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  • Muore il Ministro degli Interni del Messico in incidente aereo

    Muore il Ministro degli Interni del Messico in incidente aereo

    Città del Messico. Dal giornalaio e fuori dalle drogherie, alla fermata dell’autobus e nei sottopassaggi della metro, le voci sulla strage-incidente circolano furibonde. Basta chiedere, basta ascoltare la strada. Ieri mattina, 11 novembre 2011, alle 11 ora messicana, è stato lanciato un allarme perché l’elicottero dello Stato Maggiore presidenziale su cui viaggiava il Ministro degli Interni, il quarantacinquenne Francisco Blake Mora, non dava più segnali. Era sparito nella zona sud della capitale, tra Tláhuac e Canal de Chalco. Blake Mora aveva in programma la partecipazione a una conferenza di giuristi, magistrati e PM a sud della capitale, nella città di Cuernavaca, stato di Morelos.

    Un’ora dopo è arrivata la notizia della morte del ministro e di altre 7 persone a bordo del velivolo. Tra queste c’erano 3 militari della Forza Aerea Messicana, la segretaria di Blake e altri funzionari del Governo di Felipe Calderón, il Presidente del Messico: 8 vittime in totale. Cause dell’incidente: non si sanno. Forse il maltempo, ha detto il Presidente. Sono arrivate le condoglianze di tutte le forze politiche nazionali, dei governatori dei diversi stati messicani e pure di Obama.

    Il 4 novembre Blake Mora aveva ricordato su Twitter la scomparsa del suo predecessere, Juan Francisco Mouriño, deceduto anche lui in un incidente aereo mentre sorvolava una zona chic di Mexico City. Le indagini si sono chiuse e pare che la colpa sia stata del pilota. Quasi nessuno ci ha creduto ma è un’altra storia. L’ipotesi che uno dei cartelli del narcotraffico operanti in Messico avesse pianificato un attentato contro il giovane Ministro degli Interni protetto da Calderón s’è fatta comunque strada. Le rivelazioni e le indagini del libro “Los señores del narco” della giornalista Anabel Hernández in qualche modo hanno riaperto la questione sollevando forti dubbi su quel presunto “incidente aereo”. E adesso eccone un altro. Molti leader politici e la portavoce presidenziale hanno invitato a evitare ogni tipo di speculazione mentre le indagini sono cominciate immediatamente. Oltre all’elemento scaramantico e simbolico legato alla data di ieri, a cui subito in tanti hanno pensato, c’è anche il dato oggettivo: l’incidente ha coinvolto un ministro che, come Mouriño prima di lui, era uno dei candidati favoriti del Presidente Calderón all’interno del PAN (Partido Acción Nacional) per presentarsi alle elezioni del luglio 2012.

  • La Santa Muerte y la prensa italiana

    La Santa Muerte y la prensa italiana

    Este artículo ha sido publicado en la revista El Cotidiano de la UAM (Universidad Autónoma Metropolitana, Ciudad de México, Número 169, sept-oct 2011, año 26. Tema: La religión y los jóvenes. Descargar o ver el artículo completo: aquí. Descargar todos los artículos relacionados con la Santa Muerte y San Judas Tadeo de ese número de la revista: aquí. Una versión en ITALIANO “simplificada” – Versione ITALIANA semplificata: Parte I quiParte II qui.

    INTRO: El presente artículo intenta trazar una reseña crítica de las notas periodísticas publicadas en páginas de Internet de medios informativos en lengua italiana que han tratado el tema del culto a la Santa Muerte en México. Los artículos considerados contienen materiales suficientes para arrancar con una discusión crítica y, asimismo, gracias a la literatura disponible en español y en inglés, además de los trabajos de campo realizados por el autor, se van a proponer aclaraciones y explicaciones acerca de algunos elementos característicos de este culto popular mexicano, aún poco estudiado y comprendido, sobre todo en el exterior. Traté de conservar en las traducciones el sentido y la estructura de los textos originales para dar cuenta del lenguaje y los contenidos de la manera más fehaciente posible. La reseña cubre prácticamente todas las notas de prensa que se rastrearon en Internet con “búsquedas cruzadas” hasta el mes de abril de 2011.

    Hasta la fecha, no se cuenta con una colección hemerográfica realmente amplia en italiano sobre la Santa Muerte, lo que sí se constata para el caso del idioma español y el inglés, al ser México y Estados Unidos los países más interesados por la formidable expansión de esta devoción. Sin embargo, lo poco que hay no parece tener calidad suficiente para cumplir con su deber de informar, ni para plantear claramente problemas relevantes sobre lo que ocurre en México, sobre todo en la frontera norte y en la capital, que son las regiones más citadas, y en la religiosidad popular del país. Por tanto, voy a destacar unos cuantos artículos que son, de alguna manera, “pioneros” e interesantes por sus fuertes mistificaciones que influyen en la opinión pública italiana sobre estos temas y que espero poder aclarar y, de alguna manera, precisar.

    Planteo que estas distorsiones son provocadas principalmente por 6 factores que, finalmente, acaban convirtiéndose en un hito común a todos los artículos, sin importar su procedencia ideológica o el medio:

    (1) la distancia cultural y física de los autores y de sus mismos planteamientos;

    (2) las tendencias amarillistas de los medios desde los nacionales, impresos y televisivos, hasta los locales y los exclusivamente digitales en línea;

    (3) el tradicional descuido de la prensa y la televisión italiana hacia las problemáticas sociales y políticas del exterior y, en particular, de América Latina y de los países del que se solía denominar “tercer mundo” o en “vías de desarrollo”, lo cual se refleja, en menor proporción, en los medios presentes solamente en Internet;

    (4) la idea preexistente y muy poco definida en Italia de lo que es México, de su historia y de la reciente “guerra al narcotráfico” lanzada por el Presidente Felipe Calderón y, en general, los temas de la violencia y la muerte entendidos como “productos culturales” de exportación pero, asimismo, como fuentes de burdos estereotipos;

    (5) específicamente, el muy precario conocimiento de la historia y la actualidad del culto a la Santa Muerte, lo que lleva a demonizar gratuitamente un fenómeno social e incluso un país entero, al tratar de explicar la violencia con argumentos fáciles, ligados al satanismo, a los sacrificios humanos (quizás una reminiscencia de las antiguas prácticas aztecas, tan notorias y mistificadas en Italia) o una simple guerra entre bandidos con nombres y pasados “llamativos” para el público;

    (6) la influencia de la prensa amarillista de medio-bajo nivel, pero igualmente de medios masivos influyentes y “profesionales” los cuales, tanto en México como en otros países del mundo, han distorsionado enormemente el fenómeno de la violencia y todo lo que, erróneamente, se la ha ido ligando y asociando con mecates invisibles y artificiales.

  • Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

    Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

    Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

    Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

    A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

    L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

    La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

    Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

    L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

    Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It

  • Belice y otros paraísos – Il Belize ed altri paradisi

    Belice y otros paraísos – Il Belize ed altri paradisi

    De Jornada Semanal del 6 nov 2011. Intro de Hugo Gutiérrez Vega sobre la huelga Ferrocarrilera y Belice en la época de la colonización británica y de George Price. También en KaosEnLaRed.

    Ernesto es un pepenador de Hikako o Cayo Caulker, un rectángulo arenoso y largo de apenas unos 7 kilómetros, que se encuentra a veinte minutos de navegación fuera de las costas de la ruidosa Belize City. Está cerca de la “isla bonita”, cantada por Madonna en los ochenta –la famosa San Pedro– que, a su vez, roza Punta Bacalar, una balsa de tierra proyectada en el mar frente a Chetumal. Más al norte florecen los paraísos ficticios, antes idilios verdaderos, exaltados por el turismo mundial y nacional: Cancún, Playa del Carmen, Tulum y Majahual con sus encantos de cenotes, vestigios arqueológicos, playas blancas y aguas cristalinas que bien conocemos.

    En cambio, en el vecino Belice, Ernesto se dedica a recoger la basura con un carrito y una bicicleta sin frenos. Luego separa los desechos según las mejores prácticas internacionales, divide sin afán los rechazos del sistema con magia y ciencia de utilizador interesado. Las podridas tablas de madera de una (ex) choza, recuperadas de los escombros del último huracán, se juntan con el cuero viejo de un zapato de pescador, cansado y jubilado por la vida misma, ya que el Estado aquí no existe. Unas hojas de metal, cortantes y punzantes pero valoradas por el mercado local, unas lavadoras que ya no lavan, unos televisores que ya no emocionan y unos autos carcomidos son los objetos más solicitados por este genio del reciclaje.

    Se acerca el invierno y el cayo beliceño bulle mucho más; vienen las hordas de americanos y europeos norteños, resfriados, en busca del calor caribeño y viajes “alternativos” durante la temporada de puro sol y farra. Cuando llega la estación de la lluvia, en cambio, la vida se da de baja un rato y las visitas se tornan más selectas. Slow down, dicen los carteles. Los visitantes son más bohemios, dejan su guía Lonely Planet en el hostal, desconectan del mundo su smartphone y abren los sentidos al reggae de la dinastía de los Marley, de Gregory Isaac y Barrington Levy. Entregan su alma a la mota omnipresente y todopoderosa. Atraídos por lo étnico (o lo que aparenta serlo), lo artesanal y la cultura de los afrodescendientes que se exponen en las calles polvorientas, los viajeros de mochilazo se dejan columpiar por las melancólicas baladas de música antillana y el dub en las calles. La referencia es Jamaica, tierra lejana en medio del Caribe, parecida por su gente y el inglés incomprensible, su humanidad robada de África y su pasado bajo la english majesty, justo como Belice, un país de apenas 300 mil habitantes, igual que Zacatecas.

    Joven, pequeño y ex colonial

    Ernesto, con su español heredado de su papá mexicano, dentro de su cabaña frágil en la entrada del basurero, sale de los estereotipos caribeños. Su esposa Mary, quien a veces trabaja en la limpieza en las oficinas públicas de la isla, habla sólo inglés criollo y comparte con él la morada. Hay columnas de humo, constantes, que se alzan de los cúmulos de bolsas y materiales en un espacio tan grande como una cancha de futbol, quemándose, oliendo a soledad. Ese es su jardín dorado, donde encuentran todo para su existencia. El pepenador me enseña el lugar, con su machete en unas manos más negras que las aguas del charco estancado que vislumbro hasta el fondo. “Este es un paraíso –dice Ernesto– ando buscando dos tubos metálicos para reparar mi bici, sin ella, pues es el infierno y no puedo chambear.” No pasan backpackers ni autóctonos en esta zona que es el templo del desecho isleño, encajado entre el aeropuerto local y una laguna de agua dulce. “Justo ayer, un caimán le arrancó una oreja a mi perra y los separé a garrotazos, ¿qué salvaje, no?” En la inmundicia, sobre un sillón que fue elegante, descansa Job Doyle, el joven ayudante de Ernesto, quien me ofrece compartir sujoint. “Sabes, últimamente no hay mucho trabajo por aquí, ves, ni hay bicicleta para andar buscando cosas”, se justifica. La efigie de Isabel II del Reino Unido sonríe en todos los billetes; el diario nacional The Belize Times está en inglés, pero el español ya es el idioma más hablado en el país. Ernesto y Job están impacientes por saber viva voz lo que sucede en México, como cuando no había internet ni televisión y la información circulaba con los viajeros. Les cuento, pero Ernesto interviene: “Soy cien por ciento cabrón mexicano, aunque mi padre nos abandonó. También me iría; aquí la vida es cara, por suerte tenemos todo esto.”


    Mercado en Belmopán, Belice

    Prácticamente los precios están casi como en la Riviera Maya. Para goce de los importadores, hace veinte años que el tipo de cambio está milagrosamente estable, sin embargo, la fuerza del belizean dollar ha ido dañando a los exportadores agrícolas y al sistema de precios. “Mejor el basurero, que la ciudad basurero. Belize City es la más peligrosa de América”, sigue Ernesto. La que fue capital del antiguo “Honduras británico” hasta 1961, cuando fue arrasada por el huracán Hattie, hoy en día es una urbe de 70 mil habitantes y sobrevive fuera del tiempo, sumergida en los efluvios de las coladeras que corren destapadas en las orillas de las avenidas y los polvos levantados de las calles no pavimentadas. Tal como se hizo en Brasil con la fundación de Brasilia en el centro del país, Belmopán fue edificada en el interior y poblada en la década de 1970 para reemplazar a la Ciudad de Belice y es una de las capitales más pequeñas del mundo, con sólo 6 mil habitantes. La idea es la misma, pero la escala y los resultados son diferentes: Belmopán es un poblado semivacío que funge nada más de hub para las rutas camioneras y de referente administrativo. Belice es el país más joven de América Latina y acaba de cumplir treinta años el pasado 21 de septiembre, pues en 1981 obtuvo su independencia formal del Reino Unido. “Bajo la sombra florezco”, es el lema que parecen gritar dos hombres, uno blanco y el otro negro, cobijados por una ceiba, árbol sagrado de los mayas, en el centro de la bandera nacional azul y roja.


