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  • La lunga notte di Ciudad Juárez

    La lunga notte di Ciudad Juárez

    1 Mural Luciano Cd Juarez 137

    [Questo testo di Franco Avicolli, che traduco dallo spagnolo, è stato letto il 4 aprile scorso alla presentazione, presso il Palacio legislativo de San Lázaro di Città del Messico, dell’enorme dipinto, ispirato al muralismo messicano, di Luciano Valentinotti, artista di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico”. L’opera racconta La lunga notte di Ciudad Juárez, ma riassume benissimo molte altre realtà del Messico degli ultimi anni. Presento alcune foto del murale in una galleria in fondo al post, F. L. – Da Carmilla]

    Cos’è la pittura? E’ un’attività che si realizza con pennelli e altri strumenti con il fine di distribuire su una superficie piana o curva alcuni colori o tracciare linee che disegnino una forma o nessuna. Di fronte ai nostri occhi c’è La lunga notte di Ciudad Juárez del pittore italiano, da oltre quarant’anni in Messico, Luciano Valentinotti. Per come si presenta sugli enormi pannelli che la compongono, è un’opera di pittura, vale a dire un modo di distribuire linee e colori su una tela per raccontare qualcosa, per dirci qualcos’altro, andando oltre il significato ordinario delle cose. Con i suoi strumenti, le sue tinte e i suoi pennelli Luciano cattura l’attenzione del pubblico, disegnando gruppi di figure, forme e colori che sono viva e cruda testimonianza. Se avviciniamo lo sguardo un po’, possiamo apprezzare che i tratti e le forme si definiscono: sono uomini, donne, bambini, fiori, alberi, ma sono anche armi, soldati in uniforme o uomini “mascherati”, incappucciati, con il viso coperto. Ci sono bare, case, soli, palloncini. I colori sono molti, come nei mercati e nelle essenze del Messico, e sono organizzati in modo che ciascuno di essi, e poi tutti insieme, riescano a creare un certo ordine nello spazio, affinché le forme esatte di cui si parlava interpretino un ruolo adeguato.

    Se approfondiamo il dipinto e gli diamo tempo, l’attenzione necessaria, possiamo osservare in ogni scena una dura realtà, il tentativo di descrivere l’orrore ma anche la speranza. Alcune donne sono senza vestiti. La loro nudità non è capricciosa, non è casuale, ma rappresenta l’abuso, la volontà di coloro che le obbligano, le sottomettono perché si trasformino in oggetti. Mural Luciano Cd Juarez 141E rimandano alla strage irrisolta del Campo Algodonero (Campo di cotone), alle violazioni sistematiche dei diritti umani. Nell’immagine di questa città, sita alla frontiera con El Paso, appaiono persone che hanno indosso le scarpe, mentre alcuni, molti, camminano scalzi. Il rosso, il verde, l’azzurro, il nero e gli altri colori si distribuiscono e si abbinano in modo tale che la loro stessa consistenza passa a raffigurare un ente formale, un significato. Il sole compare quattro volte e si tinge di quattro colori diversi. Perché? Ci si chiede legittimamente. Altrove, dopo una sequenza che finisce con un funerale e un uomo con il volto coperto che punta un fucile contro un uomo inginocchiato, appare una scena in cui prevale l’impatto cromatico del verde, come se stessimo in un campo di mais, e di nuovo ci si può chiedere perché? Sono tante le questioni aperte, le domande legate al dipinto e ai perché della notte di Ciudad Juárez, e questo significa che viene suscitata la curiosità, che si aprono le porte verso dimensioni che non sono evidenti ma esistono.

    Questa lunga notte, che in spagnolo si chiama La larga noche de Ciudad Juárez, comincia a diventare qualcos’altro, va oltre il dipinto e la vista immediata. Contiene storie. Ho chiesto all’autore Luciano Valentinotti di dirmi qualcosa di più sulla sua opera e mi ha risposto che il mondo che è raffigurato nel dipinto è fatto di bambini che giocano o desiderano giocare, cosa che succede a tutti i bambini: portano in giro aquiloni e palloncini ma passeggiano scalzi perché i loro genitori, contadini, non hanno modo di comprare loro sandali o scarpe. “Guarda”, mi dice, “ce ne sono alcuni che sì hanno le scarpe e in genere sono i ricchi, i potenti, i militari e i preti”. Tra di loro si notano uomini incappucciati e armati che arrestano, violentano e uccidono. E poi cercano di mettere paura ai genitori, agli amici delle vittime, affinché non celebrino un funerale.

    Mural Luciano Cd Juarez 151“Il verde che appare poco più avanti è come un invito che faccio a chi guarda”, spiega Luciano che chiama “visitante” chi osserva il suo dipinto, “un invito a riposare per i visitanti, magari per pensare un po’ prima di fare ingresso in una città in cui li attende un’altra, l’ennesima, prova, il dolore di un altro fatto violento”. E’ notte, c’è una festa di compleanno in corso e, nel frattempo, altri uomini, anche loro mascherati, anche loro armati, irrompono per distruggere vite, per assassinare giovani che hanno meno di diciotto anni, forse bambini che nemmeno ne hanno dieci. Sequestrano alcune ragazzine per violentarle e dopo le uccidono, le interrano. Il femminicidio.

    Un giovane appare crocifisso e dietro di lui, un sole di colore arancione è puntellato da macchie di oscurità. E poi ci sono altre persone, gente minacciata. Un po’ appartati dalla scena, un gruppo di contadini a piedi nudi e un nugolo di bambini che tengono tra le dita i fili di alcuni palloncini, colorati con i toni della pace e della sua bandiera. Un po’ più avanti alcune chiome femminili, le teste di alcune donne, compaiono tra i palloncini. Sullo sfondo, dietro, è appeso al cielo un sole giallo, il sole vero che conosciamo, e domina la scena. Si susseguono decine di teste di donne senza i rispettivi corpi e ancora oltre ci sono braccia di ragazzini e bambini che spuntano dalla terra come se fossero fiori e permettono ai palloncini un libero volo nell’aria.

    Mural Luciano Cd Juarez 150In seguito il dolore della moltitudine si compone in file di dignità e silenzio lungo una processione di candele e fiori. Un’altra pausa verde per il riposo e alla fine un gruppo di giovani ragazze che annunciano una vita che deve ancora essere. Le scene sono dominate da un sole mezzo rosso, passionale forse, e per metà nero, a significare o anticipare un prossimo lutto che la pistola, collocata nell’ultima sequenza del murale, sembra voler annunciare. Luciano mi ha condotto attraverso questa Larga noche de Juárez con le sue parole, io seguivo il suo racconto, rivedendolo nel dipinto, e guardavo il volto della sofferenza, interiorizzando l’essenza della violenza e la forza dell’amore per la vita, capendo quanto può essere indifesa, terribile e umanamente degna la povertà e quanto la speranza riesca indefessa a spingersi oltre l’abuso e l’ingiustizia. Grazie a un’opera di pittura che è arte, come questa lunga notte di città Juárez, ho rivisto il dolore di tanti, la violenza terribile, la faccia vitale dell’ingenuità che ricerca la vita, la speranza che mette in moto gli uomini, la povertà nella dignità e la ricchezza che invece anela tutto quel che è possibile. Ho pensato alla visione di Luciano che l’ha potuto raccontare.

     

  • Haití, el cólera y elolvido

    Haití, el cólera y elolvido

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    [Fabrizio Lorusso VariopintoAlDía] Hace una semana las autoridades sanitarias de Haití, en voz de la doctora Florence Duperval, difundieron un comunicado en que se declara que el número de víctimas fatales de la enfermedad, que no existía en Haití desde hacía un siglo y medio, es de más de 8,500 personas y los contagiados rebasan la cifra de 700,000.

    Haití es un país olvidado. Sólo el más grave cataclismo natural y humano de la historia moderna pudo catalizar la atención del mundo sobre él durante un tiempo, pues estuvo unas semanas bajo los reflectores después del terrible terremoto del 12 de enero de 2010 que provocó 250,000 víctimas y arrasó con la ciudad capital de Puerto Príncipe y sus conurbadas como Petion-Ville, Léogane y Carrefour.

    Fueron, quizás, otros tres los “momentos de atención” hacia la nación más pobre del hemisferio occidental. En los medios mainstream, hubo algunas notas sobre la gestión de los más de 11 billones de dólares que la comunidad internacional destinó, supuestamente, para la reconstrucción, encargada a una comisión especial dirigida por el ex mandatario estadounidense Bill Clinton y el primer ministro haitiano en turno. Se puede comprender inmediatamente, desde luego, quién de los dos manda realmente en la asignación del dinero y de las obras que, de todos modos, proceden muy lentamente y están siendo repartidas entre los consorcios de los países más “interesados” en Haití como Canadá, Estados Unidos y Francia. Es decir, entre las potencias ex o neo coloniales que más han estado metidas en los asuntos internos de ese país y, junto a la ONU y a su misión policiaco-militar, la Minustah, han controlado de hecho las palancas de su política y economía a lo largo de toda su historia.

    Hubo otro foco de atención, más moderado, durante las elecciones presidenciales del 2011, en las que ganó el candidato Michel Martelly, ex cantante cercano a Washington, y, asimismo, las luces se prendieron unos días tras la explosión de una grande epidemia de cólera en la segunda mitad del 2010. Y el problema sigue hasta la fecha.

    Lo que muchos ignoran y que solapan los organismos internacionales y la prensa occidental es que esta enorme tragedia haitiana, después del terremoto, ha caído en un contexto de pobreza endémica y casi nula posibilidad de autodeterminación y soberanía de su pueblo, ha sido provocada por las mismas fuerzas militares “de paz”, los cascos azules de la ONU que ocupan el territorio y tienen incluso funciones de policía y orden interno.

    La epidemia no ha parado de matar desde el 2010, aunque la situación se está “normalizando” y los focos rojos están más localizados. En todo el país, es prácticamente imposible acceder al agua potable, el agua embotellada es muy cara y eso, junto con la precariedad higiénica de muchos hogares y comunidades, genera las condiciones para la proliferación de epidemias y enfermedades gastrointestinales, de la artritis epidémica o fiebre de Chikungunya, causada por los mosquitos, así como del cólera.

    De esta forma, la cuestión abarca múltiples dimensiones: económicas generales, sanitarias y políticas, pues la ONU no ha admitido su responsabilidad frente a las familias afectadas y a todo el país. En junio de 2011, un estudio publicado por Centros para el control y la prevención de enfermedades (CDC) estableció que el cólera, desaparecido de Haití hace 150 años, había sido reintroducido por el contingente nepalés de los cascos azules, desplegados tras el sismo del 2010. Sin embargo, la ONU no ha reconocido su implicación en el estallido de la epidemia y de las consecuentes emergencias sanitarias y muertes.

    @FabrizioLorusso

  • Elecciones europeas: crece el Euro-Escepticismo

    Elecciones europeas: crece el Euro-Escepticismo

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    [Fabrizio Lorusso Variopinto al día] Las elecciones para renovar el Parlamento Europeo, realizadas el fin de semana pasado, han arrojado sombras sobre el proyecto de la Unión y las políticas de austeridad económica, promovidas sobre todo por el Banco Central Europeo y el gobierno Alemán. Ha crecido el llamado voto “euro-escéptico” y anti-sistema, con varios partidos anti-europeos, e incluso ultraderechistas, inspirados en el post-fascismo, que llegaron a ganar o a crecer en las elecciones.

    Cada país ha establecido las reglas para el ejercicio del voto y para cada uno, dependiendo de la población nacional, hay un número determinado de parlamentarios que van a representar a los electores del país en Bruselas. Por ejemplo, Italia y el Reino Unido cuentan con 73 congresistas, Francia con 74, Alemania puede elegir 96, Grecia y Portugal 21, y España 54.

    Los dos grupos principales, el centro derecha del Partido popular Europeo (PPE) y el centro izquierda del Partido Socialista Europeo (PSE), perdieron unas piezas, pues tienen menos escaños que en 2009-2014: el PPE tuvo el 28% de los votos y el PES el 24%, o sea, 212 y 190 parlamentarios en total para cada uno. Se dio hoy, entonces, el encargo al popular luxemburgués Jean-Claude Juncker para el puesto de Primer Ministro de la Comisión Europea, el “gobierno europeo”, y Juncker ya está trabajando para conseguir una mayoría.

