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  • NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

    NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

    9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

    “La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

    Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

    Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

    Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

    L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

    Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

    autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

    Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

    Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

    Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

    A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

    Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

    Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

    Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

    – See more at: http://www.narcomafie.it/2015/06/08/narcoguerra-messicana-la-violenza-continua-e-il-popolo-imbraccia-i-fucili/#sthash.J8Ttg5iV.dpuf

  • NarcoGuerra su Libera Radio – Radio Città del Capo

    NarcoGuerra su Libera Radio – Radio Città del Capo

    Un pocast da Libera Radio RCDC Bologna

    Si intitola NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, fresca pubblicazione delle edizioni Odoya di Bologna, e il suo autore, Fabrizio Lorusso è giornalista freelance e professore universitario a Città del Messico, dove vive da tredici anni. Collabora con numerose riviste e testate messicane e italiane ed è redattore della web-zine Carmilla. Il libro inizia con il bilancio di un lungo e complicato conflitto che, solo dal 2006 al 2014, ha causato 100.000 morti e 26.000 desaparecidos. Parte da queste cifre, questo mosaico di cronache e narrazioni, interviste e reportage, ma poi, come ci racconta lo stesso autore “parla di tanti casi che compongono il complesso puzzle della narcoguerra messicana. Ai numeri più crudi – dice – è normale aggiungere anzi, dettagliare cronache e casi concreti per capire quanto sta accadendo”. Il capitolo zero, la ferita impossibile da rimarginare da cui parte la narrazione di Lorusso è la notte del 26 settembre 2014.

    A Iguala, nello stato del Guerrero, 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia sfonda gli argini del silenzio, l’indignazione è globale. Una parte del paese si mobilita, i genitori dei ragazzi non accettano le versioni ufficiali, la piazze di tutto il mondo pretendono che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono così i riflettori “sulla narcoguerra, sulle violazioni dei diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse”, spiega ancora Lorusso. Un caso che tocca tutti gli aspetti di questa guerra al narcotraffico e i punti più sensibili della società messicana.

    Info e Presentazioni NARCOGUERRA LINK

  • La NarcoGuerra divide in due il Messico, il Paese dei cartelli della droga

    La NarcoGuerra divide in due il Messico, il Paese dei cartelli della droga
    Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)
    Federal police stand next to a bullet riddled and burned car after a criminal gang ambushed a police convoy near the town of Soyatlan, near Puerto Vallarta, Mexico, Monday, April 6, 2015. According to the Jalisco state prosecutors office, at least 15 state policed officers were killed and five others wounded, the single deadliest attack on Mexican police in recent memory. (ANSA/AP Photo)

    Che cosa significa NarcoGuerra? Perché ormai si associa questa parola, gravida di immagini inquietanti, al Messico? La guerra alle droghe e ai cartelli del traffico internazionale di stupefacenti risale a vari decenni or sono, all’inizio degli anni ’70, per la precisione, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, decise di applicare una politica di mano dura e di combattere una war on drugs, posizionando le droghe come il “nemico numero uno” da eliminare. Nixon e Calderón avevano in comune una visione messianica della “guerra giusta”, “costi quel costi”, che con il pretesto e la pretesa di sconfiggere militarmente la presunta piaga delle droghe e del narcotraffico, in gran parte causata da legislazioni proibizioniste e altamente punitive negli Usa e nel resto del mondo, hanno condotto una guerra alla stessa popolazione che dichiaravano di voler proteggere.

    Il Messico della NarcoGuerra, un conflitto armato che continua ancora oggi e che ha provocato oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in meno di 9 anni, è sia quello dei narcos e delle gang, dei femminicidi e dei desaparecidos di Ayotzinapa, che poi sono solo la punta dell’iceberg di un problema enorme, sia quello dei movimenti sociali e cittadini di resistenza e denuncia che costituiscono la parte più sana e reattiva della società di fronte a una crisi umanitaria senza precedenti.

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    Il bilancio negativo non è fatto solo dai morti, dai desaparecidos, dai 281.000 rifugiati, ma anche dai danni per l’intera società, per il suo tessuto di relazioni sempre più sfaldato, e per la democrazia imperfetta e incipiente che stenta a decollare in terra azteca. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. L’uso della forza occulta debolezze, non dà i risultati sperati.

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    La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo Stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

    La NarcoGuerra parte dal Messico, ma è globale come lo sono i mercati delle droghe, delle armi, delle persone e di tutto quello che, spinto dalla globalizzazione e dalle politiche di apertura economica, dal Messico deve transitare. E deve farlo passando dalla più lunga frontiera tra un Paese “in via di sviluppo”, piegato da povertà e disuguaglianze sociali, e un Paese “ricco”, potenza mondiale decadente che, però, resta il mercato più grande della Terra anche per le droghe.

    Lo scrittore Pino Cacucci parla di due paesi:

    “Esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile”.

