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  • Marilù Oliva intervista Valerio Evangelisti: in uscita il romanzo Il sole dell’Avvenire

    Marilù Oliva intervista Valerio Evangelisti: in uscita il romanzo Il sole dell’Avvenire

    valerio evangelistiATTIVITÀ: scrittore
    SEGNI PARTICOLARI: gran fumatore, buon bevitore
    LO TROVATE: 
    su Carmilla

    (Intervista ripresa dal blog Libro Guerriero)

    Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro volevi fare da grande?

    Il marinaio, perché ho sempre molto amato il mare. Volevo fare il mozzo, il ragazzo di servizio sulle navi. Poi ho scoperto quello che ho raccontato nei miei libri sui pirati, cioè che i mozzi avevano un destino abbastanza triste: erano oggetto sessuale dei marinai che stavano lontani mesi e mesi da casa. Passato il periodo dei mozzi, volevo entrare nella Legione Straniera francese. Ma non avevo ancora letto in un libro che lessi poi – Paolo Zappa, “La Legione Straniera” – in cui si spiega che ai giovani legionari succedeva lo stesso che ai mozzi. Comunque i miei ideali avevano a che fare con il mare.

    L’amore per il mare è rimasto?

    Mi è rimasto tantissimo, consistente non tanto nello stare nell’acqua quanto nello stare vicino al mare. L’ideale per me è oziare seduto in un baretto sul bordo della spiaggia, a bere birra al caldo e a mangiare pesce fritto. È il mio sogno

    Quando ti chiedono che lavoro fai, cosa rispondi?

    Lo scrittore. E tutti dicono: ma il lavoro vero qual è? L’ipotesi diffusa è che fare lo scrittore sia equivalente a non lavorare. Se lo si fa come lo faccio io, invece, bisogna darsi notevoli ritmi di lavoro. I miei tempi lavorativi sono serrati.

    Mediamente quanto lavori, ogni giorno?

    Scrivo minimo due pagine tutti i giorni. In realtà gran parte del tempo è presa, più che dallo scrivere, dalle ricerche. Anche nei miei romanzi fantastici c’è uno sfondo storico che cerco di rendere il più preciso possibile, quindi ho bisogno di leggere molto. Internet ha reso la vita più facile, certo, poi cerco di informarmi sulla realtà attuale, che ha sempre un nesso con quello che scrivo, e dunque leggo giornali on line e vivo in simbiosi con il computer. Complessivamente il tempo lavorativo sarà di 7-8 ore al giorno, suddivise in una tranche pomeridiana e in una tranche notturna, il che significa arrivare fino alle 6-7 di mattina.

    Cosa significa intellettuale?

    Quando si dice intellettuale, o la qualifica viene presa come una parolaccia, o come una specie di santificazione, quasi fosse una categoria superiore. Io sono abituato a ritenere che esista un intelletto collettivo di cui sono parte: in questo senso sono un intellettuale. Non faccio lavori manuali: sono intellettuale anche in questo senso. Ma non mi riconosco in una categoria. Buona parte dei letterati considerati “seri” si mette a ridere se qualcuno mi qualifica come un intellettuale: di solito sono ritenuto uno scrittore popolare di fantascienza, di intrattenimento. Di tutto questo non mi importa nulla, a me importa trovare persone che abbiano il mio stesso pensiero e quando le trovo le arruolo su Carmilla, nata a questo scopo. All’inizio c’erano un muratore, un orologiaio, gente difficilmente considerabile “intellettuale”, però facevano parte dell’intelletto collettivo di cui sopra, avevano punti di vista critici sulla realtà e intendevano parlarne: per me questi erano interlocutori alla pari degli intellettuali riconosciuti.

    Non hai la sensazione che ci sia una sorta di disimpegno diffuso nella sfera degli intellettuali, la tendenza a coltivare il proprio fazzolettino e disinteressarsi di quello che succede intorno?

    Gli intellettuali mainstream sono quelli a cui bisogna fare meno riferimento per descrivere la società odierna, nel senso che stanno teorizzando il disimpegno più totale, quando non il qualunquismo.  Nei casi peggiori, l’impegno consiste nel carezzare i potenti. Ricordo la scena penosissima di uno scrittore noto che, in un dialogo con Veltroni, quasi si prosternava davanti a lui. L’ha poi fatto anche con Renzi.

    Vedo un grande distacco dal reale e un grande qualunquismo. Ci sono eccezioni, certo. A me piacciono quelli che fanno discorsi forti, il che non vuol dire che io sia un fanatico. Sono da una vita un val1estremista di sinistra, un libertario, ma nessuno mi troverebbe fanatico, perché in realtà discuto con tutti. Mi piace chi ha idee precise. Godo molto quando sento parlare Mauro Corona, a volte dice stronzate incredibili, ma le dice con spontaneità. Ad esempio gli viene chiesto «Lei come vorrebbe morire?» e l’intervistatore si aspetta chissà quale risposta raffinata, mentre lui risponde «Voglio morire in una grotta con una cassa di vino e poi mi lasciate lì». Io non andrei in una grotta, perché odio il buio: andrei in riva al mare con una cassa di vino.

    Secondo te questo particolarismo, questo qualunquismo è un male della nostra epoca?

    È un fenomemo mondiale, nasce dalla “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama. Avremmo raggiunto uno stato di cose che non potrà mai più essere modificato. Da questo momento il futuro è il presente. Io sono stato lettore e scrittore di fantascienza e non mi rassegno a questa mancanza di alternative.  Ho vissuto in anni difficili, in cui però l’utopia era all’ordine del giorno. Alcune utopie si sono affermate. Se parlassi di tutte le conquiste degli anni della mia gioventù, su temi che oggi sembrerebbero impossibili, nessuno capirebbe cosa voleva dire – alla fine degli anni ‘60-‘70 – la nascita di un movimento come il femminismo. Non ha vinto la sua battaglia, però oggi chi contravviene a certi suoi postulati chiede scusa. I diritti dei detenuti, oggi calpestati più che mai, una volta furono affermati e certe cose sono rimaste. A quei tempi un soldato era uno straccio in caserma e noi gli facemmo ottenere uno statuto, spingendo i soldati alla lotta. Quando si smette di guardare a un futuro diverso non si conquista più niente, perché se chiedi l’oggi ti danno l’oggi e se chiedi il futuro ti danno parte dell’oggi. Il futuro è tuo se hai l’idea che ci sia, un futuro. Appiattirsi sul presente porta a una sconfitta dietro l’altra.

    Io resto un cultore di qualche forma di utopia. In tutto il mondo si rinuncia all’utopia e l’intellettuale, in questo, potrebbe avere suo ruolo. Ad esempio, non sono un gran lettore di Erri de Luca, ma ammiro il suo prendere posizione senza nessuna paura. Bisogna portare avanti dei sogni e continuare a sognare.

    Cosa è il male?

    È tutto quello che non preserva la vita. Lo collego con la morte. Il val3bene è tutto quello che preserva, il male quello che sopprime.

    Due pregi e due difetti.

    Difetti: sono scorbutico e asociale. Sono aggressivo, e questo è legato all’asocialità. Ho amplificato tutto questo aspetto della mia anima nel personaggio Eymerich, che rappresenta il peggio di me.

    Pregi: credo essere quello che sembro, non ho due-tre nature diverse. Penso di essere discretamente generoso.

    Prendi Eymerich, dividilo per dieci e ci trovi me.

    L’ultimo dubbio

    Mi interrogo su molte cose. Sul mio comportamento, se ho sbagliato o fatto bene. I miei dubbi riguardano universi interi. Credo in una cosa al 70 per cento, mai al cento per cento. Le mie idee  politiche sono al 70 per cento. Le mie idee sul mio modo di vivere sono al 60 per cento. La mia vita è tutta un dubbio.

    Una certezza.

    Morire, però il dubbio è… quando?

    L’ultima volta che ti sei arrabbiato.

    Mi arrabbio se dicono su di me falsità o mi interpretano male. Per esempio, c’è chi trova questo mio starmene isolato come un sintomo di ambizione sfrenata, di superiorità, mentre invece sono fatto cosi. Oppure mi arrabbio quando qualcuno pretende di giudicarmi senza nemmeno sapere chi sono

    Per esempio un critico stimato, Andrea Cortellessa, scrisse che contro gli scrittori come me bisogna salire in montagna come i partigiani, senza accorgersi mi stava dando del fascista. Costui l’ho odiato: giudicare un mio libro senza nemmeno averlo letto… quello fu un caso di arrabbiatura forte.

    Da domattina sarà in libreria “Il sole dell’avvenire” (Mondadori Strade Blu, 530 pp., € 20,00). Il sottotitolo è “Vivere lavorando o morire combattendo”. Ti chiedo un secondo sottotitolo al libro.

    I socialisti più antitetici a quelli che conosciamo.

    Questo romanzo narra le vicende di alcune famiglie di braccianti e contadini romagnoli, dall’epoca post-risorgimentale alle soglie del 1900. Fa parte di un progetto più ampio, vero? 

    Sì, ho in mente tre volumi autonomi l’uno dall’altro, destinati a coprire il periodo 1875-1900 (questo che esce), 1900-1925 (il prossimo), 1925-1950 (l’ultimo). Il tutto filtrato attraverso le vicende personali di famiglie di operai agricoli e mezzadri emiliano-romagnoli. Prima di continuare voglio però vedere come sarà accolto il volume iniziale. E’ una fatica notevole, voglio controllare che ne valga la pena.

    val2La scelta dei protagonisti e l’attenzione per il risvolto sociale va di pari passo con la storia promossa da Marc Bloch, Lucien Fevbre e dagli storici degli Annales: quella non costruita da re e potentati, ma quella attenta ai processi storici e al raggiungimento di “un lavoro comune con le scienze sociali, dalla geografia alla statistica, dall’economia politica alla psicologia e alla sociologia”, anche alla luce dell’importanza del fattore economico analizzato centralmente, per la prima volta, dalla storiografia marxista. Condividi l’impostazione di quella scuola?