    Basurero en Belize City

    A lo largo de toda la Riviera Maya, y más en Belice, la explotación del trabajo y los salarios bajos, deprimidos por la abundancia de mano de obra, van acompañados de la creación de verdaderos enclaves turísticos en los que muchos mexicanos de Tabasco, Chiapas, Oaxaca, Puebla, el DF y Veracruz, junto con los centroamericanos que logran quedarse, van buscando su agosto. A veces se considera excelente sacar “unos mil pesos por semana, con turnos de diez horas diarias de lunes a sábado, o hasta los domingos”, comenta Juan, mesero y bartender en la zona hotelera de Cancún, donde el cover de un antro ordinario puede costar 700 pesos. “De todos modos, nos salvan las propinas; la alternativa es el doble turno, quince horas diarias, con eso sí la haces, pero no tienes vida personal”, añade Juan. El equilibrio demográfico de Quintana Roo se salió de las manos hace unos veinte años, cuando el auge de inmigración y nacimientos comenzó a reproducir los fenómenos de marginación típicos de las ciudades del centro del país. Así, Cancún alcanzó los 800 mil habitantes y, en escala menor, lo mismo pasó en Tulum y Playa del Carmen. La playa pasó de bien común a lujo privado, pues el acceso al mar es imposible prácticamente en toda la costera. El visitante extranjero se divierte y se relaja, aunque los más atentos perciben un halo de ficción plastificada en esa mexicanidad y ese folclore ofertados: dentro de las murallas del Grand Hotel y fuera de ellas, en los paquetes de los mega tours, hay escasa realidad y distracción absoluta.

    La meta del migrante

    Este paraíso, el sueño mexicano, es la meta para muchos migrantes que llegan de Belice, como Davi, una chica de veintisiete años, originaria de Guyana. Allá el inglés es idioma oficial, una ventaja para ella. Es una de las tantas expatriadas de los países (pobres) del Commonwealth, la comunidad política de las ex colonias británicas que literalmente significa “riqueza común”, pero ya no cumple mucho ese lema. Davi lleva años trabajando en la fronteriza Corozal que, junto al pueblo de Orange Walk, está entre los distritos más ricos por sus cultivos de caña de azúcar, cítricos y plátanos. La Zona Libre de Corozal, rodeada por casinos, representa, en cambio, otro polo de precariedad laboral. De noche la ciudad está a la merced de los vagos, de las trocas estruendosas, de la tristeza, de las ventanas cerradas, mientras que el malecón es territorio de la prostitución.

    Islas Mangrove

    Las actividades económicas del agro están amenazadas constantemente por las inundaciones que, además, impiden la circulación de vehículos durante casi todo el día en muchas provincias. Un viaje en camión puede ser una verdadera odisea, pese a que las distancias son reducidas y la superficie del país es equivalente a la de Nayarit. Davi salió de Guyana tras el fallecimiento de su papá y la fuga de su hermana y su mamá a Nueva York. Ahora va a luchar para tener la ciudadanía beliceña y perseguir el sueño de vivir en México con la forma migratoria para trabajadores fronterizos temporales (fmtf) que le permitiría laborar en Quintana Roo, Campeche, Tabasco o Chiapas. “Más allá del sureste no se puede, pero ya es algo –exclama Davi– y después, quizás, un día vaya a Estados Unidos a ver a mi mamá con quien sigo en contacto.” Mientras, su vida corre entre las cajas de un supermercado en la periferia y los turnos de noche como recepcionista en hoteles de paso. Allí tiene posibilidad de hablar con los clientes y conocer a alguien que la ayude a conseguir un puesto en Chetumal o Tulum.

    Tras un recorrido de seis horas en camión desde la capital, el amante de la costa ha de detenerse en la quieta aldea de Placencia. Es un pueblo con puras casas de madera y una bahía tranquila que vive del turismo. Hay rastas, mestizos, chapines, nicas, ingleses, mayas, mexicanos, blancos y negros, pobladores fijos y empleados estacionales que buscan y encuentran, venden y compran, noche y día, en los senderos que conducen de las accomodations a las playas y a los pequeños comercios: marihuana a cambio de una cena, dólares por pesos, dos cervezas por un poco de compañía, un tour mañana con reservación el día de hoy, propinas y prebendas a cambio de una indicación y un par de tips. La pobreza se respira y no todo el mundo logra su dinero cotidiano, así que en la noche también se regatean favores. Hay anuncios especiales, dicen three sisters for sale, “tres hermanas a la venta”, pero, en su mayoría, el turismo sexual es informal; nace de la costumbre, de la habilidad de los autóctonos más apuestos, de las parrandas para el ligue y del mito que los viajantes van difundiendo sobre ciertos lugares y sus bondades. En Placencia hay una minoría glamorosa de mujeres anglosajonas con acompañantes para el week end, quienes se hacen pagar en efectivo o en comidas. Lo mismo pasa en Cuba, Haití y la República Dominicana, frecuentadas por los turistas tradicionales pero también por hombres jóvenes y jubilados, muchos de ellos europeos, en busca de “aventuras”, con el bolsillo lleno y cierto nivel de frustración, mientras que en los territorios garífunas, afromestizos y caribeños de Costa Rica, Guatemala, Honduras y Belice van más mujeres. Amir, un nicaragüense de treinta y cuatro años, crecido en los reformatorios de Los Ángeles y emigrado a Belice, no le entra y prefiere despachar bolsitas de hierba que, como él dice, “se encuentra en algunas playas, hay que saber dónde. Los colombianos la tiran de sus buques, yo la recojo, no es mala esa mota”. Tras años de peregrinación, de Nicaragua a Estados Unidos, de Guatemala a México, finalmente Amir obtuvo los papeles para quedarse en Belice, el único pobre “paraíso” que lo quiso. Sus tatuajes en todo el cuerpo y sus dos cicatrices en la mejilla izquierda delatan un pasado de pandillero del que no se avergüenza, aunque ahora ya lo rechaza como opción de vida. Su inglés del gueto apenas le sirve para entender el idioma criollo en esta tierra de adopción, la identification card beliceña luce entre sus manos, pero Amir la sigue llamando carnet de identificación en la lengua de sus padres.

  • Nicaragua al voto: la vittoria (scontata) di Daniel Ortega

    Nicaragua al voto: la vittoria (scontata) di Daniel Ortega

    Appare ormai scontata la rielezione del Presidente in carica del Nicaragua, il sessantaseienne Daniel Ortega, in testa nei sondaggi con oltre il 48% delle preferenze, alle elezioni di domenica 6 novembre. 3 milioni e mezzo di cittadini maggiori di 16 anni, su un totale di 5,8 milioni di abitanti, sono chiamati a scegliere i futuri membri del Parlamento nazionale e di quello centroamericano oltre alla massima carica dello Stato. Le ultime proiezioni sul voto indicano una forbice di 18 punti percentuali tra Ortega, ex comandante della guerriglia rivoluzionaria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che sconfisse la dittatura di Anastacio Somoza nel 1979, e il suo rivale più diretto, l’impresario e giornalista radiofonico Fabio Gadea del conservatore Partito Liberale Indipendente. La legge nicaraguense prevede la vittoria al primo turno del candidato che ottiene il 40% dei suffragi o anche solo il 35% con almeno 5 punti di distacco dal secondo candidato più votato.

