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Uomini che uccidono le donne


Qualche giorno fa su Carmilla Marilù Oliva ha trattato il tema della cultura del femminicidio in Italia. Ho scelto alcuni esempi e cercato alcuni testi per specificare quel concetto, così come quello di misoginia, attraverso una breve rassegna. Partiamo dal Messico. Il paese è noto per aver praticamente “inventato” o popolarizzato il termine “femminicidio” che descrive un fenomeno sociale e racconta l’orrore: ci parla, infatti, di vittime, delle centinaia di donne uccise a Ciudad Juárez e, in realtà, in tutto il territorio, per motivi di genere. Ci parla, banalmente, del correttore di word che ancora non ha incluso questa parola nel suo misero dizionario e continua a segnarla in rosso. Ci parla anche della cultura sottostante e della cattiva stampa che la foraggia e la propaga. Infatti, per anni si è fatto credere che nel nord del Messico ci fosse un mostro, un serial killer. Poi si parlò di gang e narcos. Poi di matti e squilibrati. Ma solo negli ultimi 6 o 7 anni si sente parlare seriamente di responsabilità delle autorità, di diritti umani, di connivenze della politica coi delinquenti e, infine, di machismo, maschilismo e cultura del femminicidio.
Tant’è che il fenomeno è diffuso ovunque e, per esempio, la zona con più femminicidi è lo Stato de México, la regione-cintura che sta intorno alla megalopoli capitale. Per cominciare introduco il video Stereotipi. “L’uso diffuso di stereotipi di genere contribuisce ad alimentare una mentalità sessista e, di conseguenza, atteggiamenti lesivi delle libertà individuali”, spiega la didascalia di questo documento realizzato dal collettivo Le Arrabbiate.
“Frignare come una femminuccia” o “non fare il maschiaccio” sono un paio di frasi comuni citate nel video che ci fanno capire quanto sia facile utilizzare, ascoltare e rinforzare più o meno consciamente alcuni atteggiamenti sessisti o degli stereotipi escludenti. Vale lo stesso per l’abusatissima espressione “omicidio passionale” o “accecato dalla gelosia”, usata da sempre come deus ex machina esplicativo dai mass media: in questo modo riaffermano giustificazioni e attenuanti di varia natura quando si tratta di uomini che non solo odiano, ma anche uccidono, le “loro” donne. E sottolineo le virgolette su “loro” in quanto è sempre più comune la percezione della donna oggettivata, trasformata e ridotta a proprietà, quasi mercanteggiata come un bene o un servizio a disposizione del suo padrone.
E’ una maniera di pensare che il capitalismo, in quanto sistema economico-culturale prevalente anche se non più egemonico, legittima e induce, avendo instaurato l’impero dell’economicismo, un’ideologia esasperata di conquista delle menti, delle idee, della natura, dei beni comuni e di tutte le cose che non possono più sfuggire alle logiche del possesso, dell’appropriazione, dei mercati e dei regimi giuridici sovrastrutturali che li incapsulano. Non sono critiche nuove, è vero, ma serve ricordarle. Siccome si tratta di aspetti legati alla cultura di ciascuno di noi, sono ancora più difficili da identificare e riconoscere. Sono elementi appresi, ma diventano ben presto innati, cioè assunti acriticamente. A volte basta solo viaggiare all’estero o leggere, basta confrontarsi con altre culture, saperle ascoltare, per rendersene conto. Ci sono pregiudizi e stereotipi talmente radicati nella cultura che non riusciamo a disfarcene e per questo vengono usati strumentalmente dai mezzi di comunicazione e, talvolta, perfino dai giudici per legittimare i crimini più efferati e le discriminazioni, soprattutto quelle motivate dal genere.
Negli ultimi mesi c’è stata un’ondata reazionaria e pericolosa di attacchi contro le donne, per esempio contro il diritto di decisione sul proprio corpo e la legge 194, oggetto di una sentenzada parte della Corte Costituzionale il giugno scorso, che negli anni ha permesso di ridurre drasticamente il numero di morti per aborti clandestini e, grazie alla sensibilizzazione sulla contraccezione, anche le interruzioni volontarie della gravidanza (IVG). La legge 194 sulla IVG, risultato delle lotte del movimento femminista in Italia negli anni ’70 e di alcune forze politiche, è da sempre attaccata dalla Chiesa cattolica e severamente limitata dall’obiezione di coscienza del personale medico e infermieristico (vedi video qui). E ci si è messo “giustamente” anche Ruini come ben sottolineava il 2 ottobre scorso un blogger nell’articolo “Ruini il fondamentalista a Che tempo che fa di Fazio”.
Cito: “La cosa davvero incommentabile e indegna di quella intervista è stata la tracotanza di un uomo – sua eminenza – in merito alla superiorità della religione cattolica (mascherata dietro il concetto più generico di cristianesimo) su ogni forma di pensiero. Ruini ha attaccato, uno dopo l’altro, i concetti di laicità, illuminismo, relativismo, libertà di fede, democrazia e, non ultimo, di intelligenza”. Completiamo il concetto. Su Carmilla Lorenza Ghinelli, nel pezzo “E liberaci dal pensiero unico. Amen”, scriveva: “Quello che invece è sembrato palese è stato un atteggiamento eccessivamente reverente nei confronti di un cardinale dichiaratamente conservatore, antiabortista e omofobo. Fazio ha mosso le sue parole unicamente dove Ruini non avrebbe avuto nulla da obiettare. È stata, in sintesi, un’occasione mancata per mostrare l’uomo e non l’abito”.