    Sì, ma non le sue esagerazioni. Spesso, gli storici che si ispirano agli Annales hanno finito per ignorare quasi del tutto il contesto politico. Invece economia, società e politica sono tutt’uno. Confesso che mi interessa poco una “Storia delle mutande nei secoli”. Non è un titolo inventato, è un saggio di un “annalista” estremo.

    Alcuni personaggi sono realmente esistiti. Ci parli di uno di essi?

    Potrei citare Gaetano Zirardini. Pittore ravennate, leader del socialismo romagnolo, braccio destro di Andrea Costa. Pur camminando perfettamente bene, girava con un bastone da passeggio. Se ne serviva per menare botte agli avversari politici. Ai primi del ‘900 diventò segretario della Camera del Lavoro di Ferrara, che resse anche nel periodo dello squadrismo. Sotto la sua guida fu firmato il “patto Zirardini”, uno dei più favorevoli ottenuti dai lavoratori dei campi nella storia d’Italia. Cercarono più volte di ucciderlo, lo picchiarono. Persa la partita, morì povero quale era sempre stato.

    E ora ci parli di un personaggio totalmente inventato?

    Si chiama Canzio Verardi, domina l’ultima parte de “Il Sole dell’Avvenire” (primo volume). Ragazzo taciturno, ribelle per indole e per traumi familiari, socialista per istinto, poco interessato all’ideologia. L’ho amato molto, spero che anche i lettori lo apprezzino.

    Ma il sole dell’avvenire… sorgerà?

    Mi verrebbe da rispondere con un “no” secco. Però non voglio apparire pessimista. Potrebbe ancora sorgere. Certo non sarà quello in cui speravano i protagonisti del romanzo.

  • #MarioLibre: 54 giorni di sciopero della fame in Messico

    #MarioLibre: 54 giorni di sciopero della fame in Messico

    Mario libre 2

    Da 52 giorni lo studente e attivista ventitreenne Jorge Mario González García sta facendo uno sciopero della fame nel penitenziario oriente di Città del Messico e le sue condizioni di salute stanno diventando drammatiche. Mario è stato catturato dalla polizia della capitale messicana loscorso due ottobre. Quel giorno ci sono stati oltre 100 arresti, in maggioranza arbitrari, e forti scontri tra i manifestanti e la polizia in diverse zone della città durante la manifestazione commemorativa della strage di stato del 2 ottobre del ’68 in Piazza Tlatelolco. Mario è sotto processo per “attacchi alla pace pubblica” che sarebbero stati provocati durante la manifestazione del #2OctMX. Si tratta di una fattispecie giuridica piuttosto generica che si presta a interpretazioni e manipolazioni e in cui può rientrare una varietà di comportamenti: infatti, viene usata comunemente da parte delle autorità per arrestare le persone che partecipano alle manifestazioni di piazza e i dissidenti politici senza badare troppo alla forma e al rispetto dei diritti. Mario è stato arrestato insieme ad altri dieci compagni dalla polizia della capitale nel pomeriggio del 2 ottobre, prima che cominciasse la manifestazione, quando il gruppo si trovava su un bus. E’ stato sicuramente un arresto preventivo, al di fuori di qualunque idea di “stato di diritto”.

    In una retata della polizia, i ragazzi sono stati catturati e identificati e poi sottomessi a vessazioni e torture. Sono stati picchiati e aggrediti anche con scariche di pistole elettriche, nonostante non abbiano opposto resistenza all’arresto. Più tardi, solo varie ore dopo, Mario è stato presentato in questura ed è stato messo a conoscenza delle accuse contro di lui. Mario è perseguitato dalle autorità ormai da tempo perché è anarchico e ha preso parte a vari movimenti e atti di contestazione in passato: ha partecipato alla riforma dei piani di studio delle scuole superiori CCH (Colegios Ciencias y Humanidades) dipendenti dalla UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), al movimento studentesco che negli ultimi anni s’è inimicato le autorità universitarie e ha ricevuto una denuncia, poi lasciata cadere perché era stata fabbricata, per aver presumibilmente danneggiato un negozio nel contesto di una manifestazione studentesca. Ha anche partecipato nel 2013 all’occupazione del rettorato della UNAM che ha scatenato un conflitto tra l’università e gli studenti delle scuole secondarie, anche se alla fine tutte le “questioni” legate alla sua militanze sono state risolte a livello giudiziario senza ulteriori problemi.

    L’8 ottobre scorso, dopo il pagamento di una cauzione, tutti i prigionieri del 2 ottobre sono usciti. Anche Mario ha messo piede fuori dal penitenziario, ma è arrivata subito la beffa: appena uscito dal Reclusorio Oriente è stato di nuovo arrestato perché considerato “socialmente pericoloso”. Da allora ha cominciato uno sciopero della fame che ha deciso di mantenere fino alle ultime conseguenze. Nel frattempo le autorità e una parte dei mass media hanno declassato la protesta a un semplice “digiuno” per sminuirne la portata.

    La cattura e l’imprigionamento di Mario González, come lui stesso ha scritto in un comunicato apparso il 27 novembre sul blog del suo comitato di sostegno, sono “delle cose assurde”, delle “enormi menzogne”, visto che le autorità “si rifiutano di riconoscere ciò che è ovvio: che questa non è altro che una vendetta politica”. Inoltre, denuncia González, ex alunno della scuola superiore CCH Naucalpan: “Qui e anche nel reclusorio sono stato costantemente torchiato per iniziare a mangiare, ma ho potuto continuare lo sciopero della fame comunque”. Con questa protesta Mario cerca di uscire di prigione e di affrontare in libertà il suo processo.

    Nell’udienza del 26 novembre il giudice Marcel Ángeles Arrieta non ha risolto la sua situazione giuridica come ci si aspettava dato che non ha concesso all’imputato la libertà e ha rimandato la decisione al 10 dicembre anche se per quella data lo stato fisico del prigioniero potrebbe risultare compromesso permanentemente. Inoltre la giudice considera che Mario ha un profilo di “alta pericolosità sociale” per cui, malgrado i capi d’accusa siano per crimini “non gravi”, deve restare in carcere.

    Mario libre 1Il difensore di Mario, l’avvocato dell’associazione Liga Primero de DiciembreGuillermo Naranjo, ha sottolineato come durante l’udienza non si siano potute presentare le prove in difesa di Mario, non si è arrivati a nessuna conclusione e meno a una sentenza perché i poliziotti chiamati dal PM che avrebbero dovuto testimoniare contro lo studente non si sono presentati, pur essendo stati avvisati per tempo. “Nessun poliziotto si vuol prendere la responsabilità di farlo condannare. Lui semplicemente si trovava dove sono successi i fatti, lì dicono che c’erano varie persone e in seguito ricompare in questura col PM che gli appioppa accuse e responsabilità”, ha spiegato Naranjo.

    Il principio della presunzione d’innocenza è stato accantonato e neutralizzato a favore di una non dimostrata “pericolosità” del prigioniero, e questo rappresenta un retrocesso evidente nella difesa dei diritti umani nel paese, soprattutto perché non ci sono elementi chiari nell’accusa e meno ce ne sono per poterlo condannare e rinchiudere. Pertanto lo stesso avvocato sospetta che il processo si stia allungando oltremodo perché Mario starebbe “sfidando” l’autorità con il suo sciopero della fame.

    Naranjo spiega in questo modo la situazione: “Purtroppo, e questo prova che c’è una linea da seguire, il magistrato ha fissato una nuova udienza per il 10 dicembre, dimenticando che Mario è immerso in un processo sommario e che la data doveva essere fissata nei cinque giorni successivi per poter essere posticipata, nonostante lei sapesse che Mario sita facendo lo sciopero della fame. Se non si presentano di nuovo, i poliziotti dovranno pagare una multa, ma a noi non interessa questo, ci interessa che si porti a termine l’udienza. Che bisogno c’è di spostare due volte l’udienza di qualcuno che è accusato di un delitto sommario, non grave, perché i poliziotti non sono venuti? Sarà che non possono sostenere quanto dicono?”.

    Il 27 novembre in conferenza stampa la madre di Mario González, Patricia García Catalán, ha rilasciato alcune dichiarazioni contundenti sulla battaglia di suo figlio: “La mia posizione di fronte alla decisione di mio figlio di portare avanti uno sciopero della fame è di rispetto e solidarietà totali, mio figlio è un uomo molto cosciente e autocritico. E’ un militante sociale, una persona con ideali, con progetti e davvero penso che dal momento del suo arresto, che è stato arbitrario, hanno provato a generare in lui indignazione. Perché trattarlo così se lui non fa male né colpisce nessuno? Quel che ha fatto è semplicemente alzare la voce e dire ‘adesso basta’”.

    Tanto Patricia García come suo figlio hanno detto che la giudice María de los Ángeles Arrieta, responsabile del caso, ha sostenuto che per dargli la libertà sarebbero dovuti arrivare degli ordini “dall’alto”. Pertanto la famiglia di Mario, le reti social, la stampa indipendente e i cittadini si stanno mobilitando affinché “dall’alto” si proceda a rispettare i diritti umani e si correggano gli errori (probabilmente in mala fede) del sistema penale, della polizia e della sua famigerata macchina giudiziaria: la “fabbrica dei colpevoli”.

    Mario libre 3Isabel Varela, una professoressa che ha dato lezioni a Mario, ha attribuito la responsabilità di questi abusi a “Miguel Ángel Mancera, sindaco di Città del Messico; a José Narro Robles, rettore della UNAM, perché cinque giorni prima del suo arresto lo aveva minacciato tramite un documento presentato dall’avvocato generale dell’università; al procuratore di giustizia della capitale per non fare il suo lavoro come deve; alla Commissione dei Diritti Umani della capitale che ha fatto finta di niente e che nulla ha fatto per Mario; alle giudici Celia Marín Sasaki e Marcela Ángeles Arrieta e al direttore del Reclusorio Oriente, Ermilio Velázquez, che ha contribuito alla tortura più grande ai danni di Mario”.

