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I paesi più violenti dell’America Latina (e del mondo)

La pubblicazione di uno studio aggiornato su sviluppo e violenza (intesa qui solamente come numero di omicidi ogni 100.000 abitanti in un paese) realizzato dalla Dichiarazione di Ginevra sulla Violenza Armata e lo Sviluppo, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu, è l’occasione per parlare di America Latina anche se con un po’ di preoccupazione. La regione si può considerare, infatti, (ancora un volta) la più violenta del mondo con il Centro America in testa: il primo paese è El Salvador con un tasso di omicidi superiore a 60 per 100.000 abitanti (ma altre fonti riportano cifre più elevate, meno “prudenti”). La situazione del paese centroamericano è quindi paragonabile a quella dell’Iraq, secondo in questa triste classifica.
La Giamaica, l’Honduras, la Colombia, il Venezuela e il Guatemala occupano le posizioni successive. Dopo alcuni paesi africani troviamo il Belize con un tasso superiore ai 30 per ogni 100.000 abitanti. Sono 14 i paesi che superano questa cifra (vedi grafico sopra). Sono invece 58 gli stati che superano la cifra di 10 ogni 100.000 ab, è un’altra soglia preoccupante ma meno allarmante in cui comunque rientrano altri paesi latino americani come il Brasile, l’Ecuador, Porto Rico, la Guyana, il Paraguay, Panama, il Nicaragua e infine il Messico (che dal 2010 ha raddoppiato il suo tasso che era quasi “europeo” fino a pochi anni fa) e il Perù.
La media mondiale s’è attestata nel 2009 sui 7,9 omicidi per 100.000 abitanti, valore che ci fa capire le dimensioni del problema nell’estremo occidente. Il Messico ha un tasso di 18,4, alto rispetto a Usa ed Europa ma comunque accettabile rispetto ai suoi vicini. Un fattore che lo studio svizzero non considera sono le enormi differenze che possono esserci all’interno di ciascun paese: infatti, per citare un esempio noto, la regione settentrionale di Chihuahua, in Messico, mostra tassi di violenza/omicidi quasi centro americani e Ciudad Juárez raggiunge la spaventosa cifra di 170 omicidi ogni 100.000 abitanti, 20 volte la media globale. Le regioni di Queretaro e lo Yucatan, invece, hanno mantenuto una media molto bassa. Il rapporto mostra anche che il 90% delle vittime della violenza armata nel mondo non proviene da paesi formalmente in guerra, quindi la prima causa di morte è attribuibile alla criminalità organizzata.
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Intervista a 4 autori di Sorci Verdi: Storie di Ordinario Leghismo
Intervista di Graziano Rossi a Massimo Vaggi, Stefania Nardini, Giulia Blasi e Davide Malesi, (alcuni tra gli) autori del libro “Sorci Verdi: Storie di Ordinario Leghismo” (sottotitolo extra-ufficiale: “Cronache dagli abissi padani”) all’evento “Mal di Libri” organizzato dal circolo di lettura Arci “Fortebraccio” presso il Forte Fanfulla, Roma. Sotto, la IIa parte.
Autori:
Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova.
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La bambina più bella del mondo?

Secondo i devoti della messicana Santissima Muerte, da non confondere con le ormai vicine celebrazioni dell’uno e due novembre per il Giorno dei Morti cattolico, la figura scheletrica della morte, oggetto di devozione dagli Usa all’Argentina, è una Santa a tutti gli effetti e viene chiamata con affetto Niña Hermosa o Bonita, cioè Bambina Bella o Carina. Il riferimento del titolo non è quindi alla bimba di rosa vestita con il fiorellino bianco in mano ma a quella nera che, invece, è una statua della Santa Muerte, altresì conosciuta come Niña Blanca (Bambina Bianca). Non è un paradosso. Infatti, questa santa popolare non solo è “bella” ma anche “bianca”, dato il colore osseo che possiede in tutte le sue raffigurazioni: sotto il saio da francescano e il cappuccio c’è il bianco scheletro, elemento comune all’umanità intera. Ricchi e poveri, donne, uomini, buoni e cattivi sono tutti uguali di fronte alla morte e sotto la tunica, insomma, c’è un destino comune e democratico che colpisce il mondo dei vivi, senza discriminare mai nessumo.
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Laboratorio di Doppi Sensi – Taller de Albures

