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La lunga notte di Ciudad Juárez

[Questo testo di Franco Avicolli, che traduco dallo spagnolo, è stato letto il 4 aprile scorso alla presentazione, presso il Palacio legislativo de San Lázaro di Città del Messico, dell’enorme dipinto, ispirato al muralismo messicano, di Luciano Valentinotti, artista di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico”. L’opera racconta La lunga notte di Ciudad Juárez, ma riassume benissimo molte altre realtà del Messico degli ultimi anni. Presento alcune foto del murale in una galleria in fondo al post, F. L. – Da Carmilla]
Cos’è la pittura? E’ un’attività che si realizza con pennelli e altri strumenti con il fine di distribuire su una superficie piana o curva alcuni colori o tracciare linee che disegnino una forma o nessuna. Di fronte ai nostri occhi c’è La lunga notte di Ciudad Juárez del pittore italiano, da oltre quarant’anni in Messico, Luciano Valentinotti. Per come si presenta sugli enormi pannelli che la compongono, è un’opera di pittura, vale a dire un modo di distribuire linee e colori su una tela per raccontare qualcosa, per dirci qualcos’altro, andando oltre il significato ordinario delle cose. Con i suoi strumenti, le sue tinte e i suoi pennelli Luciano cattura l’attenzione del pubblico, disegnando gruppi di figure, forme e colori che sono viva e cruda testimonianza. Se avviciniamo lo sguardo un po’, possiamo apprezzare che i tratti e le forme si definiscono: sono uomini, donne, bambini, fiori, alberi, ma sono anche armi, soldati in uniforme o uomini “mascherati”, incappucciati, con il viso coperto. Ci sono bare, case, soli, palloncini. I colori sono molti, come nei mercati e nelle essenze del Messico, e sono organizzati in modo che ciascuno di essi, e poi tutti insieme, riescano a creare un certo ordine nello spazio, affinché le forme esatte di cui si parlava interpretino un ruolo adeguato.
Se approfondiamo il dipinto e gli diamo tempo, l’attenzione necessaria, possiamo osservare in ogni scena una dura realtà, il tentativo di descrivere l’orrore ma anche la speranza. Alcune donne sono senza vestiti. La loro nudità non è capricciosa, non è casuale, ma rappresenta l’abuso, la volontà di coloro che le obbligano, le sottomettono perché si trasformino in oggetti.
E rimandano alla strage irrisolta del Campo Algodonero (Campo di cotone), alle violazioni sistematiche dei diritti umani. Nell’immagine di questa città, sita alla frontiera con El Paso, appaiono persone che hanno indosso le scarpe, mentre alcuni, molti, camminano scalzi. Il rosso, il verde, l’azzurro, il nero e gli altri colori si distribuiscono e si abbinano in modo tale che la loro stessa consistenza passa a raffigurare un ente formale, un significato. Il sole compare quattro volte e si tinge di quattro colori diversi. Perché? Ci si chiede legittimamente. Altrove, dopo una sequenza che finisce con un funerale e un uomo con il volto coperto che punta un fucile contro un uomo inginocchiato, appare una scena in cui prevale l’impatto cromatico del verde, come se stessimo in un campo di mais, e di nuovo ci si può chiedere perché? Sono tante le questioni aperte, le domande legate al dipinto e ai perché della notte di Ciudad Juárez, e questo significa che viene suscitata la curiosità, che si aprono le porte verso dimensioni che non sono evidenti ma esistono.Questa lunga notte, che in spagnolo si chiama La larga noche de Ciudad Juárez, comincia a diventare qualcos’altro, va oltre il dipinto e la vista immediata. Contiene storie. Ho chiesto all’autore Luciano Valentinotti di dirmi qualcosa di più sulla sua opera e mi ha risposto che il mondo che è raffigurato nel dipinto è fatto di bambini che giocano o desiderano giocare, cosa che succede a tutti i bambini: portano in giro aquiloni e palloncini ma passeggiano scalzi perché i loro genitori, contadini, non hanno modo di comprare loro sandali o scarpe. “Guarda”, mi dice, “ce ne sono alcuni che sì hanno le scarpe e in genere sono i ricchi, i potenti, i militari e i preti”. Tra di loro si notano uomini incappucciati e armati che arrestano, violentano e uccidono. E poi cercano di mettere paura ai genitori, agli amici delle vittime, affinché non celebrino un funerale.
“Il verde che appare poco più avanti è come un invito che faccio a chi guarda”, spiega Luciano che chiama “visitante” chi osserva il suo dipinto, “un invito a riposare per i visitanti, magari per pensare un po’ prima di fare ingresso in una città in cui li attende un’altra, l’ennesima, prova, il dolore di un altro fatto violento”. E’ notte, c’è una festa di compleanno in corso e, nel frattempo, altri uomini, anche loro mascherati, anche loro armati, irrompono per distruggere vite, per assassinare giovani che hanno meno di diciotto anni, forse bambini che nemmeno ne hanno dieci. Sequestrano alcune ragazzine per violentarle e dopo le uccidono, le interrano. Il femminicidio.Un giovane appare crocifisso e dietro di lui, un sole di colore arancione è puntellato da macchie di oscurità. E poi ci sono altre persone, gente minacciata. Un po’ appartati dalla scena, un gruppo di contadini a piedi nudi e un nugolo di bambini che tengono tra le dita i fili di alcuni palloncini, colorati con i toni della pace e della sua bandiera. Un po’ più avanti alcune chiome femminili, le teste di alcune donne, compaiono tra i palloncini. Sullo sfondo, dietro, è appeso al cielo un sole giallo, il sole vero che conosciamo, e domina la scena. Si susseguono decine di teste di donne senza i rispettivi corpi e ancora oltre ci sono braccia di ragazzini e bambini che spuntano dalla terra come se fossero fiori e permettono ai palloncini un libero volo nell’aria.