    Effettivamente lo scorso 22 novembre lo studente è stato trasferito, contro la sua volontà, dal carcere all’ospedale del quartiere di Tepepan e lì i dottori hanno cercato di farlo mangiare con la forza. Mario, invece, ha resistito, continua con la sua protesta e non ha accettato l’alimentazione artificiale. Il medico dell’attivista, Sebastián Ponce, ha descritto così le sue condizioni a 50 giorni dall’inizio dello sciopero della fame: “Mario González è debilitato fisicamente, con una pressione arteriale bassa, dolori di stomaco e nausea; diminuzione drastica del peso e sensazione di freddo per la perdita di grasso e massa muscolare; ha perso 15 kg e se continua così nei prossimi giorni presenterà un danno epatico, renale e circolatorio, il che potrebbe compromettere il suo stato emodinamico e quindi la sua vita”.

    Su YouTube si sta diffondendo un video intitolato ¡Mario libre! Súmate a la exigencia per  “esigere la libertà di Mario González, che è stato arrestato arbitrariamente sul trasporto pubblico il #2octMX”. Si moltiplicano anche le iniziative per le strade e i picchetti di protesta, mentre su Twitter l’hashtag #MarioLibre è il riferimento per informarsi e diffondere iniziative su questo caso che sta diventando un banco di prova e una spina nel fianco per il sistema di giustizia e per lo stesso sindaco di Città del Messico, Miguel Ángel Mancera. Blog di Mario:http://solidaridadmariogonzalez.wordpress.com/

    Altri articoli in italiano: Andrea Spotti su PopOff.Globalist & Radio Onda D’Urto

  • Brasile: cartografie delle disuguaglianze

    Brasile: cartografie delle disuguaglianze

    Morro da providencia

    [Quest’articolo, tratto da Carmilla e scritto da Jacopo Anderlini, sarà pubblicato tra pochi giorni sul primo numero della rivista on-line e cartacea Magma – Pubblicazione anarchica] Quest’estate in Brasile qualcosa s’è rotto. S’è squarciato il velo intessuto dai partiti governativi e dai media mainstream per creare una narrazione lineare e monocolore che racconta di un Brasile pacificato, spensierato e “pio”. Nel momento in cui andavano in scena i grandi circhi mediatici della Confederation Cup e della Giornata mondiale dei giovani, qualcosa ha interrotto lo spettacolo. Proteste e rivolte in tutto il paese, composte da centinaia di migliaia di persone, scese per le strade a manifestare. Già, ma a manifestare per cosa? Occorre fare un passo indietro e osservare da una certa distanza gli eventi che hanno portato alle proteste di giugno, per non commettere l’errore di ridurre il tutto a un fuoco di paglia. Se è vero che le dimensioni, le pratiche e la radicalità di questo movimento sono fuori dall’ordinario per il Brasile, questo però va visto in prospettiva rispetto agli eventi che lo hanno anticipato. Qui vogliamo cercare di fornire un quadro sul contesto economico e sociale, sulla geografia urbana dei territori, sugli spazi dove si intersecano gli interessi di stato e capitale e quelli delle classi popolari.

    I prodromi di una rivolta

    I primi fuochi della protesta nascono a seguito dell’aumento del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici in diverse città brasiliane, prima fra tutti São Paulo, operati ad inizio giugno 2013. Per molte persone, soprattutto lavoratori e studenti, un aumento di pochi centesimi fa la differenza tra l’accedere o meno al servizio e colpisce quindi in maniera diretta il diritto alla mobilità.

    Queste proteste erano state precedute da mobilitazioni analoghe per la diminuzione del costo dei mezzi pubblici nel settembre dell’anno prima a Natal, città da quasi un milione di abitanti nel nordest del paese, nel marzo seguente a Porto Alegre e in maggio a Goiânia.

    Per comprendere la viralità e l’estensione di queste proteste, ciò che le lega assieme nel tempo e nello spazio, occorre osservare e analizzare quei fili invisibili che intersecano assieme mobilità e sviluppo urbano: fili che nel contesto brasiliano disegnano la mappa delle disuguaglianze sociali e della divisione di classe.

    La questione della mobilità nelle grandi megalopoli brasiliane costituisce un indicatore importante rispetto ai processi di ristrutturazione urbana che si articola sulla direttrice di una triplice esclusione: economica, spaziale e sociale. È evidente, infatti, come la dimensione del trasporto pubblico coinvolga e informi il quadro complessivo della definizione di spazio urbano metropolitano.

    Città globali: Rio de Janeiro.

    Per iniziare a cogliere questo aspetto è sufficiente fare un esempio concreto e ripercorrere la storia dello sviluppo urbano degli ultimi anni di una delle megalopoli più importanti del Brasile: Rio de Janeiro. La città carioca in tutto il Brasile è seconda solo a São Paulo sia in quanto a popolosità sia per il prodotto interno lordo. A livello economico, il settore manifatturiero ha svolto, almeno fino agli anni ‘80, un ruolo di primo piano e accanto a questo l’estrazione e la raffinazione di petrolio e gas, oltre a costituire una delle principali fonti di approvvigionamento energetico del Brasile, ha attirato diverse multinazionali petrolifere. Essendo stata capitale del Brasile per circa due secoli, la città ha sempre avuto una capacità attrattiva per i capitali nazionali e internazionali e questo ha favorito l’emergere di un polo finanziario, dei servizi e delle telecomunicazioni che negli ultimi decenni è divenuto estremamente rilevante.

    A questo sviluppo economico, a questa produzione di ricchezza, è corrisposto l’aumento delle disuguaglianze sociali, con una polarizzazione sempre più marcata tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Un tipo di sviluppo che, come teorizza Saskia Sassen, ha coinvolto tutte le città globali attraverso la mondializzazione del mercato del lavoro e la finanziarizzazione delle economie, portando alla costituzione di nicchie economiche del terziario avanzato ad altissimo profitto e di vaste aree del settore dei servizi a bassa qualifica e con una mobilità sociale pressoché assente. Un quadro ben rappresentato anche dal punto di vista spaziale: nelle città globali – quindi anche a Rio – il quartiere della Borsa e della finanza è rigidamente diviso da quello dei servizi o dai quartieri-dormitorio.

    A Rio de Janeiro questa divisione territoriale è particolarmente evidente: la zona del centro, quella più antica e nucleo originario della città, è caratterizzata oggi dai grandi palazzi della Borsa, delle banche, delle multinazionali e degli uffici dei colossi delle telecomunicazioni; la zona sud è quella delle residenze dei più ricchi, delle località di villeggiatura per turisti e delle attrazioni per i ceti più abbienti, oltre che sede di una delle più costose università private del Brasile: la Pontificia Università Cattolica; la zona nord è quella dove risiede parte del ceto medio ma soprattutto quella con il più alto numero di favelas, immense baraccopoli spesso senza elettricità, gas e acqua potabile dove vive circa un quinto della popolazione di tutta la città, quella che non può permettersi gli affitti troppo alti o che non può acquistare un immobile: le classi popolari – in questa zona si trova anche la sede dell’università pubblica di Rio de Janeiro; la zona ovest è quella dove è possibile osservare lo stridente contrasto tra quartieri ricchi e quartieri poveri, tra slums e zone residenziali ultramoderne: la parte nord per estensione accoglie diverse baraccopoli mentre la parte sud vede quartieri abitati da classi abbienti ma che non possono permettersi la zona sud.

    Negli ultimi decenni Rio de Janeiro ha avuto un intenso sviluppo economico, dovuto sia a rinnovate attività estrattive di petrolio e gas, sia ad un mercato finanziario aggressivo e in espansione. L’aumento di alcuni indicatori della ricchezza economica media, danno una visione assolutamente distorta delle reali condizioni materiali: a fronte di un aumento dei profitti e del reddito per i ceti più abbienti, è aumentato il numero delle persone sotto la soglia di povertà. La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere e, per tenere sotto controllo il malessere sociale, nel 2008 sono state introdotte le Unidade de Polícia Pacificadora, un’unità speciale di polizia con l’obiettivo ufficiale di pacificare militarmente i quartieri controllati dai trafficanti di droga: in realtà una velleitaria risposta securitaria che vuole ridurre la complessa problematica della disuguaglianza sociale a un problema di ordine pubblico.

    Mega eventi

    All’interno di questo scenario, possiamo considerare il mega-evento come un dispositivo che viene messo in campo in quanto rete complessa di rapporti di potere che vengono risoggettivati (o desoggettivizzati) secondo un nuovo discorso e nuove retoriche. Per dispositivo intendiamo – nell’articolazione che ne dà Giorgio Agamben nel suo Che cos’è un dispositivo? – quella complessa rete di relazioni di potere che, in forma discorsiva o non-discorsiva, produce o destruttura la soggettività dei viventi; è cioè «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve; tanto del detto che del non-detto» e si manifesta come «un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati». Parliamo di dispositivo – come elemento disciplinare – perché il mega-evento va a incidere e a ridefinire in maniera conflittuale processi economici, politici, sociali e nondimeno spaziali. Se prendiamo il mega-evento come oggetto di analisi, possiamo riuscire a scorgere, attraverso le sue implicazioni, l’articolazione delle retoriche del potere.

    Il grande evento da cui partire sono i Giochi Panamericani del 2007, che vengono ospitati interamente a Rio de Janeiro. In questa occasione, vengono avviati fin dagli anni precedenti diversi progetti di ristrutturazione urbana che riguardano sia la costruzione di nuovi complessi sportivi, stadi, arene, villaggi degli atleti, eccetera, sia interventi di “riqualificazione” di alcuni quartieri e la creazione di nuove infrastrutture. Secondo l’Observatório das Metrópoles, che si occupa da molti anni dell’impatto dei mega-eventi sui tessuti urbani, entrambe le tipologie di progetti hanno portato a processi di gentrification* e sradicamento delle comunità di quartiere in cui venivano messi in atto, a speculazioni nel mercato immobiliare e all’aumento generalizzato del costo della vita. Quello che preme sottolineare è come il discorso politico e la retorica sviluppista, messi in campo dalle istituzioni pubbliche dello stato di Rio de Janeiro (la macroregione di cui la città fa parte) e dall’imprenditoria privata convergano anche sul piano economico con investimenti e speculazioni sia del pubblico che del privato.

