori delle terre indigene Wirikuta e, per ultimo in ordine temporale, il movimento nato dopo la sparizione degli studenti del villaggio di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero.
Nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2014, durante una manifestazione studentesca, l’intervento della polizia municipale ha provocato la morte di sette persone, mentre 42 studenti risultano ancora scomparsi. Dalle indagini è emerso che la polizia municipale li avrebbe presi e consegnati a un cartello di narcotrafficanti su indicazione del sindaco della vicina città di Iguala, lo stesso che aveva ordinato la repressione violenta della manifestazione. I genitori dei 42 studenti desaparesidos guidano oggi un vasto movimento che è riuscito a mettere a nudo la compenetrazione tra stato e criminalità. Queste persone stanno viaggiando in tutto il mondo per denunciare la reticenza dello stato messicano che non permette di ispezionare le caserme dove molti sospettano si possano recuperare elementi utili alle indagini.
Vivos los llevaron vivos los queremos (vivi li han portati via, vivi li rivogliamo), gridano davanti alle caserme e alle ambasciate. Cercate in rete un po’ di immagini di questi genitori. Guardate quei volti e capirete perché, pur nel mezzo della più atroce delle ingiustizie, anche per il Messico si deve aver fiducia in un futuro migliore.
Prologo a “NarcoGuerra”
di Pino CacucciSecondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere,como México no hay dos. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il Paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte d’informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti.
Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prende su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.
Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai narcos quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.
E questa è anche la mia schizofrenia, perché… Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.
E chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.
Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?
Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile.È per questo che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.
(15 settembre 2015)
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#Ayotzinapa #Messico: dalla “verità storica” alla menzogna storica dopo #InformeGIEI

La commissione internazionale di esperti sul caso Ayotzinapa ha rivelato tutte le falle dell’indagine ufficiale a quasi un anno dalla sparizione dei 43 studenti in Messico
Il 7 settembre, nuovamente, l’attenzione del Messico è tornata al caso irrisolto della mattanza di sei persone e della sparizione dei 43 studenti della scuola normale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nel meridionale stato del Guerrero, durante la sanguinosa notte di Iguala del 26 settembre dell’anno scorso. “E’ stato lo Stato”, hanno ripetuto instancabili i genitori dei ragazzi e i gruppi organizzati che li sostengono per mesi e mesi. E in effetti la partecipazione della polizia locale, sotto gli occhi complici di quella federale e dell’esercito, al rapimento e sparizione dei ragazzi e alla mattanza di Iguala, città amministrata da un sindaco-narcotrafficante e da sua moglie, sorella di alcuni boss del micro-cartello Guerreros Unidos, parla decisamente di apparati statali infiltrati e criminali. Le autorità di numerosi comuni del Guerrero e del Messico non sono solo corrotte o conniventi, non solo si dedicano a coprire la delinquenza organizzata, ma operano direttamente come dei cartelli e si fondono con essi.Verità storica smontata
La presentazione del volume di 500 pagine “Informe Ayotzinapa: investigación y primeras conclusiones sobre las desapariciones y homicidios de los normalistas de Ayotzinapa”(#InformeGIEI + #GIEIAyotzinapa) in conferenza stampa da parte del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), istituito dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, organo della OAS (Organizzazione degli Stati Americani), ha demolito la “verità storica” della PGR (Procura Generale della Repubblica), come l’aveva chiamata pretenziosamente l’ex procuratore Jesús Murillo Karam. E’ passato quasi un anno, dodici mesi di menzogne governative e tergiversazioni della procura, di proteste e repressioni durissime per le strade, di carovane dei genitori di Ayotzinapa e di indagini indipendenti da parte di giornalisti e istituzioni straniere.
La prossima giornata globale, la sedicesima, per esigere giustizia per i 43 studenti dovrebbe svolgersi il 26 settembre. Adesso è maggiore la consapevolezza del fatto che la “verità” della procura coincide sempre più con una vergognosa “menzogna storica” che gradualmente è stata decostruita dalla parte sana e attiva della società e ricomposta nei suoi terribili e dispersi frammenti di senso. Negli ultimi sei mesi gli esperti del GIEI hanno lavorato sul caso e potrebbero continuare per un altro mezzo anno, in caso che venga ampliato loro il mandato iniziale secondo la convenzione tra Messico e OAS in vigore dal marzo scorso. Il presidente messicano Peña Nieto ha manifestato l’intenzione di riunirsi coi genitori dei 43 studenti e rinnovare il mandato dell’equipe internazionale. In questo periodo sono state decine le raccomandazioni ufficialmente emesse dal Gruppo e rivolte a diverse istituzioni governative, presiedute, in ultima istanza, da Peña Nieto: il Ministero degli Interni (Segob), la PGR, ora diretta da Arely Gómez, il Ministero (Sedatu) dello sviluppo agrario, territoriale e urbano. L’unica istituzione alla quale gli esperti non hanno potuto accedere è stato il Ministero della Difesa Nazionale (Sedena).
