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Truffare una banca e altre storie

Segnalo l’introduzione “Invito alla lettura” scritta da Raul Zecca per il romanzo di Augusto “Chacho” Andrés, Truffare una banca…che piacere! E altre storie. Lo stesso Raùl Zecca Castel è il traduttore all’italiano dell’opera per la casa editrice ZeroInCondotta, 2012, pp. 180, € 10,00. Il testo è uscito oggi suCarmilla ed è un interessante excursus sulla storia uruguaiana oltre che un teaser efficace dei testi contenuti nel libro di Augusto Andres. Buona lettura.Terra lungamente contesa dall’Impero coloniale spagnolo e da quello portoghese, che ne rivendicarono vicendevolmente la scoperta e la sovranità per più di 300 anni, l’attuale Repubblica Orientale dell’Uruguay ottenne l’indipendenza il 25 agosto del 1825. A conquistare quel prezioso baluardo di libertà fu il celebre gruppo dei “Trenta y Tres Orientales” guidato dall’Ufficiale Juan Antonio Lavalleja e così passato alla storia perché formato da soli trentatré uomini che al grido di Liberar la patria o morir por ella il 19 agosto 1825 intrapresero quella “Cruzada Libertadora” tesa a riscattare la Provincia Orientale del neonato Stato brasiliano. Fu per quell’occasione che venne realizzata la bandiera riportante l’iscrizione Libertà o Morteconsiderata uno dei simboli nazionali dell’identità uruguaiana.
La conquista dell’indipendenza, tuttavia, non coincise affatto con l’inizio di un periodo di stabilità interna; al contrario, il paese restò in balia della lotta per il potere ingaggiata dai due principali schieramenti politici del tempo, i Blancos e i Colorados, formazioni partitiche che dovevano il loro nome alle diverse tinte delle fasce indossate durante la lunga guerra civile che li vide combattersi per quasi l’intero secolo.
Con l’affermarsi del Partido Colorado al governo, la prima metà del Novecento fu segnata da una forte spinta riformatrice che portò l’Uruguay a livelli di sviluppo sociale ed economico paragonabili solo con quelli delle più avanzate nazioni europee, tanto da guadagnarsi la notorietà nei termini della “Svizzera d’America”. Importanti conquiste vennero realizzate sia sul piano dei diritti civili (suffragio universale femminile; abolizione della pena di morte; legge sul divorzio; scuola elementare gratuita, laica e obbligatoria), che su quello dei diritti del lavoro (giornata di 8 ore; divieto di lavorare per i minori di 13 anni; riposo di 40 giorni per le donne incinte; assicurazione antinfortunistica obbligatoria; piano pensionistico; liquidazione), oltre che sul piano economico, dove furono intrapresi provvedimenti che dal punto di vista finanziario risultarono molto vantaggiosi, come ad esempio la nazionalizzazione delle due maggiori banche del paese e dei trasporti ferroviari.
In seguito alla fine della seconda guerra mondiale, nondimeno, la drastica riduzione delle esportazioni di carne determinò una forte crescita della disoccupazione e dell’inflazione, rivelando una politica economica del tutto arretrata, ancora troppo dipendente da pochi interessi vitali come quelli della produzione, della conservazione e della distribuzione della carne; mercato fondato su allevamenti estensivi e industrie frigorifere che, nella maggior parte dei casi, erano nelle mani di un ristretto gruppo di latifondisti per di più vincolati con le alte classi dirigenti della capitale.
La crisi economica, sociale, e soprattutto politica che ne derivò produsse una situazione di malcontento generale che si tradusse in un aumento esponenziale del conflitto sociale, raggiungendo livelli di tensione che ben presto sarebbero sfociati nella violenza armata.
Risale al 1956 la fondazione della Federazione Anarchica Uruguaiana (FAU); ai primi anni ‘60 quella del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros (MLN-T); e rispettivamente al 1968 e al 1969 quella della Resistenza Operaia e Studentesca (ROE) e dell’Organizzazione Popolare Rivoluzionaria 33 (OPR33), entrambe braccia della FAU: politica l’una, armata l’altra. Quest’ultima, l’OPR33, balzò improvvisamente agli onori delle cronache il 16 luglio del 1969 quando rivendicò il furto dal Museo Storico Nazionale di Montevideo della bandiera originale dei “Trenta y Tres Orientales”. Quell’antico grido disperato di Libertà o Morte ritrovava così nuova voce tra le genti dei quartieri più poveri di una città che sembrava volersi concedere troppo facilmente al gioco dei grandi profitti per pochi e delle briciole per tutti gli altri.
La prima parte del libro di Augusto Andrés è divisa in cinque ampi capitoli che prendono il nome da altrettanti protagonisti della storia del movimento anarchico uruguaiano. Di ognuno di essi viene tracciata una biografia essenziale, intima, per nulla accademica o manualistica, che segue le orme delle vicende e delle scelte più difficili e umanamente costose delle loro vite. Ma il filo di ogni storia si intreccia inevitabilmente con quello di tutte le altre per tessere una preziosa tela della memoria che – maledizione di Penelope – la notte del tempo, ma soprattutto la voragine della dittatura con il suo carico di terrore e morte, ha cercato in tutti i modi di disfare. Eppure, a dispetto dell’angosciante necrologio che chiude le pagine di questo libro, non abbiamo tra le mani le tristi cronache del dolore di un sopravvissuto ma, tutt’al contrario, l’antologia di una passione mai sconfitta, racconto di un’umanità altra che è ancora viva nei ricordi e nei sogni dell’autore, protagonista anch’egli di quel tempo in cui utopia e Storia sembravano tenersi per mano con la stessa autentica solidarietà che unisce i diversi personaggi di queste vicende.
Persino la struttura narrativa del testo, in qualche modo, segue il passo concitato dei ricordi affidando la cronologia degli eventi alle suggestioni che di volta in volta la memoria offre. Non ci si sorprenda dunque se il tempo dell’azione si prodiga in generose acrobazie spostando improvvisamente l’attenzione del lettore su avvenimenti a prima vista non attinenti e lontani negli anni rispetto a quelli appena trattati: ogni vicenda narrata, infatti, è l’istantanea di un album infinito che l’eco del tempo sfoglia incessantemente. Nondimeno, ognuna di queste vicende continua a far parte di un’unica storia, un unico sogno di libertà simile a quello realizzatosi nel 1971 a Punta Carretas quando grazie ad un lungo tunnel scavato da anarchici e Tupamaros assieme scapparono dal carcere centosei prigionieri politici: un record nella storia dell’evasione. Con il passare degli anni, poi, molti di quei fuggiaschi avrebbero conquistato la fiducia di gran parte della popolazione ottenendo conferme politiche che solo fino a qualche tempo prima sarebbero state inimmaginabili. È questo il caso ad esempio di José Mujica, ex guerrigliero dell’MLN-T ed attuale presidente della Repubblica Uruguaiana. Ma il segno dei tempi si rivela in tutta la sua originalità anche nell’ultima peripezia che ha visto per protagonista il carcere di Punta Carretas, trasformato nel 1994 in un immenso centro commerciale.
