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Hotel a Ore di Città del Messico – Guía Hoteles de Paso D.F.

In Italia si chiamano hotel a ore, “alberghetti” o motel e raccontano storie di notti truffaldine, di amanti, di corna o semplicemente di innocenti evasioni e necessarie scappatelle tra amorosi. Possono essere anche piuttosto cari e, sebbene ne esistano vari dentro le città, molti si trovano lungo le statali e le autostrade, eventualmente isolati o poco in vista. A Città del Messico, invece, sono numerosissimi e onnipresenti. Per tutti i gusti e tutte le tasche, una vera panacea per il ricco e per il povero, per il giovane e l’anziano, ma il proliferare degli hoteles de paso (para sexo, amor o simple diversión – volevo dire – sesso, amore o semplice divertimento inteso anche come “diversivo” e uscita dalla routine) li ha convertiti ormai in un vero e proprio fenomeno di costume, oggetto di discorsi aperti e confronti tecnici ed estetici ordinari tanto che se ne sente parlare ovunque: a lezione, in ufficio, sull’autobus, nelle barzellette, sulle riviste specializzate e non. Per questo motivo e per mettere un po’ d’ordine nel marasma è nata una guida on line, una guía de hoteles de paso del DF (cioè del Distrito Federal, il nome amministrativo di Città del Messico).
In un’area urbana immensa con 25 milioni di abitanti era necessario un po’ di orientamento e una coppia di messicani, molto dinamica e sperimentatrice, ha escogitato una guida su Internet in cui raccogliere le loro esperienze belle e brutte in questi alberghi cittadini. Le fotografie presentate in questo post sono, per esempio, dell’ormai celebre e super kitsch “Hotel Cuore” che pare sia il favorito per gli studiosi e studiose di antropoloia, i professori di lingua e le coppie (sposate) novelle della classe media. I lettori del blog partecipano inviando anche loro nuove foto, video delle strutture, recensioni di hotel e commenti ai post che permettono un loro aggiornamento costante (coi prezzi per esempio) e la condivisione di opinioni diverse. Ti piace con Jacuzzi o con piscina? In centro o in periferia? Con l’altalena o con il palo per la pole dance? Rustico stile baita o post-moderno? Quanto potete pagare? Dai 10 euro in su, ce n’è per tutti, basta navigare e scegliere. E se ci si perde c’è sempre una cartina da scaricare per ogni hotel e un’applicazione per iPhone, iPad e iPod Touch. Buon tour e buone vacanze a Città del Messico! [Ah, dimenticavo il disclaimer che qua ci vuole. Questo post non sponsorizza nessuna iniziativa commerciale, sia chiaro, si fa tutto solamente per passione…]. -
Vanni Santoni: SE FOSSI FUOCO, ARDEREI FIRENZE

Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Editori Laterza/Contromano, pp. 158, € 10,00. Recensione di Fabrizio Lorusso. Che cos’è Firenze? E cos’è il suo genio, la sua storia? Mille orme che sono una sola. Un dedalo continuo e affascinante di intrecci in una guida romanzo. Anzi, in un romanzo guida che è una miccia accesa di esistenze concatenate: per lo più ventenni ed ex ventenni, lustro più, lustro meno. Se fossi fuoco, arderei Firenze, il nuovo romanzo di Vanni Santoni, autore di Personaggi precari (2007) e Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2009), provoca e incuriosisce già dal titolo. Su una cosa siamo d’accordo. Anch’io, dopo aver letto il romanzo, la brucerei, Firenze, se non me ne fossi invece innamorato (un’altra volta…). Ma si tratta di un amore arrabbiato e incomprensibile. Capita. Così come capita a tutti di non poter decidere, definirsi, e di restare sospesi nel limbo dell’attesa, in balia della scintilla furente del caso e di un carico interiore pieno di ricordi. Santoni racconta gli adolescenti che eravamo e quelli che adesso lo sono, o continuano testardi ad esserlo, perduti tra i vicoli e i rioni vetusti ma vitali della sua città. E questi s’infiammano, gridano, entusiasmano e deludono durante il viaggio. Sarà il peso della storia, forse, ma abitare in un museo a cielo aperto resta una gran sfida.Di piazza in piazza, dal campanilismo italiano al cosmopolitismo sbandierato dall’America, ciò che conta non è la meta, ma la ricerca. Girare, anche fosse a vuoto: in macchina, a piedi o in bicicletta, mentalmente o fisicamente, da Firenze al mondo: andata e, inevitabilmente, ritorno. Tornare è d’obbligo, soprattutto se è troppo difficile stare fuori dal gruppo, dalle origini del branco. Santoni ci racconta il quotidiano straniamento e la meravigliosa vertigine del vivere grazie a una staffetta di personaggi che si passano il testimone della storia per arrivare a un’ipotetica chiusura del cerchio anche se poi, in realtà, la storia è infinita, come il susseguirsi delle generazioni e il ripetersi delle loro peripezie.
