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  • #NarcoGuerra recensito su Le Monde Diplomatique – Il Manifesto

    #NarcoGuerra recensito su Le Monde Diplomatique – Il Manifesto

    Recensione NarcoGuerra Il Manifesto Le monde diplomatique Geraldina Colotti (Large)Recensione di Geraldina Colotti a NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga su Le Monde Diplomatique, numero di luglio (in edicola con il quotidiano Il Manifesto dal 15 luglio 2015)

  • Buone #Letture in corso #Libri #Italia #Suggestioni

    Un post di letture in corso o già consumate, felicemente. Sono un po’ dei buoni propositi ma anche delle certezze: le buone letture per queste settimane che passo in Italia prima del ritorno in terra messicana. Niente, le posto qui in una galleria fotografica (clicca sulle immagini sopra per allargare) e le consiglio vivamente.

    Lo Zoo della scrittrice bolognese Marilù Oliva (Elliot) link anticipazione

    Il sudario di latta. Taccuni di guerra del giornalista Ugo Lucio Borga (I Faggi/Ed. Marco Valerio) link

    100 anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda di Wu Ming 1 (Rizzoli)

    Il sole dell’avvenire (2) – Chia ha del ferro ha del pane dell’intramontabile Valerio Evangelisti (in attesa dell’ultimo volume della trilogia) (Mondadori)

    Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi, AAVV (Agenzia X)

    Rio de Janeiro di Bruno Barba (Odoya)

  • Video Libro #NarcoGuerra #Kobane #YaBasta al Festival #Sherwood #Padova

    Video Libro #NarcoGuerra #Kobane #YaBasta al Festival #Sherwood #Padova

    Presentazione dei progetti dell’Associazione Ya Basta EDI BESE su Messico, Italia e Kobane e del libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli droga al Festival Sherwood – Padova – 25 giugno 2015 – Link post originale

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  • Video Presentazione #NarcoGuerra Libreria Trebisonda a #Torino

    Fabrizio Lorusso presenta il libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (Odoya Edizioni, 2015). Con lui Gianfranco Crua e Marco Bellingeri. A Torino alla Libreria Trebisonda il 10 luglio 2015.

  • Recensione di #NarcoGuerra su Il Cittadino di Lodi

    Recensione di #NarcoGuerra su Il Cittadino di Lodi

    il cittadino giornaleRecensione del 25 giugno 2015 “Il dramma messicano della narcoguerra” – C’era una volta Messico e nuvole, «la faccia triste dell’America». Che triste lo è ancora, anzi, di più. Nel suo sconvolgenteNarcoguerra, infatti, Fabrizio Lorusso racconta con dovizia di particolari un Messico spietato e violento, ben differente da quello “da cartolina” diffuso nell’immaginario collettivo. Crocevia per il traffico mondiale di stupefacenti, la terra dei sombreri è infatti un Paese soggiogato dai cartelli della droga, dalla corruzione e dalla collusione tra malavita, politica e forze dell’ordine: dove chi si ribella, spesso, muore.

    Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)E non fosse sufficiente la vicenda dei 43 studenti consegnati dalla polizia ai “narcos” a Iguala, meno di un anno fa, e da allora spariti nel nulla, basta un dato per far capire le dimensioni della tragedia messicana: i 100mila morti e i 26mila “desaparecidos” a bilancio della guerra lanciata nel 2006 ai signori della droga dall’ex presidente Calderon. Un ecatombe, insomma, dalle molteplici responsabilità, Usa compresi: e alla quale, in un caleidoscopio sociale frammentato, cercano di sopravvivere e ribellarsi coloro che, come gli studenti di Iguala, di questa “narcoguerra” sono solo le vittime. Di Alberto Belloni

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    Fabrizio Lorusso, Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Odoya Editrice, Bologna 2015, pp. 414, 20 euro

     

  • E il Chapo Guzmán scappò di nuovo

    E il Chapo Guzmán scappò di nuovo

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    [Da NarcoMafie e Huffington Post] Negli ultimi anni il Messico ci ha abituato a funesti e surreali colpi di scena. Se non si trattasse del Paese della NarcoGuerra, il conflitto militare con i cartelli della droga che dura da quasi 9 anni, e dei desaparecidos, con 30.000 casi di sparizione forzata e la vicenda dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, la fuga di prigione del capo dei capi, il narcotrafficante Joaquín “El Chapo” (“Il Tarchiato”) Guzmán Loera, potrebbe sembrare un episodio isolato, una svista, una fatalità.