[Haz clic en la foto para ver el slideshow – Clicca sulla foto per vedere la proiezione delle immagini]. Il laboratorio dei doppi sensi (albures in spagnolo messicano) di Lourdes Ruiz è ormai diventato un must a Città del Messico, ma solo per quelli che riescono a vincere le paure e le diffidenze legate al barrio bravo di Tepito e ad “avventurarsi” nella Calle Peralvillo fino alla Galleria M. Velasco, il centro culturale più vivo del quartiere. Il barrio più famigerato del paese è soprattutto cultura, quella che non sta nei libri ma nella gente, per le strade, nelle tradizioni, nel lavoro. La difesa del quartiere, una zona che “esiste perché resiste”, è affidata alle donne, le uniche che portano davvero i pantaloni visto che gli uomini spesso li portano sì, ma solo in tintoria, come ci tiene a ribadire Lourdes nelle sue sessioni di fino lavoro linguistico per il pubblico dei laboratori: doppi sensi finissimi, mai volgari, spesso non capiti o solo intuiti dagli ascoltatori, sono la materia prima per trasmettere il senso di questo “gioco degli scacchi” semantico che è anche uno strumento di difesa verbale, una riso-terapia dell’ambiguo, una risoluzione delle frustrazioni sessuali con un gioco di parole. Cibo e sesso, passione e inversione dei sensi e delle parole. L’albur è una delle maschere che il gergo dell’abitante di Tepito e del messicano più in generale ha creato per sfottere e aggirare l’autorità e il dominio di cui è stato vittima in molte fasi della sua storia. Il martedì vi aspettano per la prima. Se sai lo spagnolo (ma anche no!) guarda Lourdes, la regina dell’albur, mentre prende in giro per 4 minuti la giornalista che la intervista (chiaramente lei e la maggior parte delle persone nemmeno se ne accorgono…) LINK.
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Marrano Dominguero – Maiale Domenicale

Galleria di inutilità dal micro-frigo novità del 2011. Maiale domenicale al fresco e al buio relativo con peperoncini e passata di pomodoro doppiamente concentrato…
Galería de inutilidades desde el micro-refri novedad del 2011. Marrano dominguero en la frescura y oscuridad relativa con chilitos y doblemente concentrado extracto de jitomates…
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La fuerza de las ideas. América Economía

