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La larga noche de Ciudad Juárez (exposición de Luciano Valentinotti)

La lunga notte di Ciudad Juárez è il titolo dell’opera murale di Luciano Valentinotti che sarà esposta a Città del Messico. L’inaugurazione sarà mercoledì 6 marzo alle ore 19, alla Casa della Cultura di San Ángel, sud Mexico City.MIÉRCOLES 6 DE MARZO, A LAS 19 HORAS, EN LA ESPLÉNDIDA CASA DE LA CULTURA DE SAN ÁNGEL, INAUGURAREMOS LA EXPOSICIÓN DEL MURAL DE LUCIANO VALENTINOTTI “LA LARGA NOCHE DE CIUDAD JUÁREZ”. LOS ESPERAMOS A TODOS PARA PODER REAFIRMAR, JUNTOS, EL VÍNCULO ENTRE ARTE Y MEMORIA. PARA NO OLVIDAR, NOS VEMOS EL PRÓXIMO MIÉRCOLES. EN SAN ÁNGEL.
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Voto. Non voto. Quale voto.

[Quella che segue è una collezione di interventi dei redattori di Carmilla sull’opportunità di votare o no, oggi e domani. Il tema non era quindi “chi votare”, ma se sia utile o meno e, in caso affermativo, con quali finalità. Mancano all’appello due redattori, o perché incerti, o perché troppo impegnati in altre cose.]Mauro Baldrati:
Se è giusto l’enunciato di McLuhan, il messaggio è il medium, lo anche il seguente: la politica è la macchina. Il sistema è una macchina più potente dei messaggi che finge di veicolare. Una macchina malata, produttrice di inutilità, determina una guida screditata che si limita a eseguire ordini. Il Parlamento Nazionale “prende atto”. L’emergenza continua, ipertrofica, ha distrutto il potere di autodeterminazione. La macchina malata, dispensatrice di privilegio, è funzionale, nella sua ignavia, al vero potere. Ricorda l’era dello Scià di Persia, che viveva ricoperto d’oro, si faceva arrivare il pranzo da Parigi con un jet privato, mentre governavano (e torturavano) le Sette Sorelle.
Chiunque entra in questa macchina contrae la malattia, prima o poi.Solo abbattendo la macchina e sostituendola con una sana ci sarà una speranza, al di là dei proclami elettorali. Per questo ero deciso a non recarmi al seggio elettorale, per la prima volta nella mia vita. Perché non vedevo (e non vedo) alcuna volontà di rifondare la macchina.
Poi ho subito il fascino del Movimento Cinque Stelle. Per primo ha sollevato questo problema, al di là del populismo di stampo elettorale: rifiuto della politica televisiva, del fiume di denaro del finanziamento pubblico, un impegno dei suoi candidati a rinunciare alla scandalosa pensione del (dis)onorevole e autoriduzione dello stipendio di due terzi. Sono scelte pertinenti, più delle promesse di “crescita” che poi nessuno manterrà. Una Guida Etica può rivoluzionare il mondo, perché esclude di per sé i ladri e i sicari. Una Guida Etica può gestire il conflitto sociale, renderlo creativo. Una guida screditata porta solo falsità, opportunismo, fallimento.
Ma il qualunquismo dimostrato da Grillo con le uscite su Casa Pound e sul sindacato mi hanno fatto recedere.
Quindi sono tornato al NO.
Ma so che non riuscirò ad assumermi fino in fondo la responsabilità di chiamarmi fuori.
Per cui andrò a votare per chi, all’interno della macchina malata, richiama, nonostante tutto, echi di socialismo. Per chi non si alleerà mai col capo della banda di razziatori denominata “Spending Review”.
Ma non c’è storia: la Macchina è come il castello del Principe Prospero.
E’ una scelta contro la disperazione.Alessandra Daniele:
Quando mi hanno proposto di partecipare a questo post collettivo ho accettato subito con piacere. Poi però mi sono messa seduta davanti alla pagina bianca sullo schermo, e ho cominciato a sentirmi come a scuola il giorno del tema. Sceglievo decisa quello ”d’attualità”, seriamente intenzionata a fare un discorso costruttivo. Poi però cominciavo a scarabocchiare sull’angolo del foglio, guardare fuori dalla finestra, e pensare alla mia serie tv preferita, che allora era Star Trek.
In uno dei romanzetti ispirati alla serie classica, Spock Must Die! di James Blish, Spock cita William James: ”A difference which makes no difference is no difference“, una differenza che non fa differenza non è una differenza.
Chi otterrà la maggioranza relativa in queste elezioni per governare dovrà allearsi con Monti.