    El consenso de los socialistas y populares fue disminuyendo a favor de fuerzas que llegaron en primer o segundo lugar en sus países de origen como el Front National en Francia, que cautivó a un elector sobre cuatro, el Ukip en UK, primer partido del país, el Oevp de Austria o la Liga Norte y el M5S  del actor Beppe Grillo en Italia.

    Si bien no parece que haya las condiciones o las “semejanzas” suficientes para que estos partidos se alíen entre sí y constituyan un bloque único en el Parlamento europeo, pues su resultado global (105 escaños sobre 766) sigue siendo una señal importante para los partidos “de centro”, cada vez más criticados por la política macroeconómica rigurosa que está destrozando el crecimiento y la salida de la crisis en la Eurozona. Entonces, el PPE perdió 62 escaños y el PSE pierde 5 escaños, sobre todo debido al desastre de los socialistas franceses de François Hollande que llegaron apenas al 14.5%.

    Para armar una mayoría estable, el PPE tendrá necesidad de establecer alianzas, posiblemente con los socialistas, ya que resulta improbable un diálogo con la extrema derecha o los partidos muy críticos del sistema. Los populares fueron “salvados” por los votos de la CDU alemana y, sorpresivamente, los socialistas están a flote gracias al inesperado boom del Partido Democrático (PD) italiano que, por primera vez, obtuvo más del 40% de las preferencias en Italia y dobló el resultado del movimiento euro-escéptico M5S (movimiento cinco estrellas).

    En Italia, el centro derecha, dividido entre la populista y xenófoba Liga Norte (al 6%), Forza Italia (al 16.8%), que es el partido del ex Primer Ministro Silvio Berlusconi, quien está purgando condena penal por fraude fiscal, y el Nuevo Centro Derecha (al 4%) no brilló, pues los electores prefirieron darle un voto de confianza a los Democráticos y, sobre todo, a su líder, el Primer Ministro actual de Italia, Matteo Renzi.

    Probablemente dependerá del PD italiano, que ahora es el grupo más grande interno a los socialistas europeos, si se hará la Gran Coalición con los populares y qué tipo de negociaciones de las políticas de austeridad se podrán realizar. De hecho, el actual presidente de la Eurocámara, el socialista alemán Martin Schulz, dijo que “Juncker sólo logrará el respaldo de su grupo si presenta un programa detallado que dé prioridad a la creación de empleo, la elaboración de una política de inmigración europea y la lucha contra la evasión fiscal”.

    También hay otras fuerzas progresistas en el europarlamento, pues los Verdes tienen 55 escaños y sólo perdieron tres. La izquierda europea, compuesta por partidos no identificados en el grupo del PSE, pasó de 36 a 43 parlamentarios, fuerte del resultado de Grecia (26% a nivel nacional) y del crecimiento en otros países.

    El grupo europeo de los liberales, Alde, perdió 15 escaños, pasando de 85 a 70. El grupo Ecr de los conservadores y reformistas europeos, fuerte del consenso de los polacos de PO y de los tories británicos, tiene unos 44 escaños, 12 menos que en 2009, mientras que Efd, grupo de la libertad y la democracia, tiene 38 congresistas y tenía 31.

    Los españoles “indignados” de Podemos fueron la gran sorpresa, pues alcanzaron el 8%. No se sabe aún a que grupo europeo se van a adherir ya que es la primera vez que llegan a Bruselas. Lo mismo vale para el Movimiento 5 Estrellas italiano que no se identifica con la extrema derecha europea, como tampoco lo hacen los indignados, pero sí tiene rasgos de euro-escepticismo y crítica profunda al sistema y a la moneda única.

    En cada país, estas elecciones propusieron contenidos y tuvieron debates más sobre asuntos nacionales que realmente europeos, como si se tratara de campañas internas y test o “cortes de caja” para los gobiernos nacionales.

    El tema transnacional que realmente fue emergiendo fue el “Euro”, entendido como moneda y como sistema de Unión continental. Muchas elecciones se convirtieron en referéndums sobre el Euro, sobre todo por la polarización de las campañas y las simplificaciones que en ellas se propician. Entonces, en la mayoría de los casos, el voto no se convirtió en una ocasión para debatir los grandes asuntos de política común en la región como son la inmigración, el desempleo, el relanzamiento económico y el crecimiento, y los nuevos enfoques para la recuperación, más allá de la austeridad presupuestaria y el rigor, sino momentos de verificación de los consensos para los respectivos gobiernos nacionales en turno.

  • La desaparición del Subcomandante Marcos

    La desaparición del Subcomandante Marcos

    Sub marcos

    La Realidad, CHIAPAS; El pasado 24 de mayo, más de 4000 bases de apoyo zapatistas (BAZ) y 800 adherentes a la Sexta Declaración de la Selva Lacandona se juntaron en el caracol de La Realidad, Municipio de Las Margaritas, Chiapas, con integrantes de la comandancia del EZLN y los Subcomandantes Moisés y Marcos. La movilización se realizó para rendir homenaje a José Luis Solís, “Galeano”, quien fue asesinado el 2 de mayo por elementos de la Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos (CIOAC-H) Histórica, quienes actuaron según un plan y al estilo paramilitar.

    El Comandante Tacho lo explicó así: “Venimos a darle homenaje a un compañero sin tamaño ni altura, no venimos a enterrarlo, venimos a desenterrar su ser combativo; venimos a levantarlo en alto en cada niño y en cada niña. Levantar en alto en cada compa su ser maestro, su ser videoconferencista, su ser pasante de Consejero Autónomo, candidato a Junta de Buen Gobierno y su ser sargento”.

    Los jefes del EZLN llegaron a la comunidad porque les fue solicitada su presencia y subrayaron cómo las detenciones efectuadas por el gobierno estatal no son “justicia” sino engaños para apaciguar a la gente y señalaron a  Florinda Santis, regidora del PAN en Las Margaritas, a Luis H. Alvarez, comisionado para la Paz en Chiapas, a Carmelino Díaz López, y a los tres niveles del gobierno como corresponsables de los hechos. “Desde la realidad y por La Realidad, no dejaremos que la destruyan”, dijo el Subcomandante Moisés.

    Uno de los líderes y voceros más conocidos del EZLN, el Sub Marcos, anunció su retiro después de más de treinta años de militancia rebelde y de 20 a luz pública: “Siendo las 02:08 del 25 de mayo del 2014 en el frente de combate suroriental del EZLN, declaro que deja de existir el conocido como Subcomandante Insurgente Marcos […] Por mi voz ya no hablará la voz del Ejército Zapatista de Liberación Nacional”, dice su comunicado.

    Fueron, entonces, las “últimas palabras en público antes de dejar de existir” de Marcos y con ellas se deja en claro que ha habido ya un relevo con múltiples y complejas facetas: está el cambio generacional, que es el más evidente, pues ya hay generaciones nacidas bajo el zapatismo, pero también hay otros relevos que muchos no han visto como el de clase, el de raza y el del pensamiento. Si antes el movimiento era mixto, con fuerte componente incluso clase-mediero “ilustrado”, ahora es más indígena y campesino. Si antes la dirección era más mestiza, ahora es decididamente indígena y, finalmente el más importante: el relevo de pensamiento “del vanguardismo revolucionario al mandar obedeciendo; de la toma del Poder de Arriba, a la creación del poder de abajo; de la política profesional a la política cotidiana; de los líderes, a los pueblos; de la marginación de género, a la participación directa de las mujeres; de la burla a lo otro, a la celebración de la diferencia”.

    La última aparición en público del Marcos se remonta al 2009, tres años después de la Otra Campaña y dos años y medio antes de la marcha silenciosa de los 40 mil que, en diciembre de 2012, conmemoró a las víctimas de la masacre de Acteal y marcó una serie de nuevas actividades de los zapatistas: nuevos comunicados, reconexión de alianzas y el arranque de las Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y las Zapatistas, que atrajeron a centenares de nuevos y viejos militantes hacia Chiapas en el 2013 y, de nuevo, difundieron logros y motivos de la autonomía zapatista en todo el mundo. Marcos explicó que su figura pública fue sólo “una botarga, un holograma”, funcional a la visibilidad del movimiento, para que las voltearan a ver lo que pasaba en Chiapas.

    En este sentido, el mensaje final del Sub respeta el mismo modelo o sentido de la autonomía, de la política desde abajo y de la idea del relevo, según el cual todos hacemos política y los cargos van y vienen, basándose en una “autoridad” conquistada poco a poco, legítima, temporal y funcional, y no en las imposiciones mediáticas o en la cooptación y el reconocimiento del gobierno o de algún mando “superior”. Las estructuras jerárquicas tenderían a desaparecer o a difuminarse, difundiéndose en sus funciones y poderes, y poco a poco es éste el proceso que este fin de semana se sancionó, aunque llega de lejos.

    El relevo cuesta tiempo, voluntad, recursos y construcciones, por eso no se da abrupta o rápidamente, pues hubo y hay estructuras más duraderas en el EZLN que justamente se encargan de la continuidad del proyecto y de su protección en un contexto de hostilidad y fuertes embates. Pero la “desaparición de Marcos”, sin duda, marca otro paso delante de un movimiento que va caminando autónomamente, hace muchos años en realidad, y va construyendo alternativas democráticas, sociales y económicas, aun estando bajo fuego y teniendo que mantenerse resguardado. A través de una carta en cinco puntos, el subcomandante insurgente Marcos dijo que “ya no hablará la voz del Ejército Zapatista de Liberación Nacional”, respetando una “decisión colectiva”, pues “serán mis últimas palabras en público antes de dejar de existir”, afirmó.

    Los puntos de su mensaje son: “Una decisión difícil”, “¿Un fracaso?”, “El relevo”, “Un holograma cambiante y a modo. Lo que no será” y “El dolor y la rabia. Susurros y gritos”. Empieza con la historia del movimiento y su irrupción pública el primero de enero de 1994, cuando inicia la “guerra de los de abajo contra los de arriba, contra su mundo”, contra el neoliberalismo, modelo consagrado por la entrada en vigor del TLCAN ese mismo día. “En lugar de dedicarnos a formar guerrilleros, solados y escuadrones, preparamos promotores de educación, de salud, y se fueron levantando bases de la autonomía que hoy maravilla al mundo. En lugar de construir cuarteles, mejorar nuestro armamento, levantar muros y trincheras, se levantaron escuelas, se construyeron hospitales y centros de salud, mejoramos nuestras condiciones de vida. En lugar de luchar por ocupar un lugar en el Partenón de las muertes individualizadas de abajo, elegimos construir la vida”, escribió Marcos, quien también evidenció la coherencia del EZLN en el tiempo, sus intentos fallidos y fracasos que, sin embargo, significan tener fortaleza y un rumbo firme, contrariamente a lo que pasa en la política tradicional donde la ruta del poder significa incongruencia y éxito a toda costa.

    “En la madrugada del día primero del mes de enero del año 1994, un ejército de gigantes, es decir, de indígenas rebeldes, bajó a las ciudades, para con su paso sacudir el mundo. Apenas unos días después con la sangre de nuestros caídos aún fresca en las calles, nos dimos cuenta que los de afuera no nos veían”, así justifica Marcos la construcción de su propio personaje, y sigue: “Acostumbrados a mirar desde arriba a los indígenas, no alzaban la mirada para mirarnos; acostumbrados a vernos humillados, su corazón no comprendía nuestra digna rebeldía […] Su mirada se había detenido en el único mestizo que vieron con pasamontañas, es decir, q (sic) no miraron. Nuestros jefes y jefas dijeron entonces: ‘sólo ven lo pequeño que son, hagamos a alguien tan pequeño como ellos, que a él lo vean y que por él nos vean’. Empezó así una compleja maniobra de distracción, un truco de magia terrible y maravilloso, una maliciosa jugada del corazón indígena que somos; la sabiduría indígena desafiaba a la modernidad en uno de sus bastiones: los medios de comunicación. Empezó entonces la construcción del personaje llamado Marcos”. Es una crítica fuerte del sistema de los medios de comunicación dominantes que quieren crear líderes o escándalos, se fijan más en el detalle morboso o en la noticia tendenciosa que en los puntos substanciales y realmente novedosos de los acontecimientos y “el caso es que el supMarcos pasó de ser un vocero a ser un distractor”, explica el comunicado. Y, claro está, “no son necesarios ni líderes ni caudillos ni mesías ni salvadores. Para luchar sólo se necesita un poco de vergüenza, un tanto de dignidad y mucha organización”.