Uomini che odiano le donne? Che le considerano come loro proprietà? Che ne dice il quotidiano cattolico Avvenire? Un giornalista di quella testata, qualche mese fa è stato al centro di una polemica che s’è spenta rapidamente e che vale la pena riprendere e ricordare. Per farlo posto questo video, bello ma terrificante, sempre delle “Arrabbiate” che hanno inserito qui una sequenza di notizie trasmesse in TV che banalizzano e sminuiscono in qualche modo la portata del fenomeno del femminicidio in Italia. Di seguito c’è una lista di alcuni casi recenti con la foto, la professione della vittima e la situazione o modalità in cui è stata uccisa. Nella stragrande maggioranza dei casi l’assassino è un parente, marito, compagno, amico, fidanzato o ex, insomma un uomo legato alla vittima da qualche rapporto sentimentale o familiare.
Nell’articolo del 18 maggio 2012 intitolato “Fedeltà. L’unico antidoto alle passioni criminali”, il giornalista Maurizio Patriciello, dopo un preambolo filosofeggiante ma più che altro moralista, definiva il fenomeno in continua crescita del femminicidio come “passione criminale”, dettata dalla biasimevole infedeltà delle mogli ai loro mariti, e così facendo non faceva altro che confermare la mentalità maschilista e patriarcale della società italiana, di quella cattolica ma non solo.
Il signore, di professione sacerdote, forse non sa che il tradimento non è la causa comune di centinaia di femminicidi che si consumano ogni anno nel Bel Paese, bensì nella maggioranza dei casi la smania di possesso e di controllo delle donne da parte di mariti, fidanzati ed ex. Per chiarirci un po’ le idee segnalo due link: commento all’articolo di Avvenire (jumpingshark link) e un articolo del primo maggio 2011 sul fenomeno del femminicidio (“Perché si chiama femminicidio? diBarbara Spinelli – link).Proprio Barbara spiega benissimo il fenomeno e la sua storia citando l’attivista messicana Marcela Lagarde:
Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei loro diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».In un articolo apparso sul blog Comunicazione di genere (qui) si fa il punto della situazione sulla stampa italiana e si invita a ricercare nei blog che li raccolgono le collezioni di articoli sessisti.
Anzi, “ormai non si tratta nemmeno più di sessismo. C’è chi ora si è spinto pure oltre e questa è la stampa italiana che negli ultimi anni è un proliferare di articoli contro le donne, che si aggiungono agli stereotipi sessisti che da anni ci facevano compagnia nelle piu’ importanti testate a suon di donnine discinte che ammiccano disponibilità in cambio di un click. E’ un fenomeno in crescita: dall’immagine della ragazzina sexy su articoli che narrano la storia di uno stupro di gruppo, all’articolo che utilizza un linguaggio complice con lo stupratore o l’assassino femminicida.
E’ un anno che i blog femministi della rete raccolgono articoli che descrivono atti di violenza sulle donne come “momenti di passione” o semplicemente follia ad articoli che usano un vero e proprio linguaggio volutamente maschilista per denigrare la vittima di uno stupro, come il caso di Nino Cirillo, ancora aperto”.

Sulla falsa riga dell’intervento reazionario di Maurizio Patriciello, sono usciti altri articoli ai limiti dell’assurdo. Memore del fatto che le peggiori iniziative liberticide in passato (vedi caso “Rogo di libri” e censura in Veneto all’inizio del 2011) sono cominciate come semplici esperimenti, quasi per scherzo o per provocazione, con un po’ d’ironia magari e una dose d’indifferenza o di sufficienza generale, ne parlai anche sui miei blog. Giudicate voi, lo copio sotto da il Foglio di Giuliano Ferrara, in una rubrica fissa (!!) chiamataPreghiera a cura di Camillo Langone che il 23 agosto 2012 s’è riferito alla vicenda di Daniele Ughetto-Piampaschet, arrestato a Torino per (presunto) omicidio (vedi link alla notizia qui). Il post sembra uno scherzo ma non lo è (o almeno io non lo capisco, forse sono limitato). E’ follia allo stato puro e si tratta di una rubrica su un giornale nazionale, non uno sfogo misogino su qualche sito neonazi (che non sarebbe comunque giustificabile…).Per Daniele Ughetto – Piampaschet, che forse ha ucciso per amore una donna nigeriana, di mestiere puttana. Spero non sia stato lui, e se invece è stato lui spero gli venga comminata una pena mite perché chiaramente aveva perso la testa. Una preghiera per Daniele eccetera e per tutti noi maschi che al buio non capiamo più niente. Che ci si attenga sempre alla regola seguente: mai passare la notte con qualcuno con cui ti vergogneresti di passare il giorno. Le negre sono bellissime, e dopo il tramonto anche i trans sono favolosi, e così molte altre battone, baldracche e lapdancer. Ma hai davvero voglia di svegliarti con loro, al mattino? E le porteresti a pranzo nel tuo ristorante abituale? O da tua mamma? La vergogna e il controllo sociale non hanno niente di bello però qualcosa di utile sì.
Ecco il commento che sottoscrivo, diffondo e riporto sempre dal blog Comunicazione Di Genere, se cliccate trovate il resto e anche una lettera diretta all’Ordine dei Giornalisti.