Un pareggio, o un improbabile maggioranza relativa grillesca o astensionista ”spaventerebbero i mercati” abbastanza da provocare un altro governissmo tecnico-emergenziale guidato da Monti.
La lista Ingroia non farà il quorum, e se lo farà eleggerà solo Ingroia e Di Pietro, le loro gag da poliziottesco serviranno soltanto come ulteriore scusa al PD per allearsi con Monti.
Le liste minori sono così irrilevanti che non se le inculano neanche Reese e Finch di Person of Interest.
Tema: voto o non voto, quale voto?
Svolgimento: purtroppo non fa nessuna differenza.
E questo mi fa pensare alla mia attuale serie preferita: The Walking Dead.Girolamo De Michele:
Non credo nella rappresentanza politica: non credo né giusto (dal punto di vista etico), né possibile (dal punto di vista pratico e dell’esperienza storica) che la viva e contraddittoria realtà degli esseri umani, dei desideri, dei bisogni, della vita (e non solo di quella dei viventi umani) sia sostituibile nei suoi “rappresentanti”. Se si deve scendere a patti col meccanismo della rappresentanza, bisogna farlo solo come eventuale male minore, senza dimenticare mai tutto quello che resta escluso dalla dimensione parlamentare. E soprattutto, senza dimenticare mai che prima ancora che il sistema rappresentativo dimostrasse di essere capace di funzionare, già albergava il sospetto che i rappresentanti si potessero trasformare in una élite chiusa, in una nuova aristocrazia “borghese” in luogo di quella aristocratica scacciata a colpi di rivoluzioni e ghigliottine. È quello che è successo, inutile far finta che non sia così: le vere decisioni vengono prese da istanze sovranazionali di cui spesso conosciamo solo gli acrostici (WTO, BCE, FMI) o i nomi (Goldman Sachs, JP Morgan, Deutsche Bank), partiti e parlamenti sono al più i garanti, i ciambellani, i camerlenghi di questi sovrani senza volto. Per fare questo, usano miti tranquillizzanti, forse droghe pesanti, o mani che chiudono gli occhi, come cantava De Gregori. E hanno un orizzonte che si ferma al riordino delle sdraio sulla tolda del Titanic, come disse il leader nero Jeriko One nel suo ultimo discorso, poche ore prima di essere ammazzato dalla polizia.
Voterei, facendomi forza, un partito o movimento che fosse capace di fare un discorso di verità, senza nulla nascondere, che appoggiasse i movimenti, invece che catturarne la forza propositiva per spegnerne la pericolosità; che fosse capace di guardare non all’uovo oggi e nemmeno alla gallina domani e al pollaio dopodomani, ma alla possibilità di una fattoria tra dieci anni.
Voterei, facendomi forza, se…
Voterei…Valerio Evangelisti:
Io non ho alcuna fiducia in una trasformazione dell’assetto sociale per via istituzionale. Secondo me il sistema può essere abbattuto solo con le lotte e i movimenti, con l’imposizione dal basso di un’altra cultura, con la creazione di organi assembleari di autogoverno, con la conquista palmo a palmo del territorio e delle coscienze. Sarei dunque, tendenzialmente, astensionista.
Di fatto però non lo sono. I movimenti, per loro natura, conoscono alti e bassi, specie quando le loro richieste sono frustrate. Prendiamo i più forti in Occidente. In Spagna sono scesi in strada milioni di “indignados”, che hanno addirittura assediato il parlamento. Non è cambiato nulla, domina ancora chi ha vinto le elezioni e detiene il potere (cioè il monopolio dell’uso della forza). Idem in Grecia, per ora, sebbene là forse si vada a uno scontro violento. Non parliamo di “Occupy Wall Street”, ridotto a una larva. Rivolte continuano a scoppiare qui e là, eppure l’assetto di chi comanda resta identico.
In Italia abbiamo avuto e abbiamo forti movimenti: studenti, realtà di territorio, resistenze operaie. Eppure il Palazzo d’Inverno resta un miraggio lontano, nemmeno scalfito. Allora io dico che, per i movimenti, una anche fragile sponda istituzionale resta importante, se non altro quale “cassa di risonanza” di leniniana memoria, o quale scheggia capace di inceppare il meccanismo. Andrea Costa disse in pieno parlamento, di fronte alle imprese coloniali, “Né un uomo né un soldo”. Diventò una parola d’ordine a livello di massa.