    Il Messico resta diviso in due. Non solo tra un Paese turistico e accogliente, tra i migliori al mondo per le sue bellezze e attrazioni, e un Paese di disuguaglianze e abusi, ma anche tra un Paese che pare soccombere ai narcos e alla connivenza tra la politica e la malavita e uno che, invece, si ribella, fa sentire la propria voce e prova a costruire alternative. La storia di questi anni affonda le sue radici nel Novecento, secolo dominato dalle speranze tradite della Revolucion del 1910-17 e il dominio di un partito egemonico e autoritario (il PRI, attualmente di nuovo al governo), e si proietta nelle incertezze del futuro chiedendo a gran voce, ancora una volta, giustizia. Per chi fosse interessato segnalo iniziative, testi e presentazioni relative a “NarcoGuerra” sul portale L’America Latina.

    narco_mexico

     

  • Revista Informe Economico (UFPI-Brasil): DE GRAMSCI A NYE. PROCESOS HEGEMÓNICOS EN LAS RELACIONES INTERAMERICANAS – Artículo académico de Fabrizio Lorusso

    Revista Informe Economico (UFPI-Brasil):  DE GRAMSCI A NYE. PROCESOS HEGEMÓNICOS EN LAS RELACIONES INTERAMERICANAS – Artículo académico de Fabrizio Lorusso

    Informe economico Piaui junio 2015 Num 34

    INFORME ECONÔMICO – JUNHO DE 2015

    A edição n. 34 da publicação do Curso de Economia, Informe Econômico, foi lançada no Salão do Livro do Piauí-SALIPI, que aconteceu no Espaço Rosa do Ventos, na Universidade Federal do Piauí, entre os dias 5 a 14 de junho do corrente ano. Para ler, clicar aqui.  Artículo de Fabrizio Lorusso – Revista http://www.ojs.ufpi.br/index.php/economiaufpi 

    LINK

    Fai clic per accedere a 2015%201%20web.pdf

    Informe Econômico foi lançado no estande da Editora da Universidade Federal do Piauí-EDUFPI.

    Professor Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”/DECON e sua esposa Marineide Ferreira, professora Janaina Martins Vasconcelos/DECON e professor Solimar Oliveira Lima/DECON.

    Economista Enoisa Veras/DECON e professores/DECON Solimar Oliveira Lima, Janaína Martins Vasconcelos e Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”

    Professores/DECON, João Soares da Silva Filho, Ricardo Allagio Ribeiro e Luiz Carlos Rodrigues Cruz “Puscas”.

    Nesse junho de 2015, o Informe Econômico, publicação do Curso de Ciências Econômicas da NUniversidade Federal do Piauí (UFPI), completa 17 anos de divulgação de artigos e resenhas de docentes e discentes do curso de Ciências Econômicas, de outros cursos em áreas afins da UFPI e de outras instituições de ensino superior, nacionais e estrangeiras, que colaborem para a compreensão das realidades econômica, política e social. Procuramos, ao longo desses anos, atender as deliberações da Associação Nacional de Cursos de Graduação em Ciências Econômicas (Ange), cuja preocupação primeira é que o ensino da ciência econômica seja “referenciado no pluralismo que contemple, com rigor e consistência, a diversidade de leituras e interpretações teóricas, metodológicas e analíticas do saber econômico.” No número que ora apresentamos, contamos com inúmeras análises de diferentes questões contemporâneas, como a abordagem que Samuel Costa Filho (da UFPI), faz das medidas econômicas do início do segundo Governo Dilma. Fabrizio Lorusso (Universidade Nacional Autónoma do México) estabelece uma linha de conexão entre o pensamento do italiano Gramsci com o do norte-estadudiense Joseph Nye. Rodrigo Duarte Fernandes dos Passos (Unesp), a partir de uma abordagem gramsciana, sustenta a hipótese de que a guerra está presente na hegemonia. Julio Ramon Teles da Ponte (UFC) apresenta a relação entre os processos de mundialização do capital e da financeirização da economia. Antonio Joaquim da Silva (IFPI), Maria do Socorro Lira Monteiro (UFPI) e Eriosvaldo Barbosa Lima (UFPI), mostram a participação do Governo Federal na origem e na consolidação do agronegócio no País. João Paulo Farias Fenelon (UFPI), Eduardo Nonato Machado Nobre (UFPI) e Carla Adriana Meneses da Rocha (UFPI) estudam o atual cenário e as perspectivas da indústria de transformação brasileira. Leonardo Madeira Martins (UFPI) e José Machado Moita Neto (UFPI) fazem uma leitura da cultura do couro no Piauí. Sobre as alternativas aos modos de produção tradicionais, com foco na atividade alternativa de produ- ção do tijolo ecológico na cidade de Pedro II (PI), trata o artigo de João Victor Sousa da Silva/ (UFPI). Charlene Veras de Araújo (UFPI) e Solimar Oliveira Lima (UFPI) contam como aconteceu a transição do trabalho escravizado para o trabalho assalariado no Piauí. Emiliana Barros Cerqueira (UFPI), Maykon Daniel Gonçalves Silva (UFPI), Vera Lúcia dos Santos Costa (UFPI) e Jaíra Maria Alcobaça Gomes /(UFPI) constataram que a quantidade produzida da cera de carnaúba diminuiu e o preço de mercado do referido produto aumentou. Lila Cristina Luz (UFPI) e Tâmara Feitosa Oliveira (Secretaria Municipal de Juventude de Teresina), apontam o lazer como uma estratégia no processo de ressocialização das jovens mulheres reclusas no Centro Educacional Feminino em Teresina, desde que atividades denominadas de lazer sejam repensadas. Sobre a atuação das mulheres no âmbito do trabalho e na organização social escreve Joanice Santos Conceição (UFRJ). Concluímos esse número com a opinião de Pádua Ramos (UECE), que pensa a nova civilização tipicamente nacional brasileira, que, segundo ele, sem dar saltos, como a natureza, vai sendo gestada. Desejamos que as pessoas sejam enriquecidas com os estudos acima relacionados e que sejam ampliadas as percepções das ciências econômicas. Boa leitura!