Il ruolo dell’esercito
In particolare il 27esimo battaglione dell’esercito di stanza a Iguala, che ha avuto una partecipazione attiva nei fatti di Iguala nella notte del 26-27 settembre ed è stato segnalato da più parti come uno dei possibili responsabili della desaparación dei normalisti, non è stato sottoposto a nessun tipo d’indagine né i suoi membri hanno rilasciato alcun tipo di intervista o testimonianza. L’omertà e la protezione nei confronti dell’esercito sono stati totali e ora anche il rapporto del GIEI conferma, grazie a interviste e all’incrocio di versioni fornite dai normalisti, il ruolo ambiguo e repressore dei militari, in particolare nella clinica privata “Cristina” in cui s’erano rifugiati gli studenti perseguitati dopo la mezzanotte del 26.Murillo Karam, prima di “stancarsi”, come aveva dichiarato in una conferenza stampa, delle domande e delle critiche dei giornalisti, e prima di lasciare l’incarico di procuratore nella mani di Arely Gómez il 3 marzo scorso, aveva fornito una versione ufficiale, descritta come “storica” anche se basata su testimonianze incongruenti di testimoni torturati, incarcerati e presumibilmente appartenenti alla criminalità organizzata locale. Nella narrazione gli studenti sarebbero stati perseguitati durante alcune ore e poi sequestrati dalla polizia locale di Iguala e da quella di Cocula che li avrebbero consegnati ai narcos dei Guerreros Unidos. Questi a loro volta li avrebbero portati nella discarica di Cocula per bruciarli e avrebbero gettato i loro resti nel fiume sottostante.
Dopo che il presidente Peña, alle corde, ha detto che si dovrà tenere in considerazione l’opinione della squadra della CIDH, Arely Gómez ha risposto alle critiche del rapporto GIEI annunciando nuove perizie, mentre altri funzionari della procura continuano a sostenere la veracità e correttezza delle ricostruzioni ufficiali su Ayotzinapa. Sembrano ignorare le condanne fortissime di Amnesty International e Human Rights Watch contro il Messico, le quali parlano della “peggiore crisi nel rispetto dei diritti umani degli ultimi decenni”, di “scuse” e di “pigra inazione” da parte del governo.
Alcuni punti importanti dello studio del GIEI
Ecco cosa ha scoperto o confermato, invece, l’investigazione indipendente e meticolosa del GIEI, che viene tra l’altro ad avvalorare la versione di mezzi stampa, accademici e giornalisti che per settimane hanno contrastato le imprecisioni e le bugie ufficiali:
- Non esiste nessuna prova che possa sostenere l’ipotesi generata a partire dalle testimonianze secondo cui 43 copri sono stati cremati nella discarica municipale di Cocula.
- Tutte le prove raccolte mostrano che nella discarica solo ci sono stati dei fuochi di piccole dimensioni la cui scansione temporale non può essere dovutamente definita.
- Non c’è prova che sostenga l’ipotesi secondo cui i corpi sono stati cremati con un fuoco alimentato in gran parte da grassi sottocutanei.
- Tutte le prove raccolte mostrano che l’incendio minimo necessario per la cremazione di questi corpi non può essere stati generato nella discarica di Cocula. Se fosse esistito un fuoco di tale grandezza, i danni generali sarebbero stati visibili nella vegetazione e nella spazzatura. Nessuno di questi elementi mostra danni di questo tipo.
- E’ impossibile stabilire se i fuochi accesi nella discarica di Cocula sono stati di dimensioni sufficienti per l’incinerazione di uno o più corpi, e inoltre non c’è nessuna evidenza che indichi la presenza di un fuoco della grandezza di una pira per la cremazione anche di un solo corpo.
- Non esiste nessuna evidenza che mostra che il combustibile necessario per la cremazione dei corpi sia stata disponibile in qualche momento presso la discarica.
- Le testimonianze indicano eventi che non sono possibili date le condizioni generate e per come dovrebbe essere il fuoco minimo indispensabile per la cremazione dei corpi.
- La perizia relativa al fuoco non è stata fatta secondo le regole internazionali ampiamente accettate dalla comunità forense. Non è stata data la priorità necessaria alla perizia relativa al fuoco, si è disposto di prove critiche (vegetazione adiacente) senza le necessarie analisi, la raccolta di prove ha trascurato elementi critici e necessari e l’evidenza non è stata strutturata in modo adeguato.
- L’Opinione Ufficiale emessa sugli Incendi (AP/PGR/SEIDO/UEDMS/871/2014, Pagine 80002, 83278, 88350) non ha gli obiettivi, la profondità e il rigore necessari per un’investigazione di questa natura.
- Le conclusioni della riferita Opinione sono in gran parte errate e in molti casi non emergono dalla evidenza materiale e dalla sua possibile interpretazione.
- I periti della PGR autori dell’Opinione non hanno le conoscenze né l’esperienza necessaria per affrontare un caso della complessità di quello che riguarda i fatti del 27 settembre 2014.
