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Tribunale Popolare contro Presidente del Messico

Il presidente messicano Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional, da qualche mese ha lanciato una campagna mediatica molto forte per pulire la sua immagine, macchiata da sei anni di guerra militarizzata al narcotraffico che ha provocato tra i 60 e gli 80mila morti, 15mila desaparecidos e 250mila “spostamenti forzati” di persone fuori dai loro territori d’origine e, dulcis in fundo, la spettacolarizzazione (con conseguente, tragica, normalizzazione) della violenza nella società. Doveva essere, secondo i suoi spot di campagna elettorale del 2006, il Presidente del lavoro, ma non è andata proprio così. Oggi gli spot governativi in radio e TV bombardano il cittadino a tutte le ore e lo vogliono presentare come il Presidente della Salute e dell’Infrastruttura, ma non credo ci possano riuscire.
La pensa così anche un tribunale popolare, formato da numerosi gruppi e reti di cittadini messicani, che dal 18 novembre comincerà un processo contro il mandatario uscente per violazione delle garanzie individuali, stato di violenza generalizzata, eliminazione di fonti di lavoro e diminuzione dei diritti dei lavoratori, impoverimento, abbandono dei problemi sociali, corruzione. L’iniziativa è promossa dalla piattaforma del Tribunale Cittadino tramite la pagina web www.tribunalciudadano.mx e ci sono già 309 probabili integranti della giuria. La base giuridica del “processo” a Calderon risiede nella possibile violazione del giuramento solenne che il presidente prestò per garantire il rispetto e l’applicazione della Costituzione.
Il giudizio su Calderon potrà rimanere a un livello simbolico e non riuscirà a rompere il muro di silenzio e impunità che protegge le istituzioni più influenti nel paese, però va a unirsi a una serie di iniziative che a livello mediatico e per l’opinione pubblica sono sempre più rilevanti e creano coscienza civica: per esempio nel 2011 un gruppo di attivisti inoltrò una denuncia presso la Corte Penale Internazionale de L’Aia contro il presidente, il ministro della pubblica “sicurezza” Garcia Luna, quello della difesa Guillermo Galván, ma anche il boss dei boss, capo del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Gúzman, tra gli altri. E’ un modo di sensibilizzare sull’esplosione della violenza e la perdita di controllo dello stato in molte regioni del paese, soprattutto nel Nord-Est.
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Se la sinistra riparte dall’America Latina…

[Il presente articolo è stato pubblicato sull’edizione on line del quotidiano italiano l’Unità del 13 novembre 2012 – link]“Unità nella diversità, modelli e caratteristiche di partito in America Latina ed Europa”. È il titolo dell’incontro organizzato dal Dipartimento per le Relazioni Internazionali del Partido Revolución Democrática (PRD), seconda forza politica del Messico e prima della coalizione progressista che include anche il Partito del Trabajo (PT) e il Movimiento Ciudadano (MC).
Tra gli invitati il PD italiano, il PSOE spagnolo, il Fronte Ampio dell’Uruguay, il Fronte Farabundo Martí di El Salvador, il Partito del Lavoro (PT) brasiliano, cui appartengono la presidentessa Dilma Roussef e l’ex capo di stato Ignacio Lula da Silva, il Partito Socialista del Cile, oggi all’opposizione contro il “Berlusconi cileno” Sebastián Piñera, e il Socialista Unito del Venezuela. Modelli, alleanze e storie diverse per affrontare problemi che spesso sono comuni e trascendono la dimensione nazionale: dall’Europa in crisi all’America Latina della “nuova ondata progressista”.
La sinistra messicana e il loro candidato, Andrés Manuel López Obrador, hanno ottenuto un risultato storico alle elezioni presidenziali del primo luglio scorso, anche se il Partido Revolucionario Institucional (PRI) è risultato vincitore. Il PRI era già stato al potere per 71 anni finché nel 2000 c’è stata l’alternanza con il conservatore AcciónNacional (PAN).
Enrique Peña del PRI, fortemente sostenuto dalle televisioni private TeleVisa e TV Azteca, ha ottenuto il 38% dei voti in mezzo a proteste popolari e denunce sul finanziamento illecito della campagna elettorale e le pratiche di compravendita del voto del suo partito. Il primo dicembre diventerà ufficialmente presidente degli Stati Uniti Messicani.
Nel 2006, invece, Obrador aveva perso contro l’attuale presidente Felipe Calderón del PAN per un pugno di voti, un scarto minore allo 0,5%. Denunciò brogli elettorali e cominciò un processo di resistenza civile pacifica che lo portò a costituire il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MoReNa).
Obrador ha ora annunciato la probabile prossima trasformazione di MoReNa in un nuovo partito politico che si collocherà più a sinistra rispetto al PRD, da cui s’è separato “amichevolmente”.Si ripropone dunque una divisione storica che ha caratterizzato con intensità e modalità diverse le varie anime della sinistra in tanti paesi latino americani ed europei.
In questo contesto parlamentari e rappresentanti di alcuni partiti progressisti europei e latino-americani si sono riuniti in una due giorni serratissima per discutere delle loro esperienze storiche di governo e opposizione nella ricerca dell’unità. Ai due lati dell’Atlantico le problematiche non sono poi così diverse.
Anche in vista della scissione a sinistra di Obrador “il PRD ha convocato questo forum per nutrirsi delle migliori pratiche dei governi progressisti e arricchire il dibattito su come indirizzare in modo ordinato e civile la diversità e la pluralità di cui deve sentirsi orgoglioso”, ha dichiarato Jesús Zambrano, presidente del partito.
Negli ultimi anni sono stati tanti i partiti e le coalizioni di sinistra che in America Latina hanno assunto responsabilità di governo. Venezuela, Brasile, Uruguay, Ecuador, Bolivia, Nicaragua, El Salvador, Cile e Argentina”cominciano a diventare dei punti di riferimento per il resto del continente e del mondo”, come ha dichiarato a l’Unità il responsabile giustizia del PD, l’Onorevole Andrea Orlando (intervista completa link).
