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Video. La moderna crociata della Chiesa cattolica

Approfittando della rinuncia di Papa Benedetto XVI, ormai stanco del suo pontificato, ricordiamo con un video anche altri motivi che potrebbero averlo spinto al grande gesto.
Dinnanzi ai processi di emancipazione femminile e di maggiore apertura verso i diritti e le libertà civili della comunità LGBT, il clero cattolico si è dedicato negli ultimi anni a difendere instancabilmente i valori tradizionali della cultura patriarcale, alimentando di conseguenza il sessismo e l’odio di genere nella mentalità dei diversi popoli del mondo credenti del cattolicesimo. Di seguito versione in spagnolo:
Ante los procesos de emancipación femenina y de mayor apertura hacia los derechos y las libertades civiles de la comunidad LGBT, el clero católico se ha dedicado en los últimos años a defender infatigablemente los valores tradicionales de la cultura patriarcal, alimentando pues el sexismo y el odio de género en la mentalidad de los diversos pueblos del mundo de credo católico.
by Huitzilan You Tube
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Voto Estero: MAIE – Una Rassegna Stampa Recente

Ecco una rassegna stampa di quotidiani italiani coi pezzi recenti più popolari (i famosi (?) “tormentoni su Facebook”) in questi giorni sulle reti sociali che riporto sul Movimento Associativo Italiani all’Estero dell’On. Ricardo Merlo. Come anche altri in parlamento (e questo è risaputo) questo partito non è esente da, come dire, “leggerissime” contraddizioni etiche che gli articoli evidenziano e spiegano in vari modi. In Nord e Centro America, il MAIE ha deciso di sostenere Scelta Civica, cioè la lista Mario Monti, premier uscente, in alleanza coi partiti FLI di Gianfrnco Fini e UDC di Pierferdinando Casini.
L’idea di fondo del Movimento è che gli italiani all’estero sono un blocco unico, con gli stessi interessi indipendentemente dalla professione, dall’età, dall’epoca di emigrazione e dal continente, e quindi la proposta è rappresentarli fuori dai partiti tradizionali, fuori da “destra” e “sinistra”. In parte è vero: ci sono proposte, tra l’altro comuni a tutti (o quasi) i partiti che sono legate all’assistenza sanitaria e previdenziale, alla cittadinanza, alle battaglie per il riconoscimento dei titoli di studi, al valore della diffusione linguistica e culturale. Poi però ogni candidato o partito avrà delle differenze spcifiche all’interno di queste proposte “comuni”. Quello che non resta molto chiaro è, però, come voteranno i parlamentari eletti del MAIE sul 99,9% dei provvedimenti in aula in commissione che non riguardano gli italiani all’estero, non si sa bene che commissioni integreranno, che governo o che coalizione sosterranno e per quanto, eccetera.
Insomma l’idea di fondo pare attraente, ma poi si rivela una chimera, ancor più se consideriamo che alla Camera ci sono 12 deputati eletti all’estero e, anche se fossero tutti d’accordo tra di loro (dubito…), non avrebbero nemmeno i numeri per formare un gruppo da soli. “Né destra né sinistra” è un bello slogan, ma ce l’ha già Grillo. Magari pare che lo slogan possa funzionare all’estero, ma poi, guardando bene, le alleanze strette in passato e attualmente dal MAIE in Parlamento e in campagna parlano di Casini, Monti, Fini. Ad oggi, come indicato dalla rassegna stampa di seguito, militano nel MAIE personaggi di dubbia moralità che sembrerebbero avere poco interesse a capire e risolvere i problemi degli italiani all’estero e dei diversi e variegati settori delle loro comunità in ciascun paese.
Elezioni 2013, la “bad company” di Monti si nasconde nella circoscrizione estero – Sono portati in dono dal leader Udc Casini. E il professore deve fare i conti con “improponibili” che hanno fatto parlare di sé per indagini su brogli, riciclaggio e rapporti con la ‘ndrangheta. Sono in lista col Maie, il Movimento italiani all’estero di Riccardo Merlo con cui Scelta civica ha stretto un accordo elettorale
di Lorenzo Galeazzi | 10 febbraio 2013Anche Mario Monti ha la sua bad company. Come nel caso del Pdl con Grande Sud, il professore dovrà fare i conti con alcuni impresentabili in lista alle imminenti elezioni: glieli porta in dote Pierferdinando Casini con il Maie, Movimento associativo italiani all’estero, il partito dell’onorevole Riccardo Merlo, parlamentare e responsabile Italiani nel mondo dell’Udc. Così, nella corsa per assicurarsi uno scranno nella “legione straniera”, 12 deputati e sei senatori eletti nella circoscrizione estero, al fianco di Fucsia, ex miss Padania, c’è gente che ha fatto parlare di sé per indagini su brogli elettorali, riciclaggio e rapporti con la‘ndrangheta. Con una passione missina incarnata dal ricordo di Mirko Tremaglia, ministro repubblichino ed estensore della legge sul voto degli italiani all’estero. Mica male per il centro moderato di Monti e Casini.Come ha fatto sapere lo stesso Merlo, il Maie presenta il suo simbolo solo nelle ripartizioni Europa e America Latina, mentre nelle altre due mega-aree geografiche (Centro-Nord America e Africa-Oceania) i suoi esponenti sono in lizza direttamente con il movimento del premier dimissionario.
