-
Documentario Messico – Colombia: narcos e mafie contro la popolazione

Segnalo questo video-documentario molto interessante e aggiornato in spagnolo sul caso comparato Messico – Colombia. I temi sono il narcotraffico, il fenomeno dei paramilitari e dei “falsi positivi” (i morti che le autorità statali, la polizia e l’esercito presentano ufficialmente come pericolosi integranti di un cartello del narcotraffico – o anche guerriglieri nel caso colombiano – mentre in realtà si tratta di cittadini comuni), i desaparecidos e la violenza della guerra contro i narcos con le relative reazioni della società civile. Tra queste si considera la più importante, il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, nato in Messico nell’aprile 2011 per reagire alla emergenza nazionale messicana e dare voce alle vittime invisibili della strategia militare, adottata contro le mafie dal Presidente Felipe Calderón, che ha provocato 50mila morti e oltre 16mila desaparecidos in 5 anni. A questo link segnalo l’intervista completa con il portavoce e leader del movimento, il poeta messicano Javier Sicilia, e un articolo sulle lotte di questi ultimi mesi. La comparazione con il caso Colombiano a partire dagli anni ottanta fino ad oggi evidenzia differenze e similitudini di due situazioni estreme vissute dai popoli di questi due paesi latino americani.
¡¡ Estamos hasta la madre !! Es una expresión mexicana de desesperación y angustia, ahora emblema del Movimiento por la Paz la Justicia y la Dignidad (MPJD) por la necesidad de decir NO MAS al narcotráfico y su violencia, es un grito de plegaria de los mexicanos para parar la corrupción, los nexos de los políticos con los capos de los carteles y la cooptación del Estado por este fenómeno. Destrucción social, alrededor de 24 delitos asociados el negocio de los estupefacientes, entre otras, son las consecuencias que deja y ha dejado el negocio del narcotráfico en México y Colombia. Contravia a través de un análisis del caso Colombia – México pone en perspectiva este fenómeno, entrevistando a el economista Luis Jorge Garay, el analista político Jairo libreros y Pietro Ameglio del MPJD. -
Solidarietà della Unione Portuali del Cile con la protesta degli studenti

Cile. L’Unione dei lavoratori Portuali del Cile ha espresso la sua posizione riguardo alla protesta che da mesi portano avanti gli studenti cileni per un’educazione pubblica, gratuita, di qualità e al servizio del popolo. I Portuali riconoscono la vocazione sociale degli universitari e la loro attitudine solidale e impegnata nei riguardi della società intera. S’invitano tutti i lavoratori della categoria ad aderire alle iniziative promosse dal movimento studentesco oltre ad estendere l’appello anche agli altri settori produttivi del paese.
-
Vota il Personaggio LatinoAmericano dell’Anno su Il Grande Sud

Anche quest’anno il blog Il Grande Sud di Angelo D’Addesio propone una lista di personaggi latino americani da conoscere e votare. Indipendentemente dal risultato del voto le loro biografie ci aiutano a capire un po’ di più questo continente semidimenticato e quello che succede in vari campi, dalla cultura alla musica, dallo sport alla politica e la lotta sociale. I candidati di quest’anno sono: Maria Aguinda ed i campesinos ecuadoriani, Anabel Hernandez, Camila Vallejo, Cristina Fernández de Kirchner, Dilma Rousseff, Ernesto Sabato, Juan Manuel Santos, Laura Pollán, Ollanta Humala, Oscar W. Tabarez, Shakira, Tomas Escobar. QUI trovate i profili dei personaggi in italiano e QUI quelli in spagnolo. E alla fine vota QUI -
Evento: Basta de Violencia Contra las Mujeres en Multiforo Alicia – 24/11

