-
Un documentario sulle donne nella TV italiana: Sovraesposte

Vi presento qui un breve documentario sulla situazione delle donne nella televisione italiana realizzato da Cristina Oddone, Sieva Diamantakos e Elisabetta Consonni con le musiche di port-royal e con Silvia Degrandi e Tristan Martinelli. Contatto: sovraesposte@gmail.com – Genova 2010
-
Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno

Lucio Iaccarino, Napoli bene. Salotti, clienti e intellettuali nella capitale del Mezzogiorno, Ediesse Edizioni – Carta Bianca, 2008.“Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini. […] Nessuno può cogliere il quadro d’insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l’obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame…”. Luther Blissett, Q.
Se Saviano ci ha accompagnato nel ventre delle periferie degradate e del sistema della camorra, Iaccarino ci racconta un’altra Napoli, quella istituzionale, quella del potere politico. Scrutando nelle maglie più nascoste della città, il libro – che si sviluppa in modo ibrido tra narrativa, finzione e dettagliato reportage sociale, una sorta di memoir di formazione intellettuale – illustra i motivi di complicità che legano la società civile all’illegalità, riflettendo sulle debolezze politiche e sulle possibili vie per risollevare le sorti della città.
Dopo anni d’intensa attività un anziano professore inglese di Scienza politica va in pensione, costringendo il suo assistente universitario al precariato. Appena prima di partire per l’Inghilterra, il maestro decide di lasciare al suo discepolo un divano bianco. Il giovane comincia così un viaggio nei salotti della Napoli bene, in cerca di una degna sistemazione per l’oggetto ereditato. La ricerca diventa l’occasione per rileggere alcuni capitoli della storia sociale e politica napoletana: da Lauro a Gava, agli “opachi anni ottanta”, per finire con il disincanto della Iervolino e il disastro dei rifiuti.
La politica campana, rinchiudendosi nel salotto, aveva finito per sottovalutare la portata reale dei problemi. I cittadini avvertivano la crescente distanza, come se il personale politico avesse smesso di calpestare i suoli della città. […] Le politiche pubbliche nell’era dei rifiuti sembravano soffrire della “sindrome del sassolino”. Tutte le volte che provavamo a scrivere dei processi decisionali nella nostra regione, menzionando il nome del governatore campano, il computer lo correggeva automaticamente con “”Sassolino”. Come se, dinnanzi alla tragedia della spazzatura, ogni altra decisione, persino la più valida, si dovesse tramutare in un sassolino caduto nello stagno.Napoli bene e il suo universo di salotti, aule universitarie, palazzi, uffici, strade e quartieri incuriosiscono il partenopeo e “lo straniero”. Da una parte, come milanese, avevo molto interesse nell’affrontare un romanzo che completasse e, in qualche modo, s’affiancasse idealmente al quadro duro e crudo dipinto da Saviano con Gomorra. I toni sono riflessivi, l’analisi è profonda e propositiva mentre l’impatto visivo ed emotivo dell’opera risulta più pacato e concentrato sull’origine dei problemi e su ambienti e personaggi meno “pericolosi”, spesso collocati fuori dal rumore delle cronache, ma comunque fondamentali. Si tratta in parte di altre zone, di altre classi sociali e di problematiche complementari ma con lo stesso sottofondo culturale e storico, le stesse connivenze e giochi d’interesse. Anche qui, qualcosa lo sapevamo già, forse molte altre città d’Italia possono vantare condizioni simili, ma ci sfuggivano i nessi, le specificità locali, le geometrie, a volte improbabili nel resto del paese, e le connessioni tra i gangli vitali del sistema politico, culturale e sociale della Napoli bene e delle altre, quella illecita, quella che sopravvive, quella dei quartieri tristemente famosi come Scampia o Forcella, con le loro interazioni, gli scontri, le violenze e i loro reciproci scambi di favori.
Ora abbiamo ancora qualche tassello in più e ci viene proposto da molteplici punti di vista disciplinari, temporali e spaziali. La nascita del sistema (non inteso solamente come quello della camorra), la cultura partenopea delle origini, il dopoguerra, gli anni ottanta, il disincanto dei novanta e del nuovo millennio. La visualizzazione di una speranza, di tanti piccoli tasselli del puzzle da ricostruire e degli strappi da ricucire e infine un’occasione: il Forum Universale delle Culture a Napoli nel 2013, l’ennesima data lontana ma al contempo troppo vicina per una rigenerazione e per confrontarsi con il mondo sui temi dello sviluppo sostenibile, i diritti umani, la pace, la legalità e la diversità culturale in una delle realtà più contraddittorie e variegate d’Europa.