Può una testata nazionale avere un articolo simile? Un articolo non solo razzista, omofobo ma soprattutto vergognosamente misogino poiché si giustifica un femminicidio, perché una donna che fa la prostituta non si può presentare alla mamma. Da una parte c’è la mamma e da una parte la “puttana”, quella con cui puoi scoparci solo la notte e non puoi presentare alla mamma perché non è una ragazza per bene. Per Camillo Langone sono motivi validi per uccidere una donna e per dedicagli una preghiera perché i maschi non si controllano. E’ vergognoso. Il Foglio è anche un giornale che non si fa tanti scrupoli per definire una donna che abortisce come un assassina. Come mai agli assassini di donne fa sconti? E’ chiaro che per certi esponenti la donna occupa una posizione infima della scala sociale sopratutto se non è “una donna da sposare”. E’ possibile che nessuno prenda provvedimenti contro i nostri mass media?.
Ritornando al Messico, dopo essere passati dall’Italia, concludo citando di nuovo l’articolo di Barbara Spinelli che ci dà una visione ampia del fenomeno nel mondo, in Messico e spiega l’importanza dell’invenzione della parola femminicidio.
“Questo neologismo è salito alla ribalta delle cronache internazionali grazie al film Bordertown, in cui si racconta dei fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate ai margini del deserto, il tutto nel disinteresse delle istituzioni, con complicità tra politica e forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata, ed attraverso la possibilità di insabbiamento delle indagini esacerbata dalla cultura machista dominante e da leggi che, ad esempio, non prevedevano lo stupro coniugale come reato e prevedevano la non punibilità nei confronti dello stupratore che avesse sposato la donna violata.
Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive”.Pratiche religiose, tradizioni severissime, condizioni socioeconomiche denigranti o trattamenti crudeli legati al genere sono alcuni dei fattori che contribuiscono all’insicurezza delle donne in una società. La Thomas Reuteurs Foundation e la sua organizzazione TrustLaw Woman hanno elaborato una “classifica 2011″considerando anche la violenza fisica nei loro confronti, i livelli di emarginazione e povertà e la mancanza di un sistema previdenziale o sanitario: sebbene i primi cinque paesi, i più pericolosi per l’integrità fisica delle donne, siano l’Afghanistan, il Congo, il Pakistan, l’India e la Somalia, c’è da chiedersi se in Messico o in Italia, che non figurano ai primi posti malgrado la crescita del fenomeno, saremo in grado di comprendere e fermare la cultura del femminicidio e della discriminazione. Di Fabrizio Lorusso da Carmilla Twitter @FabrizioLorusso
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Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 Circolo stampa Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo qui).
Link utili
Prologo del libro:
lamericalatina.net/2012/12/03/le-macerie-di-haiti-prologo-e-presentazione/
Cronaca della presentazione:
rominavinci.wordpress.com/2012/12/04/le-macerie-di-haiti-buona-la-prima/

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Video delle Proteste del 1 dicembre in Messico (1DMX)
Posto un paio di documenti video che sono ben girati e sicuramente indicativi della giornata di riot del primo dicembre in Messico durante l’insediamento del nuovo presidente Enrique Peña Nieto. All’alba nei pressi della sede del Parlamento messicano. Vedi foto e articolo QUI LINK.
In mattinata nel centro storico.
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Le macerie di Haiti (prologo e presentazione)

Fabrizio Lorusso, Romina Vinci, Le macerie di Haiti, Ed. L’Erudita, 2012, p. 150, € 14.[Pubblichiamo il prologo del libro che trovi a questo link . I proventi degli autori saranno destinati all’associazione haitiana di avvocati per la difesa dei diritti umani AUMOHD. Approfittiamo per segnalare la presentazione del libro a Roma domani, 4 dicembre, qui].
Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Vivere e scrivere ai tempi del colera. Capire una cultura diversa, che non è del tutto latino americana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità, la religione, la politica, da dentro e da fuori. Specchiarsi nel riflesso della prima isola “scoperta” da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente, e sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra, più che un bimbo affamato, un soldato mercenario, il passaggio di una crociera per ricconi e più che un mare di povertà e violenza. Superare lo stereotipo, colmare l’abisso dell’indifferenza.
Per tutto questo è nata l’idea di conoscere una realtà così difficile e in seguito, dopo due viaggi intensi, meravigliosi e dolorosi, fissare l’esperienza vissuta scrivendo un diario, un testo che raccontasse vicende, personaggi e quartieri visti da occhi attenti e allo stesso tempo straniati, occhi e penne che ricordano in silenzio, a lume di candela, e scrivono la sera prima di coricarsi tra le macerie.
Fabrizio Lorusso e Romina Vinci. Siamo due giornalisti italiani appassionati di America Latina e abbiamo deciso d’intraprendere un viaggio ad Haiti in due momenti diversi ma ugualmente significativi per il paese caraibico: Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto; Romina vi è atterrata nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e la ricostruzione, mai cominciata, della capitale.I diari quindi sono due e si alternano, parlano spesso di luoghi, voci e persone che entrambi abbiamo conosciuto in momenti e situazioni diverse. Le narrazioni diventano a volte dei reportage o dei “diari di bordo”, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. La collaborazione tra gli autori è nata tra Porto Principe, Roma e Città del Messico e si è sviluppata narrativamente sulle pagine della web zine CarmillaOnLine e per e-mail. Le esperienze di vita e scrittura si sono trasformate in un progetto organico che ha raccolto e prodotto scritti, diari, foto, aggiornamenti, reportage e sensazioni in queste “Macerie di Haiti”.