Fighetti, alternativi, robbosi, studenti del contado e urbanizzati, americane, sfigati e brillanti, artisti e aspiranti, scrittori bravi e falliti, nostalgici, “gambrini”, viaggiatori veri e finti, immigrati, esteti, tamarri, coppie in crisi, genitori, ex-discotecari, matti, pusher, rinsaviti e mondane: nella Firenze ardente c’è di tutto, ci sono tutti, in un distillato di racconti che dipingono un affresco della città di oggi, ma si stingono dinnanzi alla maestosità del suo passato. Ci sono clan che si conoscono e riconoscono, altri che s’ignorano. Alcuni si sfiorano, si scontrano e si fondono, uguali e diversi allo stesso tempo, immersi in fatti e memorie che, dall’adolescenza irrisolta al momento, sempre rimandato, dell’autonomia e della maturità, sparano a raffica contro il mondo dal cuore della loro gioventù in fuga.
L’università può diventare un eterno pretesto, non si sa se sia un mezzo o un fine in sé, e i fuori sede s’inventano un’altra città, da comparse o da protagonisti, in mezzo a orde di turisti americani e studenti stranieri che brulicano sullo sfondo. “Firenze è infinita, e si potrebbe andare avanti e girarla in lungo e in largo per giorni, con la certezza che di Sante Croci ce ne sono almeno cento”, ma poi il pensiero sfuma in un ricordo, fatto di altre età, più felici, e di strade, più libere, “bei tempi, tempi non militarizzati, i tempi del suo arrivo in città, in cui erano un luogo da fiasco di vino e chitarra”. Parla Sylvie, una delle fiorentine d’adozione che compongono la costellazione di storie del romanzo.
“Che poi, artisti o no, ci si può davvero costruire un’esistenza indipendente, qui, senza doversi allacciare a un sistema di supporto vitale fatto di parentele, conoscenze, amicizie, relazioni per niente dinamiche? E nelle altre città d’Europa, sarà davvero diverso? O farei la stessa fine, con le stesse scarse opportunità, lo stesso pugno di magre certezze, lo stesso lavoro, l’unica differenza il pranzo – al posto del lampredotto il sushi, o alle brutte un falafel”. Firenze: quando la bellezza senza limiti, leggera per i visitatori, diventa insostenibile per chi ci nasce, per chi ci vive o per chi solo ci è di passaggio.
In un continuo ritorno, un po’ vizioso, un po’ virtuoso, i personaggi – ragazzi, ragazze, gente – inanellano vicende e sequenze filmiche che sono quadro e diagnosi di una generazione, la X tardiva, forse più verso la Y (?), o semplicemente un’età perduta nelle definizioni asettiche appioppatele dai contemporanei e dalla Tv. In fondo, non solo a Firenze, siamo stati – chi poco, chi assai – vere anime perse che si ritrovavano sommerse dal dubbio cosmico, nella speranza riposta senza slancio nel domani, quello che non arriva mai, e nelle bugie del benessere, ormai in caduta libera verso la mediocrità delle fantasie di un paese decadente e trasognato. E forse la Firenze che brucerebbe Vanni Santoni è una metafora di tutta l’Italia, bellissima ma decisamente depistata.
