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  • Oaxaca: attaccata missione di attivisti, comunicato della LIMEDDH

    Oaxaca: attaccata missione di attivisti, comunicato della LIMEDDH
    LINK ALLE INFO: http://espora.org/limeddh/spip.php?article461

    Alberta Cariño Trujillo
    OAXACA: Misión Civil de Derechos Humanos atacada en zona triqui: dos muertos y heridos (información por confirmar).
    Resumen:
    El 27 de abril una caravana de Misión de Observación de Derechos Humanos fue emboscada en la zona triqui por un grupo de hombres armados. Hasta el momento se reportaron dos muertos, al menos 7 heridos, entre ellos una periodista de Televisa, y se desconoce el paradero de Alberta CARIÑO BETY dirigente de CACTUS. Hasta el momento no contamos con más información ya que no hay acceso a señales de telefonía en la zona.
    Acción solicitada:
    Para involucrar a la red de contactos en generar una respuesta rápida hacia las autoridades correspondientes con el afán de detener las situaciones de violación a los derechos humanos es importante que el mayor número de personas y/u organizaciones envíen correos electrónicos (usando la carta modelo adjunta), a las autoridades competentes haciendo hincapié en el cumplimiento de las peticiones concretas por parte de las autoridades.
    Enviar sus llamamientos copiando la carta modelo en un correo con título: No. de Referencia: AU- 006- 2010- HOMICIDIO DEFENSORES – OAX
    felipe.calderon@presidencia.gob.mx, secretario@segob.gob.mx, jguevara@segob.gob.mx, ofproc@pgr.gob.mx, frnrojas@congreso.gob.mx, gustavo.madero@senado.gob.mx, InfoDesk@ohchr.org, civilsocietyunit@ohchr.org, oacnudh@ohchr.org, cidhoea@oas.org, denuncias.limeddh@gmail.com

  • Paramilitari fanno due morti e sequestrano stranieri a San Juan Copala, Oaxaca, Messico

    ALTO A LA REPRESIÓN EN COPALA

    El día de hoy (ayer), 27 de abril, alrededor de las 14:50 horas una CARANAVA HUMANITARIA de Organizaciones Sociales que se dirigía al Municipio Autónomo de San Juan Copala, Oax. (MASJC) fue agredida con armas de alto poder por integrantes de la organización priista Unidad de Bienestar Social de la Región Triqui (UBISORT) a la altura de la población triqui denominada La Sabana en el camino que conduce a dicho municipio.
    La Caravana, integrada por organismos nacionales como Voces Oaxaqueñas Construyendo Autonomía y Libertad (VOCAL); Centro de Apoyo Comunitario Trabajando Unidos (CACTUS), Red de Radios y Comunicadores del Sureste Mexicano, la Alianza Mexicana por la Autodeterminación De Los Pueblos (AMAP), Concejales de la APPO, profesores de la sección XXII, así como observadores internacionales de Bélgica, Finlandia e Italia y reporter@s de distintos medios de comunicación, tenía como finalidad entregar alimentos, víveres, ropa y cobijas al MASJC, ya que desde hace meses, la población vive un aislamiento sistemático orquestado por UBISORT y avalado por el gobierno del Estado.
    Desconocemos el número de herid@s y si hay muert@s pues la misma organización ha impedido el paso a medios de comunicación y policía estatal. En tanto, se desconoce el paradero y estado de salud de Alberta Cariño (CACTUS),Viris Hakola(Finlandia), Mery Momen (Finlandia) Martín Santa Ana (Bélgica), David Cilia y Erika Ramìrez (estos dos últimos reporteros de Contralìnea), entre otr@s.
    Desde la presente repudiamos esta agresión y hacemos responsables al gobernador del Estado Ulises Ruíz y a la dirección política de UBISORT del paradero e integridad física de tod@s l@s integrantes de esta caravana pacífica que se encuentran desaparecid@s.

  • Colombia: manuale per minacciare gli oppositori politici della polizia

    Riporto un’interessante segnalazione dell’amico Martin e Selvas.org. Svelato un documento importante per capire l’istituzionalizzazione della violenza in Colombia. E non solo in Patria. Una pratica con regole e comandi precisi. Solo un esempio di come anche in Italia corriamo il pericolo di questa violenza: “Neutralizzare le azioni destabilitrici delle ONG in Colombia e nel mondo”.

  • Haiti: Al Jazeera trasforma un paramilitare in eroe…

    Non è il primo media che lo fa, anzi, prima erano quelli “occidentali” e statunitensi che dipingevano come eroi molti paramilitari e assassini ad Haiti.

    AlJazeera versione inglese fa passare il sanguinario Guy Philippe come un patriota, ribelle antiamericano e critico del governo attuale con un’intervista e dei commenti scandalosi…

    Philippe è in realtà un paramilitare, ex capo della polizia a Cape Haitien nel nord di Haiti e responsabile di massacri e abusi durante le ribellioni armate finanziate dalla CIA e altre agenzie USA per spodestare l’ex presidente Aristide nel 2003-2004. Altro che ribelle ed eroe…

    Segnalo un paio di link al riguardo:
    HUMAN RIGHTS WATCH
    HCV HAITI ANALYSIS

  • Cos'è il LatinoAmericaExpress?

    Cos'è il LatinoAmericaExpress?


    Presento anche qui nel mio blog personale l’altro blog, quello “ufficiale” ospitato da L’Unità, che è partito qualche mese fa con queste premesse e che continuerà a stupire:
    Vi presento qui un nuovo blog tematico riguardante questa bestia rara che è l’America Latina per far sì che venga addomesticata piano piano dal navigante e dal lettore.

    Lo scopo del viaggio è descrivere, raccontare e rappresentare con altri occhi e parole una regione del mondo che è allo stesso tempo un’idea e un territorio, una zona culturale e un riferimento geopolitico, un mito per molti aspetti ma anche una realtà quotidiana per noi italiani all’estero e per gli oltre 500 milioni di latino americani.

    Dalle curiosità ai viaggi, dalla politica alle questioni sociali penso che sia necessario rinnovare l’immagine di questo continente (o sotto-continente come scriveva Carmagnani) che a volte in Italia sembra stingersi in un cielo di antiche nostalgie e realismo magico, tra il folklore e lo stereotipo.
    Sarà un viaggio diretto con alcune fermate tra il Rio Bravo e la Terra del Fuoco ma anche con incursioni a nord negli Stati Uniti, ormai più latino-americani che mai, e negli altri “sud del mondo”. Un pretesto per condurre esplorazioni nell’universo dell’America Latina, un estremo occidente conosciuto e amato in un percorso tierra adentro, in profondità ma con la chiarezza e l’impatto di una pagina web, express appunto come dice il logo. Le storie di vita, viaggio e delirio ispirate e vissute in queste terre, fatte di poesia, politica, violenza e meraviglia, aspirano a diventare parole e immagini, memoria e promessa.