In seguito il dolore della moltitudine si compone in file di dignità e silenzio lungo una processione di candele e fiori. Un’altra pausa verde per il riposo e alla fine un gruppo di giovani ragazze che annunciano una vita che deve ancora essere. Le scene sono dominate da un sole mezzo rosso, passionale forse, e per metà nero, a significare o anticipare un prossimo lutto che la pistola, collocata nell’ultima sequenza del murale, sembra voler annunciare. Luciano mi ha condotto attraverso questa Larga noche de Juárez con le sue parole, io seguivo il suo racconto, rivedendolo nel dipinto, e guardavo il volto della sofferenza, interiorizzando l’essenza della violenza e la forza dell’amore per la vita, capendo quanto può essere indifesa, terribile e umanamente degna la povertà e quanto la speranza riesca indefessa a spingersi oltre l’abuso e l’ingiustizia. Grazie a un’opera di pittura che è arte, come questa lunga notte di città Juárez, ho rivisto il dolore di tanti, la violenza terribile, la faccia vitale dell’ingenuità che ricerca la vita, la speranza che mette in moto gli uomini, la povertà nella dignità e la ricchezza che invece anela tutto quel che è possibile. Ho pensato alla visione di Luciano che l’ha potuto raccontare. -
Haití, el cólera y elolvido

[Fabrizio Lorusso VariopintoAlDía] Hace una semana las autoridades sanitarias de Haití, en voz de la doctora Florence Duperval, difundieron un comunicado en que se declara que el número de víctimas fatales de la enfermedad, que no existía en Haití desde hacía un siglo y medio, es de más de 8,500 personas y los contagiados rebasan la cifra de 700,000.
Haití es un país olvidado. Sólo el más grave cataclismo natural y humano de la historia moderna pudo catalizar la atención del mundo sobre él durante un tiempo, pues estuvo unas semanas bajo los reflectores después del terrible terremoto del 12 de enero de 2010 que provocó 250,000 víctimas y arrasó con la ciudad capital de Puerto Príncipe y sus conurbadas como Petion-Ville, Léogane y Carrefour.
Fueron, quizás, otros tres los “momentos de atención” hacia la nación más pobre del hemisferio occidental. En los medios mainstream, hubo algunas notas sobre la gestión de los más de 11 billones de dólares que la comunidad internacional destinó, supuestamente, para la reconstrucción, encargada a una comisión especial dirigida por el ex mandatario estadounidense Bill Clinton y el primer ministro haitiano en turno. Se puede comprender inmediatamente, desde luego, quién de los dos manda realmente en la asignación del dinero y de las obras que, de todos modos, proceden muy lentamente y están siendo repartidas entre los consorcios de los países más “interesados” en Haití como Canadá, Estados Unidos y Francia. Es decir, entre las potencias ex o neo coloniales que más han estado metidas en los asuntos internos de ese país y, junto a la ONU y a su misión policiaco-militar, la Minustah, han controlado de hecho las palancas de su política y economía a lo largo de toda su historia.
Hubo otro foco de atención, más moderado, durante las elecciones presidenciales del 2011, en las que ganó el candidato Michel Martelly, ex cantante cercano a Washington, y, asimismo, las luces se prendieron unos días tras la explosión de una grande epidemia de cólera en la segunda mitad del 2010. Y el problema sigue hasta la fecha.
Lo que muchos ignoran y que solapan los organismos internacionales y la prensa occidental es que esta enorme tragedia haitiana, después del terremoto, ha caído en un contexto de pobreza endémica y casi nula posibilidad de autodeterminación y soberanía de su pueblo, ha sido provocada por las mismas fuerzas militares “de paz”, los cascos azules de la ONU que ocupan el territorio y tienen incluso funciones de policía y orden interno.
La epidemia no ha parado de matar desde el 2010, aunque la situación se está “normalizando” y los focos rojos están más localizados. En todo el país, es prácticamente imposible acceder al agua potable, el agua embotellada es muy cara y eso, junto con la precariedad higiénica de muchos hogares y comunidades, genera las condiciones para la proliferación de epidemias y enfermedades gastrointestinales, de la artritis epidémica o fiebre de Chikungunya, causada por los mosquitos, así como del cólera.
De esta forma, la cuestión abarca múltiples dimensiones: económicas generales, sanitarias y políticas, pues la ONU no ha admitido su responsabilidad frente a las familias afectadas y a todo el país. En junio de 2011, un estudio publicado por Centros para el control y la prevención de enfermedades (CDC) estableció que el cólera, desaparecido de Haití hace 150 años, había sido reintroducido por el contingente nepalés de los cascos azules, desplegados tras el sismo del 2010. Sin embargo, la ONU no ha reconocido su implicación en el estallido de la epidemia y de las consecuentes emergencias sanitarias y muertes.