Vi sono poi temi di cui un movimento non può farsi carico, ma una seppur piccola rappresentanza parlamentare sì. Un esempio: sarebbe urgente una legge che introducesse anche in Italia il reato di tortura. Non aspettiamoci cortei su questo. Un piccolo gruppo di parlamentari, però, potrebbe dare risalto al tema. E gli esempi analoghi sarebbero infiniti. Articolo 41 bis (un orrore), ergastolo ostativo (altro orrore), riforma della scuola (orrore massimo), art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ecc.
Con questo, non sto consigliando per quale partito votare. Personalmente voterò chi possa dare più fastidi, senza farmi troppe illusioni in merito.Lorenza Ghinelli:
So perfettamente chi non voterò.
Non voterò partiti che millantano moralità cercando di convogliare voti per tutelare i loro privatissimi interessi. Non voterò questi partiti perché offendono le nostre intelligenze e perché l’etica pubblica è ben altra cosa rispetto alle battaglie da macellai che intendono compiere. L’etica, per me, è permettere a ogni cittadino di sentirsi tale, in virtù di diritti e doveri, senza distinzioni. Non è etico e nemmeno morale abbindolare il popolo promettendogli una mano mentre gli verranno strappate le braccia, rendendolo inabile alla lotta. Non abbiamo bisogno di siparietti, né di promesse che non solo rasentano il ridicolo, ma lo superano. Non abbiamo bisogno di carità, di pochi spiccioli rimessi nelle nostre tasche mentre continueranno per anni a toglierci tutto, dignità e futuro inclusi. Abbiamo invece bisogno di risorse per rialzarci, di politici che sappiano rinunciare al fascino perverso di rendersi zecche sulla pelle dei loro votanti. Non abbiamo bisogno di umiliazioni, ma di esempi di concreta eticità. Perché non è etico discriminare i cittadini in base ai loro orientamenti sessuali ma sarebbe eticissimo discriminarli in base alla loro fedina penale, pertanto voterò chi mi lascerà intravedere uno spiraglio in merito. Voglio che i politicanti corrotti e collusi con la malavita vengano messi nella condizione di non dettare legge. Voglio uno stato che non permetta alla chiesa ingerenze nella vita politica del Paese.
Il sistema, il governo, le dinamiche del potere, dopo un’espansione endemica e violenta, apparentemente inarrestabile, ora sono giunti a un punto in cui non possono che implodere. Il risultato è proprio questa crisi. Ed è anche un’occasione. Per questa ragione io eserciterò il mio diritto di voto, consapevole che il mio dovere di cittadina non si compirà solo domenica, ma che la politica è fatta di gesti quotidiani, tutto l’anno.
L’indifferenza, scriveva Gramsci, è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti…
Per concludere, ho detto che so chi non voterò. E su questo non ho dubbi.
Chi votare resta comunque un problema, non c’è partito a cui io riconosca determinazione e onestà intellettuale in grado di giustificare un voto accorato.
Voterò cercando di non cadere nel personalismo. I leader di partiti e movimenti sono affetti da un populismo che puzza di vecchio.
Voterò col desiderio che questa mala Italia venga scalzata via, certa che sarà richiesto a tutti noi un impegno civico, concreto e attivo, da cui non potremo e non dovremo esimerci.Fabrizio Lorusso:
Voto, non voto, chi e che cosa. L’entusiasmo scende, ma dovrei farcela. Non è ancora calato del tutto, ma sono di indole paziente e qui all’estero le condizioni, cioè le regole del gioco, sono (o sembrano) un po’ diverse o almeno appare diversa la bagarre della penisola mediterranea dalla fredda distanza. Restano i dubbi, sempre e comunque.
Non credo alle chimere e alle promesse (di che cosa poi?). Spero di non credere mai alla propaganda elettorale e postelettorale. Non penso di essere un illuso della cosiddetta “democrazia liberale” classica (come la italiana? Lo è mai stata? Forse solo classica è stata). Ripongo nella versione nostrana del “sistema” (o “regime”?) forse ancora le minime speranze per non caracollare al suolo o emigrare (cosa che però ho fatto in fin dei conti…). Qua c’è il voto all’estero ed era dal lontano 1996, quando ancora ero in Italia e avevo 19 anni, che non me ne curavo. Leggevo e sapevo, ma non votavo. Alcuni referendum, diretti e secchi, hanno aperto buoni spiragli e sono stati utili, anche se poi a volte vengono scippati a porte chiuse. L’Acqua e il futuro del territorio, dell’energia e della giustizia, hanno unito tanta gente, anche fuori, oltreoceano.