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  • Back In Town Re/search Milano: Tunnel della Bovisa

    Back In Town Re/search Milano: Tunnel della Bovisa

    graffiti bovisa[Testo estratto da AA.VV. Re/research Milano. Mappa di una città a pezzi, Agenzia X, 2015, p. 504, € 18,70] di Fabrizio Lorusso, da CarmillaOnLine)

    Negli anni ’90 l’enclave postindustriale della Bovisa era una terra di nessuno, affascinante, ignota e temuta, alla periferia nordovest di Milano. Oggi non è difficile incrociarci qualche turista alla ricerca di pezzi di street art e panorami suburbani.

    Tra fabbriche abbandonate, trattorie dalle insegne sbiadite, caseggiati in dissesto, muri popolati da tag, graffiti e vecchi manifesti, roulotte in strade senza uscita, capannoni morti e un gasometro che osserva tutto, i pochi abitanti rimasti nell’ex glorioso quartiere operaio m’erano sempre sembrati dei reduci, invisibili ma fieri. Sempre che si riuscisse a incappare in qualcuno di loro.

    graffiti bovisa4D’estate non c’erano segni di vita. Il silenzio delle strade assopite era rotto dal fischio di qualche treno diretto alle stazioni di Bovisa FS, la “Vecchia”, e Bovisa Nord, la “Nuova”. Tra quelle due oasi ferroviarie il quartiere decadeva nell’oblio, autarchicamente.

    Per noi abitanti dei rioni confinanti, Prealpi, Villapizzone e Castelli, quel pezzo di città restava off limits, un bastione misterioso e, si diceva, molto pericoloso. La chiave di tutto, però, era un cunicolo, barriera da superare per l’abbattimento di miti e paure.

    Prima che, in questo millennio, la stazione FS si trasformasse nell’attuale fermata Villapizzone del Passante, i soli accessi alla zona famigerata erano un passaggio a livello e un tunnel sotterraneo strettissimo, umido e maleodorante.

    graffiti bovisa2Privo d’illuminazione, coi mattoni rossi invasi da sterpaglie e inquietudini, era un passaggio agli inferi: entrata della metropoli dimenticata e sfida per gli impavidi. Dopo venti metri d’oscurità, tra i boati impressionanti dei treni in transito sulla tua testa, arrivavi oltre, nell’altro mondo inesplorato.

    Oggi il cunicolo infernale non esiste più. Al suo posto c’è un grande sottopasso stradale, in Via degli Ailanti, con 8000 m2 d’imperdibili opere murali a decorare le sue pareti.  L’immensa opera collettiva di street art fu realizzata in un week end autunnale del 2006 da 130 writers milanesi e un centinaio di artisti stranieri, confluiti a Milano per dipingere.

    Stazione+Fs+Bovisa+12GEN8~4Laggiù il fragore dei treni è ancora irriverente, ma vale la pena affrontarlo per scoprire tutti i murales, varcando questo tunnel postmoderno per sconfinare in una Bovisa che, soprattutto ad agosto quando l’università è chiusa, conserva il suo sapore antico, non intaccato da una parziale riqualificazione, dall’apertura di una sede del Politecnico e di qualche negozio.

    [Un video dal canale YouTube qui dalla #Bovisa #Milano #Villapizzone]

  • Musica, Parola, Pasta e NarcoGuerra Messicana

    Musica, Parola, Pasta e NarcoGuerra Messicana

    4. Se BUscan

    Un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (Odoya, 2015) di Fabrizio Lorusso – Pubblicato sulla web-zine letteraria Nazione Indiana

    En Guatemala, señores, cobraron la recompensa
    allí agarraron al Chapo las leyes guatemaltecas
    un traficante famoso que todo el mundo comenta
    de la noche a la mañana el Chapo se hizo famoso
    encabezaba una banda de gatilleros mafiosos
    con un apoyo muy grande del güero Palma su socio
    el Chapo tenía conectes con los narcos colombianos
    y traficaba la droga de Sudamérica en grano
    al norte del continente donde tenían el mercado

    In Guatemala, signori, hanno riscosso la ricompensa
    là hanno catturato il Chapo le leggi guatemalteche
    un trafficante famoso che sta sulla bocca di tutti
    dalla sera alla mattina il Chapo è diventato famoso
    era a capo di una banda di pistoleri mafiosi c
    on un sostegno molto grande del biondo Palma, suo socio
    il Chapo aveva agganci coi narcos colombiani
    e trafficava la droga dal Sud America in granelli
    nel nord del continente dove avevano il mercato

    Dal narcocorrido “El Chapo Guzmán” della band Los Tucanes de Tijuana.

    Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)«Messico e nuvole» cantavano Jannacci, Paolo Conte e tanti altri, ognuno con la sua cover. La cocaina, che per il Messico deve transitare, a volte solcando le nuvole, altre navigando o strisciando nella polvere, è musica. Cocaine è un classico del cantautore americano J.J. Cale, scomparso il 26 luglio 2013. Nel mio anno di nascita, il 1977, Eric Clapton fece una cover della canzone e la consacrò alla storia: «La coca non mente / se vuoi cadere per terra / cocaina» diceva. Il Messico ne è il principale esportatore e rifornisce più dell’80% del mercato usa. Gli oltre tre milioni di consumatori statunitensi di “Biancaneve” ringraziano. La cocaina è anche parola. Questa polvere così ambita è il tema centrale di ZeroZeroZero: viaggionell’inferno della coca, libro di Roberto Saviano che, a sette anni daGomorra, amplia il discorso sulla criminalità organizzata e sposta da Napoli al Messico, dall’Italia al mondo, il fuoco dell’attenzione. In primo piano sullo sfondo nero della copertina spiccano tre strisce brillanti di coca, tre zampilli di petrolio bianco. Il triplo zero, 000, allude alla farina migliore per fare la pasta. E la coca non è solo una pianta, una droga, musica o letteratura, ma è soprattutto la “pasta del mondo”, una delle materie prime che muovono il capitalismo globale.

    La coca partorisce cocaina, dalla ricchezza originaria sbocciano valori e capitali, si moltiplicano come pani e pesci che rifocillano l’economia. Infatti oggi i cartelli del narcotraffico sono più simili a frammenti coordinati di ciclopiche multinazionali, o meglio a enti gestori di enormi reti di produttori e distributori decentralizzati, piuttosto che alle mafie di un tempo. Le idealizzazioni romantiche di pellicole leggendarie come Scarface, Goodfellas, Il Padrino, Car- lito’s Way e Donnie Brasco hanno ceduto il posto a organizzazioni più o meno integrate verticalmente, dal produttore al consumatore, e orizzontalmente, cioè diversificate su più divisioni o linee d’affari: dal commercio di stupefacenti alla tratta di esseri umani, dal furto di combustibile al contrabbando di animali esotici e pietre preziose, dall’estorsione e il riciclaggio al traffico d’armi, dal furto d’auto alla contraffazione e al sequestro di persona. Sempre più spesso i giovani pushers legati a una gang loca- le o direttamente a un cartello nazionale possono assumere le sembianze del piccolo commerciante, dell’esperto in logistica e trasporti, del venditore sagace o dell’imprenditore. Il “fattore violenza”, o la semplice minaccia del suo uso, è una costante e differenzia il business legale dall’illecito.

    ULTIME Locandina del film Miss BalaDal Messico arrivano alcune rappresentazioni cinematografiche attuali e suggerenti sul mondo del narcotraffico e del crimine. Titoli comeAmores Perros di Alejandro González Iñarritu, vincitore del Premio Oscar nel 2015 con Birdman, La zona di Rodrigo Plá, El Infierno di Luis Estrada, Colosio: el asesinato di Carlos Bolado, Miss Bala di Gerardo Naranjo, Bala Mordida di Diego Muñoz. La lista, le locandine e qualche recensione di produzioni decisamente meno internazionali e più trash, per esempio El pistolero, El comando del diablo,Narcoguerra e Welcome to Tijuana, si trovano sul sitowww.narcopeliculas.net.

    20.000 milioni di dollari. Una delle cifre che descrivono il flusso globale del narcotraffico. L’1,5% del PIL mondiale e sempre più contendenti che provano a spartirsi il bottino. I capi assomigliano sempre più a imprenditori e non solo a sicari spietati. Senza idealizzare troppo gli aspetti manageriali del narcotraffico, ben illustrati in film come Savages e Traffic o in serie come Breaking Bad e la colombiana El cártel delos sapos, resta pur vero che nel capitalismo globalizzato a ogni mercato e a ogni domanda corrispondono offerte e stimoli per la produzione connessi a livello internazionale. L’uso della violenza è strutturale, vista l’assenza di garanzie contrattuali e legali, per cui gli affari si basano su equilibri instabili, sul potere di minaccia, sui vincoli familiari e sul rispetto, ma anche sulla permeabilità e connivenza delle istituzioni e delle forze di polizia. La differenza con altri commerci è banale ma essenziale: la cocaina è illegale, e lo sono la sua produzione, distribuzione e consumo. Pertanto, l’uso della forza e il potenziale di fuoco diventano determinanti per “regolare” le transazioni nel mercato, non essendoci altro sistema “legale” o condiviso per farlo.