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Elecciones europeas: crece el Euro-Escepticismo

[Fabrizio Lorusso Variopinto al día] Las elecciones para renovar el Parlamento Europeo, realizadas el fin de semana pasado, han arrojado sombras sobre el proyecto de la Unión y las políticas de austeridad económica, promovidas sobre todo por el Banco Central Europeo y el gobierno Alemán. Ha crecido el llamado voto “euro-escéptico” y anti-sistema, con varios partidos anti-europeos, e incluso ultraderechistas, inspirados en el post-fascismo, que llegaron a ganar o a crecer en las elecciones.
Cada país ha establecido las reglas para el ejercicio del voto y para cada uno, dependiendo de la población nacional, hay un número determinado de parlamentarios que van a representar a los electores del país en Bruselas. Por ejemplo, Italia y el Reino Unido cuentan con 73 congresistas, Francia con 74, Alemania puede elegir 96, Grecia y Portugal 21, y España 54.
Los dos grupos principales, el centro derecha del Partido popular Europeo (PPE) y el centro izquierda del Partido Socialista Europeo (PSE), perdieron unas piezas, pues tienen menos escaños que en 2009-2014: el PPE tuvo el 28% de los votos y el PES el 24%, o sea, 212 y 190 parlamentarios en total para cada uno. Se dio hoy, entonces, el encargo al popular luxemburgués Jean-Claude Juncker para el puesto de Primer Ministro de la Comisión Europea, el “gobierno europeo”, y Juncker ya está trabajando para conseguir una mayoría.
El consenso de los socialistas y populares fue disminuyendo a favor de fuerzas que llegaron en primer o segundo lugar en sus países de origen como el Front National en Francia, que cautivó a un elector sobre cuatro, el Ukip en UK, primer partido del país, el Oevp de Austria o la Liga Norte y el M5S del actor Beppe Grillo en Italia.
Si bien no parece que haya las condiciones o las “semejanzas” suficientes para que estos partidos se alíen entre sí y constituyan un bloque único en el Parlamento europeo, pues su resultado global (105 escaños sobre 766) sigue siendo una señal importante para los partidos “de centro”, cada vez más criticados por la política macroeconómica rigurosa que está destrozando el crecimiento y la salida de la crisis en la Eurozona. Entonces, el PPE perdió 62 escaños y el PSE pierde 5 escaños, sobre todo debido al desastre de los socialistas franceses de François Hollande que llegaron apenas al 14.5%.
Para armar una mayoría estable, el PPE tendrá necesidad de establecer alianzas, posiblemente con los socialistas, ya que resulta improbable un diálogo con la extrema derecha o los partidos muy críticos del sistema. Los populares fueron “salvados” por los votos de la CDU alemana y, sorpresivamente, los socialistas están a flote gracias al inesperado boom del Partido Democrático (PD) italiano que, por primera vez, obtuvo más del 40% de las preferencias en Italia y dobló el resultado del movimiento euro-escéptico M5S (movimiento cinco estrellas).
En Italia, el centro derecha, dividido entre la populista y xenófoba Liga Norte (al 6%), Forza Italia (al 16.8%), que es el partido del ex Primer Ministro Silvio Berlusconi, quien está purgando condena penal por fraude fiscal, y el Nuevo Centro Derecha (al 4%) no brilló, pues los electores prefirieron darle un voto de confianza a los Democráticos y, sobre todo, a su líder, el Primer Ministro actual de Italia, Matteo Renzi.
Probablemente dependerá del PD italiano, que ahora es el grupo más grande interno a los socialistas europeos, si se hará la Gran Coalición con los populares y qué tipo de negociaciones de las políticas de austeridad se podrán realizar. De hecho, el actual presidente de la Eurocámara, el socialista alemán Martin Schulz, dijo que “Juncker sólo logrará el respaldo de su grupo si presenta un programa detallado que dé prioridad a la creación de empleo, la elaboración de una política de inmigración europea y la lucha contra la evasión fiscal”.
También hay otras fuerzas progresistas en el europarlamento, pues los Verdes tienen 55 escaños y sólo perdieron tres. La izquierda europea, compuesta por partidos no identificados en el grupo del PSE, pasó de 36 a 43 parlamentarios, fuerte del resultado de Grecia (26% a nivel nacional) y del crecimiento en otros países.
El grupo europeo de los liberales, Alde, perdió 15 escaños, pasando de 85 a 70. El grupo Ecr de los conservadores y reformistas europeos, fuerte del consenso de los polacos de PO y de los tories británicos, tiene unos 44 escaños, 12 menos que en 2009, mientras que Efd, grupo de la libertad y la democracia, tiene 38 congresistas y tenía 31.
Los españoles “indignados” de Podemos fueron la gran sorpresa, pues alcanzaron el 8%. No se sabe aún a que grupo europeo se van a adherir ya que es la primera vez que llegan a Bruselas. Lo mismo vale para el Movimiento 5 Estrellas italiano que no se identifica con la extrema derecha europea, como tampoco lo hacen los indignados, pero sí tiene rasgos de euro-escepticismo y crítica profunda al sistema y a la moneda única.
En cada país, estas elecciones propusieron contenidos y tuvieron debates más sobre asuntos nacionales que realmente europeos, como si se tratara de campañas internas y test o “cortes de caja” para los gobiernos nacionales.