“L’Italia come la Spagna può avere un ruolo di ponte tenendo presente che non è solo importante o utile, ma persino conveniente avere una capacita di mediazione tra centri e motori diversi del progressismo, perché credo che un effetto che la crisi sta provocando è la fine dell’eurocentrismo”, ha precisato Orlando. In alleanza con altre forze o da sole le sinistre latino americane hanno dovuto ripensare la relazione con la componente “moderata” dello spettro politico nazionale che è un tema attuale anche nell’arena politica europea e, in particolare, in quella italiana che si prepara alle elezioni del 2013.
“C’è una rinascita delle idee delle sinistre nella lotta istituzionale anche in Europa dato che per molto tempo le socialdemocrazie hanno difeso politiche neoliberiste che le hanno allontanate dalle basi storiche, ma oggi ci sono nuovi soggetti in costituzione per presentare vie d’uscita a sinistra, vista la crisi e gli eccessi del rigorismo neoliberista”, spiega a l’Unità Renato Simoes, ex deputato e Segretario per i movimenti sociali del PT brasiliano.
“Ci sono denominatori comuni a tutti i livelli, dallo scambio di forme organizzative della vita di partito alla politica pubblica locale e alla solidarietà internazionale su questioni di principio e nel sostegno alle lotte dei movimenti sociali e dei popoli”, ha concluso Simoes.
L’esperienza del PT è emblematica dato che ha ricevuto accuse di eccessivo “pragmatismo” e ha dovuto sacrificare alcuni elementi ideologici e programmatici di lungo periodo per poter governare un paese così complesso e socialmente eterogeneo come il Brasile. Malgrado quest’apparente contraddizione, dopo i due mandati quadriennali di Lula e i primi due anni della Roussef, il gigante sudamericano è riuscito a dimezzare gli indici di povertà mantenendo una crescita accettabile e i fondamentali macroeconomici in ordine.
La sfida dell’unità nella diversità è stata raccolta nella capitale azteca e riparte quindi per il resto dell’America Latina. Ma anche per l’Europa sfiancata dalla crisi che ricomincia a nutrirsi dell’esperienza del continente latino-americano.
Twitter @FabrizioLorusso
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Unità nella diversità: intervista sulle sinistre euro-latine

Intervista all’On. Andrea Orlando, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, responsabile giustizia del PD, nell’ambito del forum internazionale “Unità nella diversità, modelli e caratteristiche di partito in America Latina ed Europa”, organizzato dal Partido Revolución Democrática (PRD) messicano il 9-10 novembre 2012 a Città del Messico (link).Unità nella diversità, che significa oggi?
Penso sia una condizione inevitabile in una fase storica in cui le vecchie certezze o le vecchie famiglie del progressismo non appaiono più in grado d’interpretare il mondo, ma ancora non s’afferma un pensiero nuovo che sia in grado di interpretare e indicare un cambiamento nell’epoca globale. Dobbiamo provare a riconoscere al di là delle lingue il contenuto simile che c’è nella nostra proposta, quindi non guardare tanto all’etichetta quanto al contenuto della proposta politica.
Credo che il contenuto che possa avvicinare progressivamente posizioni politiche diverse sia soprattutto il tema della lotta alle diseguaglianze, penso sia il tema che apre lo spartiacque tra progressisti e conservatori oggi nel mondo e che sia anche la ragione per cui, stando già un livello che ormai è sovranazionale, risolve automaticamente una serie di divisioni che in passato impedivano l’incontro di queste culture politiche.
Penso a chi riteneva che questa funzione la dovesse svolgere lo Stato o a chi riteneva che la dovessero svolgere i corpi intermedi o che la redistribuzione fosse assegnata alla famiglia come soggetto. Elementi che in qualche modo sono superati da una situazione in cui si può immaginare un nuovo soggetto regolatore globale nel quale penso si possano ritrovare tutti coloro che ritengono e condividono un fatto: che non debba essere la nascita di una persona a segnare l’insieme del suo destino.
Però a livello locale o nazionale come definiresti o coniugheresti questo ideale “egualitario”?
Secondo me la dimensione sovranazionale è quella che sempre più identifica la militanza, non ci muoviamo oggi semplicemente perché vogliamo una scelta del governo piuttosto che un’altra, vogliamo un assetto del mondo piuttosto che un altro perché ci rendiamo conto che i governi hanno sempre di più margini di manovra limitati e quindi o si determinano grandi scelte e opzioni a livello mondiale o altrimenti anche lo scarto delle decisioni possibili a livello nazionale si riduce sempre di più. Mi sembra un dato che caratterizza quest’epoca storica. Non a caso siamo nell’epoca in cui si sono sviluppati dei grandi movimenti globali. Pensiamo a quello contro o di critica alla globalizzazione, le proteste contro i vari vertici internazionali. Non erano segnatamente proteste nazionale ma movimenti che riconoscevano la dimensione sovranazionale come prevalente.
Poi anche nella dimensione nazionale dobbiamo distinguere. Ci sono differenze che derivano da personalismi, ci sono differenze che derivano da elementi di carattere organizzativo – spesso le organizzazioni sopravvivono alla loro ragione fondante – e ci sono elementi che derivano da culture politiche diverse. Poi ci sono anche, invece, elementi di diversità che derivano dalla rappresentanza di interessi diversi.
Vediamo queste quattro “famiglie”. Penso che le prime due si liquidano semplicemente nel senso che è talmente più grande di noi la sfida che abbiamo di fronte che personalismi e resistenze burocratiche dovrebbero essere messi da parte.
Più complesso il tema delle culture perché le culture sopravvivono anche quando hanno esaurito la loro funzione e mantengono naturalmente una loro dignità e capacità d’influenzare l’opinione pubblica. Noi dovremmo avere in questo senso anche un’idea del limite. Riconoscere cioè che nessuna delle nostre culture è in grado di interpretare la fase nuova e che in attesa, però, della costruzione di una cultura organica che possa interpretare questa fase abbiamo bisogno di tutte, non possiamo fare a meno di nessuna di quelle che derivano dalla tradizione progressista. Quindi quella cristiano sociale, quella d’ispirazione socialista e quella anche di un pensiero liberale che si coniuga con le esigenze dell’eguaglianza e dello stato sociale. In questo senso la ricetta è un senso del limite e il riconoscimento della complementarietà di queste culture.