Le nostre strade si sono incrociate grazie a Internet e all’Aumohd (Association des Unités Motivées pour une Haiti de Droits), l’associazione di avvocati per i diritti umani il cui presidente, Evel Fanfan, ha ospitato entrambi nella casona cha affittano nel quartiere Delmas. Presentiamo questi due diari dal centro della rovina, dalla miseria, ma anche dagli angoli degni e orgogliosi, veri semi della rinascita, di Haiti. E’ stata una catena.
Dai reportage e dagli appelli pubblicati da Fabrizio nel 2010 e grazie alla collaborazione con Aumohd ne sono nati altri importanti nel 2011: di Silvestro Montanaro per C’era una volta su RaiTre e di Italo Cassa della Scuola di Pace che ha costruito il sito HaitiEmergency.Org e ha portato il sorriso e il Carnevale da Roma a L’Aquila e a Port-au-Prince. Poi l’amico Evel Fanfan è stato in Italia, ben due volte: l’informazione, la rete, le persone hanno fatto sorgere la collaborazione anche con l’avvocato Massimo Vaggi, con la FIOM e con Nova OnLus-Adozioni internazionali, per esempio, e alla fine della catena il cerchio si chiude con Romina, il viaggio ad Haiti e questo doppio diario.

Storie di vita s’intrecciano a Porto Principe, evidenziando pregi e difetti della cooperazione, della politica e in generale della presenza internazionale, in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia quasi come una colonia. Uragani, dittature, invasioni, colpi di Stato, terremoti e il colera: le catastrofi naturali sembrano accompagnarsi costantemente a quelle sociali e politiche ad Haiti. Da due prospettive diverse, offriamo un affresco della frammentata società haitiana, riflessioni sulla vita, sulla storia e sui piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato e maltrattato, ma spesso compiacente.
Haiti affronta oggi, ancora una volta, una situazione difficilissima: un presidente cantante poco propenso ai compromessi, il populista Michel Martelly, altresì conosciuto come “Sweet Mickey”; una crisi di governabilità permanente; solo il 5% delle macerie sgomberate e meno del 10% dei fondi della comunità internazionale (1,1 miliardi di dollari promessi in totale) effettivamente versati; la concorrenza spietata delle multinazionali canadesi, americane e francesi per il business della ricostruzione; la presenza di truppe dell’Onu e di altri paesi sul territorio; il colera che ha ucciso oltre settemila persone e ne ha infettate 530.000; il ritorno in patria dell’ex dittatore, prima rifugiato in Francia, Jean-Claude Duvalier e dell’ex presidente vittima di un golpe nel 2004 ma ancora molto popolare, Jean-Bertrand Aristide.
In questo contesto ci interessa raccontare i piccoli e grandi eventi che ci hanno avvicinato al popolo haitiano, alla sua cultura e alle sue contraddizioni per capire, anche solo un po’, come fare a muoversi tra le sue macerie per raccontarle e, magari, trasformarle in un’idea positiva di futuro.
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Hacer Comunidad

[Hacer Comunidad es un texto de Matteo Dean, lo reproduzco aquí para que nunca se pierda en la blogosfera y en la memoria. En italiano está aquí] Cuando el frío llega a la tierra de los patos, de repente, sin que nadie diga nada, sin que se dé una asamblea que lo decida, un pato, uno cualquiera, se levanta en vuelo. El pico dirigido hacia el sur y las alas batiendo con la fuerza de las ganas de estar mejor. Este primer pato se levanta en vuelo y sin que se voltee a decirlo, los demás se levantan en vuelo y lo siguen. Nunca preguntarán porque saben la razón del vuelo. Cuando el primer pato se cansa, se hace a un lado y aquél que sigue, lo sustituye en frente. Y así hasta llegar a la meta.
Al final del viaje, todos habrán guiado al grupo y nadie podrá decir que hay un jefe, un dirigente.
Todos habrán participado, todos habrán dirigido en común acuerdo.Decir comunidad hoy en día puede significar muchas cosas. Si por un lado nos cuentan que comunidad es la sociedad en la cual vivimos, que respetar leyes y preceptos es hacer el bien de la comunidad, si nos dicen que el servidor público trabaja para la comunidad, por otro lado podemos empezar a pensar (porque tenemos los instrumentos) en otro concepto de comunidad. Ésta ya no es algo que desde arriba nos dicen que es, sino que puede ser algo que desde abajo -desde aquí mismo en donde nos encontramos-, podemos imaginar y construir.
La palabra comunidad y el concepto que en ella se esconde, tienen un origen tan sencillo como complejo para interpretarse. La palabra común da origen a ese concepto. Común es todo lo que nos une, todo lo que nos hace compartir tiempo y sueños. Común son los deseos. Común es la idea de que algo está mal, común son las ganas de romper con todo ello para transformarlo.
¿Dijimos romper? ¿Dijimos transformar? ¿Y cómo se hace?
El pato que se levanta en vuelo no tiene la respuesta. Nadie la tiene. Es mucho instinto todo esto. Es ese instinto que los hace volar hacia el sur. Es ese instinto que los hace volar hacia el lugar cálido donde puedan estar bien.
