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Muore il Ministro degli Interni del Messico in incidente aereo

Città del Messico. Dal giornalaio e fuori dalle drogherie, alla fermata dell’autobus e nei sottopassaggi della metro, le voci sulla strage-incidente circolano furibonde. Basta chiedere, basta ascoltare la strada. Ieri mattina, 11 novembre 2011, alle 11 ora messicana, è stato lanciato un allarme perché l’elicottero dello Stato Maggiore presidenziale su cui viaggiava il Ministro degli Interni, il quarantacinquenne Francisco Blake Mora, non dava più segnali. Era sparito nella zona sud della capitale, tra Tláhuac e Canal de Chalco. Blake Mora aveva in programma la partecipazione a una conferenza di giuristi, magistrati e PM a sud della capitale, nella città di Cuernavaca, stato di Morelos.Un’ora dopo è arrivata la notizia della morte del ministro e di altre 7 persone a bordo del velivolo. Tra queste c’erano 3 militari della Forza Aerea Messicana, la segretaria di Blake e altri funzionari del Governo di Felipe Calderón, il Presidente del Messico: 8 vittime in totale. Cause dell’incidente: non si sanno. Forse il maltempo, ha detto il Presidente. Sono arrivate le condoglianze di tutte le forze politiche nazionali, dei governatori dei diversi stati messicani e pure di Obama.
Il 4 novembre Blake Mora aveva ricordato su Twitter la scomparsa del suo predecessere, Juan Francisco Mouriño, deceduto anche lui in un incidente aereo mentre sorvolava una zona chic di Mexico City. Le indagini si sono chiuse e pare che la colpa sia stata del pilota. Quasi nessuno ci ha creduto ma è un’altra storia. L’ipotesi che uno dei cartelli del narcotraffico operanti in Messico avesse pianificato un attentato contro il giovane Ministro degli Interni protetto da Calderón s’è fatta comunque strada. Le rivelazioni e le indagini del libro “Los señores del narco” della giornalista Anabel Hernández in qualche modo hanno riaperto la questione sollevando forti dubbi su quel presunto “incidente aereo”. E adesso eccone un altro. Molti leader politici e la portavoce presidenziale hanno invitato a evitare ogni tipo di speculazione mentre le indagini sono cominciate immediatamente. Oltre all’elemento scaramantico e simbolico legato alla data di ieri, a cui subito in tanti hanno pensato, c’è anche il dato oggettivo: l’incidente ha coinvolto un ministro che, come Mouriño prima di lui, era uno dei candidati favoriti del Presidente Calderón all’interno del PAN (Partido Acción Nacional) per presentarsi alle elezioni del luglio 2012.
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La Santa Muerte y la prensa italiana

Este artículo ha sido publicado en la revista El Cotidiano de la UAM (Universidad Autónoma Metropolitana, Ciudad de México, Número 169, sept-oct 2011, año 26. Tema: La religión y los jóvenes. Descargar o ver el artículo completo: aquí. Descargar todos los artículos relacionados con la Santa Muerte y San Judas Tadeo de ese número de la revista: aquí. Una versión en ITALIANO “simplificada” – Versione ITALIANA semplificata: Parte I qui – Parte II qui.INTRO: El presente artículo intenta trazar una reseña crítica de las notas periodísticas publicadas en páginas de Internet de medios informativos en lengua italiana que han tratado el tema del culto a la Santa Muerte en México. Los artículos considerados contienen materiales suficientes para arrancar con una discusión crítica y, asimismo, gracias a la literatura disponible en español y en inglés, además de los trabajos de campo realizados por el autor, se van a proponer aclaraciones y explicaciones acerca de algunos elementos característicos de este culto popular mexicano, aún poco estudiado y comprendido, sobre todo en el exterior. Traté de conservar en las traducciones el sentido y la estructura de los textos originales para dar cuenta del lenguaje y los contenidos de la manera más fehaciente posible. La reseña cubre prácticamente todas las notas de prensa que se rastrearon en Internet con “búsquedas cruzadas” hasta el mes de abril de 2011.