    Los P.D. o posdatas finales del documento son siete, caracterizados por el sarcasmo típico del Sub Marcos que, de esta manera, logra desacralizar los momentos y las situaciones más delicadas y difíciles: “1.- ¿Game Over’, .2.- ¿Jaque Mate’, 3.- ¿Touché’, 4.- Ahí se ven, raza, y manden tabaco, 5.- Mhhh, así que esto es el infierno… ¿Ése Piporro, Pedro, José Alfredo! ¿Cómo? ¿Por machistas? Nah, no lo creo, si yo nunca…, 6.- O sea que como quien dice, sin la botarga ¿ya puedo andar desnudo?, 7.- Oigan, está muy oscuro acá, necesito una lucecita”. La despedida-desaparición de Marcos y su “transformación” en Galeano significa también que, en realidad, sus palabras y acciones quedan con todos, vivas, pues “Galeano somos todos”, ha sido la consigna y el homenaje que se difundió a lo largo y ancho del mundo durante este mes de mayo de luto y resistencia, culminado el sábado 24 de mayo en La Realidad, Chiapas.

    De hecho, así concluyó Marcos su última intervención pública: “Buenas madrugadas tengan compañeras y compañeros. Mi nombre es Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano. ¿Alguien más se llama Galeano?”. Después de la pregunta, se levantan gritos y respuestas, y se acaba el discurso: “Ah, tras que por eso me dijeron que cuando volviera a nacer, lo haría en colectivo. Sea pues. Buen viaje. Cuídense, cuídenos. Desde las montañas del Sureste Mexicano. Subcomandante Insurgente Galeano”. No faltaron quienes acusaron a Marcos de haber transformado el homenaje a Galeano en su proprio “show”, en un tributo a su propia “carrera”, o bien, argumentaron que se trató de “un teatro”, hecho para los medios.  Estas afirmaciones esconden, desde luego, prejuicios e ignorancia acerca de algunos hechos incontrovertibles.

    La comandancia del EZLN se mueve, siempre y cuando haya un pedido por parte de las bases y de los caracoles, como sucedió en el caso del homenaje póstumo y del brutal asesinato del maestro de la Escuelita o votán Galeano, mismo que la comandancia está investigando, y no se mueve para “armar espectáculos”. La presencia mediática en los eventos realizados en La Realidad fue de “medios libres, alternativos, autónomos o como se digan”, mismo que fueron casi los únicos que, en un principio, dieron versiones más fehacientes del terrible ataque contra las BAZ del 2 de mayo, así como de muchos otros, entre ataques paramilitares y agresiones de distintas índoles, que fueron callados o no tuvieron una eco tan fuerte en el último año.

    El lenguaje irónico y literario, el sarcasmo de tinte crítico y político, frecuentemente en forma de cartas y comunicados, son parte del armazón retórico del Subcomandante Marcos y, en parte, de la misma comandancia zapatista quienes, también de esta manera, han sabido crear (y hacer que se creen) nuevos imaginarios y eficaces narrativas, dentro y fuera de las comunidades autónomas de México, y más allá del quehacer cotidiano, del “hacerse política”, del “mandar obedeciendo” y del proyecto de la autonomía.

    Finalmente, no hay efectivamente un momento de “show” y un momento de “silencio” en la historia del EZLN, pues se trata en buena medida de situaciones creadas por los medios del mainstream que correspondieron sólo en parte con la condición histórica del movimiento, pues de hecho nunca, en ninguna fase, se ha dejado de denunciar por parte de los zapatistas el acoso de las autoridades locales y nacionales, así como loa ataques, más o menos graves, contra sus bases y comunidades, por lo cual no se puede hablar de verdaderos y duraderos “silencios” de los zapatistas, sino, más bien, de evoluciones y distintos momentos tanto de su discurso como de sus prácticas, marcadas, además, por la acción y la presencia de distintos actores, no sólo por la comandancia o por Marcos, como son los voceros, las Juntas del Buen Gobierno,  los adherentes a la Sexta, los intelectuales “afines”, las BAZ, los simpatizantes e incluso los interlocutores externos. @FabrizioLorusso [Revista Variopinto]

  • Le ragazze del porno: voci fuori dal coro

    Le ragazze del porno: voci fuori dal coro

    Chi sono le ragazze del porno? Sono un progetto. Per fare che? Per la realizzazione di alcuni cortometraggi. Ma chi sono? Donne, attrici, artiste, tra i 25 e i 75 anni. Di dove sono? Varie città d’Italia. Ne parla un articolo su KLP Teatro del giornalista Giacomo D’Alelio, anche lui, come me, smarrito da un po’ nelle lande messicane. Ne riprendo una parte, ma prima azzardo un commento. Si tratta di un interessante progetto cinematografico che prova a offrire punti di vista e proiezioni al di là degli stereotipi e le chiusure di una società fondamentalmente sessista e maschilista come la nostra. Una società che rispetto ad alcune realtà latino-americane come Città del Messico, l’Argentina o l’Uruguay, è rimasta ferma per quanto riguarda i diritti civili, il dibattito sulla regolazione delle droghe leggere, l’eutanasia. Sono solo alcuni esempi in una società che appare statica, soprattutto se vista dall’estero, e in cui la morale pubblica e la privata si tirano i capelli una con l’altra, il cattolicesimo impregna menti e istituzioni e la politica si mostra incoerente e ipocrita. Il progetto s’intitola “Le ragazze del porno” ed è portato avanti da alcune attrici e autrici italiane. Lascio quindi la parola alla descrizione dell’iniziativa e a una breve intervista a una di loro. Cito dall’articolo di D’Alelio:

    “La scintilla l’ha lanciata la scrittrice Tiziana Lo Porto, che tempo fa, sulla rivista “Mezzocielo”, parlava dei loro intenti: ”Le ragazze del porno sono un gruppo di registe, tutte donne, tutte italiane, che da un po’ di tempo lavorano a un progetto di film pornoerotici. L’idea è nata un paio di anni fa, mentre scrivevo di un progetto di porno al femminile messo in piedi in Svezia da una regista indipendente, Mia Engberg, diventato un bellissimo film di corti che si chiama “Dirty Diaries” e che ha avuto una felice distribuzione ovunque nel mondo tranne che in Italia. Mia Engberg, che per il suo “Dirty Diaries” ha avuto un finanziamento di 50mila euro dallo Svenska Filminstituten, l’organizzazione che eroga finanziamenti statali per la produzione, distribuzione e proiezione pubblica dei film svedesi, ha anche scritto un manifesto bellissimo”. 

    Finanziamenti statali… In Italia sembra lontano un tale obiettivo, e proprio per questo da marzo hanno attivato un sistema di crowdfunding (LINK) per poter girare i primi tre segmenti del film (dal titolo provvisorio “My Sex”): “Seratina” diAnna Negri, “Queen Kong” di Monica Stambrini e “Mano di velluto” di Regina Orioli. Le altre voci (fuori) dal coro sono quelle di Mara Chiaretti, Titta Cosetta Raccagni, Lidia Ravviso, Emanuela Rossi, Slavina e Roberta Torre. Ma sono coinvolte anche le ragazze di Industria Indipendente, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, che avevamo conosciuto al Valle Occupato per lo spettacolo “È tutta colpa delle madri” e recentemente tra i protagonisti della riapertura del Rialto Sant’Ambrogio a Roma. Ma che ora troviamo in tutt’altra veste: “Realizzeremo un corto il cui titolo sarà ‘Più di ogni altra cosa al mondo vorrei’. Non vogliamo dire altro al momento perché siamo nelle ultime fasi di scrittura”.

    Erotismo e pornografia si sono sdoganati in diversi ambiti della società e della cultura, ma la morale convenzionale e i luoghi comuni sono duri a morire. Per esempio nell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, istituzione pubblica dipendente dal Ministero degli Affari Esteri, è stato sospeso un evento, proprio il giorno prima della sua realizzazione, che aveva per titolo “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media”. Era la presentazione del libro, critico e sociale, sulla Pornocultura dello scrittore messicano Naief Yehya che ha lamentato su FaceBook la cancellazione dell’evento sostenendo che l’Istituto “ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta.Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento”.

    Dulcis in fundo riporto alcuni commenti ripresi dalla rete sul progetto delle “Ragazze del Porno” che hanno un tono tra il misogino e il moralista e confermano perfettamente i commenti di cui sopra.

    Prendiamo allora a larghe manate e subito alcuni dei commenti apparsi in rete alla notizia di questo progetto pornoerotico:

    “Che schifo. È un declino morale della società perversa, in cui i valori adeguati e virtù non sussistono”.

    “Gesù bambino piange e gli fa male il cuore quando legge di cose brutte brutte come la pornografia”.

    “Povere donne!”

    “Brave donne continuate a copiare tutti i vizi degli uomini (ovviamente dei più ignoranti) così sarete sempre più uguali a loro e sempre più prese in giro. Complimenti! Ma non sapete proprio ragionare con la vostra testa?… Però, chiedo scusa. non mi riferisco a tutte le donne, perché la maggior parte hanno altro cui pensare, ma solo a queste poverette che cercano così un po’ di visibilità senza sforzare troppo il loro ‘cervelletto’. Io sono donna ma mi vergogno sempre quando leggo certe cose”.

    “Benvenute…”

    “Al circo della pornografia… è l’ultima stazione prima di Salò e le 120 giornate di Sodoma (p.s. lo avete già visto? Ve lo consiglio). Confondere il desiderio con la pulsione dell’adrenalina è un errore fatale… prima della definitiva sconfitta”.

    L’intervista alle attrici e altri dettagli sono qui (link).

    ragazze del porno 

    Industria IndipendenteMartina Ruggeri ed Erika Z. Galli
  • Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

    Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

    Autodefensas armas-del-grupo-de-autodefensaDal 10 maggio le autodefensas messicane dello stato centro-settentrionale del Michoacán, nate all’inizio dell’anno scorso come unmovimento armato contro i narcos, si trovano in una fase d’incorporazione e legalizzazione all’interno della Nuova Forza Rurale patrocinata dal governo federale. Questi gruppi armati di autodifesa controllano una trentina di città e hanno obbligato il governo a rimettere al primo posto dell’agenda politica nazionale il tema della sicurezza, un problema che è in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini, ma che viene deliberatamente glissato dalla strategia comunicativa ufficiale. A fine gennaio 2014 il presidente Peña Nieto ha commissariato, di fatto, il governo locale e, con una decisione giudicata incostituzionale da molti osservatori, l’ha affidato a un Commissario straordinario plenipotenziario, Alfredo Castillo Cervantes. Il Commissario di fatto ha desautorato il governatore Fausto Vallejo Figueroa, eletto nel 2011 nelle file del partito del presidente, il PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemone e al governo per 71 anni nel novecento e di nuovo dal 2012).