Osservo da tempo le pozioni magiche e gli artifizi delle moderne democrazie, soprattutto del Messico e dell’Italia, paesi lontani ma simili in tante, troppe cose. Lo faccio sapendo che sono imperfette e scricchiolanti. Che nemmeno le facciate e le magie della politica, un’ex arte e un’ex parola rispettata, incantano o impressionano più, ma che, se ripartissimo da valori vissuti e lotte concrete, da comunità e vite, forse conterebbero qualcosa le persone, alias i “candidati”, almeno quelli che non sono o non si trasformano in burattini o automi. Credo che i sistemi politici attuali, quelli dei moribondi Stati-nazione, e la relativa gestione del potere conducano quasi inevitabilmente a un pessimismo cosmico da parte dei (mal)governati e a perversioni burocratico-autoritarie nei governanti, soprattutto in questa fase storica e in un’Italia dalla scarsa umiltà, piena di parole, di debiti, di vecchie glorie ed emigranti, di mass media “poco propizi” e infine priva di direzioni chiare. Non tutto puzza (o non troppo) però.
Penso che una costruzione democratica, autonoma e dal basso, almeno a livello comunitario e di piccoli gruppi che “contagiano” il resto con pratiche virtuose, possa nel tempo cambiare lo stato delle cose. Per ora lascio stare l’economia, il capitale e la ricchezza, che pure sarebbero punti importanti e dolenti, e parlo solo di “farsi governo” ed allargarsi, estendersi; parlo di comunità e anche di scappatoie piacevoli e razionali, giuste e non ideologiche rispetto alla dittatura economica e sociale del privatismo e dei mercati (sempre più foranei e globali); parlo di diritti umani, di trasparenza, di conoscenze libere e reti e di democrazia vissuta e partecipata, parlo di un modello che non è solo teorico, ma anche molto pratico in alcuni angoli di mondo.
La politica delle campagne elettorali e delle mille liste in gran parte oggi non offre questo, ma non significa che le persone (politici o no) non possano farlo. Esistono esperienze pratiche (e teoriche) di convivenza e alternative che, in genere, non rinnegano di principio e da subito, ideologicamente e per sempre, tutti i poteri “esterni” e tradizionali, ma devono dialogare con essi in qualche modo ed eventualmente scegliere l’interlocutore che possa avvicinare visioni e costruire ponti. Allora votare, riconoscere una delle possibilità ed anche l’esistenza di persone, seppur poche, al di là della struttura, del sistema e del decadimento, può essere un’opzione. Non è l’ottimo, ma esiste. Il dilemma è identico in Messico: partiti e movimenti, i palazzi e la politica vera, i “prodotti e servizi” che fanno PIL e i beni comuni, il voto e l’autonomia “totale”. Non credo sia un’eterna contraddizione di opposti, spero in una (lenta e pacifica) convergenza e scelgo di partecipare. Le scelte si possono cambiare, ci si può riflettere sopra prima e dopo. E se non è pacifica, la convergenza, il processo, il rispetto reciproco, allora si parteciperà in altri modi al silenzio o al rumore.Sandro Moiso:
Non vorrei ripetermi, ma ho votato una sola volta alle amministrative nel 1975 (PCI) e una sola alle politiche nel 1976 (Democrazia Proletaria), poi, non essendo astensionista per dogma, ho votato negli anni per i referendum che ho ritenuto più importanti (divorzio, aborto, art.18, etc.).
Potrei anche tornare a votare, ma per un partito che manifestasse, più che la volontà di andare a governare l’esistente, un reale programma di classe (tipo quello che ho esposto presuntuosamente in “Un palinsesto per le lotte che verranno”) perché un partito è determinato dal suo programma e non viceversa ovvero non si fa prima il partito per poi inventarsi un programma che metta d’accordo tutti, ma prima si dichiara il programma al quale militanti ed elettori devono aderire. Paradossalmente è più “partitico” il Movimento NoTav, con la sua capacità di opposizione organizzata programmaticamente ed in grado di riunire sull’obiettivo realtà sociali, politiche ed umane molto diverse tra di loro che qualsiasi altro movimento sedicente di sinistra (Sel, Ingroia e la sua lista di mummie, Rifondazione, Comunisti italiani, etc.). Oggi, lo ripeto ancora una volta, il risultato migliore sarà rappresentato dalla sconfitta del programma “Monti” e questa sarà determinata soprattutto da due cose: il non ingresso in Parlamento della lista del premier e da una significativa riduzione dei consensi nei confronti del PD che dell’operazione Monti è stato il massimo artefice, sostenitore e sponsor. Berlusconi, nonostante il suo attuale “risveglio” è un cane morto. In questo senso l’astensionismo sarà utile per questa tornata elettorale: indebolirà tutti i partiti, tranne Grillo che si troverà a dover gestire una situazione imprevista, e renderà ingovernabile il paese se non tornando ad altre elezioni. Quindi un grande disordine ci attende dopo queste elezioni, ma, forse, anche la riapertura di un dibattito reale e dal basso su ciò che vuol dire “sinistra”.