Ed è in quelle due macroregioni che si nascondono i personaggi più discussi. In Europa ad esempio troviamo Gian Luigi Ferretti, già segretario di Tremaglia e coordinatore del Comitato tricolore italiani nel mondo (Ctim), organismo dell’ex Movimento sociale italiano. Fin qui, si fa per dire, tutto bene, ma Ferretti, come ricorda Luciano Neri, responsabile della Consulta italiani del mondo del Pd, è anche uno dei fondatori de L’Italiano, “quotidiano di estrema destra nella cui gestione figura il neofascista Stefano Andrini, noto per aver maturato una condanna a 4 anni e mezzo per tentato omicidio di due giovani di sinistra e per essere finito, grazie all’amico Gianni Alemanno, ai vertiti dell’Ama servizi“, la società capitolina per la gestione dei rifiuti.
Secondo un’inchiesta della procura di Roma, i due personaggi sono il “motore” dell’elezione di Nicola Di Girolamo, senatore Pdl eletto nella circoscrizione estero nel 2008 e condannato nel 2011 a cinque anni per riciclaggio e violazione della legge elettorale. Come si legge sull’ordinanza, Andrini e Ferretti, assieme al ben più famoso Gennaro Mokbel, sono gli istigatori “dell’attentato ai diritti politici dei cittadini”, dove Di Girolamo figura come semplice “esecutore materiale”. Scrive il gip: “Tutto il gruppo Mokbel è impegnato a rendere possibile quella candidatura”. Come? Prima – secondo l’inchiesta – taroccando la residenza del senatore, in modo da far risultare che abitasse in Belgio e poi, con l’aiuto dei clan calabresi, indirizzando sul suo nome un pacchetto di voti falsi.
Se ci spostiamo a latitudini più calde, il risultato non cambia: Anche in America latina il verbo centrista della coalizione Monti-Casini è rappresentato dal Maie, che, “nel nome di Tremaglia” schiera due personaggi legati al faccendiere Aldo Miccichè, consigliere per gli affari sudamericani del clan Piromalli, catturato questa estate a Caracas dopo anni di latitanza. Lui è il dominus dei brogli elettorali in Venezuela durante la tornata del 2008: prima telefona al senatore Marcello Dell’Utri offrendo un pacchetto di 50mila schede bianche da “timbrare” con il simbolo del Pdl, poi, visto il vantaggio del centrosinistra (è pur sempre il paese di Ugo Chavez), si impossessa dei plichi già votati e, prima che vengano spediti a Roma per le operazioni di spoglio, pensa bene di bruciare tutto.
“I responsabili delle votazioni si tapperanno entrambi gli occhi”, dice Miccichè rassicurando il senatore della fattibilità del broglio: “Provvederò che presso ogni Consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno”. In un’altra telefonata, il faccendiere illustra i suoi loschi piani al senatore PdlFilippo Fani (quello che alla fine si complimenterà per la decisione di bruciare le schede) e fa due nomi:Nello Collevecchio e un certo Ugo (riconducibile a Ugo di Martino). Chi sono? I compagni di lista di Merlo, tutti insieme per rappresentare gli interessi degli italiani che vivono in Sud America.
Francesco Forgione, ex presidente della commissione Antimafia e candidato di Sel in Sicilia, dedica a Di Martino una ventina di pagine del suo ultimo libro ‘Porto Franco’: “E’ l’uomo che da Caracas vola a Roma per le pratiche che Micciché segue per il clan Piromalli”. Ed è sempre lui che il consigliere della ‘ndrangheta mette alle costole dell’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti affinché, nel corso di una visita a Caracas, non abbia a interferire con i suoi affari. “Sono gli stessi protagonisti delle schede bruciate″, attacca Forgione che ricostruisce il recente passato di Di Martino: “Prima candidato di Mastella, poi di Berlusconi, adesso di Monti, evidentemente ha un pacchetto di voti da offrire sul mercato in maniera trasversale. E questo, conoscendo la gente che gli sta attorno, non è rassicurante”. Dal Perù, dove sta facendo campagna elettorale, il diretto interessato parla di “uso delinquenziale dell’informazione” invitando gli elettori a non credere a “storie senza consistenza”. Perché capita di incontrare persone sbagliate, ma “l’amicizia eventuale di un reo non produce correità”.
C’è da dire però che, almeno in Sud America, la coalizione centrista dovrà vedersela con altri pezzi da novanta, in lizza però con il centrodestra. E’ il caso dell’italo-argentino Esteban Caselli, senatore uscente del Pdl (definito dallo stesso Silvio Berlusconi “pericolosissimo”) che, dopo aver fondato assieme a Sergio De Gregorio e allo stesso Di Girolamo la Fondazione Italiani nel Mondo ha deciso di rompere con Silvio e di correre in solitaria con i suoi Italiani per la Libertà. E’ sua l’idea della candidatura della Morocha, avvenente valletta e sventola da calendario (qui la sua imitazione televisiva di un orgasmo che ha fatto il giro della Rete). Ethel Calabrò, così all’anagrafe, non parla neanche una parola d’italiano, “ma non fa niente. Votate per me se volete il Sudamerica in Italia”. da IL FATTO.
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Italiani all’estero: 18 seggi “caldi” tra finti testimonial e scandali – Oltre tre milioni i connazionali chiamati alle urne nei cinque continenti. Il loro voto potrebbe risultare determinante al Senato. Tra i candidati un esercito di giornalisti, personaggi dello spettacolo, specialisti di foto con star internazionali. E diversi indagati. di Pasquale Notargiacomo – Repubblica.