    La foglia di coca si coltiva praticamente solo in Colombia, Bolivia, Perù ed Ecuador. Nell’ultimo lustro la Colombia ha perso la sua tradizionale leadership in favore del Perù. Secondo i dati del think tank Insight Crime, nel 2010 i 53.000 ettari peruviani di coltivazioni di coca assicuravano 325 tonnellate di cocaina pura, 60 in più rispetto a quanto si ricavava dai 100.000 ettari coltivati in Colombia. Nel 2012 l’estensione delle coltivazioni in Colombia è scesa del 50%, mentre in Perù la cifra arrivava a 60.000 ettari. L’Ecuador è defilato rispetto agli altri. Il ciclo del denaro originato da una foglia, convertita in stimolante per trecentotrenta milioni di potenziali consumatori, comincia nell’illegalità e poi rientra nel sistema, circola, si ripulisce e si ricicla. La produzione totale s’è stabilizzata intorno alle mille tonnellate all’anno.

    Odoya Mapa referencia narcos

    Il Messico è diventato il centro del mondo, il nucleo dei flussi che lo attraversano passando per le Ande, gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia, l’Africa, l’Oriente e l’Oceania. Le principali vie della droga, segnalate da Ameripol e la UE, sono almeno sei. La ruta settentrionale parte dal Sud America, passa dai Caraibi e finisce in Spagna e Portogallo, porte d’Europa. Quella centrale è simile ma più diretta, dato che dal Venezuela alla penisola iberica c’è solo uno scalo alle Canarie o a Capo Verde. La via africana va dal Sud America, specialmente dal Brasile, a paesi come la Liberia, la Nigeria, la Costa d’Avorio, il Ghana, il Togo, la Sierra Leone, la Guinea, la Guinea Bissau e il Senegal per poi tagliare il Sahara e il mar Mediterraneo verso nord.

    La via nordamericana attraversa l’America centrale, con scali e ponti aerei in Nicaragua e nel “triangolo della morte”, formato da Guatemala, Honduras ed El Salvador, e arriva negli usa percorrendo il Messico. Altri flussi circumnavigano l’Africa e, toccando il Capo di Buona Speranza, nella Repubblica Sudafricana, e il Madagascar, imboccano il Canale di Suez e sboccano in Europa e in Russia passando dalla Turchia. Altri ancora prendono la via del Balcani: dalla Turchia, la Romania e la Bulgaria all’Italia, la Russia e agli stati nordeuropei. Le sostanze si mimetizzano come medicine e pastiglie comuni, si nascondono in pacchi inviati per posta e nei container, s’occultano nei bagagli o negli stomaci delle mulas, cioè di persone al soldo delle narco-organizzazioni. Infine ci sono vie aperte dall’Asia. I punti di partenza sono i paesi coltivatori di papavero della mezzaluna d’oro, cioè l’Afghanistan, l’Iran e il Pakistan, e quelli del triangolo d’oro, Birmania, Laos e Tailandia.

    Le strade che prendono i loro oppiacei d’esportazione passano dal Medio Oriente, dalla Turchia e dai Balcani per giungere in Europa meridionale e settentrionale. Altre scendono a sudest verso l’Australia oppure vanno a nord per arrivare alle grandi città della Russia attraverso le repubbliche ex sovietiche del Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan. Infine le vie asiatiche portano anche in Africa, dove confluiscono in quelle dirette verso l’Europa, e in India, Cina e Giappone. Per chiudere il cerchio, esiste un flusso interessante che solca il Pacifico: dal Sud America specialmente la coca viaggia verso Australia, Nuova Zelanda, Cina e Giappone e dal Sudest asiatico agli Stati Uniti.

    Le transnazionali mafiose sono globali. Il valore della blanca, la falopa o el polvo, come è chiamata in spagnolo, s’incrementa esponenzialmente nei vari passaggi della catena: tra il contadino delle Ande, la mula che ingerisce e tra- sporta, il boss di una zona o di una plaza, il parigino di classe media o il magnate post-sovietico ci sono differenze che spiegano le plusvalenze della coca nel suo avventuroso cammino verso le narici. Lo status di pressoché totale illegalità di cui “godono” la marijuana, gli oppiacei come la morfina e l’eroina o le metanfetamine, definito da norme proibizioniste e punitive della produzione, della vendita e del consumo, sommerge i traffici nella clandestinità e procura extra benefit importanti ai padroni del mercato, ai più efficienti e violenti.

    Un periquito o escopetazo, cioè una “striscia” in spagnolo, con un grammo di polvere di buona qualità costa sui 2-3 dollari a Cali, Colombia, e 6 in Argentina, al dettaglio. Aumenta a 10 dollari in Messico e arriva a 120 e oltre negli usa. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc, United Nations Office on Drugs and Crime), il grammo viene sui 100 dollari in Italia e 96 in Svizzera, mentre in Brasile ne costa solo 12. I paesi più cari sono la Nuova Zelanda e l’Australia con cifre altissime di 311 e 285 biglietti verdi rispettivamente. A seconda della purezza e del target può arrivare fino a 700 dollari. Ciononostante si registra un boom della domanda in quelle terre.