Hasta la victoria!Marilù Oliva:
Io non ho mai capito l’Aventino. Non ho capito la secessione al posto della rivoluzione. Non ho mai afferrato – razionalmente – le proteste silenziose, anche se le rispetto e non nego – in alcuni casi – la loro efficacia. (L’Aventino però non ha sortito efficacia alcuna). Voterò per esclusione e voterò – sulla base di un meccanico sistema di eliminazione – il partito di sinistra che, secondo il mio semplice rigore etico – vera democrazia, vera giustizia, uguaglianza, pluralismo e servizi pubblici non deteriorati – si è comportato meno peggio. Ma non sarò ugualmente soddisfatta, perché agirò per negazione e non per affermazione.
Dal momento che votare in questo modo non è piacevole né giusto, ho riflettuto a lungo sull’unica alternativa possibile: astenermi. Il pensiero del diritto di voto mi ha fatta desistere. Il ricordo delle fatiche per ottenerlo, di chi è caduto perché lo reclamava intatto. Matteotti e le sue denunce alle irregolarità delle elezioni del ’24, ma non solo.
Se voto alimento un sistema corrotto e marcio e comunque non mi sento rappresentata.
Se non voto posso contribuire a non permettere che questo sistema prenda una svolta peggiore. O almeno mi sento meno in colpa perché ci ho provato.Franco Pezzini:
Col gastroprotettore, ma anch’io andrò a votare.
Lo farò pur comprendendo perfettamente le ragioni di chi sceglie di non farlo.
Sia perché nutro seri dubbi sul fatto che un voto espresso sotto il regime dell’attuale legge elettorale possa considerarsi davvero significativo.
Sia perché non vedo sulla piazza, nonostante consacrazioni dalle più varie agenzie, partiti o uomini che esprimano i miei sogni – considerando il penoso teatrino di ambiguità e opportunismi, voltafaccia e interessi particulari mostrati su fronti caldi come il caso Ilva e la TAV.
Sia ancora perché sappiamo benissimo come, in barba alla carta costituzionale, la sovranità non appartenga affatto al popolo ma a un mondo di lobby economiche che coltivano le proprie crisi, i propri fallimenti, i propri (presunti) salvataggi – a spese ovviamente delle classi subordinate – cantandosele e suonandosele da sole, dietro le quinte della rappresentanza politica. Salvo sbocciare saltuariamente a diretta visibilità di governo con finti “uomini nuovi”.
Considerando tutto questo, sarei seriamente tentato di dire basta, non col mio voto. Eppure, dopo un lungo torcibudella, altre considerazioni mi spingono ad andare al seggio.
Certo, il rispetto che provo per chi in passato è morto per permetterci questa scelta (ho il sospetto che quegli uomini resterebbero non poco turbati di fronte allo stravolgimento di senso imposto alle libertà conquistate). Ma si tratta forse di un motivo troppo romantico a fronte della prosaicità del voto oggi.
In termini pragmatici e un po’ brutali, la riflessione che un voto al male minore (chiamo così per semplicità una scelta non convinta e molto critica) non peggiorerà il quadro rispetto a un voto mancato. Mentre lascio aperta (hai visto mai) la possibilità che qualcuno degli eletti riesca a non essere cannibalizzato dal sistema, e a mantenere quel minimo di autonomia per alzare il ditino e obiettare al momento giusto. Ma forse sono illusioni.
Il fatto che stiano per contro riemergendo dai tombini tutti i fautori del male maggiore, che andranno compatti al voto: e una nuova, anche breve stagione di Repubblica delle ban(d)ane produrrebbe danni enormi. In particolare, richiamando alla discussione parlamentare tutti gli scellerati disegni di legge ancora bloccati: e chi si trovi, come il sottoscritto, a dover monitorare ogni giorno la situazione normativa non può che esserne preoccupato.