    In terza posizione, con l’11% delle preferenze, si colloca Arnoldo Alemán, sostenuto dal Partito Liberal-Costituzionalista, già eletto presidente dal 1997 al 2002 e più volte indagato per gravi atti di corruzione e abuso d’ufficio. Gli altri due aspiranti in lizza sono l’ex democristiano Róger Guevara dell’Alleanza per la Repubblica e il conservatore Enrique Quiñónez dell’Alleanza Liberale Nicaraguense che fu il partito più votato nelle elezioni del 2006.

    Gli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani, accreditati dal Consiglio Superiore Elettorale (CSE), si sono distribuiti nei 19 dipartimenti del Nicaragua, ma alcune organizzazioni nazionali come Ipade, Hagamos Democracia e la statunitense Carter Center non sono state ammesse all’osservazione del processo. “E’ discutibile che il CSE dia l’autorizzazione solo a osservatori locali più accondiscendenti con il governo e la neghi a organismi più critici”, ha dichiarato la settimana scorsa il capo della missione europea, José Antonio de Gabriel.

    L’altra annosa questione riguarda la presunta illegittimità della ricandidatura del Presidente dato che la Costituzione vieta la rielezione per periodi consecutivi e per più di due volte in totale di qualunque cittadino. Nel 2009 la Corte Suprema, dominata da giudici legati all’FSLN, ha aperto la strada con una controversa sentenza a Ortega che, però, ha già governato dal 1985 al 1990 e dal 2007 al 2011.

    Il suo discorso antimperialista e anticapitalista ha costruito un ampio consenso popolare e una solida alleanza con il suo omologo venezuelano Hugo Chávez. La scarsa coesione dei partiti d’opposizione e i seri limiti delle loro proposte elettorali hanno finito per fare il gioco del governo in carica, anche se i tempi della rivoluzione sandinista degli anni ottanta sembrano tramontati.

    L’amministrazione di Ortega ha subito la condanna di Amnesty International e del Comitato contro la Tortura dell’Onu per non aver riformato le norme, in vigore in Nicaragua e in pochissimi altri paesi nel mondo, che penalizzano l’aborto terapeutico, anche in caso di pericolo di vita della madre o di violenza sessuale.

    A livello economico il rispetto dei patti con il Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità dei conti pubblici ha favorito la diminuzione del debito estero e il recupero dalla crisi del 2009-2010, nonostante il mercato del lavoro languisca tra precarietà e bassi salari. Secondo il direttore della testata nicaraguense Confidencial, Carlos Chamorro, “il modello di Ortega, battezzato come socialista, cristiano e solidale, è autoritario a livello politico, business oriented in economia e populista nel sociale, usa una retorica rivoluzionaria e religiosa e, a differenza di Chávez, assicura la continuità del neoliberismo e delle alleanze con il gran capitale”.

    Grazie all’iniezione di capitali, aiuti e investimenti del governo venezuelano, pari a 500 milioni di dollari all’anno, cioè al 7,5% del PIL del Nicaragua, è possibile mantenere un’ampia base sociale con programmi di tipo assistenziale che alleviano sensibilmente la grave situazione economica: con il 45% della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di crescita medio del 2,7% su 5 anni il paese centramericano è uno dei più poveri del continente. Original Link?

  • Il risveglio del Messico contro la violenza

    Il risveglio del Messico contro la violenza

    [Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 2 novembre 2011] Lo studio reso noto il 27 ottobre nell’ambito della Dichiarazione di Ginevra, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu sul problema della violenza, conferma che la maggior parte degli omicidi nel mondo sono imputabili alla criminalità e avvengono in paesi che non sono formalmente in guerra. Dal 2007 la lotta al crimine organizzato in Messico si basa sulla militarizzazione del territorio e ha prodotto un inasprimento dello scontro tra i cartelli della droga. Tra gli “effetti collaterali” della strategia del Presidente Felipe Calderón ci sono 50.000 morti e 16.000 desaparecidos in 5 anni e un tasso d’impunità dei delitti del 97%.

    Il Messico, però, non rimane a guardare. 7 mesi fa in un sobborgo di Cuernavaca, 90 km a sud di Città del Messico, sono stati trovati in un’auto i corpi senza vita di 6 uomini e una donna, assassinati dai narcos del cartello del Pacífico Sur. Tra questi c’era il ventiquattrenne Juan Sicilia, figlio del poeta e giornalista messicano Javier Sicilia (Link a intervista completa).

    Lo scoppio del caso sui media messicani e la reazione solidale di migliaia di persone, stanche della violenza imperante nel paese, hanno fatto sì che in poche settimane il poeta diventasse il portavoce delle “vittime invisibili” della guerra al narcotraffico.

    Per reagire di fronte a questa situazione drammatica in aprile nasce il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che, spiega Sicilia, “ha saputo dare visibilità alle vittime e creare una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che non siamo statistiche ma esseri umani”. Ciononostante “abbiamo uno Stato fratturato e cooptato, in cui una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”, continua il poeta.

    L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che, secondo la ricerca svizzera, è la città più violenta del mondo con 170 omicidi per 100.000 abitanti. La condanna di Sicilia è perentoria: “è irresponsabile che USA e Messico lascino così la situazione: con il commercio di armi e il consumo di droghe in aumento, gli affari alla frontiera continuano e proliferano imprese che riciclano il denaro dei narcos”.

    I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. “Abbiamo un compromesso etico che mira a riempire di contenuti una politica che di etica non sa parlare”, dice lo scrittore in riferimento ai principali partiti.

    In giugno la pressione delle piazze spinge il Presidente Calderón a intavolare un dialogo sulle proposte del Movimento, centrate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti. Infatti, afferma Sicilia, “una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”. L’idea di ripartire dal tessuto sociale nei quartieri e nelle città è, nelle parole dello scrittore, “affine all’esperienza delle comunità rurali zapatiste, i caracoles, che nello stato meridionale del Chiapas sono un grande esempio di autonomia e protezione della popolazione”.

    Il 14 ottobre, durante il secondo e, probabilmente, l’ultimo incontro con il Presidente, “forse s’è visto uno spiraglio di luce e comprensione in lui” anche se, ammette Sicilia, “non siamo riusciti a convincerlo della necessità di una Legge sulla Sicurezza più umana e civile, orientata alla pace e non alla militarizzazione”. Per ora, quindi, la strategia non cambia. Mentre Sicilia era a Washington per parlare al Congresso americano e alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, nelle festività dell’1 e 2 novembre, decine di cortei organizzati dal Movimento, armati di ceri e candele, hanno sfilato in varie città del Messico e del mondo in memoria dei morti e i desaparecidos della guerra al narcotraffico.