OMBRE E SCANDALI – Sempre in Sudamerica, qualche ombra nel passato di alcuni candidati del Maie, che in questa tornata sostiene Scelta Civica. Il leader è il deputato Ricardo Merlo, dal 2010 nel gruppo parlamentare dell’Udc. Ma tra i candidati c’è Ugo di Martino, ex Pdl, di cui Francesco Forgione – ex presidente della commissione Antimafia – ha raccontato la storia soffermandosi sui suoi rapporti con Aldo Micciché, faccendiere italiano legato alla ‘ndrangheta e attivo in America Latina. Ha provocato discussioni, invece, sulla stampa argentina la candidatura di Claudio Zin, medico ed ex ministro della Salute della provincia di Buenos Aires, dimessosi perché coinvolto nello scandalo della “mafia dei farmaci”, una vicenda esplosa dalla vendita di medicinali scaduti e falsi.
L’UOMO PER TUTTE LE REGIONI – Sempre con il Maie si presenta Marcelo Gabriel Carrara, “l’uomo per tutte le regioni” come lo hanno ribattezzato recenti articoli di cronaca che hanno esaminato le spese di alcune regioni italiane. Carrara, infatti, oltre a lavorare per la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, è anche presidente del consiglio dei giovani molisani e membro dell’associazione dei veneti all’estero. Ancora con il movimento di Merlo, ma in Europa è in lista Gian Luigi Ferretti (Copenaghen), ex braccio destro di Mirko Tremaglia, legato a esponenti dell’estrema destra come Stefano Andrini, e il cui nome è citato anche nel caso Di Girolamo. da Repubblica.….Forgione (Sel): «Le liste pulite di Monti? Una favola» – Il riferimento polemico è a Ugo Di Martino, ex Pdl ora nella lista del Maie, l’associazione degli italiani in Sud America che sostiene il professore
PALERMO – Francesco Forgione, candidato capolista di Sel in Sicilia al Senato va a gamba tesa su Mario Monti: «Alternativo e le sue liste pulite? Una favola. Lo dimostra la storia di Ugo Di Martino, di origini siciliane, ma legato ai calabresi, già candidato del Pdl, il cui nome oggi è inserito nella lista del Maie, l’Associazione degli italiani in Sudamerica, che sostiene appunto Mario Monti». «Ricostruendo gli affari fra Dell’Utri, il latitante Aldo Miccichè, oggi agli arresti domiciliari, inseguito da un mandato di cattura internazionale nell’ambito di un’inchiesta sugli affari del clan Piromalli in Italia e all’estero, e Ugo Di Martino – aggiunge – tutto avrei pensato, tranne che trovare quest’ultimo nella lista Monti in Sudamerica».
SCHEDE BRUCIATE – «Sono gli stessi protagonisti delle schede bruciate nelle elezioni 2006 – conclude – Di Martino, prima candidato di Mastella, poi di Berlusconi, adesso di Monti, evidentemente ha un pacchetto di voti da offrire sul mercato in maniera trasversale. E questo, conoscendo la gente che gli sta attorno, non è rassicurante». Da: Corriere Mezzogiorno.
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Nessuna più. Storie di femminicidi (intervista a Marilù Oliva)

Riporto questa intervista di Piero Ferrante a Marilù Oliva che ha curato la pubblicazione della raccolta di racconti sul femminicidio NESSUNA PIU’, a cui ho potuto partecipare insieme ad altri 39 scrittori con un contributo intitolato “MIA”. L’8 marzo il libro sarà in libreria e speriamo sia un contributo concreto per sensibilizzare sul tema. Prima presentazione a Roma il 22 marzo presso la sede della Stampa Estera. A presto e vi lascio l’intervista! (fabrizio lorusso) Link originale qui.
A marzo uscirà per Elliot “Nessuna più”, un’antologia di quaranta scrittori che ha come nucleo tematico il femminicidio. Cosa ti sei prefissata?
Il mio primo scopo, come curatrice, è stato quello di realizzare un ottimo libro.
Ci sei riuscita?
Credo di sì, e non per merito mio: i contributi degli autori sono di altissima qualità.
Perché proprio Elliot?
L’ho proposto subito a Elliot perché è l’editore dei miei ultimi tre romanzi e ha accolto il progetto con entusiasmo. La direttrice editoriale, Loretta Santini, mi ha risposto: “Lo facciamo volentieri perché la violenza contro le donne mi fa soffrire ogni giorno. Contro le donne e contro i bambini, che in questi casi sono le seconde vittime. Io sono un editore: è il mio modo per dare un contributo”.
E il tuo lavoro?
Mi sono occupata soprattutto della parte progettuale e organizzativa: proporre l’idea all’editore, redigere una lista di scrittori, parlarne con loro. Ricevere i racconti, controllare che corrispondessero agli intenti di partenza, eventualmente proporre delle modifiche, raccoglierli e inviarli all’editore. Più altri compiti quali scrivere l’introduzione e il mio racconto, oltre a contattare la dottoressa Bruzzone per chiederle una prefazione.
Perché proprio Roberta Buzzone?
Perché è una brava criminologa, ma soprattutto perché lavora da anni come volontaria per il Telefono Rosa, a tutela delle donne che hanno subito violenza.
Qual è stata la vostra più grande preoccupazione?
Non urtare per nessun motivo i familiari delle vittime.
Com’è stata la stesura dei racconti?
Dolorosa. Per tutti. Ci siamo documentati e siamo partiti dal dato concreto per inventare liberamente uno spaccato che fosse la proiezione di tutte le storie affini di violenze e soprusi.
E perché un’antologia proprio contro il femminicidio?