Hasta la fecha, no se cuenta con una colección hemerográfica realmente amplia en italiano sobre la Santa Muerte, lo que sí se constata para el caso del idioma español y el inglés, al ser México y Estados Unidos los países más interesados por la formidable expansión de esta devoción. Sin embargo, lo poco que hay no parece tener calidad suficiente para cumplir con su deber de informar, ni para plantear claramente problemas relevantes sobre lo que ocurre en México, sobre todo en la frontera norte y en la capital, que son las regiones más citadas, y en la religiosidad popular del país. Por tanto, voy a destacar unos cuantos artículos que son, de alguna manera, “pioneros” e interesantes por sus fuertes mistificaciones que influyen en la opinión pública italiana sobre estos temas y que espero poder aclarar y, de alguna manera, precisar.
Planteo que estas distorsiones son provocadas principalmente por 6 factores que, finalmente, acaban convirtiéndose en un hito común a todos los artículos, sin importar su procedencia ideológica o el medio:
(1) la distancia cultural y física de los autores y de sus mismos planteamientos;
(2) las tendencias amarillistas de los medios desde los nacionales, impresos y televisivos, hasta los locales y los exclusivamente digitales en línea;
(3) el tradicional descuido de la prensa y la televisión italiana hacia las problemáticas sociales y políticas del exterior y, en particular, de América Latina y de los países del que se solía denominar “tercer mundo” o en “vías de desarrollo”, lo cual se refleja, en menor proporción, en los medios presentes solamente en Internet;
(4) la idea preexistente y muy poco definida en Italia de lo que es México, de su historia y de la reciente “guerra al narcotráfico” lanzada por el Presidente Felipe Calderón y, en general, los temas de la violencia y la muerte entendidos como “productos culturales” de exportación pero, asimismo, como fuentes de burdos estereotipos;
(5) específicamente, el muy precario conocimiento de la historia y la actualidad del culto a la Santa Muerte, lo que lleva a demonizar gratuitamente un fenómeno social e incluso un país entero, al tratar de explicar la violencia con argumentos fáciles, ligados al satanismo, a los sacrificios humanos (quizás una reminiscencia de las antiguas prácticas aztecas, tan notorias y mistificadas en Italia) o una simple guerra entre bandidos con nombres y pasados “llamativos” para el público;
(6) la influencia de la prensa amarillista de medio-bajo nivel, pero igualmente de medios masivos influyentes y “profesionales” los cuales, tanto en México como en otros países del mundo, han distorsionado enormemente el fenómeno de la violencia y todo lo que, erróneamente, se la ha ido ligando y asociando con mecates invisibles y artificiales.
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Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.
A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.
L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.
La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».
Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.
L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.
Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It
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Belice y otros paraísos – Il Belize ed altri paradisi

De Jornada Semanal del 6 nov 2011. Intro de Hugo Gutiérrez Vega sobre la huelga Ferrocarrilera y Belice en la época de la colonización británica y de George Price. También en KaosEnLaRed.Ernesto es un pepenador de Hikako o Cayo Caulker, un rectángulo arenoso y largo de apenas unos 7 kilómetros, que se encuentra a veinte minutos de navegación fuera de las costas de la ruidosa Belize City. Está cerca de la “isla bonita”, cantada por Madonna en los ochenta –la famosa San Pedro– que, a su vez, roza Punta Bacalar, una balsa de tierra proyectada en el mar frente a Chetumal. Más al norte florecen los paraísos ficticios, antes idilios verdaderos, exaltados por el turismo mundial y nacional: Cancún, Playa del Carmen, Tulum y Majahual con sus encantos de cenotes, vestigios arqueológicos, playas blancas y aguas cristalinas que bien conocemos.
En cambio, en el vecino Belice, Ernesto se dedica a recoger la basura con un carrito y una bicicleta sin frenos. Luego separa los desechos según las mejores prácticas internacionales, divide sin afán los rechazos del sistema con magia y ciencia de utilizador interesado. Las podridas tablas de madera de una (ex) choza, recuperadas de los escombros del último huracán, se juntan con el cuero viejo de un zapato de pescador, cansado y jubilado por la vida misma, ya que el Estado aquí no existe. Unas hojas de metal, cortantes y punzantes pero valoradas por el mercado local, unas lavadoras que ya no lavan, unos televisores que ya no emocionan y unos autos carcomidos son los objetos más solicitados por este genio del reciclaje.