E’ diverso il discorso per la rappresentanza degli interessi che possono essere anche divergenti tra loro, anche se penso che dopo la crisi gli interessi siano più vicini. Cioè l’interesse dell’impresa e quello del lavoro sono meno contrapposti rispetto a prima della crisi perché hanno un comune avversario che si chiama finanza ed è un elemento che ridisegna un po’ la mappa sociale. Abbiamo una piccola e media impresa e il mondo del lavoro dipendente che sono in questa fase storica dalla stessa parte della barricata, mentre abbiamo una grande impresa, grande concentrazioni mediatiche e finanziarie che, in qualche modo, stanno dall’altra. Il mondo si divide in questa fase, soprattutto nelle economie in crisi, tra chi ha capitalizzato e chi non ha capitalizzato, non tanto tra chi investe e chi mette a disposizione la propria forza lavoro. Quindi questo è un dato che secondo me può coniugare certi interessi.
Più specificamente?
C’è una ragione di carattere strategico: noi abbiamo bisogno di rivolgerci a tutte le componenti moderate della società. Moderate sia seguendo una carta geografica sociale che una culturale. Perché abbiamo bisogno di agganciare un pezzo di ceto medio per una ragione strumentale. Diciamo in un certo senso che quel pezzo di ceto medio se viene conquistato dalla destra, se diventa preda del populismo, diventa pericoloso per l’assetto della democrazia perché quel ceto medio ha informato in tutta la storia delle democrazie europee una parte importante della classe dirigente. Se quella classe dirigente involve in una direzione autoritaria o populistica, rischia la democrazia nel suo insieme.
Insomma c’è un tessuto connettivo che è rappresentato da quello che si definiva “il centro”, eccetera, che se salta, se esplode, rischia di determinare una situazione di fortissima contrapposizione tra blocchi e di alimentare l’estremizzazione degli schieramenti con tutte le conseguenze che questo ha avuto per la tenuta delle democrazie, basti pensare a cosa ha significato questo nella crisi successiva al 1929. Quindi ecco per capirci, mettere insieme sicuramente la sinistra riformista, sicuramente la sinistra che accetta la sfida del governo e provare a tenere un ponte, non a tuti i costi, ma anche con i moderati.
Come si possono conciliare le diverse anime della sinistra con i moderati o il centro, considerando il rischio che il ceto medio sfugga e si affidi all’antipolitica o all’astensionismo o alle destre?
Credo che sia un compito relativamente più semplice che in passato. Infatti mentre nel passato questo pezzo di società chiedeva meno regole e meno tassazione, oggi soprattutto quella più colpita dalla crisi che, diciamo, ha tutti i problemi meno quello della tassazione perché chi rischia di fallire non ha tanto il problema di quanto paga di tasse, per così dire.
Oggi quel settore sociale chiede molto di più rassicurazioni rispetto al passato, quindi chiede politiche industriali, chiede sostegno alle imprese e anche una capacità dello Stato di individuare un progetto di sviluppo. Su questo terreno credo che la sinistra abbia le carte in regola per poter parlare. Vediamo che uno dei grandi limiti del governo Monti in questo momento è che non è in grado di presidiare le grandi vertenze industriali che caratterizzano il paese. Credo che la sinistra da questo punto di vista abbia una tradizione sviluppata nel corso del tempo.
Poi credo che, siccome i voti non è che si assorbono come un’idrovora, c’è il problema di saper parlare coi soggetti che politicamente rappresentano quel mondo, quindi il dialogo con l’UDC non è semplicemente un tema che serve a costruire un’alleanza elettorale e non so se poi sarà più o meno possibile. Però tenere aperto un dialogo significa anche parlare a chi si è riconosciuto fino a ieri in quel mondo e in qualche modo può decidere anche di riconoscerti un ruolo e aprirti una “linea di credito”, cosa che se noi ragionassimo ancora in termini di contrapposizione tra schieramenti, tra sinistra, centro e destra, beh, questa possibilità di parlare al mondo anche a livello elettorale diventa più difficile.
E sull’antipolitica?
Poi però su tutto questo tema io penso che la sinistra o chiunque voglia provare a contrastare l’antipolitica in questo momento abbia una cosa fondamentale da fare: provare a dare una risposta sul tema della crisi perché non credo che ci sia oggi un’antipolitica che nasce semplicemente dalla caduta di valori o dalla pessima prova che la politica pure ha dato. La politica ha una caduta verticale di credibilità perché appare incapace di affrontare la crisi.
In questo senso secondo me la sinistra ha le proposte giuste che sono quelle di cominciare ad affrontare il tema delle grandi rendite finanziarie e immobiliari per spostare queste risorse verso la crescita, quindi per un sostegno alla domanda, ai redditi più bassi, per una diminuzione della pressione fiscale sulle piccole imprese e per un ritorno agli investimenti sulle infrastrutture e sulla formazione. In sostanza non possiamo aspettare che la crisi passi da sola, c’è bisogno – e so che questo poteva sembrare una bestemmia fino a pochi anni fa – c’è bisogno di un intervento pubblico per accelerare l’uscita dalla crisi.
Torniamo al convegno e all’America Latina. La sinistra europea e quella latino americana: che convergenze pensi si possano stabilire anche alla luce di questo incontro?
Credo sia una discussione molto interessante perché analoghi sono i problemi e penso alla questione della presenza della criminalità organizzata. Analoghe sono varie questioni, infatti, partecipiamo a un forum che potrebbe avere lo stesso titolo anche in Italia tranquillamente: cioè come si coniugano delle culture progressiste diverse. Perché l’America Latina come l’Italia non ha avuto un dominio totale della cultura socialdemocratica a sinistra, ma ha avuto la convivenza di culture tra loro diverse. L’esperienza del PRD (Partido Revolución Democrática messicano) da questo punto di vista è molto interessante: c’è una corrente di derivazione cristiana, c’è un’ispirazione marcatamente marxista e socialista e c’è un pezzo che viene dal nazionalismo rivoluzionario. Quindi mettere insieme esperienze diverse in questa fase è un problema comune che abbiamo.