    Il fatto che mette ancor più in evidenza la natura disciplinare di questa macchina astratta è il tentativo di ricomprendere all’interno dello stesso discorso istituzionale le critiche o i discorsi-altri al mega-evento con la nomina di una commissione speciale (CO-Rio) che monitorasse l’evolversi dei lavori: a questa commissione non ha peraltro partecipato nessun gruppo che si occupa della questione. Tra gli interventi urbani effettuati in questo periodo, il più esemplificativo risulta essere la costruzione dello Stadio Olimpico Engenhão, dal nome del quartiere che lo ospita: Engenho de Dentro, abitato prevalentemente da classe operaia e in misura minore da piccola borghesia. Lo stadio, che è finito per costare circa sei volte di più il prezzo preventivato ad inizio lavori, è stato edificato senza alcuna comunicazione con i residenti, molti dei quali anzi si sono trovati con la casa espropriata e poi demolita (chi la possedeva e non era in affitto).

    Se possiamo considerare i Giochi Panamericani del 2007 come la forma ancora embrionale del dispositivo del mega-evento, con la maggior parte delle implicazioni ancora in nuce e non pienamente manifeste, negli anni successivi il tessuto metropolitano diventa sempre più terreno di scontro e disciplinamento. In vista della Confederation Cup del 2013 e del Campionato del Mondo di Calcio, di cui Rio ospiterà diverse partite, e soprattutto delle Olimpiadi di Rio del 2016, si estendono ulteriormente gli interventi securitari e urbanistici con tutto ciò che implicano in termini economici, sociali, spaziali.

    Il primo di questi interventi che ci consegna la cifra del discorso pubblico istituzionale è la costituzione, come ricordato in precedenza, di un’unità speciale di polizia di prossimità col compito di pacificare alcuni quartieri più a ridosso dei luoghi in cui si terranno i mega-eventi. Quartieri limitrofi a quelli più ricchi dove la stessa condizione di povertà è elemento da nascondere, da rimuovere, da controllare.

    Sul piano degli interventi urbani, la costruzione di infrastrutture, edifici e complessi sportivo/abitativi, oltre ad aver intaccato il tessuto urbano – in misura simile o maggiore a quella descritta prima per lo stadio Engenhão – ha provocato un boom del mercato immobiliare, con un aumento dei prezzi e della rendita che da un lato ha compresso il potere di acquisto degli affittuari e dall’altro ha prodotto una speculazione da parte dei proprietari di case. In molti quartieri è quindi intervenuto un processo di sradicamento duplice: il primo, dove la coazione è diretta e amministrata dall’istituzione pubblica nella sua forma di polizia; la seconda, in cui la coazione appare meno evidente ma ugualmente violenta e che è spinta dalle logiche di mercato che portano gli abitanti del quartiere originari a non avere i mezzi per vivere e sopravvivere.

    Un’attenzione particolare meritano gli interventi volti a “migliorare” la mobilità urbana che di fatto si sono rivelati distruttivi per il tessuto urbano in cui sono stati implementati. È il caso di alcuni progetti di costruzione di infrastrutture per i trasporti che passano per diversi quartieri popolari e favelas per congiungere il villaggio olimpico con l’aeroporto e che di fatto implicano dubbi vantaggi per la popolazione locale e anzi rischiano di provocare lo sgombero di alcune migliaia di persone.

    A Providência, una delle favela più vecchie di Rio, è in atto, all’interno del progetto Morar Carioca finanziato dal Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), un processo di eradicamento di circa un terzo della popolazione per favorire la costruzione di alcune funivie. Lo stesso programma prevede la costruzione di case popolari e l’erogazione di prestiti a basso interesse per i meno abbienti. Anche qui la retorica sviluppista si sposa con pratiche coercitive e di disciplinamento che vedono delocalizzare di fatto le classi popolari per favorire la speculazione immobiliare e la rendita e parallelamente attuare politiche di segregazione – le case popolari si troverebbero a nord-ovest, all’estrema periferia di Rio e scarsamente servite dai mezzi pubblici.

    Ecco allora che sotto il velo dello “sviluppo anche per i ceti più disagiati” in occasione dei mega-eventi possiamo scorgere le maglie avviluppanti di nuovi rapporti di potere e disciplinamento che si manifestano nelle varie forme che si sono descritte.

    Insorgenze

    Ecco allora che le proteste per il trasporto pubblico e la mobilità libera e gratuita acquistano un peso e una qualità differenti se le vediamo legate a quelle durante la Confederation Cup e la Giornata mondiale della gioventù cattolica, e se le inseriamo nel contesto dello trasformazione/trasfigurazione della metropoli attraverso il dispositivo governativo del mega-evento. La radicalità e inclusività con cui si è espresso il movimento in questi ultimi mesi in Brasile e in particolare a Rio, la pluralità di istanze assunte da esso e la capacità di sperimentare differenti pratiche organizzative ci suggeriscono che quanto portato avanti può essere la spinta per la nascita di ulteriori terreni di lotta. Un movimento che emerga con forza dal conflitto tra governo delle cose e dei corpi, che possa rinnovarsi continuamente e trovare nuove forme.

    * Descrive un particolare processo metropolitano per cui viene “riqualificato” un quartiere considerato degradato per poi rivendere gli immobili ad un prezzo più alto. Ovviamente facendo in modo che gli abitanti precedenti sloggino. La discriminante è chiaramente la creazione del profitto derivante dalla riqualificazione più che il miglioramento delle condizioni sociali del quartiere.

  • ¡Mario libre! : Sigue la huelga de hambre de Mario González Preso político del #2OctMX

    ¡Mario libre! : Sigue la huelga de hambre de Mario González Preso político del #2OctMX

    Mario libre 1

    [De Revista Variopinto al Día] Desde hace 50 días, el estudiante y activista de 23 años Jorge Mario González García está en huelga de hambre y sus condiciones de salud se están volviendo dramáticas. Mario fue detenido por la policía de la Cd. de México el pasado dos de octubre. Ese día que hubo más de 100 arrestos, en su mayoría arbitrarios, y fuertes choques entre manifestantes y policías en repetidas ocasiones durante la tradicional megamarcha de conmemoración de la matanza de Estado del 68 en Tlatelolco.

    Mario está bajo proceso por “ataques a la paz pública” en los disturbios que se cometieron durante la marcha del #2OctMX. Se trata de una figura jurídica bastante general en la cual puede entrar de todo, pues es la más utilizada para detener sin mucho esfuerzo a las personas que participan en las manifestaciones o a los disidentes políticos. Mario fue aprehendido con otros diez compañeros por la policía capitalina en la tarde del 2 de octubre, antes de que empezara la marcha, cuando el grupo se trasladaba en un microbús. Fue una detención preventiva, fuera del estado de derecho, sin más.

    En un retén policiaco, fueron detenidos e identificados y, luego, sometidos a vejaciones y torturas, pues fueron golpeados y agredidos con choques de pistolas eléctricas, pese a que no se resistieron al arresto. Más tarde, Mario fue presentado a la agencia del Ministerio Público para enterarse de las acusaciones en su contra, lo que ocurrió todavía varias horas después.

    Mario es perseguido hace tiempo por la autoridad, ya que se involucró en la reforma de los planes de estudio de los CCH y en el movimiento estudiantil que se enemistó a las autoridades universitarias y policiacas. Tuvo una denuncia que finalmente no procedió por supuesto robo a una tienda de autoservicio, dentro de una manifestación estudiantil, y también participó en la ocupación de rectoría de la UNAM, pero todos los asuntos relacionados con sus acciones de militancia ya estaban resueltos frente a las autoridades.

    El 8 de octubre, tras el pago de una fianza, todos los detenidos del 2 de octubre salieron. Mario también salió pero fue una ilusión: justo afuera del Reclusorio Oriente del DF, fue arrestado otra vez porque considerado “socialmente peligroso”. Desde entonces él se mantiene en huelga de hambre, una protesta que las autoridades han tratado de tener a menos, al llamarla simplemente “ayuno”.

    La aprehensión y el encierro de Mario González, como él mismo expone en un comunicado en el blog de su comité de apoyo, son “un absurdo”, una “enorme mentira”, ya que las autoridades “se niegan a reconocer lo obvio: que esto no es más que una venganza política”. Además, denuncia González, quien fue estudiante del CCH Naucalpan: “Aquí como en el reclusorio he sido constantemente hostigado para que empiece a comer, pero he podido mantener la huelga de hambre”. Con la protesta Mario pretende salir de prisión y encarar el juicio en libertad.

    Mario libre 2

    En la más reciente audiencia del día 26 de noviembre, la jueza Marcel Ángeles Arrieta no resolvió la situación jurídica, pues no concedió la libertad al imputado y pospuso la decisión al día 10 de diciembre, aunque para esas fechas el estado físico del preso podría estar comprometido permanentemente. Además, la jueza considera que Mario tiene un perfil de “alta peligrosidad social” por lo cual, aun cargando con imputaciones por delitos no graves, debe permanecer en la cárcel.

    El abogado defensor de Mario, Guillermo Naranjo, destacó que en la audiencia no se permitió la presentación de todas las pruebas de Mario, no se llegó a conclusiones y no se dictó sentencia, porque los policías que se constituyeron como testigos del Ministerio Público ni siquiera estaban presentes, aun habiendo sido avisados con tiempo.

    “Ningún policía se avienta la responsabilidad de aprehenderlo. Simplemente está en el lugar de los hechos, refieren que había varias personas y posteriormente aparece en la agencia del Ministerio Público ya imputándole responsabilidades”, comentó Naranjo.

    El principio de la presunción de inocencia es menospreciado y arrinconado en pos de una no demostrada “peligrosidad” del preso, y esto representa un retroceso evidente en la defensa de los derechos humanos en el país, pues no hay elementos para acusarlo y menos para condenarlo y dejarlo encerrado. Por lo tanto, el mismo abogado sospecha que el procedimiento se esté alargando indebidamente porque Mario estaría retando a la autoridad con su huelga de hambre.

