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  • Un documentario sulle donne nella TV italiana: Sovraesposte

    Un documentario sulle donne nella TV italiana: Sovraesposte

    Vi presento qui un breve documentario sulla situazione delle donne nella televisione italiana realizzato da Cristina Oddone, Sieva Diamantakos e Elisabetta Consonni con le musiche di port-royal e con Silvia Degrandi e Tristan Martinelli. Contatto: sovraesposte@gmail.com – Genova 2010


  • Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno

    Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno

    Napolibene.jpgLucio Iaccarino, Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno, Ediesse Edizioni – Carta Bianca, 2008.

    “Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini. […] Nessuno può cogliere il quadro d’insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l’obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame…”. Luther Blissett, Q.

    Se Saviano ci ha accompagnato nel ventre delle periferie degradate e del sistema della camorra, Iaccarino ci racconta un’altra Napoli, quella istituzionale, quella del potere politico. Scrutando nelle maglie più nascoste della città, il libro – che si sviluppa in modo ibrido tra narrativa, finzione e dettagliato reportage sociale, una sorta di memoir di formazione intellettuale – illustra i motivi di complicità che legano la società civile all’illegalità, riflettendo sulle debolezze politiche e sulle possibili vie per risollevare le sorti della città.

    Dopo anni d’intensa attività un anziano professore inglese di Scienza politica va in pensione, costringendo il suo assistente universitario al precariato. Appena prima di partire per l’Inghilterra, il maestro decide di lasciare al suo discepolo un divano bianco. Il giovane comincia così un viaggio nei salotti della Napoli bene, in cerca di una degna sistemazione per l’oggetto ereditato. La ricerca diventa l’occasione per rileggere alcuni capitoli della storia sociale e politica napoletana: da Lauro a Gava, agli “opachi anni ottanta”, per finire con il disincanto della Iervolino e il disastro dei rifiuti.
    La politica campana, rinchiudendosi nel salotto, aveva finito per sottovalutare la portata reale dei problemi. I cittadini avvertivano la crescente distanza, come se il personale politico avesse smesso di calpestare i suoli della città. […] Le politiche pubbliche nell’era dei rifiuti sembravano soffrire della “sindrome del sassolino”. Tutte le volte che provavamo a scrivere dei processi decisionali nella nostra regione, menzionando il nome del governatore campano, il computer lo correggeva automaticamente con “”Sassolino”. Come se, dinnanzi alla tragedia della spazzatura, ogni altra decisione, persino la più valida, si dovesse tramutare in un sassolino caduto nello stagno.

    Napoli bene e il suo universo di salotti, aule universitarie, palazzi, uffici, strade e quartieri incuriosiscono il partenopeo e “lo straniero”. Da una parte, come milanese, avevo molto interesse nell’affrontare un romanzo che completasse e, in qualche modo, s’affiancasse idealmente al quadro duro e crudo dipinto da Saviano con Gomorra. I toni sono riflessivi, l’analisi è profonda e propositiva mentre l’impatto visivo ed emotivo dell’opera risulta più pacato e concentrato sull’origine dei problemi e su ambienti e personaggi meno “pericolosi”, spesso collocati fuori dal rumore delle cronache, ma comunque fondamentali. Si tratta in parte di altre zone, di altre classi sociali e di problematiche complementari ma con lo stesso sottofondo culturale e storico, le stesse connivenze e giochi d’interesse. Anche qui, qualcosa lo sapevamo già, forse molte altre città d’Italia possono vantare condizioni simili, ma ci sfuggivano i nessi, le specificità locali, le geometrie, a volte improbabili nel resto del paese, e le connessioni tra i gangli vitali del sistema politico, culturale e sociale della Napoli bene e delle altre, quella illecita, quella che sopravvive, quella dei quartieri tristemente famosi come Scampia o Forcella, con le loro interazioni, gli scontri, le violenze e i loro reciproci scambi di favori.

    Ora abbiamo ancora qualche tassello in più e ci viene proposto da molteplici punti di vista disciplinari, temporali e spaziali. La nascita del sistema (non inteso solamente come quello della camorra), la cultura partenopea delle origini, il dopoguerra, gli anni ottanta, il disincanto dei novanta e del nuovo millennio. La visualizzazione di una speranza, di tanti piccoli tasselli del puzzle da ricostruire e degli strappi da ricucire e infine un’occasione: il Forum Universale delle Culture a Napoli nel 2013, l’ennesima data lontana ma al contempo troppo vicina per una rigenerazione e per confrontarsi con il mondo sui temi dello sviluppo sostenibile, i diritti umani, la pace, la legalità e la diversità culturale in una delle realtà più contraddittorie e variegate d’Europa.
    Dall’altra parte, come emigrato a Città del Messico da alcuni anni, la lettura di Napoli bene ha risvegliato in me una sensazione di vicinanza, somiglianza culturale ed empatia tra la realtà messicana e quella di Napoli e della Campania, soprattutto per quanto riguarda l’elite politica ed economica così come la racconta Lucio, con il suo sguardo antropologico e giornalistico attento. Dall’esterno, da lontano viene da dire “gente fuori dal mondo e un mondo fuori da quel che la gente potesse immaginare”.