Quanto al momento in cui crocetterò il nome del partito che con tutti i limiti mi trovo a scegliere, e a cui non sconterò nulla, allora il gastroprotettore forse servirà.Alberto Prunetti:
La società che sogno non prevede mandati di rappresentanza né decisioni imposte gerarchicamente dall’alto verso il basso. Già questa sarebbe una buona ragione per non partecipare alle elezioni. Tuttavia voglio ragionare per assurdo… come si faceva un tempo per provare certi teoremi di geometria… potrei votare un partito che fosse assieme antifascista, anticapitalista e antiautoritario… un partito che una volta al governo eliminerà il precariato e istituirà il salario minimo di cittadinanza, che imporrà la patrimoniale e taglierà le spese militari per favorire scuola, università e ricerca, che fermerà gli interventi militari all’estero, aprirà i cancelli dei centri di identificazione per migranti e abolirà il divieto di circolazione alle frontiere per i lavoratori in cerca di un lavoro in arrivo dal sud del mondo… che eliminerà la tav e il lavoro nero e precario e bonificherà con i soldi tolti ai padroni i siti industriali inquinati, che aprirà a politiche antiproibizionistiche, consentirà l’eutanasia e annullerà l’ora di religione e l’otto per mille e considererà la religione cattolica una tra le tante, senza alcun concordato esclusivo… un partito del genere, potrei votarlo come male minore, rispetto all’ideale di una società antiautoritaria che si regge nella federazione di piccole comunità di quartiere o di campagna, federate e senza mandati di rappresentanza… lo voterei e ancora non sarei contento, perché sempre saremmo in un sistema capitalista…ma in ogni caso, a oggi, un partito del genere non sembra esistere… e votare per partiti che sostituiranno una casta per un’altra, un comico miliardario per un altro, un sistema rappresentativo per un altro, davvero non ha senso. Se con il voto di protesta o con il voto del male minore si devono finanziare altri caccia bombardieri che uccidono i popoli che a migliaia di chilometri da noi ricevono i nostri “aiuti umanitari”… se votare serve a ridare il semaforo verde a fabbriche inquinanti che uccidono gli abitanti che vivono nei quartieri vicini… meglio non votare. E continuare la lotta ogni giorno, perché anche l’astensionismo di per sé non serve a nulla, se non a mettersi in pace con la propria coscienza (come anche il voto: ho votato, se poi non fanno nulla, colpa loro, la mia scelta sembrava buona…). Voto o non voto, è l’impegno quotidiano quello che sposta la tensione sociale e abroga il vecchio sistema o ne istituisce uno nuovo.
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Istituto Italiano di Parigi: protesta e petizione su Avaaz

“Con il presente documento si richiede espressamente alla Dottoressa Marina Valensise, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi un comunicato ufficiale di delucidazioni riguardo ai fatti inerenti alla presentazione del seminario Giovanni Gentile: un pensiero in atto, svoltosi il 2 febbraio 2013 presso i locali dell’Università della Sorbona di Parigi e sponsorizzato dal medesimo Istituto Italiano di Cultura”.
Firma qui la Petizione su Avaaz
RICHIESTA DI DELUCIDAZIONI DA PARTE DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI PARIGI
Perché è importante: Con il presente documento si richiede espressamente alla Dottoressa Marina Valensise, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi un comunicato ufficiale di delucidazioni riguardo ai fatti inerenti alla presentazione del seminario Giovanni Gentile: un pensiero in atto, svoltosi il 2 febbraio 2013 presso i locali dell’Università della Sorbona di Parigi e sponsorizzato dal medesimo Istituto Italiano di Cultura. (Vieni a conoscenza anche di quanto succede all’Istituto Italiano IIC in Messico-Link).
I FATTI
Il 30 gennaio sul sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, viene annunciato un seminario in onore di Giovanni Gentile. La presentazione in italiano è così formulata: “Giovanni Gentile: un pensiero in atto: In occasione della traduzione in francese di Spirito, atto puro e de La Rinascita dell’Idealismo presso le Edizioni Hermann, Andrea Bellantone, specialista del filosofo italiano, e docente all’Istituto Cattolico di Parigi, organizza un convegno alla Sorbona attorno al pensiero del grande filosofo del XX secolo Giovanni Gentile”.Cliccando sulla dicitura “français”, la presentazione continua e istruisce il lettore francese definendo Gentile “il filosofo dell’idealismo che fu teorico dell’atto puro, rifondatore del liceo italiano e che finì tragicamente i suoi giorni, vittima della guerra civile del 1944, assassinato a Firenze da una banda di partigiani”.Il 30 gennaio medesimo, la presente nota biografica scatena immediatamente accese e sdegnate reazioni. Enrico Persico Licer, Presidente della sezione ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Parigi invia una lettera di protesta alla Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Dott.ssa Marina Valensise e per conoscenza al console generale Andrea Cavallari; Elio Rampino, presidente della Sezione ANPI della Repubblica Ceca, scrive una lettera di protesta alla Dottoressa Marina Valensise; Olivier Favier, storico e italianista francese, scrive un vibrante articolo di protesta sul sito onnedormirajamais.org; una lettera, redatta in italiano e in francese, è indirizzata alla Dott.ssa Marina Valensise da moltissimi cittadini italiani e francesi che ribadiscono con forza di avere a cuore i fondamenti delle loro rispettive Repubbliche.Sempre il 30 gennaio, il Professor Andrea Bellantone, organizzatore del seminario su Giovanni Gentile nonché professore di Filosofia Moderna presso l’istituto Universitario Cattolico di Parigi, scrive diverse e-mail indirizzate a Olivier Favier, nelle quali assicura a più riprese la sua totale non adesione alla presentazione di Gentile, così come redatta dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.Il 31 gennaio il sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi corregge la nota biografica su Gentile in questi termini: “rifondatore del liceo sotto il fascismo e che finì tragicamente i suoi giorni, pagando i suoi errori politici in favore della dittatura, all’epoca della guerra civile e di Liberazione.”Il 2 febbraio, come previsto, si svolge il seminario, secondo una normale e ineccepibile prassi accademica. La partenza anticipata della direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Dottoressa Marina Valensise, non le permette di dare spiegazioni sul testo contestato o di rispondere a domande sullo stesso durante il dibattito con gli astanti, tra cui erano presenti, tra gli altri, dei rappresentanti della sezione di Parigi dell’ANPI, Bruna Lo Biundo, francesista e ricercatrice per diversi istituti storici, Gerardo Maffei, autore e regista italiano e Olivier Favier.