Dijimos ROMPER. La ruptura con este orden de cosas que nos dicen llamarse sociedad, se da todos los días. Se da empezando desde las ganas de soñar hasta la práctica cotidiana. La ruptura reside precisamente en el sueño de construir algo mejor, porque el mundo en el que vivimos quiere que dejemos de soñar, quiere que nos conformemos con lo poco que nos conceden, que nos quedemos quietos bajo los ritmos de la música que nos venden, que nos narcoticemos con las drogas que nos venden, que nos adecuemos a la vida que nos permiten. La ruptura reside entonces en el sueño de algo diferente. La ruptura hoy, es hacernos incompatibles con ese sistema, la ruptura es escaparnos de sus reglas demasiado estrechas para nuestros deseos. Incompatibles eso somos.
Dijimos TRANSFORMAR. La transformación al contrario no se sueña, sino que se practica. La práctica de la transformación es la práctica de lo común que nos une.
Desde aquí abajo la bandada de patos dibuja un hermoso diseño en el cielo. Si te fijas bien, te enteras de que dibuja una red. Una red en la cual cada pato representa un nudo de un hilo invisible que los une a todos.
Somos una red, una red de individuos, de personas, de seres humanos. Somos una red de sueños antes que todo. Somos una red de prácticas, formas y actitudes. Finalmente, somos una red de conocimientos. Lo que nos hace red es la voluntad de estar en común, de compartir nuestros conocimientos para el bien común. Esa es la actitud que tenemos que tener. La voluntad de compartir, de cooperar entre nosotros y de encontrar la forma de compartir con otra gente.
Si durante el vuelo un pato se cansa, si alguno de ellos se debilita, súbitamente otros dos lo flanquean, y lo ayudan a volar, a sostenerse, porque aquí no se trata de llegar primero, sino que todos lleguen a su destino. El destino que nos hace comunes. El destino es la meta que todos queremos: estar mejor.
La cooperación entre nosotros, no es otra cosa que la cooperación social, la riqueza de la cual disponemos para realizar nuestros sueños. Aquí no se trata de quién tiene las ideas, o de quién tenga los medios para realizarlas, o de quién tenga el conocimiento para llevarlas a cabo. La cuestión es más bien que ese conocimiento, esa forma y esas ideas salgan de la cooperación. Todos tenemos ideas, todos somos capaces. Miramos a las instituciones educativas como el plus ultra del conocimiento, cuando al contrario, el valor alto del conocimiento se da de la experimentación, del encuentro y de las soluciones que entre todos podemos descubrir. Ese conocimiento producido por la cooperación social es la verdadera riqueza. ¿Queremos escucharlo con otras palabras? Pues, nadie sabe cómo levantar una barda, nadie sabe cómo se hace una revista, nadie sabe cómo se lleva a cabo un ciclo de películas callejeras, nadie sabe cómo se organiza una cena, nadie sabe cómo se suma el dinero para todas esas actividades, nadie sabe cómo se hace una encuesta, nadie sabe cómo se cambia al mundo. Pero tal vez entre todos, probando una y otra vez, encontremos la manera. Y ese conocimiento nadie te lo regala. Te lo sudas pero mañana ahí lo tendrás, listo para reproducirlo en cualquier parte. Y todo esto no hará más que hacer grande nuestro común y hará de nuestras ideas una riqueza inestimable.
En la red que somos, la única forma de sobrevivencia es la solidaridad. La solidaridad que tiende la mano a quien ahora no puede, que comprende el esfuerzo de todos y lo respeta. La solidaridad sincera, que critica para ayudar, que ayuda para superar, que coopera para crecer, que crece para cambiar, que cambia para mejorar, que mejora para poder, finalmente, ser felices. Pero esta solidaridad debe ser sincera y digna. Sincera cuando dice las cosas, cuando expresa dudas y certezas, cuando opina y cuando escucha. Y digna todas las veces que afirma y defiende su afirmación. Sin miedo porque nadie es estúpido. Sin temores porque ninguna idea es vacía, al contrario, todo puede enriquecer, absolutamente todo. Es necesario creerlo, nada más.
En la Biblia, maravilloso libro de historia y de filosofía, espectacular novela, increíble metáfora de la vida del ser humano, se cuenta cuando Moisés un día decide rebelarse a los egipcios. La tiranía del faraón pide demasiado al pueblo. Y es así que se decide desobedecer a las reglas del tirano. El pueblo judío decide sustraerse al dominio. Existe el momento de la guerra, del conflicto, pero también existe el momento de la desobediencia, de la detracción. El pueblo judío, cuenta la Biblia, decide irse a otra tierra, la tierra prometida. Empieza así el éxodo. Cada quien recoge sus cosas, carga las cosas que quiere llevarse, que son para construir un nuevo país en otra tierra.
El éxodo a otra nueva tierra. El nuestro es un éxodo a otro mundo. Lo que estamos haciendo es irnos, sustraernos de este mundo hacia otro más cálido, en el cual podamos construir y realizar nuestros deseos.
Empecemos a caminar, pues, empecemos a caminar hacia otro mundo. Carguemos con nuestros sueños, recojamos nuestras ideas que son las de todos nosotr@s. Es una gran responsabilidad la de empezar a caminar juntos. Implica tender la mano a quien este cansado. Implica apretar los dientes. Implica defendernos del ejército egipcio que nos persigue, porque significa confiar en el otro y hacer que el otro confíe en ti.
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Le macerie di Haiti – Prima presentazione del libro a Roma!