Dall’altra parte, come emigrato a Città del Messico da alcuni anni, la lettura di Napoli bene ha risvegliato in me una sensazione di vicinanza, somiglianza culturale ed empatia tra la realtà messicana e quella di Napoli e della Campania, soprattutto per quanto riguarda l’elite politica ed economica così come la racconta Lucio, con il suo sguardo antropologico e giornalistico attento. Dall’esterno, da lontano viene da dire “gente fuori dal mondo e un mondo fuori da quel che la gente potesse immaginare”.E’ ammirevole trovare tanta imparzialità e autocritica e tanto sforzo costruttivo e deciso nel prendere atto dei propri vizi e delle proprie virtù come in questo caso. Parrebbe un’impresa impossibile quella di estraniarsi e guardarsi da fuori con le lenti della gradazione giusta, non offuscate dalle aspettative personali e dall’interesse altrui. Invece si ha di fronte un’analisi distaccata, ma tagliente, e, cosa che dà molto valore al libro, non sensazionalista riguardo a una dinamica sociale complessa ma spesso spettacolarizzata e banalizzata in Italia e all’estero, secondo i canoni di un folclore incorreggibile e di una superficialità accondiscendente. “Sono così, chiudiamo un occhio”, direbbero al nord schernendo la modernità napoletana che per alcuni non è mai arrivata a compimento, proprio come in America Latina, dove le megalopoli, capitali e non, sarebbero, secondo alcuni, già postmoderne senza essere passate da una modernità trasformatrice, dato che sono state bloccate da mille resistenze ed inerzie che si rincorrevano. Napoli capitale, però, aveva conosciuto una splendida e prematura modernità, forse è per questo che s’è poi fermata in un contesto, il meridione, che era rimasto profondamente arretrato.
Napoli bene è un racconto di vicissitudini, violenze, cadute ma anche piccoli successi del quotidiano, una storia di vita, di tante vite, che prende le forme del reportage e dell’analisi sociologica, del saggio e del romanzo, fino a culminare nella difficile ma coraggiosa ricerca di soluzioni pensate, vissute, provate e proposte. Anche sogni forse, ma non utopie. Dal piccolo esperimento di un condominio, da una strada, fino al quartiere e alla città intera. Visioni, speranze, azioni. Una Napoli con un nuovo e forte settore turistico alternativo e la meritocrazia come nuova bussola nell’università e nella ricerca dei talenti, spesso cooptati dalla partitocrazia, per esempio, oppure la legalizzazione progressiva delle droghe leggere per cominciare a togliere ossigeno alla camorra, con la coscienza che la repressione pura e semplice, priva di approcci globali, sociali, economici e culturali, non serve a nulla, se non a riempire le pagine dei giornali e alimentare le statistiche governative. Più importante sarebbe provvedere alla ricostruzione del capitale sociale e della società civile attraverso un’opera mirata alla riattivazione complessiva della città, partendo dalle zone marginali, con l’idea “copernicana” che la fiducia, la cooperazione e il senso civico possano essere “prodotti socialmente” e non solamente ereditati da un passato glorioso.Sembra quasi che un occhio esterno, da straniero, come quello del maestro del giovane aspirante ricercatore, abbia fatto da mediatore e consigliere per cercare tra le apparenze e scovare in mezzo alle ambiguità di questa metropoli le storie, le logiche, i meccanismi che muovono la Napoli dell’accademia, della politica, dei salotti e dei suoi rispettivi baroni e baronesse. Per chi viene da fuori (non solo geograficamente ma anche socialmente) risulta spesso ermetico e inafferrabile in tutte le sue dinamiche questo mondo che si divincola tra legalità e illegalità, clientelismo e fedeltà, corruzione e rent seeking, palazzi benpensanti e strade assassine del malaffare.