La lettura viaggia liscia, senza intoppi, ed è condita da sapori forti: si gustano le leccornie dei trippai ma anche i luoghi segreti da esplorare nell’anima di Firenze, che sono perle divine per il forestiero, e un flashback resuscita in campo Roberto Baggio, appena passato dai viola alla Juve, ed anche il più remoto passato fiorentino, oggi stanco di ripetersi uguale a se stesso per i turisti, infelice di navigare troppo lentamente in acque rafferme. “Fa qualche passo verso il muretto, e Firenze, là sotto gli appare non ferma, impegnata in un lunghissimo ralenti come se stesse faticosamente scorrendo via…”.
Ma se è così non c’è niente per cui vale la pena restare. “Cos’è sta storia per cui ormai una si deve giustificare se rimane?”, si chiede Annabel, altra anima vagante dell’urbe irresistibile.. Lo sa Diego. Sperava di tornare cambiato dal Sudamerica, ma si ritrova ingabbiato nell’immagine storica, incrostata, che da sempre tutti conservano di lui, come un dipinto che non cambia mai, uno col destino già scritto dagli altri. C’è chi non ci sta ed emigra per non tornare più indietro. C’è chi non vuole fuggire perché ama morbosamente la sua identità, la sua città. Alla fine se fossi fuoco, arderei Firenze, ma risparmierei almeno il libro di Vanni alle vampe delle fiamme e del tempo infame. By Carmilla.
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Colombia: Silencio en el Paraíso, il film sui falsi positivi e le favelas di Bogotà

Una storia d’amore adolescenziale è la scusa per raccontare al grande pubblico, per la prima volta in un film, il dramma dei “falsi positivi” in Colombia, cioè le esecuzioni illegali di cittadini da parte dell’esercito e le forze di polizia usate per poter presentare le vittime come guerriglieri caduti in combattimento e aspirare a premi e carriera. Leggi: Cosa sono i falsi positivi? e Cine Colombia: una historia de falsos guerrilleros.

La película colombiana cuenta la historia de la pobreza y la guerra que se presenta en un barrio de Bogotá, donde unos jóvenes son son sus protagonistas. Ronald un muchacho de 20 años que posee una bicicleta con la cual trabaja está enamorado de Lady, una chica del barrio, pero esta historia de amor se verá interrumpida por las pretensiones de un general.
Fuente:
http://www.citytv.com.co/videos/714106/silencio-en-el-paraiso-trailer-de-la-p… -
Messico, Unam: Video per gli Studenti di Colombia, Cile e Portorico
In occasione della giornata continentale per un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità in America Latina gli studenti dalla UNAM, Universidad Nacional Autonoma de Mexico, hanno realizzato questo video per solidarizzare con gli studenti in lotta e i movimenti di protesta in Cile, Colombia e Portorico.
24 de noviembre de2011
Apoyo desde México al movimiento estudiantil en Colombia y Chile en la jornada continental por la educación pública, gratuita y de calidad. Lee / leggi: la protesta cammina per l’America Latina.Antifascismo, Centroamerica e Caraibi, chile, Cile, Colombia, Cultura e Diversità, educacion, Español, estudiantes, fainotizia, istruzione, Italia, Manifestazioni, Messico, mexico, Politica, portorico, protesta, puerto rico, Repressione, Roba in Italiano, sociedad, studenti, Sud America, unam, UNAM y Universidad, università, Varie d’Italia -
Santa Muerte SlideShow Pics

Mini mostra fotografica della Santa Muerte a Tepito e dintorni, Città del Messico. Autunno 2011, incipiente. Info sul culto alla Patrona: Link. Stop.
