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  • Santa, Haiti e Sorci alla Libreria Morgana di Città del Messico!

    Santa, Haiti e Sorci alla Libreria Morgana di Città del Messico!

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    Con grande regocijo y emoción finalmente podemos anunciar el desembarque intercontinental de mis libros a la Libreria Morgana de la Gran Cd. de México!

    ¿De qué estoy hablando? La Librería Morgana está en Colima # 143-A
    Col. Roma Norte C.P. 06700 – México, D.F. (Tel./Fax: +52-55-52075843).

    Y aquí están los libros en las fotos. La botellita de tequila no está incluida, pero seimpre puede haber alguna sorpresa por allí. Los libros son: 

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    Santa Muerte Patrona dell’Umanità, Fabrizio Lorusso, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013.  Foto, un viaggio, un diario, un saggio. Alla scoperta della Santa proibita. Guarda il Book Trailer qui.

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    Le Macerie di HaitiFabrizio Lorusso / Romina Vinci, Edizioni l’Erudita, 2012. Haiti 2010-2012. STORIE A CUI NESSUNO DARÀ MAI VOCE, PERCHE’ FORSE UNA VOCE NON L’HANNO MAI AVUTA. UN MUCCHIO DI MACERIE FATTE DI UOMINI. Leggi la recensione su ValigiaBlu. 

    Gli introiti del libro destinati agli autori saranno devoluti all’associazione haitiana Auhmod (avvocati per i diritti umani).

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    sorciSorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, AA.VV., Ed. Alegre, 2011. Una bella banda di scrittori e giornalisti raccontano il fenomeno politico e sociale della Lega Nord in Italia e nella “Padania” usando l’arma della narrativa contro ogni censura.

    Autori:
    Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

    Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova.

    Choque

    Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio, Amara Lakhous, Ed. Elephas México, 2012. Traduzione alla spagnolo di Fabrizio Lorusso. Titolo originale: Scontro di civilità per un ascensore a Piazza Vittorio.

    Las lentes de un sinfín de culturas convergen en un solo punto: el ascensor de un pequeño edificio en Piazza Vittorio. Interminables conflictos entre los vecinos, extranjeros la mayor parte, crean un gran escenario en el que se revela la naturaleza oculta de cada uno de ellos. Nadie puede huir de las críticas y de los prejuicios de los otros. Se trata de una novela satírica, llena de polifonías que pone al descubierto el choque de civilizaciones.

    Un ascensor, un asesinato ¿cuál de los vecinos de Piazza Vittorio ha sido? ¿Acaso Amedeo?

    Autor: Amara Lakhous
    Traducción: Fabrizio Lorusso
    Género: Novela
    Colección: Nómada
    Tamaño: 13.5 x 21 cm
    Páginas: 160
    ISBN: 978-607956674-6
    eBook ISBN: 978-607956675-3
    Precio: $199.00 MXN

  • Papa Francesco I vs la Santa Muerte

    Papa Francesco I vs la Santa Muerte

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    Quando due eminenze s’incrociano e favellano, non possiamo far altro che starle ad ascoltare e pentirci, da peccatori quali siamo e saremo. Amaramente. Facciamolo prima che Lei ci porti via per sempre con la sua falce cosparsa avvelenata e piccante. Oppure prima che sia lui a portarci via trasformandoci in desaparecidos o francescani o esiliati gesuiti. Mi correggo, l’eminenza è solo una, è la Santissima Muerte Patrona che dispensa vita e morte su questa Terra troppo globalizzata. Non possiamo certo paragonarla a Jorge Mario Bergoglio, alias F1, che in fin dei conti è un umano come noi altri. Dalla fine del mondo ho carpito questo dialogo tra la Niña Blanca e Don Jorge Mario.

    Santa Muerte – Ehi tu, che attraversi la mia strada anche se la tua ora ancora non è giunta… Si può sapere chi sei?

    Papa F1 – Santissima, è Lei? Mater Terribilis! Non l’avevo vista nunca in tutti questi anni di carriera, qué espanto! Sono il nuevo Papa, San Francesco Primo l’argentino, d’origini italianissime e arcivescovo di Buenos Aires da qualche annetto ormai. Ma come! Non mi riconosce? Ieri sera stavo affacciato al balcone, c’è stata la fumata, la benedizione, le frasi in latino, il popolo…

    Santa Muerte – Mira cabrón, spaventarsi non va con me. Se ti tocca morire, ti tocca e basta. E poi un’altra cosa. Io penso alla gente e al lavoro di mietitura, non alle cerimonie in TV. E il popolo me lo lasci stare, ci penso io y ya, sì? Sono la sua protettrice, scelta spontaneamente dalle masse, altro che conclave e fumi d’oppio. Tutto lo decide il popolo, nonostante voi non mi vogliate riconoscere come Santa, ma poi sai, non è che mi freghi molto. Sono una signora, sotto la mia tunica c’è uno scheletro che pulsa. Se devo portarmi via le persone per sempre, lo faccio democraticamente e senza problemi, però prenderei per primi i più “discoli”, cioè gli stronzi. Peccato che il Supremo Magister non me lo lasci fare, sono solo un’eccellente esecutrice in fin dei conti. Ma scusa, sei già “SAN” F1? Che hai detto?

    Papa F1 – San? Ah, no, che lapsus! Togliamo il San davanti a Francesco, io nemmeno parlo con le bestie, cioè gli animali ecco. Ma che intende dire con “i più discoli”, o con quell’altra parola “estronzi“? Lei decide chi si comporta bene o male?

    Santa Muerte – Siamo duri di comprendonio, sarà l’età. La tua, non la mia. Io sono ossuta e sana dall’epoca della mela, quella storia del serpente e dei due goderecci Adam & Eva. Riassumendo, non decido io chi se ne va o quando, solo so in che modo vi farò abbandonare questa valle di lacrime e al massimo il momento della giornata, entiendes? Però dico che farei volentieri a meno degli ordini dall’alto e in certi casi farei man bassa, soprattutto con chi si diceva protettore del popolo e dei poveri e poi li mandava al macello durante la dittatura, ne sai qualcosa?