    Infine, si tratta di un blog ospitato in uno spazio d’eccezione, libero e aperto agli avvistamenti segnalati da altri osservatori latino americanisti che nasce dall’esperienza dell’autore, migrante a Città del Messico da oltre otto anni, e dal crescente interesse della gente nel nostro paese per le tematiche latino americane.
    Inevitabilmente il Messico splendido e le sue contraddizioni faranno spesso da retroscena al libero fluire dei post in bilico tra un’Italia lontana e, parafrasando Paolo Conte, questa “faccia triste dell’America” vissuta giorno per giorno.

  • Parla di Noi. Appello per un'informazione diversa

    Parla di Noi. Appello per un'informazione diversa


    PARLA DI NOI
    Un tempo straordinario di crisi e grandi cambiamenti planetari, dagli assetti geopolitici, alla formazione di nuovi poteri, alla definizione di nuovi territori di crisi e potenziali guerre, alla scrittura di nuove geografie produttive e di divisione del lavoro, all’emergere di modelli di vita e costume, all’irrompere di nuove scienze, rischia di passare sulla testa dei telespettatori italiani lasciandoli del tutto fuori ed ignari, impoverendo cosi’ tragicamente cultura liberale e capacita’ democratica del nostro paese.
    Come e’ pensabile far sindacato, difesa dei posti di lavoro o impresa, far crescere qualita’ della vita, del territorio e dell’ambiente, immaginare una seria lotta alle mafie ed alla corruzione, ragionare di immigrazione o di sviluppo, ipotizzare un governo dei poteri finanziari, politiche dell’acqua e dell’energia, senza poter accedere e conoscere concretamente i nuovi territori di definizione, tutti globalizzati, su cui si muovono tali problemi?
    A fronte di tutto cio’, il mondo raccontato dal servizio pubblico, dalla Rai, si fa sempre piu’ piccolo. Negli ultimi anni sono scomparse voci importanti dell’approfondimento giornalistico sui grandi temi internazionali e ben poche novita’ e’ stato possibile registrare nel racconto dei telegiornali sempre piu’ stretti invece in una vecchia, angusta, davvero provinciale, logica nazionale. Mentre sempre piu’ stancamente ci si professa europei, niente si e’ mosso verso prime forme di racconto ed informazione continentale, capaci di promuovere, nel conoscersi e nel sentire comuni i problemi, una coscienza comune europea.
    Si annunciano inoltre scelte che, in nome di difficolta’ di budget, contraddette dal perpetuarsi costosissimo di logiche lottizzatorie, porteranno alla riduzione delle sedi di corrispondenza all’estero, per altro gia’ del tutto inutilizzate nel loro ruolo di terminali nel mondo, senza che pero’ venga minimamente immaginato un meccanismo produttivo ed editoriale capace di racconto coerente e critico della vicenda internazionale ed ancor piu’ delle dinamiche del mondo globalizzato. Rai News24, l’unica ad aver tentato e sperimentato in questo campo, non ha certezza di gruppi dirigenti e di risorse credibili. L’unico programma impegnato nella narrazione dello stato dei diritti umani, dei processi di globalizzazione e dei punti di crisi internazionali, C’era una volta, e’ ad un passo dalla chiusura.
    Essere cittadini globali, consapevoli delle reali dinamiche su cui si giocano i nuovi poteri e i loro conflitti, e’ l’unico vero, possibile ed urgente terreno di moderna democrazia. Essere informati a questo livello e’ il piu’ grande dei diritti democratici a cui questo servizio pubblico sta totalmente abdicando nel suo racconto, invece, di un mondo sempre piu’ piccolo, vecchio, falsamente gaudente dal quale i veri problemi, la quotidianita’ del nostro paese e del mondo in cui vive e si relaziona, sono sistematicamente espulsi.
    PARLA DI NOI e’ una campagna, aperta a tutti i contributi possibili, che si prefigge l’apertura di un grande dibattito nazionale e tutte le iniziative che si riterranno necessarie sui destini del servizio pubblico televisivo italiano per posizionarlo all’altezza dei tempi che viviamo, per liberarlo dall’abbraccio soffocante dei partiti e restituirlo alla missione culturale ed informativa per la quale e’ nato. Innanzitutto una grande raccolta di firme da inviare al Parlamento italiano e al Consiglio di Amministrazione della Rai chiedendo l’immediata apertura di un dibattito pubblico sui destini futuri del servizio pubblico.
    Allo stesso tempo Parla di noi offrira’ quotidianamente una rassegna delle notizie di interesse pubblico ignorate dai mass media televisivi
    Le adesioni si raccolgono sul sito face book Parladinoi, inviando una mail a
    parladinoi@yahoo.it
    o scrivendo a
    Parladinoi, via Courmayeur,35, 00135 ROMA

  • Al Presidente Napolitano. La Repubblica di Barabba

    di Matteo Pascoletti   (LEGGI QUI l’appello al Presidente)