    Le prime foto dei militanti di questi gruppi armati, creati per combattere il cartello dei Caballeros Templarios e usciti allo scoperto il 24 febbraio 2013, hanno destato curiosità e preoccupazione. In effetti, i soggetti apparivano, almeno in una prima fase, incappucciati e armati fino ai denti, a bordo di pick up enormi e in uniforme, con indosso una maglietta con la scritta “Per una Tepalcatepec Libera”. Si presentavano come disposti ad attaccare, ad allargare la loro zona d’influenza “liberata” dai criminali. C’è chi li ha visti come degli eroi, necessari e opportuni, difensori delle proprie famiglie e proprietà, oppure chi li voleva identificare con i criminali che dicono di combattere, come fossero un altro narco-cartello, o con i paramilitari dell’esperienza colombiana.

    autodefensas carroPolizie comunitarie e autodefensas.Certamente erano diversi dalle polizie comunitarie che nei mesi precedenti avevano fatto notizia nello stato del Guerrero e che erano composte da contadini e indigeni, persone umili con pochissimi mezzi e armi a disposizione. Infatti, il termine “polizia comunitaria” in genere fa riferimento alle milizie di cittadini all’interno delle comunità indigene o rurali che possono funzionare secondo il sistema di “usi e costumi”, girano a volto scoperto e usano armi di basso calibro e uniformi riconosciute. In realtà i sistemi di difesa e vigilanza delle comunità indigene risalgono all’epoca della dominazione spagnola e negli ultimi vent’anni, per la precisione dal 1995, s’è consolidato il modello della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), che è formata da volontari identificati da uniformi verdi e dotati di fucili da caccia.

    Negli anni della narcoguerra (2006-2014), viste le necessità di controllo locale dinnanzi all’inerzia dello stato, i comuni  coinvolti nel Guerrero sono aumentati e ora la loro presenza s’estende a tredici cittadine, difese da circa 1500 poliziotti comunitari. La base giuridica per la loro esistenza si ritrova nella dichiarazione dell’ONU sui popoli indigeni, alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e ad alcune norme dello stato del Guerrero che ne giustificherebbero le attività. All’inizio del 2013 furono decine le polizie comunitarie che, armate di machete e fucili, s’alzarono nella zona della Costa Chica, a sud di Acapulco, e nella sierra centrale dello stato del Guerrero. Anche la polizia comunitaria di Cherán, nel Michoacán, sorta nel 2011, prende esempio dalla CRAC e il suo fondamento giuridico si trova in alcune leggi sull’autodeterminazione dei popoli indigeni risalenti al 2007.

    Dalla pax mafiosa alle autodefensas. Nel Michoacán il supporto di imprenditori e coltivatori danarosi e la presenza di narcos agguerriti, messianici ed egemonici, invisi alla maggior parte della popolazione, come i Caballeros Templarios (Cavalieri Templari), spiegano la reazione così decisa, unitaria e ben organizzata dei gruppi di autodifesa. Non è sempre stato così, perché fino al 2010 regnava una “pace narca” o “pax mafiosa” che, dopo la cacciata degli Zetas dalla regione attuata dal cartello della Familia Michoacana, aveva offerto una relativa stabilità. Quando la Familia, nel marzo 2011, si scinde, nascono i Templarios. Questi ottengono l’egemonia, ma nel frattempo peggiorano le condizioni del traffico internazionale di metanfetamine e altre droghe e aumenta la repressione militare dello stato, per cui le organizzazioni criminali diversificano le loro “aree d’affari”. Passano a terrorizzare sempre più la gente comune e le imprese, a stuprare le mogli e le figlie dei piccoli proprietari terrieri che espropriano o minacciano. Si dedicano ai sequestri e al racket, s’introducono nel business agricolo, controllando le “commissioni” per l’esportazione di frutti come il limone e l’avocado, e nelle redditizie attività minerarie.

    autodefensas-custodia-Aquila-MichoacanQuindi, già da mesi, segretamente, leautodefensas stavano pianificando la loro entrata in scena. I loro leader o portavoce sono abili nella comunicazione e carismatici con i mass media e con la gente in generale. Estanislao Beltrán, noto come “Papá Pitufo” (grande puffo) per la sua lunga barba bianca, è allevatore e proprietario di un ranch. José Mireles, chiamato semplicemente “il Dottor Mireles”, è un medico baffuto dallo sguardo di ghiaccio. Hipólito Mora, allevatore, coltivatore e padre di undici figli da cinque mogli, è il fondatore delle autodefensas del Michoacán e leader del gruppo della sua comunità, La Ruana. Il “Comandante 5” o “El 5” è il leader a Parácuaro, si chiama Alberto Gutiérrez, e prima faceva il coltivatore di limoni. Il coordinamento tra i circa trenta leader locali avviene grazie a un Consiglio Generale delle autodefensas che elegge i propri portavoce.

    Per tutto il 2013 la Polizia Federale ha trovato un modus vivendi con i vigilantes organizzati, i cui membri erano lasciati liberi di circolare armati nelle rispettive comunità e nelle loro trincere difensive, ma non potevano farlo nelle autostrade e strade statali. Quest’accordo tacito è vacillato in alcuni momenti e ci sono stati incidenti, tensioni e scontri, senza vittime, tra le forze comunitarie e quelle governative. Non ci sono conteggi precisi sulle vittime dello scontro tra Templarios e autodefensas, anche se alcune testimonianze dal campo di battaglia parlano di duecento morti per ognuno dei due bandi in un anno di combattimenti.

    Il ripiegamento dei Caballero Templarios. Il dato certo è che i Templari hanno dovuto ripiegare, hanno perso plazas e combattenti. Le autofensas sono armate con mitragliatori e fucili automatici, introdotti illegalmente dagli USA o sottratti ai rivali, e addestrate da chi, nelle diverse comunità, era stato nell’esercito o nella polizia. Questi gruppi hanno “riconquistato” località e territori per tutto il 2013, in qualche modo hanno riempito i “vuoti di potere” lasciati dallo stato. Hanno frammentato e isolato i territori del “baronato templario”, bloccando le principali vie di comunicazione. La presa di alcune città comporta, però, l’inclusione di nuovi “soldati” alla causa dei comunitarios e una parte di questi provengono dalle file del nemico. Sono quindi narcotrafficanti e delinquenti riconvertiti alla causa dei vigilantes, in costante espansione nonostante gli “stop and go” del governo. Intanto il governatore del Michoacán, Fausto Vallejo, si diceva “contrariato” e il Procuratore Generale, Jesús Murillo Karam, dichiarava alla stampa che non “si sarebbero più tollerate le avanzate delle autodefensas”.

    autodefensas templarios michoacanNei primi giorni del 2014 la situazione è tesa. Il “Papá Pitufo”, Estanislao Beltrán, succede a Mireles come portavoce delle autodefensas in seguito al grave incidente d’elicottero che questo soffre il 4 gennaio. Il Dottore viene portato in un’ospedale di Città del Messico e rimane per qualche settimana “sotto la custodia” della polizia. Una parte del paese si chiede come mai Mireles non venga arrestato, anziché essere protetto. Dal canto suo, il Ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, in alcune dichiarazioni attribuisce il debilitamento dello stato di diritto ai vigilantese li esorta a ritirarsi e lasciare il campo alle forze federali e statali. Il 13 gennaio, alcuni militari cercano di disarmare un gruppo di autodifesa, un soldato spara, la gente accorre e reagisce. Il saldo finale è di tre morti. Il governo ritira “l’ultimatum” sul disarmo e il 15 gennaio nomina Alfredo Castillo commissario per Michoacán col compito di “ricostruire lee relazioni tra la società e il governo”. Il 27 gennaio i governi federale e statale firmano con le autodefensas un accordo per il loro reinserimento nel quadro istituzionale e legale.

    Ambiguità del governo. Il dibattito s’accende e le opinioni si polarizzano tra chi pensa che i vigilantes siano un gruppo puro, slegato dalla criminalità organizzata, e chi tema la deriva paramilitare o esige il loro disarmo immediato. Il governo e la polizia tollerano e collaborano, ma allo stesso tempo puntano il dito contro le violazioni alla legge e ordinano arresti, circa una novantina fino ai primi tre mesi del 2014. Oppure cominciano a denunciare collusioni di questi gruppi col cartello Jalisco Nueva Generación o infiltrazioni mafiose nel movimento. Se da una parte è vero che vari informatori e basi dei Templarios si sono progressivamente uniti alleautodefensas, dall’altra non è corretto né realistico identificare attualmente queste ultime come organizzazioni criminali, nonostante le infiltrazioni. Il confine è sottile ma i vigilantes, per ora, l’hanno rispettato.

    policia_comunitaria_de_la_cracNon sono stati documentati atti da parte loro che li qualifichino come bande criminali o narco-cartelli. La loro relazione confusa con le autorità ha fatto pensare altresì alla possibilità che le loro origini siano politiche, cioè che siano state create dal governo o da suoi apparati, ma l’unico dato certo su questo punto è che c’è stata una collaborazione iniziale, ancor prima del febbraio 2013, di alcuni militari di stanza nella regione. Vale lo stesso discorso per la Polizia Federale che in alcuni casi, dopo l’inizio della sollevazione, ha supportato alcuni gruppi, ma in altri ha sbarrato loro la strada, letteralmente.

    A febbraio il governo invia 10mila soldati. In collaborazione con le autodefensas recupera la città di Apatzingán senza colpo ferire e costringe i Templarios a una ritirata strategica sulle montagne verso la costa del Pacifico. L’ex boss del cartello della Familia e capo dei Templarios, Nazario Moreno, alias “El más loco” (il più matto), viene ucciso dai marines messicani il giorno dopo aver compiuto 44 anni, il 9 marzo 2014, ma resta latitante il principale leader dei Templari, il mediatico e profetico Servando Gómez, alias “La Tuta”. La ritirata e probabile sconfitta, o riconversione ad altre “attività”, del narco-cartello templario implicherà probabilmente l’apertura di vuoti di potere e la concentrazione dell’attenzione sul destino dei gruppi di autodifesa e su un’eventuale legge di amnistia per il conflitto del Michoacán, sempre che la situazione prima o poi si “normalizzi”.

    Il bastone e la carota. Il timore è che si trasformino in paramilitari al soldo di impresari o di cartelli del narcotraffico come il Jalisco Nueva Generación che, secondo le segnalazioni della Procura Generale della Repubblica, già avrebbero finanziato e armato alcuni di questi gruppi. Altri finanziamenti, nell’ordine dei 250mila dollari secondo fonti giornalistiche USA, sono arrivati dalle comunità di messicani residenti negli Stati Uniti che, compatibilmente con l’ideologia statunitense della “protezione della frontiera” e del “diritto a portare armi”, simpatizzano con la causa di questi “farmers” che difendono le loro “proprietà” e famiglie. Come visto, il governo ha provato a disarmarli e legalizzarli una prima volta nel mese di gennaio, proponendo la loro integrazione alle “guardie rurali” regolate da una norma del 1964, ma molti di loro non avevano i requisiti minimi e nemmeno la volontà di abbandonare a metà una lotta che ancora non aveva eliminato il problema per cui era cominciata. L’idea di una nuova “pax mafiosa” dopo la tempesta, magari sotto la supervisione dell’autorità centrale e non solo di quella locale, non era gradita alla maggior parte degli insorti delle autodifese e non costituiva una soluzione. Il 14 aprile il governo ha firmato un accordo di undici punti per legalizzare, coordinare e disarmare le autodefensas entro il 10 e 11 maggio e a cambio s’è compromesso a combattere i sequestri e gli altri delitti del crimine organizzato e a fondare il corpo della Fuerza Rural Estatal.

    Autodefensas mexico mapaL’imprigionamento per un presunto duplice omicidio, tra l’11 marzo e il 16 maggio, del portavoce Hipólito Mora, è emblematico delle ambiguità del governo, intento a pacificare e cooptare, da una parte, ma anche a reprimere e controllare, dall’altra. Mora è, infatti, vicino al Dott. Mireles e alle frange più critiche dell’operato del governo, determinate a cacciare completamente e definitivamente i narcos prima di accettare qualunque ipotesi di disarmo o d’integrazione dei gruppi armati nella polizia rurale. L’arresto di un rappresentante carismatico di questo movimento risponde più a logiche politiche che giudiziarie. Infatti, potenzialmente a tutti i militanti delle autodifensas sono imputabili delitti come il porto d’armi d’uso esclusivo dell’esercito, la costituzione di bande armate, il terrorismo o altri capi d’accusa, ma lo stato ha deciso di collaborare con gli insorti e quindi non ha imposto il rispetto immediato della legge nella regione. O meglio, l’ha fatto in maniera selettiva e utilizzando un discorso ambiguo e confuso: s’è passati dall’indifferenza all’arresto di un leader, dalla collaborazione militare alla cattura di alcuni membri di questi gruppi, dall’appoggio logistico al movimento d’autodifesa alla minaccia di mano dura e la fissazione di vari ultimatum per il loro disarmo. Forse è azzardato parlare di vere e proprie “correnti interne” al movimento, come se si trattasse di un partito, ma la posizione di Mireles e Mora è di certo contrapposta a quella di “El 5” e di Beltrán “Grande Puffo”, il quale ha acconsentito al disarmo, che è avvenuto l’11 maggio, ed è diventato l’interlocutore privilegiato del governo, mentre Gutiérrez “El 5” rimane il portavoce del Consiglio Generale.