El jueves 24 de noviembre, adelantando de un día la Jornada Mundial contra la Violencia hacia las Mujeres, Nosotr@s en Red y el Multiforo Alicia organizan un evento multidisciplinario que incluye (tmb haz CLIC en la foto para agrandar):– la exposición de carteles gráficos “Este cuerpo es mío: no se toca, no se viola, no se mata”, que reúne las obras de artistas de diversos países;
– la proyección de cortometrajes y spots internacionales contra la violencia hacia las mujeres;
– la obra de danza contemporánea “Reconstruyendo corazones” de Ozomatli Arte en Movimiento, sobre la violencia en el noviazgo;
– la obra de danza contemporánea “Métete Teté” de Janette Martínez y Gustavo Emilio Rosales, acompañada por Nidia Martínez (sax);
– la participación de Leika Mochán (http://www.youtube.com/watch?v=qc1u3Aj0q58)
– y de Olinka y Yunuet Sound Sisters (reggae, soul, hip hop): http://www.youtube.com/watch?v=pK4LaOxyByw&feature=results_main&playnext=1&list=PLD9F3F708ED0C9D9D
La entrada es gratuita. El evento empieza a las 19:00 hrs. y finaliza a las 22:00 hrs.Multiforo Alicia, Av. Cuauhtémoc # 91-A, Col. Roma Norte, Del. Cuauhtémoc, México, D.F. m. Cuauhtémoc o Niños Héroes, mb Jardín Pushkin
AYÚDENOS A DIFUNDIR EL EVENTO, GIRANDO ESTE POST A SUS CONTACTOS
Nosotr@s en Red
www.nosotrasenred.org -
Silenzio complice: sequestri e stupri sulle strade del Messico

Dopo la denuncia degli abusi dell’autorità di polizia a Città del Messico, inoltrata da Livia e Mario Meléndez e postata qui ieri, riporto ora la traduzione di Clara Ferri dell’articolo scioccante di Sanjuana Martínez, pubblicato sul quotidiano messicano “La Jornada” il 13 novembre 2011 sul tema dei sequestri di persona (e di interi autobus!) che ancora avvengono sulle autostrade messicane, spesso totalmente fuori dal controllo delle autorità. Ne parlavo proprio ieri sera con un piccolo imprenditore del settore autotrasporti che segnalava soprattutto il rischio di furto totale del carico e del tir, con o senza sequestro di persona, ma sempre con vessazioni e violenze nei confronti dei camionisti. Purtroppo il caso denunciato dalla Jornada è finito molto peggio.Denise credeva di morire. Un gruppo armato, con divise militari, ha assaltato l’autobus in cui viaggiava da Monterrey a Zacatecas, ha sequestrato gli uomini, abbandonato a se stessi gli anziani e violentato le donne. L’incubo è durato varie ore. Il sequestro di autobus è la nuova realtà che si vive sulle statali del paese con il silenzio complice delle linee di trasporto di passeggeri.
«Siete fottuti», ha detto il capo del gruppo quando hanno aperto la porta dell’autobus. Il veicolo, di proprietà del Gruppo Senda, era partito dalla stazione degli autobus all’una e mezza di notte e dopo due ore di strada si è fermato in mezzo al deserto. Il comando bloccava la statale. Di fronte all’ordine del delinquente, l’autista ha detto al microfono: «Passeggeri, c’è un’emergenza, scendete dall’autobus».
Nello scendere, circa dodici uomini con armi lunghe e divise militari che viaggiavano su quattro furgoni, hanno obbligato i 25 passeggeri e l’autista a disporsi con il volto verso l’autobus con le mani alzate e le gambe larghe. C’erano soltanto due donne, che sono state appartate insieme ai quattro anziani presenti; il resto dei passeggeri è stato inmediatamente caricato e portato via su tre dei loro veicoli. Hanno parlato tra di loro della benzina che avrebbero usato per incendiare l’autobus. Un furgone è rimasto parcheggiato: «Salite su, puttane!», hanno ordinato, indicando loro la parte posteriore della pick up, dove c’erano due uomini vestiti da militari che aspettavano; altri due erano nella cabina posteriore e uno guidava. Sono entrati un paio di chilometri nel deserto.