    Presidente Napolitano scrivo queste righe per comunicarle che ha perso il mio rispetto.  Lo scrivo a beneficio di chi leggerà, dunque, e non suo.
    Lei, Presidente Napolitano, non ha perso il mio rispetto in quanto Presidente della Repubblica. Ho pieno e totale rispetto per questa carica al punto che, nello scrivere queste poche, dolenti righe, è la carica da Lei ricoperta a spingermi a ricercare toni adeguati, a tenermi lontano da insulti o parole volgari, nei Suoi confronti, a tenere a freno lo sdegno furente per lo scempio da Lei perpetrato. Ho pieno e totale rispetto per questa carica al punto che mi impongo di separarla da chi la ricopre, poiché ci sono state altre persone prima di Lei a ricoprire la carica di Presidente della Repubblica, e io intendo parlare del rispetto che ho perso per Lei, non certo per chi l’ha preceduta o per chi, eventualmente, la seguirà. Ho pieno e totale rispetto per questa carica al punto che ogni grammo della mia coscienza civile s’infiamma di sdegno per la Sua decisione, Presidente Napolitano, di firmare il legittimo impedimento, l’ennesima rata che Lei sta facendo pagare agli italiani mentre ciò che resta della Repubblica italiana è svenduta legge dopo legge, decreto dopo decreto, ad un manipolo di malfattori. Circostanza ancora più riprovevole è il fatto che lei sta svendendo qualcosa di cui è garante, ossia la Costituzione, ma di cui non è proprietario. Lei ne è garante, e quindi ne è custode. Se il custode di una casa di proprietà di più di cinquanta milioni di persone vendesse quella casa senza l’autorizzazione legale di tutti i proprietari (tutti e cinquanta milioni), come andrebbe definito quel custode? Lei non può dare a qualcuno qualcosa che non è suo, Presidente, e per questo ha perso il mio rispetto.
    Presidente, Lei non è un precario che guadagna ottocento euro al mese, magari in nero, non vive sotto il continuo, orribile ricatto di un licenziamento che significherebbe una condanna alla miseria, alla strada. Lei non è un giovane laureato che, nel provare la strada da dipendente pubblico, a prescindere dalle qualità individuali è stritolato dalle logiche clientelari dove le eccezioni sono sempre più rare, al punto che chi riesce a farsi avanti davvero con i propri mezzi è visto con odioso sospetto e invidia meschina da chi gli sta vicino, perché se ce la fai, in Italia, è impossibile pensare che tu non sia il servo compiacente di qualcuno. Lei non è una giovane coppia che ha paura all’idea di avere figli perché non sa se avrà i soldi per pagare l’affitto tutti i mesi. Lei non è una donna che, nel fare un colloquio di lavoro, è costretta a mentire alla domanda: “è fidanzata? Ha intenzione di sposarsi?”. Ho rispetto per queste persone, per la frustrazione, il dolore e l’angoscia con cui pagano i compromessi e i ricatti che non sempre riescono ad evitare. Ma Lei, Presidente Napolitano, ha il mandato di tutti gli italiani per opporsi a chi tratta la cosa pubblica come un’azienda privata, ha il medesimo mandato che hanno avuto i suoi illustri predecessori. Lei non è realmente minacciabile o ricattabile: se lo fosse, Lei non dovrebbe in alcun modo ricoprire la carica di Presidente della Repubblica, dovrebbe immediatamente correre a denunciare chi l’ha minacciata. Ma Lei ha invece scelto di garantire a chi l’ha minacciata l’impunità per legge, e per questo ha perso il mio rispetto.
    Lei non ha mai smentito la notizia circa le minacce che Lei stesso avrebbe ricevuto dal Presidente del Consiglio quando si è trattato di firmare il decreto salva-liste, notizia riportata dal quotidiano “Il messaggero” e da Bruno Vespa. Dal momento che non ha smentito la notizia, e dal momento che, soprattutto, non è stata smentita dal Presidente del Consiglio, chiunque abbia a cuore l’amore per la verità e non voglia colpevolmente voltare dall’altra parte la propria coscienza è moralmente obbligato a ritenerla un Presidente sotto minaccia, e quindi inadatto a svolgere il delicato ruolo che ricopre.
    Quanto alle minacce, quali sono le piazze da temere? Quelle semideserte viste in occasione della manifestazione del Pdl? I 150mila manifestanti contati da una questura così clemente da diffondere i dati dopo la fine delle edizioni serali dei tg più seguiti, ossia tg5 e tg1? È bene ricordare che un numero non imprecisato di manifestanti era stato pagato per partecipare, nel pieno spirito di un governo convinto che le persone siano in vendita.
    Ma se anche fossero stati davvero un milione, se anche la maggioranza degli italiani fosse d’accordo con questo declino morale, economico e sociale lungo cui l’Italia si sta inabissando, è bene sfatare una volta per tutte questa colossale scusa, questa menzogna che solo un Potere convinto di poter prosperare sull’ignoranza gretta ed autocompiacente può divulgare.
    Consenso non significa autorità; non in una democrazia, non nella Costituzione su cui hanno giurato i ministri di questo Governo e il Presidente del Consiglio. Hitler andò al governo vincendo regolarmente le elezioni e da lì inizio a gettare, pietra dopo pietra, le basi per il Terzo Reich. Mussolini ricevette l’incarico di formare il suo primo governo dal Re: sempre il Re firmò le leggi razziali. Le pagine più nere della storia del ‘900 iniziarono grazie o al consenso, o grazie alla firma di una carica dello Stato. Iniziarono in seno alla legge. E chiunque, leggendo questa verità inoppugnabile, si sta indignando e vorrebbe magari urlare “e Stalin, allora? E Castro? Pensa ai comunisti, piuttosto!”, chiunque nel segreto della propria mente sta procedendo ad analizzare o ingiuriare il dito che indica il cielo piuttosto che guardare il cielo, può essere definito solo in un modo: stolto. Stolto, sì, perché la possibilità che ha questo paese di salvarsi da se stesso non risiede certo nel vivere la società come gli spalti di uno stadio, insultando le opposte tifoserie e, perché no, i giocatori di colore.
    Presidente Napolitano, quando sarà il momento di raccontare alle generazioni successive ciò che è successo in Italia in questi ultimi vent’anni, ciò che sta succedendo, io non avrò alcun problema ad indicarla tra coloro che avrebbero potuto opporsi e non si è opposto. Non avrò alcun problema a paragonarla a Ponzio Pilato che condannò a morte Cristo e salvò Barabba, il criminale famoso, per evitare disordini popolari. Questa non è più la Repubblica italiana. È la Repubblica di Barabba.

  • Appello Urgente per Narciso Isa Conde: Repubblica Dominicana!

    Appello Urgente per Narciso Isa Conde: Repubblica Dominicana!

    Il seguente appello verrà consegnato alla sede diplomatica della Repubblica Dominicana in Italia.

    Al presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández
    Appello dall’Italia al Presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández affinché si attivi per proteggere l’incolumità di Narciso Isa Conde e della sua famiglia e perché impedisca la realizzazione del piano criminale colombiano-statunitense volto all’eliminazione del noto dirigente comunista dominicano.
    Narciso Isa Conde, intellettuale e dirigente della sinistra rivoluzionaria dominicana, già Segretario Generale del Partito Comunista Dominicano, figura storica nel suo paese nella lotta contro l’imperialismo statunitense, ha partecipato attivamente nel 1965 alla Rivoluzione di Aprile che aveva l’intento di riportare al governo il presidente legittimo Juan Bosch, deposto da un colpo di Stato realizzato con l’intervento degli Stati Uniti a soli sette mesi dalla sua elezione. Isa Conde ha sofferto per questa attiva partecipazione alla liberazione del suo paese il carcere, la persecuzione e l’esilio.
    Egli, sempre coerente nel suo costante impegno rivoluzionario caratterizzato dalla solidarietà internazionalista verso i movimenti di liberazione dei popoli oppressi, non ha mai discriminato nessuna forma di lotta, incluso quella del popolo colombiano. Attualmente fa parte della presidenza collettiva del Movimento Continentale Bolivariano e da anni si batte per una soluzione politica e negoziata del conflitto contrapposta alla soluzione militare di “sicurezza democratica” perseguita dal governo di Álvaro Uribe. Egli inoltre da tempo denuncia i crimini e le violenze che impunemente vengono commesse in Colombia dai paramilitari e dallo stesso esercito colombiano.
    Per questo è oggetto attualmente di una campagna di diffamazione basata su falsità e montata con l’appoggio dei media filogovernativi. Recentemente Álvaro Uribe lo ha definito “leader terrorista”.