El tema transnacional que realmente fue emergiendo fue el “Euro”, entendido como moneda y como sistema de Unión continental. Muchas elecciones se convirtieron en referéndums sobre el Euro, sobre todo por la polarización de las campañas y las simplificaciones que en ellas se propician. Entonces, en la mayoría de los casos, el voto no se convirtió en una ocasión para debatir los grandes asuntos de política común en la región como son la inmigración, el desempleo, el relanzamiento económico y el crecimiento, y los nuevos enfoques para la recuperación, más allá de la austeridad presupuestaria y el rigor, sino momentos de verificación de los consensos para los respectivos gobiernos nacionales en turno.
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Le ragazze del porno: voci fuori dal coro

Chi sono le ragazze del porno? Sono un progetto. Per fare che? Per la realizzazione di alcuni cortometraggi. Ma chi sono? Donne, attrici, artiste, tra i 25 e i 75 anni. Di dove sono? Varie città d’Italia. Ne parla un articolo su KLP Teatro del giornalista Giacomo D’Alelio, anche lui, come me, smarrito da un po’ nelle lande messicane. Ne riprendo una parte, ma prima azzardo un commento. Si tratta di un interessante progetto cinematografico che prova a offrire punti di vista e proiezioni al di là degli stereotipi e le chiusure di una società fondamentalmente sessista e maschilista come la nostra. Una società che rispetto ad alcune realtà latino-americane come Città del Messico, l’Argentina o l’Uruguay, è rimasta ferma per quanto riguarda i diritti civili, il dibattito sulla regolazione delle droghe leggere, l’eutanasia. Sono solo alcuni esempi in una società che appare statica, soprattutto se vista dall’estero, e in cui la morale pubblica e la privata si tirano i capelli una con l’altra, il cattolicesimo impregna menti e istituzioni e la politica si mostra incoerente e ipocrita. Il progetto s’intitola “Le ragazze del porno” ed è portato avanti da alcune attrici e autrici italiane. Lascio quindi la parola alla descrizione dell’iniziativa e a una breve intervista a una di loro. Cito dall’articolo di D’Alelio:
“La scintilla l’ha lanciata la scrittrice Tiziana Lo Porto, che tempo fa, sulla rivista “Mezzocielo”, parlava dei loro intenti: ”Le ragazze del porno sono un gruppo di registe, tutte donne, tutte italiane, che da un po’ di tempo lavorano a un progetto di film pornoerotici. L’idea è nata un paio di anni fa, mentre scrivevo di un progetto di porno al femminile messo in piedi in Svezia da una regista indipendente, Mia Engberg, diventato un bellissimo film di corti che si chiama “Dirty Diaries” e che ha avuto una felice distribuzione ovunque nel mondo tranne che in Italia. Mia Engberg, che per il suo “Dirty Diaries” ha avuto un finanziamento di 50mila euro dallo Svenska Filminstituten, l’organizzazione che eroga finanziamenti statali per la produzione, distribuzione e proiezione pubblica dei film svedesi, ha anche scritto un manifesto bellissimo”.
Finanziamenti statali… In Italia sembra lontano un tale obiettivo, e proprio per questo da marzo hanno attivato un sistema di crowdfunding (LINK) per poter girare i primi tre segmenti del film (dal titolo provvisorio “My Sex”): “Seratina” diAnna Negri, “Queen Kong” di Monica Stambrini e “Mano di velluto” di Regina Orioli. Le altre voci (fuori) dal coro sono quelle di Mara Chiaretti, Titta Cosetta Raccagni, Lidia Ravviso, Emanuela Rossi, Slavina e Roberta Torre. Ma sono coinvolte anche le ragazze di Industria Indipendente, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, che avevamo conosciuto al Valle Occupato per lo spettacolo “È tutta colpa delle madri” e recentemente tra i protagonisti della riapertura del Rialto Sant’Ambrogio a Roma. Ma che ora troviamo in tutt’altra veste: “Realizzeremo un corto il cui titolo sarà ‘Più di ogni altra cosa al mondo vorrei’. Non vogliamo dire altro al momento perché siamo nelle ultime fasi di scrittura”.
Erotismo e pornografia si sono sdoganati in diversi ambiti della società e della cultura, ma la morale convenzionale e i luoghi comuni sono duri a morire. Per esempio nell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, istituzione pubblica dipendente dal Ministero degli Affari Esteri, è stato sospeso un evento, proprio il giorno prima della sua realizzazione, che aveva per titolo “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media”. Era la presentazione del libro, critico e sociale, sulla Pornocultura dello scrittore messicano Naief Yehya che ha lamentato su FaceBook la cancellazione dell’evento sostenendo che l’Istituto “ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta.Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento”.
Dulcis in fundo riporto alcuni commenti ripresi dalla rete sul progetto delle “Ragazze del Porno” che hanno un tono tra il misogino e il moralista e confermano perfettamente i commenti di cui sopra.
Prendiamo allora a larghe manate e subito alcuni dei commenti apparsi in rete alla notizia di questo progetto pornoerotico:
“Che schifo. È un declino morale della società perversa, in cui i valori adeguati e virtù non sussistono”.
“Gesù bambino piange e gli fa male il cuore quando legge di cose brutte brutte come la pornografia”.
“Povere donne!”