Denise e Hortensia non si conoscevano, ma sono state compagne di una tragedia. La prima ha opposto resistenza ed è stata brutalmente percossa; le hanno devastato parte del viso: «Così impari, troia!», le ha detto uno mentre si tirava giù i pantaloni. «Vogliamo divertirci», ha commentato un altro mentre strappava di dosso i vestiti a Denise. Gli altri tre gli si sono uniti velocemente. L’aggressione è durata un’ora. «Si sono tirati giù i pantaloni senza togliersi il resto dei vestiti. Il peso dei loro corpi mi ha immobilizzato. A un certo punto non ho più capito che cosa dicevano, mi sono concentrata sul suono dei grilli, sulla mia famiglia, sui miei amici», racconta Denise, di 28 anni.
Sono trascorse già diverse settimane. Soffre di depressione ed angoscia, ma dopo un trattamento e una terapia può ricostruire la storia: «Ho sentito che mi avrebbero ucciso. Ho pensato che mi avrebbero lasciato lì e che nessuno avrebbe saputo ciò che mi è successo. Ho cercato la mano dell’altra donna, che non conoscevo. Lei gridava di dolore; l’ho stretta con forza ed ho sentito nella sua mano una risposta uguale. È stato così come ci siamo afferrate alla vita».
Gli stupratori parlavano spagnolo a stento, avevano l’aspetto di gente del Sud, comunicavano tra loro in una lingua indigena che le vittime non hanno potuto riconoscere: «Erano come soldati o paramilitari. È stato un atto di potere su di noi. Non ce l’avevano neanche in tiro. Sembravano drogati. Ci hanno introdotto un tubo di plastica nell’ano. Ridevano (…) poi ci hanno buttato via come dei rifiuti».
Dopo aver subito l’aggressione, si sono ritrovate nude su una collinetta della statale. Un autobus di passeggeri si è fermato; l’autista è sceso con una coperta e le ha invitate a passare direttamente alla cabina senza domandare nulla, come se la scena fosse quotidiana: “«Sono cose che succedono tutti i giorni sulle strade del paese e nessuno muove un dito».
Silenzio delle imprese
A differenza delle rapine a autobus interrurbani, negli ultimi mesi prevalgono i sequestri di autobus e passeggeri. Il mese scorso, un autobus è scomparso nel municipio di General Treviño (Stato del Nuevo León) sulla strada per Tamaulipas. «Avevano previsto una scala a Monterrey, ma non l’hanno fatta. I parenti hanno saputo che a General Treviño una persona armata ha sequestrato l’autobus con tutti i passeggeri sopra», ha detto il viceprocuratore dello Stato di Guanajuato, Armando Amaro Vallejo, dopo aver ricevuto la denuncia dei parenti per la scomparsa di sette abitanti dello stato.
Dall’inizio dell’anno ad oggi sono scomparsi circa un centinaio di abitanti di Guanajuato e di altri stati sulla strada per la frontiera, anche se il numero potrebbe essere maggiore, poiché le imprese di autobus restano in un silenzio ominoso riguardo a questi fatti per evitare il risarcimento dei danni causati ai passeggeri, il pagamento dell’assicurazione o la perdita dei clienti.
«Non possiamo garantire a nessun cittadino che non verrà rapinato in qualunque negozio, per strada o sui mezzi di trasporto, perché staremmo mentendo, ciò che possiamo fare è ridurre i fattori di rischio, che sono quelli che facilitano la realizzazione di attività illecite. Le misure finora adottate sono la contrattazione di servizi di sicurezza privata, l’installazione di barriere metal detector e di telecamere», dice Arturo Balderas Moya, direttore della Camera Nazionale di Autotrasporti di Passaggio e Turistici (Canapat), che riconosce che i punti più pericolosi sono nella zona di confine con gli Stati Uniti; inoltre manca un coordinamento e ci sono dei “vuoti legali” e ciò ostacola le indagini.
L’anno scorso la Canapat ha registrato soltanto 136 rapine, ma non ci sono statistiche del numero di autobus sequestrati, passeggeri o autisti scomparsi, né di stupri di donne. Le linee di autobus ADO, Senda, Transpaís, Estrella Blanca, Ómnibus de México, Futura, Transportes del Norte, Ómnibus de Oriente e altre hanno centinaia di bagagli degli scomparsi stivate nei loro capolinea di città di frontiera come Reynosa, Nuevo Laredo, Miguel Alemán e Piedras Negras.