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Sul fenomeno mediatico Vázquez Sounds, Messico

Foto nostalgia: i tanto amati e gentilissimi Prodigy. Ma intanto… Dal Messico al Brasile, dalla Spagna agli USA un dirompente fenomeno musicale sta impazzando su Internet e sui social network: sono i Vázquez Sounds (vedi video), una band “tutta in famiglia” e piuttosto mielosa formata da tre giovanissimi fratelli che vivono a Mexicali, una città messicana della Bassa California a meno di 200 km da Tijuana e San Diego. Su YouTube il loro video ha superato le 3 milioni di visualizzazioni in dieci giorni, ad oggi va verso la soglia dei 7 milioni, e hanno già ricevuto le prime offerte di contratti discografici. La cantante Angie Vázquez, di soli 10 anni, il batterista Gustavo, di 13 anni, e Abelardo, pianista e chitarrista di 15 anni, stanno facendo il giro del mondo con una cover della splendida Rolling in the deep, uno dei più grandi successi di una delle regine del soul bianco, l’inglese Abele che quest’anno ha vinto di tre premi agli MTV Video Music Award. La rete ha trasformato questi sconosciuti fratellini negli artisti più celebri e più intervistati dai media messicani e statunitensi nel giro di una settimana.Anche il notiziario più seguito del Messico, condotto dalla giornalista Carmen Aristegui su Radio MVS e sulla Tv via cavo, ha dedicato uno spazio a questa neonata “child o baby band”, cioè una versione più infantile delle boy band che dagli anni novanta invadono le classifiche, le webzine specializzate e le riviste patinate dei cinque continenti. Dagli ormai datati Take That agli Hanson, dai Backstreet Boys a Justin Bieber, sono tanti i possibili accostamenti che il successo virtuale dei Vázquez Sounds sta cominciando a provocare.
I tre fratelli hanno già 70.000 fan su Facebook e quasi 11.000 follower su Twitter, ma i complimenti si concentrano soprattutto sull’intensissima voce di Angie che non ha nulla da invidiare alle professioniste più sperimentate. “Ho iniziato a cantare all’età di 7 anni ma non ho preso mai lezioni: veniamo tutti da una famiglia di musicisti e anche mia madre canta”, ha risposto Angie in un intervista alla CNN. “Continueremo a caricare nuovi video con altre cover di belle canzoni”, ha aggiunto il fratello maggiore Abelardo.Gli speciali di Tv e portali web internazionali come Milenio Tv, Good Morning America, Univision e Terra hanno da subito sottolineato la presunta spontaneità di questo successo che sarebbe il risultato di un “gioco innocente”, una strimpellata domenicale con chitarra e batteria. Solo che ora non si suona più in uno scantinato o in un garage ma nello studio di registrazione hi-tech di papà.
Basta cercare il video digitando sui motori di ricerca “VázquezSounds” e dargli un’occhiata per rendersi conto che non è certamente frutto di un esperimento o di un gioco come vorrebbero far credere i tre giovani musicisti e i loro genitori quando raccontano ai media la loro storia. L’alta definizione del clip, realizzato con videocamere professionali, la location impeccabile e il sound pulito, masterizzato alla perfezione, non danno adito a dubbi. Il sorriso ammiccante e premeditato di Angie sull’ultima nota della canzone è degno di una Britney Spears o una Cristina Aguilera d’annata.
Infatti, chi ha lavorato più duramente al progetto è stato sicuramente Abelardo Vázquez senior, il padre degli enfant prodige, che è un importante produttore musicale, noto per aver lanciato personaggi molto conosciuti nella scena musicale latino americana come le pop band Reik e Nikki Clan. Il mito del talento naturale e della fama facile, quella che arriva così, per caso, viene rimpiazzato dalla pianificazione a tavolino e da un’arte congelata in strategie di marketing 2.0, senza nulla togliere alla bravura e al futuro dei Vázquez Sounds.
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MBA latinoamericano: un poco de historia

MBA is not NBA. (Columna de América Economía). A mediados del siglo pasado, cuando la administración de negocios se estaba fortaleciendo como disciplina académica, Europa Occidental y Estados Unidos gozaron de una relativa estabilidad económica y política que justificó la rentabilidad de los proyectos de investigación a largo plazo. En América Latina, con las mayores turbulencias económicas, las dictaduras y los periodos de hiperinflación, las universidades no se dieron el lujo de invertir demasiado para las necesidades educativas y docentes de sus sociedades: los programas de ingeniería y economía fueron quizás las excepciones.Los primeros MBA en América Latina habían sido creados en departamentos universitarios específicos con cierto nivel de autonomía o, más comúnmente, en forma de escuelas de negocios, apoyadas en acuerdos entre los gobiernos de los Estados Unidos y los países del subcontinente.