Per tanti motivi. Perché i dati sono preoccupanti. Perché non se ne parla abbastanza. Per ricordare.
C’è qualche argomento, in letteratura, che va evitato?
In letteratura non ci devono essere preclusioni, l’arte – per la sua stessa natura – deve essere sciolta da vincoli. È piuttosto il modo in cui si trattano gli argomenti che fa la differenza.
A cosa ti riferisci?
Alle diverse modalità con cui si affronta una narrazione. Ad esempio noi abbiamo evitato toni sensazionalistici o patetici. Non è stata un’imposizione, questa, ma la naturale inclinazione degli scrittori: ogni racconto è un pugno allo stomaco da quanto trasuda verità. Eppure scorre un’incredibile delicatezza di fondo, un rispetto per la vita e per il dramma, ben lontani da come se ne parla in alcuni contesti mediatici.
Non c’è il rischio che il femminicidio diventi un business?
Questo rischio riguarda ogni argomento. È facile capire le intenzioni: basta conoscere la destinazione finale. Nel caso della nostra antologia, tutti gli autori hanno partecipato a titolo di beneficenza, così come l’editore ha stabilito di devolvere l’incasso al Telefono Rosa.
Perché la scelta di pubblicare a marzo?
Per cogliere l’occasione della ricorrenza dei venticinque anni del Telefono Rosa. In realtà li compirebbe a febbraio, ma prima di marzo non riusciamo a uscire.
Nella pratica, cosa ti proponi?
Spero che venga recepita l’alta qualità del libro e spero che al Telefono Rosa arrivino molti soldi per continuare a sostenere tutte la belle attività che porta avanti contro la violenza alle donne. Ma soprattutto spero che questo libro serva a sensibilizzare i dubbiosi. Se arriverà il messaggio anche solo a una persona in più, per quel che mi riguarda ne sarà valsa la pena.
Cosa rispondi a coloro che criticano la scelta del femminicidio come filo conduttore di un’antologia?
Non ho niente da rispondere, cerco di scansare le polemiche inutili perché mi annoiano. Agli indecisi consiglio di leggersi le cifre sul sito del Telefono Rosa, e magari dare un’occhiata aquesti video.
In questo periodo stanno uscendo diversi progetti contro il femminicidio: vi farete concorrenza?
Assolutamente no. Per quel che mi riguarda, più siamo, più possibilità abbiamo di sensibilizzare sul tema. Se qualcuno è infastidito da un’eventuale concorrenza, col suo atteggiamento smaschera uno scopo non disinteressato. Almeno questa volta sarebbe auspicabile affiancarci, non competere.
Cos’è il femminicidio?
La violenza contro le donne in quanto donne. Una violenza che parte da uno stadio latente e può esplodere con diverse modalità, tra cui l’omicidio. Sposo le parole dell’antropologa messicana Marcela Lagarde, che utilizza il termine femminicidio per comprendere “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”.
Perché questo termine?
Per la sua specificità. Per dare alle parole il giusto peso. Perché la precisione aiuta a capire meglio e quindi a migliorare.
Chi si batte contro la violenza alle donne è femminista?
Questo è un grandissimo luogo comune. A parte che dovremmo discutere sul significato di femminismo, che storicamente oggi non esiste più. A parte questo, dicevo, la questione riguarda l’uomo al di là dei generi, tant’è che a questo progetto hanno partecipato egregiamente sia scrittori che scrittrici senza porsi il problema del femminismo.
Contro il femminicidio: repressione o cultura?
Viviamo in un paese in cui bisogna lottare anche per riappropriarci dei diritti basilari, quindi la mia risposta é: assolutamente cultura. Non credo nella repressione come strategia: cultura quindi, educazione all´altro, al rispetto, all´uguaglianza, pazienza coi tanti che negano. Messaggi maschilisti piú o meno obliqui si nascondono ovunque e la prassi per molti, purtroppo, é negare: basta una pubblicità, una barzelletta. Il primo passo per combattere ogni ingiustizia, comunque, é ammetterla.
Uomini che si macchiano di femminicidio: smanie di potenza o meri assassini?
Entrambe le cose. Ma concorrono altri fattori, tutti gravi: la violenza come codice quotidiano, una volontà di dominio rispecchiata in impalcature di stampo patriarcale, un machismo atavico, l´idea gerarchica della subordinazione della donna e, di rimando, la convinzione che la sua vita abbia un valore opinabile.
Chi sono i quaranta autori che hanno partecipato?
Li elenco con grande piacere: Vittoria A., Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Loredana Falcone, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marco Marsullo, Marina Marazza, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagaria, Giampaolo Zarini.
Vuoi dir loro qualcosa?
Un immenso, sentito grazie. Grazie di cuore per i vostri bellissimi racconti, per la vostra empatia e per il vostro coraggio.
Ci vediamo il 22 marzo alla prima presentazione romana, presso la Stampa Estera!
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Il voto degli italiani all’estero. Ecco cosa c’è in ballo: le interviste

[Riporto dalla Home de l’Unità di oggi: link qui] Quanto influirà il voto degli italiani agli esteri sull’esito delle elezioni? Rispondono Marco Piana e Gianluca Galletto in una intervista da Città del Messico ai due candidati all’estero più quotati per il centro e nord America (entrambi di Pd-Sel e Psi) alla Camera. Le ha postate Fabrizio Lorusso sul suo blog.