Riguardo gli attacchi sessuali alle donne, le compagnie di trasporto su autobus sono più ermetiche: «Per quanti sforzi abbiamo fatto per dare visibilità al problema degli stupri, il corpo delle donne continua ad essere un bottino di guerra. Purtroppo ci continuano a considerare come cittadini di seconda categoria, per questo non vengono a galla, perché tra gli stessi uomini si proteggono», dice Maricruz Flores Martínez, del “Colectivo Plural de Mujeres contra la Violencia”.
Riconosce che la maggior parte delle vittime non denuncia queste aggressioni sessuali per paura: «Le donne vengono violentate non solo dalla criminalità organizzata, ma anche da membri dell’Esercito. Come possiamo opporre resistenza a uomini armati? Hanno il potere delle armi e utilizzano l’arma della minaccia per evitare che le donne aggredite sporgano denuncia».
Qualche anno fa le donne venivano violentate sui taxi e siccome gli aggressori non erano armati, il fenomeno è diminuito grazie alle denunce, ai corsi educativi e alle mobilitazioni sociali; adesso –dice- il problema è maggiore, perché si tratta di uomini fortemente armati nel bel mezzo di una guerra: «Siamo completamente allo sbaraglio. Se come donne non scendiamo in piazza a gridare “Basta”, tutto continuerà allo stesso modo o peggiorerà».
Anche migranti
«Nove su dieci donne migranti vengono aggredite sessualmente durante il passaggio in Messico sulla strada per la frontiera con gli Stati Uniti», afferma Melissa Domínguez, membro della Piattaforma per lo Sviluppo Adolescente e Giovanile Indigeno. «Sono una minoranza quelle che non soffrono una violenza o un’estorsione sessuale (si va dalle molestie sessuali fino a dover “pagare” con il proprio corpo affinché l’agente della Polizia Migratoria, un militare o un trafficante le auti a varcare il confine o le lasci passare). Delle migranti che ho conosciuto, il 90 per cento ha subito delle violenze. Ho conosciuto varie donne che si fanno somministrare un’iniezione contraccettiva per evitare di essere messe incinta».
Il problema è reso invisibile, concordano Melissa Domínguez e Maricruz Flores, per la mancanza di prevenzione e di interesse istituzionale di fermarlo: «Le donne hanno ancora paura di sporgere denuncia; a volte pensano: “mi hanno già violentato, adesso posso andare avanti”, un’idea che ha a che vedere con i loro processi personali e la paura di essere deportate».
Una delle testimonianze raccolte da Belén Posada (Rifugio) del Migrante, è quella di Nancy, salvadoregna di 24 anni sequestrata da Los Zetas a Coatzacoalcos (Stato di Veracruz) e rinchiusa in una “casa di sicurezza” a Reynosa (Stato di Tamaulipas), dove c’erano solo donne utilizzate come schiave sessuali: «Durante tutto questo periodo, spesso arrivavano tre uomini messicani, i capi, e violentavano le donne come me che erano state sequestrate. Ho dovuto aspettare che mia zia mettesse insieme i soldi per pagare il mio riscatto».
-
Haiti never dies

L’organizzazione AUMOHD di Haiti, e il suo Presidente, Evel Fanfan, stanno lavorando per realizzare 2 importanti progetti: 1) La Radio dei lavoratori; 2) L’acquisto di un immobile che diventi la Casa dei lavoratori. Nel settembre 2011 Evel è stato per la seconda volta in Italia (grazie all’associazione Nova) con una serie di conferenze intitolate “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Grazie a questo viaggio Aumohd ha potuto rinnovare gli appelli a non dimenticare Haiti ed è entrata in contatto con la Fiom per seguire i progetti in favore dei lavoratori a Porto Principe. Ho lavorato con Evel un mese nel febbraio 2010, poco dopo il terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime e un milione di sfollati, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini. Oggi rischia di scomparire e quindi lanciamo da Carmilla un appello. La giornalista Romina Vinci, appena tornata da Porto Principe, ha inviato un articolo per sensibilizzare sul tema e darci una testimonianza diretta della situazione. Scarica la lettera del presidente dell’Aumohd QUI.[Fabrizio Lorusso]Di Romina Vinci. C’è chi chiede dieci euro di tivvù ai cittadini per dare vita ad un Servizio Pubblico, e chi considera la televisione solo una chimera, perché il suo Servizio pubblico vuol dire acqua potabile, istruzione, sanità, lavoro luce, elettricità.