  • Sorci Verdi a Milano! Presentazione il 7 novembre

    Sorci Verdi a Milano! Presentazione il 7 novembre

    Leggi la scheda e la storia del libro: QUI LINK

    Ascolta e guarda l’intervista ad alcuni autori: QUI LINK

  • Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

    Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

    Riporto l’intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s’oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto,16mila desaparecidos, 230mila “trasferimenti forzati” di persone da una città a un’altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l’omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s’erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime “invisibili” della violenza. Con un tasso d’impunità dei delitti al 97-98%, c’è poco da stare tranquilli e molto da reclamare. [Foto di Javier Sicilia, di Zoe Vincenti]

    L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che è la città più violenta del mondo con 170 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media nazionale messicana è di 18). [Link cronologia]
    I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. Così è nato (e cresciuto) il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che s’è dovuto scontrare per ben due volte con l’opacità e la mentalità istituzionale durante i dialoghi tenutisi nel Castello di Chapultepec, a Città del Messico, in cui le vittime e i portavoce del Movimento si sono riuniti, il 23 giugno e il 14 ottobre scorsi, con il Presidente e alcuni ministri per discutere le 6 proposte del Movimento per pacificare il paese basate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti.

    – Possiamo fare un bilancio del Movimento? Quali sono i vostri risultati e i punti in sospeso?
    – Il risultato principale è fondamentalmente la visibilità che s’è data alle vittime e la creazione di una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che le vittime non sono cifre, statistiche o perdite “collaterali” ma esseri umani, con un nome e un cognome, sono famiglie spezzate e dolore per cui è necessario fare giustizia. Una risposta governativa è stata la creazione di una Procura speciale per le vittime, la Pro-Vittime, che ha serie difficoltà e speriamo si possano correggere, oltre a una Legge sulle Vittime che, sembra, vada abbastanza bene, sempre che non decidano di limarla in Parlamento e snaturarla come a volte succede in questo paese. Questi sono i grandi successi del Movimento. Tra le sconfitte o i punti in sospeso, direi che non siamo riusciti a convincere il Presidente Calderón e le Camere della necessità di fare una Legge sulla Sicurezza Nazionale con un approccio umano, cittadino, cioè orientato alla pace e non alla militarizzazione, all’autoritarismo e alla violenza. Credo che su questo non siamo riusciti a sensibilizzarli, né a far sentire le proposte che abbiamo e ce n’è un gran bisogno, altrimenti la nuova Procura si tradurrà semplicemente in un cumulo di orrori.

    – Che n’è stato della Commissione della Verità che era una delle 6 richieste del Movimento nella prima carovana, da Cuernavaca a Ciudad Juárez, che ha riunito decine di migliaia di persone a Città del Messico l’8 maggio scorso?
    – La Commissione della Verità è senza dubbio necessaria perché in uno Stato fratturato, che è anche cooptato, nel senso che una parte della delinquenza sta negli organi di governo e nei partiti, ai vari livelli, e in settori delle procure, dell’esercito, della marina e della polizia, c’è bisogno di chiarire quali vittime dipendono da chi, no? Evidentemente la maggior parte della gente pensa che siano del crimine organizzato, ma il crimine lo ritroviamo anche nel sistema con tanto di tutele legali. Quindi stabilire le responsabilità è importante tramite una Commissione che appuri la verità di questa guerra, arrivando alla riconciliazione e alla pace. Solo con un organo di questo tipo si può dominare questa verità. Ciononostante c’è una reazione negativa del Governo contro queste commissioni e non ne sappiamo il perché. Se veramente stiamo cercando la pace e la giustizia contro l’impunità umiliante in questo paese, allora dobbiamo convincerli di questa necessità.
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    – Il Presidente ha giustificato il rifiuto di creare una Commissione della Verità dicendo che è un organo tipico delle dittature militari e dei regimi autoritari. La sua istituzione non equivale a mettere discussione tutta la strategia militare di lotta al narcotraffico realizzata fino ad ora?
    – Sì, ma si dovrebbero istituire anche in Stati fratturati come il Messico. Sono d’accordo, di solito si creano dopo governi altamente autoritari o militarizzati, ma in uno Stato allo sbando come il nostro è necessario. E questo non lo capisce, il problema del Presidente è che vede in bianco e nero, vede che i delinquenti sono fuori, lo Stato è solido e “i buoni” sono lì, mentre non s’è accorto della sporcizia di casa, delle fratture di questo Stato che esigono una Commissione della Verità.

    – Il 23 giugno avete avuto il primo incontro con Calderón nel Castello di Chapultepec, il 14 ottobre il secondo, che conclusioni possiamo tirare? Ce ne saranno altri?
    – Vedremo, non credo comunque. Siamo alla fine di un primo ciclo che s’è aperto il 23 giugno e s’è chiuso in ottobre. Credo che verso la fine del dialogo, quando ha parlato Clara Jusidman del tessuto sociale, il Presidente abbia compreso una cosa per noi fondamentale sulla legge e sulla strategia per la sicurezza, cioè che bisogna privilegiare la ricostruzione del tessuto sociale con la gente, non a partire dalle istituzioni, come si pretende di fare sul tema sicurezza, per cui si comprano infrastrutture acriticamente, senza sapere se ce n’è davvero bisogno e in che modo, senza consultare i cittadini, i quartieri e le comunità. È successa la stessa cosa con l’esercizio della violenza, una violenza dello Stato che protegge le istituzioni ma non la gente. Quindi penso che il Presidente ha intravisto uno spiraglio di luce su questo punto, non ci aveva pensato in questo modo. Credo che, se capiamo ed eleviamo a priorità il tessuto sociale e la sicurezza cittadina, possiamo incamminarci verso una strategia di sicurezza più umana, per la quale stiamo lottando anche noi, mentre rifiutiamo una Legge fondata sulla violenza come reazione alla delinquenza che protegge solo le istituzioni.

    – Il vostro sarebbe un approccio molto più ampio per affrontare il problema della violenza.
    – È così, è la strada giusta e alla fine del dialogo pare che qualcosa si sia mosso, spero che il Presidente ci pensi sopra e che possiamo riprendere la conversazione per andare in quella direzione, insieme.

    – Como ha influito e che funzione ha avuto la presenza nei dialoghi di Chapultepec di altri invitati, in rappresentanza di gruppi di vittime della delinquenza, como Alejandro Martí di “Messico SOS”, Isabel Miranda de Wallace di “Stop al sequestro” e María Elena Morera di “Messico contro la delinquenza”? 
    – Dunque. Hanno avuto una funzione importante per ciò che hanno realizzato con le loro organizzazioni rispetto alle loro priorità specifiche che s’uniscono anche alle domande del Movimento. Tanto le signore Wallace e Morera come il signor Martí sono victime e stanno cercando di loteare per costruire uno stato di giustizia per le victime e la sicurezza cittadina, come noi d’altronde. Ci sono differenze, ma in sostanza siamo d’accordo che sia stata importante la loro partecipazione.