    Divisioni nelle autodefensas. Dai primi di maggio la “scissione” in seno alle autodifensasdiventa un dato di fatto. Mireles non accetta il disarmo senza avere forti garanzie per la sicurezza nel Michoacán e il ristabilimento dello stato di diritto. Contemporaneamente le foto di Beltrán con un fucile a ripetizione in mano e l’uniforme della nuova Polizia Rurale indosso, affianco al commissario Alfredo Castillo, hanno conquistato le prime pagine dei giornali ed è servita al governo per mostrare i progressi della “pacificazione” nel Michoacán. Intanto il Dott. Mireles, sempre più in polemica col governo nelle sue interviste alla radio e per le riviste, è stato espulso dal Consiglio Generale delle autodefensas il 7 maggio. Il giorno prima aveva inviato un videomessaggio, dicendosi “temeroso per la propria vita” e chiedendo al presidente e al ministro degli intenri, Osorio Chong, un dialogo diretto.

    Nel video riferisce anche del progetto, promosso con l’hashtag di twitter #YoSoyAutoefensa (#IoSonoAutodefensa), per la creazione di un Consiglio o Fronte Nazionale, non più solo del Michoacán, delle Autodefensas, in seguito al primo incontro tra lo stesso Mireles e a Città del Messico e un gruppo “trasversale” di attivisti, politici e giornalisti come Javier Sicilia, il Padre Alejandro Solalinde, Isabel Miranda de Wallace, il senatore del PAN Ernesto Rufo Appel, l’ex sindaco di García (nel Nuevo León) Jaime Rodríguez, gli opinionisti John Ackerman e Denisse  Dresser, il regista del film “Presunto Culpable” Roberto Hernández, il generale francisco Gallardo e la deputata del PRD nel Michoacán Selene Vázquez. Ma il piano del governo, osteggiato da Mireles che ha annunciato future riunioni pubbliche di questo speciale coordinamento di autodefensas, prosegue.

    autodefensas_michoacanNasce la Nueva Fuerza Rural. A metà maggio sono quasi 8.000 le armi ritirate o registrate dal governo e almeno 3.300 i nuovi membri, ex vigilantes, della nuova Forza Rurale Statale che, nelle parole del commissario Castillo, andranno a rimpiazzare progressivamente le polizie municipali “che, in fin dei conti, era finita al servizio del crimine organizzato”. Non chiarisce, però, come s’eviterà che accada la stessa cosa in futuro con la Fuerza Rural. Secondo gli accordi del 14 aprile e le affermazioni di Castillo, d’ora in poi i civili armati saranno fermati e incarcerati. Il Dott. Mireles accusa le autorità federali di volerlo distruggere come leader comunitario, favorendo le frange più “acondiscendenti” delle autodefensas.

    Infatti, il 9 maggio il Commissario Castillo annunciato che sono aperte delle indagini sul dottore, implicato, secondo gli inquirenti e alcuni ex compagni come Beltrán “Papá Pitufo”, nella morte di cinque ragazzi che il 27 aprile difendevano una barricata in un villaggio della costa. L’accusa arriva puntuale, in concomitanza con il processo di riconversione dei vigilantes, realizzato in fretta e furia dal governo, e con le riunioni di Mireles nella capitale, volte a creare un’alleanza e delle proposte più condivise e strutturali per il problema della delinquenza e dei gruppi di autodifesa. Anche se, pochi giorni dopo l’avviso di garanzia, Mireles ha ricevuto un salvacondotto di un giudice federale che lo esenta da possibili arresti per delitti non gravi, il dottore resta sotto tiro, minacciato dai Templarios, snobbato da una parte dei suoi ex compagni e controllato da governo e potere giudiziario. Dal canto suo Mireles ha accusato il “Comandante 5” e altri vigilantes di essere collusi con la banda dei Viagras, un gruppo delinquenziale fuoriuscito dai Templarios e legato al cartello Jalisco Nueva Generación, per cui la trama si complica. Pochi giorni dopo l’uscita di prigione, Hipólito Mora e il suo gruppo si sono dichiarati disposti a integrarsi alla polizia rurale e anche Mireles s’è orientato verso questa scelta. Il “papà puffo”, portavoce della Nuova Forza Rurale, si dice fiducioso e sostiene che in questa fase di “riconversione” delle autodefensas ci sarà una depurazione degli infiltrati della delinquenza organizzata nel movimento che potrà operare alla luce del sole, armi in pugno, per “recuperare la pace nella zona”. La nuova forza rurale è già entrata in funzione a Tepalcatepec, Coalcoman e Buenavista, i comuni in cui erano nate e s’erano consolidate le primeautodefensas, ma le incertezze sono molte.


    marcha-apoyo-autodefensas-MichoacánNuova Pax Mafiosa?
     Il boss templario “La Tuta” resta in libertà e la violenza non accenna a diminuire. Inoltre il quotidiano Excelsior, con informazioni tratte da rapporti della polizia, segnala la nascita di un nuovo cartello chiamato tercera Hermandad o H-3 (Terza Fratellanza), formato da ex Caballeros Templarios, ex autodefensas ed espatriati dell’organizzazione Jalisco Nueva Generación. Dopo la Familia e i Templarios, la storia si potrebbe ripetere con la Tercera Hermandad se i vuoti di stato e le questioni aperte non vengono risolte alla radice.

    E la storia del Michoacán potrebbe ripetersi facilmente anche in altri stati che, nei primi mesi del 2014, stanno vivendo ondate di violenza, omicidi, estorsioni e sequestri molto più intensa come il Morelos, il Guerrero e il Tamaulipas. Insomma si tappa la falla, male, da una parte, e il problema riemerge da un’altra. Il 13 maggio il governo ha presentato una “nuova” strategia di sicurezza per il Tamaulipas che aspira a “disarticolare la composizione e le operazioni delle organizzazioni criminali, chiudere le vie del traffico illecito di persone, sostanze, armi e denaro, e garantire istituzioni locali di sicurezza sufficienti, efficienti e affidabili. Lo stato sarà diviso in quattro zone con “alti funzionari della marina e del Ministero della Difesa al comando di ciascuna” e si prevede il rafforzamento “delle risorse umane, tecniche e d’intelligence” impiegate. In pratica si tratta della stessa strategia di sempre, quella della narcoguerra (2006-2012) dell’epoca del presidente Felipe Calderón. Da CarmillaOnLine

    *Questo testo fa parte del progetto “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” e riprende il tema dei gruppi di autodifesa in Messico di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Il popolo in armi contro i narcos in Messico”, pubblicato il 24 agosto 2013

  • Desde Italia: solidaridad con los zapatistas

    Como parte de las actividades de la semana internacional en recuerdo del maestro José Luis Solís López “Galeano”, asesinado el 2 de mayo pasado durante un ataque de miembros de la CIOAC-H, PVEM y PAN contra bases zapatistas en el caracol de la Realidad, Chiapas, integrantes de la Asociación Ya Basta! en Milán, solidarios con la lucha zapatista, ingresaron al consulado mexicano de esa ciudad italiana el pasado 19 de mayo.

    Expusieron fuera de las ventanas una pancarta. “Justicia para el maestro Galeano, Alto a la guerra del gobierno mexicano contra el EZLN, los pueblos de Europa los están mirando”, se alcanza a leer en la manta.

    Los militantes entregaron al consulado un comunicado de rechazo de los acontecimientos del 2 de mayo en el caracol de La Realidad, dirigido al gobierno de México, al presidente, al gobernador de Chiapas y a los comisarios ejidales del municipio para que “como sociedad civil internacional” se puedan transmitir “las exigencias y firme determinación de no permanecer indiferentes ante el asesinato, las agresiones y la destrucción que los paramilitares están perpetrando”.

    La carta fue recibida directamente por la cónsul Marisela Morales. El mensaje de los activistas, preocupados por la situación de Chiapas y la represión del proyecto autónomo zapatista, quiere mostrar a los y las zapatistas “que no están solos”. “Desde aquí, desde abajo, estamos mirando y sabemos reconocer que lo que está pasando en Chiapas no es el resultado de conflictos intracomunitarios, sino una estrategia para continuar la guerra contra la autonomía zapatista”, expresaron los integrantes de Ya Basta.

    Fuera de la sede del consulado, un grupo de militantes y participantes de las Escuelitas zapatistas se juntó para recordar al maestro Galeano y contar su experiencia y el aprendizaje con el EZLN, que se traduce en todo el mundo a favor de “la defensa de los territorios, de los lugares liberados del interés capitalista y especialmente de la lucha de los grupos desposeídos de sus derechos básicos, como los migrantes”.

    Pese a la tristeza, declaran los militantes, “seguimos exigiendo justicia para la agresión homicida ocurrida en La Realidad”, y, concluyen, “esperamos con serenidad las investigaciones del Subcomandante Insurgente Moisés y de la Comandancia del EZLN” que se están encargando de aclarar los hechos e identificar los responsables.

    En Roma, durante la megamarcha de este #17M para los bienes comunes, la democracia, el derecho a la vivienda y contra “las grandes obras”, la cual a su vez se insertó en una serie de jornadas de acción llevadas a cabo en toda Europa, también hubo muestras de solidaridad hacia los zapatistas, pues a la altura de calle Cavour se desplegó una pancarta de apoyo para Galeano y el EZLN, se gritaron consignas y se dieron pláticas sobre los acontecimientos del dos de mayo y las agresiones de tipo paramilitar en La Realidad.

    En México, las actividades para recordar a José Luis Solís culminarán este fin de semana, pues el 24 de mayo se hará un homenaje a Galeano en La Realidad y otros caracoles,

    Como parte de las actividades de la semana internacional en recuerdo del maestro José Luis Solís López “Galeano”, asesinado el 2 de mayo pasado durante un ataque de miembros de la CIOAC-H, PVEM y PAN contra bases zapatistas en el caracol de la Realidad, Chiapas, integrantes de la Asociación Ya Basta! en Milán, solidarios con la lucha zapatista, ingresaron al consulado mexicano de esa ciudad italiana en la mañana del 19 de mayo.

    Expusieron fuera de las ventanas una pancarta. “Justicia para el maestro Galeano, Alto a la guerra del gobierno mexicano contra el EZLN, los pueblos de Europa los están mirando”, se alcanza a leer en la manta.

    Los militantes entregaron al consulado un comunicado de rechazo de los acontecimientos del 2 de mayo en el caracol de La Realidad, dirigido al gobierno de México, al presidente, al gobernador de Chiapas y a los comisarios ejidales del municipio para que “como sociedad civil internacional” se puedan transmitir “las exigencias y firme determinación de no permanecer indiferentes ante el asesinato, las agresiones y la destrucción que los paramilitares están perpetrando”.

    La carta fue recibida directamente por la cónsul Marisela Morales. El mensaje de los activistas, preocupados por la situación de Chiapas y la represión del proyecto autónomo zapatista, quiere mostrar a los y las zapatistas “que no están solos”. “Desde aquí, desde abajo, estamos mirando y sabemos reconocer que lo que está pasando en Chiapas no es el resultado de conflictos intracomunitarios, sino una estrategia para continuar la guerra contra la autonomía zapatista”, expresaron los integrantes de Ya Basta.