    E’ ammirevole trovare tanta imparzialità e autocritica e tanto sforzo costruttivo e deciso nel prendere atto dei propri vizi e delle proprie virtù come in questo caso. Parrebbe un’impresa impossibile quella di estraniarsi e guardarsi da fuori con le lenti della gradazione giusta, non offuscate dalle aspettative personali e dall’interesse altrui. Invece si ha di fronte un’analisi distaccata, ma tagliente, e, cosa che dà molto valore al libro, non sensazionalista riguardo a una dinamica sociale complessa ma spesso spettacolarizzata e banalizzata in Italia e all’estero, secondo i canoni di un folclore incorreggibile e di una superficialità accondiscendente. “Sono così, chiudiamo un occhio”, direbbero al nord schernendo la modernità napoletana che per alcuni non è mai arrivata a compimento, proprio come in America Latina, dove le megalopoli, capitali e non, sarebbero, secondo alcuni, già postmoderne senza essere passate da una modernità trasformatrice, dato che sono state bloccate da mille resistenze ed inerzie che si rincorrevano. Napoli capitale, però, aveva conosciuto una splendida e prematura modernità, forse è per questo che s’è poi fermata in un contesto, il meridione, che era rimasto profondamente arretrato.
    sorrisobefardocoloringreen.jpgNapoli bene è un racconto di vicissitudini, violenze, cadute ma anche piccoli successi del quotidiano, una storia di vita, di tante vite, che prende le forme del reportage e dell’analisi sociologica, del saggio e del romanzo, fino a culminare nella difficile ma coraggiosa ricerca di soluzioni pensate, vissute, provate e proposte. Anche sogni forse, ma non utopie. Dal piccolo esperimento di un condominio, da una strada, fino al quartiere e alla città intera. Visioni, speranze, azioni. Una Napoli con un nuovo e forte settore turistico alternativo e la meritocrazia come nuova bussola nell’università e nella ricerca dei talenti, spesso cooptati dalla partitocrazia, per esempio, oppure la legalizzazione progressiva delle droghe leggere per cominciare a togliere ossigeno alla camorra, con la coscienza che la repressione pura e semplice, priva di approcci globali, sociali, economici e culturali, non serve a nulla, se non a riempire le pagine dei giornali e alimentare le statistiche governative. Più importante sarebbe provvedere alla ricostruzione del capitale sociale e della società civile attraverso un’opera mirata alla riattivazione complessiva della città, partendo dalle zone marginali, con l’idea “copernicana” che la fiducia, la cooperazione e il senso civico possano essere “prodotti socialmente” e non solamente ereditati da un passato glorioso.

    Sembra quasi che un occhio esterno, da straniero, come quello del maestro del giovane aspirante ricercatore, abbia fatto da mediatore e consigliere per cercare tra le apparenze e scovare in mezzo alle ambiguità di questa metropoli le storie, le logiche, i meccanismi che muovono la Napoli dell’accademia, della politica, dei salotti e dei suoi rispettivi baroni e baronesse. Per chi viene da fuori (non solo geograficamente ma anche socialmente) risulta spesso ermetico e inafferrabile in tutte le sue dinamiche questo mondo che si divincola tra legalità e illegalità, clientelismo e fedeltà, corruzione e rent seeking, palazzi benpensanti e strade assassine del malaffare.
    E’ il mondo delle sinergie tra le “gang del salotto e del vicolo”, alleanze trasversali come quando “i figli della Napoli bene si erano messi in affari coi ragazzi della Torretta, noto quartiere alle spalle del lungomare di Mergellina, dove era possibile acquistare un ventaglio abbastanza ampio di droghe pesanti e leggere”. Clan politici, come i Gava e i Lauro, e clan di altro tipo, insomma. Gruppi con cui “il popolo aveva instaurato un rapporto basato su vincolanti richieste d’aiuto, dinanzi alle drammatiche condizioni di partenza”.

    Proprio di sinergie e collaborazioni occulte si tratta quando si parla della camorra come “fenomeno mafioso” che, in quanto tale, non può separarsi dalla sfera politica ed economica con la quale interagisce proficuamente. Monnezza e camorra puzzano di meno se combattute con le armi della ricostruzione comunitaria della società, dell’istruzione e della riabilitazione strutturale cittadina piuttosto che con l’esercito a presidiare Chiaiano o con la polizia che mette dentro due pezzenti di quando in quando.
    Iaccarino ci rivela e precisa le dinamiche del potere politico, sempre maschile, spesso profondamente illiberale e quindi privo di regole e freni, così legato ai contropoteri de facto come le mafie e i media. Nel “piccolo” del mondo accademico e nel mercato del lavoro in cui “l’incertezza e la conseguente autocensura dei subalterni” sono le “forme più collaudate del controllo sociale” è ovvio che si favoriscano il corporativismo intellettuale e la stagnazione delle idee, la castrazione sistematica dell’innovazione, concetto vituperato per il suo potenziale sovversivo di un idealizzato status quo.

    L’assenza del principio del miglioramento continuo della ricerca e della didattica oltre che dei criteri di selezione dei saperi, dei discenti e dei docenti stessi dentro le università viene tristemente ribadita dall’esperienza personale dell’autore che condivide con i lettori un’amara verità e anche alcuni preziosi tentativi di ribaltare le prospettive dell’insegnamento-apprendimento e dei ruoli di insegnante e studente: suggerimenti interessanti e utili sfide professionali.
    E’ palese anche per gli intellettuali già fatti e formati, soprattutto per loro, che tendono al conformismo politico, alla ricerca della prebenda statale, dell’inevitabile e meritevole raccomandazione e del favore interessato declinando dalle loro funzioni critiche e di stimolo socio-culturale. In termini semplici e non pregiudiziali Lucio ci racconta le origini storiche di questi fenomeni senza la considerazione delle quali ogni soluzione e ogni proposta resterà effimera promessa destinata all’insuccesso pratico.