L’Erudita è lieta di invitarvi
Martedì 4 dicembre 2012 alle ore 11
presso la sala “Paola Angelici” – Associazione Stampa Romana
Piazza della Torretta 36, Roma
alla presentazione del libro
Fabrizio Lorusso e Romina Vinci
Intervengono:
Enzo Iacopino, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti
Nadia Angelucci, giornalista, curatrice della trasmissione “Bucanero. Tracce e paesaggi dal continente latinoamericano” di Radio Popolare Roma
Beatrice Curci, direttore dell’Associazione Stampa Romana
Sarà presente uno gli autori, Romina Vinci
In collegamento da Città del Messico, Fabrizio Lorusso
Saranno letti brani del libro da Enrico Pittari e Carmen Maffione.
DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE,
PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI
NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO
Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta.
Un mucchio di macerie fatte di uomini.
Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A quasi tre anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.
I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.
La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.
Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento dellalinguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione.
Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, ha viaggiato – e scritto – negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti.
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Poesie di Mario Benedetti XI – Desinformémonos / Disinformiamoci + Todavía / Ancora

Disinformiamoci fratelli
più obiettivamente che possiamo
disinformiamoci con fervore
e soprattutto
con disciplina
che splendido è che le tue vaste praterie
patriota del potere
siano effettivamente produttive
disinformiamoci
che bello che la tua ricchezza non ci impoverisca
e la tua donazione piova su noi peccatori
che buona cosa che si annunci un periodo di siccità
disinformiamoci
proclamiamo al mondo la menzogna e la verità
disinformiamoci
il nostro salario a fisarmonica si stira
e se rimpicciolisce rutta a voce bassa
come un anfibio democratico e sazio
disinformiamoci e basta
chiedere pane e casa per il misero
perché sappiamo che il pane fa ingrassare
e che sognando all’addiaccio
s’intonano i polmoni
disinformiamoci e basta
blocchi antigienici che provocano
erisipela e ridondanze
nei discorsi del medesimo in persona
basta scioperi infetto contagiosi
la cui ragione è l’incuria
tanto sovversiva quanto fetida
garantiamo una volta per tutte
che il figlio del padrone guadagni il suo pane
con il sudore della nostra pigrizia
disinformiamoci
ma disinformiamo anche
verbigrazia
tiranni non tremate
perché temere il popolo
se resta vicino il delirium tremens
gustate senza panico il vostro scotch
e dateci oggi la nostra coca-cola quotidiana
disinformiamoci
ma disinformiamo anche
amiamo il prossimo oligarca
come noi stessi lavoranti
disinformiamoci fratelli
finché il corpo resiste
e quando non ce la fa più
allora decidiamoci
cacchio decidiamoci
e rivoluzioniamoci.Desinformémonos hermanos
tan objetivamente como podamos
desinformémonos con unción
y sobre todo
con disciplina
qué espléndido que tus vastas praderas
patriota del poder
sean efectivamente productivas
desinformémonos
qué lindo que tu riqueza no nos empobrezca
y tu dádiva llueva sobre nosotros pecadores
qué bueno que se anuncie tiempo seco
desinformémonos
proclamemos al mundo la mentira y la verdad
desinformémonos
nuestro salario bandoneón se desarruga
y si se encoge eructa quedamente
como un batracio demócrata y saciado
desinformémonos y basta
de pedir pan y techo para el mísero
ya que sabemos que el pan engorda
y que soñando al raso
se entonan los pulmones
desinformémonos y basta
de paros antihigiénicos que provocan
erisipelas y redundancias
en los discursos del mismísimo
basta de huelgas infecto contagiosas
cuya razón es la desidia
tan subversiva como fétida
garanticemos de una vez por todas
que le hijo del patrón gane su pan
con el sudor de nuestra pereza
desinformémonos
pero también desinformemos
verbigracia
tiranos no tembléis
por qué temer al pueblo
si queda a mano el delírium tremens
gustad sin pánico vuestro scotch
y dadnos la cocacola nuestra de cada día
desinformémonos
pero también desinformemos
amemos al prójimo oligarca
como a nosotros laburantes
desinformémonos hermanos
hasta que el cuerpo aguante
y cuando ya no aguante
entonces decidámonos
carajo decidámonos
y revolucionémonos.Traducción al italiano de F.L.
Link alle altre traduzioni italiano – spagnolo di poesie di Mario Benedetti (alternative link)
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L’Uruguay del Frente Amplio avanza: aborto, droghe, matrimoni gay

Presento questa intervista con Monica Xavier, dottoressa uruguaiana e senatrice del Partito Socialista che fa parte della coalizione delle sinistre Frente Amplio (Fronte Ampio). L’ho incontrata durante il convegno “Unità nella diversità” che ha riunito diverse realtà politiche dell’area progressista euro-latino-americana. L’incontro è stato organizzato dalla seconda forza politica messicana, il PRD (Partido Revolución Democrática), che aveva candidato per le elezioni presidenziali del primo luglio Andrés Manuel López Obrador. Obrador ha perso e ha denunciato, insieme al PRD, gli scandali della compravendita del voto e delle spese folli del principale rivale, cioè il “partito dinosauro” PRI (Partido Revolucionario Institucional), già al potere per 71 anni nel novecento.