Ma si sa, la rete non ha confini, e chissà se gli echi del picco di ascolti di un Servizio Pubblico andato in scena per due giovedì in Italia (rivisitato nella cornice ma non nei contenuti) sono arrivati fino oltreoceano, a toccare le coste del paese più nero d’America, Haiti.
Fatto sta che il giorno dopo, di buon mattino Evel Fanfan, presidente dell’AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani, ha lanciato un appello per l’acquisto di una casa dei lavoratori a Port au Prince. “Dears Friends of HAITI – si legge nella lettera – AUMOHD needs to buy urgently a house for the workers, You can support our work with only Ten (10) Euros, you, your group, your family and your friends”.Certo, il mood diverge, e non poco: da una parte si cerca un sostegno per mettere su una trasmissione televisiva che dà spazio a evanescenti meteorine dello spettacolo, le quali si ritrovano catapultate nel mondo delle escort e dei bunga bunga. Dall’altra parte invece si chiede un aiuto per mantenere in vita un’associazione no profit che, nata nel 2002, ha dato una voce a migliaia di haitiani, difendendone i diritti. Ma il claim è sempre lo stesso: “dieci euro, solo dieci euro, tu, la tua famiglia, i tuoi amici”. Semplice coincidenza? Forse.
Quel che è certo è che in Italia sono stati raccolti 900 mila euro, frutto della donazione di ben 90mila cittadini, i quali hanno permesso di dare vita alla settima edizione di un talk show che lo scorso anno ha toccato uno share del 20,71%.Ma basterebbe un decimo della stessa cifra,ad Haiti, per continuare a mantenere in vita un’associazione che, il prossimo mese di giugno, è costretta a sfrattare dal luogo che l’ha ospitata per quasi dieci anni.
“Nel 2004 AUMOHD ha offerto assistenza legale gratuita a 1.348 giovani finiti in carcere in dubbie circostanze. Nel 2008 – continua la nota dell’associazione – AUMOHD ha fornito sostegno a 296 lavoratrici licenziate illegalmente. Oggi i nostri uffici ricevono ogni giorno una decina di lavoratori che chiedono assistenza legale, formazione, possibilità di incontro e solidarietà”.
Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.Haiti è il paese più povero d’America, ed anche il più densamente popolato. La vita media delle persone è di 16 anni. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite.
Ma guai a mostrare questi numeri a Evel Fanfan, si rischia di mandarlo su tutte le furie. “Haiti non è il paese più povero delle Americhe – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”.E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione. L’ultimo episodio risale al mese di agosto e vede alcuni soldati uruguaiani accusati di violenza sessuale ai danni di un giovane haitiano.
“I vostri dieci euro saranno un mattone di una casa di cui ci sarà un unico padrone, il pubblico, ovvero voi”: afferma con grinta il messaggio lanciato da Servizio Pubblico che ha fatto il giro del web, auspicando “un pezzettino di televisione senza padroni economici e senza padrini politici”.
“Dieci euro per mantenere aperta la speranza di un futuro per Haiti”: chiede Evel Fanfan, uno a cui una casa serve davvero.
Chi vuole aiutare l’organizzazione haitiana può contattare il suo Presidente, EvelFanfan, al suo indirizzo mail: presidenteaumohd@yahoo.fr oppure visitare il sito operativo dal 2010: Haiti EmergencyL’iniziativa Haiti Emergency ha sostenuto le attività di Aumohd ad Haiti in diverse occasioni con la realizzazione di un carnevale per i bambini, il sostegno ai lavoratori ospitati e aiutati presso Aumohd, l’acquisto di materiali necessari per le attività e il primo viaggio di Evel Fanfan e Gaelle Celestine in Italia e in solidarietà con la città de L’Aquila nel 2010.