    Narciso Isa Conde continua oggi a denunciare piani criminali per attentare alla sua vita organizzati dal governo di Álvaro Uribe Vélez e dai suoi apparati militari e paramilitari in combutta con la Cia.
    E’ già stato oggetto a Santo Domingo di due attentati che soltanto per il sangue freddo degli uomini della sua scorta, e per la folla presente in quel momento, fortunatamente non sono riusciti. Nel mese di maggio dello scorso anno, sua moglie, mentre si trovava nell’aeroporto di Miami in transito verso altra destinazione, è stata fermata e ammanettata dalle autorità statunitensi e obbligata a ritornare nel suo paese applicandole le norme più restrittive delle leggi migratorie in quanto parente di un “sostenitore del terrorismo”. Il divieto di transito negli Stati Uniti è stato esteso anche ai figli di Isa Conde.
    Sappiamo che lo stesso Presidente Leonel Fernández è già al corrente di questi fatti e ha assicurato che avrebbe fatto il possibile per chiarire le circostanze in cui sono avvenuti.
    Secondo le denunce dello stesso Isa Conde, , già rese pubbliche alla stampa, in tali piani criminali vi sarebbero coinvolti una diplomatica di nazionalità colombiano-statunitense di cognome Arena, funzionaria dell’ambasciata degli Stati Uniti in Repubblica Dominicana, l’addetto militare dell’ambasciata colombiana e il generale Mario Montoya attualmente ambasciatore colombiano in Repubblica Dominicana (sul quale pendono gravissime accuse di collusione con i paramilitari nella realizzazione del massacro di San José de Apartadó ed altri).
    Chiediamo pertanto al Presidente Fernández, attraverso la rappresentanza diplomatica della Repubblica Dominicana in Italia:
    •che adotti misure valide sia a livello nazionale che internazionale volte alla protezione della vita di Narciso Isa Conde,
    •che intraprenda indagini serie ed accurate sulle denunce emesse dallo stesso Isa Conde e che le renda note quanto prima,
    •che si attivi presso le autorità statunitensi per chiarire e risolvere la posizione migratoria di lui e della sua famiglia e che venga pertanto assicurato loro il diritto a viaggiare e agli spostamenti.
    L’ambiguità che fino a questo momento ha caratterizzato l’agire rispetto a quanto sopra del Presidente Leonel Fernández non può essere tollerata con l’impegno che un governo deve mettere rispetto alla protezione della vita di tutti suoi cittadini dall’arroganza, violenza e prepotenza di potenze straniere.
    Noi firmatari del suddetto appello confermiamo il nostro incondizionato appoggio a Narciso Isa Conde e alla sua famiglia e speriamo nella realizzazione di una massiccia campagna internazionale per la difesa della vita di tutti/e i/le militanti dell’America latina e del mondo minacciati/e dalla mano criminale del regime colombiano presieduto da Álvaro Uribe Vélez e patrocinato dai falchi del Washington.
    Per sottoscrivere l’appello: annalisamelandri@yahoo.it
    Prime adesioni:
    Associazioni:

    Annalisa Melandri attivista per la difesa dei diritti umani
    Associazione nazionale Nuova Colombia
    Associazione Italia- Cuba circolo Campi Flegrei
    Selvas.org – Osservatorio Informativo Indipendente Americas Martin E. Iglesias, giornalista, presidente
    Circolo Bolivariano “José Carlos Mariategui” – Napoli
    Associzione “L’Internazionale” -Napoli
    Centro Culturale “La Città del Sole” – Napoli
    Redazione Qui News

    Individuali:
    Valentino Morandini
    Fabrizio Lorusso
    Roberto Antonucci, Spezzano Albanese (CS)
    Antonio D’Angelo, architetto, Napoli
    Giorgio Sabaudo
    Gavino Puggioni
    Mauro Pigozzi
    Carmelo Sorbera
    Salvador Tió, Coordinatore Mcb Puerto Rico
    Chiara De Marchis
    Carolina Gala
    Fulvio Grimaldi, giornalista, documentarista
    Sandra Paganini, segretaria Circolo della Tuscia dell’Ass. Naaz. Italia-Cuba
    Anna Palmisano
    Nello Margiotta
    Claudio Bassetti
    Elio Bonomi
    Grazia Bollazzi
    Danilo Pinzo
    Dante Castro Arrasco, Lima
    Antonio Mazzeo giornalista, scrittore

    Valerio Evangelisti, scrittore

  • Diario da Haiti (ultimo). Sopravvivenza, paura e rinascita

    Diario da Haiti (ultimo). Sopravvivenza, paura e rinascita

    di Fabrizio Lorusso
    DafneBNRojo.jpgDafne è bellissima. Dafne è la profondità dell’oceano e l’oro dimenticato dei pirati, è la terra d’Africa emersa in mezzo a uno sciame di isole abbandonate da qualche Dio stanco sull’orizzonte dei Caraibi. Dafne è fisicità assordante e feconda, è l’anima viva del pacifico nella violenza dell’Atlantico, col suo sguardo conteso e straziato da mille predoni e dalla natura. Lei è tranquillità e rassegnazione, forza e fede, povertà e dignità, ma le hanno insegnato a dipendere, a piangere, a difendere il suo pezzo di cielo contro gli altri, contro tutti gli altri suoi simili e dissimili. Ama la dignità del suo quartiere e la comunità che l’ha cresciuta, ascolta sempre la sua musica, il suo Dio, la sua lingua che si prende gioco del francese e dei francesi. Ogni sera Dafne prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di sé stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. Dafne è Haiti, luce in mezzo alla morte.