    Mass media alternativi, movimenti sociali, settori dell’accademia e dell’opinione pubblica cominciano a discutere dei narco-capitali che irrorano la finanza statunitense, della corruzione che la permea e della possibilità della regolazione come passo avanti rispetto al proibizionismo assoluto, un cammino seguito dagli stati del Colorado, dell’Alaska e Washington che hanno legalizzato l’uso ricreati- vo della marijuana. Paradossalmente, mentre negli States s’implementano misure in senso antiproibizionista senza troppi scandali, piovono critiche a iosa contro l’Uruguay che decide di fare più o meno la stessa cosa. Ed è invece poco lo spazio mediatico dedicato alle responsabilità del sistema e alle vittime dei conflitti che la repressione e la guerra alle droghe, impulsata in primis dagli usa, provocano.

    Soprattutto riguardo al caso messicano sono tanti i pezzi del puzzle da sistemare: gli abusi della polizia a tutti i livelli, il tema della narcoguerra, la lotta militarizzata ai cartelli della droga intesa come catastrofe strategica e umanitaria, la compenetrazione tra narcos e apparati statali, i diritti umani calpestati e le ferite sociali degli ultimi anni, l’ipocrisia della guerra alle droghe, della DEA e della CIA, la corruzione dei giudici, dei politici, dei funzionari, degli agenti di frontiera e dei burocrati messicani e statunitensi, che hanno stimolato la crescita del “problema” e s’arricchiscono alla faccia della retorica ufficiale.

    Il filo rosso che lega i punti più remoti dei cinque continenti e le storie di volti più o meno noti dellamexican mafia, della Colombia, dell’Italia e di altri paesi è la coca. Sono le metanfetamine che si consumano e diffondono sempre più e collegano luoghi, nomi, territori, vicende e personaggi che sembrano isolati e invece sono ingranaggi, spesso inconsapevoli, di un meccanismo globale. Oltre alle denunce relative alla narco-trama mondiale, in Messico il giornalismo narrativo e di ricerca si scaglia soprattutto contro i sistemi politico e giudiziario, contro la corruzione di esercito e polizia, criticando altresì le ingerenze esterne nella “guerra alle droghe”. Le voci della società civile denunciano la mancanza di controlli sociali, legali e patrimoniali, così come le protezioni e le complicità che costituiscono lo sfondo comune di tutte le storie e le tragedie messicane dagli anni Ottanta a oggi.

    Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (Odoya, 2015).

    Il prologo del libro, di Pino Cacucci si può leggere su Carmilla.

  • Repudian visita de Peña Nieto a Francia: Hollande recibe carta

    Repudian visita de Peña Nieto a Francia: Hollande recibe carta

    Ayotzinapa Paris Lettera Hollande EPN (6) (Small)

    • EPN será invitado de honor en el aniversario de la toma de la Bastilla.
    • Estudiantes, académicos, artistas y activistas condenan la visita del presidente.

    (DE: Revista Variopinto 15 de junio de 2015) Justo cuando nuevas investigaciones periodísticas desarman el rompecabezas de las versiones oficiales sobre los casos de Ayotzinapa e Iguala, el presidente Enrique Peña Nieto se fue de gira a Europa. Estuvo en Milán para la Expo 2015, donde se encontró con Primer Ministro italiano Matteo Renzi, y el 14 de julio llegará a París para el aniversario de la toma de la Bastilla y el inicio de la Revolución Francesa. Esto importa porque esta mañana algunos miembros del colectivo París-Ayotzinapa, del Movimiento contra el racismo para la amistad entre los pueblos y de la Asociación Francia-América Latina, entregaron una carta al Palacio del Eliseo dirigida al presidente francés, François Hollande, y al Ministro de Asuntos Exteriores, Laurent Fabius, en la cual decenas de asociaciones, colectivos, estudiantes, artistas, académicos y figuras políticas de México, Francia e Italia, entre otros países, condenan la invitación extendida a EPN como invitado de honor en la mencionada celebración. Entre los primeros firmantes están la cineasta Carmen Castillo; el filósofo Toni Negri; el colectivo de escritores italianos Wu Ming; el poeta y activista Javier Sicilia; el padre Alejandro Solalinde; los académicos John Ackerman, Sergio Aguayo y Lorenzo Meyer; el escritor Valerio Evangelisti; los diputados europeos Michèle Rivasi y Josè Bovè; y los activistas Vittorio Agnoletto y Franco Berardi “Bifo”, entre otros.

    Francia, que históricamente ha sido considerada como patria de los derechos del hombre, va a recibir el presidente de un gobierno plagado de escándalos de corrupción, que arroja un balance inquietante de 43 mil muertos y 5,204 personas desaparecidas —tan sólo en 2014—; restricciones preocupantes a la libertad de expresión; y acusaciones de decenas de crímenes contra la prensa y de hacer uso de represión policíaca, incluidos miles de casos de tortura y ejecuciones extrajudiciales del ejército y la policía federal, todo en sus primeros dos años de mandato. Cabe mencionar que la reciente creación del cuerpo de gendarmería mexicana, siguió el modelo francés y se valió de la capacitación dada por el país europeo.

    Las organizaciones internacionales para los derechos humanos están de acuerdo sobre este tema: “México vive una crisis humanitaria sin precedentes, en la cual los derechos humanos se menosprecian y la impunidad es la norma”, mencionan los activistas desde París. En el gobierno anterior de Felipe Calderón, el saldo de la narcoguerra fue terrible: más de 100 mil muertos, entre 22 mil y 30 mil desaparecidos y más de 280 mil refugiados o desplazados. Más de 130 mil soldados han sido empleados en las calles. Las presuntas operaciones contra el narco, también han servido para atacar grupos de defensa de recursos naturales, así como comunidades que luchan contra el despojo.