Questo video è una testimonianza di quel viaggio. Da allora l’emergenza post-terremoto non è rientrata, anzi, è anche insorta la piaga del colera che ha fatto oltre 6500 morti e 500mila contagi. -
Bad Mexican Police: Una Denuncia Da Città del Messico

Purtroppo sono tante. Purtroppo non si fermano mai e a volte finiscono malissimo (leggi le note su Pavel González, 2004, e su Carlos Cuevas, 2011). Sono storie di abusi e violazioni dei diritti umani e del diritto alla sicurezza e persino alla vita. Le denunce delle violenze esercitate dalla polizia messicana sono all’ordine del giorno. Un’amica e suo fratello hanno avuto il coraggio di raccontarne una pubblicamente e riporto volentieri la loro voce, tradotta dallo spagnolo all’italiano, per creare coscienza su questo problema. Livia condivide su Facebook con amici e conoscenti la vessazione subita da suo fratello, Mario Tonatiuh Melendez Huerta, e prega di diffondere questa esperienza perché è l’unico modo di reagire e far conoscere quanto accade. Anche questo è Messico, ordinario.Martedì 8 novembre, ore 13 e 40. Presso il portone principale della cattedrale di Città del Messico, Mario Tonatiuh Meléndez Huerta, studente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università più grande del mondo, la Autonoma del Messico (UNAM), è stato arrestato, aggredito e privato della sua libertà per 15-20 minuti da agenti della Polizia Federale messicana. Ecco i fatti nel racconto diretto di Mario.
Stavo camminando sul marciapiede di fronte alla cattedrale quando mi sono accorto di un uomo che camminava con delle stampelle e gridava qualcosa a un agente della Polizia Federale che controllava l’accesso principale della chiesa. Di fronte a quella scena ho avuto un senso di disgusto nei confronti del poliziotto e l’ho guardato con spregio.
Ho continuato a camminare per 6-7 metri in direzione ovest, verso la via República de Brasil, quando l’agente mi ha preso peri l collo e mi ha chiesto chi stavo guardando in quel modo. Gli ho indicato lo stemma della sua divisa mentre mi trascinava obbligandomi a entrare nella spianata della chiesa e gli ho chiesto per favore di non strattonarmi. Invano.
Ha iniziato ad aggredirmi verbalmente, dicendo che credevo che lui fosse un semplice vigile urbano e che per quel motivo facevo lo spavaldo con lui. Siamo entrati nella zona laterale sinistra della chiesa in cui vi sono gli uffici della stessa cattedrale e anche un posto di polizia dei federali. Appena entrati il poliziotto ha cominciando a spiegare al suo capo che io avevo offeso l’autorità e immediatamente il suo superiore ha ordinato di farmi mettere in ginocchio con la fronte attaccata alla scrivania. Per costringermi mi hanno dovuto dare calci sulle gambe e colpirmi alle costole.
Una volta in ginocchio mi hanno perquisito e mi hanno privato del mio portadocumenti, hanno controllato le tessere e carte che avevo e hanno proceduto a inserire i miei dati nel PC dell’ufficio. Mi hanno fatto una foto con un cellulare mentre l’aggressione fisica e verbale continuava così come le minacce. Dicevano che se seguitavo a fare il rivoltoso o a mancare di rispetto all’autorità, mi avrebbero preso ancora dato che ormai mi avevano schedato con tutta l’informazione necessaria, indirizzo e provenienza.
Nel frattempo mi colpivano costantemente alla testa, sul torace e sulle gambe. Dopo, in gruppo, 4 o 5 poliziotti mi hanno portato in un corridoio sul retro della cattedrale dove mi hanno duramente picchiato per un paio di minuti e mi hanno spruzzato in faccia uno spray al peperoncino per poi trascinarmi a spintoni fino all’uscita posteriore della chiesa.