    A las seis de la tarde, fuera de la sede del consulado, un grupo de militantes y participantes de las Escuelitas zapatistas se juntó para recordar al maestro Galeano y contar su experiencia y el aprendizaje con el EZLN, que se traduce en todo el mundo a favor de “la defensa de los territorios, de los lugares liberados del interés capitalista y especialmente de la lucha de los grupos desposeídos de sus derechos básicos, como los migrantes”.

    Pese a la tristeza, declaran los militantes, “seguimos exigiendo justicia para la agresión homicida ocurrida en La Realidad”, y, concluyen, “esperamos con serenidad las investigaciones del Subcomandante Insurgente Moisés y de la Comandancia del EZLN” que se están encargando de aclarar los hechos e identificar los responsables.

    En Roma, durante la megamarcha de este #17M para los bienes comunes, la democracia, el derecho a la vivienda y contra “las grandes obras”, la cual a su vez se insertó en una serie de jornadas de acción llevadas a cabo en toda Europa, también hubo muestras de solidaridad hacia los zapatistas, pues a la altura de calle Cavour se desplegó una pancarta de apoyo para Galeano y el EZLN, se gritaron consignas y se dieron pláticas sobre los acontecimientos del dos de mayo y las agresiones de tipo paramilitar en La Realidad.

    En México, las actividades para recordar a José Luis Solís culminarán este fin de semana, pues el 24 de mayo se hará un homenaje a Galeano en La Realidad y otros caracoles, precedido por eventos, protestas y conmemoraciones en todo el país y en el resto del mundo.

    [Fabrizio Lorusso de VariopintoAlDía] 

    Otro caso de impunidad contra zapatistas – Variopinto link

    El ataque del 2 de mayo contra las bases de apoyo del EZLN (BAEZLN) en el caracol de La Realidad, dentro del Municipio de Las Margaritas, perpetrado por integrantes de la CIOAC-H (Confederación Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PVEM y PAN, según denunciaron el Centro Fray Bartolomé de las Casas para la defensa de los derechos humanos y varios testigos de los hechos, dejó muerto al votán, maestro de la Escuelita, José Luis Solís López, conocido también comoGaleano, y a 15 personas más.

    Galeano fue linchado, luego ultimado con tiro de gracia y la agresión, llevada a cabo por al menos 140 personas armadas a la manera paramilitar, fue planeada, como lo declara también el Comunicado firmado por el Subcomandante Marcos del 8 de mayo. Mientras tanto, los agresores cortaron el suministro de agua a los zapatistas del caracol, destruyeron las instalaciones de la escuela, la clínica y los huertos comunitarios, lo cual nos habla claramente de una intención destructiva, dirigida contra el mismo proyecto de autonomía de las BAEZLN.

    Los hechos ya están documentados, aunque en un primer momento circulaban versiones parciales, cercanas a visiones “oficiales” y de la CIOAC, según las cuales se habría tratado de un conflicto intracomunitario “por la grava” o la arena de uso común en el lugar: es una manera de relatar los conflictos chiapanecos, incluyendo las matanzas como la de Acteal de 1997, como fueran simplemente “cuestiones de recursos” o “entre indígenas” y comunidades.

    En el último año ya hubo otros dos atentados mortales contra los zapatistas, en los que fueron emboscados y asesinados el tzetzal Carlos Gómez Silvano y Juán Vázquez Gómez, pero en el caso de Galeano no fue una “simple” emboscada sino un ataque más grande, en el corazón de la comunidad, justo durante unas negociaciones pacíficas entre las BAEZLN y la CIOAC, bajo la intermediación del Frayba. Más allá de los acontecimientos de esos días, caben algunas consideraciones sobre los motivos y el contexto de la agresión.

    No se trata de un conflicto intracomunitario o de “fútiles motivos”, ni de un enfrentamiento, sino de un ataque contra personas desarmadas. Los medios independientes han tardado en dar una versión más cercana a los hechos reales, lo cual ha dejado espacio al mainstream para dar paso a dudas sobre la naturaleza del asesinato y de la agresión que fue llevada a cabo a pesar de la presencia de observadores de derechos humanos.

    En este sentido, la táctica utilizada se puede definir como paramilitar, y ha caracterizado la actuación de la CIOAC-H y de la su corriente “Independiente” o “Democrática”, resultado de una escisión, siendo la primera ligada al PRD y la segunda al Verde. El 30 de enero pasado, por ejemplo, el mismo Frayba documentó un ataque contra las BAEZLN perpetrado por 300 personas, según una modalidad parecida, en el caracol de Morelia, Municipio Autónomo XVII de Noviembre, cuyo balance fue de entre 6 y 9 heridos, dos de ellos muy graves.

    Además de atentar contra el proyecto de la autonomía zapatista, también se vislumbra la intención de sabotear los eventos que están previstos para finales de mayo y principios de junio: uno, del 2 al 8 de junio en San Cristóbal de las Casas, organizado por CIDECI-UNITIERRA-Chiapas y colectivos de alumnos de las escuelitas, es un tributo a Luis Villoro Toranzo y un seminario internacional, titulado “Etica frente al despojo”, y otro es el encuentro, del 26 al 31 de mayo, de los zapatistas con los pueblos indígenas de México y el mundo, en el ámbito del Congreso Nacional Indígena. El EZLN canceló éste y anulo su participación en el seminario de junio.

    La provocación del ataque también tiene que ver con el contexto nacional e internacional de las reformas estructurales aperturistas, sobre todo la energética, siendo Chiapas uno de los estados más “inexplorados” y ricos de recursos naturales, minerales, turísticos y de biodiversidad, y con el intento de empujar a reacciones o acontecimientos de tipo violento que justifiquen la intervención del estado, de los paramilitares, de los grupos de choques y demás.

    El EZ está bajo fuego desde siempre, ha sabido construir alternativas económicas y sociales incluyentes, y por tanto es objeto de hostigamiento, hace décadas, por parte de grupos cuyos intereses se ligan a los partidistas y las prebendas políticas que les pueden brindar, denuncia el comunicado del EZLN.

    Pese a lo anterior, los mensajes de apoyo de colectivos, organizaciones, intelectuales y activistas de todo el mundo, que están llegando en estos días y que han contribuido a la difusión de la información, son un testimonio de la solidaridad de las redes nacionales y globales que el EZLN, sus bases, su comandancia, sus mujeres, sus nuevas generaciones y simpatizantes han sabido construir en el tiempo.

     @FabrizioLorusso

  • Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

    Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

    Chiapas Escuelas-zapatistas

    Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

    Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

    Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

    L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

    non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

    Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

    Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

    Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

    La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

    Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

    • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
    • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
    • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
    • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
    • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
    • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
    • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
    • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
    • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

    Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

    “I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

    “Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

    Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

    I Link
    Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
    Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
    Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
    Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
    Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
    Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
    Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
    Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

    Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

  • NO all’Italia in svendita: Poveglia per tutti 99euroX99anni

    NO all’Italia in svendita: Poveglia per tutti 99euroX99anni

    Poveglia

    Forse avete già sentito parlare di  Poveglia: è un’isola della laguna di Venezia, ricca di storia, di enigmi (potrebbe essere il luogo di sepoltura del Giorgione), di leggende e misteri, che il demanio ha messo all’asta per finanziare l’abolizione dell’IMU. Altre isole sono già state vendute e sono diventate private, in alcuni casi acquistate da gruppi alberghieri. In questo caso i veneziani insieme a molte persone a cui sta a cuore la sorte di questa città hanno voluto fare qualcosa di nuovo per impedire questa ennesima vendita: unirsi in associazione e partecipare all’asta per l’assegnazione.
    La notizia in Italia fatica, salvo poche eccezioni (qui e qui) ad uscire dall’ambito della stampa locale; fuori dall’Italia, ne hanno scritto  Time Público Le Point The Indipendent.
    99 euro per 99 anni è stato lo slogan della campagna di sottoscrizione all’associazionePovegliaPerTutti e in appena tre settimane sono state raccolte alcune migliaia di adesioni.
    Qui di seguito riportiamo il testo dell’appello Poveglia 99 eurox99 anni, che può essere sottoscritto  qui, un articolo scritto da Tomaso Montanari, che da tempo si batte in difesa del patrimonio cuulturale italiano, e un video girato da Robin Saikia.

    L’isola di Poveglia, antica città nella città, è oggi messa all’asta dal demanio. Potevamo semplicemente assistere all’ennesima svendita di un’isola a qualche albergatore internazionale, o tentare almeno una sortita, un progetto.

    È per questo che vogliamo provarci: prendere in concessione Poveglia per 99 anni. Vogliamo che rimanga pubblica, aperta, ad uso di tutti. Se ti piace questa idea ti chiediamo di associarti a noi con 99 euro. Se la nostra offerta al demanio sarà la migliore, la comunità dei sottoscrittori, riunita nell’associazione ‘Poveglia’, gestirà democraticamente, a fini pubblici, l’isola. Perciò ci siamo dati dei paletti, un progetto di massima, a cui ti chiediamo di aderire e migliorare con le tue idee.

    Quattro i punti fondanti, la carta costituzionale di questo progetto:

    1. La parte verde dell’isola sarà dedicata a parco pubblico liberamente accessibile e gratuito, e ad orti urbani.

    2. La parte edificata dell’isola, che può produrre utili -le cui caratteristiche e limiti etici decideremo insieme, in coerenza con questi punti fondanti- servirà a ripagare i costi di gestione della parte pubblica.

    3. La gestione dell’isola sarà no-profit ed eco-sostenibile. Tutti gli utili saranno quindi reinvestiti sull’isola stessa.

    4. Qualora dovessimo vincere l’asta, la quota sottoscritta darà diritto a partecipare equamente alle decisioni sulle sorti di Poveglia ma non è, e non sarà da intendersi in futuro, come forma di partecipazione agli utili, né quota azionaria, né fonte di privilegio alcuno per nessun associato.

    Oggi perciò ti chiediamo 19 euro per una tessera di iscrizione all’associazione (che andrà a ripagare le spese di registrazione della stessa, del conto corrente, di partecipazione al bando di concessione, ecc) ed una quota di sottoscrizione straordinaria di almeno 80 euro. Qualora, ahinoi, non dovessimo vincere l’asta, al momento del rientro del deposito cauzionale la quota di sottoscrizione straordinaria verrà restituita ai soci.

    Si tratta di una sfida. Metterci insieme per riprenderci un pezzo di città e gestirlo a fini pubblici.

    Vogliamo provarci. Non lasciare che tutta la laguna, pezzo a pezzo, diventi un unico centro alberghiero di lusso.

    Sottoscrivi la tua quota. 99 anni di Poveglia libera a 99 euro.
    Un affare utopico.

    Italia (s)vendesi. Come sempre
    di Tomaso Montanari (“Il Fatto Quotidiano”, 12 ottobre 2013)

    italia_vendesiNon potrebbe esserci situazione più simbolica: per non intaccare la ricchezza privata si aggredisce la ricchezza pubblica, per non far pagare l’Imu nemmeno ai milionari si svendono gli immobili che appartengono a tutti, e dunque anche a chi non ha nemmeno una casa propria. Come sempre quando si tratta di raschiare il fondo del barile, anche il governo Letta lancia la vendita del patrimonio immobiliare pubblico: case, palazzi, castelli e caserme del popolo italiano saranno offerti in vendita a privati e a imprese, italiani o stranieri poco importa. Ci si aspetta di tirar su 2 miliardi di euro da un lotto che comprende un’isola della Laguna di Venezia, un castello medioevale nel Viterbese, ville storiche a Monza come a Ercolano e molto altro. Ci sono molte ragioni per cui questa scelta appare profondamente sbagliata: alcune sono pratiche, altre di principio. Le prime riguardano la congiuntura economica. Perché lo Stato dovrebbe fare ciò che nessuno di noi farebbe volentieri: e cioè vendere in un momento in cui il mercato immobiliare è in ribasso? Non si rischia così di svendere i beni di tutti, magari avvantaggiando la speculazione dei soliti noti? E non sarebbe meglio – parlo degli immobili non storici e non di pregio – affittarli? Magari non a enti pubblici, secondo il percorso perverso per cui non di rado lo Stato vende i beni che ospitano alcune sue istituzioni (per esempio le università), le quali sono poi costrette a pagare l’affitto ai nuovi padroni privati.