    Hoy, después de su periodo como gobernador del Estado de México y tras dos años y medio de presidencia, Peña Nieto, denuncian los firmantes, “se ha hecho responsable, como jefe de las fuerzas armadas y de la policía, de crímenes perpetrados contra su mismo pueblo, por haber sido el primero en favorecer por inacción la intolerable violencia en la cual vive cotidianamente la sociedad mexicana”.

    El caso de los estudiantes de la Normal “Isidro Burgos” de Ayotzinapa, evidenció elmodus operandi del gobierno mexicano: frente a un ataque premeditado, del que estaban enterados en tiempo real todos los cuerpos policiales cerca de Iguala, las autoridades trataron de eludir toda responsabilidad, afirmando frente a las familias de la víctimas que los estudiantes habían sido raptados y quemados, y sus restos arrojados en un río dentro de bolsas de basura. Nadie intervino para evitarlo, aun sabiendo lo que ocurría, según denuncian defensores de derechos humanos y firmantes.

    En este contexto, Francia va a firmar contratos con México para la venta de 50helicópteros Airbus  SuperPuma que, denuncia el colectivo París-Ayotzinapa, “servirán, sin duda, como lo ha sido en los últimos 40 años, a reprimir los movimientos sociales que denuncian la violación sistemática de los derechos humanos por parte del Estado”. Asimismo, el país galo recibirá a las fuerzas armadas de México y al presidente Peña como “invitados de honor”, ante lo cual las FF. AA. desfilarán sobre Champs Elysées aun cuando, dentro de las investigaciones de periodistas sobre los desaparecidos Ayotzinapa, hubo fuertes sospechas que señalaron las responsabilidades del ejército mexicano en Iguala, principalmente el 27 Batallón de Infantería.

    La carta que se entregó al presidente francés, condena igualmente el papel de las grandes empresas de las industrias militar y civil, empezando por Airbus.

    Una versión más breve de la carta ha recibido hasta la fecha más de 5,500 adhesiones, y está contenida en una petición en línea de Change.org, disponible hasta el 13 de julio. Para informar a la sociedad civil acerca de los desarrollos de la iniciativa, con ocasión del día internacional contra la tortura y del noveno mes desde los hechos de Iguala, firmantes y organizaciones francesas participantes han convocado el 26 de junio a una mesa redonda dentro de las acciones globales para Ayotzinapa.

  • Culto e Potere nel Messico della NarcoGuerra

    Culto e Potere nel Messico della NarcoGuerra

    Santa Muerte Bianco e neroHenry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali” e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

    L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José Gil Olmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di Ulises Ruiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

    I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde. Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da Cuauhtémoc Cárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

    Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

    Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

    Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

    Il cantante popolare messicano Beto Quintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita:

    Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

    In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

    Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore Niño Fidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujo mexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

    Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

    In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

    Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

    In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

    Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-Stati Uniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José Gil Olmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, María Félix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

    Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddettisantamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante, il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

    Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

    Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “El June”, luogotenente del boss Osiel Cárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

    Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narcoaltari e delle narcoelemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

    La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il Gauchito Gil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

    Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esotericoAdolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo, di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

    Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

    In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

  • Lettera a Hollande: Peña Nieto, presidente messicano, persona non grata in Francia

    Lettera a Hollande: Peña Nieto, presidente messicano, persona non grata in Francia

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    Proprio mentre in Messico nuove indagini giornalistiche smontano, tassello dopo tassello, le versioni ufficiali offerte dalla procura sul caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa e della strage di Iguala, il presidente messicano Enrique Peña Nieto è in visita in Europa, è stato anche a Milano per Expo, dove ha incontrato il “señor primer ministro” Matteo Renzi, e il 14 luglio sarà a Parigi, invitato dal presidente francese Hollande per le celebrazioni dell’anniversario della presa della Bastiglia.  La mattina del 15 giugno 2015 alcuni membri della comunità messicana in Francia, del collettivo Parigi-Ayotzinapa, del Movimento contro il razzismo per l’amicizia tra i popoli e dell’associazione Francia-America Latina hanno consegnato una lettera all’Eliseo, indirizzata al presidente della repubblica francese François Hollande e al Ministro degli Esteri Laurent Fabius, in cui decine di associazioni, collettivi, universitari, artisti, accademici e figure politiche del Messico, della Francia e di altri paesi condannano l’invito rivolto a Peña Nieto come ospite d’onore del presidente Hollande per il 14 luglio. Tra i primi firmatari la cineasta Carmen Castillo, il filosofo Toni Negri, il collettivo di scrittori Wu Ming, il poeta Javier Sicilia, Padre Alejandro Solalinde, gli accademici John Ackerman, Sergio Aguayo e Lorenzo Meyer, lo scrittore Valerio Evangelisti, i deputati europei Michèle Rivasi e Josè Bovè, gli attivisti Vittorio Agnoletto e Franco Berardi “Bifo”.