    Naranjo así explica la situación: “Lamentablemente, y esto corrobora que hay una línea, la juez dicta una nueva audiencia para el 10 de diciembre, olvidando que Mario se encuentra en un proceso sumario y que la fecha de audiencia tenía que ser dictada dentro de los cinco días siguientes para poder ser diferida a pesar de que ella sabe que Jorge Mario se encuentra en huelga de hambre. Si vuelven a faltar, a los policías se les impondrá una medida de apremio consistente en una multa, sin embargo, a nosotros no nos interesa si les imponen una multa, nos interesa que se lleve a cabo la audiencia. ¿Qué necesidad hay de que alguien a quien se le está acusando de un delito sumario, un delito no grave, se le haya tenido que diferir dos veces la audiencia porque los policías no se presentaron? ¿Será que los policías no pueden sostener su dicho?”.

    Mario libre 3

    En rueda de prensa, el 27 de noviembre la madre de Mario González, Patricia García Catalán, hizo unas declaraciones contundentes sobre la lucha de su hijo: “Mi postura como madre ante la decisión de mi hijo de llevar una huelga de hambre es de solidaridad y de respeto total, mi hijo es un hombre muy consciente y muy autocrítico. Es un luchador social, una persona con ideales, con proyectos y realmente considero que desde el momento de su detención, que fue arbitraria, generaron en él indignación. ¿Por qué tratarlo así si él no daña ni afecta a nadie, lo que hizo fue simplemente levantar la voz y decir ‘ya basta’”.

    Tanto Patricia García como su hijo expresaron que la juez María de los Ángeles Arrieta, responsable del caso del preso político, sostuvo que para darle la libertad, tenían que llegar “órdenes de arriba”. Por tanto, la familia de Mario, las redes sociales, la prensa independiente y los ciudadanos se están movilizando para que “arriba” se proceda a respetar los derechos humanos y se corrijan los desaciertos del sistema penal, de la policía y de su notoria maquina judicial, la “fábrica de culpables”.

    Isabel Varela, una profesora que dio clases a Mario, atribuyó responsabilidades a  “Miguel Ángel Mancera, jefe de Gobierno del Distrito Federal; a José Narro Robles, rector de la UNAM, porque cinco días antes de su detención lo había amenazado a través de un documento presentado por el abogado general de la universidad; al procurador de Justicia del Distrito Federal por no procurar la justicia como debe ser su tarea; a la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal que se ha hecho de la vista gorda y que nada ha hecho por Mario; a la magistrada de la quinta sala Celia Marín Sasaki; a la juez Marcela Ángeles Arrieta, y al director del Reclusorio Oriente, Ermilio Velázquez, quién contribuyó, a hacer la tortura más grande para Mario”.

    En efecto, el pasado 22 de noviembre, el estudiante fue trasladado, contra su voluntad, del reclusorio a la torre médica de Tepepan y allí los doctores trataron de forzarlo a comer, mientras que Mario mantuvo su voluntad firme de seguir en la protesta y no recibir alimentación artificial. El médico del estudiante, Sebastián Ponce, describió sus condiciones a 50 días de ayuno: “Mario González se encuentra debilitado físicamente, con presión arterial baja, dolor estomacal y mareos; disminución drástica del peso y sensación de frío por la pérdida de masa y grasa muscular; y que actualmente tiene una disminución de 15 kilos de peso por lo que de continuar así el proceso, en los siguientes días comenzará a presentar daño hepático, renal y circulatorio, lo que podría comprometer más su estado hemodinámico y en consecuencia su vida”.

    En YouTube se ha difundido un video titulado ¡Mario libre! Súmate a la exigencia para “exigir la libertad de Mario Gonzalez, quien fue detenido de manera arbitraria en el transporte público el #2octMX”, se multiplican también las iniciativas en las calles y los plantones de protesta, mientras que en Twitter el hashtag #MarioLibre es la referencia para informar y difundir acerca de este caso que ya se está convirtiendo en un desafío importante y un cuestionamiento para el sistema de justicia y el mismo Jefe de Gobierno del Distrito Federal, Miguel Ángel Mancera.  Fabrizio Lorusso Twitter @fabriziolorusso

    Blog de Mario:  http://solidaridadmariogonzalez.wordpress.com/

  • Silvio Berlusconi es expulsado del Senado italiano

    Silvio Berlusconi es expulsado del Senado italiano

    Silvio-Berlusconi

    (En la foto: Berlusconi hace unos 20 años, cuando “bajó a la cancha”) NOTICIA para Variopinto al Día. El Senado de Italia declaró la decadencia de Silvio Berlusconi, ex jefe de gobierno y magnate televisivo, de su cargo de senador como consecuencia de la condena definitiva que la Corte de Apelaciones le confirmó el verano pasado por fraude fiscal.

    El líder del centroderecha había llegado a la Asamblea Legislativa, precisamente a la Cámara de los Diputados, en el mes de marzo de 1994, cuando ganó las elecciones con su recién fundado partido político, Forza Italia. Desde marzo de este 2013 era senador de la República, pero ahora perdió ese cargo y, con él, el fuero parlamentario, un beneficio al que recurrió varias veces en estos años para evitar ser procesado.

    El voto final de los senadores sobre la “defenestración” del Cavaliere se realizó a las 17 horas del 27 de noviembre y, a esa misma hora, empezó el mitín de Berlusconi fuera de su residencia romana, Palazzo Grazioli. “Les prometo que seguiremos adelante”, ha anunciado el político-empresario. En los últimos días, el exsenador había abusado de las televisiones privadas, de las que él mismo es dueño, para lanzar mensajes mediáticos en contra de los parlamentarios que votarían su expulsión y, sobre todo, para retirar definitivamente el apoyo de los suyos al Gobierno de Enrico Letta.

    Actualmente, éste se sustenta en una gran coalición de partidos políticos que van del centroizquierdista Partido Democrático al centrista Scelta Civica (Elección Cívica, del ex jefe de gobierno tecnócrata Mario Monti) y a los “berlusconianos” del Partido de las Libertades (PDL).

    La semana pasada el grupo que apoyaba a Berlusconi, el PDL, se dividió entre los fieles del líder, quienes se adhirieron a la nueva formación política del Cavaliere, la cual volverá a sus orígenes y se llamará de nuevo Forza Italia, y los que ya no lo respaldan, unidos en otro partido nuevo, el Nuevo Centroderecha, dirigido por el ex delfín de Berlusconi, Angelino Alfano. Refiriéndose a él, Berlusconi dijo, durante un discurso del mitín de hoy, que “otros se fueron, pero nosotros nos quedamos aquí, seguros de estar del lado justo, no traicionaremos a nuestros electores”, mientras la gente reunida allí abucheaba y gritaba.

    Alfano y el Nuevo Centroderecha van a seguir apoyando al gobierno de Letta, junto con el centroizquierda y los centristas, mientras que los de la “nueva” Forza Italia de Berlusconi van a estar en la oposición a partir de hoy para tratar de ganarse los consensos electorales de los descontentos de la derecha en el país y volver a juntar planes políticos y fuerzas, tras la caída de su líder.

    Entonces, Berlusconi queda como un rey descabezado y tendrá que dirigir sus empresas y, sobre todo, su partido dividido desde su casa, si optará por la detención domiciliaria, o desde un centro para obras pías y de reintegración, si decide optar por purgar su condena en un centro que presta servicios sociales.

    Fabrizio Lorusso Twitter @fabriziolorusso

  • Italia fue país invitado en la IV Fería del Libro del Gran Nayar: una crónica

    Italia fue país invitado en la IV Fería del Libro del Gran Nayar: una crónica

    feria nayar

    De Revista Punto D’Incontro – Versión en italiano del artículo LINK Italia fue el país invitado de la IV edición de la Feria del Libro del Gran Nayar, que se desarrolló en las instalaciones de la Universidad Autónoma de Nayarit (Tepic) del 11 al 15 de noviembre pasado. De regreso de esa experiencia, a la que fui amablemente invitado por la UAN, quiero dejar una breve crónica del evento. En la explanada de rectoría se erigió un verdadero centro cultural interactivo que, además de los expositores del sector editorial, contó con una larga serie de actividades culturales para compartir literatura, experiencias, conocimientos y, desde luego, muchos libros.

    La Feria del Libro del Gran Nayar es un momento de encuentro intercultural cada vez más importante y reconocido, un tiempo para el diálogo de saberes entre los pueblos de la región y el resto del mundo. El término Gran Nayar nace en el siglo XVIII para referirse a la amplia región montañosa y habitada por diferentes pueblos amerindios, euroamericanos, afroamericanos, asiamericanos y europeos en los estados actuales de Nayarit, Sinaloa, Durango, Zacatecas y Jalisco. Es una de las regiones culturales más étnicamente diversas de América y el mundo, y resume no solamente las culturas indígenas, sino la dinámica mayor que éstas establecen con respecto a los pueblos mestizos de su entorno y a los del resto del mundo.

    El programa de la Feria fue muy intenso e incluyó la participación de autores italianos, mexicanos y, más en lo específico, nayaritas, dentro de talleres, seminarios, conferencias, presentaciones, mesas redondas y debates con y para el público participante que también tuvo acceso a un soporte virtual en línea para asistir a los eventos mediante videos live.

    La Ceremonia de Inauguración fue el lunes 11 de Noviembre del 2013 a las 9:30 en la Explanada de Rectoría y estuvo presidida por la dirigencia universitaria con la presencia de representantes del país invitado de este año, Italia, y del municipio invitado que es Acaponeta, pueblo natal del gran poeta Alí Chumancero. En la noche, hubo un gran concierto de tenores locales con temas de Ópera y otros clásicos como La Llorona yBésame Mucho.