    Ma, ammesso e non concesso che si riesca a vendere questo patrimonio a prezzi non iugulatori, siamo proprio sicuri che sia meglio monetizzarlo, e cioè esporne i proventi alle altalene di un mercato finanziario che potrebbe farli evaporare in un batter d’occhio, vanificando così il sacrificio di tutti noi? Già, perché l’endemica assenza di consapevolezza circa il fatto che “lo Stato siamo noi”rischia di farci dimenticare che vendendo questa riserva pubblica impoveriamo non solo noi stessi, ma le generazioni future, che ovviamente non hanno alcuna voce in capitolo nelle nostre scelte. Come ha efficacemente scritto Ugo Mattei (in Contro riforme): “In Italia il maggiordomo assunto a termine (la maggioranza del momento) ha il potere di vendere il patrimonio di famiglia (appartenente alla collettività dei cittadini) trasferendolo sottocosto ad attori privati amici e compensando profumatamente le banche d’affari che gestiscono tali ‘cartolarizzazioni’.

    Questo vero e proprio saccheggio è stato esercitato in modo rigorosamente bipartisan da governi tecnici e riformisti, tutti preda senza alcuna distinzione degli stessi poteri forti di cui gran parte dei ministri è consulente, o comunque a libro paga”. E il fatto che questa operazione di ulteriore smantellamento della ricchezza pubblica venga affidata alla Cassa Depositi e Prestiti diretta da Franco Bassanini, tra i principali artefici del massacro della Pubblica amministrazione, non fa che confermare l’analisi di Mattei. Oltre al danno patrimoniale, le svendite decise dal governo Letta rischiano di provocarne altri sul piano culturale e sociale. Nelle ultime settimane il comitato di redazione del Corriere della Sera ha pubblicato una serie di comunicati sindacali dedicati alla possibile vendita della storica sede di via Solferino. In uno di essi (25 settembre) si legge che la Rizzoli non è nelle condizioni di Antonio, il Mercante di Venezia di Shakespeare che è costretto a dare in pegno all’usuraio Shylock una libbra della propria carne. Ed è per questo che i giornalisti del Corriere credono che non sia giusto “fare cassa svendendo il patrimonio storico e un pezzo dell’identità del gruppo (libbra di carne)”.

    Se questa sacrosanta considerazione vale per il Corriere , essa deve valere a maggior ragione per la Repubblica italiana, che ha messo il patrimonio storico e artistico tra i propri principi fondamentali. Gli immobili pubblici, infine, sono una straordinaria riserva di democrazia,partecipazione e coesione sociali. Nelle nostre città c’è un enorme bisogno di restituire alla gestione diretta dei cittadini gli spazi improduttivi, e dunque sottratti a ogni forma di utilità sociale. Se questo vale, a rigor di Costituzione, addirittura per gli spazi privati, cosa dovremmo dire di quelli che appartengono a tutti noi? L’occupazione del Teatro Valle a Roma, del Teatro Rossi e del Colorificio a Pisa, dell’Asilo Filangieri a Napoli e moltissime altre sono lì a testimoniare la fame di spazi pubblici da rimettere al servizio della comunità. Moltissimi dei nostri archivi e delle nostre biblioteche non hanno spazio, e molti dei nostri musei dovrebbero potersi espandere. E molti degli immobili pubblici comunque a ciò non adatti potrebbero essere piuttosto affittati, a prezzi sociali, a cooperative di giovani pronti a impiantarvi delle attività imprenditoriali. Insomma, solo un cieco o un affarista non vede il potenziale democratico e sociale di un patrimonio che a tutto dovrebbe servire tranne che ad arricchire la speculazione. (Da CarmillaOnLine)

  • I sentieri dell’autonomia e la Comune di Oaxaca

    I sentieri dell’autonomia e la Comune di Oaxaca

    Appo megamarcha[Partendo dall’esperienza della Escuelita Zapatista, un momento di apprendimento e scambio che ha riattivato la costruzione delle reti internazionali dell’EZLN a 10 anni dai caracoles e a 20 anni dall’insurrezione in Chiapas, quest’articolo di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi ripercorre la storia della “Comune di Oaxaca” e della APPO del 2006. Nella ricostruzione i due autori sono accompagnati dall’attivista messicano, fondatore della Universidad de la Tierra, Gustavo Esteva. I sentieri dell’autonomia, tra Oaxaca, Chiapas e Italia, ci portano al prossimo incontro internazionale convocato dagli zapatisti dal 31 maggio all’8 giugno, Fabrizio Lorusso]

    Nel dicembre del 2013 abbiamo partecipato alla seconda edizione della Escuelita Zapatista. A vent’anni dal levantamiento del 1 gennaio 1994, giorno in cui veniva ratificato il Trattato di Libero Commercio tra Messico e Stati Uniti (NAFTA), il movimento zapatista ha convocato un secondo momento di incontro umano e politico, dopo quello dello scorso agosto, con attivisti di ogni età e provenienza. Insieme ad altri 2200 compagne e compagni siamo stati ospitati per una settimana dalle famiglie e dalle comunità in resistenza della Selva Lacandona e della zona de los Altos de Chiapas, cercando di cogliere il senso profondo della loro esperienza di autonomia attraverso la condivisione materiale e il lavoro quotidiano.

    appo paris comuneLa nostra Escuelita, tuttavia, è iniziata ben prima dell’arrivo in Chiapas. Dalla rete dei medios libres al collettivo La Guillotina a Città del Messico fino alla casa editrice indipendente del Rebozo, abbiamo tentato di documentare la realtà del Messico contemporaneo, dei suoi movimenti e delle sue lotte recenti. Tra questi, un incontro molto significativo è stato quello con Gustavo Esteva, intellettuale e attivista, allievo del teorico della descolarizzazione Ivan Illich. Ci siamo visti a Oaxaca, nella sede della Universidad de la Tierra, il centro di ricerca autonomo da lui fondato. Se il Messico è sempre stato uno straordinario laboratorio politico, Oaxaca ha avuto una particolare importanza all’interno di tale laboratorio per la sua forte tradizione di lotte per l’autogoverno.

    Insieme a Gustavo abbiamo deciso di ripercorrere una di queste in particolare: l’insurrezione che nel giugno 2006 occupò la città, dando vita alla Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO), e ne trasformò in maniera irreversibile il volto e la storia. Ci sembra che alcuni elementi di questa esperienza radicale possano fornire una chiave d’analisi utile a comprendere ciò che nel sud del Messico si sta muovendo ora, dall’escuelita zapatista all’imminente data del 31 maggio che vedrà intellettuali di rilevanza mondiale, tra cui per esempio Immanuel Wallerstein, Raul Zibechi, John Holloway, partecipare a un incontro internazionale in territorio zapatista. All’interno di questo quadro, crediamo che la storia della APPO sia utile per sbarazzarci del romanticismo che ha spesso avvolto lo sguardo occidentale, senza tuttavia perdere l’estrema ricchezza di questi movimenti. Come ci disse un piccolo artigiano incontrato vicino alla Iglesia de Santo Domingo, “a Oaxaca c’è un prima e un dopo la APPO”.

    Il racconto di un’insurrezione

    appo carro armato pemexLa “Comune di Oaxaca” sembrerebbe avere come riferimento più immediato l’insurrezione di Parigi del 1871. Questo riferimento, sollevato nel pieno degli eventi nell’autunno del 2006, fu però immediatamente rigettato dagli stessi comuneros che, racconta Esteva, commentarono con orgoglio: “la Comune di Parigi durò solo 50 giorni, la nostra sta durando più di cento”. Questo aneddoto dice forse più cose di quante ne direbbe una semplice battuta: ci dice infatti come l’esperienza insurrezionale che si consumò quell’anno a Oaxaca deve essere vista in primo luogo nella sua particolarità, senza doverla forzatamente collocare all’interno di un quadro, e di un copione, già scritto. L’elemento più interessante della Comune è forse la distanza tra i motivi della mobilitazione, specifici e circostanziati, e l’eccedenza politica sprigionata. Soggettività politiche nuove emersero attraverso pratiche spinte ben oltre ogni copione, mettendo in discussione lo Stato e il principio stesso della rappresentanza. Ripercorrere brevemente i motivi della mobilitazione e le sue eccedenze può fornire spunti di elaborazione politica decisamente interessanti, senza mai dimenticare che la APPO è stato un momento insurrezionale che ha le sue specificità storiche, che si intreccia con il Messico, le sue geografie e storie politiche.

    Lo sciopero degli insegnanti della Sección 22 di Oaxaca e il malcontento generale verso il governatore della città, Ulises Ruiz, sono all’origine delle mobilitazioni che portarono il popolo oaxaqueño a combattere barricata per barricata la polizia federale. Cosi Esteva ci ha raccontato la dinamica che accese l’insurrezione: “Il 1 maggio 2006, come ogni anno in quella data, i maestri della Sección 22 si accamparono nello zocalo [piazza centrale] per portare avanti le loro rivendicazioni sindacali. Quella volta, tuttavia, l’accampata assunse un carattere permanente”.

    La lotta dei maestri, per le specificità della storia del Messico, non è riconducibile a un conflitto corporativista, legato unicamente a questioni salariali, ma si è da sempre intrecciata con relazioni sociali più ampie. Ci spiega Esteva che la figura del maestro è sempre stata vista, in Messico, nei termini di “lottatore sociale”. Un primo momento costitutivo della centralità sociale del maestro va sicuramente rintracciato nel progetto cardenista, presto abortito, di socialismo messicano negli anni ’30. Durante il mandato del presidente Lázaro Cárdenas (1934-1940), i maestri parteciparono attivamente al processo di ripartizione delle terre, furono attivisti nelle comunità indigene e in un’epoca successiva emersero come forte componente sociale di opposizione in occasione del grande sciopero sindacale nazionale del 1958. A partire da questa importanza storica cerchiamo quindi di comprendere la solidarietà che gli insegnanti ricevettero quando, dopo un mese di aggressiva campagna del governatore contro lo sciopero, il 14 giugno 2006 questi decise di reprimere e sgomberare il presidio usando la forza e mandando la polizia. Il giorno seguente una grande manifestazione di piazza contro il governatore portò alla radicalizzazione del conflitto. Quando lo sciopero della Secciòn 22 fu represso, dunque, la gente scese in strada non solo per solidarizzare con gli insegnanti, ma soprattutto per manifestare un dissenso politico più ampio contro il governatore Ruiz, diventato il bersaglio principale della protesta.

    Vista la grande partecipazione, i maestri e il sindacato convocarono una grande assemblea per reagire alla repressione nello zocalo ed allargare la protesta. “Il 20 giugno si fecero due cose: si propose un’assemblea popolare del popolo di Oaxaca, che corrispondeva più o meno all’idea tradizionale per questo tipo di mobilitazioni; poi, quando la sezione 22 dichiarò conclusa l’assemblea, la gente si rifiutò di tornare a casa. Così l’assemblea si converti in un meccanismo permanente.” Lo scarto che produsse la costituzione della APPO sta proprio nella coesistenza, durante tutto il periodo della mobilitazione, di due correnti: da un lato quella verticistica, seppur variegata al suo interno, del sindacato, che aveva “una tradizione di disciplina e organizzazione strutturata in funzione di autorità interne”, dall’altro un movimento molto ampio e antico che proveniva dalle comunità, indigene e rurali, dello stato di Oaxaca.

    appo_shieldwall-1125Oaxaca è “forse il luogo nel Messico e nel mondo intero dove la tradizione di autogoverno è più forte. Tale autogoverno si basava sulle comunità e da lì tentò di proiettarsi su un piano ulteriore, per la prima volta si cercò di spostare queste pratiche a livello statale e questo non era mai avvenuto prima. La componente indigena portò le sue forme assembleari all’interno della APPO.” La storia della Comune di Oaxaca è dunque una storia di un’eccedenza non solo dalla semplice denuncia di una corruzione e di “malgoverno”, ma anche dalle forme stesse di direzione leninista sostenute dalle correnti del sindacato fortemente legate alla tradizione foquista e guevarista. Dall’ingovernabilità interna dei comuneros emerse un piano politico nuovo che ridefinì violentemente sia quello rappresentato dallo Stato e dalla politica rappresentativa, sia quello verticista che si proponeva di dirigere il movimento a partire dallo sciopero dei maestri. La posta in gioco era alta. Ridisegnare la città e la vita quotidiana durante la Comune di Oaxaca imponeva il prendere atto di una composizione del popolo oaxaqueño estremamente variegata, non riducibile ad una soggettività omogenea. La ricchezza di questa presa d’atto stava insomma nell’emergere congiunto di soggettività politiche la cui lunga storia era fino ad allora in un certo senso “sotterranea”: tra essi, in particolare, gli indigeni, da sempre esclusi dalle strutture del governo statale e portatori di pratiche difficilmente compatibili con questa; i lavoratori informali, che nelle piaghe del neo-liberismo e nella crisi delle vecchie tradizioni di lotta hanno via via trovato una loro centralità come oggetti dello sfruttamento capitalistico contemporaneo, ma anche come agenti sociali e politici autonomi; e le donne, e più che altro tutte le vittime dell’oppressione di genere, che per secoli hanno dovuto fare i conti con un patriarcato entrato in profondità nelle viscere della società messicana coloniale e post-coloniale.