    Infine c’è l’epopea del divano, l’unico retaggio del professore scomparso per l’alunno fedele ma ormai condannato al precariato universitario e a una progressiva esclusione, come metafora del focolare e dell’incontro riservato, quindi della casa, del clan, della famiglia, dove si lavano i panni sporchi e dove si discutono, soprattutto tra uomini, le questioni importanti per la cosa pubblica, anzi privata, che la clientela e i sottoposti provvederanno a processare e smaltire in base agli ordini e alle gerarchie. Buona lettura. www.carmillaonline.com

    Lucio Iaccarino è fondatore dell’unità di ricerca Think Thanks, politologo, saggista, opinionista, blogger, è al suo primo racconto sulle ragioni dell’infelicità pubblica napoletana. Ha insegnato Scienza politica all’Università “l’Orientale” di Napoli, collabora con “la Repubblica” (ed. Napoli), con “il Mese” di “Rassegna Sindacale”. Nel 2005 ha pubblicato, per la casa editrice “l’ancora del mediterraneo”, il saggio La rigenerazione. Bagnoli: politiche pubbliche e società civile nella Napoli post-industriale.

    Il libro qui: http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/napoli-bene

    Il suo blog: http://napolibene.blogspot.com/

  • Il risotto ai funghi (porcini e non) in Messico, come farlo?

    Il risotto ai funghi (porcini e non) in Messico, come farlo?

    L’Associazione Italiana di Assistenza con l’appoggio dell’Editoriale Landucci, pubblicherá un libro di Ricette di Italiani Residenti in Messico la cui vendita andrá in beneficio degli assistiti. Eccone una.

    Risotto ai funghi porcini e setas

    Questa ricetta valorizza i sapori e gli odori dei boschi alpini, in particolare quelli della Lombardia e della Valtellina che, oltre alla tradizione dei pizzoccheri di grano saraceno e degli sciatt (frittelle di grano saraceno con un cuore di formaggio), vanta le migliori bresaole d’Italia e una specializzazione nei piatti a base di selvaggina e di funghi come, appunto, il risotto ai porcini.

    Mi è stata insegnata da mio padre, Nicola Lorusso, un pugliese d’origine ma milanese d’adozione.  Due identità che si riflettono sul suo modo d’interpretare e combinare le cucine di queste regioni così lontane ma legate da decenni di migrazioni e scambi. E’ un rinomato cuoco del Corriere della Sera e del Centro Sociale Rizzoli di Via Cefalù a Milano e da anni porta avanti insieme ai colleghi le attività calcistiche e culinarie del noto circolo dei dipendenti e pensionati del giornale.

    L’adattamento degli ingredienti e la ricerca di soluzioni accettabili per poterla riprodurre qui in Messico provengono invece dalla grande esperienza gastronomica del Dott. Luigi Pironti, amico e maestro di cucina dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, scomparso nel 2009 ma sempre vivo dentro tutti noi: era capace di trovare il giusto equilibrio e la perfetta fusione tra il sabor messicano e il gusto italiano tanto in cucina come nella vita.

    Ingredienti per 4 persone

    350 gr di funghi porcini freschi (siccome in Messico quelli freschi sono introvabili, bisogna ripiegare su quelli secchi, non più di 50 gr saranno sufficienti per 4-5 persone; si trovano in alcuni negozi come La Europea, Palacio de Hierro o a colpo sicuro all’Istituto Italiano di Cultura. In mancanza dei porcini o in aggiunta ad essi, consiglio l’uso di setas o funghi porto bello freschi, entrambi venduti nei supermercati e mercati di strada in Messico)

    360 gr di riso (consiglio il SOS tipo Arborio che si torva nei super messicani facilmente. In ogni caso, meglio se si trovano marche con chicchi non privati dell’amido, cioè quelli che emettono un po’ di spuma dopo la cottura e danno al piatto l’aspetto tipico del Risotto)

    2,5 litri di brodo vegetale o di pollo (si possono eventualmente usare i dadi per il brodo caldo de pollo o vegetal reperibili in qualunque supermercato)

    1 cipolla bianca media grandezza

    2 o 3 sottilette di formaggio manchego o bianco (no queso amarillo!)

    2 bicchieri di vino bianco (qualunque marca di paesi mediterranei, della California o del Cono Sud, chiaramente secco!)

    1 noce di burro oppure un paio di cucchiai di Olio d’oliva extravergine

    150 gr di formaggio grana o parmigiano grattugiato (si trova nel negozietto dell’Istituto Italiano ma ormai anche alla Comercial Mexicana e altri super. In mancanza di parmigiano DOC ho spesso usato la versione confezionata che è prodotta dalla marca Parma-Queso Parmesano, la migliore e la più accettabile tra le sbiadite imitazioni americane del nostro delizioso formaggio)

    Sale quanto basta

    Prezzemolo quanto basta

    Pepe al gusto

    Preliminarmente preparate il brodo vegetale o di pollo, salato quanto basta (attenzione ai dadi commerciali che contengono molto sale), in una pentola grande piena per tre quarti. Intanto lasciate i funghi secchi a bagno in un litro e mezzo d’acqua per un’oretta. Insieme ai funghi secchi mettete anche quelli freschi, le setas e i portobello, già tagliati in strisce sottili, in modo che il sapore intenso emanato nell’acqua dai porcini possa contaminare gli altri e anche il liquido stesso che diventa un delizioso brodino di funghi misti. Se disponete di pochi funghi porcini secchi, questo espediente vi permette di ottenere un buon risultato comunque mischiandoli con altri tipi.