“Brave donne continuate a copiare tutti i vizi degli uomini (ovviamente dei più ignoranti) così sarete sempre più uguali a loro e sempre più prese in giro. Complimenti! Ma non sapete proprio ragionare con la vostra testa?… Però, chiedo scusa. non mi riferisco a tutte le donne, perché la maggior parte hanno altro cui pensare, ma solo a queste poverette che cercano così un po’ di visibilità senza sforzare troppo il loro ‘cervelletto’. Io sono donna ma mi vergogno sempre quando leggo certe cose”.
“Benvenute…”
“Al circo della pornografia… è l’ultima stazione prima di Salò e le 120 giornate di Sodoma (p.s. lo avete già visto? Ve lo consiglio). Confondere il desiderio con la pulsione dell’adrenalina è un errore fatale… prima della definitiva sconfitta”.
L’intervista alle attrici e altri dettagli sono qui (link).
Martina Ruggeri ed Erika Z. Galli -
Desde Italia: solidaridad con los zapatistas
Como parte de las actividades de la semana internacional en recuerdo del maestro José Luis Solís López “Galeano”, asesinado el 2 de mayo pasado durante un ataque de miembros de la CIOAC-H, PVEM y PAN contra bases zapatistas en el caracol de la Realidad, Chiapas, integrantes de la Asociación Ya Basta! en Milán, solidarios con la lucha zapatista, ingresaron al consulado mexicano de esa ciudad italiana el pasado 19 de mayo.
Expusieron fuera de las ventanas una pancarta. “Justicia para el maestro Galeano, Alto a la guerra del gobierno mexicano contra el EZLN, los pueblos de Europa los están mirando”, se alcanza a leer en la manta.
Los militantes entregaron al consulado un comunicado de rechazo de los acontecimientos del 2 de mayo en el caracol de La Realidad, dirigido al gobierno de México, al presidente, al gobernador de Chiapas y a los comisarios ejidales del municipio para que “como sociedad civil internacional” se puedan transmitir “las exigencias y firme determinación de no permanecer indiferentes ante el asesinato, las agresiones y la destrucción que los paramilitares están perpetrando”.
La carta fue recibida directamente por la cónsul Marisela Morales. El mensaje de los activistas, preocupados por la situación de Chiapas y la represión del proyecto autónomo zapatista, quiere mostrar a los y las zapatistas “que no están solos”. “Desde aquí, desde abajo, estamos mirando y sabemos reconocer que lo que está pasando en Chiapas no es el resultado de conflictos intracomunitarios, sino una estrategia para continuar la guerra contra la autonomía zapatista”, expresaron los integrantes de Ya Basta.
Fuera de la sede del consulado, un grupo de militantes y participantes de las Escuelitas zapatistas se juntó para recordar al maestro Galeano y contar su experiencia y el aprendizaje con el EZLN, que se traduce en todo el mundo a favor de “la defensa de los territorios, de los lugares liberados del interés capitalista y especialmente de la lucha de los grupos desposeídos de sus derechos básicos, como los migrantes”.
Pese a la tristeza, declaran los militantes, “seguimos exigiendo justicia para la agresión homicida ocurrida en La Realidad”, y, concluyen, “esperamos con serenidad las investigaciones del Subcomandante Insurgente Moisés y de la Comandancia del EZLN” que se están encargando de aclarar los hechos e identificar los responsables.
En Roma, durante la megamarcha de este #17M para los bienes comunes, la democracia, el derecho a la vivienda y contra “las grandes obras”, la cual a su vez se insertó en una serie de jornadas de acción llevadas a cabo en toda Europa, también hubo muestras de solidaridad hacia los zapatistas, pues a la altura de calle Cavour se desplegó una pancarta de apoyo para Galeano y el EZLN, se gritaron consignas y se dieron pláticas sobre los acontecimientos del dos de mayo y las agresiones de tipo paramilitar en La Realidad.
En México, las actividades para recordar a José Luis Solís culminarán este fin de semana, pues el 24 de mayo se hará un homenaje a Galeano en La Realidad y otros caracoles,
Como parte de las actividades de la semana internacional en recuerdo del maestro José Luis Solís López “Galeano”, asesinado el 2 de mayo pasado durante un ataque de miembros de la CIOAC-H, PVEM y PAN contra bases zapatistas en el caracol de la Realidad, Chiapas, integrantes de la Asociación Ya Basta! en Milán, solidarios con la lucha zapatista, ingresaron al consulado mexicano de esa ciudad italiana en la mañana del 19 de mayo.
Expusieron fuera de las ventanas una pancarta. “Justicia para el maestro Galeano, Alto a la guerra del gobierno mexicano contra el EZLN, los pueblos de Europa los están mirando”, se alcanza a leer en la manta.
Los militantes entregaron al consulado un comunicado de rechazo de los acontecimientos del 2 de mayo en el caracol de La Realidad, dirigido al gobierno de México, al presidente, al gobernador de Chiapas y a los comisarios ejidales del municipio para que “como sociedad civil internacional” se puedan transmitir “las exigencias y firme determinación de no permanecer indiferentes ante el asesinato, las agresiones y la destrucción que los paramilitares están perpetrando”.