    Papa F1 – Ehm, no assolutamente, io sono per l’austerity e la preghiera, ad libidum, cioè ad libitum. Durante la dittatura argentina, facevo solo il mio lavoro pastorale… Con le mie pecorelle, tra i più miseri.

    Santa Muerte – Dicono, e io lo so, credimi, che per colpa tua due preti son finiti male, molto male. Stavano coi più poveri loro, ma la chiesa pensava a pararsi le natiche. Me parece… E in America Latina non è stata mica l’unica né la prima volta, ricordi qualcosa?

    Papa F1 – Illazioni, con todo respeto. E’ pseudogiornalismoraffazzonato.

    Santa Muerte – Ho detto che quando ti tocca, ti tocca, non mi fare innervosire. La falce scalpita. Ricchi o privilegiati, per me non fa differenza. La mia bilancia è giustizia e presto il gufo canterà, ricorda che hai 76 anni, non 10, querido mío. Ci sono documenti belli e scritti sulle vostre boludeces, cioè stronzate. Leggi un po’ qua, alcuni ricordi argentini degli anni settanta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: «Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma». Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. Se ben ricordi, quel prete, Jalics, stava in Germania e “l’istanza” significava fargli avere il passaporto senza dover tornare in Argentina.

    Papa F1 – Va beh, ma ormai oggi chi può mettere in discussione la santa parola del santo padre? Ieri si poteva, ora no. Arrivi tu, pezzo di scheletro a farmi leggere vecchie cartacce!

    Santa Muerte – Non c’è niente da fare Don, non mi convinci, e in più ti permetti di darmi del tu, così di punto in bianco. E’ finita. Senti anche questa e poi ci penso io. Un mese prima del colpo di Stato del marzo ’76, quando tu eri il capo dei capi dei gesuiti, io stavo sorvolando i cieli dell’Argentina e del Cono Sud, una fetta di mondo dominata da dittatori acefali. Mi risulta che hai chiesto a due sacerdoti di lasciare il loro lavoro comunitario nei quartieri slum: erano Orlando Yorio e Francisco Jalics. Però loro si rifiutarono, non volevano abbandonare la gente povera gente della zona. Tu li hai puniti immediatamente escludendoli dalla Compagnia di Gesù a loro insaputa. Convincesti l’arcivescovo di Buenos Aires a togliergli l’autorizzazione a dir messa. Subito dopo il golpe furono rapiti e loro dicono che quella revoca fu il segnale che i militari aspettavano per agire. La chiesa s’era defilata, via libera alle armi. Se magari non li segnalavi come sovversivi era meglio, no?

    Papa F1 – Fandonie, lasciami in pace, vieja sovversiva! Ah! Ma che cazz…carajo.

    Santa Muerte – Recuerda, io sono così sicura di me stessa che ti ho dato tutta una vita di vantaggio… Ya basta.

    Così come s’incrociarono, si separarono. Con la fronte rivolta al cielo, gli occhi strabuzzanti e il sorriso inespressivo, il capo mozzato del nuovo pontefice giaceva inerme sulla tunica blu della Santissima. Il suo corpo volò altrove. E fumata nera fu. [di Fabrizio Lorusso]

    Leggi l’intervista di Terre Madri al giornalista argentino Horacio Verbintsky sulle connivenze Chiesa-dittatura.

    VidelaBergoglio

    Oggi il quotidiano la Jornada (Messico): Bergoglio, tenaz opositor al matrimonio homosexual en su país http://lajor.mx/13TGuIY

    Il giornale riportava anche una foto, vedi qui sopra, che non è di Bergoglio ma insiste comunque sui vincoli Chiesa-Stato-Dittatura.

    “Es la pretensión destructiva al plan de Dios”, consideró. También se opuso a una más reciente ley de identidad de género que autorizó a travestis y transexuales a registrar sus datos con el sexo elegido.

    Diceva la didascalia originale:

    Imagen: Jorge Mario Bergoglio, elegido como nuevo papa, fue señalado por el periodista Horacio Verbitsky de mantener vinculos con la dictadura argentina. En la imagen, Jorge Rafael Videla con Obispo argentino.

  • Wittgenstein de Derek Jarman, película biográfica y vanguardista sobre el genial filósofo (subtitulada y completa)

    Wittgenstein de Derek Jarman, película biográfica y vanguardista sobre el genial filósofo (subtitulada y completa)

    wittgensteinIl sito messicano PIJAMA SURF segnala l’uscita di questo film sul filosofo-linguista Ludwig Josef Johann Wittgenstein su YouTube coi sottotitoli in spagnolo. Il film è del 93, ma non era facilmente repribile. Celebro e guardo!

    “Si un león pudiera hablar, no podríamos comprenderlo […]. Imaginar un lenguaje es imaginar una forma de vida. Es lo que hacemos y lo que somos lo que da sentido a nuestras palabras”.

    Wittgenstein: estimulante película de Derek Jarman en torno a la obra y vida de este genial filósofo; completa y subtitulada en este enlace: http://bit.ly/ZvqtlJ

    Ludwig Wittgenstein es sin lugar a dudas uno de los filósofos más importantes del siglo XX, reputación indudable a la luz de su obra pero fortalecida también por su personalidad excéntrica, un hombre en quien el arquetipo del genio se manifestó de forma casi absoluta y pura, alguien en quien su capacidad intelectual por encima de la norma le hizo sobresalir, sí, pero al mismo tiempo les acarreó problemas personales, dificultades para establecer relaciones y para vivir con simpleza la existencia diaria.