    In una pentola antiaderente fate sciogliere la noce di burro o scaldate l’olio d’oliva per un minuto e poi gettate a rosolare la cipolla tritata finemente (anche se c’è chi la preferisce a rondelle) finché non imbiondisce come capelli castani esposti al sole di Oaxaca. Mettete a poco a poco i funghi secchi e quelli freschi a friggere nella pentola aggiungendo di quando in quando un po’ della loro succosa acqua per non farli asciugare e bruciare.

    A questo punto aggiungete il riso secondo le porzioni stabilite (circa 80gr a persona) e fatelo tostare appassionatamente a fuoco alto per 3 o 4 minuti affogandolo lentamente nel vino bianco che miglior morte non v’è. Quando il vino e i residui dell’acqua dei funghi sono evaporati lasciate riposare il riso per 5-10 minuti a fuoco spento. Quindi riaccendete il fuoco a livello medio/medio-basso e fate cuocere girando con pazienza e perizia con un mestolo di legno e aggiungendo costantemente il brodo vegetale o di pollo ogni volta che il riso comincia ad asciugarsi. Salate progressivamente fino al livello desiderato.

    Oltre al brodo, potete anche aggiungere al riso l’acqua dei funghi e le setas, i porcini e i portobelli rimasti in essa, altrimenti potete scaldarla, aggiungere sale, formaggio grattugiato e prezzemolo e servire il tutto come zuppa all’inizio del pasto. Se amate il peperoncino nella zuppa, un chile de arbol (quello rosso, tipo peperoncino di cayenna o calabrese) triturato non ci sta male.

    Quando giudicate che la cottura sarà giunta al termine (e qui serve esperienza dato che a Città del Messico la pressione atmosferica e l’altitudine giocano dei brutti scherzi) potete unire al risotto il formaggio grana o parmigiano grattugiato e le sottilette dopo aver spento il fuoco. Si può lasciare una parte del parmigiano in tavola per aggiungerlo dopo a piacere. Coprite con un coperchio, attendete 5 minuti e servite con una spolverata di pepe al gusto e prezzemolo tagliuzzato e collocatene pure un rametto intero con qualche foglia sulla collinetta di risotto raccolta in un piatto fondo. Buon appetito!

    By Fab. Lor.

  • 13 de septiembre a las 2pm México DF: Presentación poemas "Memorias del Mañana"

    13 de septiembre a las 2pm México DF: Presentación poemas "Memorias del Mañana"

    PRESENTACIÓN y LECTURAS del LIBRO DE POESÍAS

    MEMORIAS DEL MAÑANA

    de Fabrizio Lorusso

    UNIVERSIDAD DEL CLAUSTRO DE SOR JUANA

    Salón R-38, Plantel de Regina

    LUNES 13 de Septiembre – 14 HORAS
    Participan:
    Fabrizio Lorusso – El autor (?)
    Roxana Elvridge Thomas – Lectora
    Paolo Pagliai – Anfitrión
    Sergio González – Editorial Quinto Sol

    SALON:
    R-38, PLANTEL DE REGINA, ENTRADA POR SAN JERÓNIMO

    DIRECCION:

    Izazaga 92 – Colonia Cuauhtémoc México DF

    http://elclaustro.edu.mx/cms2/sites/ucsj/index/

    EVENTO EN FACEBOOK:

    LIGA LINK

  • Foto-Video per Haiti: un mese a Porto Principe

    Video musica foto, Haiti, feb 2010. Donazioni utili http://prohaiti2010.blogspot.com/ (no international ONG) – Donaciones útiles http://prohaiti2010.blogspot.com/

    PER I MEDIA, CENTRI SOCIALI, ASSOCIAZIONI, ONG ECC…

    VISITA DI EVEL FANFAN DA HAITI leggi nota !! (ATTUALMENTE VISITA IN SOSPESO – PARTE RACCOLTA FONDI PER LA VISITA DA REALIZZARE PER LA RICORRENZA “un anno dal terremoto” il 12 gennaio 2011)

    Reportage italiano y español:

    (1) https://lamericalatina.net/2010/03/09/le-guerre-dimenticate-di-haiti-prima-e-dopo-il-terremoto-13/

    (2) http://www.telesurtv.net/noticias/entrev-reportajes/index.php?ckl=480

    DONAZIONI IN FAVORE DI http://aumohddwamoun.blogspot.com/

    Link al VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=eoSY3zCccAQ

  • Visita Guiada-Casa Museo Hijo de la Tostada (Mi casa es tu casa) Mexico DF

    Visita Guiada-Casa Museo Hijo de la Tostada (Mi casa es tu casa) Mexico DF
    From: FabrizioLorussoMex | 21 agosto 2010  | xx visualizzazioni
    Caricamento in corso…

    Visita Guidata alla Casa Museo Figlio della Tostata – Fate come a casa vostra Firmato http://lamericalatina.net

  • Evel Fanfan rappresentante della Società Civile di Haiti visiterà l'Italia dal 30 Settembre al 14 Ottobre 2010

    Evel Fanfan rappresentante della Società Civile di Haiti visiterà l'Italia dal 30 Settembre al 14 Ottobre 2010

    PER PROBLEMI DI TIPO FINANZIARIO IL VIAGGIO E’ SOSPESO, MA SI STA CERCANDO DI RACCOGLIERE I FONDI NECESSARI QUINDI RESTA VALIDO L’APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI. PROBABILMENTE SARA’ POSSIBILE REALIZZARE QUESTO VIAGGIO NEL MESE DI GENNAIO 2011, PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO AD HAITI.