    La Francia, che storicamente soleva considerarsi come la culla dei diritti dell’uomo, s’appresta a ricevere il presidente di un governo corrotto che ha un bilancio inquietante: 43.000 morti nei primi due anni di mandato di Peña Nieto, 5 204 persone scomparse solo nel 2014 (un desaparecido ogni due ore), restrizioni enormi della libertà d’espressione con decine di crimini commessi contro i giornalisti ogni anno, una repressione inedita da parte delle forze di polizia, senza contare le migliaia di casi di tortura e le esecuzioni extragiudiziarie realizzate dall’esercito e dalla polizia federale. Quest’ultima s’è addirittura valsa di una formazione fornita dalla Francia per creare il corpo della gendarmeria messicana, seguendo il modello francese.

    Le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono unanimi su questo tema: il Messico vive una crisi umanitaria senza precedenti in cui i diritti umani sono completamente sbeffeggiati e l’impunità è la norma. Nel precedente governo, quello del conservatore Felipe Calderón dal 2006 al 2012, il saldo della NarcoGuerra o “Guerra Militarizzata ai Cartelli della Droga” è stato terribile: oltre 100mila morti, tra i 22mila e i 30mila desaparecidos, 281mila rifugiati e 130mila soldati impiegati nelle operazioni. Operazioni di lotta al narcotraffico che nascondono, però, meccanismi di controllo sociale, delle risorse, degli investimenti e dei territori a discapito della popolazione e delle comunità, specialmente nel Messico profondo della povertà e dell’esclusione.

    Dopo il suo arrivo a posizioni di potere, dapprima come governatore del Estado de Mexico (caso repressioni di Atenco nel 2006), poi come presidente della repubblica (massacri di Tlatlaya, Iguala, Apatzingán, Tanhuato), Enrique Peña Nieto s’è reso responsabile, in qualità di capo delle forze armate e di polizia, di crimini perpetrati contro il suo stesso popolo.

    E’ stato il primo a favorire per inazione l’intollerabile violenza in cui quotidianamente vive la società messicana. Uno degli esempi più recenti è quello della sparizione di 43 studenti della scuola normale rurale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa il 26 settembre 2014. Questo caso ha messo a nudo il modus operandi del governo messicano: di fronte a un attacco premeditato, di cui erano a conoscenza in tempo reale tutte le forze dell’ordine, le autorità hanno cercato di eludere tutte le loro responsabilità affermando, senza il minimo ritegno, davanti alle famiglie dei giovani scomparsi, che gli studenti erano stati rapiti e calcinai in una discarica e i loro resti gettati in un fiume dentro a dei sacchi della spazzatura.

    Dopo la negazione della giustizia il governo di Peña Nieto ha riattivato la repressione e il discredito verso le famiglie degli studenti scomparsi e i loro sostenitori. Recentemente, il 7 giugno 2015, giornata elettorale per il rinnovo della camera dei deputati e dei governi di numerosi comuni e regioni, il governo ha dispiegato l’armata e la polizia federale in tre stati del Messico, il Guerrero, l’Oaxaca e il Chiapas, con il fine di reprimere la popolazione, principalmente gli insegnanti del sindacato dissidente CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), che manifestavano per denunciare la collusione tra i politici e i narcotrafficanti e s’oppongono al processo elettorale dato che non è stata fatta giustizia. Il risultato è che ci sono stati 127 arresti in diverse regioni e una persona uccisa per un colpo d’arma da fuoco esploso alle spalle dalla polizia federale nello stato del Guerrero.

    In questo contesto la Francia s’appresta a firmare contratti per la vendita di 50 elicotteri Airbus  «SuperPuma » che serviranno senza dubbio, così com’è stato negli ultimi 40 anni, a reprimere i movimenti sociali che denunciano la violazione sistematica dei diritti umani da parte dello stato. E’ ancora in questo contesto che la Francia riceverà il presidente messicano e le sue forze armate come invitati d’onore che, malgrado la pessima reputazione di cui godono presso le organizzazioni per i diritti umani, sfileranno sugli Champs  Elysées  il 14 luglio 2015.

    Tramite questa lettera la comunità messicana in Francia e tutti i firmatari denunciano questi crimini e violazioni, denunciando anche l’insieme degli accordi economici e militari tra il Messico e gli stati europei. Allo stesso modo si deplora il ruolo delle grandi imprese dell’industria militare e civile che, a cominciare da Airbus, cercano di firmare contratti mirabolanti a discapito della popolazione messicana, vittima tre volte: della povertà, della violenza di stato e della legge dei narcos.

    Una versione più breve della lettera è stata oggetto di una petizione on line sulla piattaforma Change.org e resterà accessibile fino al 13 luglio. Fino ad ora ha ricevuto oltre 5500 adesioni. Con il fine d’informare la società civile su questa situazione d’emergenza si terrà una tavola rotonda il 26 giugno, a nove mesi esatti dalla sparizione degli studenti di Ayotzinapa nell’ambito della Giornata internazionale contro la tortura.

    Di Fabrizio Lorusso – Link foto Parigi/AyotzinapaLink petizioneLink lettera integrale

  • Foto Galleria: Lettera a Presidente Hollande contro visita di Peña Nieto

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