Ci sono anche forti differenze perché in questo momento l’America Latina non è il focolaio della crisi internazionale, quindi qui non si ha l’effetto devastante della crisi nella società così come da noi. Da questo punto di vista questo può far sì che l’America Latina possa diventare anche uno dei motori del progressismo globale perché l’Europa sta perdendo purtroppo la sua funzione di guida e di traino, di costruzione di nuovi modelli di welfare. E’ probabile che noi con occhi nuovi e anche maggior laicità dobbiamo guardare anche ad altri parti del mondo che stanno crescendo per vedere anche quali modelli d’inclusione si possono realizzare.
Per esempio, abbiamo ascoltato oggi la esperienza del Frente Amplio dell’Uruguay.
E’ molto interessante, ricorda un po’ l’esperienza dell’Ulivo nel nostro paese, ma sicuramente affronta una fortissima resistenza delle sopravvivenze politiche. Mi spiego. In Italia abbiamo realizzato tutto sommato un’operazione relativamente semplice, c’era un’adesione comune alla Costituzione e precedenti esperienze dell’Ulivo. Il Frente Amplio è interessate perché ha alle spalle una vicenda di una sinistra fortemente radicale che spesso ha avuto posizioni di forte contrapposizione ideologica con il mondo d’ispirazione cattolica. Che in questa parte del mondo si sviluppi un’esperienza di questo tipo significa che davvero le strutture ideologiche sono un ostacolo talvolta insormontabile più in apparenza che in sostanza.
Però il Frente si muove da una sinistra a un’altra sinistra, sui temi etici lasciano libertà, però in fondo l’ago della bilancia pende meno verso il centro rispetto al caso italiano.
Ogni paese ha la sua storia. Parliamo di una regione in cui la sinistra sicuramente ha avuto un’impostazione più radicale e lo scontro sociale non raramente è diventato lotta armata. L’Italia è un paese dove, nonostante le imbragature ideologiche, abbiamo registrato una convivenza tra forze politiche sin dall’immediato dopoguerra. Quindi è chiaro che ogni paese si porta dietro al sua storia.
Sulla libertà di scelta sulle questioni etiche: non mi pare sia una questione che riguardi un solo paese o che riguardi l’unità dei progressisti punto e basta, nel senso che abbiamo visto come anche in altri paesi dove l’unità politica dei progressisti è stata realizzata, pensiamo al Portogallo, il tema della libertà di coscienza è rimasto in piedi. Perché ovunque ci sia una forte esperienza religiosa che caratterizza la vicenda politica è inevitabile che ci sia uno spazio che la politica non può invadere. Dunque si tratta di trovare una metodologia che, come dire, impedisca lo stallo, ma contemporaneamente ponga un limite alla politica.
Mi pare che l’indicazione dell’esperienza uruguayana sia molto interessante perché si riconosce il fatto che non tutto può essere sciolto sulla base di un principio di maggioranza e che ci siano delle progressive approssimazioni per trovare dei punti di contatto anche tra idee apparentemente inconciliabili. Ecco, però direi che trattative e compromessi non se ne possono fare senza riconoscere una forte laicità della dimensione pubblica. Ci deve essere il contributo dell’esperienza religiosa alla vita politica, ma non ci deve essere l’invadenza della struttura organizzata della religione nell’ambito politico.
Però una percezione ormai generalizzata è che l’Italia su tutta una serie di temi sociali e civili sia rimasta indietro, come per esempio sui matrimoni tra persone dello stesso sesso o sui patti di convivenza, oppure sulla liberalizzazione delle droghe leggere che potrebbe diventare realtà in alcuni stati degli USA dopo l’approvazione dei relativi referendum del 6 novembre.
Non metterei sullo stesso piano il tema della liberalizzazione delle droghe che non attiene alla coscienza religiosa quanto piuttosto a un’impostazione sul ruolo dello stato. Non la metterei sullo stesso piano coi temi di rilevanza etica, cioè sull’inizio e la fine dell’esistenza. Anche qui la cosa mi sembra più complicata perché noi in questo momento stiamo parlando in un paese, il Messico, in cui pur avendo proclamato una delle costituzioni con più laicismo dello Stato e avendo negato per un lungo periodo la relazione formale con la Chiesa, poi si proibisce l’aborto in tanti stati nei quali oggettivamente è molto forte la presenza culturale non tanto della Chiesa-istituzione ma anche della religione a livello popolare.
E in Italia?
Secondo me il tema non è tanto quello di legiferare, anche se sì c’è bisogno di leggi, ma è quello di riconoscere un senso comune che s’è progressivamente evoluto. Da questo punto di vista anche l’Italia con una guida progressista può fare dei passi avanti purché non si passi nella logica del tutto o niente perché il problema non è “scontentare la Chiesa”. Il problema è non urtare una sensibilità che è diffusa e spesso è “popolare”, quindi non sono convinto che rimarremo fermi.
Sono convinto che si potrà fare di più, che si potrà riconoscere una serie di diritti alle coppie omosessuali, però non bisogna neanche entrare in un integralismo alla rovescia per cui o c’è un riconoscimento tout court delle forme che sono previste per i matrimoni o altrimenti c’è un fallimento. Ci si dovrebbe arrivare con dei passi progressivi anche se riconosco che quello è un obiettivo di civiltà. Credo che se vincerà il centrosinistra in Italia questi passi si faranno come s’era timidamente fatto qualche passo seppur timido con il governo Prodi.
Le condizioni sarebbero una vittoria del centrosinistra ma anche una classe dirigente generazionalmente rinnovata. Penso che la nostra generazione, le persone tra i 30 e i 50 anni, in qualche modo convive con una certa laicità coi temi che potevano sembrare dei tabù nel passato e avere una classe rinnovata ha sbloccato la situazione in molti paesi del mondo e l’Italia non dovrebbe essere l’eccezione.