En 1958, la Fundación Getulio Vargas lanzó su “Curso de Pós-graduação em Administração de Empresas” en San Paulo, Brasil, que puede ser considerado como el primer MBA abierto en la región. Para ese entonces, del otro lado del Océano Atlántico, estaba empezando el primer programa MBA de la Europa continental (INSEAD, 1959) (1).
En 1963, se creó la ESAN, (Escuela de Administración de Negocios para Graduados) en Lima, Peru y su desarrollo inicial se relacionón con la Business School of Stanford University, California. En 1964, nace la EGADE (Escuela de Graduados en Administración y Dirección de Empresas) del Tec de Monterrey. Ese mismo año se fundó INCAE (Instituto Centroamericano de Administración de Empresas), por iniciativa de seis naciones centroamericanas (Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica y Panamá) y del sector privado local, con una supervisión técnica y apoyo en la enseñanza de la Harvard Business School.
El desarrollo de la iniciativa INCAE recibió su empuje inicial tras el viaje de J. F. Kennedy, Presidente de Estados Unidos, en 1963 a Centroamérica para promover la política y los financiamientos de la Alianza para el Progreso como freno a la avanzada del “comunismo” y la revolución cubana en la región. Su primer MBA (“Maestría en Administración de Empresas”) fue lanzado en 1967 (2). El IPADE (Instituto Panamericano de Administración de Empresas) nace en 1967 y está ligada a la red del Opus Dei.
También sigue el método de casos de Harvard y precede la fundación de la Universidad Panamericana en la que ahora está incorporada. La escuela de negocios del Instituto Tecnológico Autónomo de México en el campus de Santa Teresa inicia actividades en 1973, basándose en una larga tradición institucional de enseñanza de la economía, la matemática y la econometría, es decir, un enfoque cercano a la escuela de Chicago, a Stanford y menos al método de casos.
La evolución de la ciencia económica bajo el liderazgo de Estados Unidos ha cambiado el perfil del economista profesional en el lapso de tres o cuatro décadas con la fijación y homologación internacional de una ciencia más matemática, empírica, técnica y menos “social” o política, por lo cual se marcó una división neta entre disciplinas y se subordinó la política a la economía (3).
El conocimiento administrativo y empresarial, dentro de la influencia científica y académica estadounidense hacia el exterior, actúa en un nivel “micro”, que gotea en los ganglios de la sociedad (empresas, pública administración, familias, individuos). Sin embargo, se acompaña de un modelo cultural y formativo que tiene sus referentes “macro” en la política “grande” de apertura y liberalización, en la tecnocracia y en las disciplinas económicas más “duras”.
El nivel “micro” (administrativo – empresarial), con sus peculiaridades regionales, sus valores, aportaciones y límites, resulta ser el menos estudiado en la perspectiva latinoamericanista, aunque quizás sea el más determinante en la difusión y en la readaptación local en la sociedad de la llamada “revolución silenciosa”(4), es decir, la progresiva penetración de la economía, las lógicas y las mentalidades de mercado en la región que ha recibido un gran empuje, indudablemente, tras la crisis de la deuda en muchos países después de 1982.
Con la creciente internacionalización de sociedades, negocios y economías, de la mano con la mayor atención hacia el comercio y las empresas, las escuelas latinoamericanas han aumentado sus inversiones y, consecuentemente, han estado entrando al campo de la producción de teorías propias que, sin embargo, se han centrado en enfoques más comparativos o “prestados” que realmente innovadores, con respecto al conocimiento generado en los países más industrializados y los centros académicos de referencia para las B-Schools y sus facultades.
Las escuelas más avanzadas en la investigación están entre la elaboración de casos basados en las realidades latinoamericanas (y no simplemente en la reproducción de casos del extranjero) y una verdadera sistematización del conocimiento para construir un record empírico de evidencias locales y subregionales útiles a la comprensión de las diferencias con otros mercados, con su funcionamiento y sus variables culturales.
La esperanza de un desarrollo acelerado de la economía regional, acompañado por el de la academia especializada, dejaría un espacio para el florecimiento de teorías y contribuciones que, en futuro, pueden anticipar tendencias y estudios para otras naciones en vías de desarrollo, ya que se ha reconocido que la investigación en América Latina proporciona miradas vitales no sólo para esta región sino para otras como Europa del Este, Asia y Africa (5).