    – Quali sono le principali divergenze strategiche o prospettiche rispetto a loro?
    – Penso che loro seguano maggiormente la linea del Governo secondo cui l’unico modo di uscire dal problema è preparare dei buoni corpi di polizia. Siamo d’accordo ma lo vediamo da un altro punto di vista, altrimenti si scade nella parzialità. Noi spingiamo perché la Legge sulla sicurezza sia molto più sociale e ampia, che punti alla pace e rompa il gap crescente tra lo Stato e i cittadini. Soprattutto in questo stanno le differenze di vedute che sono relative alla profondità dinnanzi al problema dell’insicurezza, della giustizia e dei modi per affrontarlo.

    – Nel 2012 ci saranno le elezioni, tra gli altri, del Presidente e del Parlamento, come influisce la vicinanza di questo appuntamento sulle risposte che ottiene il Movimento?
    – Beh, credo che nel discorso di alcuni funzionari ci sia stato un certo cambiamento, cominciano a vedere qualcosa dell’emergenza nazionale e la necessità di cercare una soluzione più profonda, ma l’influenza reale è ancora molto tenue e penso che i partiti continuino a restare ciechi di fronte alla problematica e privi di proposte.

    – Quindi non c’è nessuna forza politica che sta proponendo una strategia per lo meno affine a quella del Movimento?
    – No, perché mi pare che non si siano resi conto dell’emergenza nazionale, è un fatto grave. Chiunque vincerà, nelle condizioni in cui è il paese, l’unica cosa che farà sarà acutizzare la disgrazia e amministrarla. Le coalizioni politiche non hanno intenzione di partire da questo problema che vive la nazione e avanzare proposte per un’agenda d’unità nazionale di conseguenza. Questo ci parla della cecità e della problematica che ci attenderà in campagna elettorale. Un paese senza pace perde la sua democrazia. Un paese così balcanizzato dal crimine organizzaro e con uno Stato così fratturato, senza una proposta di rinascita cadrà sempre più in disgrazia.

    – Lei ha avuto un incontro con Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimento di Rinnovamento Nazionale (MORENA) ed ex candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) nel 2006. Le è stato proposto di ricoprire un incarico da parlamentare. Che impressione ha avuto? (vedi nota a piè di pagina)
    – Credono che l’arrivo di López Obrador al potere possa risolvere il problema, ma nemmeno lui lo comprende fino in fondo. Sostengono una logica per cui sembra che il presidente sia ancora onnipotente e possa trasformare e unificare il paese. Non colgono il punto della questione, non è più così: c’è stata una transizione democratica e, inoltre, i governatori in ogni regione sembrano dei sovrani e non li controllano neanche i loro partiti. Quindi non si ha una visione d’insieme e si crede che si tratti semplicemente d’una questione di “avvicendamento” al potere, di cambiamento nella politica sociale, mentre questa è solo una componente e il problema è più profondo. Non lo vedono. È una miopia storica.

    – Come affrontare questo problema legato alla visione della classe politica?
    – Non lo so, credo che hanno dei patti, tra di loro, nei partiti. Nella sua visita negli USA il Presidente ha parlato con forza dei nessi di certi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) con il narcotraffico ed è una realtà, ma è parziale. Infatti ne hanno anche quelli del Partido Azione Nazionale (PAN) e del PRD. Finché non ci sarà la volontà d’imporre castighi ai funzionari e ai membri dei partiti corrotti, sarà molto difficile capire il problema e ricostruire lo Stato.

    – Che cosa resta, dunque, alla gente e al Movimento? 
    – Fare molta pressione per la trasformazione dello Stato e dei partiti affinché ripuliscano le loro file e si rafforzino. D’altro canto bisogna lavorare alla base per comporre il tessuto sociale, tra di noi, e associarsi come gruppi di vicini nei quartieri, fare assemblee di tipo “costituente” o “ricostituente” a un livello micro per proteggerci e creare un tessuto sociale e umano che ci permetta almeno una tutela.
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    – Per far sì che il potere o la politica favoriscano, o almeno non ostacolino, questi processi, avete pensato ad alcuna forma di coinvolgimento diretto in politica?
    – No, non nel senso tradizionale con cui intendiamo la partecipazione e i partiti. Puntiamo di più alla vita cittadina, alla vita della polis come cittadini. Personalmente sono critico delle istituzioni e delle strutture burocratiche, anche se c’è gente che può seguire quella strada ed è comunque importante perché bisogna rinnovare lo Stato. In generale non ci sono candidati dentro il Movimento per le elezioni del 2012 e se qualcuno si candida, lo farà in modo indipendente.

    – C’è una vicinanza tra la sua posizione e quella della Otra Campaña, del Subcomandante Marcos e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che tra il 2001 e il 2006 hanno smesso di considerare i partiti politici e il sistema in generale come legittimi interlocutori?
    – Sì, credo ci sia una forte convergenza su certe critiche e posizioni degli zapatisti, più che della Otra Campaña. Credo che in certe zone rurali e nei paesini gli zapatisti siano un grande esempio di come formare un tessuto sociale e proteggere la vita umana con la sua storia, che è l’essenza di quei popoli. Bisognerebbe pensare a come farlo in altri contesti come le città e i quartieri.

    – Si potrebbe pensare a delle comunità autonome (o Municipi autonomi), sul modello deicaracoles zapatisti del Chiapas, anche nelle città?
    – Sì, sarebbe un fenomeno interessante. Evidentemente è qualcosa in fase di gestazione. Lo Stato-nazione, com’era concepito storicamente, è in crisi non solo in Messico ma nel mondo intero. Ormai non funziona più e, dunque, di fronte allo sconquassamento dello Stato e del modello economico questi movimenti fanno emergere il nuovo. Le costruzioni storiche in crisi, decrepite, stanno degenerando mentre sorge qualcosa di nuovo come i movimenti nei quartieri, lo stesso zapatismo o anche gli indignati che sono stati una novità rispetto all’inerzia di uno Stato che, almeno in questo paese, non fa più neanche il minimo indispensabile: garantire la sicurezza.

    – Sia in Messico che all’estero fa comodo mantenere lo status quo per quanto riguarda la violenza e il narcotraffico?
    – Sì, certo, sono affari grossi. La corruzione nel modello economico e di vita impone di desiderare sempre di più. A molta gente conviene mantenere una situazione di questo tipo perché non pensano al bene comune e all’essere umano ma solo al proprio tornaconto o a interessi di gruppuscoli che purtroppo fanno enormi danni al paese. La delinquenza è parte di questo.