Sei specialista del tema dell’antimafia che nel Messico della guerra militare ai narcos e, specialmente, in questo forum ha suscitato molto interesse. Quali sono le somiglianze che vedi?
C’è un parallelo importante perché se non capiamo le cause per cui questo tipo di fenomeno si sviluppa, non riusciamo a combatterlo. Non è semplicemente un fenomeno criminale, ma è anche sociale, economico e politico. Le mafie si sviluppano laddove c’è una debolezza dello Stato, quindi bisogna incidere anche sulla capacità di un contrasto repressivo, ma al contempo bisogna togliere le ragioni che generano consenso intorno alle mafie. Quindi un lavoro sui temi dello sviluppo e della scuola, ma anche una capacità di costruire uno stato che sia autorevole e sostenuto da consenso.
Fenomeni di corruzione, di gestione privatistica o personalistica delle istituzioni inevitabilmente allontanano i cittadini, soprattutto nelle aree più povere, dalle istituzioni stesse e lasciano uno spazio in cui s’insinuano le organizzazioni criminali che non solo dei “traders” di stupefacenti, ma aspirano anche a una rappresentanza e un controllo dei bisogni del territorio.
Non è un caso che siano soggetti che in qualche modo investono in opere pubbliche e cercano di costruirsi artificiosamente un certo tipo di consenso dove lo Stato ha lasciato un vuoto. C’è pure da riflettere su quanto questa lotta possa essere combattuta a un livello nazionale o se non deve diventare oggetto di una battaglia sovranazionale. Per esempio fino a pochi anni fa in Europa registravamo una sostanziale indifferenza su questo problema e c’è voluta la strage di Duisburg per capire che non riguardava solo l’Italia e c’era un pericolo di contaminazione alle istituzioni europee. Quindi sovra-nazionalità e natura politica di questa lotta: contro avversari che non lo sono perché violano norme del codice penale, ma perché sono portatori di un progetto di società incompatibile on quello sostenuto dalle forze democratiche.
Concludiamo con la proposta di una piattaforma comune euro-latino-americana. Che significa?
Come ho detto e proposto nella conferenza, la trovo interessantissima anche per l’Italia, per legarsi a un centro motore progressista come può essere l’America Latina e per confrontare alcuni temi che segnano in modo comune la vicenda delle dinamiche politiche sia europee che latino americane. L’Italia come la Spagna può avere un ruolo di ponte tenendo presente che non è solo importante o utile, ma persino conveniente avere una capacita di mediazione tra centri e motori diversi del progressismi. Perché credo che un effetto che la crisi sta provocando è la fine dell’eurocentrismo, quindi dovremmo essere i primi a pensare che affacciarci al resto del mondo sia un vantaggio competitivo sia come partito che come paese.
Twitter @FabrizioLorusso
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Devendra Banhart (dalle Ande agli States a/r)

Hey Mama Wolf. Questo week end lo dedico musicalmente a un mistico folle, quasi naturalista, statunitense e venezuelano, Davendra Banhart, cantautore che compone in inglese, spagnolo e chissà quali altre lingue.
E ci metto anche La pastorella perduta, La pastorcita perdida, cover di un pezzo in stile andino, da ascoltare in qualche gelido bar delle Ande o in una “peña folclorica”. Frase testo: Punay Punay Ridammi la mia Pastorella Perduta.
Punay! Punay! ¡Devuélveme, devuélveme, a mi pastorcita perdida! Pastorcita de mi vida, te extraviaste en noche mala, mi voz te busca en el viento y en la puna te reclama. Punay! Punay! ¡Devuélveme, devuélveme, a mi pastorcita perdida! Aunque tenga en esta vida, que viento y tierra tragar, pastorcita de la vida, te he de encontrar te he de encontrar.
Chi è costui? Artista indefinibile da parte mia ma…Vedi che dice Wiki, link.
Vai alla playlist dei suoi successi, linkati qua.
Chiudo con la bellissima Baby dai riff irresistibili.
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Matemáticas y Poesía (La Jornada Semanal)

En el año de 1934, en Estados Unidos apareció un texto titulado La poesía de la matemática y otros ensayos. El autor era David Eugene Smith, matemático y profesor emérito de Columbia University de Nueva York, quien escribía: “La matemática es generalmente considerada en las antípodas de la poesía, no cabe duda. Sin embargo, la matemática y la poesía tienen una estrecha relación de parentesco, porque ambas son hijas de la imaginación. La poesía es creación, ficción, y la matemática ha sido definida por uno de sus admiradores como la más sublime de las ficciones.”¿Qué sentido puede tener esta idea de la matemática y de las ciencias exactas como ficciones maravillosas y sublimes? ¿Podemos amar o incluso construir, jugar y especular con los números y con los versos al mismo tiempo? Banalizo un poco. Desde las entrañas de la unam, casa de estudios en que cursé unos ricos postgrados en humanidades, sigue vigente un debate o, más bien, una diatriba histórica entre facultades científicas y sociales, que repercute, supuestamente, en las distintas formas de ser y hasta en las autoestimas de sus frecuentadores.
Hay escalofríos de mentes y corazones, de estudiantes y docentes, que nos hacen preguntar: ¿Tendrán alma los ingenieros? ¿Sí aman los matemáticos? ¿Y sí, hacen poesía también los biólogos? O bien, mirando la otra cara de la moneda, ¿de qué viven los filósofos? ¿Qué comen los letrados? Finalmente, ¿tenemos, de alguna manera, sea como sea, aptitud para el razonamiento duro y puro nosotros, los románticos de las humanidades? Misterios se vuelven preguntas. Las dudas, prejuicios. Poetas hippies chocan contra puntuales calculadores cuasi-humanos.
En efecto, la relación entre estudios matemáticos y expresión poética se estudia poco, se ignora, se menosprecia. De juntarse el verso sublime con las cifras maravillosas, pues tendrían un amor innecesario, dicen. Así, para el matemático, por ejemplo, la poesía queda reducida a una frívola manzanita, sabrosa quizás, pero pecaminosa y vacía, y acaba siendo inútil, sin un goloso gozador que la disfrute.