    Un giorno vorrebbe ricostruirsi una casa e scampoli di vita qui nel suo paese che adesso è una prigione calda e umida, amata e temuta, dalla quale è impossibile uscire, anche volendo, anche provando. Molti suoi compagni d’infanzia, amici e conoscenti non sono più vivi, mentre a lei e ad altri milioni è venuta meno l’esistenza come cittadini: la loro identità dinnanzi allo Stato è stata cancellata dalla madre terra devastante. I documenti di tutti sono spariti, le identità pubbliche e i passaporti giacciono sotto cumuli di macerie o svolazzano in qualche discarica. La vicina Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti, il Messico e l’Europa chiedono visti d’ingresso difficilissimi da ottenere per la maggior parte della popolazione haitiana.
    Dafne ha anche un figlio di quattro anni di nome Jean Paul e spera che il suo destino non sia quello di diventare un mansueto schiavo moderno di qualche multinazionale canadese o americana. Intanto sarebbe già un privilegio se tra un paio d’anni ci fosse la possibilità di mandarlo a scuola, almeno alle elementari, dato che l’educazione è un bene caro e preziosissimo ad Haiti, un paese che vanta un sistema scolastico in cui lo Stato s’è dichiarato sconfitto abdicando alle sue funzioni di base e che è da decenni dominato dalle istituzioni religiose e dai piccoli imprenditori dell’istruzione: questi lo hanno reso altamente escludente e tra i più “privatizzati” del mondo. Alla stessa Dafne mancano un paio di quadrimestri per concludere le superiori visto che tra doveri familiari, come per esempio prendersi cura di un figlio trascurato dal padre biologico, costi proibitivi, uragani, terremoti ed emergenze varie la continuità negli studi non è proprio a portata di mano per lei.
    A pochi giorni dal terremoto su Porto au Prince, quando Jean Paul seguiva sua madre tenendola per mano mentre lei si lanciava alla conquista di uno spazio vitale per piazzare la tenda in mezzo al prato dell’ex campo da golf dell’esclusivo Petion Ville Country Club, si vedevano ancora gli aiuti umanitari che venivano gettati dall’alto, dagli elicotteri verdi degli americani che erano fonte di aspettative e preoccupazioni. Sopravvivenza e viveri in cambio di una nuova occupazione militare? Il ricordo dell’invasione dei marines e delle vittime innocenti del 2004, in seguito al sequestro e alla deportazione nella Repubblica Sudafricana del presidente Aristide realizzata dalla CIA, è ancora fresco ad Haiti e sono numerosi i gruppi che periodicamente manifestano in favore del ritorno di Aristide in patria di fronte alle ambasciate dei paesi che furono più o meno direttamente coinvolti nella destabilizzazione del suo governo come appunto gli USA, la Francia e il Canada.
    Dal terremoto son passate alcune settimane ma anche stasera per Dafne e famiglia l’unica alternativa è dormire sotto un telone di plastica blu con altre dieci persone, alcuni sconosciuti e altri amici d’infanzia e parenti, giovani e vecchi, uomini e donne, tutti insieme in una nuova cellula asfissiante della tendopoli che non ha smesso mai di crescere e che ora alberga più di 60mila persone.
    Cantare e pregare sono pratiche indissolubili ad Haiti e in questi giorni sono forse l’unico palliativo e sfogo collettivi per tutta la sofferenza interiore accumulata dalla gente. Il lutto nazionale del 12 febbraio scorso, decretato dal presidente Preval, s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana successivo con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella spianata centrale di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si riuniscono nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. IoeJean.jpgIl rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri stranieri che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.
    Dopo la catarsi nazionale del week-end di lutto a metà febbraio sembra cominciare una fase di rinascita in città, alcune scuole riaprono, si riaccendono i generatori d’elettricità in alcuni ristoranti e nei piccoli negozi, i ritmi di banche, trasporti e supermercati si normalizzano in qualche modo e le strade principali assumono un aspetto più umano dato che le macerie vengono sgomberate e gli edifici pericolanti sono finalmente protetti da balaustre o nascosti completamente da impalcature e pareti di lamiera. Le notizie sui fondi stanziati dalla comunità internazionale per la ricostruzione e le promesse di rinascita lanciate da preti predicatori e politici messianici puntano a stimolare l’ottimismo laddove la realtà tenderebbe ancora a frenarlo, ma si sa che le idee positive e le ferme convinzioni aiutano a vivere e a creare, dunque speriamo insieme ai nostri anfitrioni.
    In TV hanno passato la notizia della visita lampo del presidente francese Sarkozy il quale ha promesso aiuti e solidarietà, ma non ha voluto parlare del risarcimento che la Francia dovrebbe pagare ad Haiti per restituirle il debito storico che il paese caraibico dovette versare per 144 anni alla potenza europea in cambio della sua indipendenza, ottenuta con una vittoria militare ma non riconosciuta dalla ex madre patria nel 1804. Gli Stati Uniti schiavisti e in espansione ci misero invece 60 anni per riconoscere ufficialmente la prima repubblica libera e indipendente dell’America Latina che s’era emancipata abolendo la schiavitù, pratica comune e legale in molti stati del nascente colosso del nord, ed era composta al 99% da popolazione discendente da africani.
    Ma torniamo all’attualità. E’ la prima volta nella storia che un presidente francese viene in visita nel paese caraibico e purtroppo l’impressione è che si sia trattato di un tour panoramico farcito con una retorica dai toni post coloniali durante il quale un mandatario europeo preoccupato di non perdere il poco d’influenza che gli resta nella regione non risparmia battute irrispettose quando ringrazia il popolo haitiano, parte del mondo francofono ma orgoglioso anche della propria lingua nazionale detta creolo, per aver permesso alla lingua francese di diventare la seconda per importanza alle Nazioni Unite dopo l’inglese. Non credo che i feriti che Sarkozy ha visto per 5 minuti all’ospedale militare si siano veramente commossi in seguito a queste sue toccanti dichiarazioni.
    In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri.
    Il settore agricolo fuori dalla capitale ha tenuto ma non costitutiva comunque un gran traino per l’economia già prima della catastrofe e ora è minacciato dalla massiccia quantità di derrate alimentari e prodotti agricoli che stanno invadendo il mercato e cannibalizzando quelli locali. Per fortuna alcune Ong hanno cominciato saggiamente ad acquistare i beni destinati alla donazione umanitaria dai produttori locali anziché farli arrivare costosamente dall’estero ma ancora non basta. Messafuori.jpgUn’altra maniera efficace di ricostruire ed aiutare sarebbe la previsione e realizzazione di progetti di decentramento della popolazione e dei lavoratori che da “senza tetto” e disoccupati potrebbero convertirsi in piccoli proprietari agricoli nelle regioni limitrofe e nelle zone abbandonate del paese secondo gli schemi del cooperativismo e dell’associazionismo che viene però osteggiato da molti settori dell’elite nazionale avversi a tali a forme di impresa. Proprio in questa direzione vanno gli sforzi di Hurah-Inc, una Ong statunitense che collabora con Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), verso la costituzione di una cooperativa di lavoratori-proprietari a Galette Chambon, località situata a metà strada tra Port au Prince e il confine dominicano (LINK A DETTAGLI SUL PROGETTO).
    Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi come Dafne a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego anche grazie ai contatti del presidente dell’associazione Evel Fanfan. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.
    Ogni mattina io e Diego diamo lezioni di spagnolo a un gruppo di ragazzi della (ex) facoltà d’ingegneria civile dell’Università di Porto Principe che attendono la ripresa delle lezioni e la ricostruzione di alcune sedi della loro casa di studi seriamente danneggiata dal terremoto del 12 gennaio scorso. Nessuno di loro ha perso la casa ma non hanno comunque più nessuna attività che permetta loro di vivere degnamente. Alcuni membri delle loro famiglie si sono rifugiati nelle campagne per non costituire un peso e per cercare qualche piccolo lavoro o almeno una sussistenza alimentare minima.