Il quinto autobus “fantasma”
Carlos Beristaín, uno degli autori del rapporto, ha spiegato in un’intervista alla CNN come questa possa trasformarsi in una “opportunità per cambiare le cose, per fortificare la lotta per i diritti umani e contro l’impunità” e come “molte informazioni erano già presenti nei fascicoli della procura ma non erano state processate correttamente”. Ha anche sottolineato che bisogna rivedere urgentemente il ruolo del “quinto autobus per formulare un’ipotesi consistente, visto che non era stato tenuto da conto nell’indagine”. I bus occupati dagli studenti di Ayotzinapa a Iguala erano, infatti, solo quattro, ma la ricerca del GIEI ha fatto emergere l’esistenza di un quinto autobus che non c’era nel fascicolo originale e che sarebbe stato carico di droga. Beristaín ha dichiarato che sono tante le inconsistenze nelle dichiarazioni dell’autista e che l’autobus ripreso dal video registrato alla stazione dei bus di Iguala e quello, che sarebbe il quinto, ritratto dalle fotografie che hanno consultato gli esperti sono diversi. Le linee aperte sono dunque molte. Esiste la possibilità che uno dei mezzi di trasporto presi dai normalisti quella notte contenesse eroina che i Guerreros Unidos intendevano trasportare alla frontiera statunitense.Attacco massivo e contro-insurrezione
I fatti di Iguala sono stati descritti dalla CIDH come “un attacco massivo” in cui ci sono state 180 vittime dirette, tra cui 6 morti da considerare come “esecuzioni extragiudiziarie” e 43 sparizioni forzate. Lo scrittore e giornalista Sergio González Rodríguez, autore del libro Los 43 de Iguala, ha parlato di vere e proprie operazioni contro-insurrezionali nei confronti dei normalisti. Uno degli esperti della Commissione ha affermato che “c’è stata la presenza di differenti agenti dello stato (polizia municipale, ministeriale, federale) e non abbiamo riscontrato alcuna azione di protezione. Quello che stava succedendo erano aggressioni che superavano qualunque azione di neutralizzazione di persone. Avevano a che vedere con spari da armi da fuoco, attacchi e attentati contro la vita, eccetera.
Inoltre c’è stato un ritardo nel prendersi cura delle vittime, le ambulanze avevano paura di uscire”. E anche per questo si può parlare di desaparición forzata e secondo gli esperti s’è trattato di un livello d’aggressione brutale, “indiscriminato, con autori che non occultano la propria identità, non c’è nessun occultamento della loro identità inizialmente. Si sa che si tratta della polizia municipale, alcuni sono incappucciati ma poi si scoprono. Questo attacco mostra il tipo d’impunità su ci potevano contare i vari autori e la mancanza di meccanismi di controllo di un’azione così violenta contro la popolazione, oltre al terrore esercitato e al controllo territoriale che aveva la polizia municipale con altre autorità, insieme al crimine organizzato”.
Il vuoto nelle indagini non è riuscito a colmarsi: non sappiamo ancora esattamente cosa è successo tra il momento della cattura degli studenti e quello della loro scomparsa. Ma sappiamo che la procura non ha prodotto nessuna “verità storica”, men che meno giuridica.
Il GIEI ha segnalato anche la presenza di “molteplici scenari”, almeno nove, in cui vi sono stati attacchi diretti con la presenza di funzionari statali e il fatto che i normalisti la notte del 26 settembre sono stati sorvegliati e seguiti dalla Polizia Federale da quando sono passati dalla capitale del Guerrero, Chilpancingo, ore prima dell’aggressione armata contro di loro. “La responsabilità degli attori che portano a termine la sparizione forzata, che mettono in atto il sequestro all’inizio, risiede anche nella desaparición successiva delle persone, indipendentemente da quale sia stato il meccanismo finale che ha portato a prendere decisioni sul destino o la situazione dei desaparecidos. Non bisogna separare le due cose, sono parte della medesima azione, non sono due azioni differenti”.
Reazioni e azioni in vista del 26 settembre
Un altro degli esperti del GIEI, Alejandro Valencia, ha sottolineato che nel rapporto si segnalano 20 raccomandazioni per le autorità suddivise in quattro categorie: l’indagine, le responsabilità, le ricerche e la cura delle vittime. Andranno promosse l’unione delle varie indagini e la realizzazione di incroci delle informazioni tra il DNA ritrovato negli autobus in cui c’erano i normalisti e i loro familiari. Le ricerche dovranno allargarsi e includere fotografie satellitare e altri luoghi compatibili con le prove in possesso degli inquirenti. Vanno anche investigate le responsabilità delle autorità finora tralasciate e le colpe di chi avrebbe intralciato le ricerche in questi mesi.
In tal senso parte dell’opinione pubblica e parlamentari del PRD (Partido Revolucion Democratica), partito politico cui apparteneva l’ex sindaco di Iguala, José Luis Abarca, stanno chiedendo già l’istruzione di un giudizio politico contro l’ex procuratore Murillo Karam. Tra l’altro Abarca e sua moglie Maria Pineda avrebbero negato, in un intervistarilasciata agli esperti del GIEI, la loro partecipazione ai fatti della notte di Iguala: le versioni e le confusioni si moltiplicano. Urge anche la creazione di un’anagrafe delle persone scomparse e di un sistema di ricerca implementato dallo stato dato che le prime 72 ore dalla scomparsa di una persona, in genere, sono cruciali. Il GIEI ha chiesto altresì la creazione di un programma nazionale per le esumazioni.
Chi dispone dei forni crematori necessari per ridurre 43 corpi in cenere in poche ore? I militari, per esempio. Ma non sono stati indagati. E allora la società, almeno le sue componenti più attive e consapevoli, reagisce e chiede spiegazioni, giustizia, ancora una volta. Uno sparuto manipolo di narcotrafficanti in una discarica di provincia avrebbe avuto bisogno di almeno 60 ore (non 16 come attestano le dichiarazioni dei detenuti) e di una “potenza di fuoco e di calore” di gran lunga superiore, oltre che di una capacità organizzativa elevata. Gli esperti hanno chiesto che siano aperte ricerche sui forni crematori disponibili nel paese e hanno parlato di almeno 700 familiari coinvolti e colpiti direttamente in seguito ai fatti di Iguala.