    Evel Fanfan, Presidente dell’organizzazione haitiana AUMOHD  (VEDI LINK: Action des Unités Motivées pour une Haïti de Droit), avvocato e difensore dei diritti dell’uomo, per una Haiti dei Diritti, sarà in visita in Italia dal 30 Settembre al 14 Ottobre 2010.

    Lo scopo della missione è spiegare la situazione reale ad Haiti dopo quasi 9 mesi dal terribile sisma del Gennaio scorso, e trovare insieme soluzioni solidali per aiutare i bambini, le donne e la popolazione tutta di Haiti.

    I gruppi, associazioni, enti e altri interessati possono scrivere ad Evel Fanfan: presidentaumohd@yahoo.fr   –   fanfanmel@yahoo.fr

    o contattarlo tramite il suo profilo Facebook o Skype: evelfanfan

    LINK e INFO:

    http://prohaiti2010.blogspot.com/

    http://en.wikipedia.org/wiki/AUMOHD

    DIARI da HAITI – AUMOHD LINK

    http://www.lascuoladipace.org/

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    Evel Fanfan, président de l’organisation haïtienne AUMOHD (Action des Unités Motivées pour une Haïti de Droit), avocat et défenseur des droits humains, pour les Droits des Haïtiens, se rendra en Italie du 30 Septembre to Octobre 14, 2010.

    La mission est d’expliquer la situation réelle en Haïti après de neuf mois depuis le terrible tremblement de terre de Janvier dernier, pour la solidarité et de trouver ensemble des solutions pour aider les enfants, les femmes et toute la population d’Haïti.

    Groupes, associations, institutions et autres intéressées peuvent écrire à Evel Fanfan: presidentaumohd@yahoo.fr    –    fanfanmel@yahoo.fr

    ou le contacter par son profil Facebook, ou Skype:  evelfanfan

    LEGGI LA NOTA E CONDIVIDILA SU FACEBOOK:

    http://www.facebook.com/fabrizio.lorusso1#!/note.php?note_id=425695401858&id=1593565780&ref=mf

  • Presentazione foto e testi: culto Santa Muerte in Messico e Tepito – Power Point L'Orientale Napoli

    Video con diapositive in italiano sul culto alla Santa Morte in Messico e in America…Presentato all’Università di Napoli L’Orientale il16 luglio 2010. Buona morte a tutti.

    Presentación fotos y textos Santa Muerte en México y Tepito – Power Point L’Orientale Napoli
    Video extraído de un power point sobre el culto a la Santísima Muerte en Tepito y en México, comparado con otros cultos como el de Yemayá, el del día de muertos (ordinario), San La Muerte (Argentina), San Pascualito Bailón (Guatemala), Virgen de Guadalupe y San Judas Tadeo. Hay testimonios y Fotos.  Articulos: https://lamericalatina.net/category/santa-muerte/

  • Intervista. Bolivia, Oscar Olivera: l'opposizione ai tempi di Evo

    Intervista. Bolivia, Oscar Olivera: l'opposizione ai tempi di Evo

    evopresidente.jpgIl noto leader sociale boliviano Oscar Olivera – che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” – in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
    Oscar Olivera fu uno dei principali attivisti durante la guerra dell’acqua di Cochabamba contro le privatizzazioni nel settore idrico e in seguito è stato un personaggio fondamentale nelle battaglie per la difesa del gas boliviano in seguito alle quali i movimenti sociali e il partito MAS (Movimiento al Socialismo) hanno aumentato i loro consensi, in buona parte dirottati in favore del candidato Evo Morales. Evo è stato eletto per la prima volta presidente della Bolivia il 18 dicembre 2005 ed è stato votato per portare a termine un secondo mandato anche nel dicembre 2009. In entrambi i casi l’ex leader sindacale cocalero s’è imposto con maggioranze importanti (45% nel 2005 e 63% nel 2009) convogliando su di sè il voto delle classi disagiate e delle popolazioni indigene. Che ne è stato delle sue origini e del concetto di autonomia dei movimenti? Quali aspettative sono state tradite dal “presidente Aymara”?

    La frammentazione del movimento: “Con noi o contro di noi”

    Nel governo della Bolivia esistono un discorso ed una pratica completamente divergenti. Si fomenta l’individualismo e si penalizza la presa di decisione comunitaria. I movimenti sociali sono nella quasi totalità subordinati al governo. È vigente la consegna “con noi o contro di noi”. Inoltre, non è solo il fatto che ti ignorano o che non esisti come era fino a poco tempo fa. No, adesso, dopo le ultime elezioni, il governo sembra dire: “sì, esisti, e ti distruggo perché tu non esista più”. E allora c’è una forte campagna di disprezzo, di calunnie, molto bassa, molto dannosa, contro alcuni referenti sindacali o sociali che hanno una posizione fortemente autonoma.

    Credo che ci siano fattori distinti. Da un lato c’è una attitudine generale e dall’altro la presenza di quadri medi nel governo che operano questo tipo di politica. Quando Evo Morales arrivò al governo, io ero preoccupato per come lui è. Nel profondo, è una persona con i propri legittimi obbiettivi. Ad esempio, ha sempre voluto fare il presidente. Evo fu tra i promotori del referendum del gas nel 2004. Molti eravamo contrari perché ritenevamo che la consulta fosse una trappola. Lui no, trattò con il governo di allora tutto per poter accedere allo stesso governo.