Se acerca el invierno y el cayo beliceño bulle mucho más; vienen las hordas de americanos y europeos norteños, resfriados, en busca del calor caribeño y viajes “alternativos” durante la temporada de puro sol y farra. Cuando llega la estación de la lluvia, en cambio, la vida se da de baja un rato y las visitas se tornan más selectas. Slow down, dicen los carteles. Los visitantes son más bohemios, dejan su guía Lonely Planet en el hostal, desconectan del mundo su smartphone y abren los sentidos al reggae de la dinastía de los Marley, de Gregory Isaac y Barrington Levy. Entregan su alma a la mota omnipresente y todopoderosa. Atraídos por lo étnico (o lo que aparenta serlo), lo artesanal y la cultura de los afrodescendientes que se exponen en las calles polvorientas, los viajeros de mochilazo se dejan columpiar por las melancólicas baladas de música antillana y el dub en las calles. La referencia es Jamaica, tierra lejana en medio del Caribe, parecida por su gente y el inglés incomprensible, su humanidad robada de África y su pasado bajo la english majesty, justo como Belice, un país de apenas 300 mil habitantes, igual que Zacatecas.
Joven, pequeño y ex colonial
Ernesto, con su español heredado de su papá mexicano, dentro de su cabaña frágil en la entrada del basurero, sale de los estereotipos caribeños. Su esposa Mary, quien a veces trabaja en la limpieza en las oficinas públicas de la isla, habla sólo inglés criollo y comparte con él la morada. Hay columnas de humo, constantes, que se alzan de los cúmulos de bolsas y materiales en un espacio tan grande como una cancha de futbol, quemándose, oliendo a soledad. Ese es su jardín dorado, donde encuentran todo para su existencia. El pepenador me enseña el lugar, con su machete en unas manos más negras que las aguas del charco estancado que vislumbro hasta el fondo. “Este es un paraíso –dice Ernesto– ando buscando dos tubos metálicos para reparar mi bici, sin ella, pues es el infierno y no puedo chambear.” No pasan backpackers ni autóctonos en esta zona que es el templo del desecho isleño, encajado entre el aeropuerto local y una laguna de agua dulce. “Justo ayer, un caimán le arrancó una oreja a mi perra y los separé a garrotazos, ¿qué salvaje, no?” En la inmundicia, sobre un sillón que fue elegante, descansa Job Doyle, el joven ayudante de Ernesto, quien me ofrece compartir sujoint. “Sabes, últimamente no hay mucho trabajo por aquí, ves, ni hay bicicleta para andar buscando cosas”, se justifica. La efigie de Isabel II del Reino Unido sonríe en todos los billetes; el diario nacional The Belize Times está en inglés, pero el español ya es el idioma más hablado en el país. Ernesto y Job están impacientes por saber viva voz lo que sucede en México, como cuando no había internet ni televisión y la información circulaba con los viajeros. Les cuento, pero Ernesto interviene: “Soy cien por ciento cabrón mexicano, aunque mi padre nos abandonó. También me iría; aquí la vida es cara, por suerte tenemos todo esto.”

Mercado en Belmopán, BelicePrácticamente los precios están casi como en la Riviera Maya. Para goce de los importadores, hace veinte años que el tipo de cambio está milagrosamente estable, sin embargo, la fuerza del belizean dollar ha ido dañando a los exportadores agrícolas y al sistema de precios. “Mejor el basurero, que la ciudad basurero. Belize City es la más peligrosa de América”, sigue Ernesto. La que fue capital del antiguo “Honduras británico” hasta 1961, cuando fue arrasada por el huracán Hattie, hoy en día es una urbe de 70 mil habitantes y sobrevive fuera del tiempo, sumergida en los efluvios de las coladeras que corren destapadas en las orillas de las avenidas y los polvos levantados de las calles no pavimentadas. Tal como se hizo en Brasil con la fundación de Brasilia en el centro del país, Belmopán fue edificada en el interior y poblada en la década de 1970 para reemplazar a la Ciudad de Belice y es una de las capitales más pequeñas del mundo, con sólo 6 mil habitantes. La idea es la misma, pero la escala y los resultados son diferentes: Belmopán es un poblado semivacío que funge nada más de hub para las rutas camioneras y de referente administrativo. Belice es el país más joven de América Latina y acaba de cumplir treinta años el pasado 21 de septiembre, pues en 1981 obtuvo su independencia formal del Reino Unido. “Bajo la sombra florezco”, es el lema que parecen gritar dos hombres, uno blanco y el otro negro, cobijados por una ceiba, árbol sagrado de los mayas, en el centro de la bandera nacional azul y roja.