E’ il mondo delle sinergie tra le “gang del salotto e del vicolo”, alleanze trasversali come quando “i figli della Napoli bene si erano messi in affari coi ragazzi della Torretta, noto quartiere alle spalle del lungomare di Mergellina, dove era possibile acquistare un ventaglio abbastanza ampio di droghe pesanti e leggere”. Clan politici, come i Gava e i Lauro, e clan di altro tipo, insomma. Gruppi con cui “il popolo aveva instaurato un rapporto basato su vincolanti richieste d’aiuto, dinanzi alle drammatiche condizioni di partenza”.Proprio di sinergie e collaborazioni occulte si tratta quando si parla della camorra come “fenomeno mafioso” che, in quanto tale, non può separarsi dalla sfera politica ed economica con la quale interagisce proficuamente. Monnezza e camorra puzzano di meno se combattute con le armi della ricostruzione comunitaria della società, dell’istruzione e della riabilitazione strutturale cittadina piuttosto che con l’esercito a presidiare Chiaiano o con la polizia che mette dentro due pezzenti di quando in quando.
Iaccarino ci rivela e precisa le dinamiche del potere politico, sempre maschile, spesso profondamente illiberale e quindi privo di regole e freni, così legato ai contropoteri de facto come le mafie e i media. Nel “piccolo” del mondo accademico e nel mercato del lavoro in cui “l’incertezza e la conseguente autocensura dei subalterni” sono le “forme più collaudate del controllo sociale” è ovvio che si favoriscano il corporativismo intellettuale e la stagnazione delle idee, la castrazione sistematica dell’innovazione, concetto vituperato per il suo potenziale sovversivo di un idealizzato status quo.L’assenza del principio del miglioramento continuo della ricerca e della didattica oltre che dei criteri di selezione dei saperi, dei discenti e dei docenti stessi dentro le università viene tristemente ribadita dall’esperienza personale dell’autore che condivide con i lettori un’amara verità e anche alcuni preziosi tentativi di ribaltare le prospettive dell’insegnamento-apprendimento e dei ruoli di insegnante e studente: suggerimenti interessanti e utili sfide professionali.
E’ palese anche per gli intellettuali già fatti e formati, soprattutto per loro, che tendono al conformismo politico, alla ricerca della prebenda statale, dell’inevitabile e meritevole raccomandazione e del favore interessato declinando dalle loro funzioni critiche e di stimolo socio-culturale. In termini semplici e non pregiudiziali Lucio ci racconta le origini storiche di questi fenomeni senza la considerazione delle quali ogni soluzione e ogni proposta resterà effimera promessa destinata all’insuccesso pratico.Infine c’è l’epopea del divano, l’unico retaggio del professore scomparso per l’alunno fedele ma ormai condannato al precariato universitario e a una progressiva esclusione, come metafora del focolare e dell’incontro riservato, quindi della casa, del clan, della famiglia, dove si lavano i panni sporchi e dove si discutono, soprattutto tra uomini, le questioni importanti per la cosa pubblica, anzi privata, che la clientela e i sottoposti provvederanno a processare e smaltire in base agli ordini e alle gerarchie. Buona lettura. www.carmillaonline.com
Lucio Iaccarino è fondatore dell’unità di ricerca Think Thanks, politologo, saggista, opinionista, blogger, è al suo primo racconto sulle ragioni dell’infelicità pubblica napoletana. Ha insegnato Scienza politica all’Università “l’Orientale” di Napoli, collabora con “la Repubblica” (ed. Napoli), con “il Mese” di “Rassegna Sindacale”. Nel 2005 ha pubblicato, per la casa editrice “l’ancora del mediterraneo”, il saggio La rigenerazione. Bagnoli: politiche pubbliche e società civile nella Napoli post-industriale.
Il libro qui: http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/napoli-bene
Il suo blog: http://napolibene.blogspot.com/
-
Il risotto ai funghi (porcini e non) in Messico, come farlo?

L’Associazione Italiana di Assistenza con l’appoggio dell’Editoriale Landucci, pubblicherá un libro di Ricette di Italiani Residenti in Messico la cui vendita andrá in beneficio degli assistiti. Eccone una.
Risotto ai funghi porcini e setas
Questa ricetta valorizza i sapori e gli odori dei boschi alpini, in particolare quelli della Lombardia e della Valtellina che, oltre alla tradizione dei pizzoccheri di grano saraceno e degli sciatt (frittelle di grano saraceno con un cuore di formaggio), vanta le migliori bresaole d’Italia e una specializzazione nei piatti a base di selvaggina e di funghi come, appunto, il risotto ai porcini.