A su vez, los sentimentales creen que las fórmulas y la exactitud teórica intoxican el alma. A veces, hay que decirlo, estos malentendidos nacen de la mala fe de la gente. Se estima que esa unión, es decir, el enamoramiento entre números y expresiones líricas, entre rimas y cuánticas bien puestas, tendría consecuencias demasiado anti-sistémicas.

Con lujo de superficialidad se consideran comúnmente como dos méndigas, antitéticas enemigas. Unas, las matemáticas, serían diferentes por estar ligadas a actividades científicas, rudas y técnicas, duras y tremendamente reales. En cambio, la otra, la poesía, coquetea con la buena educación humanística, con las áreas de filos, letras y psico, y finalmente con sensibilidades bastante literarias y hasta ideales estúpidamente utópicas. Así dicen.
La rima consonante ama ciertas figuras profesionales que se le asocian, tales como son el filósofo desempleado crónico, pero al menos feliz, y el eterno aspirante a escritor. En cambio, el físico, el ingeniero, el químico, y hasta el profesional de la econometría olímpica, están destinados a ser endebles pero con una chamba remuneradora y estresante. Asimismo, serán exitosos y siempre respetados por su seriedad y rigor científico que a veces, sin embargo, es preludio de un precoz rigor mortis.
A la separación entre estas disciplinas, que también representan pasiones carnales y estudios aparentemente muy distintos entre sí, se le hace corresponder una substancial diversidad de los individuos apasionados por cada una, como si tuviesen capacidades diferentes y formas mentales con posturas, modales y flexibilidades intelectuales casi incompatibles. Además, parece, matemáticas y poesía son bastante refractarias a la comunicación y al recíproco entendimiento. Son necias.
Una supuesta heterogeneidad de sus contenidos íntimos y de sus campos de interés contribuye a poner a Doña Poesía y a Señitas Matemáticas en un muy mal plan, un rebote continuo de peleas y desencuentros. Sin embargo, por suerte, tienen mucho que compartir, tienen puntos en común que finos análisis de escritorio y aun la práctica de las borracheras, tan reveladoras y sinceras, han podido desenmascarar.
Ambas se generan a partir de un anhelo común por el conocimiento y un deseo típicamente humano de navegar incesantemente hacia nuevas metas. El aprendiz, el individuo que cuestiona, se cuestiona y pregunta es el que goza al perder la brújula, por torpe o por curioso. Es el que se activa paulatinamente para mover la utopía del conocimiento cada vez más hacia adelante, para que un fin no sea un final. Aunque hay límites, la aventura es reconocerlos. Poesía y matemáticas se hermanan en esta hazaña.
Un cuerpo-intelecto que salta ‒mens sana in corpore sano‒ ya no se avergüenza de la unión blasfema entre dos musas berrinchudas, y sabe derrotar la esterilidad y el estancamiento de su mente causados por el vértigo de existir. Es una suerte de reacción frente a la inmensidad caótica e inexplicable del universo, o simplemente una fuerza procedente de nuestro subconsciente, la cual, tal como nos la describió el buen padre del psicoanálisis, Sigmund Freud (1856-1939), logra sublimar la energía reprimida de nuestro lado irracional. La canaliza hacia finalidades más aceptables, más toleradas socialmente y permitidas por el filtro de nuestra censura interna.
Tanto las matemáticas como la poesía indagan acerca de aspectos problemáticos de la realidad, como el inicio y el fin, la vida, la muerte y las parejas. Las dos investigan, de hecho, el dilema del infinito, de lo no mesurable dentro y fuera de nosotros los humanos. Especulan sobre las paradojas de la vida y del cosmos, al enfocarse en cada uno de los detalles que los hacen maravillosos, dignos de estupor. De esta manera, con sus reflexiones y resultados, sean literarios, numéricos o de otra naturaleza, iluminan de inmensidad a las mentes y a las mentalidades, a la racionalidad y al imaginario, a los hemisferios del globo y de cada cerebro que lo habita.
En efecto, ¿quién no ha sido espasmódicamente cautivado por las extravagantes paradojas y las asombrosas contradicciones que inevitablemente encontramos cuando tratamos de sentir y entender los infinitos numéricos y sus propiedades? Algo sencillo y común, ¿no? Basta con recordar, por ejemplo, el desamparo que experimentamos, en algún momento, al descubrir que el conjunto de los números pares se considera compuesto por la misma cantidad de elementos que el conjunto o totalidad de los números enteros. Una parte es grande como el total, somos infinitos y ceros a la vez. Además, en la era digital, todo es una secuencia de unos y ceros.

Ilustración de MerelloEstoy seguro de que nos golpea un gran desequilibrio interior, como embriaguez fatal, cuando nos topamos con el fenómeno romántico llamado “adolescencia”. Hablo de la edad crítica y transformadora de nosotros mismos, como hombres o mujeres. Pero me refiero igualmente a las etapas demoledoras y renovadoras de la historia humana, con sus violencias y estremecimientos, y también a la fuerza de la lectura de las obras poéticas: estudiadas, disfrutadas y lloradas al mismo tiempo.
Sobrevivir en los tiempos del romanticismo, como época de la vida personal y de la historia, es encarar, en los libros y en la cotidianidad, las tensiones y las dialécticas sin resolver que caracterizaban la sensibilidad romántica. Es participar en los viajes de los pintores alemanes como Caspar David Friedrich (1774-1840), creador de ocasos ensordecedores y panoramas melancólicos.
Es resucitar la voz de un vate como Giacomo Leopardi (1798-1837), autor de “Lʼinfinito”, interminable tormento y delicia de todo estudiante italiano. Las almas añorantes estaban eternamente suspendidas entre pasado y futuro, dibujando memorias del mañana que empezaban y culminaban en el mismo horizonte, justo en el límite extremo y difuminado de la contingencia humana.