    Gracias a los esfuerzos de la Coordinación General de Asuntos Internacionales de la UAN, este año se logró que Italia fuera país invitado. Durante los últimos meses la Coordinadora General, Nadia Selene Hernández Aguilar, la responsable del Área de Lenguas Extranjeras, Irma Peña Batista, y el de italiano, Maurizio Matino, realizaron las gestiones pertinentes con el Consulado de Italia en Guadalajara, la Fundación Amici d’Italia, el Istituto Italiano di Cultura y la Embajada de Italia en México para lograr la participación de conferencistas, escritores y académicos comoPino Cacucci Fabrizio Lorusso y Giovanni Marchetti, así como otros expertos de gran prestigio de ese mismo país.

    Las actividades se desenvolvieron eficaz y dinámicamente, con buena participación de los estudiantes universitarios y del público en general. Cacucci presentó, entre otras actividades, su nuevo libro sobre la cultura y las anécdotas del Estado de Quintana Roo, pero también sobre la coyuntura ambiental difícil que viven sus mares. El texto es Mahahual: un paraíso no reciclable-historia, leyendas, anécdotas de Quintana Roo. Asimismo, la directora del Istituto Italiano de Cultura, Melita Palestini, estipuló acuerdos de cooperación cultural con el rector de la UAN, Juán López Salazar.

    Otros autores italianos, invitados especiales presentes en  la lista del programa, presentaron temáticas como El Viaje InesperadoLa Santa Muerte, el terremoto de Haitíla Italia turística desconocida: la región de Apulia, la Identidad y cultura italiana, y el profesor de Boloña, Giovanni Marchetti, habló de las Mutuas herencias culturales de México e Italia y, en otra ponencia/debate con Cacucci y Lorusso, discutió sobreInterculturalidad y diálogo de saberes, literatura italiana y su relación con México. Agustino Salvador Parodi presentó, de hecho, una ponencia específica sobre la identidad italiana.

    Dentro de las jornadas literarias, destacó también la apertura para todos los participantes invitados, mexicanos e italianos, de un Panel tituladoNayarit e Italia: sus regiones, historia, cultura y gastronomía, que favoreció el encuentro entre escritores italianos y nayaritas el día miércoles 13. Igualmente, hubo una sesión de lecturas poéticas un programa de actividades y talleres artísticos, además de los específicos para jóvenes, a saber, un programa infantil y juvenil para los 5 días de la Feria, pensado para el diálogo intergeneracional y el acercamiento de adolescentes y preadolescentes a la cultura y a los libros. Finalmente, un agradecimiento de corazón va a todo el personal y los colaboradores de la UAN y a la gente de Tepic por la calidez y el trato excepcionales que nos brindaron.

    ARTÍCULOS Y SITIOS RELACIONADOS
    América Latina (blog en italiano).

    (de fabrizio lorusso / puntodincontro.mx / traducción al español de fabrizio lorusso)

  • I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

    I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

    Catadores (vik-muniz)[AVVERTENZA dell’AUTORE: nel testo che segue sono stati volutamente usati i termini “negro” e “negri”, senza virgolette né corsivo. Si è tentato così di tradurre  l’ordinarietà del razzismo nostrano e brasiliano nella sua forma più semplice e spietata, senza smorzature semantiche e politically correct da cena di gala]  DSimone Scaffidi Lallaro da Osservatorio America Latina – Carmilla.

    Per l’ennesima mattina calpesto le pietrose discese di Santa Teresa, respiro la polvere dei lavori in corso di Lapa e osservo il vuoto lasciato dall’esplosione di una bombola di gas in praça Tiradentes. Supero il trafficante di figurine e all’improvviso un negro scalzo dai pantaloncini a brandelli mi taglia la strada. Il sudore gli scorre lento sulla schiena frenato dalla polvere, i nervi in tensione dal collo al tallone ne arginano la discesa. Il negro sta trainando un carretto di legno carico di grosse sacche di plastica trasparente da cui fuoriesce un liquido incolore. Sudore e liquido si mescolano sull’asfalto ardente e si dissolvono in pochi secondi senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio, nulla possono le ombre mastodontiche dei grattacieli del quartiere Centro contro il sole cocente dei tropici.

    Il negro trasporta ghiaccio. Il contrasto tra lo scintillante candore del suo carico e l’oscurità della sua ombra potrebbe giustificare da solo il settimo posto occupato dal Brasile nella speciale classifica redatta da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale dei paesi con il PIL più elevato del globo. Penso a Fitzcarraldo, nel capolavoro omonimo di Herzog, e alla sua follia colonialista di impiantare una fabbrica di ghiaccio in Amazzonia. Dove lui ha fallito, altri hanno vinto. Dove lui ha ucciso per esaudire i suoi sogni di gloria e potenza altri hanno continuato ad uccidere. Negri o indios che siano vengono travolti dalla rovinosa bramosità di potere occidentale. Sia essa una nave che scavalca una montagna, sia essa una fabbrica di ghiaccio, le braccia e le morti che rendono possibile la criminale impresa rimangono le stesse.

    Le ho proprio davanti a me quelle braccia. Le stesse che consentiranno al Brasile di Lula e Dilma di sfilare sulle passerelle dell’economia mondiale con capi da top-model-neoliberista: Mondiale 2014 e Olimpiadi 2016 saranno i pezzi forti della collezione estiva. Aspettando i grandi eventi sportivi, il negro e il ghiaccio si sciolgono insieme, l’uno rinchiuso in un involucro trasparente che ne accelera la liquefazione, l’altro intrappolato in un meccanismo tanto globale quanto locale che gli consuma le piante dei piedi giorno dopo giorno.

    Meu nome è revolta

    Largo de São Francisco de Paula è ormai vicino. La piazza e l’alto cancello mi separano dall’Istituto di Storia. A protezione dell’accademia si erge un esercito negro di mendigos. Sono sdraiati davanti alle sbarre. Venti paia di piedi nudi, sporchi e callosi, legati a quaranta fantasmi giovani e negri. Tre bambini si alzano d’improvviso e con uno sguardo complice fracassano due vecchie videocassette, sanno cosa stanno facendo. Con sicurezza ne estraggono le pellicole. La prima la legano a un sacchetto bianco della spesa targatoMundial (nota catena di supermercati carioca da non confondersi con l’evento che sta già contribuendo a cambiare radicalmente il volto della città), la seconda a un sacchetto nero della spazzatura. Gli aquiloni sono pronti al volo. La corsa forsennata dei bambini per la piazza non si fa attendere, il nastro nero stretto fra le dita si tende e i sacchetti si alzano nell’aria. Le donne sono poche, seminude come gli uomini, alcune allattano neonati tra le braccia, altre cercano riposo tra cartoni e lattine, altre ancora provano a varcare la soglia dell’Istituto di Storia per riempire bottiglie d’acqua potabile. Basterebbe accucciarsi e scattare una rapida istantanea per vedere nitide alle loro spalle le sbarre della prigione, il cancello dell’accademia, strumento supremo di segregazione razziale.

    Dentro i bianchi, fuori i negri è la legge non scritta dell’università e della società brasiliana. L’università è pubblica e gratuita per tutti, un po’ come l’esistenza, verrebbe da dire, ma le possibilità di accedere a un’istruzione di livello e a un’esistenza dignitosa comporta comunque dei costi che, oltre a non essere equamente distribuiti, vanno al di là del valore nominale del PIL pro capite. Le università pubbliche in Brasile, come in altri paesi dell’America Latina, sono a numero chiuso e per accedervi è necessario avere una buona preparazione che non viene però garantita dalle scuole superiori pubbliche. Succede quindi che chi non può permettersi di frequentare una scuola superiore privata ha molte meno possibilità di passare il test per accedere all’università. Risultato: i poveri non possono frequentare la scuola superiore privata, i poveri sono in prevalenza negri e indios, i negri e gli indios rimarranno in gran parte esclusi dalla società.

    Largo Sao Francisco de PaulaGli uomini e le donne che vivono davanti all’Istituto di Storia hanno tre principali occupazioni: schiavi nel grande mercato all’aperto che è il Centro di Rio de Janeiro durante il giorno, assaltatori di studenti egringos, nel deserto far west che è il Centro di Rio de Janeiro durante la notte, e icatadores de lata ovvero i raccoglitori di lattine. Questi ultimi sono l’orgoglio della nazione, coloro che la consacrano primatista mondiale nel riciclaggio dell’alluminio. Ad ogni ora si aggirano per le vie di Rio de Janeiro in cerca di lattine vuote. Ogni chilo di alluminio raccolto, corrispondente a circa 67 lattine, si traduce in 3,00 reais (più o meno 1,00 €), una volta consegnato all’autorità competente. Il primato ha il peso sociale dei sacchi neri ricolmi di latta che gravano sulle spalle dei negri senza fissa dimora.

    Viralata è una delle mie parole preferite in portoghese brasilianoletteralmente significa:gira latta. Si usa per indicare i cani senza padrone, i randagi che vivono nella strada e spesso per sopravvivere sono costretti a girare le lattine vuote in cerca di qualche liquido da ingerire. Ma ha anche un altro significato, si usa per identificare un cane la cui razza non si riesce più a definire a causa dei molteplici incroci che si sono succeduti per generazioni e generazioni: un bastardo dunque.

    Di viralata randagi abbandonati dalla società in Brasile ce ne sono a milioni. Molti meno sono i viralata bastardi a causa del consolidato e indissolubile connubio tra diseguaglianze sociali, distribuzione della ricchezza e discriminazioni razziali su cui si fonda il tanto osannato multiculturalismo brasiliano. La razza sfruttata ha un colore ben preciso, così come lo ha la classe dirigente brasiliana che si ostina ad abbracciare le logiche del più becero capitalismo mondiale, il quale ribadisce sempre con più forza la necessità di innalzare un solido muro sulla linea del colore per mantenere lo stato delle cose esistente. Ad ogni colore il suo ruolo sociale. Multiculturalismo appunto, non meticciato.