    Invece uno dei boss più ricercati al mondo, che aveva una taglia di 5 milioni di dollari ed era stato catturato dalla Marina il 22 febbraio 2014 nel suo stato natale, il Sinaloa, è riuscito per la seconda volta a prendersi gioco degli apparati di sicurezza messicani e a scappare da un carcere inespugnabile come quello dell’Altiplano, sito ad Almoloya de Juárez nell’Estado de México, regione che si trova tutt’intorno alla capitale e ai centri del potere nazionale.

    Alle 20:00 della sera dell’11 luglio il jefe del cartello di Sinaloa, un’organizzazione criminale presente in oltre 50 paesi con attività legali e illegali, ha assunto la sua dose consueta di medicine. 52 minuti dopo s’è recato nella zona della doccia della sua cella ed è stato ripreso dalle telecamere come di consueto. Ci ha messo più del solito, però, il Chapo, a farsi la doccia. Alcuni funzionari hanno segnalato l’anomalia e i secondini sono andati a controllare la sua cella, la numero 20, che era vuota. Il narcotrafficante, che nella storia criminale mondiale viene paragonato ad Al Capone e al colombiano Pablo Escobar e nel 2009 è entrato nella classifica di Forbes tra i 100 uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di un miliardo di dollari, è riuscito a burlare le autorità e probabilmente andrà a far compagnia a vari altri introvabili latitanti nella sierra di Badiraguato, la Corleone messicana dello stato del Sinaloa.

    Secondo la CNS (Commissione Nazionale per la Sicurezza) Guzmán sarebbe scappato da un tunnel lungo un chilometro e mezzo che parte da sotto il pavimento della sua cella. Il cunicolo, della cui presenza nessuno s’era accorto, sarebbe stato scavato dai suoi scagnozzi durante l’anno e mezzo in cui il capo è rimasto dietro le sbarre. Nella sua cella, affianco alla zona della doccia, è stato trovato un buco rettangolare di 50 centimetri per 50. Da lì si accede prima a un tunnel verticale di 10 metri, con tanto di scaletta per la discesa, e poi a un altro, alto un metro e settanta e largo 70-80 cm, ventilato e illuminato grazie a un sistema di tubi di PVC. Insomma, un vero e proprio narco-tunnel, di quelli utilizzati per trafficare armi e persone lungo la frontiera con gli Stati Uniti, dunque una specialità dei “muratori e scavatori” del cartello di Sinaloa. Una moto collocata su dei binari serviva probabilmente per il trasporto di terra e detriti degli scavi e dei materiali da lavoro. Lo sbocco finale del passaggio si trova in un edificio in costruzione della circostante zona San Juanita.

    Una volta confermata la notizia della fuga, l’aeroporto della vicina città Toluca è stato chiuso, sono partite le ricerche nelle regioni circostanti, 18 funzionari del penitenziario sono stati convocati dalla procura a Città del Messico e l’Interpol ha emesso un nuovo ordine di cattura internazionale, ma il Chapo, per ora, ha vinto.

    La sua prima evasione, dentro a un carrello della lavanderia del penitenziario di Puente Grande, nel settentrionale stato del Jalisco, avvenne durante la notte del 19 gennaio 2001, quando al governo c’era Vicente Fox, del conservatore Partido Acción Nacional. El Chapo, che era in prigione dal 1993, condannato per l’omicidio del cardinale Posadas Ocampo, riuscì a scappare grazie alla connivenza e alla corruzione dei funzionari carcerari. In pochi anni costruì un impero criminale insieme ai suoi vecchi soci che, intanto, avevano mantenuto il controllo dei principali traffici dell’organizzazione: “El Mayo” Zambada, oggi a capo del cartello, José Esparragoza “El Azul” e Ignacio “Nacho” Coronel affiancarono il Chapo con le loro reti di produttori, intermediari e distributori e passarono a dominare i mercati delle droghe sintetiche, della marijuana, degli oppiacei e della cocaina nei vicini Stati Uniti e in seguito nel resto del mondo.