E sono milioni le persone che da vicino o da lontano stanno con loro. Sono 30mila i desaparecidos messicani e decine di migliaia in più quelli centroamericani in terra azteca negli ultimi 10 anni. Più di 100 i giornalisti silenziati dal patto criminale e d’impunità narco-governativo. Sono oltre 130mila i morti ammazzati della narcoguerra in nemmeno un decennio, da quando nel 2006 il presidente Felipe Calderón lanciò un’improvvisata e sanguinosa campagna militare “contro i narcos”. Le virgolette sono d’obbligo, visto che di fatto l’offensiva governativa e la violenza dei cartelli del narcotraffico si ritorcono soprattutto, sinergicamente, contro la società e la popolazione, specialmente contro le sue frange più organizzate e resistenti, in lotta contro la spoliazione economica e ambientale di territori e comunità. Alla luce di tutto questo e del rapporto steso dagli esperti del GIEI la società e i movimenti organizzati in Messico e nel mondo, i genitori di Ayotzinapa, la stampa, i difensori dei diritti umani, i solidali e la gente si chiedono: “Dove sono i 43 studenti?” Lo stato messicano non può, anzi non vuole rispondere. #MexicoNosUrge – Da CarmillaOnLine
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Nuova Mappa del Narcotraffico in Messico e Stati Uniti

di Fabrizio Lorusso
Periodicamente l’agenzia antidroga americana DEA (Drug Enforcement Administration) traccia la mappa del narcotraffico negli Stati Uniti e in Messico e, in base al lavoro d’intelligence dei suoi uffici distaccati sul territorio, pubblica una relazione sull’evoluzione dei cartelli messicani in America del Nord. Colori e macchie, città conquistate e perse, confini e nomi ormai noti della criminalità organizzata locale e globale non hanno nemmeno bisogno di una legenda per essere compresi. L’impatto visivo è immediato e così l’idea della narcoguerra che insanguina il continente si lega alla geopolitica. I frammenti si ricompongono sullo schermo e, restringendo lo zoom, i pixel scompaiono e la visione globale si fa nitida. La lotta militarizzata alle organizzazioni criminali, che in Messico ha mietuto oltre 130mila vittime in 8 anni e mezzo e ha provocato un aumento drammatico delle violazioni ai diritti umani, viene analizzata dalla DEA in una dimensione internazionale e geografica che, pur offrendo un quadro cognitivo generale, mette in secondo piano le vite quotidiane di milioni di persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze della war on drugs e dell’ipocrisia di fondo che la alimenta. Sono i milioni di pixel concentrati nei vari sud del mondo: dal Latinoamerica, o “NarcoAmerica”, secondo il titolo di un interessantissimo libro di giornalismo narrativo “sulle tracce della cocaina” pubblicato da Tusquets (2015), a Gioia Tauro, dall’Afghanistan a Ciudad Juárez o i Balcani.Dal cartello alla mafia
In riferimento ad alcuni gruppi della delinquenza organizzata messicana non si parla più, o non solo ormai, di gangster, cartelli e delinquenti, di tagliagole e sicari, di gang, bande epandillas, ma di vere e proprie mafie. Si tratta di uno stadio superiore di sviluppo dell’organizzazione criminale che acquisisce e consolida codici e strutture, regole e lealtà, discipline e logiche imprenditoriali e da clan. Una mafia sa riprodursi, organizzarsi, darsi regole. Sa anche essere anche discreta e rafforzare i suoi legami con la politica e lo stato, specialmente in Messico. E a questo modello, rinsaldato da legami tra compari e di sangue, risponde sicuramente il cartello di Sinaloa, al cui vertice restano Ismael “El Mayo” Zambada e il fuggitivo Joaquín Archibaldo Guzmán Loera, alias “El Chapo”. Ma Sinaloa, come evidenzia l’analisi della DEA, è tacchinato da altri gruppi emergenti e da vecchi rivali.
Il report identifica otto grandi cartelli messicani: Sinaloa, Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), Beltrán-Leyva Organization (BLO), Los Zetas, Cartello del Golfo (CDG), Cartello di Juárez/La Línea (CDJ), La Familia Michoacana (LFM) e Los Caballeros Templarios (LCT). Questi ultimi due hanno perso nettamente influenza, capacità operative e coesione a livello di organizzazione, mentre il CJNG, nato da una scissione del cartello di Sinoloa nel 2010, si presenta come il gruppo in maggior crescita. Dal suo stato d’origine, il Jalisco con la sua bella capitale Guadalajara, l’organizzazione s’è espansa ai vicini Nayarit, Colima, Guerrero, Michoacán e al Veracruz. Ma non solo. Sfruttando abilmente le debolezze dei rivali e le sue alleanze ha fatto ingresso anche nel Guanajuato e nel San Luis Potosí, così come nei meridionali Oaxaca e Chiapas.L’ascesa del Cartello Jalisco Nueva Generación e il dominio di Sinaloa
In particolare la quasi totale disintegrazione della Familia Michoacana e dei Cabelleros Templarios nel Michoacán, territorio strategico sulla costa pacifica grazie allo scalo portuario di Lázaro Cárdenas, porta d’ingresso di precursori chimici per la produzione di metanfetamine e di cocaina dalla Colombia, ha portato all’ascesa del Jalisco Nueva Generacion i cui membri sono riusciti anche a infiltrarsi nella Nuova Polizia Rurale. Questa forza di polizia è stata creata dal governo per “risolvere” il conflitto coi gruppi armati di autodifesa e incorporarli in una struttura statale. Insieme ad essi, però, anche operatori del cartello CJNG sono entrati nella polizia oltre che nei territori prima controllati dalla Familia e da LCB.