     Ghost Track

    A. Mohamed e Wu Ming 2, Timira. Romanzo meticcio, Einaudi, 2012

    A. Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012

    A. Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Agenzia X, 2011

  • Salviamo La Citè a Firenze: un appello

    Salviamo La Citè a Firenze: un appello

    La cite

    LUNGA VITA A LA CITE’ : Appello ai Cittadini e alle Istituzioni per difendere il diritto di esistere di una delle realtà culturalmente più vive della città di Firenze, la “LibreriaCafè La Citè”.

    Ho ricevuto e firmato questo importante appello per salvare la Citè, un caffè letterario e progetto culturale con cui ho collaborato e che funziona nel quartiere San Frediano di Firenze: ECCO IL LINK per sostenere l’iniziativa e di seguito il testo della petizione (Fabrizio Lorusso).

    Centro culturale polivalente ma anche realtà sociale, questa libreria caffè è uno spazio di accoglienza nel quartiere, frequentato da persone di ogni provenienza ed età, dove da sempre si organizzano attività diurne come presentazioni, seminari, corsi, esposizioni, e attività serali come concerti, cabaret e teatro; e da 7 anni è la casa in cui molti artisti sono cresciuti, hanno intrecciato relazioni, creato nuovi progetti.

    Una realtà imprenditoriale etica e autosostenibile portata avanti con passione da giovani gestori, anche attraverso reinserimenti lavorativi di ex detenuti, rifugiati, stagisti da tutta Europa e dall’Università di Firenze.

    Da Giugno 2013 la Libreria Cafè La Citè è sotto sequestro preventivo per disturbo della quiete pubblica su provvedimento dell’Autorità Giudiziaria: l’accusa è di attentare ai beni costituzionalmente garantiti, come la salute psicofisica del vicinato, il che si configura come reato penale. Si pensi che in Borgo San Frediano in soli 50 mt coabitano almeno 7 attività di somministrazione, fra bar, ristoranti e locali notturni mentre con questo provvedimento si addossa ad un solo spazio la responsabilità di una strada piena di persone.

    Grazie alla sua centralità nel quartiere di San Frediano La Citè è una vetrina della Firenze contemporanea sul mondo, visitata ogni giorno da turisti appassionati che trovano un posto polivalente, legato alle tendenze internazionali e contemporanee. In seguito all’apertura de La Cité, Borgo San Frediano ha visto un vero fiorire di nuove attività, che hanno ripopolato fondi commerciali rimasti vuoti per molti anni, e che la rendono un luogo vivace in controtendenza con le drammatiche cronache della crisi economica. Questo è stato anche un servizio alla città, non solo per il valore intrinseco dei contenuti culturali della Cité, ma anche perché sappiamo che sottrarre spazi all’abbandono significa più sicurezza per tutti e tutte.

    Certo, non ci rincresce affermarlo, “la vita fa rumore”, e forse questa spontanea fioritura stride con le cieche istanze della “città-vetrina” o “città-fossile”, piegata al turismo di massa e alle iniziative da cartolina. Ma ci sono molte città in Europa in cui si è giunti ad un equilibrio tra l’innegabile diritto al riposo e il diritto a vivere gli aspetti sociali, culturali e di intrattenimento serali, anche attraverso la reciproca tolleranza e il rispetto di regole stabilite collettivamente: a Firenze si lascia invece che la diatriba si sprechi fra riposo contro rumore, senza distinguo o condivisione di valori aggiunti.

    L’assenza di chiari regolamenti comunali, il permanere di mentalità obsolete e poteri forti, le decisioni lasciate in mano ai Tribunali nell’indecisione della politica, minacciano la vita di questa realtà e il bagaglio culturale costruito in 7 anni di esperienza, nonché il rilevante indotto economico che l’attività crea col suo lavoro.

    Riteniamo inaccettabile che il potere politico non si faccia promotore di un’iniziativa decisa per modificare uno stato di cose che contrasta anche con le traiettorie programmatiche che l’Amministrazione Comunale si era prefissa rispetto agli ambiti su cui La Cité quotidianamente insiste: cultura, socialità, turismo sostenibile.

    Chiediamo a tutti gli organi del Comune di Firenze di farsi carico in modo concreto di questa situazione e di trovare una soluzione che permetta una lunga vita alla Libreria Cafè La Citè. La Firenze del Futuro è una città dove progetti come questo vengono rinforzati, sostenuti e protetti dalla politica comunale. Questo è un appello per la vita de La Cité e per quella della città!  LINK CITE’

    Primi Promotori della petizione:

    Paolo Hendel – Attore

    Sergio Staino – Cartoonist

    Banda Bardò – Musicisti

    Vanni Santoni – Scrittore

    Millelemmi – Rapper

    Pape Diaw – Oltre l’Africa

  • Italia país invitado en la IV Feria del Libro del Gran Nayar

    Italia país invitado en la IV Feria del Libro del Gran Nayar

    Feria libro Nayar

    Los libros Santa Muerte Patrona dell’Umanitá (del autor de este blog) e Le Macerie di Haiti (de Romina Vinci y Fabrizio Lorusso) se presentarán el día miércoles 13 de noviembre a las 18 horas! (Aquí está la nota de Variopinto al día y el Programa de la Feria aquí) Italia es el país invitado de la IV edición de la Feria del Libro del Gran Nayar que tendrá lugar en las instalaciones de la Universidad Autónoma de Nayarit (Tepic) del 11 al 15 de noviembre. En la explanada de rectoría de la Universidad se convertirá, entonces, en un centro cultural interactivo que, además de los expositores del sector editorial, habrá una larga serie de actividades culturales para compartir literatura, experiencias, conocimientos y, desde luego, muchos libros.

     La Feria del Libro del Gran Nayar es un momento de encuentro intercultural cada vez más importante y reconocido, un tiempo para el diálogo de saberes entre los pueblos de la región y el resto del mundo. El término Gran Nayar nace en el siglo XVIII para referirse a la amplia región montañosa y habitada por diferentes pueblos amerindios, euroamericanos, afroamericanos, asiamericanos y europeos en los estados actuales de Nayarit, Sinaloa, Durango, Zacatecas y Jalisco. Es una de las regiones culturales más étnicamente diversas de América y el mundo, y resume no solamente las culturas indígenas, sino la dinámica mayor que éstas establecen con respecto a los pueblos mestizos de su entorno y a los del resto del mundo.

     El programa de la feria es muy intenso y prevé la participación de autores italianos, mexicanos y, más en lo específico, nayaritas, dentro de talleres, seminarios, conferencias, presentaciones, mesas redondas y debates con y para el público participante que también podrá tener un soporte virtual en línea para asistir a los eventos mediante videos live.

     La Ceremonia de Inauguración es ya este lunes 11 de Noviembre del 2013 a las 9:30 en la Explanada de Rectoría, y será presidida por la dirigencia universitaria y se contará con la presencia de representantes del país invitado de este año, Italia, y del municipio invitado que es Acaponeta, pueblo natal del gran poeta Alí Chumancero.

     Gracias a los esfuerzos de la Coordinación General de Asuntos Internacionales de la UAN, este año se logró que Italia fuera país invitado Durante los últimos meses la Coordinadora General, Nadia Selene Hernández Aguilar, y la responsable del Área de Lenguas Extranjeras, Irma Peña Batista, realizaron las gestiones pertinentes con el Consulado de Italia en Guadalajara, la Fundación Amici d’Italia y la Embajada de Italia en México para lograr la participación de los conferencistas magistrales, Pino Cacucci y Giovanni Marchetti, así como escritores y conferencistas de gran prestigio de ese mismo país.

     Cacucci presentará, entre otras actividades, el texto Mahahual: un paraíso no reciclable- historia, leyendas, anécdotas de Quintana Roo, y otros autores italianos, invitados especiales presentes en la lista del programa, presentarán temáticas como El Viaje InesperadoLa Santa Muerte, HaitílaItalia turística desconocida: la región de Apulia, la Identidad y cultura italiana, y el el profesor de Boloña, Giovanni Marchetti, hablará de las Mutuas herencias culturales de México e Italia y otra ponencia/debate con Cacucci será sobre Interculturalidad y diálogo de saberes, literatura italiana y su relación con México.

     Dentro de las jornadas literarias, destaca la apertura para todos los participantes invitados, mexicanos e italianos, de un Panel titulado Nayarit e Italia: sus regiones, historia, cultura y gastronomía, que favorecerá el encuentro entre escritores italianos y nayaritas el día miércoles 13. Igualmente, hay un programa de actividades y talleres artísticos, además de los específicos para jóvenes, a saber, un Programa Infantil y Juvenil para los 5 días de la Feria, pensado para el diálogo intergeneracional y el acercamiento de adolescentes y preadolescentes a la cultura y a los libros. Fabrizio Lorusso Twitter @FabrizioLorusso

  • Donna Sebastiana e la Morte Santa

    Donna Sebastiana e la Morte Santa

    Doña SebastianaDonna Sebastiana fa paura e affascina. Questa Dama è la morte santificata, una figura venerata per secoli ma poco nota nel contesto nella storia messicana e mondiale. Ha alcune analogie con la moderna Santa Muerte, la santa popolare che più è cresciuta negli ultimi vent’anni per numero di cultori e presenza mediatica nelle Americhe. Di Sebastiana, però, solo restano il ricordo, alcuni racconti e il suo nome. Di fatto il suo culto svanì e, forse, rivive a modo suo in quest’epoca di postmodernità religiosa e spirituale con la devozione alla Flaquita, uno dei soprannomi della Santissima Muerte. Sebastiana è parte della storia e delle tradizioni di quelle regioni, abbandonate da Dio e dallo stato, che, oltre 150 anni or sono, formavano il Nord del Messico e che gli furono sottratte dagli Stati Uniti. La devozione verso questa Dama scarnificata e ossuta ebbe il suo apogeo nell’era del selvaggio west, specialmente negli stati dell’Arizona e del Nuovo Messico, secondo quanto racconta l’antropologo Carlo Severi in un articolo su Donna Sebastiana, il Cristo trafitto dalle frecce e i loro relativi rituali. La vita della Signora Morte comincia durante la colonizzazione spagnola in America.