Ad oggi nessuna spiegazione ufficiale o in via privata è stata fornita ai mittenti delle lettere di protesta dal loro destinatario.
MOTIVAZIONI E CONTESTO
Giovanni Gentile, da un punto di vista storico, che non può essere ignorato tanto il suo pensiero si conforma alle sue azioni, è un gerarca fascista: Ministro della Pubblica Istruzione, nominato da Mussolini, dal 1922 al 1924; redattore del Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925; dal 1928 al 1941 ricopre importanti cariche universitarie e accademiche; nel 1938 è il primo firmatario del Manifesto della Razza (apertamente antisemita); il 24 giugno 1943, in una fase critica della seconda guerra mondiale, tiene al Campidoglio il tristemente famoso Discorso agli italiani, che esorta la nazione a restare unita sotto la guida del Duce e che porterà alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; dal 1943 alla morte nel 1944 segue Mussolini a Salò (RSI).L’articolo 1 della Costituzione Italiana sancisce che «L’Italia è una Repubblica Democratica», quindi fondata su valori, che essa condivide con la Francia, che sono contro ogni forma di dittatura, a fortiori fascista. La lotta di tutti coloro che si opposero al fascismo storico ha avuto forme e colori politici diversi. Tra esse è innegabile, dal punto di vista storico, l’importanza della lotta armata partigiana. Il 25 aprile, festa nazionale italiana, si celebra la « Liberazione » dell’Italia dal fascismo ad opera delle forze alleate e dei partigiani italiani.
Assodati questi fatti, è doveroso indignarsi che un’Istituzione Italiana, finanziata da denaro pubblico, faccia uso di termini quali «guerra civile» per definire la guerra di Liberazione, e «banda» per definire i resistenti italiani, facendo inoltre passare per «vittima» uno dei maggiori intellettuali del fascismo e istigatore della leva forzata per la difesa della Repubblica di Salò.
Sdegno tanto più necessario in un momento in cui sono chiari e sempre più presenti i segnali di un nuovo revisionismo che va ben al di là dei confini italiani e che per l’Italia, tra i molteplici esempi, si manifesta con il discorso del 27 gennaio 2013 all’inaugurazione del Memoriale della Shoah di Milano in cui Silvio Berlusconi dichiara «Il fatto delle leggi razziali è la peggior colpa del leader Mussolini che per tanti altri versi invece aveva fatto bene»; con la costruzione, finanziata dalla Regione Lazio, nell’agosto 2012, di un mausoleo al criminale di guerra Rodolfo Graziani, generale d’armata fascista e ministro della difesa della Repubblica di Salò; con la richiesta di disegno di legge presentata nel 29 marzo 2011 dal senatore del Pdl, Cristano De Eccher, al Senato per l’abolizione della XII norma transitoria e finale della Costituzione Italiana, ovvero quella che sancisce il reato commesso da chiunque «faccia propaganda per la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista», oppure da chiunque «pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche».Olivier Favier, storico e italianista, redattore della petizione
Bruna Lo Biundo, francesista e ricercatrice per diversi istituti storici, redattrice della petizione
Gerardo Maffei, autore e regista, redattore della petizione
Maria Cristina Mastrangeli, traduttrice e regista, redattrice della petizioneInfine un video emblematico sui “rappresentanti” e gestori della cultura italiana all’estero:
Antifascismo, Avaaz, Cultura e Diversità, Curiosità, Docenti d’Italiano in Messico, Eventi e Comunicati, fascismo, gentile, istituto italiano di cultura, Italia, Manifestazioni, Marina Valensise, memoria, Notizia, parigi, partigiani, Politica, revisionismo, Roba in Italiano, Società e Conflitti, storia, Varie d’Italia -
Olivetti Lettera 25 Made in Mexico

POST Bilingue e Pre-elettorale. Lo smorzatore di toni (?)