    Anche la famiglia di Evel, sua moglie con i genitori e i suoi tre figli, sono tornati ad Aquin, loro città d’origine, per cercare condizioni di vita accettabili mentre Evel deve fare la spola tra la capitale e questo paesino di pescatori praticamente tutti i week end. Ci hanno ospitato per un paio di giorni nel giardino di casa e mentre camminavamo per le stradine della cittadina venivamo seguiti da orde di bambini curiosi che ci gridavano senza malizie “blanc! blanc!”, cioè “bianco! bianco!”, immolandosi spasmodicamente davanti agli obiettivi di camere e videocamere per essere immortalati e magari chiederti una monetina. A P.A.P. (abbreviazione per Port au Prince) c’è invece la variante mista inglese-francese per richiamare l’attenzione dello straniero a passeggio, “hey you, hey blanc!”. A volte è meglio non farci caso ma la maggior parte delle volte non ci riesco e mi giro per educazione e per capire se questa volta vogliono dei soldi, delle tende, il cappellino che porto o il sacchettino di uova che ho in mano.
    L’ultima settimana ad Haiti scorre lentamente, è turbata dall’insonnia e da un timore latente provocati da quelle che chiamano scosse di assestamento, ma che solo assestano colpi durissimi a un fragile senso di sicurezza e normalità che noi, i compagni dell’associazione e il popolo delle tendopoli avevamo raggiunto e costruito nelle prime settimane di febbraio. A dir la verità gli stranieri e i visitatori dell’ultima ora non temono i terremoti tanto quanto chi li ha vissuti sulla propria pelle, ma ad ogni modo la relativa tregua che la terra concede tende a tranquillizzare le anime e i corpi di tutti. Dopo due notti in cui la terra oscilla e batte botte, come scriveva il poeta Dino Campana, con colpi di alcuni secondi a 5 gradi della scala Richter, abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della costruzione in cui siamo ospitati da quasi un mese alla zona giardino-parcheggio. La revisione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd, implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare come un branco d’indemoniati.
    La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere il nostro sonno turbato, però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per l’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio ignorante e trasognato. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un boato grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta. La mattina dopo apprendiamo con sgomento che il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato un’informazione falsa ed esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dall’ANSA: il terremoto è stato forte ma “solo” del 4,7 grado scala Richter, non del settimo come acclamato in home page dai principali quotidiani italiani con un titolone rosso sangue che non fa altro che spaventare gli apatici internauti, oltre ai nostri amici e parenti, e attirare qualche visita in più sul sito.
    Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano parzialmente rientrate verso la fine di febbraio, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione delle piogge, prevista a partire da aprile, e degli uragani da luglio-agosto. Questi mesi si caratterizzano da sempre per il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, per il caldo asfissiante e umido e infine per l’endemico proliferare di mosche e zanzare, insetti onnipresenti e accaniti che sono spesso portatori di malattie difficili da curare come dengue e malaria. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando.
    Alcuni di questi ospitano decine di migliaia persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano maiali e capre a volontà. Nell’ultima settimana abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere quotidianamente tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Non parliamo poi delle strade prive di asfalto o cemento che sono in pratica fatte di polvere e terra battuta durante il giorno e restano imbevute di fanghiglia se solo pioviggina un po’ durante la notte. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fango e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione sopra i terreni in cui si dorme e si montano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.
    Ancora oggi a Porto Principe mancano i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica e quindi la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo mentre per avere energia elettrica i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina ma solo per alcune ore al giorno. In compenso la televisione mostra orgogliosamente schiere di tecnici specializzati della compagnia elettrica haitiana che sarebbero al lavoro giorno e notte per stabilire o ripristinare le linee danneggiate dal sisma, cosa che appare agli occhi del telespettatore come una bella fiaba per addormentarsi sereni.
    Da marzo sono di nuovo a Città del Messico sistemando memoria e scritti su Haiti. Il terremoto a Concepcion, in Cile, mi ha impressionato profondamente e ha di nuovo scosso la mia coscienza dato che alcuni amici dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico vivono proprio in quella città e hanno perso la casa. Ciononostante non ho dimenticato la gravità estrema della situazione ad Haiti, anzi. I ricordi, le esperienze e le persone di Porto Principe mi accompagneranno sempre e comunque in Messico, in Italia e nelle pagine di articoli e diari come questo.
    Di nuovo segnalo un blog utile per le donazioni per Haiti e per l’Aumohd che è poi un invito a non dimenticare: http://prohaiti2010.blogspot.com/
    La fine del diario da Haiti pretende d’essere poesia. Un delicato vaneggiamento bilingue tratto dalla serie “Poeticas mentiras” in italiano e spagnolo.
    Haitiana
    Sei stata amore e città per disgrazia
    principessa, ogni volta, conquistata
    bersaglio della polvere e del fuoco estraneo
    vittima delle buone intenzioni
    che sempre han turbato il tuo tempo breve
    e il tuo sacrificio di madre buona e sola.
    Ma se si trattasse di ferite mortali, tutte mute
    io non ti starei ringraziando
    con la mia insolenza da straniero
    perché hai lasciato il mio sguardo libero
    di accarezzare i tuoi occhi d’amara vita.
    Li vedo, profondi d’universo
    scintille nere, stelle esiliate dal cosmo
    tremando come terra rotta
    e le tue pupille d’oscurità sono il mio mistero
    timide come la schiena della luna.
    Abbiamo avuto un giorno di visite tra tombe incrinate
    abbiamo sfiorato gli odori delle anime di notte
    e ci siamo seduti nella solitudine delle macerie.
    Il frastuono delle ossa e dei mattoni
    ha sepolto i silenzi monchi
    ha affogato il porto dei dolori invincibili
    ha sbattuto l’aria contro l’aria
    ha spento il battito della voce inquinata di grigi canti.
    La memoria del mondo ha paralizzato gli orologi
    ci ha ricordato la forza e l’attesa del bambino vagabondo
    ha consolato lo strazio del padrone con la parola dello schiavo.
    Insieme abbiamo pianto l’età senza futuro dell’orfano
    e abbiamo pulito il sangue della terra tremenda e peccatrice
    che è scorso tra quelle due placche uscite dall’inferno:
    ieri, hanno sparato un tuono di violenza sul tuo viso, haitiana mia
    che continui a stare in piedi, orgogliosa delle tue notti senza tetto.
    Haitiana
    Fuiste amor y ciudad por desgracia
    princesa del puerto, marea despojada
    blanco de polvos y fuegos ajenos
    víctima de las buenas intenciones
    que siempre han turbado tu tiempo breve
    y tu sacrificio de madre sola.
    Pero si se tratara de heridas mortales, todas mudas
    no estaría yo dándote las gracias
    con mi osadía de extranjero
    porque dejaste mi mirada libre
    de acariciar tus ojos de vida amarga.
    Los veo, profundos de universo
    centellas negras, estrellas desterradas del cosmos
    temblando como tierra rota
    y tus pupilas de oscuridad son mi misterio
    tímidas como la espalda de la luna.
    Tuvimos un día de visitas entre tumbas agrietadas
    rozamos los olores de las almas en la noche
    y nos sentamos en la soledad de los escombros.
    El estruendo de los huesos y los ladrillos
    sepultó los silencios mancos
    ahogó el puerto de los dolores invencibles
    estrelló el aire contra el aire
    apagó el latido de la voz contaminada de cantos grises.
    La memoria del mundo paralizó los relojes
    nos recordó la fuerza y la espera del niño vago
    consoló el asolo del amo con la palabra del esclavo.
    Juntos lloramos la edad sin futuro del huérfano
    y limpiamos la sangre de la tierra tremenda y pecadora
    que se escurrió entre esas dos placas salidas del infierno:
    ayer, dispararon un trueno de violencia en tu cara, mi haitiana
    que sigues de pié, orgullosa de tus noches sin techo.
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  • Haiti: appello urgente al Presidente René Preval (per diffusione)