L’intervista al candidato Marco Piana di Fabrizio Lorusso
L’intervista al candidato Gianluca Galletto di Fabrizio Lorusso
Contratto etico per chi insegna cultura e lingua italiana all’estero, un eventuale partito dei nostri concittadini che vivono fuori confine, quanto pesano i parlamentari eletto all’estero, le sfide e le proposte principali, il Nord e Centro America, ecco i temi.
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Le macerie di Haiti: estratti dal libro sul Blog di SUR

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7 Mw con epicentro a soli 25 km dalla capitale Port-au-Prince devastava lo Stato caraibico di Haiti. A tre anni di distanza non si conosce ancora il numero delle vittime, valutate in oltre 200.000. Ed è ancora piena emergenza, soprattutto sul piano sanitario. Due giovani ricercatori italiani, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, sono stati sul posto e ne parlano in un libro uscito recentemente, Le macerie di Haiti (L’Erudita, 2012), i cui proventi saranno devoluti all’Aumhod. Link Blog SUR articolo originale.
di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci
Piano di lavoro
(Fabrizio Lorusso)Per un paio di sere consecutive il maestro Evel Fanfan, così lo chiamano, ha spiegato a me e a Diego la storia dell’Aumohd. Ci ha parlato dei successi ottenuti in questi anni nella difesa delle persone incarcerate ingiustamente dalle corrotte autorità giudiziarie e dalla famigerata polizia di Haiti. Dopo la fondazione dell’associazione nel 2002, con il passare del tempo gli avvocati di questo gruppo, attivo soprattutto nei quartieri periferici, si sono occupati sempre più di casi gravissimi di violazioni dei diritti umani. Abusi commessi da forze di polizia e paramilitari che hanno dominato il paese negli ultimi cinque o sei anni, anche a causa del favore e delle macchinazioni della CIA e delle famiglie dell’establishment contrarie al progetto nazionale dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide. La serie di massacri di Grand Ravine ad opera della polizia haitiana e di gruppi armati, finanziati dalle forze d’opposizione, rispondevano ad un chiaro obiettivo di annichilamento politico dei seguaci di Aristide. Ciononostante venivano presentati come forme di lotta alla delinquenza, un ritornello che spesso sentiamo ripetere da governanti, mezzi d’informazione e gente poco informata un po’ in tutti i paesi. Allo stesso modo le cosiddette rivolte popolari, che nel 2003-2004 portarono alla crisi istituzionale e alla successiva deportazione dell’ex capo si Stato haitiano, cacciato via con un sequestro express, sono cominciate dalla frontiera tra Haiti e la Repubblica Dominicana grazie al patrocinio e alle armi degli agenti segreti statunitensi.
L’Aumohd è riuscita a far condannare e incarcerare 15 poliziotti implicati in quei fatti di sangue a costo della sicurezza di alcuni dei suoi membri. È per questo che ogni giorno vediamo entrare un losco guardiano, che sembra vestito da soladto della legione straniera, negli uffici della sede di Delmas 49. Si tratta di un poliziotto sornione e depistato che è la scorta assegnata dallo stato haitiano a Evel per garantire la sua incolumità. Non si fa vivo quasi mai e non parla questo tutore della legge, ma ufficialmente esiste ed opera. Insomma c’è, e quando si presenta gli si dà anche un piatto di riso e fagioli per ricordarglielo.
Clinica tra le macerie
Nuovo giorno e mondo nuovo. Oggi si spala a dovere. Evel organizza un gruppo di abitanti del quartiere per ripulire un’area di circa trenta metri quadrati occupata dalle macerie di un paio di case in rovina. Tutta la zona è in realtà una maceria in movimento, col suo grigiume di macerie, terra e mattoni. La sua gente è però pronta ad ascoltare, a organizzarsi e a lavorare, se si riesce a proporre e far intravedere una buona idea. Questo pomeriggio Evel ne regala una agli abitanti di Delmas 40. Si riuniscono e si lasciano sedurre dal suo sogno, dalla sua visione: riabilitare uno spazio che si sta lentamente trasformando in una fogna a cielo aperto, dove pascolano un paio di suini tutto il giorno, in un centro d’assistenza medica provvisorio ma efficace. Infatti, il personale medico di una delle cliniche del quartiere distrutte dal sisma di gennaio è disposto a riprendere le attività anche gratuitamente, se si trovano gli strumenti necessari per il lavoro, gli spazi, le medicine, un tendone e i supporti logistici del caso. Sono tutte donne le dottoresse e non possono stare a guardare.
Da una parte stiamo lottando per ottenere degli aiuti materiali dalle agenzie internazionali, obiettivo difficile che ancora oggi lascia in stand by tutto il progetto, dall’altra servono braccia per creare lo spazio. I vicini di casa, le donne, i bambini e anche alcuni passanti si uniscono al nostro sforzo per ripulire la strada e lo spazio destinato alla clinica. Il terreno verrà poi coperto da teloni di plastica che abbiamo già provveduto a reperire. Mentre iniziamo a lavorare con le pale, con le mani e le carriole, alcuni rasta in bicicletta ci salutano calorosamente e altri personaggi del quartiere all’apparenza minacciosi ci ringraziano in un inglese maccheronico, in francese o in creolo a seconda dei casi. A volte basta un abbraccio. Alcuni non muovono un dito, si avvicinano, salutando e ringraziando anche loro come fossimo io e Diego gli unici responsabili e dirigenti di quell’opera collettiva e dinamica. È un’impresa nata, in realtà, spontaneamente dopo un discorso infervorato del nostro amico Evel. Presto ci accorgiamo che vogliono solo chiedere se per caso ci sarà lavoro dopo la riattivazione della clinica e offrono i loro servizi per il prossimo futuro, senza fare molto per il presente. Non apprezziamo molto e continuiamo a lavorare.