    La película que compartimos en esta ocasión busca reflejar esa complejidad que caracterizó a Wittgenstein, biográfica y bibliográficamente. Dirigida por Derek Jarman, en el guión también participó Terry Eagleton, teórico de la literatura ampliamente conocido en el mundo académico.

    Visual y narrativamente, el filme recurre a técnicas que se corresponden de manera justa con la vida y la obra del filósofo, con ciertas pretensiones vanguardistas o de ruptura que de algún modo refleja la esencia de Wittgenstein, esa predilección suya por el fragmento antes que por el discurso continuo y falsamente ininterrumpido. Asimismo, además de oscilar por las distintas etapas de su pensamiento, la cinta no deja de lado polémicos aspectos de la vida de Wittgenstein, desde lo singular de su vida hasta su homosexualidad (que por muchos años fue un asunto del que se prefería no hablar y que incluso fue perseguida jurídicamente).

    Un retrato fílmico que sin duda completará algunas de las ideas que tienes sobre este pensador o, en el mejor de los casos, estimulará la curiosidad sobre su obra.

    “Si la gente no hiciera tonterías de vez en cuando, nunca se haría nada inteligente”.

  • Santa Muerte Protettrice del Popolo

    Santa Muerte Protettrice del Popolo

    Santa VicoloCannery

    Questo reportage è uscito sulla rivista LOOP di ottobre/novembre 2011 (che vi invito a visitare qui!) e ora on line sul sito dell’Agenzia Letteraria Vicolo Cannery (e chiaramente vi invito a vistare anche quella!)

    Di Fabrizio Lorusso (Nel pubblicare questo reportage, segnaliamo l’uscita di Santa Muerte Patrona dell’Umanità, il libro sulla Niña Blanca e il Messico edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri). Leggi anche il prologo e la descrizione su DinamoPress.It

    Uno dei fenomeni sociali più interessanti e poco esplorati del Messico contemporaneo è senza dubbio l’emersione pubblica di un culto antico e semiclandestino a una santa popolare con le fattezze di uno scheletro, la Santissima Muerte. Ha una lunga storia che sta lentamente venendo fuori da ricerche sul campo e nelle biblioteche di questo paese. Una cosa è certa. Non va confusa con la famosa tradizione del giorno dei morti, dichiarata dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, che è d’origine cattolica e ha integrato alcuni elementi precolombiani e la cultura pop americana di Halloween.

    Quella è una morte addomesticata dallo stato e dalla religione per fare festa e propagare lo stereotipo del messicano che non la teme mai e balla nei cimiteri. Tanti colori, statuette di donne borghesi scarnificate (le famose catrinas dell’artista del primo novecento Josè Guadalupe Posadas), teschi di marzapane, dolci, fiori gialli, e molta promozione turistica ma in fondo poca anima. La Santa Muerte è invece un’immagine più spaventosa, è vero. Ed è associata erroneamente al mondo del narcotraffico e della delinquenza, ai tamarri e ai poveri, come fosse una protettrice di reietti e malfattori. L’immaginario di morte, violenza e guerra al narcotraffico che il Messico esporta da alcuni anni ha contribuito a ingigantireil mito della “Madonna dei Narcos”. La realtà è però un po’ più complicata.

    Si tratta di un’iconografia tardo medievale e barocca della morte scheletrica, con falce, mondo e bilancia, carica di simbolismo e mistero. Da decenni, anzi da secoli, è protagonista di un processo clandestino di canonizzazione o santificazione popolare. La Santa Muerte, alias Niña Blanca, Patrona, Señora, Flaquita (i suoi soprannomi sono praticamente infiniti), è un’entità santificata dal popolo. E’ l’idea della morte giustiziera che funge da intermediaria tra gli uomini e Dio e poi diventa oggetto di un culto specifico. La Chiesa non l’accetta. Se non sei vissuto non puoi mica essere Santo! Ma la gente è ormai stufa delle imposizioni delle istituzioni e della fede ufficiale, quella che decine di sette e gruppi cercano di brevettare per far soldi, e si ribella scegliendosi i propri intercessori divini e optando per una libera adesione alla religiosità.

    E’ un movimento spontaneo che sorge in Messico, ma esiste anche in Argentina, dove prende il nome di San La Muerte, negli Stati Uniti e in Centro America. La morte santificata nasce nel mondo rurale e nelle comunità marginali di poveri e indios del Vicereame della Nuova Spagna, un territorio che s’estendeva dalla California a Panama, già nel diciassettesimo secolo quando gli spagnoli dominavano le colonie americane con la spada e con la croce. Erano infatti aiutati da eserciti di soldati dell’anima col saio indosso e la Bibbia in mano. La devozione alle figure della morte scarnificata che i religiosi cattolici avevano importato dall’Europa (per esempio i quadri delle Danze macabre e i Trionfi della morte-peste nera) prende in America nuove e inattese direzioni, sgradite alla Chiesa di Roma e malviste dal resto della società.

    Quindi nel tempo questa morte fatta santa dai settori marginali si fonde e si confonde con le tradizioni locali, con le credenze e anche le superstizioni spesso legate a quel che resta della visione del mondo degli antichi messicani. Sopravvive clandestinamente alle persecuzioni dell’Inquisizione che accusa i suoi seguaci di “idolatria pagana” e “satanismo”. E sono le stesse espressioni di disprezzo, basate su preconcetti, con cui ancora oggi, dopo un decennio di boom mediatico della Santa Muerte, la stampa scandalistica e le gerarchie ecclesiastiche continuano a etichettare il suo culto senza comprenderlo. I devoti aumentano esponenzialmente da almeno un decennio e sono oltre cinque milioni, forse dieci. Il culto dilaga su Internet, nei mercati, tra i migranti, i poliziotti, i carcerati e ma anche nella classe media, tra i politici e nel mondo dello spettacolo.