Prima ancora, con l’avvento del colpo di stato di Juan M. Bordaberry nel giugno del 1973, in tanti, tra anarchici, comunisti, Tupamaros e dissidenti vari, avevano deciso di espatriare in Argentina, nella vicina Buenos Aires, da dove avrebbero continuato la loro lotta per la giustizia sociale. Nemmeno tre anni più tardi però anche l’Argentina sarebbe caduta sotto il pugno di una feroce dittatura, e così, molti di coloro che riuscirono a scampare alla dura repressione che fu messa in atto dalla Giunta militare guidata da Jorge R. Videla, scelsero nuovamente la via dell’esilio, questa volta però trovando rifugio in Europa, soprattutto – è il caso dell’autore – in Francia. Tanti altri, invece, e tra questi anche alcuni dei protagonisti di queste pagine, finirono in uno dei numerosi Centri Clandestini di Detenzione, come quello ricavato nella sede della concessionaria “Orletti”, dove più di 300 persone furono sequestrate e brutalmente torturate nel quadro della famigerata “Operazione Condor”. Della maggior parte di queste non si ebbe mai più notizia e i loro nomi andarono ad aggiungersi a quelli delle migliaia di desaparecidoslatinoamericani.
La seconda parte del libro ci porta dunque a Parigi, tra le diverse comunità in esilio, ed occupa un intervallo di tempo che va dal 1976 al 1985, anche se non mancano brevi riferimenti alla guerra civile spagnola, alla Comune o alla rivoluzione cubana. Protagonista assoluto, qui, è Lucio Urtubia, anarchico spagnolo celebre per aver portato nel 1982 la First National City Bankdi New York sull’orlo del fallimento, falsificando migliaia di travellers cheques per un valore stimato in diverse decine di milioni di dollari. Muratore piastrellista – professione da sempre rivendicata con orgoglio – Lucio era fuggito a Parigi dopo aver
disertato il servizio militare; qui aveva conosciuto il leggendario Francisco “Quico” Sabaté e alla sua morte, avvenuta nel 1960, ne aveva ricevuto in eredità la mitragliatrice Thompson, simbolo di una lotta che non era ancora chiusa.
Lucio, però, non è uomo d’armi. La sua guerra si combatte nelle filiali di tutte le banche d’Europa – e non solo – con innocue munizioni di carta: riproduzioni perfette di travellers cheques americani. Un affare milionario con il quale finanzia le più diverse organizzazioni rivoluzionarie del mondo: dall’ETA alle Black Panthers, da Action Directe ai vari gruppi guerriglieri sudamericani; Tupamaros e anarchici uruguaiani compresi.
È così che durante i primi anni ’80 due tessere apparentemente distanti di un puzzle sempre più complicato da decifrare entrarono in contatto stabilendo nuovi sorprendenti intrecci di mondi, storie, sogni: utopie mai dimenticate che, come il mondo nuovo di Durruti, abitano il cuore di ognuno dei personaggi di queste vicende.
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¿Qué pasará en Italia tras las dimisiones del Primer Ministro, Enrico Letta?

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] En Italia la eutanasia no es legal, pero en la arena política todo se vale. Matteo Renzi, alcalde de Florencia y nuevo secretario del partido de mayoría relativa en el parlamento, el PD (Partido Democrático), ha decidido, con el apoyo de más del 80% de la dirección del partido, desconectar el respirador del gobierno de Enrico Letta, quien apenas tenía unos 10 meses como primer Ministro. “Era más fácil esperar un lento desgaste, pero nosotros queremos asumir nuestras responsabilidades, la política tiene el deber de arriesgarse”, ha dicho Renzi para justificar la imposición de un cambio.
El Jefe de Gobierno, quien en enero estuvo tres días en México por una gira oficial en la que encontró a Peña Nieto y Miguel Ángel Mancera, entre otros políticos mexicanos, anunció sus dimisiones después de que su propio partido, el PD, votara la moción de Renzi. Ahora, él es el principal candidato para “el paso del testigo” en la jefatura del ejecutivo nacional. Matteo Renzi, de 39 años, se ha presentado como una novedad en el escenario político italiano y en diciembre ganó las primarias del PD. También se ha autodefinido el “desguazador” o “demoledor” de la antigua clase dirigente del partido y, en general, del viejo sistema político.
Los democráticos de centroizquierda no cuentan con la mayoría de los parlamentarios ni en la Cámara (293 sobre 630), ni en el Senado (108 sobre 315). Por eso, después de las elecciones generales del febrero del 2013, al no existir una mayoría estable en ambas ramas del Parlamento, ya fuera de izquierda o de derecha, el Presidente de la República, Giorgio Napolitano, dio el encargo de formar el gobierno a Enrico Letta, un candidato de “compromiso” que obtuvo el voto de confianza y una mayoría de consensos parlamentarios gracias al PD, al centro de Scelta Civica (Elección Cívica, partido democristiano al que pertenece el ex primer Ministro tecnócrata Mario Monti) y al PDL (Partido de las libertades) de Silvio Berlusconi.
Sin embargo, esa mayoría no duró mucho, pues Berlusconi, condenado por fraude fiscal en el mes de agosto pasado y expulsado del Senado, retiró su apoyo al gobierno. Entonces, desde noviembre de 2013, Letta tuvo que sobrevivir políticamente y como Jefe de Gobierno gracias al PD, a Scelta Civica y a NCD (Nuevo Centro Derecha), un partido nacido de la escisión del PDL, llevada a cabo por el ex delfín del Cavaliere, Angelino Alfano.
Al mismo tiempo, Berlusconi, colocado más a la derecha respecto del NCD, volvió a los orígenes y rebautizó su criatura política con el nombre de Forza Italia, justamente como se llamaba su partido en 1994 cuando ganó sus primeras elecciones.
El líder del Nuevo Centro Derecha y actual Secretario de Gobernación, Alfano, comentó que su partido está “disponible” a seguir apoyando un gobierno junto a los Democráticos, sin embargo, “no a un gobierno de centroizquierda”. En este sentido, es difícil entender cómo se impulsarán los cambios que hacen falta para el país, pues la mayoría que, posiblemente desde la próxima semana, dará el voto de confianza a un gobierno del líder democrático Renzi será la misma que ahora está apoyando a Letta, salvo algunos pequeños cambios, quizás, de grupos menores. Renzi ha pedido que empiece una “nueva fase”, dados los escasos resultados económicos del país y el inmovilismo en materia de reformas políticas, y lo mismo habían pedido con creces algunos probables “artífices externos” de este cambio abrupto como Confindustria (confederación de industriales) y Berlusconi, quien tiene más afinidades con el joven líder de los democráticos.
Es una apuesta muy difícil, porque el secretario del PD arriesga en una jugada única su capital político, conquistado en los últimos años con una presencia mediática excepcional, eslogan y mercadotecnia eficaces, retóricas generacionales y de renovación o desguace de una clase política “vieja”.