Piano piano verso la una del pomeriggio raggiungiamo la clamorosa cifra di venti persone coinvolte nello sgombero, tutti sudatissimi sotto un sole che sferza frustate di fuoco inverosimili. Nel frattempo si attiva la solidarietà degli osservatori compassionevoli, quelli che guardano la fatica dei più, ma non vogliono rimanere inerti e allora comprano bibite fresche ai poveri spalatori. Un bambino raccoglie delle carte da gioco, sparse disordinatamente tra le rovine, e riesce a ricomporre un mazzo da poker completo mentre io dispongo ordinatamente su un muretto tutti gli oggetti ben conservati che recuperiamo per mantenere in qualche modo la memoria degli antichi padroni di casa. Ad ogni mattone che lanciamo lontano l’impressione è che le persone buttino via anche un pezzo della paura e del vivo ricordo del terribile terremoto per mettere al loro posto un’opera nuova, un pezzo in più di questa catartica creazione di esistenze e futuri che dovrà essere la ricostruzione di Haiti. Chissà quando partirà, se ci sarà. Il bambino, ormai padrone orgoglioso del mazzo di carte, me le consegna una per una. Alla fine della faticaccia, sudati, bevendo un po’ del dolcissimo succo marca “Tampico”, ripartiamo le carte tra i compagni di lavoro, come ricordo. Chissà, forse un giorno qualcuno di loro si ritroverà una regina di cuori o un jack in tasca e si ricorderà di noi e del bambino che giocava scavando tra le macerie.
Aumohd
(Romina Vinci)Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’associazione che avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.
Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto con una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port-au-Prince e che, tramite me, lui voleva darle cinquanta dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.
Si chiama Daphney, ha ventisette anni ed un bambino di cinque. È veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.
Bidonville di Delmas
È in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Parigi-Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.
Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. È strano da spiegare…
Ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.
Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
È tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.
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Santa Muerte e Haiti: Evento Libri @FES_ACATLAN_MEX_CITY

FES ACATLAN – “Jornadas Pedagógicas del Depto de Italiano” – Evento (doppia presentazione di libri) – “Da Haiti a Tepito, il terremoto e la Santa Muerte” – Presso la Sala de Usos Múltiples Depto Italiano – Venerdì 8 febbraio 2013 (Evento realizzato nell’ambito delle Giornate pedagogiche del dipartimento di italiano della FES Acatlán UNAM 5-8 febbraio 2012).1. Presentazione del libro: Santa Muerte. Patrona dell’umanità, (Ed. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013).
Venerdì 8 febbraio 2013 – FES ACATLÁN Sala de Usos Múltiples Depto Italiano – Orario 10-11.30
Partecipano: L’autore: Fabrizio Lorusso / Il direttore del Centro studi su Tepito: Alfonso Hernández / Letture di Maria Teresa Trentin. Moderatore: Andrea Alì – Coordinatore FES ACATLAN ITALIANO
Ore 12 – 12.15 Breve Pausa
2. Presentazione del libro: Le macerie di Haiti, (Ed. L’Erudita, 2012).
Venerdì 8 febbraio 2013 – FES ACATLÁN Sala de Usos Múltiples Depto Italiano – Orario 12.15 – 13.30 – 14
Partecipano: Fabrizio Lorusso, co-autore del libro insieme alla giornalista Romina Vinci/ Diego Lucifreddi, cooperante ad Haiti nel 2010 e professore di linguacultura italiana / Letture di Maria Teresa Trentin Moderatore: Andrea Alì – Coordinatore FES ACATLAN ITALIANO
Relatori e lettori:
Fabrizio Lorusso. Vive in Messico da 11 anni. E’ giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana e alla traduzione. Ha collaborato con il quotidiano L’Unità, Linkiesta.It, Il Fatto Quotidiano, il giornale messicano La Jornada, il portale Desinformémonos e altri media sia italiani che latino americani. E’ uno dei redattori della web zineCarmillaOnLine, diretta dallo scrittore Valerio Evangelisti. E’ autore del poemario in spagnolo Memorias del Mañana(Memorie del Domani), pubblicato in Messico nel 2009 da Editorial Quinto Sol; ha tradotto in italiano il libro Corte de Caja. Entrevista al Subcomandante Marcos di R. Trabulsi y L. Castellanos (Punto e a capo, ed. Alegre, Roma, 2010) e allo spagnolo il romanzo di Amara Lakhous Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (ed. Elephas, 2012). E’ coautore del libro di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo, (ed. Alegre, 2011) ed autore di Santa Muerte. Patrona dell’umanità edito da Stampa Alternativa nel 2012.
Romina Vinci. E’ una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche svolge i suoi studi presso l’Università La Sapienza di Roma, specializzandosi in Linguistica sotto la supervisione del professor Tullio De Mauro. Nel 2006 muove i primi passi da cronista sui campi di calcio, per conto de Il Corriere Laziale. Dal 2007 al 2008 svolge stage presso la redazione Interni dell’Ansa a Roma. Il sogno di una vita intesa come sintesi tra lo scrivere e il viaggiare la porta ad attraversare l’Europa fino a spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo e ad Haiti. I suoi reportage sono stati pubblicati su Il Tempo, America Oggi, Linkiesta.it., Limes (versione online), 50&Più. Proiettata sugli Esteri, ma sempre attenta alle tematiche sociali, con i suoi articoli cerca di testimoniare la realtà nuda e cruda, senza intermediazioni. Nei primi mesi del 2011 partecipa al progetto Polvere di Sogni, dando voce ad alcuni migranti che vivono a Roma, e racconta storie tragiche ma anche esemplari. Il libro viene dato alle stampe nel marzo 2011, realizzato per conto dell’Associazione Culturale Spazi dell’Anima.