Basurero en Belize CityA lo largo de toda la Riviera Maya, y más en Belice, la explotación del trabajo y los salarios bajos, deprimidos por la abundancia de mano de obra, van acompañados de la creación de verdaderos enclaves turísticos en los que muchos mexicanos de Tabasco, Chiapas, Oaxaca, Puebla, el DF y Veracruz, junto con los centroamericanos que logran quedarse, van buscando su agosto. A veces se considera excelente sacar “unos mil pesos por semana, con turnos de diez horas diarias de lunes a sábado, o hasta los domingos”, comenta Juan, mesero y bartender en la zona hotelera de Cancún, donde el cover de un antro ordinario puede costar 700 pesos. “De todos modos, nos salvan las propinas; la alternativa es el doble turno, quince horas diarias, con eso sí la haces, pero no tienes vida personal”, añade Juan. El equilibrio demográfico de Quintana Roo se salió de las manos hace unos veinte años, cuando el auge de inmigración y nacimientos comenzó a reproducir los fenómenos de marginación típicos de las ciudades del centro del país. Así, Cancún alcanzó los 800 mil habitantes y, en escala menor, lo mismo pasó en Tulum y Playa del Carmen. La playa pasó de bien común a lujo privado, pues el acceso al mar es imposible prácticamente en toda la costera. El visitante extranjero se divierte y se relaja, aunque los más atentos perciben un halo de ficción plastificada en esa mexicanidad y ese folclore ofertados: dentro de las murallas del Grand Hotel y fuera de ellas, en los paquetes de los mega tours, hay escasa realidad y distracción absoluta.
La meta del migrante
Este paraíso, el sueño mexicano, es la meta para muchos migrantes que llegan de Belice, como Davi, una chica de veintisiete años, originaria de Guyana. Allá el inglés es idioma oficial, una ventaja para ella. Es una de las tantas expatriadas de los países (pobres) del Commonwealth, la comunidad política de las ex colonias británicas que literalmente significa “riqueza común”, pero ya no cumple mucho ese lema. Davi lleva años trabajando en la fronteriza Corozal que, junto al pueblo de Orange Walk, está entre los distritos más ricos por sus cultivos de caña de azúcar, cítricos y plátanos. La Zona Libre de Corozal, rodeada por casinos, representa, en cambio, otro polo de precariedad laboral. De noche la ciudad está a la merced de los vagos, de las trocas estruendosas, de la tristeza, de las ventanas cerradas, mientras que el malecón es territorio de la prostitución.
Islas MangroveLas actividades económicas del agro están amenazadas constantemente por las inundaciones que, además, impiden la circulación de vehículos durante casi todo el día en muchas provincias. Un viaje en camión puede ser una verdadera odisea, pese a que las distancias son reducidas y la superficie del país es equivalente a la de Nayarit. Davi salió de Guyana tras el fallecimiento de su papá y la fuga de su hermana y su mamá a Nueva York. Ahora va a luchar para tener la ciudadanía beliceña y perseguir el sueño de vivir en México con la forma migratoria para trabajadores fronterizos temporales (fmtf) que le permitiría laborar en Quintana Roo, Campeche, Tabasco o Chiapas. “Más allá del sureste no se puede, pero ya es algo –exclama Davi– y después, quizás, un día vaya a Estados Unidos a ver a mi mamá con quien sigo en contacto.” Mientras, su vida corre entre las cajas de un supermercado en la periferia y los turnos de noche como recepcionista en hoteles de paso. Allí tiene posibilidad de hablar con los clientes y conocer a alguien que la ayude a conseguir un puesto en Chetumal o Tulum.