El acercamiento entre la lírica y los números cobra más sentido si recordamos algo: consideremos uno de los grandes temas de la poética del decadentismo francés, como el del bosque de símbolos que el poeta tiene que atravesar para aprehender la realidad más pura, y veremos que se asemeja a los esfuerzos de la matemática por hacer el mapa del bosque oscuro de lo desconocido, y de hallar o describir armonías y perfecciones de un mundo que, al contrario, está dominado por la entropía, la incertidumbre y un desarrollo aparentemente muy irracional.
La interpretación de las matemáticas como ficción maravillosa y sublime reside en su campo de investigación, sus ámbitos de evolución y su coqueteo con la abstracción y la proyección hacia el más allá: se arma un universo regulado y descrito por leyes precisas, hechos y tendencias, datos y probabilidades que se nutren de simetrías y construcciones equilibradas hasta cierto punto, hasta la cumbre de la utopía numérica. Esa es la paz.
Y era la concepción del universo según las corrientes filosóficas de la Grecia presocrática. En efecto, se proponía un mundo explicable y representable de acuerdo con relaciones numéricas establecidas y ciertas formas geométricas, a las que se podían referir las estructuras de todos los seres: había ciudades de ensueño con cuadrados, triángulos, ovales, signos, numeritos y columnas hexagonales por todas partes.
Muy notoria es la preponderancia insolente que el “número” fue adquiriendo en la reflexión del griego Pitágoras de Samos (580 ac-495 ac), que fue filósofo y matemático, esotérico y vegetariano, pero le faltó salir del clóset también como poeta. ¡Lástima! No siempre se puede ser perfecto. Durante siglos, él y sus discípulos identificaron el Arché, o sea el inicio del universo o de todas las cosas, justamente con el Uno, primero de los números. Parece poco, pero si eres el primero, el número uno en decirlo, estás en la historia.
En cambio, el pensamiento del alemán Friedrich Nieztsche (1844-1900) se ubica en el otro extremo con respecto a esta visión apolínea y ordenada de la vida y del cosmos. De hecho, él arranca de una indiscutible perspectiva dionisiaca y caótica de la situación presente, de la pasada y la futura, pues el desorden reina en este mundo, tan nuestro y tan ajeno a la vez, y hay que negarle cualquier valor a la matemática y a la metafísica. En su opinión, son ciencias ilusorias, el fruto podrido de una realidad inexistente que el hombre ni siquiera debería seguir buscando.
Matemáticas y poesía son ambas producto de la imaginación, del desfase interior y de una fértil intuición. Se concretan en forma y expresión gracias a la síntesis del individuo, por su anhelo de explicar y de comunicar. Inclusive el trabajo epistemológico del filósofo austríaco Karl Popper (1902-1994), quien introdujo el “falsacionismo” o criterio de “falsabilidad” como elemento de demarcación entre lo que sí es ciencia y lo que no puede serlo, reconoció el origen extracientífico y no racional de la gran mayoría de las teoría científicas. Muchas veces éstas son generadas a partir de la fantasía, la invención, la casualidad, la libre imaginación, la pachequez y, finalmente, por ese toque de poesía que todos tenemos.
Destacó Arthur Schopenhauer (1788-1860) que la poesía y el arte en general no son otra cosa sino intuición inmediata y contemplación desinteresada del mundo de arquetipos formados por las ideas. Ver para creer. La música, que es superior y se sitúa en la punta de la pirámide de las expresiones artísticas, acude y comunica directamente a la Voluntad, la voluntad con V mayúscula que mueve todo ser a vivir y reproducir la especie.
Otro elemento de conexión amorosa entre matemática y poesía está en la naturaleza musical, rítmica, melodiosa y proporcionada de muchos poemas, especialmente de los más añejos. Muchas veces siguen formas métricas precisas, relacionadas con los principios matemáticos que también regulan la disposición de las siete notas en el pentagrama. Y este es el gran tema neoclásico de la “armoniosa melodía pintora”, según reza un celebre verso del poeta italiano Ugo Foscolo (1778-1827). Él ve la poesía como una abstracción matemática que, gracias a su intrínseca esencia musical, puede y quiere elevar al hombre hacia un mundo de perfección. Por fin digo que las dos se quieren. Así sea. De https://twitter.com/FabrizioLorusso
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Diabolico Tango

Pubblico volentieri la prefazione scritta da Giuseppe Langella al primo romanzo “argentino e milanese” della giornalista Bruna Bianchi, Diabolico Tango, di Eclissi editrice, appena uscito fresco fresco.Diabolico tango ha la classica struttura del romanzo poliziesco: è stato commesso un delitto, bisogna trovare il colpevole. L’autrice, da questo punto di vista, è più che attrezzata, avendo accumulato, in lunghi anni di attività giornalistica in cronaca nera, una notevole esperienza sul campo. Leggere per credere: la macchina narrativa funziona a meraviglia, come un congegno a orologeria, sempre più avvincente via via che gli indizi si accumulano e i nodi, uno a uno, vengono al pettine. Con ciò, sarebbe riduttivo, se non inesatto, costringere questo romanzo nella camicia di forza del ‘giallo’. Segnalo, per cominciare, almeno un paio di anomalie. La prima: la vittima non è né ricca, né potente, né in vista, né giovane, né avvenente, né malvagia, né pettegola, né finita in giri loschi; chi mai può aver avuto motivo di ucciderla? In altri termini, ci troviamo di fronte a un movente non contemplato dalla casistica del genere, a un delitto che non ha nulla da spartire con le cause banalmente utilitarie che stanno per solito alla base di un giallo.
Eppure, le leve profonde che spingono l’omicida a macchiarsi di un crimine orrendo sono terribilmente verisimili, al pari di tanti fatti di cronaca che ci lasciano sgomenti. La rappresentazione del male, in questo libro, tocca gli archetipi dell’atrocità e del dolore. La vicenda narrata ha il respiro della tragedia antica. E forse, per dare un degno antenato al cieco rancore che arma la mano assassina, non sarebbe improprio evocare il precedente biblico di Caino.