    Credo che in quella occasione, Evo usò la gente. Non mi sembra molto onesto, molto leale, avere sempre utilizzato quella capacità di seduzione, tipica sua, per attrarre la gente, usarla e poi scartarla, anche in malo modo. È un caudillo e qui non c’è alcuna orizzontalità del potere, non c’è la minima intenzione di offrire il potere alla gente. Qui il potere è concentrato in una sola persona, e quella è Evo Morales. Lui decide tutto, dà persino il beneplacito ai candidati sindaco in questo paese.

    Inoltre, si è circondato di gente che è molto accondiscendente con lui, cosa che gli piace molto. Ho visto attitudini persino servili verso il presidente. Non importa quale passato abbia suddetta persona, se asseconda quello che dice il presidente va bene. In cambio, un compagno che non si è mai venduto, che mai s’è sottomesso, o un settore che è stato ribelle, che è sempre stato autonomo, quello non è tollerato. Credo che sia un misto di carattere personale insieme ad una rete di personaggi per niente qualificati che sono lì, nel governo.

    Ad esempio, io non posso più comunicare con lui. L’ultima volta fu due anni fa, adesso neanche mi parlano. Sembra che per il governo io sia vietato. E sembra che l’unica forma per dirgli che siamo qui, che qui insistiamo, qui continuiamo, non sono le lettere pubbliche che gli abbiamo inviato o i messaggi che gli abbiamo fatto arrivare da altre persone, ma la mobilitazione. Ad esempio, il governo ha organizzato un evento per ricordare i dieci anni della “guerra dell’acqua” (nell’aprile del 2010). Un evento di parte dove sono arrivate cinquecento persone e nel quale si è fatto capire che le conquiste di dieci anni fa sono state il risultato di un gruppo, di un settore.

    Invece, alcuni giorni dopo abbiamo organizzato una manifestazione a cui hanno partecipato più di diecimila persone e abbiamo rivendicato che non è stata una parte a vincere, ma che è stato il risultato della costruzione collettiva, di un tessuto sociale molto forte, molto generoso, molto trasparente e senza alcuna discriminazione. Tutto questo non esiste più. C’è stata molta frammentazione e cooptazione da parte del governo attuale. Dall’altro lato, sono stati disprezzati tutti quelli che non hanno voluto far parte di quel gioco.

    Credo che la gente che si trova negli apparati abbia paura del potere che sta in basso. È successo che quando ci siamo mobilitati, si sono spaventati perché hanno visto che è stata la base sociale quella che ha manifestato, la base sociale di tutto il processo che portò Morales alla presidenza, quella stessa base che per prima si mobilitò nella “guerra dell’acqua”. Il cancelliere David Choquehuanca, che non ho mai visto in alcuna battaglia, da nessuna parte, s’è preso il lusso di denigrare la manifestazione dicendo che era una manifestazione dell’estrema destra.
    mapabolivia.jpg
    È una mancanza di rispetto e mi indigna che un funzionario che non ha mai avuto il coraggio di mostrarci la faccia si permetta di infamarci. Inoltre, se si considera che il MAS [Movimento al Socialismo, partito di Evo Morales, ndt] nelle ultime elezioni ha perso nelle zone urbane, dovrebbero cercare di avvicinarsi a quella gente, a questa base sociale che fu la stessa che votò per loro ma che ha manifestato con noi. C’è una cecità assoluta, superbia, disprezzo della propria gente.

    La politica del lavoro in Bolivia

    Il progetto di riforma del codice del lavoro in Bolivia – presentato il primo di maggio del 2009 – ha due grandi svantaggi per i lavoratori. Il primo ha a che vedere con la criminalizzazione dello sciopero, della protesta. Si stanno introducendo nuove regole, come per esempio il fatto che qualsiasi decisione presa dal sindacato deve avere una maggioranza di due terzi, quando ancora adesso è sufficiente il 50 per cento più uno; inoltre si propone che in caso di sciopero, i lavoratori che non sono d’accordo e che vogliono lavorare lo possano fare.

    Nel caso che un dirigente sindacale o un altro lavoratore cerchi di impedire che si interrompa lo sciopero, aggredendo fisicamente o anche solo verbalmente, questa persona può essere perseguita penalmente. Inoltre, la proposta esclude i lavoratori del settore pubblico dal diritto allo sciopero, cioè, tutti i lavoratori dell’acqua, luce, telefonia, comunicazioni, sanità e tutto l’apparato amministrativo non potranno scioperare. In questo modo, si attacca direttamente l’unità sindacale e la possibilità di azione unitaria.

    Queste proposte manifestano una visione individualista del soggetto lavoratore. Noi vogliamo che venga mantenuta la visione collettiva, che siano i sindacati quelli che in modo organizzato rappresentino i lavoratori. Abbiamo qui un’ideologia precisa che si sta infilando dentro il governo attraverso i tecnocrati. Ad esempio, la nuova legge anticorruzione che è stata approvata poco fa introduce la delazione come metodo. Voglio dire, si continua a fomentare l’individualismo, la sfiducia nell’altro a scapito della collettività, della comunità.

    Non c’è un discorso ufficiale per la promozione di queste proposte. Io credo che ci sia gente che si sia infilata, che si sia intrufolata nel governo. Ad essi interessa ottenere soldi, risorse finanziarie, perché ci sia stabilità macroeconomica. Il mondo del lavoro, come l’acqua, non rientrano nei loro interessi. Allo stesso modo, non sono interessati alla vita quotidiana della gente. Per molti settori sociali, dopo cinque anni di gestione di questo governo, non solo le cose non sono cambiate ma sono peggiorate.