Mi è stata insegnata da mio padre, Nicola Lorusso, un pugliese d’origine ma milanese d’adozione. Due identità che si riflettono sul suo modo d’interpretare e combinare le cucine di queste regioni così lontane ma legate da decenni di migrazioni e scambi. E’ un rinomato cuoco del Corriere della Sera e del Centro Sociale Rizzoli di Via Cefalù a Milano e da anni porta avanti insieme ai colleghi le attività calcistiche e culinarie del noto circolo dei dipendenti e pensionati del giornale.
L’adattamento degli ingredienti e la ricerca di soluzioni accettabili per poterla riprodurre qui in Messico provengono invece dalla grande esperienza gastronomica del Dott. Luigi Pironti, amico e maestro di cucina dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, scomparso nel 2009 ma sempre vivo dentro tutti noi: era capace di trovare il giusto equilibrio e la perfetta fusione tra il sabor messicano e il gusto italiano tanto in cucina come nella vita.
Ingredienti per 4 persone
350 gr di funghi porcini freschi (siccome in Messico quelli freschi sono introvabili, bisogna ripiegare su quelli secchi, non più di 50 gr saranno sufficienti per 4-5 persone; si trovano in alcuni negozi come La Europea, Palacio de Hierro o a colpo sicuro all’Istituto Italiano di Cultura. In mancanza dei porcini o in aggiunta ad essi, consiglio l’uso di setas o funghi porto bello freschi, entrambi venduti nei supermercati e mercati di strada in Messico)
360 gr di riso (consiglio il SOS tipo Arborio che si torva nei super messicani facilmente. In ogni caso, meglio se si trovano marche con chicchi non privati dell’amido, cioè quelli che emettono un po’ di spuma dopo la cottura e danno al piatto l’aspetto tipico del Risotto)
2,5 litri di brodo vegetale o di pollo (si possono eventualmente usare i dadi per il brodo caldo de pollo o vegetal reperibili in qualunque supermercato)
1 cipolla bianca media grandezza
2 o 3 sottilette di formaggio manchego o bianco (no queso amarillo!)
2 bicchieri di vino bianco (qualunque marca di paesi mediterranei, della California o del Cono Sud, chiaramente secco!)
1 noce di burro oppure un paio di cucchiai di Olio d’oliva extravergine
150 gr di formaggio grana o parmigiano grattugiato (si trova nel negozietto dell’Istituto Italiano ma ormai anche alla Comercial Mexicana e altri super. In mancanza di parmigiano DOC ho spesso usato la versione confezionata che è prodotta dalla marca Parma-Queso Parmesano, la migliore e la più accettabile tra le sbiadite imitazioni americane del nostro delizioso formaggio)
Sale quanto basta
Prezzemolo quanto basta
Pepe al gusto
Preliminarmente preparate il brodo vegetale o di pollo, salato quanto basta (attenzione ai dadi commerciali che contengono molto sale), in una pentola grande piena per tre quarti. Intanto lasciate i funghi secchi a bagno in un litro e mezzo d’acqua per un’oretta. Insieme ai funghi secchi mettete anche quelli freschi, le setas e i portobello, già tagliati in strisce sottili, in modo che il sapore intenso emanato nell’acqua dai porcini possa contaminare gli altri e anche il liquido stesso che diventa un delizioso brodino di funghi misti. Se disponete di pochi funghi porcini secchi, questo espediente vi permette di ottenere un buon risultato comunque mischiandoli con altri tipi.
In una pentola antiaderente fate sciogliere la noce di burro o scaldate l’olio d’oliva per un minuto e poi gettate a rosolare la cipolla tritata finemente (anche se c’è chi la preferisce a rondelle) finché non imbiondisce come capelli castani esposti al sole di Oaxaca. Mettete a poco a poco i funghi secchi e quelli freschi a friggere nella pentola aggiungendo di quando in quando un po’ della loro succosa acqua per non farli asciugare e bruciare.