    Insomma parlare di satanismo e ignoranza non basta più. Ecco allora che emergono studi e analisi più serie e centrate sulla comprensione del fenomeno che non è “un problema” ma l’espressione creativa del sincretismo postmoderno e contro egemonico di settori crescenti della popolazione. Ad ogni modo spiegare esattamente che cos’è e cosa rappresenta la Santa Muerte è abbastanza difficile in poche righe (consiglio questo link https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/ e pure Questo che è il SUO blog). Le immagini dei suoi simpatizzanti e dei momenti importanti del culto così come le parole dei devoti di questa specialissima santa messicana possono forse descriverla più di tante analisi e speculazioni. ALBUM LINK

    Araceli Morales, casalinga ed estetista di Chalco, Città del Messico.

    Sono credente della Santa da 23 anni, da quando ero una bambina. Ho avuto un’infanzia molto brutta, molto forte e lei mi ha aiutato molto e ha fatto sì che non prendessi nessun vizio, non stessi in strada ma imparassi a essere una buona madre e una buona moglie.

    Ho quattro figli, tre femmine e un maschio. Ora vengo a ringraziarla perché il mio bimbo, appena nato, stava male e le ho promesso dei fiori e un cero. Mi manca oggi il mazzo di fiori ma intanto le ho portato il cero e i fiori li prenderò presto, glieli devo. Son stata una buona moglie ma mio marito mi ha lasciato in cinta di quattro mesi dopo quindici anni di vita insieme.

    Per me la Santa è un sostegno quando sto affondando e lei mi aiuta mentre molti dicono che è cattiva, non è vero, cattive sono le persone che le chiedono cose. A volte chiediamo cose impossibili e sì vengono concesse, ma in cambio di altre cose molto forti che io personalmente non farei.

    Ho il mio altare in casa con tutti suoi colori e di fatto, in verità, sono l’unica che crede in lei nella mia famiglia con cui ho discusso varie volte. Anche mio marito se n’è andato perché diceva che io gli facevo del male usando lei, ma era solo un pretesto. Io mai gli ho fatto del male con lei. E’ molto molto miracolosa ed è vero ma non bisogna chiedere cose troppo forti che non si possono concedere.

    Armando Maldonado, 32 anni, disoccupato, Città del Messico, Iztapalapa

    Sono devoto da dieci anni e prima comunque la rispettavo. L’ho conosciuta attraverso la televisione e quello che si diceva. Mi attirava il fatto che è molto buona, ti aiuta quanto le si chiede, ma è anche molto gelosa quando non mantieni le tue promesse. Sono cattolico, cioè credo alla Vergine, a Dio e tutto ma dicono che, beh, bisogna avere fede in qualcosa e ora veramente questa è la mia Santa. Lavoro, anzi, adesso sto cercando lavoro per questo son passato a vederla perché mi dia una mano. Lei mi ha aiutato varie volte ma quella che mi ha colpito di più è stata quando mi ha aiutato a trovare un buon lavoro e anche a tornare con mia moglie dopo che ci eravamo separati. Ho il mio altare in casa, le metto un cero, dei sigari, la purifico col fumo, le metto acqua, cannella, sale. Vado spesso a un altare a Iztapalapa, il 2 di ogni mese. Fanno il rosario e va il padre, si fa il rosario e le richieste di ciascuno per qualche malato o altro. Io ho prego soprattutto per mia mamma malata.

    María, 39 anni, casalinga e commerciante del quartiere periferico Iztapalapa.

    Io sto con la Santa da almeno vent’anni, faccio la commerciante in un negozietto di zona ma anche la casalinga in realtà. La Santa mi ha salvato due volte la vita e la devo ringraziare. Fu quando stavo con mio marito, beh il mio ex, il padre delle mie tre figlie. Mi picchiava e mi maltrattava e due volte mi ha rischiato veramente di ammazzarmi. Per fortuna ci siam separati proprio per questo, la violenza. Ho il mio altare e le mie bambine sono devote anche loro. Hanno 10, 12 e 15 anni.

    Arturo Salazar, tassista, zona Santo Domingo, Città del Messico.

    Conosco l’immagine da cinque anni e non da subito sono diventato un devoto. L’ho conosciuta per la strada, in un altro quartiere, tramite un amico che era in prigione. Per me oggi significa molto, è la tua fede, il tuo sentire e vivere. Le chiedo che ci aiuti ad andare avanti e a vivere. Ho avuto problemi di sicurezza col taxi, son saliti su dei rapinatori e la sua immagine mi ha aiutato e non mi hanno rapinato. Mi hanno detto che non mi avrebbero fatto nulla perché l’avevo lì nel taxi, avevo un’immaginetta e una collana.

    Questa è una conversazione che ho avuto il piacere d’intrattenere con Alfonso Hernàndez, cronista di quartiere e direttore del Centro Studi su Tepito (Barriodetepito.Com), sul culto alla Santa Muerte e sulla vita in questa zona. Tepito viene a torto identificato come un covo di narcos e delinquenti, una pericolosa comunità anarchica e fuorilegge, ma che in realtà è uno dei pochi quartieri di Città del Messico ad aver conservato la sua identità culturale e storica malgrado la delinquenza, la droga e le vicissitudini di una modernità tronca e ingiusta.

    F.L. – Quali sono le origini del culto alla Niña Blanca in Messico e qui nel quartiere di Tepito?

    – Beh, io ho 65 anni e da 50 anni conosco questo culto grazie alle mie zie e le mie nonne che tenevano quest’immagine in qualche angolo nascosto della casa, ma la particolarità di Tepito è che proprio in questo quartiere viene esposta per la prima volta in strada come l’immagine di uno scheletro di dimensioni naturali e questo fenomeno si riproduce in lungo e in largo per tutta la città. Questo è quanto abbiamo visto oggi in via Alfarerìa 12, cioè un santuario in cui si venera quest’immagine che può essere una divinità della crisi, può essere o un’immagine per dei fedeli che ormai hanno smesso di credere alle altre immagini e religioni, ai partiti politici, alle istituzioni e che ricorrono a Lei in un momento di crisi. La Vergine di Guadalupe continua a restare al suo posto come un’immagine che fa miracoli, ma la Santa Muerte ti dà una mano, ti evita lo sgamo, cioè ti fa un “paro”.