Notas.
(1) Hedmo, Tina, Sahlin-Andersson, Kerstin y Wedlin Linda, The Emergence of a European Regulatory Field of Management Education – Standardizing Through Accreditation, Ranking and Guidelines, SCORE (Stockholm Center for Organizational Research), Stockholm University, 2001; Philipp, Alan. Bringing Business Education to Europe, Ambassador, Julio/Agosto 2000.
(2) Artavia, Roberto, Cabot Lodge George et al. INCAE – Latin America’s Premier Graduate School of Management, INCAE, Alajuela, Costa Rica, 2001.
(3) Meldolesi, Luca. En búsqueda de lo posible. El sorprendente mundo de Albert O. Hirshman, Fondo de Cultura Económica, México, 1997, p. 59.
(4) Green, Duncan. “Silent Revolution. The Rise and Crises of Market Economics in Latin America” (II ed.), Monthly Review Press, Nueva York, 2003.
(5) Ramos, Carlos. “The Development of MBAs and Business Schools in Latin America”, Business Leadership Review, Vol. 1, núm. 2, Association of MBAs, Julio de 2004, p. 3. -
Stanno uccidendo il Bartleby di Bologna!


Riporto una lettera del collettivo Wu Ming che sottoscrivo volentieri sul caso del Bartleby, cioè sulla storia di un gruppo attivo e pensante, uno spazio di cultura e libertà che la Uni Bologna sembra decisa a chiudere senza dialogo, senza spiegazioni. Cosa si vuole dagli universitari e dal futuro? Docilità e spirtito a-critico? Festeggio tra un mesetto il decennale dalla mia laurea e guardo dalla distanza, dalle viscere della città più grande del mondo, con grande preoccupazione il disfacimento di un sistema in questi ultimi anni dell’ex “bel paese”. Ci riprendiamo? Inutile specificare che mi auguro non si ritenga chiusa la questione Bartleby (e tutte quelle in situazioni simili, vedi per esempio la Casetta Rossa a Garbatella, Roma…) e non sia detta l’ultima parola per cui è meglio diffondere e riaprire il dialogo, no? (F.L.) Vediamo:
Capitano cose strane di questi tempi. Anche stranissime.
A Bologna c’è un collettivo di studenti, ricercatori, giovani lavoratori precari, che si chiama “Bartleby” (da un celebre racconto di Herman Melville) e da due anni organizza iniziative culturali nei locali assegnatigli dall’Università di Bologna, in via San Petronio Vecchio. Da qualche tempo l’assegnazione è scaduta e l’ateneo ha deciso di non rinnovarla, poiché pare che in quegli stessi locali dovranno essere eseguiti lavori strutturali per ampliare gli spazi della Facoltà di Scienze Politiche. L’ateneo non intende offrire alternative al collettivo Bartleby: probabilmente non ritiene interessante né utile l’attività che svolge.
Ecco la prima stranezza.Per quei due stanzoni di via San Petronio Vecchio (+ cortiletto) in questi mesi sono transitati musicisti, scrittori, artisti, docenti universitari, attivisti politici; quasi senza soluzione di continuità si sono tenute presentazioni di libri, reading di poesie, videoproiezioni, mostre di fumetti, dibattiti sull’attualità e sul mondo. Tutto questo senza finanziamenti, cioè a costo zero per la collettività.
Si tratta di un’esperienza che ha dimostrato una vitalità e una capacità di aggregazione di gran lunga eccedenti i locali messi a disposizione dall’università. Tuttavia pare che l’università preferisca sbarazzarsi di questi giovinastri rompiscatole, della loro creatività, del loro impegno (che evidentemente considera mal speso), dell’attività di promozione culturale che svolgono. Quella che in altre università europee sarebbe una realtà segnalata nelle guide d’ateneo, a Bologna è considerata alla stregua di una scomoda zavorra di cui disfarsi.Perché? Forse perché si tratta di un soggetto che è anche conflittuale? Perché Bartleby è una delle realtà cittadine impegnate a contestare i tagli alla cultura imposti dal precedente governo – intercettando sia gli studenti sia i lavoratori del settore – nonché le attuali ricette economiche imposte dall’Unione Europea? Forse perché questi studenti criticano le politiche accademiche?