Renzi pretende llevar a cabo un cambio de la guarda según el cual el líder del partido principal, aunque no es de mayoría, toma el mando del gobierno por el tiempo que falta al término del periodo legislativo, o sea, hasta 2018. No se trata, mantiene el secretario del PD, de un proceso contra el actual gobierno y Letta, sino de “un cambio de paso” para modificar dirección y velocidad de las reformas políticas y de las medidas económicas que Italia necesita para salir de una recesión que, en el resto de la Eurozona, parece alejarse con ritmos más acelerados.
A este punto, circula la hipótesis de que el presidente de la República Giorgio Napolitano, elegido por el parlamento en 2013 para cumplir un segundo mandato como Jefe de Estado frente a la ausencia de alternativas viables y tras el escaso empuje innovador de la clase política, podría dimitir y dar paso a su sucesor. El Parlamento que lo votó el año pasado no ha cambiado su composición, sin embargo, el momento político es más propicio para un cambio.
En efecto, “Rey Giorgio”, como ha sido llamado el presidente por su fuerte presencia institucional, dado el descredito de los partidos, y, asimismo, por sus excesos en el uso de prerrogativas y atribuciones, ya ha sido cuestionado por diferentes fuerzas políticas y sociales, pues sus proyectos de gobiernos de coaliciones amplias (Monti en 2011 y Letta en 2013), apoyados por partidos de todo el espectro parlamentarios no resultaron muy exitosos, pese a la supuesta “estabilidad” y credibilidad internacional que pretendían engendrar.
Lo más probable, mientras tanto, es que entre mañana y pasado mañana, Napolitano dé a Matteo Renzi el encargo de formar un nuevo gobierno y que empiecen las consultas de las fuerzas políticas con él para acordar un plan de gobierno y una lista de secretarios que obtenga el voto de confianza de la mayoría de los parlamentarios en las Cámaras. Es casi seguro que nazca un nuevo ejecutivo sostenido por los mismos partidos que sostenían a Letta (PD, NCD, Scelta Civica) y con un programa renovado que incluya medidas económicas más atrevidas y aquellas reformas institucionales que, en estos meses, no se han concretado como la del Senado y la nueva Ley Electoral. El reto, aunque parezca banal decirlo, será cumplirlo.
LamericaLatina.Net / Twitter @FabrizioLorusso
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Las “Formas de espiritualidad maya” de Antún Kojtom en Milpa Alta y DF

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] Con motivo de la reapertura del Museo Regional Altepepialcalli en la Delegación Milpa Alta (Av. Yucatán, esquina con Michoacán), mañana 13 de febrero a las 17 horas, se inaugura la exposición pictórica Formas de espiritualidad maya del artista del pueblo, tzeltal Antún Kojtom (aquí link al cartel del evento). El autor dará una conferencia y habrá proyección de los documentales de los directores Chiara Paganini (Italia) y Diego Amando Moreno Garza (Chiapas) sobre el artista y el colectivo “Gráfica Maya” fundado por el mismo en 2007.
Las 19 obras de la exposición han ido circulando por el país. De la “Casa de Cultura Ixcatepec” de Tepoztlán (Morelos) en mayo 2013, a la “Universidad Fray Luca Paccioli” de Cuernavaca en julio 2013, del “Museo de Arte Virreinal y Casa Humboldt” de Taxco (Guerrero) en octubre 2013 al DF, en esta ocasión. Su camino seguirá, a finales del mes de febrero, por el Festival de dos Culturas México-Italia “Cruzando Fronteras” en Mahahual (Quintana Roo) del 1 al 8 de marzo 2014.
Antún Kojtom es un artista maya del pueblo tzeltal de Chiapas. Nacido en 1969 en Ch’ixaltontik, una comunidad del municipio de Tenejapa, creció siguiendo las antiguas tradiciones del lugar por el aislamiento que caracterizaba su comunidad de origen. Es un pintor autodidacta e impresor, dibujante, muralista, y desarrolla su propio estilo, que define chamánico, gracias a un trabajo que pretende contrarrestar el constante genocidio cultural maya y rescate su identidad, cosmovisión y espiritualidad. O sea, el Ch’ulel: energía, consciencia, Dios interior, dualidad, espíritu. Un elemento vinculado con la muerte, el fuego, los animales y la naturaleza.
Todo ello se ve reflejado en sus obras y en la labor que realiza con el colectivo Gráfica Maya, grupo que fundó en 2007 en la ciudad de San Cristóbal de las Casas, Chiapas. Después de un aprendizaje experiencial y artístico en Puerto Vallarta, en 1993, Antún volvió a sus tierras y empezó a impartir talleres gratuitos de dibujo y grabado a niños y jóvenes. Se trata de un trabajo artístico-social-espiritual que ha sido documentado y estudiado por diversos investigadores independientes, de universidades nacionales y internacionales.
El pintor será acompañado por Marco Turra, integrante-promotor del colectivo “Gráfica Maya” de origen italiano, quien desde hace años apoya al artista chiapaneco, comparte con él y su pueblo la cultura solidaria y la memoria, y escribió un texto específico al respecto titulado: “Tesis con Ch’ulel: la espiritualidad del arte maya en Chiapas”. En éste, Turra, explica cómo comienza la verdadera vocación de Antún para volverse dibujante y pintor, pues esta profesión “se convierte en un refugio y fuente de alivio frente a las continuas discriminaciones sociales y étnicas sufridas por ser indio”.
Antún ha expuesto en Estados Unidos, Italia, Francia, España, Bélgica, Brasil Guatemala, Austria y en los estados de Chiapas, Tabasco, Morelos y Guerrero. En Colombia, ha sido invitado como intelectual de los pueblos originarios para presentar la reflexión: “Ch’ulel, las formas de la espiritualidad maya entre los tzeltales de Chiapas”. La misma idea inspiró el mural, realizado en 2012 en el Teatro de la Ciudad “Hermanos Domínguez” de San Cristóbal, dentro del proyecto “Murales de Chiapas: Alma y Corazón” de CONACULTA-Chiapas.
Se trata de su primera exposición personal de Antún en el Valle de México, justamente en la delegación Milpa Alta del Distrito Federal, que es el lugar donde más se mantienen vivas las tradiciones de las Culturas Originarias. Asimismo, el evento representa la introducción a la “Celebración a la Cultura Comunitaria”, una semana cultural que se llevará a cabo del 18 al 22 de febrero en la Universidad Obrera de México “Vicente Lombardo Toledano”, en ocasión del primer día del año once Lagartija del calendario tolteca.
La riqueza de esta celebración está en la participación colectiva según cuatro principio comunitarios toltecas: Trabajar en comunidad, Trabajar para la comunidad, mantener el Patrimonio comunitario y la Responsabilidad colectiva, cuyas enseñanzas se han colocado como orientadoras del actual repensar social. Además, el evento prevé el primer encuentro nacional de productores de amaranto, la presentación del proyecto canasta básica solidaria, reunión de experiencias nacionales e internacionales de dinero comunitario, muestra de medicina tradicional (métodos de sanación de los pueblos originarios del valle de México) y diversas actividades culturales tales como cine, teatro, danza, conferencias y espacios de discusión y debate. Twitter @FabrizioLorusso
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Alemania, los derechos y la Europa de dos velocidades

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] El gobierno alemán presidido por la canciller Angela Merkel, garante máxima de las políticas de austeridad presupuestal y ajuste en la Unión Europea, está dando señales de un posible ligero giro hacia la izquierda, por lo menos a nivel interno. En cambio, con respecto de las obligaciones que conciernen los otros estados europeos, en especial los más golpeados por la crisis como los mediterráneos, no ha habido ninguna señal de apertura y flexibilización del rigor macroecónomico.