    – E questa è un’altra cosa. Come spiegheresti questo concetto che è molto messicano?

    – Ci son cose che non si possono chiedere alla Guadalupe, le puoi chiedere cose buone ma non che ti tolga un maleficio o un’invidia. Invece la Santa Muerte si muove di più in un altro terreno, più nel campo dell’oscuro, del nero, beh sì le puoi chiedere che ti difenda e che con la sua falce recida le invidie e i malefici che incombono su di te.

    – In questo senso sarebbe più potente della Vergine di Guadalupe, che dici?

    – Più cabrona [testarda, dura, stronza, n.d.t.], non più potente, più cabrona.

    Estratto di un’intervista a Doña Enriqueta (Queta) Romero Romero, guardiana dell’immagine e dell’altare alla Santa Muerte più importante del Messico in Calle Alfarerìa, nel quartiere popolare  di Tepito del centro della capitale.

    F.L. – Quando hai cominciato ad abbracciare il culto alla Santa morte?

    E. R. – Ho 65 anni e sono devota della Santissima Morte da 54 anni. Sono nata nel centro nella Calle Motolonía e mia zia era una devota. Tutta la vita poi l’ho passata qui a Tepito.

    – Avevate un’immagine in casa?

    – Sì, ma non c’erano figure di legno, piuttosto immagini di carta.

    – Era comune il culto alla Santa quando siete arrivati qui?

    – Non tanto ma la cosa era più che altro privata e si svolgeva nelle case di ciascuno. Le gente è iniziata a venire quando io ho messo fuori l’altare. E’ stato il 31 ottobre di 9 anni fa, nel 2001. L’immagine dell’altare me l’ha regalata mio figlio Marcos, il maggiore.

    Preghiera alla Santissima Muerte (secondo il testo sul culto di Juán Ambrosio)

    Santa Morte del mio cuore,

    non lasciarmi senza la tua protezione,

    e non lasciare mai tizio(a)… (nome della persona)

    un solo momento tranquillo(a), infastidiscilo(a)

    in ogni momento, mortificalo(a), inquietalo(a), inquietalo(a)

    perché sempre pensi a me. Amen.

    (Si recitano tre padre nostro)

    Oh Morte Sacra,

    reliquia di Dio,

    toglimi dalla sofferenza

    avendo te.

    Che la tua ansia infinita

    di voler fare il bene

    sia sempre con me

    tutta la nostra gioia

    senza sapere per chi.

    Che la tua bilancia divina

    con la tua sfera celeste,

    ci ripari sempre

    la tua sacra tunica

    Santissima Morte.

    Per concludere una strofa della canzone del gruppo rap Cartel de Santa, da Monterrey.

    “…Lei apre i nostri occhi alla realtà, dicono che morire è svegliarsi, io non so se ci sia un paradiso o un inferno, però la unica cosa sicura in questa vita è che solo Lei comprendo”.

  • Ética, RSE y Governance (Columna en América Economía)

    Ética, RSE y Governance (Columna en América Economía)

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    La búsqueda de lo que es bueno para los hombres, de lo que es o no es justo hacer. Distinguir entre lo malo y lo bueno. El estudio sobre la acción humana y de las normas a las que se apega o debería apegarse. Son algunas definiciones muy sencillas de “ética”. En economía y administración hay varias aplicaciones del concepto que podrían entrar en la categoría de las “éticas especiales” que yo entiendo y simplifico como “sectoriales” (como la bioética, la ética del medio ambiente o la de género, etc…).

    En un nivel más teórico, están la ética de la economía, que tiene que ver con la aplicación de la ética al discurso de la economía como disciplina; y simétricamente tenemos la ética de la administración, que representa la aplicación de la ética y de la discusión filosófica a la teoría general de la administración.

    En un nivel más práctico, están la business ethics o ética de los negocios, que define todos los deberes éticos (lo bueno y lo malo) de las personas que actúan en el mundo de los negocios y en el mercado, o sea, en la sociedad; y finalmente, la ética de empresa o empresarial, como una derivación, una subcategoría aplicable de la anterior (la business ethics) para el ámbito interno de la firma y de las decisiones de los gerentes o managers de ese complejo productivo y social que es la empresa.

    De la ética, o sea, de lo que es bueno o malo en la teoría y en la práctica de las organizaciones y de las personas que las integran, se desprenden los contenidos de las “responsabilidades sociales de la empresa” (RSE) que se han propuesto en su conjunto como un nuevo modelo de gobernanza y organización.

    Simplificando un poco, los modelos de gobernanza  de la empresa que se manejan en la teoría son el clásico del shareholder value o el del stakeholder value, en el que la organización interioriza prácticas e ideologías dirigidas a la creación de valor no sólo para los accionistas, sino para todos los portadores de intereses del entorno.

    La progresiva ampliación de esta categoría, la de los actores “interesados” en el resultado y en el buen funcionamiento de la empresa, se realiza en un sentido horizontal (más actores involucrados, más stakeholders) y en un sentido vertical (más expectativas y nivel de los compromisos, o bien, profundización de la relación empresa-entorno). Esta ampliación ha forjado en los últimos 20 años el concepto de RSE que, sin embargo, puede ir más allá del enfoque multi-stakeholders y de las recomendaciones de la business ethics.