La carta fue recibida directamente por la cónsul Marisela Morales. El mensaje de los activistas, preocupados por la situación de Chiapas y la represión del proyecto autónomo zapatista, quiere mostrar a los y las zapatistas “que no están solos”. “Desde aquí, desde abajo, estamos mirando y sabemos reconocer que lo que está pasando en Chiapas no es el resultado de conflictos intracomunitarios, sino una estrategia para continuar la guerra contra la autonomía zapatista”, expresaron los integrantes de Ya Basta.
A las seis de la tarde, fuera de la sede del consulado, un grupo de militantes y participantes de las Escuelitas zapatistas se juntó para recordar al maestro Galeano y contar su experiencia y el aprendizaje con el EZLN, que se traduce en todo el mundo a favor de “la defensa de los territorios, de los lugares liberados del interés capitalista y especialmente de la lucha de los grupos desposeídos de sus derechos básicos, como los migrantes”.
Pese a la tristeza, declaran los militantes, “seguimos exigiendo justicia para la agresión homicida ocurrida en La Realidad”, y, concluyen, “esperamos con serenidad las investigaciones del Subcomandante Insurgente Moisés y de la Comandancia del EZLN” que se están encargando de aclarar los hechos e identificar los responsables.
En Roma, durante la megamarcha de este #17M para los bienes comunes, la democracia, el derecho a la vivienda y contra “las grandes obras”, la cual a su vez se insertó en una serie de jornadas de acción llevadas a cabo en toda Europa, también hubo muestras de solidaridad hacia los zapatistas, pues a la altura de calle Cavour se desplegó una pancarta de apoyo para Galeano y el EZLN, se gritaron consignas y se dieron pláticas sobre los acontecimientos del dos de mayo y las agresiones de tipo paramilitar en La Realidad.
En México, las actividades para recordar a José Luis Solís culminarán este fin de semana, pues el 24 de mayo se hará un homenaje a Galeano en La Realidad y otros caracoles, precedido por eventos, protestas y conmemoraciones en todo el país y en el resto del mundo.
[Fabrizio Lorusso de VariopintoAlDía]
Otro caso de impunidad contra zapatistas – Variopinto link
El ataque del 2 de mayo contra las bases de apoyo del EZLN (BAEZLN) en el caracol de La Realidad, dentro del Municipio de Las Margaritas, perpetrado por integrantes de la CIOAC-H (Confederación Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PVEM y PAN, según denunciaron el Centro Fray Bartolomé de las Casas para la defensa de los derechos humanos y varios testigos de los hechos, dejó muerto al votán, maestro de la Escuelita, José Luis Solís López, conocido también comoGaleano, y a 15 personas más.
Galeano fue linchado, luego ultimado con tiro de gracia y la agresión, llevada a cabo por al menos 140 personas armadas a la manera paramilitar, fue planeada, como lo declara también el Comunicado firmado por el Subcomandante Marcos del 8 de mayo. Mientras tanto, los agresores cortaron el suministro de agua a los zapatistas del caracol, destruyeron las instalaciones de la escuela, la clínica y los huertos comunitarios, lo cual nos habla claramente de una intención destructiva, dirigida contra el mismo proyecto de autonomía de las BAEZLN.
Los hechos ya están documentados, aunque en un primer momento circulaban versiones parciales, cercanas a visiones “oficiales” y de la CIOAC, según las cuales se habría tratado de un conflicto intracomunitario “por la grava” o la arena de uso común en el lugar: es una manera de relatar los conflictos chiapanecos, incluyendo las matanzas como la de Acteal de 1997, como fueran simplemente “cuestiones de recursos” o “entre indígenas” y comunidades.
En el último año ya hubo otros dos atentados mortales contra los zapatistas, en los que fueron emboscados y asesinados el tzetzal Carlos Gómez Silvano y Juán Vázquez Gómez, pero en el caso de Galeano no fue una “simple” emboscada sino un ataque más grande, en el corazón de la comunidad, justo durante unas negociaciones pacíficas entre las BAEZLN y la CIOAC, bajo la intermediación del Frayba. Más allá de los acontecimientos de esos días, caben algunas consideraciones sobre los motivos y el contexto de la agresión.
No se trata de un conflicto intracomunitario o de “fútiles motivos”, ni de un enfrentamiento, sino de un ataque contra personas desarmadas. Los medios independientes han tardado en dar una versión más cercana a los hechos reales, lo cual ha dejado espacio al mainstream para dar paso a dudas sobre la naturaleza del asesinato y de la agresión que fue llevada a cabo a pesar de la presencia de observadores de derechos humanos.
En este sentido, la táctica utilizada se puede definir como paramilitar, y ha caracterizado la actuación de la CIOAC-H y de la su corriente “Independiente” o “Democrática”, resultado de una escisión, siendo la primera ligada al PRD y la segunda al Verde. El 30 de enero pasado, por ejemplo, el mismo Frayba documentó un ataque contra las BAEZLN perpetrado por 300 personas, según una modalidad parecida, en el caracol de Morelia, Municipio Autónomo XVII de Noviembre, cuyo balance fue de entre 6 y 9 heridos, dos de ellos muy graves.
Además de atentar contra el proyecto de la autonomía zapatista, también se vislumbra la intención de sabotear los eventos que están previstos para finales de mayo y principios de junio: uno, del 2 al 8 de junio en San Cristóbal de las Casas, organizado por CIDECI-UNITIERRA-Chiapas y colectivos de alumnos de las escuelitas, es un tributo a Luis Villoro Toranzo y un seminario internacional, titulado “Etica frente al despojo”, y otro es el encuentro, del 26 al 31 de mayo, de los zapatistas con los pueblos indígenas de México y el mundo, en el ámbito del Congreso Nacional Indígena. El EZLN canceló éste y anulo su participación en el seminario de junio.