Tras las elecciones alemanas del 22 de septiembre de 2013, el ejecutivo pudo nacer gracias al apoyo de una coalición entre los socialdemócratas del SPD y los demócratas cristianos de la CDU/CSU, y ahora las SPD está avanzando en su agenda social con medidas que, en el resto de Europa, no sería posible aprobar ni empezar a discutir: se va a permitir la jubilación de los trabajadores a los 63 años y con 45 años de cotización. Un pequeño paso, pero significativo.
Se habla de unas 900.000 personas interesadas por la norma y de un costo total de 11.000 millones de euros anuales. El ex canciller Gerhard Schröder (1998-2005) criticó la medida, pues había sido él quien elevó la edad del retiro de los 65 a los 67 años, estableciendo un modelo para todos los demás países que, por las buenas o por las malas, se adecuaron al nuevo estándar.
Merkel dijo que “la humanidad de una sociedad se mide según el trato que dé a los débiles, sobre todo cuando son mayores y están enfermos”, y en efecto también se contemplaron mejoras en las pensiones para las madres y las personas no autónomas. Aún falta una votación en el Bundestag, pero allí la coalición oficialista goza de una mayoría de votos del 80%.
El gobierno igualmente introdujo el salario mínimo interprofesional o común de 8.50 euros por hora y garantizó que no habrá subidas de impuestos para implementar estas decisiones. Alemania sigue un modelo laboral de “flex-security” en el cual van de la mano la flexibilidad en entrada y en salida del mercado laboral y una seguridad social universal y muy eficaz. Por su lado el principal partido opositor Die Linke (La Izquierda) ha criticado la ley por prever prestaciones insuficientes.
Merkel también anunció su apoyo para la aprobación de una medida respaldada por los socialdemócratas la cual pretende imponer una cuota femenina del 30% en los consejos de administración de las empresas: “Una economía social de mercado necesita de una gran competitividad y sabemos por nuestra experiencia que ésta es mayor cuando hombres y mujeres tienen las mismas oportunidades […] Por eso vamos a establecer para todos los consejos de supervisión y administración de voto obligatorio y los de empresas cotizadas una cuota femenina de al menos 30%”, dijo frente al Congreso. La norma, como está concebida ahora, podría interesar potencialmente unas 120 empresas, pero si se extendiera a las compañías grandes no cotizadas, afectaría a unas 2600.
Recientemente, el famoso economista de Harvard, Dani Rodrik, sugirió tres medidas, quizás con reminiscencias keyenesianas, para solucionar la crisis en Europa y, sobre todo, para mantener viva a la moneda única: aumentar las transferencias Norte-Sur, la inflación y los consumos en Alemania, la llamada “locomotora” continental. Parece que en Berlín se están siguiendo sus consejos e, inclusive, el país ha sido regañado a causa de su superávit excesivo (exporta demasiado) por parte de la Comisión Europea que, asimismo, aconsejó aumentar la inversión, estimular el consumo y los salarios internos. La Comisión sostiene que sólo ésta es la vía para que los sacrificios de los países del Sur rindan sus frutos.
Sin embargo, mientras tanto, en Italia, España, Grecia, Chipre, Portugal e incluso Francia, el descontento crece, porque las pensiones y el estado de bienestar se siguen recortando, el Estado se retira en todos los sentidos, en un entorno explosivo con tasas de desempleo de dos dígitos y una entera generación empujada a emigrar al exterior. Se legitima así, y las consideraciones de Rodrik y de la Comisión Europea lo confirman, una Europa de dos velocidades que, en parte, ya era un hecho y que ahora va repartiendo tareas y especializaciones productivas, pero también derechos laborales y sociales, de manera asimétrica y menos solidaria.
Twitter @FabrizioLorusso
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Italia y México se encontrarán en Mahahual

[Fabrizio Lorusso – Variopinto al día] Mahahual está donde termina México. Es un pueblito que se asoma al Mar del Caribe, en el extremo sur oriental de la península de Yucatán, pegado a Belice y a unos 140 km de carretera de Chetumal. Es la última frontera ubicada entre el arrecife y el manglar y está en primera línea en la lucha contra la contaminación que los amenaza. Esta pequeña ciudad de pescadores, sin perder su identidad, progresivamente se ha ido transformando también en un sitio ecoturístico alternativo, con respecto de las muy concurridas localidades de Cancún, Tulum y Playa del Carmen.
Es en este pueblo donde se van a encontrar la cultura italiana y la mexicana gracias a la segunda edición del Festival de dos Culturas “Cruzando Fronteras” que, entre el 1 y el 8 de marzo, recibirá al público en general y a un centenar de invitados, entre ellos artistas plásticos, periodistas, escritores, actores, músicos, pintores, cantantes, académicos, artesanos, guionistas y fotógrafos. Entonces, por segundo año consecutivo, Mahahual y el Estado de Quintana Roo, la entidad en que se encuentra esta playa paradisiaca, se convertirán en un cruce de culturas, en una frontera virtual entre los dos lados del charco, entre México e Italia, el Mediterráneo y el Caribe.
“Somos soñadores y nos atrae un gran reto: crear un Festival Cultural que una nuestras dos culturas que han estado siempre en contacto y se han comunicado entre sí: la mexicana y la italiana”, se lee en la página del evento. Esta manifestación es única en México y Centroamérica y está pensada “para los que sienten la necesidad de soñar, de nutrir utopías dentro de un viaje colectivo” que tiene significado por las emociones que se viven a lo largo del camino.
Por 8 días se compartirán los trabajos de artistas e intelectuales mexicanos e italianos, pero el objetivo es también sensibilizar acerca de la defensa de la naturaleza y de los equilibrios en peligro en este sitio ecoturístico. La cultura no es un fin en sí misma y se acompaña de la voluntad de promover el lugar y sus bellezas, por un lado, y de la capacidad de llamar la atención sobre el peligro ecológico que corre la región entera, por el otro.
“La corriente del mar, trae la basura de todo el mundo, miles de toneladas de basura, sabemos que es e distintos continentes porque vemos botellas de Venezuela, España, Estados Unidos, por lo que este Cruzando Fronteras también será un foro de reflexión de cómo atender este problema”, expresó Luciano Consoli, presidente de la Fundación Mahahual y organizador del evento.
Cruzando Fronteras es un Festival independiente organizado por locales, aunque se vale del apoyo de un conjunto de instituciones italianas y mexicanas como el Gobierno del Estado de Quintana Roo, el CONACULTA, el Ayuntamiento Othón P. Blanco y el de Bacalar, la Embajada de Italia en la Ciudad de México y su oficina cultural, la Fundación Mahahual, la Universidad de Quintana Roo, el Instituto Italo-Latinoamericano y el Fideicomiso Gran Costa Maya, entre otras.