    ¿Cómo? Con la integración de prácticas y estudios orientados por la propuesta de una gestión estratégica global basada en la RSE que es importante por su relevancia social y económica, y por su creciente difusión académica dentro de las teorías económicas (y administrativas). Éstas van reconociendo cada vez más las fallas de un mercado ya no tan “perfecto”.

    Hay una buena definición para la RSE, que le otorga el valor de una misión y representa una verdadera visión estratégica, que ha dado un paso más allá con respecto a la visión clásica y a la simple consideración de que hay “muchos” portadores de intereses. También va más allá de la búsqueda de un sello o de una etiqueta de “socialmente responsable” para la firma y, citando a Sacconi (Guida critica alla responsabilità sociale a al governo dell’impresa, Bancaria Ed., Roma, 2005), la RSE significa “un modelo de governance (gobierno de empresa) ampliado en el que quien maneja la empresa tiene responsabilidades que se extienden de la observancia de los deberes fiduciarios hacia la propiedad a los análogos deberes hacia todos los stakeholders o portadores de intereses”, entendiendo a éstos últimos como “cualquier individuo o grupo cuyos intereses sean tocados de manera esencial (en calidad de participantes a transacciones, o bien, a través de los efectos externos de dichos intercambios) por la conducción de las actividades de la empresa”.

    La naturaleza de esta definición es más compleja y completa de lo que parece en un primer momento, ya que involucra dimensiones distintas y relacionadas:

    La económica: ampliación de los deberes hacia los portadores de intereses que no son simplemente los accionistas y el reconocimiento de la imperfección de los contratos que rigen las transacciones intra y extra firma y, por ende, la necesidad de un modelo estratégico consecuente;

    La jurídica, al hacer hincapié en un tipo de “contrato ideal” entre portadores de intereses contrapuesto al “contrato real y de papel” firmado entre los socios, los dos incluidos en la fórmula de los “deberes fiduciarios”;

    La ético– filosófica, como justificación, motivación y norma, no escrita, para las acciones en un modelo de “gobierno o governance ampliado”;

    La empresarial – administrativa, por el uso del concepto de stakeholder, típico de los estudios sobre la gestión estratégica de la empresa, aunque aquí adquiere un sentido ulterior de índole normativa y práctica acerca del papel y de la autoridad del empresario o administrador.

    La cuestión de la dimensión social y de la ética en la gestión de empresa está todavía en debate: si bien está aceptado que la primera responsabilidad y condición de sobrevivencia de cada empresa es de tipo estrictamente económico, también es difícil negar su dimensión profundamente social y relacional, la que hace presuponer una ampliación del sistema de derechos y deberes de la institución con respecto al entorno.

    [Articolo di Fabrizio Lorusso dalla sezione MBA-Educación Ejecutiva della rivista cilena América Economía – Originale qui]

  • Una Santa un po’ speciale (dal libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità)

    Una Santa un po’ speciale (dal libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità)

    Santa Muerte Tepito pureando

    [Parliamo oggi di un fenomeno religioso che ha profonde radici in Messico con oltre 10 milioni di seguaci: il culto per la Santa Muerte. L’occasione è la pubblicazione del libroSanta Muerte Patrona dell’Umanità, di Fabrizio Lorusso, edito da Stampa Alternativa con prologo di Valerio Evangelisti. A seguire alcuni estratti. Per chi volesse approfondire, qui c’è una breve intervista all’autore, e qui il blog dell’autore e del libro. Intro di Raul Schenardi dal blog di Edizioni Sur]

    Una Santa un po’ speciale di Fabrizio Lorusso

    Sto con la Santa da almeno vent’anni. Lei mi ha salvato due volte la vita e la devo ringraziare. Mio marito mi picchiava e maltrattava, un paio di volte ha rischiato di ammazzarmi, per fortuna ci siamo separati. Ho il mio altarino a casa e le mie bambine di 10, 12 e 15 anni sono devote come me. Di solito andiamo all’altare di Tepito o a quello della nostra zona, il quartiere di Iztapalapa.

    Maria, 39 anni, casalinga e commerciante

    La Santa non è cattiva, ma devi rispettarla. Se sai che sono una credente e mi tratti male, mi insulti e mi discrimini per questo, allora sono sicura che può essere pericolosa e vendicativa.

    Anaid, 33 anni, prostituta

    Mille nomi nella terra dei nessuno

    I devoti chiamano la loro Santa in mille modi diversi, con diminutivi, vezzeggiativi e neologismi affettuosi per dimostrare la loro empatia verso la sua immagine ritenuta sacra e miracolosa. Anch’io ho scelto di usarne diversi, a seconda dell’argomento trattato e –perché no –dell’umore. I soprannomi più comuni sono La Señora (signora), la Doña, la Niña Blanca o Bonita (bambina bianca o carina), la Hermosa (bella), la Comadre, la Patrona, Santísima Muerte o Santita, la Flaca o Flaquita (magrolina, la “secca”), la Hermana Blanca (sorella bianca), Mi Amor, la Chiquita, la Jefa (il capo al femminile), la Madre o Matrona, Señora de Luz (signora di luce) o anche Señora de las sombras (signora delle tenebre) per incutere un certo timore reverenziale. Ogni giorno nasce un nomignolo nuovo, perciò la lista non sarà mai definitiva. Nella creazione di diminutivi e vezzeggiativi la variante messicana dello spagnolo non è seconda a nessun’altra, così come non lo sono le altre 56 lingue autoctone parlate in Messico che costantemente arricchiscono l’español mexicano.

    L’esperienza quotidiana, corroborata dalle stime riportate dai mezzi di informazione, mostra ormai che due, cinque, o forse perfino dieci milioni di fedeli sono sparsi per il Messico, gli Stati Uniti, El Salvador, il Guatemala, l’Honduras, la Colombia, l’Argentina e perfino il Giappone. Tutti adorano l’immagine della Flaquita e invocano nelle loro preghiere la Santissima Muerte, una figura medievale scheletrica e macabra che viene arricchita nel cuore e nell’anima, nel culto e nell’immagine, da un mix fuggevole e postmoderno di tradizioni iconografiche e liturgiche d’origine messicana, africana, europea e precolombiana. C’è un’influenza contemporanea e perfino new age che convive con le pratiche più antiche e sotterranee.