    Noi abbiamo due cose in questo momento. La prima è la lotta ideologica contro il governo, contro l’individualismo, la delazione, la criminalizzazione della protesta, poiché quello che neanche i governi militari seppero fare, questo governo lo sta facendo. C’è gente che s’è messa nel governo e, in maniera molto sotterranea, sta negoziando con i poteri economici, con gli imprenditori. Il progetto sulla politica del lavoro deve essere stato concordato con la parte padronale, non c’è altra spiegazione. Però siccome Evo Morales ha un’immagine molto forte, uno pensa che tutto quello che fa va bene.

    La seconda è cercare di resistere e conservare il poco che è rimasto di quella legge generale del lavoro che ha più di 60 anni, che sì, è diventata qualcosa di contraddittorio, disordinato, però non per questo devono imporci qualcosa di involutivo come è il nuovo progetto. Ad esempio: questa legge (la proposta del governo) legalizza il lavoro esternalizzato. Nelle catene di montaggio, i lavoratori stabili e quelli in subappalto lavorano gomito a gomito senza nemmeno conoscersi. Esiste il lavoratore con tutti i diritti e poi “l’esternalizzato”. Non lo chiamano neanche compagno. Perfino il linguaggio ti separa, ti divide, ti frammenta, ti discrimina.

    La comunità e il sindacato

    Ora, noi abbiamo radici ancestrali che si richiamano al concetto di comunità. Questo sentire e agire della comunità sta andando perso e noi vogliamo recuperarlo. Dal nostro punto di vista, il sindacato può essere una replica urbana della comunità, dove nessuno possa frammentarci né dividerci, dove le decisioni vengano prese collettivamente e attraverso il consenso, dove ci sia una rotazione delle responsabilità e la revoca dell’incarico, alla fine tale e quale funziona nelle comunità andine.

    Urbanizzazione accelerata, corruzione e narcotraffico a Cochabamba

    A Cochabamba ci sono tre problemi. Il primo è un processo di urbanizzazione molto accelerato. Lo Stato ha stabilito che la terra e il suolo sono un affare. In questo modo sono state favorite attività criminali di urbanizzazione: aree agricole, parchi di sviluppo forestale, ecc. Tutto questo è in relazione con il tema dell’acqua. Nella città esistono circa diecimila pozzi che vengono alimentati dai corsi d’acqua che scendono dalle montagne. Ora, questi pozzi stanno seccando, hanno livelli molto bassi, cosa che obbliga a ulteriori perforazioni. Di fronte a questa situazione, non c’è chi possa fermarla poiché tutto è promosso tanto dal governo nazionale quanto da quello locale.

    Il secondo problema è il tema della corruzione. Poiché questa “istituzionalità” corrotta non è stata cambiata, molti compagni che andarono a “cambiare lo stato”, a “rendere orizzontale” il potere, a creare una “istituzionalità partecipativa e aperta alla gente”, si sono lasciati trasformare dallo stato e sono diventati corrotti. Un esempio è il caso di chi doveva essere il successore di Evo Morales e che oggi si trova in carcere: Santos Ramírez Valverde.
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    E il terzo tema è il narcotraffico che qui a Cochabamba sta perseguitando le comunità. Ed è paradossale, perché quando c’era la DEA (l’agenzia antinarcotici degli Stati Uniti) il problema era maggiormente sotto controllo. Questo è un problema molto grave che bisognerà affrontare poiché ci sono settori degli stessi produttori di foglia di coca che stanno entrando nel business del narcotraffico. E continuando così può essere che la foglia di coca che portò Morales al governo potrebbe essere la stessa che ce lo tolga. (Nella foto: Oscar Olivera)

    Discorso anticapitalista e pratica incoerente

    Esistono molte contraddizioni tra il discorso anticapitalista e anti-imperialista e le forme di sviluppo promosse che hanno un alto contenuto capitalista. Il caso della miniera San Cristóbal è esemplare, come il piano dell’IIRSA [Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana, ndt]. Ovvero, quello che non hanno potuto fare quelli di destra lo sta facendo questo governo insieme a Lula (presidente del Brasile). Queste contraddizioni tra il discorso e l’azione concreta non permettono al governo di nascondere le cose che stanno accadendo qui. Il governo dice che tutto questo è per mettere assieme le risorse finanziarie per le necessità della gente e per stabilire un grado di equilibrio con la natura.

    Però, nelle comunità, dove la gente si oppone, il governo discredita immediatamente chi protesta o, nel suo caso, lo sostituisce con altri leader inviati dal governo. In altri casi, lo Stato è completamente assente, cosa che provoca che la gente voglia risolvere i problemi da sola. È anche per questo che in questi cinque anni ci sono stati più di 60 morti. È il caso, ad esempio, di Huanuni dove c’è stato uno scontro tra le comunità che lavoravano le miniere con le cooperative e i lavoratori sindacalizzati: per la disputa di un giacimento, nell’ottobre del 2006, 4 mila abitanti delle comunità, gente molto giovane, si scontrarono con i sindacalizzati con il risultato di 17 morti.

    Il movimento autonomo
    È un momento molto difficile per il movimento in Bolivia. Per cominciare non ci sono spazi per l’autonomia. Né indigena, né municipale, né niente. C’è una forte immagine di Evo Morales che non permette l’esistenza di una voce autonoma. Ma la gente non è stupida e si rende conto che non va bene, sebbene non si azzardi ad alzare la voce, poiché ci sono certe condizioni repressive.

    Con questo governo vedo molto difficile qualsiasi spazio di autonomia. È paradossale, poiché questo processo fu avviato dalle autonomie, nessuno ci diceva cosa dovevamo fare, era una decisione collettiva tra noi ed eseguivamo le cose. Adesso non accade più. Dall’autonomia siamo passati alla subordinazione assoluta.