Per questo il cartello di Jalisco viene identificato come il prossimo “nemico numero uno” della DEA. Negli USA nessun gruppo criminale straniero è così ben posizionato e potente come i cartelli messicani, specialmente Sinaloa, che tramite network distributivi e tracciati consolidati, soprattutto lungo il confine sudoccidentale, gestiscono traffici policromatici: marijuana verde e bianca coca, cristalli chiari e celesti di metanfetamine e infine eroina. Proprio queste due sostanze rappresentano i business in aumento, anche grazie alla “spinta dell’offerta” in tal senso.
La mappe disegnate dalla DEA evidenziano la presenza delle mafie messicane in territorio statunitense nella prima metà del 2015: il predominio di Sinaloa è schiacciante ma non totale. Infatti, il cartello di Juárez, quello del mitico boss degli anni ’90 Amado Carrillo Fuentes (El señor de los cielos) mantiene la sua influenza tradizionale nel New Mexico e nel Texas sud-occidentale, mentre gli Zetas e il cartello del golfo lottano per il controllo diplazas, punti di passaggio e territori tanto in Messico, soprattutto nelle regioni del Tamaulipas e del Veracruz, come negli USA, nel Texas sudorientale e centrale. Allontanandosi dal confine messicano-statunitense solcato dal Rio Bravo, la loro capacità operativa va scemando.
Come in genere accade nell’economia legale, anche nel settore del traffico degli stupefacenti la gran fetta della torta, i guadagni più sostanziosi, finiscono nelle mani della grande, media e piccola distribuzione nel mercato USA: lo smercio città per città, quartiere per quartiere, effettuato da dealer e pusher formano il grosso delle entrate, per cui è strategico controllare i punti di transito in Messico, ma ancor di più lo sono la gestione degli snodi di frontiera e dei trasporti e la distribuzione al consumatore finale.
Sebbene abbiano perso potere e mercato, non sono assenti da numerose città americane le organizzazioni criminali messicane decadenti (come i Templarios, il cartello di Tijuana della famiglia Arellano Félix o i Beltrán Leyva, presenti a Denver e lungo la costa orientale) e quelle emergenti come il Jalisco Nueva Generación. Il cartello, sebbene non sia ancora molto presente nel mercato americano, sta guadagnando rapidamente posizioni in Messico, ottima base di partenza per la conquista degli States, per cui è visto con crescente preoccupazione dalle autorità di quel paese.
Narco-Storia del Cartello Jalisco Nueva Generación
Proprio riguardo a questo gruppo, alla ribalta dei media nel maggio scorso in Messico per una serie di attentati e scontri a fuoco con la polizia alla vigilia delle elezioni parlamentari, cito un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga per cercare di capirne le dinamiche e la storia:
Abigail González Valencia, alias “El Cuini”, era un boss discreto, vecchio stile. Poco presente sui media, non figurava nemmeno nella lista dei 122 obiettivi prioritari del governo, elaborata in base a fattori quali il numero di indagini aperte su un individuo, le sue reti nazionali ed estere e il suo giro d’affari. Il narcos è stato arrestato il 28 febbraio 2015 ed è stato rimpiazzato da quello che secondo la stampa, il governo messicano e il Dipartimento del Tesoro statunitense sarebbe uno dei nuovi “uomini forti” della malavita in Messico, suo cognato Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. González Valencia operava con il “El Mencho” in qualità di capo del gruppo armato, alleato del CJNG, noto come “Los Cuinis” e attivo dagli anni Novanta all’interno del cártel del Milenio. El Cuini appartiene alla famiglia dei fratelli Valencia, vecchie glorie della narco-storia messicana che da coltivatori di avocado divennero negli anni Settanta piantatori di papaveri e marijuana.
Uno di loro fu addirittura sindaco di Aguililla, cittadina d’origine dell’intera stirpe dei Valencia. L’incipiente organizzazione divenne un potente cartello, il Milenio, sotto la guida di Armando Valencia e grazie all’alleanza coi colombiani di Medellín, all’estero, e a quelle con i fratelli Amezcua di Colima, pionieri nel commercio di droghe su disegno o sintetiche, e con Sinaloa, in patria.Nel 2003 stabiliscono una rete per l’importazione da Hong Kong dell’efedrina, precursore chimico delle metanfetamine, in virtù dell’accordo con l’impresario sino-messicano Zhenli Ye Gong, e si legano più strettamente al Chapo Guzmán, responsabile della “divisione droghe sintetiche” del cartello del Pacifico o Federación de Sinaloa. In seguito si associano allo storico capo sinaloense Ignacio Nacho Coronel, boss indiscusso della zona del Jalisco. La mafia del Milenio si trasforma in Jalisco Nueva Generación nel 2010, dopo la morte di Coronel, e stabilisce un patto con gli scissionisti Beltrán Leyva, ormai nemici di Sinaloa. Dal 2013 ingaggia una guerra contro i Templarios del Michoacán per il controllo dello snodo portuale di Lázaro Cárdenas e conduce un’infiltrazione graduale nei gruppi armati di difesa, le autodefensas, che sorgono proprio in quell’anno e che sono confluiti nella Nueva Fuerza Rural patrocinata dal governo.