Altro che IMU. Voterò solo per chi prometterà (senza necessariamente adempiere, chiaro) di mandare via posta ordinaria e in simultanea una di queste macchine da scrivere a tutti gli italiani (compresi tutti quelli all’estero, oltre 4 milioni e 200mila anime perse e sparse, che non sono mica di Serie C2…anzi). Per chi già ce l’ha (e non sono pochi), nessun problema, se ne tiene due o la deposita per strada o in una cabina per uso collettivo, scrittura collettiva. Vamos.
Para acabar la tesis o la cartita – Per finire la tesi o la letterina
Para acabar un sueño roto por el despertador – Per finire un sogno spezzato dalla sveglia
Para prepararse ya para los test de ingreso a la Uni – Per prepararsi già ai test d’ingresso per la Uni (mancano pochi giorni)
Para tener voz y contenido – Per avere voce e contenuto
Para no volver al futuro – Per non tornare al futuro
Para no echar al viento tus propuestas para un universo mejor – Per non buttare al vento le tue proposte per un universo migliore
Para aplastar tu nuevo I-Pad – Per schiacciare il tuo nuovo I-Pad
(No es un espot éste) – (Non è uno spot questo, tanto nemmeno la vendono più)
Olivetti Lettera 25 – Made in Mexico
(Hecha en México un día entre 1975 y 1989, según cuenta el vendedor Ángel)
(Fatta in Messico un giorno tra il 1975 e il 1989 secondo quanto racconta il venditore Angelo)
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AMIANTO. Una storia operaia

Amianto. Una Storia Operaia è il nuovo libro di Alberto Prunetti. Lo ha pubblicato la Casa Editrice milanese Agenzia X, da sempre impegnata sui temi sociali e per un’editoria genuinamente diversa, alternativa e coraggiosa. Non posso fare a meno di segnalarlo proprio oggi. I neuroni hanno preso a funzionare a mille stamattina leggendo i giornali, per esempio quest’articolo di Claudio Dutto su l’Unità di oggi: “Eternit: perché fa ancora paura?”.Il 14 febbraio si riapre il processo Eternit con l’appello dopo una condanna in primo grado di 65 e 91 anni rispettivamente contro Stephan Schmidheini e Louis de Cartier, per anni responsabili dell’impresa Eternit e delle morti correlate. E se in Italia (vedi cartina geografica in fondo) la sua produzione è stata proibita, nel resto del mondo continua eccome. Fuori dall’Europa, alla conquista di nuovi mercati nei paesi in via di sviluppo, dove tanto la vita, la legge e l’etica “valgono meno”: Africa, Sudamerica, Asia, poco importa no?
Da buon latino americanista sto provando a capire che cosa succede nel continente latino e la situazione non è affatto tranquilla: in Brasile l’Eternit si presenta come “un’impresa fiorente e socialmente responsabile”, pur in mezzo a crescenti proteste (Così per cominciare…Vedi articoli – in portoghese, ma ci si intende benissimo – QUI e un video QUI ), mentre in Costa Rica e America centrale Schmidheiniprova da anni, con un inquietante discreto successo, a riciclarsi come un “Al Gore tropicale”, cioè un guru dello sviluppo sostenibile che finanzia centri di ricerca e iniziative di vario tipo. Conversione verde o pulizia d’immagine? Allora ecco la scheda di AMIANTO e ne riparliamo presto, che dite?
[Tweet FabrizioLorusso]
Un libro terribile e bellissimo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.
dalla prefazione di Valerio Evangelisti
Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.
Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo.
Alberto Prunetti è nato a Piombino (LI) nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha scritto Potassa (2003), L’arte della fuga (2005) e Il fioraio di Perón (2009). Ha collaborato con “il manifesto” e “A-Rivista” ed è redattore di Carmillaonline.
LO TROVI QUI: http://www.agenziax.it/?pid=67&sid=30
13 euro – 160 pp. – illustrato ISBN 978-88-95029-65-8









Dal blog della casa editrice Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri una breve presentazione del culto e del libro 