    Ora che al governo è tornato il PRI (Partido Revolucionario Institucional), il partito di Stato che restò al potere per ben 71 anni nel Novecento prima di cedere il testimone al PAN tra il 2000 e il 2012, il presidente Enrique Peña Nieto ha rilanciato la strategia militare di mano dura contro i narcos, anche se ha cercato di divulgare l’immagine di un Messico sulla via della pacificazione, delle riforme strutturali e dello sviluppo in cui i grandi capi mafiosi vengono arrestati o eliminati uno dopo l’altro: Servando Gómez alias “La Tuta”, boss dei Caballeros Templarios, lo Z-40 e lo Z-42, principali leader degli Zetas, Esparragoza “El Azul” e il Chapo Guzmán del cartello di Sinaloa sono stati arrestati o uccisi durante l’attuale governo, ma le loro organizzazioni e i business collegati non sono stati neutralizzati. Oltre al fatto che il Chapo è scappato di nuovo, i narcopatrimoni non vengono sequestrati e attaccati adeguatamente, fioriscono il riciclaggio, il racket e i traffici di armi e persone, non si combattono la corruzione politica e l’impunità, e infine immensi territori, come il Michoacán, il Guerrero o il Tamaulipas, stanno sfuggendo progressivamente al controllo statale e sono sconvolti da continue faide, scontri a fuoco e traffici illeciti di droghe, armi e persone.

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    Il caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa e della strage della notte del 26 settembre scorso a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, ha ridestato il Messico e il mondo intero dalla letargica “luna di miele” che il presidente messicano aveva cercato d’imporre nei primi due anni di mandato. La corruzione delle polizie locali, resa evidente dalle indagini sul caso, e la connivenza delle forze armate e della polizia federale, oltreché di politici a vari livelli, ha scoperchiato una cloaca e i riflettori sono stati puntati sui problemi endemici del Messico, sulle gravi e ripetute violazioni ai diritti dell’uomo commesse dalle autorità, sui vuoti di potere e sulle collusioni che permettono la riproduzione delle dinamiche criminali.

    Nuovamente la fuga di un capo, dello stesso capo, mette in luce le deficienze del sistema penitenziario e, come già successe nel 2001, crescono i dubbi sull’operato e sulla rettitudine delle autorità carcerarie messicane. Il potere d’infiltrazione delle narcomafie appare illimitato, anche nelle prigioni oltre che nella politica e nei corpi di polizia. Forti dubbi furono sollevati anche nell’agosto 2013, quando l’ex boss del cartello di Guadalajara negli anni ’80, Rafael Caro Quintero, fu rilasciato per motivi “tecnici” da un giudice locale e si persero le sue tracce. I giudici federali rettificarono quasi subito la decisione di scarcerare Caro Quintero, ma era troppo tardi, il “leone” di Sinaloa era già latitante e introvabile.

    “In un paese in cui non migliora la giustizia né il sistema penitenziario, non migliorano i controlli patrimoniali né il consolidamento politico queste cose possono succedere e ora tocca al governo assumere il costo politico di questa nuova fuga del Chapo”, ha dichiarato l’esperto di sicurezza e narcotraffico Edgardo Buscaglia. L’accademico sostiene anche che il boss sarebbe potuto fuggire in qualunque momento e ha deciso di farlo ora perché ormai le condizioni del “patto” che aveva stretto con le autorità non reggevano più. In particolare, riferisce Buscaglia, lo stato avrebbe permesso l’ascesa di bande criminali rivali del cartello di Sinaloa, come il cartello Jalisco Nueva Generación, e avrebbe tolto potere a funzionari che lo proteggevano.

    Mentre Guzmán evadeva dal narco-tunnel dell’Altiplano, Peña Nieto riceveva la notizia a Parigi, dove era appena sceso dall’aereo per partecipare, insieme a rappresentanti delle forze armate messicane, a una serie di incontri e alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia. Una visita ufficiale, su invito d’onore del presidente francese Hollande, che è stata aspramente contestata da centinaia di organizzazioni, collettivi, intellettuali e politici di diversi paesi. Vari rappresentanti della società civile e della comunità messicana in Francia hanno consegnato una lettera di protesta al capo di stato francese e hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulle gravi violazioni ai diritti umani in Messico che fanno di Peña una “persona non grata” in quel paese. L’anno scorso, dopo l’arresto di Joaquín Guzmán, il presidente aveva dichiarato: “Sarebbe imperdonabile se il Chapo riuscisse a scappare di nuovo”. Chi tra i messicani perdonerà e scorderà l’ennesima burla del Chapo Guzmán e i tentativi di spiegazione del governo?