Tras un recorrido de seis horas en camión desde la capital, el amante de la costa ha de detenerse en la quieta aldea de Placencia. Es un pueblo con puras casas de madera y una bahía tranquila que vive del turismo. Hay rastas, mestizos, chapines, nicas, ingleses, mayas, mexicanos, blancos y negros, pobladores fijos y empleados estacionales que buscan y encuentran, venden y compran, noche y día, en los senderos que conducen de las accomodations a las playas y a los pequeños comercios: marihuana a cambio de una cena, dólares por pesos, dos cervezas por un poco de compañía, un tour mañana con reservación el día de hoy, propinas y prebendas a cambio de una indicación y un par de tips. La pobreza se respira y no todo el mundo logra su dinero cotidiano, así que en la noche también se regatean favores. Hay anuncios especiales, dicen three sisters for sale, “tres hermanas a la venta”, pero, en su mayoría, el turismo sexual es informal; nace de la costumbre, de la habilidad de los autóctonos más apuestos, de las parrandas para el ligue y del mito que los viajantes van difundiendo sobre ciertos lugares y sus bondades. En Placencia hay una minoría glamorosa de mujeres anglosajonas con acompañantes para el week end, quienes se hacen pagar en efectivo o en comidas. Lo mismo pasa en Cuba, Haití y la República Dominicana, frecuentadas por los turistas tradicionales pero también por hombres jóvenes y jubilados, muchos de ellos europeos, en busca de “aventuras”, con el bolsillo lleno y cierto nivel de frustración, mientras que en los territorios garífunas, afromestizos y caribeños de Costa Rica, Guatemala, Honduras y Belice van más mujeres. Amir, un nicaragüense de treinta y cuatro años, crecido en los reformatorios de Los Ángeles y emigrado a Belice, no le entra y prefiere despachar bolsitas de hierba que, como él dice, “se encuentra en algunas playas, hay que saber dónde. Los colombianos la tiran de sus buques, yo la recojo, no es mala esa mota”. Tras años de peregrinación, de Nicaragua a Estados Unidos, de Guatemala a México, finalmente Amir obtuvo los papeles para quedarse en Belice, el único pobre “paraíso” que lo quiso. Sus tatuajes en todo el cuerpo y sus dos cicatrices en la mejilla izquierda delatan un pasado de pandillero del que no se avergüenza, aunque ahora ya lo rechaza como opción de vida. Su inglés del gueto apenas le sirve para entender el idioma criollo en esta tierra de adopción, la identification card beliceña luce entre sus manos, pero Amir la sigue llamando carnet de identificación en la lengua de sus padres.
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Nicaragua al voto: la vittoria (scontata) di Daniel Ortega

Appare ormai scontata la rielezione del Presidente in carica del Nicaragua, il sessantaseienne Daniel Ortega, in testa nei sondaggi con oltre il 48% delle preferenze, alle elezioni di domenica 6 novembre. 3 milioni e mezzo di cittadini maggiori di 16 anni, su un totale di 5,8 milioni di abitanti, sono chiamati a scegliere i futuri membri del Parlamento nazionale e di quello centroamericano oltre alla massima carica dello Stato. Le ultime proiezioni sul voto indicano una forbice di 18 punti percentuali tra Ortega, ex comandante della guerriglia rivoluzionaria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che sconfisse la dittatura di Anastacio Somoza nel 1979, e il suo rivale più diretto, l’impresario e giornalista radiofonico Fabio Gadea del conservatore Partito Liberale Indipendente. La legge nicaraguense prevede la vittoria al primo turno del candidato che ottiene il 40% dei suffragi o anche solo il 35% con almeno 5 punti di distacco dal secondo candidato più votato.In terza posizione, con l’11% delle preferenze, si colloca Arnoldo Alemán, sostenuto dal Partito Liberal-Costituzionalista, già eletto presidente dal 1997 al 2002 e più volte indagato per gravi atti di corruzione e abuso d’ufficio. Gli altri due aspiranti in lizza sono l’ex democristiano Róger Guevara dell’Alleanza per la Repubblica e il conservatore Enrique Quiñónez dell’Alleanza Liberale Nicaraguense che fu il partito più votato nelle elezioni del 2006.
Gli osservatori internazionali dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani, accreditati dal Consiglio Superiore Elettorale (CSE), si sono distribuiti nei 19 dipartimenti del Nicaragua, ma alcune organizzazioni nazionali come Ipade, Hagamos Democracia e la statunitense Carter Center non sono state ammesse all’osservazione del processo. “E’ discutibile che il CSE dia l’autorizzazione solo a osservatori locali più accondiscendenti con il governo e la neghi a organismi più critici”, ha dichiarato la settimana scorsa il capo della missione europea, José Antonio de Gabriel.