    Rispetto a questo governo c’è molta speranza sia qui che in molte parti del mondo. Il governo utilizza un linguaggio guevarista, marxista, antimperialista che porta a relazioni che ci preoccupano. Ad esempio, la relazione tra Hugo Chávez del Venezuela, il presidente iraniano Ahmadineyad e il governo della Bolivia. Prima di stringere amicizie, si dovrebbe vedere cosa succede in quei paesi. Ad esempio, in Iran c’è una forte repressione contro il movimento operaio e contro le autonomie dei movimenti sociali.

    Sono così pessimista che non credo che l’attuale governo di Morales riuscirà a sopravvivere per i cinque anni (del suo mandato). Ci sarà una specie di disillusione tra la gente. Mi diceva un vecchio combattente contadino di qui, del barrio 1° maggio, una zona molto impoverita: “Queste vittorie elettorali del MAS (Movimento al Socialismo), questa immagine ottimista del governo, sono il frutto del nostro sforzo; però tutto questo si sta trasformando in una festa per i ricchi di sempre”.

    Nonostante comincino ad esserci scontento e delusione tra la gente, lo stesso che si registra anche nei risultati elettorali che tanto interessano al governo, quello che è certo è che la gente si sente in qualche modo ricattata, perché se questo viene rovesciato, la domanda è: “Cosa viene dopo?”. Se questo cade, sarà una festa per la destra, che potrà dire alla gente: “Avete avuto il marxista, il guevarista, l’indigenista… e cosa avete fatto?”. E se tutto cade a pezzi, come sempre pagheremo noi che stiamo in basso.

    Prospettive personali e collettive

    Essere indigeno non è una questione di volto, di tratti, di colore della pelle, di vocabolario, ma è un problema di attitudine. L’indigeno è generoso e rispettoso della gente, è trasparente. E questo governo, sebbene dica di essere indigeno, fa esattamente il contrario: autoritario e sprezzante verso chi non la pensa come lui. Per questo non ho voluto assumere nessun incarico statale, perché credo che quello che vivi nella tua esperienza quotidiana ti fa cambiare la tua visione delle cose e le tue inclinazioni.

    Ho pensato cosa fare in questo contesto. Ho parlato con i miei compagni e abbiamo discusso cosa doveva fare adesso Oscar Olivera, questa figura che ha ancora un’ampia base sociale. E abbiamo deciso che sarei andato nel più profondo. Ho scelto di andare verso la profondità di questa base sociale e cercare e stabilire lì una nuova trincea di lotta che mi permetta di sommergermi un’altra volta nella vita quotidiana della gente, nelle sue preoccupazioni e da lì ricostruire un tessuto sociale di fronte al possibile crollo.

    Ho abbandonato gli spazi pubblici (riferimento al Tavolo 18 che venne organizzato in “alternativa” al Vertice sul Cambiamento Climatico organizzato dal governo boliviano nell’aprile di questo anno). Ho pensato “meglio che me ne vada alla base e che lavori lì facendo quello che più mi piace: parlare con la gente, capire le preoccupazioni della gente, andare nelle fabbriche ad informare i lavoratori”. Forse la mia ultima attività pubblica è stata la Fiera dell’Acqua, visto che l’esposizione pubblica mi sottopone agli attacchi di disprezzo del governo e questo comincia ad esaurirmi.

    Volevo tornare in fabbrica, ma l’azienda non ha più voluto. Allora mi sono fermato qui, organizzando la scuola sindacale e popolare. Abbiamo trasformato questo luogo (l’intervista si svolge nel Complesso Produttivo di Cochabamba) in un centro sociale di formazione, informazione, organizzazione e scambio di saperi aperto a tutta la gente, a tutti i lavoratori, i nuovi e i vecchi, gli uomini, le donne. È quello che cerchiamo di costruire qui: uno spazio molto autonomo e molto critico e che abbia la capacità di preparare la gente perché vada nelle comunità, nei quartieri, a costruire questa autonomia.

    Tutto questo con la prospettiva di pensare che la soluzione (ai problemi) si trova nella gente, non passa più nella politica per come è concepita e praticata oggi. Mettere la nostra gente negli apparati statali non serve a niente. È definitivamente un inganno. Al contrario, la soluzione passa per l’autogestione. Qui in città, ad esempio, abbiamo alcune fabbriche che vogliamo occupare e autogestire. Vedremo.

    Da www.carmillaonline.com (traduzione a cura di paolo@28maggio.org)

    di Matteo Dean

    Matteo Dean é un giornalista italiano residente in Messico e collabora con il quotidiano messicano La Jornada, la rivista settimanale Proceso, Desinformémonos, L’Espresso, RaiNews24, Il Manifesto e GlobalProject, tra le altre. L’Intervista a Oscar Olivera “L’opposizione ai tempi di Evo” (in castigliano) è stata pubblicata sul sito messicano Desinformémonos il giorno 1 agosto 2010 – http://desinformemonos.org/2010/08/oscar-olivera-la-oposicion-en-tiempos-de-evo/

  • Fabrizio Lorusso ft. Marossi Guitar-Ci rivedremo un giorno (2002 Unplugged)

    Video con foto belle e brutte, drammatiche e ridicole della canzone premio Grammyofono Award “Ci rivedremo un giorno” di Fabrizio Lorusso featuring Carlo Marossi alla chitarra. Smash Hit Song 2002.  http://lamericalatina.net
    Video fotográfico de la rola diez veces “Disco de Madera Mojada” en Italia, Europa y América Latina. Coros de Gigi D’Alessio en el refrán.