    Haiti: appello urgente al Presidente René Preval (per diffusione)

    15,000 quake refugees need Pres. Préval to follow court order
    Three (3) Documents
    1) Press Release, Mar. 18, 2010
    2) English version of CIGC letter to Pres. Préval; Feb. 24, 2010
    3)translation of Court Order May 4, 2006

    1. PRESS RELEASE MARCH 18, 2010CONTACT: For technical banking information: Randolph Voyard, 954 801 9714 bhdvoyard@aol.com
    For human rights context/Version française: Tom Luce, 510-229-3571,president@hurah.org
    To sign the online petition yourself: Open the BHD Pres. Préval

    PETITION TO PRESIDENT PRÉVAL TO OPEN THE HAITIAN DEVELOPMENT BANK (BHD):
    A BETTER SOLUTION TO 15,000 QUAKE VICTIMS


    On February 25, 2010 the officers (pictured with Tom Luce, Jan. 24, 2010) of the land Coop in Galette Chambon (CIGC) wrote Président Préval asking him to execute an outstanding court order for him to open the Haitian Development Bank (BHD). (see English translation below #2)
    The CIGC, moved by the Jan. 12 earthquake, offered to resettle 15,000 refugees on its land. However, in order to begin to handle these many people, the President needs to enable the reopening of the financial agency (BHD) that would allow relief agencies and investors to join the effort.
    The Coop in Galette Chambon (CIGC) has had plans since 1999 for the settlement of Haitians that use sustainable, green agricultural practices, ensure education for all children, and which develop cooperatively owned businesses such as agro-tourism.
    The problem is that the Haitian Central Bank suspended the Haitian Development Bank in 2002 halting all further development. In 2006 the CIGC and the BHD members sued the government in court to reopen the BHD. They won their case but the President has not yet acted to execute the court order.
    As everyone in disaster relief services is eyeing the oncoming onslaught of the rainy season and knowing the repeated disastrous consequences for those already victimized from the new hurricane season, the question is, “Why wouldn’t President Préval follow the court order and allow the immediate preparation of permanent settlement for 15,000 people living in tent cities?
    The CIGC and its allies have now mounted an international petition campaign to convince President Préval to sign the court order and allow this sustainable solution for quake victims to go forward. With the re- empowerment of the Haitian National Bank not only could CIGC absorb 15,000 refugees, but the model could be replicated throughout the country enabling other Coops to absorb thousands more refugees.
    Tom Luce, President of Hurah, Inc.–a human rights advocate for Haitians– met in February with representatives from three different inner city communities, all victims of the Jan. 12 tragedy– Grand Ravin, Pele Simon, Croix-des-Bouquets. When Luce explained what the CIGC offer was, the response of these human rights defenders was unanimous, “give us the green light and you’ll have the 15,000 tomorrow!”
    Living conditions before the quake in these overcrowded neighborhoods were wretched and dangerous. Earning a living, getting schooling for their children, all the basics for a decent life were difficult at best and more often impossible. The vision of an agricultural based, cooperative style community that wasn’t just a pipe-dream seemed like a no-brainer to them.
    “It’s time for President Préval,” says Luce, “ to follow the law and support CIGC in bringing in their sisters and brothers languishing in tent cities to a new way of living in Haiti. “Social entrepreneurship in Haiti has roots in the 1000+ cooperatives working for local development,” says Randolph Voyard, interim president of the BHD.
    “This development requires the backing in the international credit market place provided by the BHD, controlled by the cooperatives. An efficient, rational, sustainable response to the earthquake is what President Préval must support,” according to Voyard.
    note: to obtain a copy of the court order (in French), e-mail Tom Luce president@hurah.org
    ———————–
    2. Letter from CIGC to Pres. Préval
    Translated from the French by Tom Luce, president@hurah.org 510-229-3571, original available by request.
    The Galette Chambon Cooperative – CIGC
    1 Place Charles, Galette Chambon, Ganthier, Haiti Tel 509-39-06-21-02 / 34-67-10-85 / 954=801-9714
    Galette Chambon , Saturday Feb. 21, 2010
    To the President of the Republic of Haiti, Mr. René Garcia Préval
    Mr. President:
    The Galette Chambon Cooperative, CIGIC, greets you and cries with you over our dead and our victims of the earthquake of Jan. 12, 2010.
    Faced with this challenge, the Executive Committee of the CIGC is proposing to you in the name of the 450 founding members its participation in the collaborative project here below which would allow welcoming about 15,0000 displaced persons (IDP) and to integrate them in the settlement plan, “Bel Azuei” on more than 450 hectares surveyed and titled that we have been developing since 2003 with the Haitian Bank of Development, S.A. Having discussed with our partners in Haiti, in France, and in the USA, we have since initiated within the context of sustainable development in “Bel Azuei”, a program to set up, on receivingyour agreement, the following facilities:
    A. 2-4 filtered water wells with a capacity of 10,000 to 25,0000 gallons
    B. A completely equipped field hospital with 500 beds
    C. Kitchens producing 25,000 to 100,000 meals, 25% of which would be sent to Port-Au-Prince
    D. A tractor, a generator, an excavator, two trucks plus maintenance equipment
    E. 1,000 family tents for 5,000 persons
    F. A composting toilet system for 30,000 persons
    G. Two storage depots 1,000 square meters each
    H. School equipment for 7,000 children
    I. Construction of 2,000 family lodging units with an average of 70 sq. meters
    More than 2,000 IDP’s will work on the infrastructure and environmental jobs.
    The implementation of this program requires two actions on the part of the presidency:
    A. Reopen the BHD (Haitian Development Bank)
    Execute the order issued by the County Court of Port-Au-Prince, May 4, 2006, that will give confidence to our financial partners in France and the USA who are ready to structure a credit plan for the construction and production.
    B. Support a local model development project already in existence
    The validation by the Haitian Executive of the development plan, “Bel Azuei” in Galette Chambon that, within the framework of local development strategy in collaboration with the BHD, has already accomplished the management, engineering and urban studies. These studies have been pursued until the present day. This is why the CIGC would be, at this very moment, operational.
    These two actions would confirm the engagement of Haitian actors for their future in Haiti.
    Mr. President, we are counting on your support, about which we have no doubt , for this operation inspired by the common good and a lasting development.
    Pres. Estima Vil, Vice-President: Eddy Dolcius, Treasurer: Bertran Berthier, Secretary: Bouzy Afriette
    Received Feb. 25 at the National Palace.
    =======================================
    3. English Translation of Court Order, May 4, 2006
    (translated by Peter and Tom Luce from the French (French available in toto, 8 pages)