    A partire dal secolo XVI, la corona spagnolo in Nord America cerca di controllare molti territori spopolati e lontani dal centro del potere, sito nella Gran Città del Messico, capitale del Vicereame della Nuova Spagna. Ciononostante gli sforzi per l’esercizio di un dominio credibile da parte dei colonizzatori, padroni di un impero decadente ma sempre avido di terre, non sono sufficienti. La spada ha quindi bisogno della croce.

    Le missioni religiose spagnole vanno via via conquistando popoli e anime verso Nord, aprendosi strada lungo il Río Bravo fino a El Paso e Santa Fe. Oppure seguono un’altra vertente, su per il Colorado River verso l’Arizona. Alla fine del diciassettesimo secolo nei dintorni di San Diego e San Francisco già s’ergevano tenaci fortezze che spartivano lo spazio visivo con le missioni: la spada torna ad allearsi con la croce per difendere i piccoli gruppi di abitanti e coloni dagli attacchi dei popoli originari, padroni legittimi di quei territori.

    Dopo la guerra d’indipendenza messicana, durata dal 1810 al 1821, il nuovo stato nasce debole, con un controllo infimo sulle sue province periferiche. L’isolamento e la povertà dei dimoranti nelle zone più remote e i conflitti con gli “indiani d’America”, in primis con le popolazioni degli Apaches e dei Comanches, generano una situazione esplosiva. La zona è lasciata a se stessa anche dal punto di vista religioso, in seguito alla progressiva ritirata del clero francescano che ha determinato una cronica mancanza di personale ecclesiastico stabile. Pertanto è quasi impossibile celebrare i sacramenti e i rituali nelle comunità cattoliche. Le chiese sono in rovina e diventano santuari che ospitano macabri presagi.

    Tra il 1846 e il 1848 il Messico perde più della metà del suo territorio e firma con gli USA il vergognoso trattato di Guadalupe Hidalgo, un fatto storico che tuttora è considerato traumatico per l’orgoglio nazionale messicano. Gli States sono una potenza nascente che, mossa dalle dottrine della frontiera e del destino manifesto, incorpora California, Nevada, Utah e parti degli attuali Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuovo Messico e Arizona. Uno dopo l’altro cadono e son gocce di sangue. Già dagli anni della lotta indipendentista messicana, in quei territori le comunità reagiscono al senso di sconforto spirituale, all’abdicazione dello stato centrale e al loro isolamento materiale e creano laConfraternita dei Fratelli del Santo Sangue o dei Penitenti. Questa, pur senza trasformarsi in una vera e propria Chiesa, apporta modifiche inquietanti e radicali al culto tradizionale.

    Il verbo e le pratiche della Confraternita sperimentano un periodo di espansione e viaggiano nel deserto battendo l’antico cammino dei missionari lungo il Río Bravo e la frontiera Messico-USA. Cominciano a proliferare le moradas, chiesette sconsacrate che presto accolgono al loro interno una serie di nuove immagini e rituali. I membri della Fratellanza si dividono tra i Confratelli del Sangue, “I Veri Penitenti”, e i Confratelli della Luce, che hanno compiti di tipo organizzativo e fungono da guide spirituali.

    Durante vari decenni il Vaticano cerca di riavvicinarsi a queste comunità per ricondurle ai precetti del cattolicesimo romano. Ma furono sforzi vani. Gli abitanti di queste regioni, soprattutto nel Nuovo Messico, s’affidano sempre più al fanatismo, aspirano a imitare pedissequamente la vita e la passione di Cristo e praticano la autoflagellazione nel corso delle processioni della Settimana di Pasqua. Riproducono tutte le fasi del martirio di Gesù nella Passione e le cerimonie raggiungono momenti culminanti e sanguinari con la crocifissione simulata di uno dei Penitenti. Ma i chiodi, le frustate, i fiotti dalle vene, le grida e il dolore sono reali. Ciò che preoccupa la Chiesa non è la violenza, né la credenza nel martirio fisico come mezzo di purificazione. Il problema è un altro e si chiama Sebastiana. La paura corre di bocca in bocca, solca l’Oceano Atlantico e arriva fino al centro del potere religioso.

    La gente del profondo Sud statunitense assiste all’apparizione sempre più frequente, dentro le moradas e nelle cappelle, di un bizzarro ritratto della morte. E’ un’immagine femminile, scheletrica, molto comune in Europa negli ossari e nelle cripte delle Confraternite della Buona Morte, così come nelle chiese dedicate specificamente alla Parca, nei dipinti delle danze macabre e nelle vanitas. Tuttavia da secoli è severamente proibita nelle Americhe, dove è nota altresì con il nome di Doña Sebastiana, ma resta comunque laGran Segadora, la Grim Reaper icona di un culto blasfemo secondo la Chiesa.

    Nell’era coloniale gli inquisitori provenienti dalla Nuova Spagna cercarono, senza successo, di distruggere tutte le raffigurazioni della morte che la stessa Chiesa aveva portato dal Vecchio Continente per sradicare questa presunta “idolatria pagana” verso queste figure. In tutto il Messico, usualmente, i devoti delle immagini della morte erano indios e contadini, abitanti dei rioni marginali delle città o di qualche sperduto paesino di provincia che, in alcuni casi, già utilizzavano l’appellativo di “Santa Muerte” nelle loro invocazioni e, addirittura, durante i rituali con cui infliggevano vere e proprie punizioni alla figura della Morte con la Falce, se questa non concedeva loro il favore o miracolo richiesto.

    L’Inquisizione fu abolita definitivamente in Spagna con il Real Decreto del 15 luglio 1834 (!). Tuttavia l’attitudine oppressiva di quella fase restò vigente. Donna Sebastiana scandalizza il clero cattolico, che parla di “eresia”, però spaventa pure i contadini della regione in cui è popolare. “Adorano la  morte come fanno gli indiani del Nord America”, “torturano i loro Confratelli con vere e proprie crocifissioni”, “eccessi nelle penitenze, rituali segreti, preghiere non approvate dalle gerarchie”, denunciano i vescovi sempre più.

    Doña Sebastiana 2Agli allarmismi del Vaticano daranno ascolto i mass media statunitensi che, ancora nei primi decenni del novecento, indagano sugli aspetti più morbosi e sanguinari di quei rituali e sulla possibilità che esista una devozione autonoma verso la morte che loro chiamanoComadre Muerte o “morte amica”. Non viene condotto nessuno studio serio sul tema, anzi, si moltiplicano piuttosto gli effetti scandalistici degli articoli secondo un canovaccio molto simile a quanto avviene oggi riguardo al trattamento del culto attuale alla Santissima Muerte nella stampa messicana e mondiale.

    Insieme alla morte, anche l’immagine cruenta di Gesù trafitto dalle frecce, el Cristo Flechado in spagnolo, è presente nelle moradas e serve ad avvisare i fedeli del pericolo rappresentato dalle popolazioni “selvagge” dei nativi, i “nemici” che minacciano l’esistenza dei Confratelli e delle loro comunità. Durante la Settimana Santa i Penitenti organizzano crudeli simulazioni della Passione di Cristo, molto simili, ma certamente più sadiche e inumane, a quelle che ogni anno si svolgono nel quartiere di Iztapalapa a Città del Messico il Venerdì Santo.

    Il Salvatore, un “fortunato” scelto all’interno della Confraternita, viene ben fissato alla croce con dei chiodi di metallo, poi riceve il supplizio della flagellazione e brandelli della sua pelle schizzano via lungo il sentiero e imbrattano le vesti degli astanti. Altri Confratelli, intanto, si legano a cactus e piante spinose oppure trainano come buoi delle carrette stracolme di pietre con sopra la figura scarnificata di Donna Sebastiana.

    Nella tradizione religiosa di queste confraternite s’identifica progressivamente il giovane Penitente, prossimo alla crocifissione, con il Cristo ma anche con la morte, la Comare. Si racconta che, in tempo di carestia, quando è facile venire a mancare per via delle penurie o del freddo, i morti facciano ritorno nelle moradas per festeggiare la Pasqua con i vivi. Presso questi templi improvvisati, chiamati anche “case dei morti”, sopraggiungono iFratelli dell’Altro Mondo per aiutare gli abitanti di questo mondo.  Tra la Vergine Maria e Gesù non mancava mai l’immagine di Doña Sebastiana, la Patrona scheletrica dagli occhi vitrei e metallici, armata di arco e frecce, che veniva portata in trionfo sulle carretas de la muerte durante le processioni. Nel Museo del Nuovo Messico ad Albuquerque, negli USA, c’è una scultura della “Morte sul suo carro”, realizzata nel 1860 dallo scultore Nazario López de Córdoba per la morada de Las Trampas. E’ una rivisitazione del motivo noto come Trionfo della Morte, un tema iconografico medievale in cui la Parca Sebastiana dichiara la sua vittoria su Gesù e scaglia frecce al petto del Salvatore.

     Arco e dardi definiscono l’iconografia tradizionale del Cristo trafitto nella versione adottata dai francescani che evangelizzarono il Nord della Nuova Spagna, l’attuale Messico. D’altro canto in Spagna la morte era raffigurata con una falce in mano, non con arco e frecce. Questo suggerisce che nei territori a nord del Río Bravo potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra la figura del Cristo e quella del martire San Sebastiano, rappresentato tipicamente con le frecce conficcate nel costato e rivoli di sangue colanti e abbondanti. E’ possibile che il nome del santo abbia avuto un cambio di genere, passando al femminile, e che la sua figura sia stata associata a quella della morte dotata di arco e frecce, dando vita, così, alla hermosa Donna Sebastiana, forse una progenitrice o “cugina nordamericana” della Santa Muerte. [Di Fabrizio Lorusso da Carmilla]

    *Questo articolo è stato tratto e riadattato dal paragrafo dedicato alla splendida Donna Sebastiana del libro Santa Muerte. Patrona dell’Umanità di Fabrizio Lorusso (Ed. Stampa Alternativa, Italia, 2013). Tradotto in spagnolo per il supplemento settimanale del quotidiano La Jornada, è stato poi riportato alla sua lingua originale in questa versione modificata.