Las actividades previstas son de las más diversas: la escritora de origen italiano Ángeles Mastretta va a presentar su nueva obra, se inaugurarán exposiciones fotográficas, además de debates y tertulias sobre temas culturales y sociales. El pueblo será invadido por exposiciones permanentes de pintura y escultura, presentaciones de libros con los autores y encuentros, sesiones de meditación y proyección de documentales sobre los temas más variados como las economías alternativas, la Santa Muerte, la literatura de varios países, la situación de Haití, la espiritualidad y los “mantras mexicanos” con Prem Dayal, el arte maya, la fotografía, el periodismo en México e Italia. La actriz italiana Maria Teresa Trentin amenizará con su teatro de títeres. También habrá conciertos nocturnos de reggae con Congal Tijuana, de country con Javier Trejo, de blues con Alberto Colombo, Fer Ruvel y Edher Corte, de rock con Se renta baños, de clásica y piano con Luca Rebola y María Carmen Delgado, de baile y canción popular con Corazón y Vida Maya, entre otros.
De particular interés es el proyecto de “Museo a cielo abierto” con el cual se pretende transformar la apariencia de la ciudad. De hecho, dentro del legado cultural que dejarán los artistas en Mahahual, se encuentra un monumento de seis metros a base de material reciclado. Será un monumento al mar, que realizará la escultora argentina Sabrina Coco, usando 30 mil botellas de plástico PET, y que se ubicará en la entrada de la comunidad para convertirse en un nuevo símbolo de Mahahual. El material empleado para esta obra escultórica, es producto de las jornadas de limpieza que se realizan por la costa en un área ubicada entre Xcalak y Mahahual, donde caprichosamente las corrientes marinas arrojan estos desperdicios procedentes de tres continentes.
Consoli también destacó que, además de los murales que ha realizado el pintor Eddy Prigol en fachadas de hoteles y casas, habrá una presentación del escritor italiano Pino Cacucci, autor de novelas sobre México como “El polvo de México”, “Puerto Escondido”, “Tina” y “San Isidro futbol”, quien escribió su nuevo libro “Mahahual, un paraíso no reciclable”, justamente sobre el problema ambiental de esta zona. Pese a la amenaza ecológica en el horizonte de Mahahual, aún prevalecen el verde de la selva al oeste y un océano azul cristalino al este, No obstante, no se sabe por cuánto tiempo será así. Mientras tanto, quedamos en la espera del Festival. Twitter @FabrizioLorusso
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Mario González y la fábrica de culpables mexicana

[Fabrizio Lorusso – VariopintoAlDía] El blog de solidaridad con el preso político Mario González, activista estudiantil condenado el 10 de enero pasado a 5 años y 9 meses de prisión por “ataque a la paz pública”, publicó un pronunciamiento el 8 de febrero e invitó a participar en el mitín de apoyo que se realizará durante su audiencia, el martes 11 de febrero a las 11 am, en calle Río de la Plata #48 (cerca de metro Sevilla).
El estudiante anarquista Mario González fue bajado de una camioneta y detenido por la policía, junto a un grupo de compañeros, de manera arbitraria el pasado 2 de octubre, antes de que se incorporara a la marcha de conmemoración de la matanza de Tlatelolco de 1968. La detención fue simplemente preventiva y los cargos fabricados, según explica su comité de apoyo. El caso de Mario ha despertado mucha solidaridad internacional y nacional, por lo cual se sumaron muchas organizaciones, colectivos e intelectuales como Noam Chomsky a las iniciativas de apoyo que constantemente se realizan en la Ciudad de México y en las redes sociales. Además del mitín del 11 de febrero, también se prevé una Jornada político-cultural el 13 de febrero en el CCH Azcapotzalco a partir de las 12.
“Después de haber sido torturado, incomunicado y de que se le revocara la libertad bajo fianza, a la cual tenía derecho, Mario ha debido permanecer preso desde el 2 de octubre de 2013 hasta ahora, sin pruebas en su contra y sujeto a abusos de las autoridades penitenciarias”, detalla el mensaje del comité de apoyo para la libertad de González, pues en efecto todo el proceso se basa en testimonios contradictorios de oficiales de la policía quienes ni siquiera lo identificaron como autor de los hechos.
Mario mantuvo una huelga de hambre de 59 días como protesta contra su detención ilegal a partir del 8 de octubre. El 10 de enero, la juez Marcela Ángeles Arrieta emitió su condena, “bajo consigna y órdenes del gobierno del D.F.”, según el mensaje lanzado en el blog. Adrián Ramírez López, director de la Limeddh (Liga Mexicana para los Derechos Humanos) dijo en conferencia de prensa que el delito de “tentativa de ataques a la paz pública” no existe y por tanto, la acusación es una “aberración” del sistema jurídico.
La Limeddh anunció que interpondrá una denuncia penal ante la Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal (PGJDF) contra del gobierno capitalino, cuya responsabilidad cae en Miguel Ángel Mancera, por los delitos de tortura: mantienen que los elementos de la policía dieron a Mario González descargas eléctricas en costillas y en la parte baja de la espalda del lado izquierdo, además de insultarlo y amenazarlo, y también lo golpearon en el rostro con la mano abierta, luego en las piernas y en el estómago. La descripción de los hechos por el Dr. Ramírez de la Limeddh igualmente detalla que después lo empujaron dentro de una patrulla con otras tres personas y les quitaron el teléfono. En el hospital cerca de General Anaya le revisaron el brazo, pues estaba muy hinchado, y como producto de la tortura reportó múltiples lesiones, principalmente en el brazo derecho (luxado) y la pierna izquierda. Sin embargo, estas lesiones no fueron certificadas por la autoridad ministerial, ni por la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal.
Carta de Mario González del 10 de febrero de 2014
Twitter @FabrizioLorusso
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K100. Ricordando Camilo Cienfuegos

Articolo di Simone Scaffidi Lallaro – CarmillaOnLine [Da Cuba, un ricordo del rivoluzionario Camilo Cienfuegos, K100, nato a L’Avana il 6 febbraio 1932 e scomparso nell’Oceano Atlantico (?) il 28 ottobre 1959]
Porta il nome che fu di Bolívar e passeggia lento intorno alla statua. Il cielo è scuro, il mare agitato e l’acqua s’infrange violenta sugli scogli. L’esplosione schizza gocce fini come aghi sul volto del vecchio e scalfisce lo strato di sale che lo ricopre. Il grande cappello, lo stesso che indossa la statua di pietra, nulla può contro l’attacco del mare. Il vecchio alza lo sguardo e inizia a parlarmi: «era il mio onomastico il giorno che se fue ma diedero l’allarme soltanto l’indomani. Lo annunciarono per radio».