La provocación del ataque también tiene que ver con el contexto nacional e internacional de las reformas estructurales aperturistas, sobre todo la energética, siendo Chiapas uno de los estados más “inexplorados” y ricos de recursos naturales, minerales, turísticos y de biodiversidad, y con el intento de empujar a reacciones o acontecimientos de tipo violento que justifiquen la intervención del estado, de los paramilitares, de los grupos de choques y demás.
El EZ está bajo fuego desde siempre, ha sabido construir alternativas económicas y sociales incluyentes, y por tanto es objeto de hostigamiento, hace décadas, por parte de grupos cuyos intereses se ligan a los partidistas y las prebendas políticas que les pueden brindar, denuncia el comunicado del EZLN.
Pese a lo anterior, los mensajes de apoyo de colectivos, organizaciones, intelectuales y activistas de todo el mundo, que están llegando en estos días y que han contribuido a la difusión de la información, son un testimonio de la solidaridad de las redes nacionales y globales que el EZLN, sus bases, su comandancia, sus mujeres, sus nuevas generaciones y simpatizantes han sabido construir en el tiempo.
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NO all’Italia in svendita: Poveglia per tutti 99euroX99anni

Forse avete già sentito parlare di
Poveglia: è un’isola della laguna di Venezia, ricca di storia, di enigmi (potrebbe essere il luogo di sepoltura del Giorgione), di leggende e misteri, che il demanio ha messo all’asta per finanziare l’abolizione dell’IMU. Altre isole sono già state vendute e sono diventate private, in alcuni casi acquistate da gruppi alberghieri. In questo caso i veneziani insieme a molte persone a cui sta a cuore la sorte di questa città hanno voluto fare qualcosa di nuovo per impedire questa ennesima vendita: unirsi in associazione e partecipare all’asta per l’assegnazione.
La notizia in Italia fatica, salvo poche eccezioni (qui e qui) ad uscire dall’ambito della stampa locale; fuori dall’Italia, ne hanno scritto
Time,
Público,
Le Point,
The Indipendent.
99 euro per 99 anni è stato lo slogan della campagna di sottoscrizione all’associazionePovegliaPerTutti e in appena tre settimane sono state raccolte alcune migliaia di adesioni.
Qui di seguito riportiamo il testo dell’appello Poveglia 99 eurox99 anni, che può essere sottoscritto
qui, un articolo scritto da Tomaso Montanari, che da tempo si batte in difesa del patrimonio cuulturale italiano, e un video girato da Robin Saikia.L’isola di Poveglia, antica città nella città, è oggi messa all’asta dal demanio. Potevamo semplicemente assistere all’ennesima svendita di un’isola a qualche albergatore internazionale, o tentare almeno una sortita, un progetto.
È per questo che vogliamo provarci: prendere in concessione Poveglia per 99 anni. Vogliamo che rimanga pubblica, aperta, ad uso di tutti. Se ti piace questa idea ti chiediamo di associarti a noi con 99 euro. Se la nostra offerta al demanio sarà la migliore, la comunità dei sottoscrittori, riunita nell’associazione ‘Poveglia’, gestirà democraticamente, a fini pubblici, l’isola. Perciò ci siamo dati dei paletti, un progetto di massima, a cui ti chiediamo di aderire e migliorare con le tue idee.
Quattro i punti fondanti, la carta costituzionale di questo progetto:
1. La parte verde dell’isola sarà dedicata a parco pubblico liberamente accessibile e gratuito, e ad orti urbani.
2. La parte edificata dell’isola, che può produrre utili -le cui caratteristiche e limiti etici decideremo insieme, in coerenza con questi punti fondanti- servirà a ripagare i costi di gestione della parte pubblica.
3. La gestione dell’isola sarà no-profit ed eco-sostenibile. Tutti gli utili saranno quindi reinvestiti sull’isola stessa.
4. Qualora dovessimo vincere l’asta, la quota sottoscritta darà diritto a partecipare equamente alle decisioni sulle sorti di Poveglia ma non è, e non sarà da intendersi in futuro, come forma di partecipazione agli utili, né quota azionaria, né fonte di privilegio alcuno per nessun associato.
Oggi perciò ti chiediamo 19 euro per una tessera di iscrizione all’associazione (che andrà a ripagare le spese di registrazione della stessa, del conto corrente, di partecipazione al bando di concessione, ecc) ed una quota di sottoscrizione straordinaria di almeno 80 euro. Qualora, ahinoi, non dovessimo vincere l’asta, al momento del rientro del deposito cauzionale la quota di sottoscrizione straordinaria verrà restituita ai soci.
Si tratta di una sfida. Metterci insieme per riprenderci un pezzo di città e gestirlo a fini pubblici.
Vogliamo provarci. Non lasciare che tutta la laguna, pezzo a pezzo, diventi un unico centro alberghiero di lusso.
Sottoscrivi la tua quota. 99 anni di Poveglia libera a 99 euro.