L’altra annosa questione riguarda la presunta illegittimità della ricandidatura del Presidente dato che la Costituzione vieta la rielezione per periodi consecutivi e per più di due volte in totale di qualunque cittadino. Nel 2009 la Corte Suprema, dominata da giudici legati all’FSLN, ha aperto la strada con una controversa sentenza a Ortega che, però, ha già governato dal 1985 al 1990 e dal 2007 al 2011.
Il suo discorso antimperialista e anticapitalista ha costruito un ampio consenso popolare e una solida alleanza con il suo omologo venezuelano Hugo Chávez. La scarsa coesione dei partiti d’opposizione e i seri limiti delle loro proposte elettorali hanno finito per fare il gioco del governo in carica, anche se i tempi della rivoluzione sandinista degli anni ottanta sembrano tramontati.
L’amministrazione di Ortega ha subito la condanna di Amnesty International e del Comitato contro la Tortura dell’Onu per non aver riformato le norme, in vigore in Nicaragua e in pochissimi altri paesi nel mondo, che penalizzano l’aborto terapeutico, anche in caso di pericolo di vita della madre o di violenza sessuale.
A livello economico il rispetto dei patti con il Fondo Monetario Internazionale sulla stabilità dei conti pubblici ha favorito la diminuzione del debito estero e il recupero dalla crisi del 2009-2010, nonostante il mercato del lavoro languisca tra precarietà e bassi salari. Secondo il direttore della testata nicaraguense Confidencial, Carlos Chamorro, “il modello di Ortega, battezzato come socialista, cristiano e solidale, è autoritario a livello politico, business oriented in economia e populista nel sociale, usa una retorica rivoluzionaria e religiosa e, a differenza di Chávez, assicura la continuità del neoliberismo e delle alleanze con il gran capitale”.
Grazie all’iniezione di capitali, aiuti e investimenti del governo venezuelano, pari a 500 milioni di dollari all’anno, cioè al 7,5% del PIL del Nicaragua, è possibile mantenere un’ampia base sociale con programmi di tipo assistenziale che alleviano sensibilmente la grave situazione economica: con il 45% della popolazione sotto la soglia della povertà e un tasso di crescita medio del 2,7% su 5 anni il paese centramericano è uno dei più poveri del continente. Original Link?
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Sorci Verdi a Milano! Presentazione il 7 novembre

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DanteSka di Giuseppe Ciarallo. Il Libro.

Questa è l’intervista di Fabrizio Lorusso, umile autore di questo blog, a Giuseppe Ciarallo, autore di DanteSka, Edizioni paginauno, 2011. “Illustrata dalle tavole di Manlio Truscia, DanteSka è una satira irriverente e viscerale che si scaglia contro l’arroganza dei potenti; è la risata che li seppellirà”.Partiamo dal titolo, perché e cos’è DanteSka?
Innanzitutto c’è da dire che il titolo del libro, per esteso, è “DanteSka ApocriFunk – Hip Hopera in sette canti”, dall’editore semplificato in copertina in DanteSka. Non sfuggirà il fatto che nel titolo completo sono riportati i nomi di tre generi musicali, lo Ska, il Funk e l’Hip Hop, che rimandano senza alcun fraintendimento al ritmo che ho voluto imprimere alle mie quartine, e che ritenevo indispensabile per accompagnare una forma letteraria che immaginavo di non immediata fruizione, per disabitudine al linguaggio poetico, da parte del lettore. Non nascondo che ho avuto l’idea folle di voler conquistare a questo particolare linguaggio proprio quella fetta di popolazione più restia ad avvicinarvisi, i ragazzi dell’età di mia figlia, quei giovani ai quali una scuola sempre più impoverita di mezzi e ingessata nei programmi è riuscita a far detestare la poesia. La domanda che mi sono posto è la seguente: perché un ragazzo oggi trova pallosa un’opera scritta in versi, e poi ascolta il Rap, che altro non è che una canzone fatta da rime, spesso banali e mal ritmate? Allora, così come ho scritto nella prefazione, ho pensato a DanteSka come una mini Commedia del terzo millennio, o un rap medievale, indifferentemente.Qual è il legame, se c’è, con la Commedia?