Nel 2011 il CJNG si proietta al centro delle cronache per una serie di video in cui si presenta come una banda di “Ammazza-Zetas”, i Mata-Zetas, in lotta per ripulire Veracruz e il golfo dagli odiati Zetas. In molti hanno pensato che fosse un espediente mediatico dei narcos di Sinaloa e del loro boss, il Chapo Guzmán, per fiondarsi alla conquista dell’Oriente messicano, presentandosi come dei salvatori, ma in realtà si trattava di un gruppo autonomo, di fatto scisso da Sinaloa. Nel 2015 il Jalisco Nueva Generación ha condotto una guerra su più fronti e ha espanso la rete delle sue operazioni a sette stati del Paese. Nel sud del Michoacán ha spodestato i Templarios, mentre nella zona a nord di Guadalajara gli Zetas hanno dovuto ripiegare. Il cartello sta battagliando ancora con Sinaloa per il mercato delle metanfetamine e secondo alcuni esperti in futuro potrebbe scavalcare gli Zetas e contendere il primo posto nella classifica criminale proprio a Sinaloa e al “Mayo” Zambada.
Secondo molti osservatori l’accanimento mediatico contro il CJNG ha fatto concentrare l’attenzione su un gruppo lasciando operare più tranquillamente gli altri, specialmente il cartello di Sinaloa. Inoltre viene data poca rilevanza al gruppo dei “Los Cuinis”, presumibilmente alleati del Jalisco Nueva Generación, che la DEA non ha citato tra gli otto cartelli messicani principali, nonostante il Dipartimento del Tesoro abbia incluso affaristi e imprese ad esso legati nella sua lista nera e lo abbia etichettato come “uno dei cartelli più pericoli e violenti del paese”. Probabilmente l’Agenzia non considera Los Cuinis come un cartello indipendente: i legami di parentela dei fratelli José, attuale capo, e Abigail Gonzalez Valencia con il boss del CJNG, Nemesio Oceguera, loro cognato, e il fatto che i due gruppi abbiano sempre collaborato strettamente può avere influito sulla scelta della DEA. Prima dell’arresto Abigail era l’operatore finanziario del Jalisco Nueva Generación a Guadalajara. Comunque nemmeno la quarantennale organizzazione cartello dei Diaz Parada o cartello di Oaxaca non è menzionata nel rapporto dell’agenzia USA.Dopo la cattura del fratello maggiore dei Los Cuinis, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana è il minore, José González Valencia, alias La Chepa, che ha assunto il comando e sarebbe responsabile della sicurezza di Nemesio Oceguera, El Mencho, e degli attacchi militari contro le forze della polizia del Jalisco nei mesi scorsi. I narcos avrebbero perso l’appoggio della polizia statale per cui si sarebbero rivolti contro di loro con una serie di attentati, approfittando anche della congiuntura preelettorale durante la quale ci sono sempre possibilità di nuovi accomodamenti tra criminalità organizzata e apparati statali.La Chepa González ha il sostegno di un medico di Aguililla, nel Michoacán, che è anche luogotenente del CJNG: si chiama Rogelio Guízar Camorlinga, El Doctor, e avrebbe organizzato gli scontri con le forze federali e della polizia statale del Jalisco il 9 marzo 2015, quando morirono cinque elementi della gendarmeria nazionale, due presunti delinquenti e quattro civili, e il 6 aprile, quando a San Sebastián del Oeste sono stati fatti fuori 15 poliziotti che si dirgevano a Guadalajara.
Michoacán, Los Zetas e l’invasione dell’eroina negli USA
La Familia Michoacana, dopo la scissione dei Caballeros Templarios nel marzo 2011 ed in seguito ad altre faide, ha dato origine a gruppi criminali come “La Empresa Nueva”, “Los Moicas” (presenti in California) e il “Cartello Indipendente del Michoacán” che oggi sono rimasugli locali di quella mafia messianica e unitaria che, per alcuni anni, ha dettato legge nel Michoacán e nelle zone limitrofe. Anche gli Zetas si sono spezzettati in cellule locali che, non potendo più gestire il business della droga a livello internazionale, si sono riconvertite ad altre tipologie criminali: sequestro di persona, estorsione, tratta di bianche, traffico di organi, prostituzione, traffico di migranti, vendita di “protezione”, riciclaggio egiros negros come l’apertura di club, casinò, discoteche e bische legali e clandestine. La figura 2 mostra quali sono le mafie predominanti in ciascun stato USA e la scurezza del colore riflette la densità della popolazione e, quindi, del mercato potenziale per gli stupefacenti, non il livello d’influenza attuale del cartello criminale.