    COURT ORDER May 4, 2006 by Judge Napela Saintil directing the Bank of Haiti (BRH) to follow the procedures of Art. 54 of the decree of Nov. 1980 concerning banking institutions including the naming of a Provisional Comptroller of the Haitian Development Bank (BHD), a case brought on behalf ot BHD shareholders by Randolph Voyard
    (preceded by the minutes of the Court Bailiff)
    On May 4, 2006, a petition was made by Mr. Randoph Voyard, homeowner, living in Port-au-Prince, but with legal residence in the United States of America, identified both by his American passport, [redacted], and by his Social Security number, [redacted], acting on his own behalf and on that of C.V.G. Development and of the BHD, S.A., the Haitian Development Bank, represented by his attorneys Antoine O. Vilaire and Guy Joseph of the Port-Au-Prince Bar Association, respectively identified, verified, having submitted numbers 003-023-186-614840, A-11432 and 003-011-251-7, 591545 and A-1020173, with the offices of one of them hereafter identified as located in this city at #20, Avenue Lamartinière (Bois-Verna)
    I, André Elias, Court Bailiff, registered in and residing in Port-Au-Prince, with identification #003-004-7004, undersigned, gives notice to the following:
    1) The Bank of the Republic of Haiti (BRH), represented by its Governor, Mr. Raymond Magloire, homeowner, living and residing at the headquarters of said Bank, situated in this city on Rue Quai, on behalf of and speaking for Mr. Fernad Celestin, employee
    2) The Haitians represented by the Director General of the General Management of Taxes (DGI), Mr. Frantz Richard, in his central office situated in this city on Rue Paul IV, in front of the Casernes, on behalf of or speaking for the lady who has received my copy and seen my original,
    and hereby declares:
    According to the copy of the Order of final judgment rendered by the presiding judge on April 13, 2006 in the petitioner’s favor, FOR THESE REASONS it was decided that due to the urgency of the matter, consequently, the BRH is ordered to respect in its letter and spirit the prescriptions of Article 54 of the decree of Nov. 14, 1980 : “Nomination of a provisional comptroller to control and manage the assets of its shareholders”, and where shareholders may bring any action permitted by law before the competent jurisdiction should this function not be respected.
    Decision delivered by us, Napela Saintil, Presiding Judge, on this day April 13, 2006, assisted by citizen Toussaint Louis, Clerk of the Court.
    All Court Officers are hereby required and instructed to place this immediately executable order into the hands of the officers of the Public Ministry of Civil Tribunals and to all officials and to the police force to provide active assistance when legally required.
    In accordance with which, the original copy of the present order is signed by the Presiding Judge and Clerk of the Court here named.
    Signed: Napela Saintil, Judge; Toussaint Louis, Clerk of the Court.
    To the plaintiff’s request, his domicile, choice of domicile, and to the power granted to his attorneys and in all the capacities described above, I, the Court Bailiff, mentioned above and signed below, and speaking in the capacity stated above, hereby ORDER in the name of the Republic, of the Law and of Justice, that the requirements of the court order consisting of the naming of a provisional Comptroller must be abided. This, by virtue of article 54 of the decree of November 1980 concerning banking institutions;
    So that no pretext such as ignorance can be claimed, I, The Court Bailiff, above named and signed below and acting and speaking in the same capacity, leave a copy of the order separately with the Haitian State and also with the BRH as represented above, and leave a copy of the Ordonnance upon which the order is based as well as its explanation. To which act I affix a special stamp of the JPT both on the original as well as on the copy. The cost is seven hundred gourdes.
    —————————————
    Tom Luce, President
    Hurah, Inc. – Human Rights Accompaniment In Haiti
    800 US Advocates – a Vermont 501(c)(3)
    1515 Fairview St. Apt. 3
    Berkeley, California 94703-2317
    E-mail: president@hurah.org
    Web: http://hurah.org
    Skype Name: tomluce
    510-229-3571 Berkeley
    510-926-3465 Port-Au-Prince
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    at Lulu’s
    To donate (tax exempt org 501(c)(3)) send check to “Hurah, Inc” c/o
    Florencia Blackburn
    2325 Adeline St.
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