    La Morte santificata sembrava sparita dalla faccia dell’impero cattolico e del mondo chiamato civile. Non è così. Non lo è mai stato. La coppia divina degli aztechi, il re Mictlantecuhtli e la regina Mictecacíhuatl, è ritornata dall’inframundo, l’oltretomba, per divertirsi ancora un po’ con i posteri. Per questo, dal punto di vista delle Chiese e dei santi rivali, l’eterna paura della morte sembra impallidire di fronte alla percezione della perdita, lenta ma irrimediabile, del potere temporale e spirituale sulle anime, sui corpi, sulle credenze e le speranze del nostro pianeta.

    L’istituzione che, almeno in Europa e in America, s’ergeva a padrona assoluta dei destini ultraterreni scivola giù in classifica nei sondaggi planetari. È logico che la Chiesa provi, dunque, a ricondurre a sé un gregge in pieno smarrimento. Tenta la reconquista della classe media sempre più secolare e autonoma, ma anche dei poveri e dei dimenticati, quella gente comune, spesso marginale, che soleva cedere alle promesse della fede nel Dio cristiano. Ma proprio questa gente, ormai, s’è trasformata in una nuova massa popolare globalizzata, fuori dalle categorie tradizionali della teoria e ribelle nella pratica, indefinita e frammentata. È una e sono centomila. È abbandonata al proprio destino e tragicamente individualista, nelle Americhe più che altrove. È in gran parte esclusa dalla società abbacinata dalla modernizzazione. Questi “nessuno” sono come tante piccole stelle impazzite e ubriache, con i loro santi del nuovo millennio sotto braccio oppure impressi sul petto e sull’anima. E più ce ne sono e più se ne fabbricano di nuovi, sempre più santi, amati e venerati, senza altro riconoscimento che non provenga dallo stesso popolo che li ha creati.

    santa-muerte-processione

    I “nessuno” rivolgono appelli a ogni santo del calendario perché sono persone di fede e buoni costumi, con tanta disperazione ma anche dignità. Sono precari per antonomasia e per discendenza, vivono la metropoli notte e giorno, stanno nel cuore del monstruo (il mostro, cioè Città del Messico), si confondono e si nascondono sotto la cappa tiepida e familiare del grigio smog, l’alleato più fedele della cenere del vulcano Popocatéptl. Il “Popo” domina da lontano la vista dai grattacieli della capitale messicana, è il gran gigante di lava che ogni tanto, aiutato da un vento malizioso, ricopre di pece gassosa e polvere i venticinque milioni di chilangos, come vengono chiamati gli abitanti della capitale dai polmoni plumbei e inceneriti. Sotto le nubi cariche di nero seppia, poco prima della tempesta quotidiana di clacson e piogge torrenziali, il fumo fosco della crisi globale diventa un’esperienza ciclica, annuale, quasi fosse un capriccio meteorologico, puntuale come la stagione degli uragani. In queste condizioni ormai ognuno crede in quello che vuole. Soprattutto nella morte che, quando si manifesta con violenza assieme al rischio e all’incertezza, riemerge nei cuori delle persone che vogliono corteggiarla e scongiurarla inneggiando alla sua santità. In fondo Lei è l’unica certezza della vita e, nella costante lotta contro il caos della urbis terribilis, ci è sempre al fianco con la falce sguainata per tranciare di netto, una volta per tutte, i nodi della nostra insicura esistenza.

    Molti di quei “nessuno” fagocitati dalla città più grande del mondo sono ancora alla mercé delle promesse, labili ma luccicanti, di una modernità attesa però mai arrivata. Le loro anime sono in balia dell’avanzata pentecostale e delle sette S.p.A., alcune delle quali possiedono la casa madre in qualche Nord del mondo e a volte sono patrocinate da un ex VIP in cerca di un motivo per resuscitare. Dal Messico al Centro America si moltiplicano miracolosamente i mercanti della fede che promettono di far uscire l’umanità dal dolore. Para de sufrir, smetti di soffrire! Adesso, subito.

    Tuttavia, chi è stato troppo a lungo ai margini ed estraneo rispetto al resto della società, chi è emigrato ed è tornato dagli Usa, chi è stato in prigione, chi ha cambiato sesso, chi delinque, si droga o cerca di smettere, chi è considerato diverso, povero o non integrato, ebbene tutti loro, gli apocalittici, trovano nella Santa con la falce una fedele compagna. Lei li aiuta a emanciparsi dall’influenza millenaria delle gerarchie ecclesiastiche di ogni confessione, senza rinunciare alla fede come spinta umana e personale ad andare avanti. La seguono anche a costo di stare fuori dalle regole, pur di ritagliare per loro stessi e i loro santi un margine nuovo d’autonomia e di libertà. La Santa Muerte tra questi santi è la più possente.

  • L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

    L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

    CHAVEZParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.

    “Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

    L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

    L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

    Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

    Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

    L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

    Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

    Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

    Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

    Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

    Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

    L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

    Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

    L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

    D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

    Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

    Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

  • Enel-Endesa in Colombia e la diga El Quimbo: Promo Doc El Gigante

    Enel-Endesa in Colombia e la diga El Quimbo: Promo Doc El Gigante

    Presentiamo il trailer del documentario El Gigante sulla situazione del progetto El Quimbo nel Valle del Cauca (sud Colombia) in cui sono coinvolte Enel e la sua controllata spagnola Endesa. Di Bruno Federico dalla Colombia.