Dichiaro da subito che non è proprio possibile inoltrare una denuncia penale contro i miei aggressori a causa della politica con cui operano gli organismi statali di pubblica sicurezza, per cui questa denuncia è diretta all’opinione pubblica, ai mezzi di comunicazione e alla popolazione civile. kmn.
En español:
Denunciamos¡¡
Hoy Martes 8 de Noviembre al rededor de la 1:40 p.m. en el acceso frontal de la Catedral CAPITALINA Mario Tonatiuh Meléndez Huerta estudiante de la Facultad de Filosofía y Letras de la UNAM fue sometido, agredido y privado de su libertad al rededor de 15 o 20 minutos por elementos de la Policia Federal.
-Caminaba sobre la acera frontal de Catedral cuando me percate de un hombre que caminaba con muletas gritaba algo a un elemento de la PF que resguardaba el acceso principal de la catedral, al ver esto senti repudio hacia el oficial y lo mire con gesto desaprobatorio, caminé 5 o 7 metros en direccion a la calle Republica de Brasil cuando el oficial me tomo por el cuello y me preguntó a quien estaba mirando de esa manera, le señalé el escudo de su uniforme y procedió a forzarme a ingresar a la explanada de la iglesia, le pedí por favor que no me agarrara y me ignoró, comenzó a agredirme verbalmente diciendo que yo creía que era un policía capitalino y que por eso andaba de verguero, ingresamos al ala poniente de la catedral donde se encuentran las oficinas de catedral y asimismo un cuartel de la PF, llegó argumentandole a su superior que yo andaba vejando a la autoridad, inmediatamente su superior ordenó que me pusieran de rodillas con la frente pegada al escritorio, para esto patearon mis piernas y golpearon mis costillas, ya incado me catearon y me despojaron de mi portacredenciales, las revisaron y procedieron a ingresar mis datos en la computadora de la estación, con un celular me tomaron una fotografía y siguieron agediendome fisica y verbalmente, me amenazaron con que si seguia de revoltoso o faltandole el respeto a la autoridad me iban a agarrar otra vez puesto que ya tenían capturada mi dirección y mi procedencia. Despues de estar golpeandome constantemente en la cabeza, torax y piernas un grupo de 4 o 5 policias me llevaron al pasillo posterior de la catedral para golpearme intensamente durante unos dos minutos y rociarme la cara con gas pimienta y jalonearme hasta la salida posterior de la iglesia.
De antemano manifiesto que ya no es posible ejercer una denuncia penal en contra de mis agresores debido a la política con que operan los organismos estatales de seguridad pública, por lo cual esta denuncia está dirigida a la opinión pública, a los medios de comunicación y a la poblacion civil. kmn -
Germania (RFT) 1974: Haiti 1 – Italia 0
Il ricordo (di quando non ero ancora nato). Monaco, Germania Ovest (cioè Repubblica Federale Tedesca), 15 giugno 1974, mondiali di calcio. Il Brasile s’era aggiudicato definitivamente la coppa Rimet ed esordiva quindi l’attuale versione del trofeo più ambito al mondo, la coppa Fifa disegnata da Silvio Gazzaniga. Il primo gol storico di Haiti in una coppa del mondo fu proprio contro l’Italia di Zoff, Facchetti, Capello, Mazzola, Chinaglia, Rivera, Riva e compagnia. La nazionale italiana poi prevalse per 3 a 1. Haiti perse le partite successive 7 a 0 con la Polonia e 4 a 1 con l’Argentina. Il mondiale alla fine lo vinse la Germania 2 a 1 in finale contro l’Olanda, mentre né Haiti né l’Italia poterono passare agli ottavi di finale…

Quello stesso Massimo Numa che ha dichiarato, lo scorso giugno, di essere stato maltrattato dai No Tav, che gli avrebbero impedito di svolgere il proprio mestiere e addirittura rigato la vettura. Peccato che la sua ricostruzione sia stata smentita non solo dai testimoni, ma soprattutto dalle foto che i militanti No Tav hanno ben pensato di scattare, non appena riconosciutolo: come si legge e si vede 