    @FabrizioLorusso

  • Recensione di #NarcoGuerra cronache dal #Messico su Il Resto del Carlino Bologna

    Recensione di #NarcoGuerra cronache dal #Messico su Il Resto del Carlino Bologna

    Recensione NarcoGuerra Resto del Carlino

  • Recensione di #NarcoGuerra sul Venerdì di Repubblica

    Recensione di #NarcoGuerra sul Venerdì di Repubblica

    NarcoGuerra Il Venerdì di Repubblica (2)

  • Il libro #NarcoGuerra recensito su Corriere.It

    Il libro #NarcoGuerra recensito su Corriere.It

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    (Link all’originale della recensione ai libri NarcoGuerra e Ni vivos ni muertos su Corriere.It) Se ne parla troppo poco, specie in Italia. I riflettori dei media hanno illuminato le piaghe del Messico dopo la notte maledetta del 26 settembre 2014, quando 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa sono stati rapiti e, secondo la barcollante versione ufficiale, assassinati. Ma presto ce ne siamo dimenticati. Eppure in quel Paese infestato dai trafficanti di droga, oltre che oppresso da un apparato pubblico violento e corrotto, è in corso un’autentica guerra con oltre 100 mila morti, ai quali vanno aggiunti quasi 30 mila desaparecidos, scomparsi nel nulla, come in Argentina ai tempi della giunta militare. E le atrocità non hanno nulla da invidiare alla ferocia del Califfato: torture, decapitazioni, cadaveri esposti per strada o lasciati a penzolare dai ponti.

    Chi volesse approfondire l’argomento ha ora a disposizione due libri scritti da giornalisti italiani che vivono in Messico da parecchi anni. NarcoGuerra di Fabrizio Lorusso (Odoya) è una ricognizione a vasto raggio nell’universo dei trafficanti di droga, zeppa di nomi, mappe, fotografie. Si sofferma sui criminali e sulla subcultura che fiorisce intorno a loro, dalle canzoni celebrative al culto idolatra della Santa Muerte, ma anche sulla corruzione dei politici, sul femminicidio di massa, su una giustizia ridotta a «fabbrica dei colpevoli», sui movimenti sociali che alimentano la speranza in un futuro migliore. Diversa la prospettiva adottata da Federico Mastrogiovanni: il suo Ni vivos ni muertos (DeriveApprodi), come suggerisce il titolo, si concentra sul fenomeno dei desaparecidos, che imputa alla polizia, all’esercito e alla classe dirigente forse ancor più che ai cartelli del narcotraffico.

    Ricco di testimonianze toccanti, il libro di Mastrogiovanni nota che la falcidie spesso appare causale. Le autorità e la stampa tendono a «criminalizzare le vittime», collegandole alle attività della malavita, ma di solito queste illazioni «non hanno alcun fondamento». La tesi dell’autore è che sia in atto una «strategia del terrore», volta a fiaccare le potenziali resistenze allo sfruttamento delle risorse minerarie messicane da parte delle imprese multinazionali che godono di un rapporto privilegiato con il governo.

    Bisogna tuttavia aggiungere che in quelle pagine si respira un clima di violenza endemica e diffusa, non tutta riconducibile al potere o ai narcotrafficanti. Per esempio Mastrogiovanni mostra che gravissimi abusi contro i migranti in viaggio verso gli Stati Uniti sono spesso perpetrati da «semplici cittadini, o famiglie intere», che derubano, sequestrano e stuprano senza appartenere necessariamente «a un’organizzazione criminale».

    Nella storia del Messico purtroppo lo spargimento di sangue non è mai mancato. Anche per questo si è rivelata perdente la linea indirizzata a ripristinare l’ordine con una stretta repressiva, inaugurata dall’allora presidente Felipe Calderón nel dicembre 2006. Forse sarebbe più sensato rivedere, almeno in parte, la legislazione proibizionista in fatto di stupefacenti. Di certo, osserva Lorusso, la maniera forte da sola non paga: senza il rispetto dei diritti umani, necessario per «ricostruire il tessuto sociale e la credibilità delle istituzioni», non se ne esce, «nessuna lotta ai cartelli e alla criminalità organizzata è possibile». Sono parole che ricordano i moniti di Leonardo Sciascia sulla mafia. Così come i mali del Messico ricordano per alcuni versi i guai italiani, sia pure elevati all’ennesima potenza.

    Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, prologo di Pino Cacucci, Odoya, 2015, pagine 414, € 20

    Federico Mastrogiovanni, Ni vivos ni muertos. La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore, prefazione di Gianni Minà, prologo di Jaime Avilés, DeriveApprodi, 2015, pagine 175, € 17

    di Antonio Carioti

  • Ferite Aperte: Femminicidio e NarcoGuerra – Radio AMISNET

    Ferite Aperte: Femminicidio e NarcoGuerra – Radio AMISNET

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    L’autrice chicana Gloria Anzaldua chiama il confine che divide il Messico dagli Stati Uniti l aherida abierta, la ferita aperta dove il terzo mondo si scontra col primo e sanguina. Link Originale trasmissione PASSPARTU’ di venerdì 26 giugno “La Herida Abierta”, “La ferita aperta”.

    Ed è su questa frontiera complessa che si trova Ciudad Juárez, una di quelle città in cui si concentrano le tante contraddizioni che caratterizzano la realtà messicana. Una città che è diventata  tristemente famosa per le centinaia di casi di femminicidio che dal ’93 si ripetono mentre lo Stato inscrive i fatti nel registro della normalità. Li hanno definiti “femminicidi sessuali sistemici”. Perchè  nessun crimine dura così a lungo restando impunito e nessun governo parla con tanta leggerezza di ciò che generalmente è il risultato di una lunga ricerca: la ricerca di un movente, di un motivo, della ragione del crimine. Queste verità elementari a Ciudad Juárez diventano impronunciabili. Perchè a Ciudad Juárez tutto sembra essere parte di una grande macchina comunicativa i cui messaggi diventano comprensibili solo per chi si addentra nel suo codice. E come scrive l’antropologa Rita Laura Segato “nella lingua del femminicidio, il corpo femminile significa anche territorio”.

    Ascolta qui il programma/podcast:

    35 Passpartù Ciudad Juarez [ 30:01 ] Hide Player | Download

    E partiamo da Ciudad Juárez per cercare di tessere quel filo rosso che collega ciò che molto spesso appare soltanto come una semplice successione di notizie.

    Amisnet agenzia logo1Nel 2006 il presidente Felipe Calderón è salito al potere dichiarando  la cosiddetta guerra ai narcos, per lasciare la carica ad Enrique Peña Nieto nel 2012. Nonostante sia cambiata la strategia del potere, il bilancio della violenza è rimasto lo stesso: in meno di 9 anni sono stati registrate in tutto il Paese 100mila morti e 27mila desapareciones.  Ma che cos’è la NarcoGuerra?

    Ospiti della puntata:

    Chiara Calzolaio, Antropologa e ricercatrice all’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi
    Fabrizio Lorusso, Autore del libro NarcoGuerra e giornalista di  Carmilla online e deL’America Latina

    Info sul libro NarcoGuerra e presentazioni: LINK

    Passpartù:
    La selezione musicale è curata da: Jahman
    Passpartù, la radio a porte aperte è un programma a cura di Marco Stefanelli e Marta Menghi
    In redazione questa settimana: Marta Menghi, Marco Stefanelli
    Per notizie, suggerimenti e commenti scriveteci a: passpartuitalia@gmail.com

    Passpartù è trasmesso da:
    Radio Onde Furlane (Udine e Gorizia, 90.0) sabato 11.00
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    Radio Beckwith (Torino) sabato 8.00 (in replica martedì 7.00)
    Radio Flash (Torino 97.6) venerdì 15.00 (in replica venerdì 20.00)
    Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) sabato 8.00
    Radio Kairos (Bologna, 105.85) domenica 18.00 (in replica giovedì 15.00)
    Radio Città Aperta (Roma, 88.9) sabato 11.00
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    Radio Dirittozero (Web) martedì 20.00
    Radio ROARR (Web) mercoledì 18.30
    Radio Sonar (Web) mercoledì 15.30