Viene da chiedersi cos’altro dovrebbe fare uno studente oggi . Non a caso, dalla Gran Bretagna al Cile, passando per Harvard (dovevengono boicottate le lezioni dei professori di economia neoliberisti) e giungendo fino in Italia, gli studenti sono mobilitati per rivendicare il libero accesso allo studio e alla cultura come parte integrante del welfare. Davvero qualcuno pensa che possano starsene zitti e piegati sui libri?La seconda stranezza riguarda l’atteggiamento, non meno incomprensibile, dell’amministrazione comunale, che ha deciso di interrompere qualsiasi trattativa con il collettivo Bartleby.
Il motivo addotto è la partecipazione di Bartleby alla recente occupazione di un cinema dismesso da anni, praticata da diverse realtà di movimento bolognesi devote a “Santa Insolvenza”, e dove sono state indette alcune assemblee cittadine di mobilitazione sulla crisi, a cui hanno partecipato centinaia di persone. Un cinema sotterraneo, dal quale gli occupanti si sono lasciati sgomberare dopo cinque giorni senza colpo ferire.
A detta dell’Assessore alla Cultura l’occupazione avrebbe dimostrato la volontà di non portare avanti la trattativa da parte dei giovani melvilliani. Sarebbe questa l’onta imperdonabile.Evidentemente l’Assessore non si è reso conto che l’occupazione del cinema non era finalizzata a trovare una nuova sede stabile per le attività di Bartleby, bensì ad aprire uno spazio pubblico temporaneo in cui il movimento e la cittadinanza potessero ritrovarsi a discutere sulle sorti collettive e sul da farsi, in un passaggio cruciale come quello che stiamo vivendo. Fino a quel momento infatti le assemblee cittadine si erano tenute presso la biblioteca comunale Sala Borsa, oltre l’orario di chiusura, con inevitabile disservizio per la struttura pubblica (e lì sono ritornate, dopo lo sgombero del cinema).
Viene da chiedersi se i nostri amministratori di centrosinistrasi rendano conto che nel mondo esiste un movimento di cittadini che stanno reagendo alla crisi e contestano le ricette con cui si pretende di uscirne. Se gli occupanti di Zuccotti Park – che dopo lo sgombero da parte della polizia si sono fatti arrestare in duecento (!) sul Ponte di Brooklyn – ricevono la solidarietà dei più noti intellettuali mondiali e vengono indicati come esempi di impegno civico, è possibile che gli attivisti nostrani debbano essere trattati alla stregua di delinquentelli opportunisti? O addirittura dipinti come folli kamikaze che decidono di occupare un posto che sarebbe già stato loro assegnato – l’Assessore ha sostenuto anche questo – solo per il gusto di far saltare la trattativa con il Comune e ritrovarsi in mezzo a una strada?
Crediamo sia il caso di volare un po’ più alto. Il dato di fatto è che Bartleby è una risorsa a costo zero per la città. Non c’è reato di lesa maestà che debba essere scontato attraverso l’esclusione da qualunque dialogo con l’amministrazione. Non c’è motivo per cui una realtà collettiva che, nonostante i piccoli spazi, organizza continuamente eventi culturali insieme a un’infinità di persone, debba essere chiusa, sfrattata, cancellata dalla mappa di Bologna. Sembra incredibile che non ci sia un’istituzione cittadina disposta a risolvere l’emergenza locativa per consentire che quell’attività prosegua.Evidentemente qualcuno ha deciso che Bartleby deve morire.Invitiamo tutti gli intellettuali e gli artisti che hanno attraversato l’esperienza di Bartleby, e tutti coloro che credono si debba dare una chance al proseguimento di un’esperienza come quella, a prendere la parola pubblicamente contro l’ostracismo e in favore di una ripresa del dialogo.Wu Ming
Bologna, 24 novembre 2011


Dall’aprile di quest’anno in Messico c’è un 