Desde América Economía. F.L. En su teoría general del interés, el empleo y el dinero, el economista J.M. Keynes destacaba que “las ideas de los economistas y los filósofos políticos, tanto correctas como equivocadas, son más poderosas de lo que se piensa comúnmente. Por cierto el mundo es regulado por pocas cosas más. Los hombres prácticos, quienes creen ser casi exentos de cualquier influencia intelectual, normalmente son los esclavos de algún economista finado. Los hombres locos en el poder, quienes oyen voces en el aire, van purificando sus ansias con algún escribano académico de unos años atrás. Estoy seguro de que el poder de intereses personales es enormemente exagerado si se compara con la gradual invasión de las ideas”. Ya en 1971, el académico estadounidense Joseph Nye jr. publicó un artículo titulado, en inglés, “Transnational Relations and World Politics” (“Relaciones transnacionales y política mundial”), en el cual abogaba en favor de un papel mayor de las organizaciones internacionales en las relaciones mundiales.En 1977, Nye, junto a Robert Keohane, escribió un libro, “Power and Interdependence” (“Poder e interdependencia”), el cual completaría la elaboración de un enfoque que hace hincapié en las escasas posibilidades de una guerra constante entre los Estados en un mundo cada vez más entrelazado. Por ello, se preveía una progresiva convergencia y condivisión de valores, instituciones, organizaciones e intereses en la arena internacional lo cual habría de caracterizar también las décadas posteriores.
Finalmente, la idea de “poder blando” se popularizó, sobre todo en Estados Unidos y Europa, a partir de los años noventa en las disciplinas de las relaciones internacionales, la geopolítica e incluso en el lenguaje periodístico y político, en particular el estadounidense, y tiene como referencia los trabajos del mismo Joseph Nye, director de la Kennedy School of Government de Harvard y ex director del National Intelligence Council de Estados Unidos, quien publicó su primera síntesis sobre el “poder blando” y sus interacciones con el ya noto “poder duro” en 1990 con “Bound to Lead: The Changing Nature of American Power”.
El autor señala los origines de esta idea en lo que Bachrach y Baratz en 1963 habían llamado “la otra cara del poder”, refiriéndose al que Nye bautizaría como “soft power o poder blando”, es decir, uno de los elementos que permiten el ejercicio pleno de alguna forma de poder, es decir, hace que otro agente actúe según patrones deseados y favorables al actor que lo instrumenta. La publicación del libro se consideró como una respuesta a las más pesimistas profecías de algunos autores como Paul Kennedy quien, en su notorio libro “The Rise and Fall of Great Powers” (El surgimiento y el declino de las grandes potencias de 1987) había previsto el repentino fin de la hegemonía estadounidense una vez ganada la Guerra fría.
Kennedy sostenía que, sin un grande enemigo, los intereses y tareas globales de Estados Unidos serían más difíciles de legitimar y justificar política y económicamente. Nye opina que “Si un Estado puede hacer que su poder se legitime ante los ojos de los demás, encontrará una menor resistencia hacia sus objetivos. Si su cultura e ideología resultan atractivas, los otros serán más propensos a seguirlo. En fin, la universalidad de la cultura de un país y su habilidad para establecer un conjunto de reglas e instituciones favorables que gobiernen las áreas de la actividad internacional, son fuentes fundamentales de poder”.
Hay dos aspectos profundamente relacionados entre sí que son componentes fundamentales de los flujos de soft power atribuibles a los Estados Unidos: (a) la configuración de las sabidurías convencionales sobre el desarrollo y las políticas más adecuadas, las que vienen adquiriendo una aceptación general en el mundo político y en la opinión pública sin tener una eficacia empírica universal comprobada; (b) la influencia académica y educativa, sobre todo al nivel de los estudios universitarios y de posgrado tanto en las escuelas latinoamericanas de negocios como en los mismos EE.UU., que han ido formando a una clase de tecnócratas latinoamericanos y una generación de empresarios y administradores (públicos y privados) con cierta forma mentis común, derivada, en alguna medida, del modo norteamericano de entender los negocios, el mercado y la sociedad.
El conjunto de estos enfoques o visiones del mundo en las disciplinas económicas y empresariales se ha tornado determinante, también en un nivel “macro”, para el manejo de las políticas de reajuste estructural y negociación internacional de la deuda después de la crisis de 1982 y, asimismo, para el cambio social relacionado con el crecimiento de la economía de mercado y la interdependencia internacional. De ahí, arranca la idea del MBA como artefacto o producto cultural de cuño norteamericano que va difundiendo en el mundo las prácticas y teorías de los negocios, lo que constituye un marco interesante para entender de donde venimos y hacia donde vamos como docentes y aprehendientes en estos temas.
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Il Messico e il Centro America ai tempi della narcoviolenza