Il PRI tornerà a governare il Messico il primo dicembre prossimo con il “presidente delle TV” Enrique Peña Nieto. Ma torniamo al Cono Sud. Monica Xavier è stata eletta quattro mesi e mezzo fa dai militanti del Fronte dell’Uruguay come quarta presidentessa nella storia della coalizione che governa il paese sudamericano dal 2005. Dopo la presidenza di Tabaré Vázquez, dal 2010 governa il paese l’ex guerrigliero José (Pepe) Mújica.
Ultimamente in Italia si parla, con un pizzico mediatico di tenerezza e folclore compiacente, solo della figura di Pepe Mújica perché è il “presidente più povero del mondo”, vista l’austerità e la semplicità della vita che conduce. Restano però in secondo piano i grossi progressi sociali ed economici che hanno portato l’Uruguay a riprendersi dalla peggiore crisi della sua storia e a rilanciare i temi socialicome il diritto di decisione delle donne sul proprio corpo, la legalizzazione delle droghe e il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Che significa oggi per te “unità nella diversità” parlando delle sinistre in Uruguay e America Latina?
Oggi e da quasi 42 anni significa Fronte Ampio in Uruguay. Questa è la nostra identità, l’unità nella diversità, e crediamo che sia un’esperienza che senza emettere ricette è buona per lo sviluppo di blocchi alternativi, popolari, con vocazione trasformatrice. Le destre hanno governato sempre nel nostro continente e, da alcuni anni a questa parte, ci sono opzioni progressiste di tipi diversi che sono arrivate al governo e hanno fatto governi di successo con percentuali molto importanti dei presidenti e delle presidentesse che li conducono, ma le strutture politiche non sono state all’altezza di queste sfide. Sono arrivate tardi e in certe occasioni s’è verificato il paradosso per cui con numeri straordinari di approvazione popolare ci sono presidenti che non finiscono il loro mandato o partiti che non hanno la capacità di essere riconfermati al governo.
Qual è il minimo comun denominatore tra le tante componenti del Fronte Amplio? I partiti e le anime politiche sono tante ed è difficile pensare a come mettersi d’accordo e questo è un problema in tutta l’America Latina.
L’unità è un principio, un principio così caro come lo è quello di essere coerenti con i valori della giustizia sociale, della libertà e dell’equità. Noi abbiamo un disegno organico in base a determinati compromessi fondazionali che hanno a che vedere con il rispetto delle singole componenti e una struttura comune normata da un regolamento che fu creata già nel 1971, quando il Fronte era in una fase di fondazione. Questo fa sì che l’unità d’azione sia la regola e per mantenere la libertà di azione esiste un meccanismo per consacrarla e non un’attitudine individuale che è considerata una indisciplina.
Qual è la chiave di questo? Non la pressione della disciplina di partito, ma la democrazia nel dibattito e nel processo decisionale ed è solo in questo modo che, a mio giudizio, chi è in minoranza sente che è stato parte di un dibattito e se forse alcuni dei suoi argomenti sono stati considerati nella decisione finale, può sentirsi parte della stessa in modo simile alle forze che congiunturalmente sono maggioritarie.
Quindi uno dei fondatori, il generale Liber Seregni che venne incarcerato durante la dittatura (1973-1984), era un uomo che fece della regola del consenso la regola fondamentale per prendere le decisioni. Poi nei periodi dei governi nazionali o regionali è successo che privilegiassimo un processo decisionale democratico d’accordo con le maggioranze qualificate che si formavano. Ma ora, anche se siamo al potere nel governo nazionale e in quattro regioni, stiamo tornando alla ricerca del consenso come formula quotidiana di funzionamento e, quando questo non si ottiene, si ricorre solo in quel caso alla maggioranza qualificata.
Ci sono frizioni con i settori cattolici? Come conciliate certe ispirazioni religiose con la filosofia del Fronte?
In primo luogo, dobbiamo chiarire nettamente che dal 1917 ad oggi lo stato uruguaiano è separato dalla religione, è uno stato laico. Senza dubbio la laicità di questi tempi acquisisce un significato maggiore rispetto all’allontanamento di ciò che è “religioso”. La laicità in questo momento credo che prenda il valore del riconoscimento della diversità delle società e dell’importanza di preservarla per avere società attive e feconde.
Allora abbiamo alcune tematiche che implicano questioni di coscienza. Per esempio, recentemente abbiamo fatto una leggesulla depenalizzazione dell’aborto che ha fatto sì che non sia punibile, che non si applichi il codice penale nelle prime 12 settimane di gestazione e si verificano determinate circostanze. E per esempio i settori che nel Fronte mantengono l’obiezione di coscienza su certi temi e sono magari vicini alla democrazia cristiana oppure un individuo che a livello personale dichiara un’obiezione di coscienza non vengono obbligati a votare, però sì a lasciare il loro spazio decisionale per rendere percorribile la scelta presa dall’insieme dell’organizzazione.
Possiamo dire che in qualche modo non s’è prevista una protezione attiva dello stato rispetto alla libertà di decisione delle donne, però almeno c’è stato un accordo per non continuare a penalizzare le donne che esercitano questa libertà.
Esattamente. Io avevo posto la questione, ho scritto il progetto originale che in realtà consacrava il diritto all’autonomia della donna sul proprio corpo, ma questo non è stato un criterio che suscitasse una maggioranza necessaria per far approvare la legge e, invece, s’è approvata una legge che dice che non si applicherà il codice penale. E’ un progresso, ma io senza dubbio preferisco l’altro aspetto, più in un’ottica di diritti, però ho difeso e votato questo progetto e continuerò a farlo affinché venga applicato perché è già comunque un progresso importante nella vita delle donne che affrontano una situazione difficile come questa.