Si dà notizia attraverso questo mezzo all’opinione pubblica, che nel giorno di ieri, 28 ottobre, alle 6:01 del pomeriggio è partito dall’aeroporto di Camaguey, l’aereo bimotore delle FAR (Fuerzas Armadas Revolucionarias), modello Cessna 310 No. 53 da cinque posti, in direzione L’Avana, trasportando il Capo dello Stato Maggiore dell’Ejército Rebelde, Comandante Camilo Cienfuegos che viaggiava accompagnato dal pilota del suddetto aereo, Primo Tenente Luciano Fariñas Rodríguez e dal soldato ribelle Félix Rodríguez, i quali disgraziatamente, non sono arrivati a destinazione.Le ricerche effettuate fino ad ora, quelle che si sono continuate oggi in tutta l’area tra L’Avana e Camaguey, sono risultate infruttuose. La presenza di temporali a quell’ora tra Ciego de Avila e Matanzas, può aver procurato un qualche incidente, supponendosi che sia accaduto in un punto a nord della provincia di Camaguey, Las Villas, Matanzas. Le FAR, supportate dall’aviazione civile e da unità dell’Ejército Rebelde, si sono sforzate nella giornata di oggi, per trovare l’aereo scomparso.
«Io non ci credevo, non ci potevo credere. Mi ripetevo che non poteva averlo ucciso uno stupido temporale. L’uragano Ike nel 2008 non è neppure riuscito a scalfire la sua statua e vuoi che una stupida tempesta a largo di Gibara abbia scaraventato il suo Cessna in mare? A me non la raccontano. E poi quel giorno un caccia con a bordo un ex ufficiale di Batista ha sorvolato Cuba, è atterrato sull’isola per rifornirsi e ha ripreso il volo verso la Florida..»
«Quanti anni hai ragazzo?», ventisette. Borbotta qualcosa, quel numero sembra averlo irritato. Mi domando perché, ma non vado oltre i volti di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e di quello stronzo di Dave, che mi ha regalato un quadretto con le loro foto per il mio ventisettesimo compleanno.
Ritorno in un lampo con la mente in terra cubana, il vecchio è partito a raccontare, non aspettavo altro: «Gibara non era più riconoscibile dopo il passaggio dell’uragano, il Malecón completamente cancellato, le strade piene di fango e detriti di ogni genere. La statua di Camilo è l’unico baluardo rimasto in piedi in mezzo alla devastazione. La sola immagine verticale che ricordo della costa di Gibara».
«Lo vedi il cappello che ho indosso? L’ho comprato prima del triunfo, barattandolo con la yuca del mio orto! È identico al suo», mi dice indicando la statua, «mi protegge dal mare quando vado a pescare». «E ha protetto anche Camilo al passaggio di Ike!». Sorrido e ironico gli dico che ora capisco perché lo sguardo del guerrigliero non è voltato verso il mare, in questo modo il cappello lo protegge! Ride di gusto, «Esattamente fratello! Proprio per questo, è quel fottuto cappello da far west che gli ha parato il culo!» Poi lo sguardo si fa duro per ammorbidirsi rapidamente in un riso amaro, «prima di ammazzarlo gliel’hanno sicuramente strappato di dosso, non l’ha ucciso una stupida tempesta ma i potenti mezzi del nemico: i radar, gli aerei da guerra di ultima generazione e il loro odio. Non una tempesta ma l’uragano a stelle e strisce».Le sue parole fanno eco a quelle di Ernesto Che Guevara, grande amico di Camilo, che all’indomani della sua morte scriverà: «Lo ha ucciso il nemico, lo ha ucciso perché voleva la sua morte. Lo ha ucciso perché non ci sono aerei sicuri, perché i piloti non possono acquisire tutta l’esperienza necessaria, perché sovraccarico di lavoro voleva essere a L’Avana in poche ore».
Diretta o indiretta la responsabilità è del nemico e questo il Che lo ha già messo in chiaro. Ma la penna continua a scorrere sul foglio spinta dalla rabbia che lo logora. Ernesto conosce bene Camilo e si riconosce nelle sue azioni sprezzanti del pericolo. Scatta l’ammonimento rabbioso e fraterno, indirizzato tanto al compagno scomparso quanto a se stesso: «…e lo ha ucciso il suo carattere: Camilo non considerava il pericolo, lo utilizzava come divertimento, giocava con lui, toreava con lui, lo attirava e lo maneggiava; nella sua mentalità di guerrigliero una nube non poteva fermare o deviare un percorso tracciato».
Inizia a piovere, una pioggia finissima. «Cos’hai da fare ragazzo? Casa mia è proprio dietro quel rudere, vieni che ci mangiamo un po’ di yuca». Acconsento, felice dell’invito. Poi si ferma di scatto e mi intima di alzare lo sguardo verso la statua: «prima guardala bene!», mi redarguisce. «Non vedi che c’è qualcosa che proprio non torna?!» Non riesco a capire, rimango in silenzio, «seguimi su andiamo!» Mi indica un cumulo di legni imbruniti e mattoni spezzati: «quella era casa mia prima che ci facesse visita Ike».
La nuova dimora è di legno pitturato di verde e giallo. Entro impaziente di gustare la yuca, sorseggiare l’immancabile succo naturale e ascoltare i suoi racconti. Ma il vecchio è più impaziente di me, non faccio in tempo a oltrepassare la soglia che lo vedo accucciarsi e ravanare in uno scassato mobile di legno. Si rialza con un grosso album in pelle fra le mani. Scorgo una scritta ma non riesco a metterla a fuoco, poi il vecchio toglie la polvere dalla copertina con un colpo di manica e la scritta appare più nitida: “rebeldes”, la “r” è minuscola.
Mi guarda con un sorriso condito d’orgoglio e prova a spiegarmi: «per anni ho collezionato le immagini e le fotografie dei rivoluzionari di mezzo mondo». Mi invita a sedere e poggia l’album sulle mie gambe: «sfoglialo ragazzo». Lo apro con cura e attenzione. Non faccio in tempo a sorridere alla vista di Emma Goldman e Vladimir Il’ič Ul’janov (alias Lenin) che il vecchio m’incalza: «guarda i loro volti, osserva la loro severità». Poi vedo Pancho Villa, ma ne ha anche per lui: «non si può dire che Villa non sorrida in queste foto, ma guardalo bene, lo fa solo con gli occhi! I denti non glieli vedi mai!» Mi prende l’album e gira un bel malloppo di pagine, «e anche gli zapatisti! Il subcomandante Marcos e i suoi compagni sorridono solo con gli occhi, non possono fare altrimenti! Loro sì che potrebbero fare concorrenza a Camilo, ma il passamontagna glielo impedisce!»
«Ora ripensa alla statua e guarda queste foto», apre due facciate di fotografie di Camilo Cienfuegos. «Cos’è che non torna ragazzo?» La statua non sorride. «Esattamente ragazzo! Li riesci a contare tutti quei denti su queste pagine?! Li riesci a contare?!», urla in una fragorosa risata. «Camilo è stato il rivoluzionario più sorridente della storia dei rivoluzionari! Ogni volta che vedo una sua foto, penso al suono di quella risata, quasi la posso sentire. E questi incapaci non sono neppure in grado di scalpellare una statua che ride. Hanno appeso il suo volto anche in Plaza de la Revolución, vicino a quello del Che, e anche in quel caso sono riusciti a non farlo sorridere! Ma io dico, lo capiscono o no che quella di Camilo è una rivoluzione nella rivoluzione! È sufficiente sfogliare questo benedetto album per accorgersene!»