    Valle del Cauca, strada per San Agustín, Colombia, 2005 (Fabrizio Lorusso)

    Informati:

    Link 1. Colombia Enel e la diga El Quimbo di F. Lorusso

    Link 2. Sit in a Roma 2012. Il grido di Matambo 

    Link 3. PeaceLink: Enel e la diga El Quimbo

  • Muore Hugo Chávez, Presidente del Venezuela

    Muore Hugo Chávez, Presidente del Venezuela

    Venezuelan President Hugo Chavez listens during a ceremony at the Mir

    [Questo articolo viene completato e integrato da questo LINK, quindi meglio saltare direttamente al LINK!]”Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro.

    Chávez aveva alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che mirano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana.

    E’ morto ieri, dopo quasi due anni di sofferenze per un cancro nella zona addominale che gli ha impedito anche di prestare giuramento per il periodo 2013-2019 per cui era stato riconfermato alla massima carica dello stato nelle elezioni dello scorso 7 ottobre.
    Il decesso è stato causato dalle complicazioni insorte durante il trattamento postoperatorio della chirurgia contro il tumore cui s’era sottoposto a Cuba l’11 dicembre 2012. Fu la quarta operazione da quando gli fu diagnosticata la malattia nel giugno 2011.

    L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare e si convocassero nuove elezioni. Infatti, dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso, verranno convocate nuove elezioni presidenziali in Venezuela.
    Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo ha contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

    Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani. Dopo essere stato amnistiato, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con la democrazia del “Patto del Punto Fisso”. Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum.

    L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano, e nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di Stato su un’isola dei Caraibi.

    Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani in parte grazie all’uso della spesa pubblica e all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

    L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli. D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 15 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita è rimasta sostenuta.

    Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

    Nell’estate 2011 il comandante aveva annunciato l’inizio dei trattamenti contro il cancro e, dopo quattro operazioni a Cuba, aveva dichiarato la remissione completa della malattia nel mezzo della campagna elettorale nel luglio 2012. A dicembre emergono altri tumori e, dopo la vittoria elettorale, Chávez torna sull’isola, si opera di nuovo e un velo di mistero avvolge le sue condizioni di salute fino all’annuncio della sua scomparsa. Con informazioni de La Jornada.

  • Nessuna Più, antologia contro il femminicidio

    Nessuna Più, antologia contro il femminicidio

    NessunaPiuCoverGrande

     AA.VV

    (a cura di Marilù Oliva)

    NESSUNA PIÚ

    FUORI COLLANA

    pp. 264 – euro 15,00

    Quaranta scrittori, tanti racconti che hanno come protagoniste donne vittime della violenza maschile.

    I proventi del libro andranno a sostegno del Telefono Rosa che conduce da 25 anni una battaglia civile

    necessaria e improrogabile

    Ogni anno oltre cento donne vengono uccise, nella maggioranza dei casi per mano di un uomo che ha avuto una relazione affettiva con la vittima o che comunque la conosceva. Un numero che aumenta in maniera allarmante, a riprova che il femminicidio non è solo un atto empio e feroce, ma si può attribuire a una mancata cultura, a una modalità distorta di vivere una relazione, a una deformazione dell’amore in smania brutale di possesso. Tutti gli autori hanno scritto – senza ricevere alcun compenso – un racconto dedicato alle tutte le migliaia di donne uccise da mariti, compagni, conviventi, ex fidanzati, padri e fratelli, ma anche da estranei o da semplici conoscenti quali vicini, amici, colleghi. Per ciascuno di loro è stata un’esperienza che li ha coinvolti fin nel profondo perché, oltre allo sgomento nell’immaginare l’evento, si sono misurati con il momento dell’immedesimazione e del vissuto: in entrambi i casi, l’impatto si è rivelato di una violenza indicibile. Niente in confronto alla violenza subita dalle vittime e perpetrata ai danni dei loro genitori, figli, fratelli, parenti e amici. Anche a questi, in qualche modo, è dedicato Nessuna più, dove, oltre al dramma, alla violenza, al vilipendio, si cerca una speranza verso un futuro più umano.

    Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Loredana Falcone, Vittoria A., Romano De Marco, Maurizio de Giovanni, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marina Marazza, Marco Marsullo, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagaria, Gianpaolo Zarini

    TELEFONO ROSA

    L’Associazione Nazionale Volontarie Telefono Rosa – ONLUS – è il frutto dell’intuizione di cinque donne che, venticinque anni orsono, il 2 febbraio del 1988, decisero di fare un’inchiesta sulla “violenza domestica”, che veniva accuratamente occultata sia dalle vittime che dai loro carnefici. Una delle fondatrici è l’attuale presidente Maria Gabriella Moscatelli. Oltre a Roma, ha sedi a Torino, Verona, Mantova, Perugia, Napoli, Ceccano (Frosinone), Bronte (Catania).

    Il Telefono Rosa fornisce consulenza legale-psicologica-bancaria gratuita e si avvale di ottime avvocatesse, psicologhe e psichiatre. Gestisce una casa di accoglienza per conto del Comune di Roma e dal 19 febbraio 2012 ha la responsabilità del 1522, numero nazionale istituito dal Ministero delle pari opportunità per aiutare le donne vittime di violenza, operativo 24 ore per 365 giorni all’anno.

    Inoltre si occupa di corsi di formazione nei centri di pronto soccorso di alcuni ospedali di Roma e provincia per preparare il personale medico e le Forze dell’Ordine all’accoglienza di donne stuprate o picchiate, perché possano individuare i segnali di violenza che spesso sono negati dalle vittime stesse.

    Organizza nelle scuole di Roma e provincia incontri con gli studenti delle classi superiori per parlare della differenza di genere, del bullismo e della discriminazione sotto qualsiasi forma. Si è sempre attivato per sostenere e promuovere leggi contro lo stalking e per l’allontanamento del violento, la firma e la ratifica del trattato di Istanbul.

    www.elliotedizioni.com