E sulla liberalizzazione o, diciamo, la regolazione delle droghe leggere, in particolare della marijuana, come state procedendo?Ne stiamo parlando, c’è un dibattito importante nella società. In origine si è posta la questione del riconoscimento del diritto della persona che consuma a non venire spinta verso il mercato della clandestinità. Quindi originariamente a livello parlamentare si è cominciato a discutere della separazione tra il denaro e la droga e, pertanto, della possibilità di possedere un numero determinato dalla legge di piante per la coltivazione e il consumo personale e dell’intorno. Bisogna precisare anche l’Uruguay ha depenalizzato il consumo molti anni fa, però non la vendita né altri procedimenti che rendono accessibile la droga e quindi è una situazione un po’ paradossale.
Parliamo solo della marijuana?
Sì, esattamente. Solo quella. Il governo ha sentito la preoccupazione per il tema della sicurezza e per la diffusione della “pasta base”. Questa è un residuo della cocaina mischiato con molte sostanze che sono molto nocive per l’organismo umano, hanno una rapidissimo effetto eccitante e causano una depressione molto brusca. Crea un’altissima dipendenza, quindi va consumato compulsivamente. E’ stato dunque proposto un progetto che, al posto di separare il denaro dalla marijuana, separa i mercati delle droghe e separa la marijuana dal resto delle droghe.
L’obiettivo qui è anche quello di far finire il circuito della clandestinità, ma è una logica differente e queste due logiche si stanno cercando di combinare per generare un’alternativa che in qualche modo riesca ad ottenere entrambi gli obiettivi. Indubbiamente io sono madre e sono medico e sono d’accordo sul fatto che la penalizzazione ristretta non ha dato risultati né in Uruguay né nel mondo. Perciò bisogna trovare un’alternativa e queste due logiche sono percorsi da fare per trovare una norma legale. Però la mia prima espressione su questo pubblicamente è sempre che non c’è nulla di meglio della vita sana, con sport, con opzioni culturali e lavori, se si è in età di lavorare, e una vita con un’alimentazione salutare.
Beh, son d’accordo anch’io, però siccome la marijuana c’è e le droghe ci sono e si usano, meglio vedere che facciamo… Ma questo tema è già legge o ancora no?
Sì, certo. Il provvedimento è in fase di discussione parlamentare e quindi stiamo pensando seriamente a questa legge.
Invece, sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto? Qui a Città del Messico esiste anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre nel resto del paese non si sono fatti passi avanti in questo senso.
Abbiamo una legge sulla convivenza, una “ley concubinaria” che riconosce diritti per le unioni di più di 5 anni con coppie dello stesso sesso o eterosessuali. Sono sicura che prima della fine di questa legislatura, il 15 febbraio 2015, faremo una legge sul matrimonio perché sia ugualitario. Mi pare che dei tre temi questo è quello che ha più accettazione nel sistema politico perché c’è una grande differenza tra il sistema politico e la società. Infatti, questa pratica e pertanto riconosce la necessità della legalizzazione dell’aborto in certe circostanze secondo percentuali maggioritarie sempre.
Però il sistema politico ha più resistenze che derivano sicuramente da pressioni di una chiesa cattolica che pesa. E pesa molto nonostante siamo in uno stato laico. Inoltre la chiesa fa delle minacce nei confronti di quelli che, come me, hanno una posizione libertaria in tutte le tematiche.
Torniamo all’America Latina e al mondo. Unità nella diversità. Tra Latinoamerica e Europa come stabilire relazioni e di che tipo?
Mi pare interessante la proposta riguardante il lancio di un’agenda euro-latino-americana soprattutto nei paesi che hanno una forte influenza in Latinoamerica come l’Italia e la Spagna. Infatti nel mio paese diciamo che noi discendiamo dalle navi dei vostri migranti, ma siamo anche in una fase di riconoscimento delle nostre ascendenze africane e indigene anche se queste ultime sono più in ritardo in questo riconoscimento.
Credo che ci sia una serie di punti in comune su cui riflettere senza l’ossessione di trovare formule magiche ma di trasportare esperienze che ci possano aiutare a comprendere alcune chiavi su come uscire da queste situazioni. Credo che, per esempio, se l’Uruguay ha sofferto la crisi più violenta della sua storia nel 2002 e oggi a tutti i livelli possiede valori superiori a quelli che aveva prima della crisi, è perché ne siamo usciti in chiave politica, con un approfondimento democratica, rappresentativa e partecipativa, e con inclusione sociale.
E’ un suggerimento per la crisi europea?
Beh, ci sono differenze. Infatti in Europa avete un sistema di protezione sociale che non è mai stato raggiunto in America Latina e, pertanto, dobbiamo vedere che senza dubbio in molte cose partiamo da livelli differenti. Poi ecco mi pare che queste chiavi che sembrano astratte e universali, ma che poi nella realtà operano in modo molto concreto, possono essere leve gestibili a livello internazionale.
Autore: https://twitter.com/FabrizioLorusso
Infine due video sottotitolati all’italiano da Clara Ferri: INTERVISTA “Essere di sinistra secondo il presidente José Mújica” (Apri Link video).
E il discorso del presidente al vertice Rio+20 (apri link video)
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Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO
Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.
FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI
Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.
I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.
La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.
Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.
Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.
Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese
Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro
Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com
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