Un affare utopico.Italia (s)vendesi. Come sempre
di Tomaso Montanari (“Il Fatto Quotidiano”, 12 ottobre 2013)
Non potrebbe esserci situazione più simbolica: per non intaccare la ricchezza privata si aggredisce la ricchezza pubblica, per non far pagare l’Imu nemmeno ai milionari si svendono gli immobili che appartengono a tutti, e dunque anche a chi non ha nemmeno una casa propria. Come sempre quando si tratta di raschiare il fondo del barile, anche il governo Letta lancia la vendita del patrimonio immobiliare pubblico: case, palazzi, castelli e caserme del popolo italiano saranno offerti in vendita a privati e a imprese, italiani o stranieri poco importa. Ci si aspetta di tirar su 2 miliardi di euro da un lotto che comprende un’isola della Laguna di Venezia, un castello medioevale nel Viterbese, ville storiche a Monza come a Ercolano e molto altro. Ci sono molte ragioni per cui questa scelta appare profondamente sbagliata: alcune sono pratiche, altre di principio. Le prime riguardano la congiuntura economica. Perché lo Stato dovrebbe fare ciò che nessuno di noi farebbe volentieri: e cioè vendere in un momento in cui il mercato immobiliare è in ribasso? Non si rischia così di svendere i beni di tutti, magari avvantaggiando la speculazione dei soliti noti? E non sarebbe meglio – parlo degli immobili non storici e non di pregio – affittarli? Magari non a enti pubblici, secondo il percorso perverso per cui non di rado lo Stato vende i beni che ospitano alcune sue istituzioni (per esempio le università), le quali sono poi costrette a pagare l’affitto ai nuovi padroni privati.Ma, ammesso e non concesso che si riesca a vendere questo patrimonio a prezzi non iugulatori, siamo proprio sicuri che sia meglio monetizzarlo, e cioè esporne i proventi alle altalene di un mercato finanziario che potrebbe farli evaporare in un batter d’occhio, vanificando così il sacrificio di tutti noi? Già, perché l’endemica assenza di consapevolezza circa il fatto che “lo Stato siamo noi”rischia di farci dimenticare che vendendo questa riserva pubblica impoveriamo non solo noi stessi, ma le generazioni future, che ovviamente non hanno alcuna voce in capitolo nelle nostre scelte. Come ha efficacemente scritto Ugo Mattei (in Contro riforme): “In Italia il maggiordomo assunto a termine (la maggioranza del momento) ha il potere di vendere il patrimonio di famiglia (appartenente alla collettività dei cittadini) trasferendolo sottocosto ad attori privati amici e compensando profumatamente le banche d’affari che gestiscono tali ‘cartolarizzazioni’.
Questo vero e proprio saccheggio è stato esercitato in modo rigorosamente bipartisan da governi tecnici e riformisti, tutti preda senza alcuna distinzione degli stessi poteri forti di cui gran parte dei ministri è consulente, o comunque a libro paga”. E il fatto che questa operazione di ulteriore smantellamento della ricchezza pubblica venga affidata alla Cassa Depositi e Prestiti diretta da Franco Bassanini, tra i principali artefici del massacro della Pubblica amministrazione, non fa che confermare l’analisi di Mattei. Oltre al danno patrimoniale, le svendite decise dal governo Letta rischiano di provocarne altri sul piano culturale e sociale. Nelle ultime settimane il comitato di redazione del Corriere della Sera ha pubblicato una serie di comunicati sindacali dedicati alla possibile vendita della storica sede di via Solferino. In uno di essi (25 settembre) si legge che la Rizzoli non è nelle condizioni di Antonio, il Mercante di Venezia di Shakespeare che è costretto a dare in pegno all’usuraio Shylock una libbra della propria carne. Ed è per questo che i giornalisti del Corriere credono che non sia giusto “fare cassa svendendo il patrimonio storico e un pezzo dell’identità del gruppo (libbra di carne)”.
Se questa sacrosanta considerazione vale per il Corriere , essa deve valere a maggior ragione per la Repubblica italiana, che ha messo il patrimonio storico e artistico tra i propri principi fondamentali. Gli immobili pubblici, infine, sono una straordinaria riserva di democrazia,partecipazione e coesione sociali. Nelle nostre città c’è un enorme bisogno di restituire alla gestione diretta dei cittadini gli spazi improduttivi, e dunque sottratti a ogni forma di utilità sociale. Se questo vale, a rigor di Costituzione, addirittura per gli spazi privati, cosa dovremmo dire di quelli che appartengono a tutti noi? L’occupazione del Teatro Valle a Roma, del Teatro Rossi e del Colorificio a Pisa, dell’Asilo Filangieri a Napoli e moltissime altre sono lì a testimoniare la fame di spazi pubblici da rimettere al servizio della comunità. Moltissimi dei nostri archivi e delle nostre biblioteche non hanno spazio, e molti dei nostri musei dovrebbero potersi espandere. E molti degli immobili pubblici comunque a ciò non adatti potrebbero essere piuttosto affittati, a prezzi sociali, a cooperative di giovani pronti a impiantarvi delle attività imprenditoriali. Insomma, solo un cieco o un affarista non vede il potenziale democratico e sociale di un patrimonio che a tutto dovrebbe servire tranne che ad arricchire la speculazione. (Da CarmillaOnLine)