A condurre le indagini, in parallelo alla polizia, è un giornalista irlandese. Sarà lui a scoprire la verità, dove l’ispettore fallisce girandole attorno, seguendo piste sbagliate e brancolando sostanzialmente nel buio. Fin qui, nulla di strano: i precedenti si contano a decine. Ma al giovane Tom manca del tutto le physique du rôle: è un personaggio irrisolto, che conduce una vita abbastanza vuota e precaria, con una storia dolorosa alle spalle da cui non riesce a liberarsi: sta qui la seconda anomalia del romanzo rispetto alla letteratura di genere. Peraltro, sarà proprio occupandosi del caso, che egli riuscirà, rimanendo coinvolto in un sottile gioco psicologico di proiezioni e di specchi, a rimarginare la sua ferita non chiusa. In questo senso, si potrebbe perfino parlare, con riguardo al protagonista, di ‘romanzo di formazione’.
Non sembri, anzi, un paradosso: nel profilo in controluce del personaggio, dove la fragilità esistenziale va a sommarsi alla debolezza oggettiva di condurre la sua inchiesta al di fuori di qualsiasi investitura istituzionale, risiede uno dei maggiori punti di forza del romanzo. Tom riesce a guadagnarsi doppiamente la simpatia del lettore, perché, senza essere un uomo eccezionale, interpreta con la massima serietà il suo mestiere di giornalista, consacrandosi totalmente alla ricerca spassionata della verità e tuttavia con sommo rispetto per l’umanità implicata, per quella turpe non meno che per quella buona e benefica: è, insomma, un individuo pulito e coscienzioso, con una sua indiscutibile rettitudine, cui alla fine si vorrebbe almeno tributare l’omaggio di una civica medaglia, se non conferire il titolo di eroe, in tempi che eroici non sono.
Ma dentro lo schema investigativo di Diabolico tango si agita, poi, ben altro: tanti fili che si dipanano, apparentemente lontani, negli anni e nello spazio, e slegati tra loro, e che invece risulteranno mirabilmente intrecciati; tante persone che si portano dentro, da tempo immemorabile, il peso di segreti inconfessati e di sensi di colpa; e sulle loro piaghe purulente, l’incalzare della storia e della sua violenza sanguinaria: dalla seconda guerra mondiale, col bombardamento, in particolare, di Gorla, che seminò molte vittime tra la popolazione civile; alla lotta, senza esclusione di colpi, di infami sevizie, di atti dimostrativi e di squallide vendette, tra milizie fasciste e bande partigiane; alla feroce dittatura militare in Argentina, estrema propaggine, nell’altro emisfero, della vasta tela ordita dalla scrittrice. ‘Romanzo storico’, dunque? Anche, secondo la linea maestra che da Manzoni discende fino alla Morante, nel segno dei grandi eventi collettivi che si abbattono sulla vita di ciascuno. La storia entra nel cuore stesso dei drammi umani che affiorano grazie alle ricerche di Tom; non di rado, anzi, quale causa scatenante del male, e del dolore che ne deriva: immedicabile, se non riesce a imboccare la catarsi del perdono, e implacabilmente assetato di vendetta, finché non trova, anche a distanza di decenni, un capro espiatorio (vittima innocente, senza macchia, secondo la miglior tradizione) su cui sfogarsi.
Se, tuttavia, il movente remoto dell’intreccio va cercato tra le pieghe e nei risentimenti della storia, c’è qualcosa di più torbido e opaco che urge nei personaggi di questo romanzo, un grumo di impulsi, cogenti quanto difficili da razionalizzare, che il titolo emblematicamente racchiude nella grande metafora del tango. Non è per una coincidenza fortuita che le indagini prendono il via da una milonga, dove la vittima è stata notata poche ore prima di essere uccisa: quel locale si rivelerà, al contrario, il crocevia del giallo, frequentato com’è, oltre che dalla povera sventurata, da quasi tutti i principali attori del crimine, assassino e indiziati, e perfino da Tom, il giornalista detective, che vi prende lezioni, anche lui affascinato dal ballo argentino.
Ma soprattutto è l’intensità con la quale l’autrice descrive i movimenti e le figure, l’arte e i rapimenti, del tango, a confermare la valenza altamente simbolica che esso riveste nell’economia complessiva del romanzo: chi s’intende di tango sa, infatti, che in questo ballo la nostalgia di una condizione edenica irrimediabilmente perduta s’incrocia con le due pulsioni primarie del nostro inconscio, l’istinto di vita e l’istinto di morte, in un vortice ambiguo di attrazione e repulsione, di seduzione e dominio, di invito e sfida tra uomo e donna, in cui convergono e fanno ingorgo la mancanza dell’altro e la lotta atavica tra i sessi, il desiderio (platonico e junghiano) della totalità e l’affermazione, di segno opposto, per scissione e contrasto, della propria personalità. Irresistibile e letale, il tango si carica, quindi, di risvolti particolarmente inquietanti (‘diabolici’), trasformandosi in una sorta di danza macabra, dove si balla, senza saperlo, avvinghiati alla morte e ai suoi sicari. Non solo l’incomprensibile omicidio che innesca le indagini, ma tutto l’insieme delle vicende che ne costituiscono il lontano antefatto, tra Italia e Argentina, sono riconducibili al groviglio di forze cieche e spasmodiche evocato e sublimato dal tango.
Il giallo, nel caso specifico, nasce dall’ombra, dal lato oscuro che tutti i personaggi si portano dentro. L’inchiesta, allora, dovrà far luce precisamente su questo pozzo limaccioso, su questo viluppo freudiano di eros e thanatos. Tra le maglie, o meglio, tra le smagliature dei fatti si dipana, perciò, sottotraccia, un ‘romanzo psicanalitico’, di cui il tango è insieme il simbolo, il sintomo e la chiave. E se la posta in palio di tutte le relazioni umane è, da ultimo, per ognuno, la scoperta della propria identità, incompiuta, offesa o negata che sia, allora non è senza significato il sapiente inserimento, nel romanzo, del tema del ‘doppio’, di cui in questa sede si può dire soltanto, per non svelare in anticipo la trama, che rappresenta anzi il cardine nevralgico di tutta la vicenda. Da Carmilla!
(Giusppe Langella è Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)