Reputo la Divina Commedia una delle opere più alte che l’ingegno umano abbia mai espresso. Il viaggio all’inferno di Dante è un percorso che ogni essere umano sogna di fare, a maggior ragione uno scrittore. Pensa al contesto: accompagnati da un personaggio che rappresenta il proprio punto di riferimento umano, letterario, morale (io per il mio viaggio ho scelto Dostoevskij), e che quindi regala una certa tranquillità e sicurezza, si attraversano luoghi terrificanti (e di conseguenza affascinanti) con la sicurezza di riuscire, alfine, a riveder le stelle. Nelle desolate plaghe si possono cacciare con giustificata cattiveria tutti i nostri nemici o le persone che non sopportiamo. Bello, no? Scrivere DanteSka è stato per me un piacere immenso e un privilegio raro, un liberatorio togliersi decine di sassolini dalla scarpa.Cos’è per te la satira e perché ce n’è bisogno anche oggi?
La satira politica non solo è sempre necessaria, ma indispensabile. E’ un elemento importante di ogni società, un vero e proprio indicatore di democrazia. Sbaglia chi pensa che la satira sia un puro e semplice deridere il potere. La satira non è indirizzata contro il potere tout court, ma contro quel potere, qualsiasi esso sia, che non opera nell’interesse del popolo che guida e del quale, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un servitore e non un padrone. Nella situazione attuale, soprattutto nel nostro Paese, c’è una grossa confusione di ruoli e non si riesce più a distinguere, ad esempio, il governo dalle opposizioni, spesso assiepati entrambi sulle stesse opinioni (in economia, sul problema del lavoro, nella subalternità alla Chiesa cattolica, nel cavalcare il cavallo di battaglia del securitarismo). Pertanto il ‘potere’ da mettere alla berlina ha cambiato le sue forme, si è reso meno individuabile, non è più monolitico come in passato ma si mostra con sfaccettature del tutto inaspettate. Faccio un esempio.
Oggi il potere, in Italia, è costituito chiaramente dalla destra al governo; ma la sinistra, del tutto innocua e incapace di fare la benché minima opposizione, e che anzi spesso rincorre la destra sulle sue stesse parole d’ordine, non può che essere, in qualche modo, identificata come un’altra faccia della stessa medaglia. Entrambi gli schieramenti, in fondo, non fanno altro che mantenere e procrastinare il più a lungo possibile lo stato attuale delle cose, nel quale il popolo sta continuando a pagare un prezzo altissimo.
Scagliarsi contro il potere, con la satira ma anche politicamente, vuol dire non guardare in faccia a nessuno, inchiodando i responsabili della tragedia in atto, siano essi di destra o di sinistra poco importa, alle loro responsabilità, stando sempre molto attenti a non cadere nelle tentazioni qualunquistiche che sono sempre in agguato.
C’è poi un’altra funzione, cui la satira assolve, molto ben definita da Michail Bacthin: le dittature odiano, più delle critiche, la satira, perché il riso – e le pernacchie, le caricature, le parolacce – “abbassando” i potenti, riportano l’equilibrio nelle comunità. Ecco, DanteSka vuole essere un esempio di satira irriverente e viscerale, un Hellzapoppin’ letterario, un antidoto all’arroganza dei potenti o sedicenti tali, insomma, la classica risata che ‘li seppellirà’.Come mai hai scelto la scrittura in endecasillabi?
Prima di rispondere a questa domanda voglio fare una piccola premessa. Come ho sempre sostenuto, io sono e rimango rigorosamente uno scrittore di racconti. E voglio altresì sgomberare il campo da ogni malinteso: non mi ritengo un poeta (non per snobismo ma per l’estremo rispetto che il termine merita) anche se ho voluto raccontare una delle mie storie con un linguaggio diverso, quello della poesia.
Detto questo, i motivi che mi hanno spinto a cimentarmi con questa specifica forma sono molteplici. Il primo motivo, banalmente, è che mi piace scrivere in questo modo. Mi piace Dante, il suo Inferno soprattutto, mi piace il ritmo e la musicalità che bisogna creare per la buona riuscita di una quartina. Mi piace la versatilità che tale forma poetica offre: ogni verso può essere una storia a sé stante, autoconclusiva, o il tassello di un mosaico più ampio. Mi piace l’attenzione che questo tipo di composizione richiede per ogni singola parola. Scrivere in prosa può anche diventare, a lungo andare, una pratica in qualche modo abitudinaria.Quando invece vuoi raccontare una storia sapendo di avere a disposizione quattro righe, ognuna delle quali può contenere un numero limitato di parole, le cui sillabe sommate non possono eccedere il numero di undici, be’, la meticolosità e l’attenzione con cui scegli i singoli termini deve essere assoluta. Non solo, la ricerca delle rime alternate (che riduce drasticamente il numero delle parole utilizzabili) e soprattutto il rispetto della disposizione degli accenti all’interno dell’endecasillabo (utili a mantenere il ritmo della frase) danno l’idea di quanto lavoro certosino ci sia dietro questo tipo di opere. Il desiderio, quindi, di sudare su ogni singola sillaba, la voglia e la gioia di fare fatica nel partorire e distillare ogni specifica parola.