Il vecchio si è infervorato, «scusa lo sfogo ragazzo, ma queste cose mi fanno imbestialire». Non posso fare nient’altro che sorridere e ringraziarlo. Ci dimentichiamo della yuca e ci nutriamo di rivoluzionari. Tutti dovrebbero avere in casa un album come questo, penso. Dovrei cominciare a farlo anch’io, dico. Il vecchio sorride. Vedo le figure di Hatuey e Zumbi, due tra i leggendari ribelli delle Americhe. Il primo lottò sull’isola di Española e a Cuba per la cacciata degli spagnoli, il secondo fu l’ultimo leader del Quilombo dos Palmares, storico avamposto resistente in terra brasiliana. Volto la pagina e passiamo in rassegna i mambises: Carlo Manuel de Céspedes, Máximo Gómez e Antonio Maceo, poi i vietnamiti Ho Chi Minh e Võ Nguyên Giáp e gli africani Thomas Sankara e Stephen Biko. Non posso fare a meno di sorridere ancora quando tra le pagine ingiallite incontro le facce di John Reed e Fela Kuti!Nel 1953 Camilo Cienfuegos ha ventuno anni quando emigra negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro che possa migliorare la sua condizione sociale e sostentare la sua famiglia. Presto si rende conto che l’impresa è ardua, che gli sfruttati stanno da una parte e gli sfruttatori dall’altra, così a Cuba come negli States. Mantiene però sempre un’ironia sdrammatizzante che conserverà tra le montagne della Sierra Maestra e si paleserà nella corrispondenza con il Che. Camilo si diverte a giocare con le parole come nella lettera inviata ai suoi cari da Kansas City, nella quale trasforma un nome proprio di città americana in un aggettivo in lingua spagnola, aiutato dalla sistematica omissione delle “s” da parte dei cubani: «good morning queridos viejos y hermanos acabamos de arribar a esta bonita ciudad de Kansas un poco KANSADOS después de 7 horas de viaje». E nelle lettere inviate al Che quando non lo sfotte ironicamente firmandosi “tu eterno chicharrón” o “tuo ammiratore segreto”, opta per utilizzare la sigla K-100, ovvero Ca-Cien.
Poi il visto turistico scade e Camilo continua a lavorare clandestinamente finché le autorità non lo rispediscono a Cuba. Sull’isola resta il tempo di partecipare a una manifestazione studentesca, farsi bastonare dalla polizia ed essere ricoverato in ospedale per le ferite riportate a una gamba. Poi riparte per gli States dove rimane dal marzo al settembre 1956, quando decide di raggiungere gli esuli cubani in Messico. Qui incontra Fidel, Guevara e altri settantanove compagni pronti a tutto per liberare Cuba dalla dittatura batistiana. Sono il manipolo di idealisti che il 2 dicembre 1956 innescano la miccia della Revolución, gli ottantadue guerriglieri che partecipano alla rocambolesca spedizione del Granma arenatasi tra i fondali paludosi e le mangrovie nei pressi di Playa Las Coloradas. Camilo è l’ultimo ad aggregarsi alla ciurma e il primo, insieme a Ernesto Che Guevara, a entrare a La Habana il 2 gennaio 1959.
Si è fatto tardi. «Mi dispiace non averti cucinato la yuca». Corre nell’altra stanza, sento dei rumori. Torna e mi porge un sacchetto pieno di yuca. Poi mi ordina: «domani portalo al commesso de El Rapido e chiedigli in cambio un cappello uguale a quello di Camilo. Sarà un bel ricordo di Cuba».
Ci stringiamo la mano con due grossi sorrisi sulla faccia, poi il vecchio si toglie il cappello e finisce il racconto: «era il 28 ottobre 1959, sia io che K-100 avevamo ventisette anni quando lui se fue, ora li hai tu ragazzo e Camilo non è ancora morto. Rinasce ogni 6 febbraio con i denti ben in vista e il cappello in testa».
Accompagnamento musicale (e fotografico): C. Puebla, Canto a Camilo, 1960.
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Un año de autodefensas en México: el video

[Fabrizio Lorusso Variopinto al Día] El 24 de febrero de 2013 nacieron las autodefensas de Tepalcatepec, unas milicias populares auto-organizadas que, el 24 de enero pasado, difundieron un video de 34 minutos, una suerte de “homenaje” titulado: 24 de febrero, Día de las Autodefensas. La película. Es un documental sobre sus acciones, motivos, historia y desarrollos del último año. “Qué harías si violaran a tu hija”, es uno de los comentarios, preguntas y textos explicativos que se leen después de cada secuencia de imágenes que describen acciones militares, entrevistas, escenas de combate, fotos de gente asesinada, testimonios y extractos de noticieros.
Hay mucho que contar de esta lucha en contra de los narcos, en particular del cártel de los Caballeros Templarios, emprendida por los pobladores de distintas comunidades michoacanas, especialmente de Tierra Caliente, por lo cual el video representa un documento de interés, sobre todo después del reconocimiento gubernamental que se les dio a las autodefensas, del operativo de seguridad que se implementó y tras la reciente aprobación de un paquete millonario de inversiones para Michoacán.
“El problema empezó cuando venían a tu casa y te decían: ‘Me gusta tu mujer, ahorita te la traigo. Pero me bañas a tu niña, que ella sí se queda conmigo varios días’”, explica el doctor José Manuel Mireles, líder y fundador de las autodefensas del estado de Michoacán, quien también declara: “Escogimos la forma en que queríamos morir. Si nos iban a matar amarrados, mejor que nos maten defendiendo”. Y así se organizó la defensa en contra de los abusos para llenar un enorme e histórico hueco institucional dejado por años de desgobierno, o bien, de ausencia y connivencia oficial.
Los Templarios, liderados por Servando Gómez, alias “La Tuta”, son el grupo dominante en el Estado cuya tierra caliente y sierras son territorios con importantes sembradíos de marihuana y adormidera y con laboratorios para la fabricación de drogas sintéticas. Asimismo, el puerto de Lázaro Cárdenas es un punto estratégico de trasiego. El video difundido por las autodefensas incluye justificaciones, pero igualmente incorpora una filosofía de fondo que se resume en el lema: “Michoacán ya despertó. México ya despertó. Por la Libertad”. Twitter @FabrizioLorusso
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El Salvador: resultados electorales y retos político-sociales

[Fabrizio Lorusso de Revista Variopinto al Día] La jornada electoral del 2 de febrero pasado en El Salvador no fue suficiente para determinar quién será el nuevo presidente del país para el periodo 2014-2019, ya que ningún candidato logró sumar el 50% más uno de los votos necesarios y habrá segunda vuelta.