Negli ultimi tre o quattro anni c’è stato un cambiamento dell’offerta, con la spinta maggiore dell’eroina, data la stasi della cocaina e del traffico illecito di marijuana come conseguenza della legalizzazione del consumo ricreativo e della produzione di questa pianta e delle sostanze derivate in Alaska, Colorado e Washington. E quindi la mappa numero 3 rappresenta graficamente i dati relativi alle morti per overdose di eroina nel 2013 del National Center for Health Statistics/Centers for Disease Control (NCHS / CDC) e la stessa DEA segnala l’invasione di questo psicotropico che ha fatto 8.257 vittime nel 2013, circa il triplo di quelle del 2010. Il consumo aumento per la spinta dell’offerta, la maggiore disponibilità a basso costo propiziata dalla politica dei cartelli messicani, specialmente di Sinaloa, e poi si registra un uso più sostenuto di numerosi pazienti che possono averla su prescrizione.L’espansione della frontiera dell’eroina viaggia ora verso i mercati della East Coast. Storicamente, riporta il testo della DEA, “il mercato dell’eroina negli Stati Uniti è stato diviso in due lungo il fiume Mississippi, con i mercati occidentali che usavano l’eroina messicana nera (black tar) o in polvere marrone, e quelli dell’Est che usavano eroina bianca in polvere (precedentemente del Sudest e del Sudovest asiatico, poi negli ultimi vent’anni quasi solo sudamericana)”. Dunque il ruolo di intermediari dei messicani, così com’era successo per la cocaina, è diventato strategico e questi hanno altresì incrementato la produzione di eroina bianca in Messico, per cui i cartelli sono entrati con successo nel redditizio mercato degli stati medio-occidentali e del Nordest: Chicago, il New Jersey, Philadelphia e Washington e molte zone di New York sono ormai terra azteca.
Nota Finale. Sebbene i rapporti e le mappe emessi dalla DEA siano attendibili e delineino le tendenze generali, in particolare per quanto riguarda il territorio statunitense, spesso non coincidono con quelli di altre fonti come, per esempio, la PGR (Procura Generale della Repubblica) messicana. Per esempio nel giugno scorso Tomás Zerón, direttore dell’Agenzia d’Investigazione Criminale della PGR, ha dichiarato con tono trionfalista che, dopo la cattura di numerosi boss storici, le organizzazioni criminali sono così frammentate e disperse che si può affermare l’esistenza oggi di soli due cartelli veri e propri: Sinaloa e il CJNG. Per questo molti gruppi criminali sono descritti più come “franchigie” o “cellule” che come “grandi imprese” o “reti”, etichette valide invece per le organizzazioni più grandi, solide e strutturate. Nel settembre 2014 la Procura aveva parlato, invece, di 9 cartelli (quelli segnalati dalla DEA più il “cartello del Pacifico” nella zona di Acapulco) e 43 gang o fazioni derivate o legate ad essi. Sono informazioni, nomi e mappe criminali che cambiano con frequenza, tanto nella realtà come nelle narrazioni e indagini della stessa Procura per cui van prese con le pinze. Per i funzionari pubblici e la PGR è comunque gioco forza presentare progressi nella narcoguerra intrapresa dal governo e quindi la tendenza è quella di mostrare la frammentazione di alcuni cartelli come un passo avanti nella lotta al narcotraffico anche se la violenza non diminuisce ed anzi aumentano delitti gravissimi, in cui apparati dello stato sono complici, come le desapariciones (sparizioni) forzate e i sequestri di persone. Da CarmillaOnLine
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Visioni e Suggestioni dallo Zoo di Marilù Oliva

Marilù Oliva, Lo zoo, Elliot, 2015, € 15, pp. 190.Lo zoo di Marilù è un boschetto di fantasie umane e disumane, le sue e le nostre, di tutti. Perché i personaggi che compongono il bestiario più stravagante e inquietante del mondo, in qualche modo, anzi in tanti modi diversi, potremmo essere proprio noi, con le nostre paure e perversioni, con le dinamiche di potere e gli sconquassamenti dei valori che sfasciano le nostre certezze e frammentano le nostre identità, già duramente messe alla prova e al bando da decenni di relativismo e perdita di senso. In un salentino profondo e surreale avviene la trasformazione forzata e (quasi) definitiva di alcuni esseri umani in fenomeni da baraccone, mitologiche procreazioni di Clotilde, una nobildonna di plastica, ossessionata dall’invecchiamento e ritoccata all’inverosimile per mantenere in età senile almeno qualche barlume dell’antica bellezza. Visioni.
Davvero vorrei provare a passare la notte in una delle gabbie di questo zoo: che freak o personaggio sarei? Cosa spingerebbe un’ingrata, annoiata e imbruttita Contessa, ex vedette e stella della TV sulla via del tramonto, a rapirmi e ad espormi come attrazione nel suo circo? Potrei io abbellire la tenuta di Pescolusa, paradiso verde e privato, oltre che scenario principale di questo teatrale e paradossale noir, in cui sono rinchiuse creature come l’Uomo Scimmia, la Donna Anfora, la Sirena haitiana, il Ciclope, una vecchia Strega, una specie di Angelo etereo ed El Pequeño, nano astuto e adulatore prelevato dall’estremo Occidente? Tutti portiamo maschere, ruoli, personalità. L’autrice, sapiente tessitrice di immaginari e racconti, esplora alcuni casi limite, mettendoci in guardia e facendoci riflettere sulla diversità e sull’autoritarismo, sull’essenza umana e le sue contraddizioni.