Diego Lucifreddi, in Messico da 6 anni, è professore di lingua e cultura italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura, Laureato in Storia alla Università La Sapienza di Roma, specializzazione in orientalistica; candidato al grado di Maestro in Studi Latino americani alla UNAM, è stato cooperante ad Haiti con Aumohd, associazione di avvocati per i diritti umani di Porto Principe, nel febbraio 2010.
Alfonso Hernández, Cronista de Tepito y de la Cd de México, Hojalatero Social y Director del Centro Estudios Tepiteños, promotor cultural del barrio de Tepito y máximo experto del culto a la Santa Muerte. Ha escrito numerosos artículos sobre Tepito, su historia y actividades culturales, sus resistencias y sus aciertos y desaciertos, además de contirbuciones sobre el tema de la muerte, sobre la Santisima Muerte. Junto a la reina de los albures del barrio, Lourdes, organiza el taller de albures en la Galería Velasco de la calle Peralvillo, y, además, el Safari Tour del barrio, entre otras iniciativas culturales y de difusión.
Maria Teresa Trentin, di Quarto D’Altino – VENEZIA, ITALIA. En el año 2000 fui co-fundadora de la compañía de títeres “Brujerias de Papel” con la que participo en la producción de ocho espectáculos: “Ecce Uovo” (2000), “Historias del color de la tierra” (2000), “Cocori” (2001), “Museo Ambulante de los seres vivientes” (2002), “Cuadros de una exposición” (2003), “La pesadilla de Obrastsov” (2003), “Momentos de oro de Alicia” (2005), “El Circo Flaco” (2007) “El Arca” 2008) con un total de más de 100 títeres, entre marionetas, muñecos de mesa, experimentos técnicos. He cooperado también a la producción de “Bienaventurados” (2010), en un corto, un programa de televisión para la web italiana del equipo de fútbol “Fiorentina” – y producido marionetas y material escénico para otras compañías y coleccionistas privados. 2000 – 2012. Los últimos doce años emprendo giras con la compañía en más de 150 festivales por los siguientes países: Italia, Francia, España, Suiza, México, Cuba, Nicaragua, Costa Rica, Colombia, Ecuador y Taiwán. Desde julio 2011 presento el espectáculo: “Historias del Color De la Tierra” como solista. He compartido mi experiencia de trabajo por medio de talleres especializados, con principiantes y profesionales, en diversos países, para compañías de títeres o de teatro, como “La Cartelera” de Querétaro, Guiñoleros de la UAS de Sinaloa, de México y “Madre Tierra” de Colombia. También en universidades y en centros culturales. Finalmente, mi desempeño me lleva a trabajar con la “Orquesta Sinfónica de Sinaloa”, dirigiendo al grupo Delta Teatro para la presentación del espectáculo Cuadros de una Exposición – en el 2009. He producido la instalación “L’albero” para una asociación de Treviso.
LINK UTILI: HAITI
http://it.paperblog.com/le-macerie-di-haiti-prologo-e-presentazione-1516386/
SANTA MUERTE
https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/
http://santamuertepatrona.wordpress.com/
Dept. Italiano FES LINK
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Discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay nel Vertice della CELAC in Cile

Discorso con sottotitoli in italiano (di Clara Ferri) del presidente uruguaiano, José Pepe Mújica, al vertice internazionale della CELAC (Comunità Stati Latino Americani e Caraibici, organizzazione continentale che esclude gli Usa e il Canada). Leggi articolo sulla CELAC qui.
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Recensione de Le macerie di Haiti su ValigiaBlu.It

Foto: Romina Vinci – Recensione di Matteo Pascoletti
Pensare Haiti – tra i paesi più poveri in occidente – dopo il catastrofico terremoto del 2010, è come pensare a una terra dopo la fine del mondo: è l’impensabile per eccellenza. Eppure quella terra e i suoi abitanti esistono ancora, anche se la disperazione sembra essere l’unica costante, e la povertà estrema il paesaggio dominante.
Le macerie di Haiti, (ed. l’Erudita, 2013) scritto da Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, è un doppio diario che racconta il soggiorno nei luoghi del disastro: Lorusso è andato ad Haiti nel febbraio del 2010, poco dopo il terremoto, Vinci nell’ottobre del 2011, «nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale». La catena cominciata con i primi reportage di Lorusso e terminata con il libro è raccontata nell’introduzione. Centrale è il ruolo dell’Aumohd(Association des Unités Motivées pour une Haiti de Droits), associazione haitiana cui gli autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro:
È stata una catena. Dai reportage e dagli appelli pubblicati da Fabrizio nel 2010, e grazie alla collaborazione con Aumohd, ne sono nati altri importanti nel 2011, come quello di Silvestro Montanaro per C’era una volta su RaiTre. Poi Italo Cassa della Scuola di Pace ha costruito il sito HaitiEmergency.Org, portando il sorriso e il Carnevale da Roma a L’Aquila e a Port-au-Prince. Poi l’amico Evel Fanfan è stato in Italia, ben due volte. L’informazione, la rete, le persone hanno fatto sorgere la collaborazione anche con l’avvocato Massimo Vaggi, con la FIOM e con Nova OnLusAdozioni internazionali, per esempio. Alla fine della catena il cerchio si chiude con Romina, il suo viaggio ad Haiti e questo doppio diario.