El izquierdista Salvador Sánchez Cerén, candidato del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), nacido como unión de formaciones guerrilleras en la época del conflicto armado y, después de los Acuerdos de Paz de 1992, convertido en partido político, obtuvo el 49% de los sufragios. Salvador Sánchez, de 69 años de edad, es actualmente el vicepresidente del país y fue Ministro de Educación. De resultar ganador, sería el primer ex guerrillero presidente de El Salvador, mientras que en América Latina los otros dos mandatarios-guerrilleros son José Mujica en Uruguay y Dilma Rousseff en Brasil.
En segundo lugar quedó el candidato derechista de Alianza Republicana Nacionalista (Arena), el odontólogo de 67 años Norman Quijano, ex alcalde de la capital San Salvador, quien logró cerca del 39% de los votos. Arena gobernó al país por unos 20 años hasta 2009, pero surgió en los ochenta, cuando se relacionó con los escuadrones de la muerte durante la guerra civil. Roberto d’Aubuisson, su fundador, fue acusado de tener implicaciones en el asesinato de monseñor Arnulfo Romero en 1980. Quijano y Sánchez Cerén van a competir en la segunda vuelta electoral prevista para el 9 de marzo y ya están oficialmente habilitados para comenzar una nueva campaña electoral.
Es la quinta vez que los salvadoreños votan en las presidenciales después del fin del conflicto (1980-1992) entre la guerrilla del FMLN y las elites conservadoras de las cúpulas políticas y empresariales, apoyadas por el ejército, que hizo 75 mil víctimas y 15 mil desaparecidos en 12 años.
La afluencia a las urnas fue bastante baja, ya que sólo el 52% de los empadronados, que en total suman unos 4 millones 955 mil sobre un total de 6.2 millones de ciudadanos, fueron a votar. En las anteriores elecciones, en 2009, cuando el candidato del FMLN Mauricio Funes resultó ganador, la participación fue del 62.9%.
Por primera vez pudieron votar los salvadoreños residentes en el exterior que son más de 2.7 millones. Sin embargo, en el padrón oficial fueron incluidos unos 142 mil ciudadanos que viven, en su mayoría, en Estados Unidos, y de ellos sólo unos10 mil se registraron y tuvieron acceso efectivo a las urnas.
Quien no va a estar en balotaje es el ex presidente (2004-2009) Elías Antonio Saca, pues obtuvo sólo el 11,4% de las preferencias con su nuevo Partido Concertación Nacional, de centroderecha, que surgió de una costilla de Arena y para estas elecciones se juntó con otras formaciones menores en la coalición Unidad.
Sin embargo, su caudal de votos será determinante para definir quién gobernará El Salvador en los próximos 4 años. De hecho, la presencia de Saca y de una derecha dividida entre “moderados” e “intransigentes” fungió de catalizador de los ataques por parte de Arena que subestimó el peligro constituido por la izquierda durante buena parte de la campaña.
Unidad se ha propuesto como una fuerza centrista de balanceo y será objeto de los cortejos de los dos extremos, el FMLN y Arena. “Vamos a trabajar con todos para construir una agenda de país”, declaró Sánchez Cerén después de conocer los resultados. El líder del frente también quiso reconocer la importancia de la coalición Unidad, tercera fuerza política de El Salvador, ya que hizo un llamado a Saca para empezar a trabajar juntos con vistas a la segunda ronda electoral y a la formación del futuro gobierno.
Si el FMNL llega a ganar y consolida una alianza de gobierno con Saca y Unidad, habrá diferentes “almas” políticas que tendrán que convivir: el Frente ha postulado a la presidencia a un exponente de la vieja guarda guerrillera, Sánchez Cerén, quien se coloca más a la izquierda con respecto del actual mandatario, el otrora corresponsal de CNN Mauricio Funes; el vicepresidente del Frente sería Óscar Ortiz, de la corriente más innovadora y crítica de las jerarquías del partido heredadas del pasado; finalmente, está el ex presidente Saca con sus huestes que podrían “cobrar” su apoyo al Frente y que medirán sus fuerzas también en el mediano plazo, cuando, en 2015, se vote para elegir a los 84 diputados del congreso unicameral. Actualmente, el FMLN tiene una mayoría relativa en la cámara con sus 31 diputados, pero necesita de los votos de Unidad que tiene 11 congresistas y, eventualmente, de otros partidos políticos con representaciones más pequeñas.
El nuevo presidente entrará en funciones el primero de junio y tendrá que afrontar problemas irresueltos y muy graves como el estancamiento económico, que se manifestó en una tasa de crecimiento del PIB muy baja para la región de tan sólo un 1.9%, la pobreza que, aun cuando bajó del 7% entre 2011 y 2012, interesa al 40% de la población y a la violencia imputable al narcotráfico, a las maras, a la desigualdad y a la endémica ausencia institucional.
Gracias a un pacto entre el gobierno de Funes y las pandillas, éstas mantuvieron una tregua a cambio de un mejor trato carcelario para sus jefes presos, así que en el último año la violencia en El Salvador bajó de un promedio de 70 homicidios cada 100 mil habitantes, entre 2009 y 2011, a unos 45 en 2012 y, en 2013, hasta 39. Sigue siendo una tasa muy alta, pero inferior a la registrada en los otros dos países centroamericanos del llamado “triángulo de la muerte”: Guatemala tiene 42 homicidios/100 mil habitantes y Honduras 82.
No obstante, la oposición ha acusado al Frente de mantener un “pacto criminal” con la delincuencia y quiere cancelar la tregua. Quijano ha declarado que las bandas están “del lado del gobierno” y ha prometido mano dura, “estado de excepción” y militarización de la lucha contra narcos y maras en caso de victoria, pues “sólo podemos confiar en Dios y en la policía”, según el líder derechista.
También el frentista Sánche Cerén pretende alejarse de la política de Funes, pero en otro sentido. La idea es que “ahora sí” se van a realizar las medidas y las promesas que no se pudieron concretar en los 5 años anteriores de gobierno, ya que fue un mandato de compromiso, el primero para la izquierda. La campaña se centró en la “cuestión moral”, es decir, en denunciar la corrupción del ex presidente de Arena, Francisco Flores (1999-2004), quien, al parecer, intentó huir del país en el mes de enero pasado y es acusado de haber recibido, y en parte retenido para sí, entre 10 y 20 millones de dólares en donaciones de Taiwán durante su mandato.
El Frente también ha hecho hincapié en el papel importante del Estado y en el reforzamiento de los programas de gobierno a favor de las escuelas públicas y de las becas financiadas por Alba Petróleos, una empresa conjunta entre alcaldías salvadoreñas y capitales venezolanos. Para la seguridad, se propone una “mano inteligente” con programas de reinserción social y una “mano firme” para los que sigan en la delincuencia.
Finalmente, tanto la oposición de Arena como el oficialista FMLN no prevén ni reformas fiscales que sanen el problema de las escasa recaudación y, por ende, no se vislumbra ninguna propuesta de planes universalistas para extender la seguridad social (pensiones, salud, educación, servicios públicos) a toda la población, lo cual es un elemento común en gran parte de América Latina.
Twitter @FabrizioLorusso