Che personaggi ritrai in DanteSka?
DanteSka è stata concepita, originariamente, per essere un unico e più breve canto totalmente incentrato sul nostro attuale Presidente del Consiglio: un uomo che, per quella che è la mia visone della vita, è l’incarnazione di tutto ciò, nulla escluso, che io detesto, e che, sempre secondo il mio parere, ha rappresentato per il mio popolo un deleterio “gnab gib” (big bang al contrario) scaraventandolo subdolamente in un neo Medio(cre) Evo. In seguito, a freddo, ho capito che la barbarie in corso non poteva essere opera di un sol uomo e mi sono messo a frugare nella melma della politica, del giornalismo, dell’editoria, della cosiddetta società (in)civile alla ricerca dei complici, per convenienza o per ignavia, poco importa, da scaraventare all’inferno in compagnia del “nemico pubico n. 1”.Puoi segnalarci qualche perla/verso del libro?
Ben volentieri. Penso che l’incipit ben introduca l’ambiente e la storia che voglio narrare, che inizia, peraltro, da un madornale equivoco da parte del narratore.Libando birra scura oltr’ogni abuso
seduto in un locale tra i più loschi
al nettare d’Irlanda il becco aduso,
leggevo, attento, “Donne” di Bucoschi.Al par dello scrittore americano
per non voler cercar nell’uovo il pelo,
anch’io vissuto avevo in modo strano
senza capir l’altra metà del cielo.Mentr’ero immerso in tutti ‘sti pensieri
mi sento picchiettare sulla spalla,
mi giro e su di me due occhi severi
m’inchiodan come fossi una farfalla.La bianca e folta barba incorniciava
un tondo viso burbero e sagace,
la fronte alta e spaziosa all’uomo dava
un’espressione energica e tenace.Dallo stupore ci restai di sasso,
d’acchito non credetti agli occhi miei:
Carletto Marx mi stava a men d’un passo,
pensai: Che fo? Gli do del tu o del lei?“Maestro, quale gioia e che emozione!
Averla qui con me è straordinario.
Il padre, è lei, d’ogni rivoluzione,
guerriero del riscatto proletario.Scrivendo “Il Manifesto” e “Il Capitale”
con Federico il mondo ella ha cambiato,
del comunismo ha posto l’ideale
nel cuore d’ogni povero e sfruttato.”“Figliolo, credi a me, sei tutto scemo!
Non ho capito se ci sei o ci fai.
Tu forse non volevi esser blasfemo
ma bada che con me rischi dei guai!Il triangolo non vedi sulla testa?
E l’accecante luce ch’io emano?
Invece sei partito lancia in resta
e m’hai trattato peggio d’un villano.”Di botto mi crollò giù la mascella,
pestato avevo appena enorme cacca.
Se ancora errato avessi la favella
di certo avrei mandato tutto in vacca.Non mi restò che simular la burla
fingendo d’aver fatto solo finta;
per non udir del padreterno l’urla
solerte comandai per lui una pinta.(continua)
GLI AUTORI
Giuseppe Ciarallo è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di short stories: Racconti per sax tenore (Milano, 1994) e Amori a serramanico (Milano, 1999) e, in collaborazione con altri autori, la collettanea di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Edizioni Alegre, 2011). Collabora a riviste di letteratura, di satira politica, di musica e compone versi rigorosamente in quartine di endecasillabo.
Manlio Truscia è nato a Enna nel 1950. Dopo gli studi universitari a Firenze, giunge a Milano negli anni Settanta. Qui insegna e svolge la sua attività di fumettista, pittore e ‘artigiano dell’immagine’. Attualmente è illustratore e visualizer per importanti agenzie di pubblicità e case editrici.
Leggi anche la recensione di DanteSka di Alberto Prunetti su Carmilla!