Una volta sul posto, la devastazione lasciata dal terremoto è nell’odore dei cadaveri che non possono essere portati via, perché, come scrive Lorusso, «non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi, nei mattoni doloranti». Mentre allo sguardo la capitale Port-au-Prince si rivela una «metropoli ormai senza legge e senza tempo. O meglio, senza Stato».
Entro questo panorama, in cui la speranza è quasi una declinazione della follia, il diario dà spazio ad alcuni haitiani attraverso cui passano le contraddizioni e le lotte quotidiane di chi vive quella realtà. Conosciamo così Evel Fanfan, presidente dell’Aumohd che cerca di espandere i confini dei diritti riconosciuti: una figura carismatica che ha qualcosa dell’avvocato, del sindacalista, del politico e del sognatore. Vinci lo trova impegnato nel progetto di una radio che dia voce ai lavoratori haitiani: nella visione di Fanfan questo potrà diminuire i reati minori e gli abusi di polizia grazie alla diffusione di informazioni.
Altra figura centrale è Padre Rick, che dirige l’ospedale Nuestros Pequeños Hermanos. La visita all’obitorio, «un mucchio di macerie fatte di uomini» che il sacerdote vuole e deve benedire, è una scena che resta impressa anche dopo aver chiuso il libro. Padre Rick ha bisogno delle sigarette per sostenere la vista e l’odore, pur non essendo un fumatore. Dai suoi racconti, dai suoi sforzi per distribuire cibo e aiuti negli slums, nonostante il rischio costante di aggressioni o peggio, emerge tutta la ferocia che la miseria impone agli uomini. La stessa Vinci, accompagnando gli uomini di Padre Rick, è circondata e aggredita col resto del convoglio senza nemmeno poter capire sul momento il perché. Scoprirà solo in seguito, a pericolo scampato, che il convoglio è stato circondato e i componenti aggrediti perché nei giorni scorsi gli uomini di Padre Rick non avevano dato abbastanza riso.
Le contraddizioni di Haiti sono invece Daphney – «è Haiti, luce in mezzo alla morte» – in cui povertà e leggerezza convivono in un equilibrio indecifrabile. Si resta colpiti dal fatto che Daphney e i suoi coetanei delle bidonville abbiano quasi tutti un profilo Facebook – i social network per i giovani haitiani sono il web – e che spendano molto di ciò che guadagnano per connettersi nei cyber caffè e chattare di frivolezze. La tecnologia, non permettendo in alcun modo di emanciparsi sul piano economico o sociale, diventa l’ennesimo giogo da sopportare: con la differenza di essere un giogo divertente, in apparenza meno pesante. E questo è uno dei dettagli che porta a uno dei temi centrali del libro: il ruolo ambiguo delle Ong straniere e delle Nazioni Unite, e più in generale il rapporto tra le potenze straniere e Haiti. A dispetto della forma dichiarata, gli «aiuti umanitari» o «le missioni di pace» mantengono immutati i fattori di disuguaglianza sociale, impedendo un’effetiva emancipazione degli haitiani. La «famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”» – scrive Lorusso – svolge anche funzioni di polizia e controllo militare. Una situazione ormai malvista, complice anche la quasi ventennale presenza dei caschi blu ad Haiti (dal 1993):
sono venuti [i militari dell’Onu] ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe straniere, definendole come il “braccio armato della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali.
Le organizzazioni umanitarie straniere, più organizzate e a proprio agio con la burocrazia rispetto alle associazioni del posto, incarnano il sistema welfare haitiano. Complice lo stato di necessità in cui si trova la popolazione, sortiscono però un’ulteriore funzione: plasmano la società in modo unilaterale mentre l’aiutano a sopravvivere. Scrive ancora Lorusso:
Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, […] che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata da politiche specifiche e da preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.
Foto: Romina Vinci
Gli stili degli autori evidenziano differenti approcci al contesto, risultando complementari. Lorusso lascia in secondo piano le impressioni sul posto, inquadrando ciò che vede in una cornice di relazioni economiche e politiche. È uno stile fortemente analitico che distanzia da sé gli avvenimenti: ma è il risultato di uno sforzo teso a comprendere meglio la realtà haitiana. Lo si vede per contrasto in alcuni passi, come la descrizioni di Daphney o la poesia in chiusura del libro, dove si coglie la consapevolezza di quanto Haiti sia rimasta dentro.
Vinci dà voce allo spaesamento di chi si trova catapultato in un Altrove caotico, violento e indecifrabile, scoprendosi straniero. Ciò fa presa sui meccanismi difensivi, e si vede soprattutto nella lente dell’etnocentrismo con cui talvolta filtra gli eventi. Il suo stile trasmette con efficacia gli avvenimenti e i particolari più impressionanti, offrendo un punto di vista più vicino al lettore estraneo alla realtà haitiana:
Al termine di questo mini tour siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa non hanno bisogno loro? È tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti.
Ma, al netto dei contrasti vissuti, la giornalista mostra quanto siano forti le motivazioni che l’hanno spinta a quel viaggio, e successivamente a questo libro:
Quando un giornalista valica i confini, penetra in questi posti, occupa spazi, incrocia sguardi e persone raccogliendone le storie, ha il dovere morale di raccontare quel di cui è stato testimone.
Una frase che vale come manifesto di deontologia professionale e che, a giudicare dai reportage dall’Afghanistan realizzati nel 2012, Vinci sa applicare con coerenza.
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