    – Violenza e narcotraffico. Che responsabilità ha il Messico? E gli USA
    L’interesse statunitense viene a galla se consideriamo il commercio di armi e il consumo di droghe che non si riducono mai. Inoltre né gli USA né il Messico stanno attaccando la fonte primaria che sostiene i criminali, cioè la finanza, visto che proliferano imprese e banche dedicate al riciclaggio di denaro. Non lo combattono, però provocano una guerra tremenda in nome del mercato per cui corrono soldi da entrambi i lati della frontiera e il consumo di droga non diminuisce. Ora abbiamo solo morte e paura. È irresponsabile da parte dei vicini statunitensi e del Messico lasciare che resti così la situazione.

    – Cosa farà in futuro il Movimento per la Pace?
    – Non lo sappiamo ancora. Personalmente non sono un uomo di prospettive, nel senso che cerco di vivere la mia giornata e lo faccio pienamente. Insieme cerchiamo di mantenerci in un’etica che ci permetta di segnalare e riempire di contenuti una politica cui questa etica è sconosciuta. In genere agiamo sotto la bandiera della non violenza, inventandoci ogni giorno. Perciò non abbiamo ora un’agenda di lungo periodo, ma sappiamo qual è la linea che dovremo seguire. Per le festività dei morti c’è una manifestazione, una veglia per i nostri cari scomparsi in tutte le piazze del paese. Avremo altri appuntamenti con il potere giudiziario e legislativo per seguire gli impegni presi e saremo a Los Angeles e a Washington fino al 7 novembre per esporre il problema della violenza, senza risparmiare la parte statunitense delle responsabilità, di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti Umani, al Congresso e ad alcune ONG come il Woodrow Wilson Center e WOLA.

    [NOTA. I partiti principali del Messico sono 3: PRD, a sinistra; PRI, centro, trasformista, ex partito di regime; PAN, a destra. López Obrador era il candidato alle presidenziali del 2006 per il PRD e ha denunciato brogli, manifestando per mesi e bloccando la capitale insieme a migliaia di sostenitori, per cui Calderón sarebbe un presidente “spurio” o illegittimo. Questa scarsa legittimazione popolare, la vittoria per un pugno di voti nel 2006 e le accuse di Obrador e di una parte degli elettori sono stati alcuni tra i fattori che hanno spinto Calderón a ricercare legittimità attraverso la cosiddetta guerra al narcotraffico che tanti danni sta casuando alla società messicana e all’immagine del paese]     Di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

  • DanteSka di Giuseppe Ciarallo. Il Libro.

    DanteSka di Giuseppe Ciarallo. Il Libro.

    Questa è l’intervista di Fabrizio Lorusso, umile autore di questo blog, a Giuseppe Ciarallo, autore di DanteSka, Edizioni paginauno, 2011. “Illustrata dalle tavole di Manlio Truscia,  DanteSka è una satira irriverente e viscerale che si scaglia contro l’arroganza dei potenti; è la risata che li seppellirà”.

    Partiamo dal titolo, perché e cos’è DanteSka?
    Innanzitutto c’è da dire che il titolo del libro, per esteso, è “DanteSka ApocriFunk – Hip Hopera in sette canti”, dall’editore semplificato in copertina in DanteSka. Non sfuggirà il fatto che nel titolo completo sono riportati i nomi di tre generi musicali, lo Ska, il Funk e l’Hip Hop, che rimandano senza alcun fraintendimento al ritmo che ho voluto imprimere alle mie quartine, e che ritenevo indispensabile per accompagnare una forma letteraria che immaginavo di non immediata fruizione, per disabitudine al linguaggio poetico, da parte del lettore. Non nascondo che ho avuto l’idea folle di voler conquistare a questo particolare linguaggio proprio quella fetta di popolazione più restia ad avvicinarvisi, i ragazzi dell’età di mia figlia, quei giovani ai quali una scuola sempre più impoverita di mezzi e ingessata nei programmi è riuscita a far detestare la poesia. La domanda che mi sono posto è la seguente: perché un ragazzo oggi trova pallosa un’opera scritta in versi, e poi ascolta il Rap, che altro non è che una canzone fatta da rime, spesso banali e mal ritmate? Allora, così come ho scritto nella prefazione, ho pensato a DanteSka come una mini Commedia del terzo millennio, o un rap medievale, indifferentemente.

    Qual è il legame, se c’è, con la Commedia?
    Reputo la Divina Commedia una delle opere più alte che l’ingegno umano abbia mai espresso. Il viaggio all’inferno di Dante è un percorso che ogni essere umano sogna di fare, a maggior ragione uno scrittore. Pensa al contesto: accompagnati da un personaggio che rappresenta il proprio punto di riferimento umano, letterario, morale (io per il mio viaggio ho scelto Dostoevskij), e che quindi regala una certa tranquillità e sicurezza, si attraversano luoghi terrificanti (e di conseguenza affascinanti) con la sicurezza di riuscire, alfine, a riveder le stelle. Nelle desolate plaghe si possono cacciare con giustificata cattiveria tutti i nostri nemici o le persone che non sopportiamo. Bello, no? Scrivere DanteSka è stato per me un piacere immenso e un privilegio raro, un liberatorio togliersi  decine di sassolini dalla scarpa.

    Cos’è per te la satira e perché ce n’è bisogno anche oggi?
    La satira politica non solo è sempre necessaria, ma indispensabile. E’ un elemento importante di ogni società, un vero e proprio indicatore di democrazia. Sbaglia chi pensa che la satira sia un puro e semplice deridere il potere. La satira non è indirizzata contro il potere tout court, ma contro quel potere, qualsiasi esso sia, che non opera nell’interesse del popolo che guida e del quale, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un servitore e non un padrone. Nella situazione attuale, soprattutto nel nostro Paese, c’è una grossa confusione di ruoli e non si riesce più a distinguere, ad esempio, il governo dalle opposizioni, spesso assiepati entrambi sulle stesse opinioni (in economia, sul problema del lavoro, nella subalternità alla Chiesa cattolica, nel cavalcare il cavallo di battaglia del securitarismo). Pertanto il ‘potere’ da mettere alla berlina ha cambiato le sue forme, si è reso meno individuabile, non è più monolitico come in passato ma si mostra con sfaccettature del tutto inaspettate. Faccio un esempio.
    Oggi il potere, in Italia, è costituito chiaramente dalla destra al governo; ma la sinistra, del tutto innocua e incapace di fare la benché minima opposizione, e che anzi spesso rincorre la destra sulle sue stesse parole d’ordine, non può che essere, in qualche modo, identificata come un’altra faccia della stessa medaglia. Entrambi gli schieramenti, in fondo, non fanno altro che mantenere e procrastinare il più a lungo possibile lo stato attuale delle cose, nel quale il popolo sta continuando a pagare un prezzo altissimo.
    Scagliarsi contro il potere, con la satira ma anche politicamente, vuol dire non guardare in faccia a nessuno, inchiodando i responsabili della tragedia in atto, siano essi di destra o di sinistra poco importa, alle loro responsabilità, stando sempre molto attenti a non cadere nelle tentazioni qualunquistiche che sono sempre in agguato.
    C’è poi un’altra funzione, cui la satira assolve, molto ben definita da Michail Bacthin: le dittature odiano, più delle critiche, la satira, perché il riso – e le pernacchie, le caricature, le parolacce – “abbassando” i potenti, riportano l’equilibrio nelle comunità. Ecco, DanteSka vuole essere un esempio di satira irriverente e viscerale, un Hellzapoppin’ letterario, un antidoto all’arroganza dei potenti o sedicenti tali, insomma, la classica risata che ‘li seppellirà’.