Loro malgrado questi figuri diventano l’Attrazione. Hanno perso la libertà, rubata loro a tradimento, e presto prendono coscienza della loro condizione. Dunque alcuni desiderano ribellarsi, scappare. Ma senza unione come fare? La forza viene meno. Le celle li separano e li isolano dal resto, e così la fuga s’allontana, come evanescente utopia di liberazione. Ma non tutto è perduto. Da una parte c’è chi fa il servo dei padroni per ingraziarseli, c’è chi degenera e cede alle più infime pulsioni, ma dall’altra c’è chi s’organizza e chi riesce a risvegliare empatie, affetti e solidarietà. Il tempo scorre a modo suo nella visione-lettura de Lo Zoo, ma si ferma del tutto per gli involontari protagonisti della messa in scena. I nostri hanno visto sfigurare la loro identità, rimodellata in base ai sogni e ai deliri della loro nuova padrona e del suo ultimo marito, di vent’anni più giovane e altrettanto bramoso di riconoscimenti e successo. Vivono come miserabili, maltrattati e sorvegliati dal custode-carceriere Quinn Palmer, sintesi visionaria ma realistica di tutto il peggio dell’italiano grezzo, medio e mediocre, in gabbie nascoste dietro un recinto di siepi con soli due accessi: uno dal mare e uno che arriva dal castello della Contessa. La speranza d’evasione è doppia.
Di passaggio a Pescolusa sceglierei per me una cella attigua a quella della Donna Anfora, l’intelligentissima Martina, ragazza senza gambe e senza braccia che è stata trasformata in un vaso fiorito, coi capelli tinti di verde a riprodurre il fogliame, dalla fantasia perversa della Contessa e del suo consorte, Cristoforo Tommaseo, chirurgo plastico frustrato e perennemente in cerca di gloria. Oppure chissà, cercherei di liberare la Sirena, giovane haitiana a cui il folle medico ha cucito le gambe facendone un tutt’uno per creare una sfortunata coda. E, come se non bastasse, l’ha anche sottoposta a una terapia sbiancante per farle impallidire la pelle. C’è chi pianifica di fare di peggio, molto peggio. L’orrore è tutto da scoprire, ma Oliva riesce a farlo con sottile ironia, senza straripamenti. Martina, l’Anfora o “vaso floreale umano”, ha una sorprendente capacità d’innamorare, pizzica gli appetiti sessuali dell’Uomo Scimmia, il più peloso della Terra, e sa spiegare lucidamente la realtà, anche se ne ha vista poca, dato che vive relegata in casa per la sua difficile condizione e il suo universo è la virtualità del world wide web. Il suo Rafael, carceriere buono, l’apprezza così com’è, dimezzata e completa nel contempo.E lei non può non chiedersi come faccia Rafael a tenere un piede in due scarpe, quella dell’umanità e quella della disumanità: “Perché lui è complice, inutile farci attorno tanti giri di parole: la sua corresponsabilità lo rende collaborazionista dell’obbrobrio che la Contessa e il suo partner hanno creato. Essere complici ma non artefici non salva dall’assoluzione, anzi, di questo Martina, ormai ridotta a donna-vaso, non ha dubbio alcuno: la complicità rende chi la pratica un attore ancora più spregevole dell’ideatore del misfatto, urla nel silenzio del suo pensiero, per quella parte passiva ma abietta che è insita nel suo favoreggiare”. Sodali, aguzzini, giustizieri e integri sono ruoli le cui etiche s’invertono e si rimischiano nella crisi dei valori dello stato di natura.
“Gli piace il mare bagnato dal temporale. Valuta di andare sulla spiaggia e sedersi sotto l’ombrellone dei padroni, a rimirare le onde quando accolgono l’acqua pura, loro che sono zuppa di fiumi e pesci e memoria di naviganti. La sera del party, col viso rivolto alle mani della notte sulle acque, la Donna Anfora gli aveva capovolto l’immagine fugace della vita marina, rimandandola dall’alga unicellulare alla ripetizione sempiterna del mare come sistema. E lui si era specchiato dentro al pozzo azzurro di lei, dopo che si era rivelata”. E chi altri potrebbe apprezzarla così, oltre a Rafael?Forse qualcuno degli ospiti compiaciuti e bizzarri della Contessa, tra cui un Sindaco-boss mafioso e il suo figlio eroinomane, una futile e conturbante aspirante conduttrice TV e un sadico dottore che rivaleggia con Tommaseo. Mentre loro si godono un periodo di riposo ed emozioni nella tenuta e scoprono lo zoo, una delle principali attrazioni scompare e aleggiano sospetti e diffidenze. S’indaga, si scoprono le carte e vengono fuori gli scheletri nell’armadio di ciascun attore di questa tragicommedia costellata di colpi di scena e sferzate di humour nero. Fino alla fine.
Il romanzo è un mosaico, ogni capitolo un frammento che prende il nome da un personaggio all’interno di uno spaccato immaginifico spaventoso e accattivante allo stesso tempo. Lo stile e la scrittura fluiscono eleganti, la scelta delle parole è meticolosa, azzeccata e opportuna. Niente è fuori posto nel bizzarro giardino zoologico di Marilù, le prigionie s’incastrano, e liberano noi dai paraocchi. Il senso delle cose pare uscirne sovvertito, l’estraniamento e il dubbio emergono e la risoluzione delle tensioni non è mai banale. L’afa estiva pervade le sudate pagine dello zoo e il sipario cala sui suoi personaggi lasciandoci felicemente smarriti. Dopo la trilogia sanguinosa, poliziesca e latinamente danzereccia della Guerrera (Tú la pagarás, Fuego e Mala Suerte), Oliva approfondisce la riflessione e l’esplorazione psicologica, letteraria e sociale sulle pulsioni umane e i bassifondi dell’anima, già cominciata con la narrazione delle vicende di tre diaboliche vecchine contenuta nel suo precedente romanzo, Le Sultane.
Leggi un estratto del romanzo qui link – Da CarmillaOnLine – Fabrizio Lorusso






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