    Gli indigeni

    appoLa Comune di Oaxaca nacque in un certo senso da un incontro tra un centro (l’economia informale, non salariata, urbana) e una periferia (le pratiche tradizionali indigene della campagna e le loro stesse economie). Ciò che ci sembra interessante è come queste soggettività, insieme al ruolo centrale delle donne nella Comune, abbiano ridefinito il lessico politico tradizionale. La componente indigena ebbe un ruolo decisivo nella APPO, in virtu’ delle forme di autogoverno che sedimentavano da secoli nelle loro comunità. Tuttavia, come Esteva ci dice, “la reazione dei popoli indigeni non fu immediata. Seguirono con interesse ciò che stava succedendo dopo il 20 giugno in città ma non si sentirono partecipi. Solo in un secondo momento iniziarono a coinvolgersi nella Appo”. La partecipazione indigena alla Comune di Oaxaca, e il modo in cui quest’ultima venne nutrita dalle secolari tradizioni di autonomia delle comunità indigene, non si può tuttavia capire se non facendo attenzione alle circostanze storiche di tale esperienza.

    Esteva ci fornisce qui un quadro efficace: “Oaxaca, avendo meno del 5% della popolazione messicana, ha però un quinto dei municipi del paese. Questo avvenne per due ragioni: in primo luogo perché, a causa della resistenza indigena, lo stato dovette dividere i municipi per meglio controllare la popolazione; in seguito queste stesse popolazioni cominciarono a dividere tali municipi in modo che fossero coerenti per loro. Il municipio, dunque, nato come meccanismo di controllo dell’epoca coloniale e poi dello stato messicano, divenne uno strumento di autonomia dei villaggi, che lo riformularono come modo di esistenza e di governo, e come modo di relazionarsi con lo stato messicano. Mai però erano riusciti, nonostante molti tentativi, ad arrivare a un livello successivo, a organizzare cioè un gruppo di municipi in un’istanza superiore, in qualche modo equivalente alle giunte del buon governo zapatiste, dove si ha comunità, poi municipi autonomi e poi, appunto, le giunte”.

    appo Oaxaca-rebellionQualcosa iniziò a cambiare nel 1992 quando la commemorazione dei 500 anni dall’invasione europea produsse, a Oaxaca come altrove in America latina, una situazione di grande tensione. Poco dopo, il 1 gennaio 1994, gli zapatisti si sollevavano in armi. L’allora governatore Diodoro Altamirano cercò di disinnescare un possibile allargamento della rivolta a Oaxaca provvedendo alla stipula di un “Nuovo Accordo” con le popolazioni indigene: l’esito fu una riforma elettorale che diede la possibilità ai villaggi di scegliere se organizzarsi politicamente in un sistema di partiti o secondo i cosiddetti “usos e costumbres”, antiche modalità assembleari di governo locale. Ad oggi, ci rivela Esteva, 412 municipi su 570 sono governati alla maniera indigena. Con la APPO, però si affermò per la prima volta, prepotentemente, il passaggio dal piano municipale a quello più ampio. Ciò non si verificò da un giorno all’altro, ma in un lungo processo che trovò compimento quando diverse APPO furono create nello stato di Oaxaca, dalla costa, all’istmo, alla sierra mixteca, organizzando per la prima volta in 500 anni assemblee a livello regionale in cui le comunità potessero darsi un autogoverno.

    tradifas

    Se la “periferia” della Appo emerse con il fondamentale apporto dei popoli indigeni delle campagne, il “centro” urbano della capitale, quello delle barricate e delle occupazioni massive dei centri di potere politico, mediatico e culturale ebbe come componente fondamentale la grande e complessa categoria del lavoro informale. Per capire il ruolo che questa ha avuto nel corso dell’insurrezione dobbiamo considerare la nozione, ideata dallo stesso Esteva, di tradifas, ossia “trabajadores directos de la fabrica social”. La centralità dei tradifas è strettamente legata alla ristrutturazione neoliberale degli anni ottanta, quando buona parte dei lavoratori salariati e dei contadini confluì nel settore informale urbano: venditori ambulanti, piccoli commercianti e artigiani di strada, venditori di “comida de calle”… L’obiettivo che si dà Esteva è ridare un carattere di classe a questa categoria che è stata a lungo considerata un’appendice precapitalista o subordinata al proletariato. Ci racconta infatti che nel 2006 la vita quotidiana della Comune di Oaxaca, dalle assemblee di barrio [quartiere] alle barricate, dalla raccolta rifiuti all’assistenza sanitaria, era mandata avanti in buona parte proprio dai tradifas. Tuttavia, fino a quando il presidio dello zocalo venne gestito dalla Secciòn 22, “non sempre riuscivano a proiettare la loro prospettiva nei momenti decisionali”. La loro partecipazione si impose quando il sindacato ordinò di smontare le barricate all’arrivo della polizia, e i quartieri si rifiutarono di obbedire. “Reti di mutualismo quotidiano che già esistevano in città, che avevano la loro base sociale nei tradifas, furono riattivate in un contesto  diverso dalla APPO”.

    Le donne

    appo 3 cocheSe dunque, secondo Esteva, la APPO, o meglio, le APPO non furono un semplice rifugiarsi nelle pratiche tradizionali degli “usos e costumbres”, bensì un passo ulteriore, ciò fu dovuto all’emergere di nuove soggettività che espressero un necessario superamento della difesa di autonomie tradizionali e che marcarono un nuovo livello nel modo di pensare e praticare l’autogoverno. I tradifas, figli diretti della ristrutturazione neo-liberale, ne sono un esempio. Un altro, importante esempio, è quello delle donne. Sulla traccia di questa conversazione con Esteva, e sull’attenzione che lui stesso ha avuto sul ruolo delle donne nella APPO, pensiamo si apra uno spazio teorico estremamente interessante.

    Ci teniamo a precisare prima di tutto che nell’utilizzare categorie come quelle di indigeni, tradifas, donne, non intendiamo in alcun modo reificarle, considerarle come naturalmente date. Siamo consapevoli che esse da sole non riassumono assolutamente l’estrema complessità del multiforme sfruttamento capitalista contemporaneo. Il fatto che noi le chiamiamo in causa proprio col proposito di distaccarci da ogni idea di avanguardia, come quella che vedeva nei maestri una centralità politica già data, non deve farci cadere nell’errore di sostituire tali categorie sociali alla figura del “luchador social”. Cerchiamo quindi, nel considerarle nel loro apporto fondamentale a un’esperienza come la APPO, di vederle più nella loro funzione disarticolante di certe rigidità ideologiche che in una qualche nuova assolutizzazione transtorica. Teniamo inoltre a precisare che, sul piano concreto, tali categorie non sono mai totali e date una volta per tutte, ma che presentano invece interessantissime intersezioni, per cui non è raro che un soggetto possa ritrovarsi sfruttato, in un luogo come Oaxaca, allo stesso tempo in quanto donna, in quanto indigena e in quanto tradifas.

    appo-oaxaca 2Ciò detto, la partecipazione attiva delle donne durante la Comune fu un fatto fondamentale. Dotandosi di mezzi specifici, come Radio Cacerola e la Coordinadora de las Organizaciones de las Mujeres, e portando al centro dell’agenda politica le questioni di genere, le donne di Oaxaca emersero come una soggettività nuova per rompere la marginalità cui erano relegate non solo dall’ideologia patriarcale del Messico post-coloniale, ma anche nelle stesse comunità tradizionali. Parlare di autonomia nella Comune di Oaxaca non significa dunque rivendicare una qualche purezza o “semplicità” di costumi che esisteva nelle comunità e che fu poi spazzata via dalla modernità capitalista. Sicuramente l’eredità coloniale pesa su quella che il Subcomandante Marcos ha chiamato “la lunga notte dei 500 anni”: lo sfruttamento e lo sterminio continuano a braccare ogni tentativo di autodeterminazione dei popoli in Messico. Ma non c’è alcun ritorno al “passato perduto”, quanto piuttosto una rottura irreversibile. Le forme di autogoverno delle tradizioni comunitarie sono state centrali durante l’autogestione della città di Oaxaca nel 2006, ma sono state completamente ridefinite dalla partecipazione delle donne che ha imposto il tema del genere come elemento centrale, e non semplicemente accessorio, della rivolta politica.

    Cosa ci può dire, oggi, la APPO?

    La APPO è stato un momento insurrezionale che va letto attraverso il prisma delle sue eccedenze, del suo sedimento. Le soggettività politiche, i corpi che hanno combattuto in ogni strada sono legati a una lunga storia messicana e, al tempo stesso, non sono contenibili nella tradizione politica che ha animato le lotte in Messico. Di fronte alla figura omogenea del “lavoratore salariato”, Oaxaca ha sancito l’irriducibilità del proletariato alla “classe operaia”. Indigeni, donne e tradifas sono soggetti politici che non possono essere ridotti né al “soggetto rivoluzionario” della tradizione marxista-leninista, né all’indigeno che ritorna alle sue origini perdute. E’ solo sbarazzandoci di questo eurocentrismo che riusciremo a cogliere la natura nuova e intrinsecamente conflittuale di tali soggettività, nate da uno scontro che ha radici storiche millenarie e che tuttavia sempre si ripropone in termini nuovi.

    Appo 3 ulises ruizE non è un caso che la stessa Escuelita zapatista abbia dato una particolare attenzione proprio al ruolo delle donne e alla difficoltà del percorso verso la loro autodeterminazione dentro il movimento. Nella variegata geografia della modernità messicana, in cui la sudditanza al capitale finanziario e nuove violentissime forme di espropriazione dei terreni coesistono in un medesimo meccanismo, ogni tentativo di omogeneità è totalitario. E’ forse l’articolare in maniera non gerarchica le forme di lotta senza volerle riassumere in alcuna avanguardia o soggettività il senso profondo dell’utopia zapatista di “un mondo in cui coesistono tanti mondi”.

    E, lo ripetiamo, in questo processo di articolazione non c’è nessuna “purezza” da difendere, nessuna “semplicità del vivere a contatto con la terra” da rivendicare: c’è piuttosto un intersecarsi di tensioni che attraversa soggettività che continuamente si reinventano all’interno di un conflitto che dura da secoli. Ci chiederemo dunque: che cosa significa la difesa della terra in termini di resistenza al capitalismo? Com’è cambiato questo rapporto con la ristrutturazione neoliberale degli anni ottanta? Ha davvero senso pensare all’autonomia come modello rigido esportabile ovunque? Crediamo sia questa la prospettiva, scevra da ogni pauperismo romantico, attraverso cui guardare con interesse e speranza ciò che si muove ora in territorio zapatista, in particolare all’incontro del 31 Maggio. E per volere ancora, ad ogni latitudine, “para todos la luz, para todos todo”.

    Link: Riassunto/Cronologia APPO-Oaxaca 2006: Parte  I  –  II  –  III