    Come mai hai scelto la scrittura in endecasillabi?
    Prima di rispondere a questa domanda voglio fare una piccola premessa. Come ho sempre sostenuto, io sono e rimango rigorosamente uno scrittore di racconti. E voglio altresì  sgomberare il campo da ogni malinteso: non mi ritengo un poeta (non per snobismo ma per l’estremo rispetto che il termine merita) anche se ho voluto raccontare una delle mie storie con un linguaggio diverso, quello della poesia.
    Detto questo, i motivi che mi hanno spinto a cimentarmi con questa specifica forma sono molteplici. Il primo motivo, banalmente, è che mi piace scrivere in questo modo. Mi piace Dante, il suo Inferno soprattutto, mi piace il ritmo e la musicalità che bisogna creare per la buona riuscita di una quartina. Mi piace la versatilità che tale forma poetica offre: ogni verso può essere una storia a sé stante, autoconclusiva, o il tassello di un mosaico più ampio. Mi piace l’attenzione che questo tipo di composizione richiede per ogni singola parola. Scrivere in prosa può anche diventare, a lungo andare, una pratica in qualche modo abitudinaria.

    Quando invece vuoi raccontare una storia sapendo di avere a disposizione quattro righe, ognuna delle quali può contenere un numero limitato di parole, le cui sillabe sommate non possono eccedere il numero di undici, be’, la meticolosità e l’attenzione con cui scegli i singoli termini deve essere assoluta. Non solo, la ricerca delle rime alternate (che riduce drasticamente il numero delle parole utilizzabili) e soprattutto il rispetto della disposizione degli accenti all’interno dell’endecasillabo (utili a mantenere il ritmo della frase) danno l’idea di quanto lavoro certosino ci sia dietro questo tipo di opere. Il desiderio, quindi, di sudare su ogni singola sillaba, la voglia e la gioia di fare fatica nel partorire e distillare ogni specifica parola.
     
    Che personaggi ritrai in DanteSka?
    DanteSka è stata concepita, originariamente, per essere un unico e più breve canto totalmente incentrato sul nostro attuale Presidente del Consiglio: un uomo che, per quella che è la mia visone della vita, è l’incarnazione di tutto ciò, nulla escluso, che io detesto, e che, sempre secondo il mio parere, ha rappresentato per il mio popolo un deleterio “gnab gib” (big bang al contrario) scaraventandolo subdolamente in un neo Medio(cre) Evo. In seguito, a freddo, ho capito che la barbarie in corso non poteva essere opera di un sol uomo e mi sono messo a frugare nella melma della politica, del giornalismo, dell’editoria, della cosiddetta società (in)civile alla ricerca dei complici, per convenienza o per ignavia, poco importa, da scaraventare all’inferno in compagnia del “nemico pubico n. 1”.

    Puoi segnalarci qualche perla/verso del libro?
    Ben volentieri. Penso che l’incipit ben introduca l’ambiente e la storia che voglio narrare, che inizia, peraltro, da un madornale equivoco da parte del narratore.

    Libando birra scura oltr’ogni abuso
    seduto in un locale tra i più loschi
    al nettare d’Irlanda il becco aduso,
    leggevo, attento, “Donne” di Bucoschi.

    Al par dello scrittore americano
    per non voler cercar nell’uovo il pelo,
    anch’io vissuto avevo in modo strano
    senza capir l’altra metà del cielo.

    Mentr’ero immerso in tutti ‘sti pensieri
    mi sento picchiettare sulla spalla,
    mi giro e su di me due occhi severi
    m’inchiodan come fossi una farfalla.

    La bianca e folta barba incorniciava
    un tondo viso burbero e sagace,
    la fronte alta e spaziosa all’uomo dava
    un’espressione energica e tenace.

    Dallo stupore  ci restai di sasso,
    d’acchito non credetti agli occhi miei:
    Carletto Marx mi stava a men d’un passo,
    pensai: Che fo? Gli do del tu o del lei?

    “Maestro, quale gioia e che emozione!
    Averla qui con me è straordinario.
    Il padre, è lei, d’ogni rivoluzione,
    guerriero del riscatto proletario.

    Scrivendo “Il Manifesto” e “Il Capitale”
    con Federico il mondo ella ha cambiato,
    del comunismo ha posto l’ideale
    nel cuore d’ogni povero e sfruttato.”

    “Figliolo, credi a me, sei tutto scemo!
    Non ho capito se ci sei o ci fai.
    Tu forse non volevi esser blasfemo
    ma bada che con me rischi dei guai!

    Il triangolo non vedi sulla testa?
    E l’accecante luce ch’io emano?
    Invece sei partito lancia in resta
    e m’hai trattato peggio d’un villano.”

    Di botto mi crollò giù la mascella,
    pestato avevo appena enorme cacca.
    Se ancora errato avessi la favella
    di certo avrei mandato tutto in vacca.

    Non mi restò che simular la burla
    fingendo d’aver fatto solo finta;
    per non udir del padreterno l’urla
    solerte comandai per lui una pinta.

    (continua)

    GLI AUTORI

    Giuseppe Ciarallo è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di short stories: Racconti per sax tenore (Milano, 1994) e Amori a serramanico (Milano, 1999) e, in collaborazione con altri autori, la collettanea di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Edizioni Alegre, 2011). Collabora a riviste di letteratura, di satira politica, di musica e compone versi rigorosamente in quartine di endecasillabo.

    Manlio Truscia è nato a Enna nel 1950. Dopo gli studi universitari a Firenze, giunge a Milano negli anni Settanta. Qui insegna e svolge la sua attività di fumettista, pittore e ‘artigiano dell’immagine’. Attualmente è illustratore e visualizer per importanti agenzie di pubblicità e case editrici.

    Leggi anche la recensione di DanteSka di Alberto Prunetti su Carmilla!

  • Video Marcia in Difesa di Wirikuta, México DF, 27/10/11

    Visita il sito del Fronte per la difesa di Wirikuta: QUI

    Galleria fotografica della manifestazione:  QUI

    Soundtrack: Latinoamérica – Calle 13

    Articolo sul tema: QUI

    Video di: Lamericalatina.Net