A questo punto aggiungete il riso secondo le porzioni stabilite (circa 80gr a persona) e fatelo tostare appassionatamente a fuoco alto per 3 o 4 minuti affogandolo lentamente nel vino bianco che miglior morte non v’è. Quando il vino e i residui dell’acqua dei funghi sono evaporati lasciate riposare il riso per 5-10 minuti a fuoco spento. Quindi riaccendete il fuoco a livello medio/medio-basso e fate cuocere girando con pazienza e perizia con un mestolo di legno e aggiungendo costantemente il brodo vegetale o di pollo ogni volta che il riso comincia ad asciugarsi. Salate progressivamente fino al livello desiderato.
Oltre al brodo, potete anche aggiungere al riso l’acqua dei funghi e le setas, i porcini e i portobelli rimasti in essa, altrimenti potete scaldarla, aggiungere sale, formaggio grattugiato e prezzemolo e servire il tutto come zuppa all’inizio del pasto. Se amate il peperoncino nella zuppa, un chile de arbol (quello rosso, tipo peperoncino di cayenna o calabrese) triturato non ci sta male.
Quando giudicate che la cottura sarà giunta al termine (e qui serve esperienza dato che a Città del Messico la pressione atmosferica e l’altitudine giocano dei brutti scherzi) potete unire al risotto il formaggio grana o parmigiano grattugiato e le sottilette dopo aver spento il fuoco. Si può lasciare una parte del parmigiano in tavola per aggiungerlo dopo a piacere. Coprite con un coperchio, attendete 5 minuti e servite con una spolverata di pepe al gusto e prezzemolo tagliuzzato e collocatene pure un rametto intero con qualche foglia sulla collinetta di risotto raccolta in un piatto fondo. Buon appetito!
By Fab. Lor.
-
13 de septiembre a las 2pm México DF: Presentación poemas "Memorias del Mañana"

PRESENTACIÓN y LECTURAS del LIBRO DE POESÍAS
MEMORIAS DEL MAÑANA
de Fabrizio Lorusso
UNIVERSIDAD DEL CLAUSTRO DE SOR JUANA
Salón R-38, Plantel de Regina
LUNES 13 de Septiembre – 14 HORAS
Participan:
Fabrizio Lorusso – El autor (?)
Roxana Elvridge Thomas – Lectora
Paolo Pagliai – Anfitrión
Sergio González – Editorial Quinto SolSALON:
R-38, PLANTEL DE REGINA, ENTRADA POR SAN JERÓNIMODIRECCION:
Izazaga 92 – Colonia Cuauhtémoc México DF
-
Foto-Video per Haiti: un mese a Porto Principe
Video musica foto, Haiti, feb 2010. Donazioni utili http://prohaiti2010.blogspot.com/ (no international ONG) – Donaciones útiles http://prohaiti2010.blogspot.com/
PER I MEDIA, CENTRI SOCIALI, ASSOCIAZIONI, ONG ECC…
VISITA DI EVEL FANFAN DA HAITI leggi nota !! (ATTUALMENTE VISITA IN SOSPESO – PARTE RACCOLTA FONDI PER LA VISITA DA REALIZZARE PER LA RICORRENZA “un anno dal terremoto” il 12 gennaio 2011)
Reportage italiano y español:
(1) https://lamericalatina.net/2010/03/09/le-guerre-dimenticate-di-haiti-prima-e-dopo-il-terremoto-13/
(2) http://www.telesurtv.net/noticias/entrev-reportajes/index.php?ckl=480
DONAZIONI IN FAVORE DI http://aumohddwamoun.blogspot.com/
-
Visita Guiada-Casa Museo Hijo de la Tostada (Mi casa es tu casa) Mexico DF
Visita Guiada-Casa Museo Hijo de la Tostada (Mi casa es tu casa) Mexico DFCaricamento in corso…Visita Guidata alla Casa Museo Figlio della Tostata – Fate come a casa vostra Firmato http://lamericalatina.net
-
Fabrizio Lorusso ft. Marossi Guitar-Ci rivedremo un giorno (2002 Unplugged)
Video con foto belle e brutte, drammatiche e ridicole della canzone premio Grammyofono Award “Ci rivedremo un giorno” di Fabrizio Lorusso featuring Carlo Marossi alla chitarra. Smash Hit Song 2002. http://lamericalatina.net
Video fotográfico de la rola diez veces “Disco de Madera Mojada” en Italia, Europa y América Latina. Coros de Gigi D’Alessio en el refrán.






Il noto leader sociale boliviano Oscar Olivera – che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” – in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