Il 6 ottobre l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc) ha pubblicato il suo primo Studio Globale sull’Omicidio (Vedi PDF) che rileva la tendenza all’aumento della violenza nel continente americano, in cui è stato commesso il 31% dei 468.000 omicidi del mondo nel 2010, e in Africa, dove s’arriva al 36%. L’America Latina presenta un quadro preoccupante. L’Honduras ed El Salvador hanno tassi d’omicidio pari a 82 e 66 ogni centomila abitanti, i più alti del mondo. Li seguono la Giamaica con 52, il Venezuela con 49, il Guatemala con 41, la Colombia con 33 e il Brasile con 23. Siamo ben oltre la media mondiale di 6,9 e quella statunitense di 5. Le ragioni principali sono da ricercare nelle enormi disuguaglianze economiche e la mancanza di opportunità per i giovani, nell’urbanizzazione incontrollata e nell’alta diffusione delle armi nella società.
Il Messico, protagonista delle cronache per il forte impatto mediatico dei narcos e delle loro mattanze, mantiene un tasso di omicidi pari a 18, basso rispetto ai suoi vicini del Sud. In termini assoluti, però, i numeri impressionano: nel 2010 sono state assassinate 20.585 persone, una cifra superata nell’emisfero occidentale solo dal Brasile con 43.909 vittime.
In terra azteca, tuttavia, le inquietudini riguardano la crescita del fenomeno e le sue cause: nell’ultimo anno i morti per la violenza sono aumentati del 65% e in due anni sono praticamente raddoppiati, più per l’escalation della cosiddetta “guerra al narcotraffico” che per fattori socioeconomici. Giorno dopo giorno la stampa messicana tiene il conto delle vittime attribuibili al conflitto: quasi 50.000 in un lustro e oltre 10.000 solo quest’anno.
Il vero problema sta nell’impennata così repentina della violenza. Ai fatti di sangue si sovrappone, inoltre, la continua spettacolarizzazione del fenomeno attuata dai mass media e dagli stessi trafficanti che in questo modo possono minacciare efficacemente i rivali, la polizia e i cittadini. Il numero di omicidi è esploso nel 2009 ma è cominciato a crescere già dal 2007, quando il Presidente Felipe Calderón, del partito conservatore Acción Nacional, lanciò le prime operazioni militari mandando l’esercito nelle regioni più conflittuali dominate dai cartelli della droga: da Tijuana a Ciudad Juárez fino alle coste del Golfo del Messico.
Il Governo ha scelto il 2011 come “anno del turismo in Messico” ed è stato premiato dall’incremento delle visite e della valuta straniera in entrata, ma la propaganda ufficiale deve misurarsi con le realtà contrastanti del paese. Lo stato di Queretaro, lo Yucatan, il Chiapas e la capitale hanno mantenuto tassi di omicidio inferiori alla media nazionale, mentre i settentrionali Baja California, Chihuahua, Sinaloa e Durango hanno raggiunto medie “centroamericane”, superiori a 60 per centomila abitanti, come conseguenza della militarizzazione e della rottura degli equilibri preesistenti tra i cartelli dei narcos.
A Veracruz le organizzazioni criminali in lotta, il cártel del Golfo, gli Zetas e la Familia michoacana, in pochi giorni hanno seminato il panico con una serie di stragi. Il 21 settembre una formazione paramilitare che dice di “stare dalla parte della gente”, gli “ammazza-Zetas”, ha rivendicato il primo dei massacri, in cui 35 persone sono state giustiziate e poi abbandonate in strada nell’elegante sobborgo di Boca del Río. Altri 32 cadaveri sono stati ritrovati il 7 ottobre in tre case della stessa zona e sabato scorso altri 10 sono stati gettati per la strada a Laguna Real.
E’ emblematico anche il caso del Nuevo León, stato nordorientale alla frontiera statunitense investito da un’ondata di violenza per la faida tra i narcos del Golfo e gli antichi alleati Zetas. Proprio questo gruppo è responsabile del rogo di 52 persone lo scorso 25 agosto a Monterrey, capitale del Nuevo León ed (ex) fiore all’occhiello dell’imprenditoria messicana. Negli ultimi due anni gli abitanti della città hanno visto andare in frantumi la loro gabbia dorata a raffiche di cuerno de chivo, l’arma tipica dei narcotrafficanti, e per ora non s’intravede il recupero di quella normalità che ormai in quasi tutto il paese rischia d’essere soppiantata dalla violenza e da un permanente stato d’eccezione. [Questo articolo è uscito su Il Fatto Quotidiano on line il 17 ottobre 2011]












L’intervista che presento di seguito è una testimonianza raccolta il 30 settembre 2011, presso la Casa de la Solidaridad di Città del Messico, ad Alfonso Moreno Díaz, padre di Alejandro Alfonso Moreno Baca, di 33 anni d’età, scomparso nel Nord-Est del Messico il 27 gennaio scorso. E’ una delle tante voci dimenticate che s’alzano 

