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  • ¿Cuestión de palabras? (de América Economía)

    ¿Cuestión de palabras? (de América Economía)

    Los límites de nuestro lenguaje son los límites de nuestro mundo, decía el lingüista austriaco Ludwig Wittgenstein. Las diferencias en las teorías sobre qué es o no es la administración de las organizaciones y, dentro de éstas, de las empresas, también se observan en la diatriba de los términos que se manejan en la literatura, en las carreras, en la prensa y en el lenguaje común sobre negocios. La tentadora confusión de palabras como administración, gestión, dirección y manejo o management con sus derivaciones nace, más bien, de inconsistencias en las traducciones, usos locales y distintas fortunas de lo términos. Asimismo, hay poca atención hacia su fondo cultural, histórico y semántico.

    Muchas palabras parecen ser sinónimos, aunque hay distinciones sutiles como con el lema gerencia, menos general que administración y referido a la dirección especialmente de las empresas. En este sentido, es importante precisar para no arrancar una discusión a partir de una idea simple o vaga en las aulas y en los medios. A veces, las palabras hacen el mundo, así que mejor saber cómo nombrarlo.

    El término inglés management sería equivalente a la administración. Si se habla de gerencia (y no de áreas específicas como las ventas o la contabilidad), ésta coincidiría con “administración de empresas” (business management). A veces, también se maneja como “administración de negocios” (en inglés se usa business administration).

    Asimismo, el manager se entiende como “administrador” y se usa la palabra “gerente” referida al director-administrador o manager de una organización/institución económica, empresa o una de sus áreas.

    Para sub-áreas o secciones/funciones de la empresa, hay expresiones como “administrador de ventas” o “administrador de recursos humanos” y también “gerente de ventas” (sale manager) y “gerente de recursos humanos” (staff/human resources manager), en sustitución del viejo “jefe del personal”.
    Según la Real Academia, gerente es “él que dirige un negocio y lleva la firma de una sociedad o empresa mercantil, con arreglo a su constitución”, por lo cual pareciera algo forzado su uso para sub-áreas administrativas y mejor su empleo para la gerencia general de un negocio, aunque ya es bastante común en ambos casos.

    Por su lado, el verbo gestionar y el sustantivo gestión son, más bien, sinónimos de administrar/dirigir y administración/dirección, al referirse a “las diligencias conducentes al logro de un negocio o deseo cualquiera”, pues se refieren a varios tipos de objetivos económicos y extraeconómicos, no necesariamente a un negocio como la gerencia (dice la RAE).

    Finalmente, el concepto de administración: primero, representa los procesos concretos o actividades de coordinación en las organizaciones; segundo, es la disciplina o el campo de conocimiento, formado por la teoría organizacional, la dirección estratégica y el comportamiento organizacional. En el primer uso, también se conoce como gerencia, si se refiere a los negocios, dirección, management y gestión, mientras que como disciplina se maneja más el término administración para el estudio más amplio de las organizaciones, incluidas las empresas, y gerencia, o teoría de la gerencia, aplicable a los negocios.

    En 1923, en su obra The Philosophy of Management, el “filósofo de la administración” Oliver Sheldon escribía: “La organización es la formación de una máquina efectiva; la gerencia, de un ejecutivo efectivo; la administración determina la organización; la gerencia la utiliza. La administración define el objetivo; la gerencia trabaja para conseguirlo. La organización es la máquina de la gerencia en su logro de los fines fijados por la administración”.

    Hoy se da cierta identificación de conceptos, una hibridación de términos, entre el gerente y el ejecutivo. Éste último empezó, más bien, con indicar a los gerentes intermedios, de área, los que “ejecutan” una tarea específica, con cierto nivel de autonomía y control de recursos, dentro del plan estratégico del administrador de empresa o del gerente general. Entre ejecutivos, hay de altos y de bajos, pero para la RAE es “la persona que forma parte de una comisión ejecutiva o que desempeña un cargo de alta dirección en una empresa”, lo que deja cierto espacio para interpretaciones que lo ven como a un administrador de una empresa o gerente de diferentes niveles jerárquicos. En fin, éste fue una pequeña excursión semántica, bastante especulativa, pero quizás no sea sólo cuestión de palabras. De Twitter @FabrizioLorusso web Am. Economía

    Tabla final y definitiva. Síntesis de raíces etimológicas.

  • Riforma del lavoro in Messico e precarietà

    Riforma del lavoro in Messico e precarietà

    Articolo di Andrea Spotti [Nelle ultime settimane il tema della Riforma del Lavoro in Messico ha occupato le prime pagine dei giornali, anche se le informazioni e le opinioni concrete sulla legge scarseggiano. E’ di gran aiuto un articolo di Andrea Spotti da Città del Messico che ha intervistato collaboratore ed esperto dei sindacati indipendenti messicani (Cilas: Centro di ricerca sul lavoro e consulenza sindacale). Però prima lascio una piccola nota introduttiva. Pare che ora il Messico stia sfidando la Cina ma non come potenza economica, geopolitica o tecnologica mondiale. Qualche tempo fa mi colpì molto il titolo “avveniristico” di un pezzo di Luca Pistone: “America Latina. Economia: il Messico supererà il Brasile nel 2022”. Quasi entusiasta della “buona notizia” mi sono fiondato a leggere. Si dice che “il Messico potrebbe superare il Brasile e diventare nei prossimi anni la prima economia dell’America Latina” e ancora che “il Boston Consulting Group [think tank economico] stima che sia più conveniente produrre in Messico che in Cina. Il salario medio, calcolato tenendo conto della produttività, era di 3.06 dollari l’ora in Messico nel 2010, contro i 2.72 dollari in Cina. Entro il 2015 i cinesi percepiranno 5.30 dollari, i messicani 3.55”. Insomma, un inquietante modello di (sotto)sviluppo umano, economico e lavorativo verso il quale, a quanto pare, anche l’Italia sia stia muovendo ormai da tempo. La forza lavoro attiva messicana è formata da circa 49 milioni di persone, ma lavorano in nero, nella “informalità”, addirittura un terzo di queste. Per loro non c’è nessuna riforma del lavoro. Un discorso a parte va fatto per i lavoratori sindacalizzati, che sono 4,4 milioni, meno del 10% del totale. La maggior parte sono in balia degli antichi sindacati corporativi, non liberi, ma creati nel ‘900 dal regime corporativista del partito egemonico, il PRI (Partido Revolucionario Institucional). Queste grosse organizzazioni da sempre barattano il vero interesse dei salariati, rimasti indietro rispetto ad altri paese anche se “protetti” rispetto ai colleghi non sindacalizzati del Messico, con vantaggi politici ed economici garantiti a pochi leader. Per esempio, i vertici dei sindacati dell’impresa petrolifera PEMEX e dell’istruzione, il SNTE, sono appena stati rinnovati per 6 anni e sono inamovibili, sono in pratica dei poteri autonomi sia dalle loro basi che dallo stato, muovono voti e risorse senza limiti né trasparenza. Le modifiche apportate dal senato questa settimana pongono loro alcuni limiti, ma il PRI, legato e dipendente da quei sindacati, resta dubbioso circa la loro approvazione e il cammino della riforma, ad oggi, appare quanto mai tortuoso. La possibilità che vengano inseriti in maniera surrettizia nuovi aggravi per i lavoratori è sempre dietro l’angolo. Nella foto: in primo piano il presidente Felipe Calderón (del PAN, destra) e Enrique Peña Nieto (PRI) che gli succederà il primo dicembre. Fabrizio Lorusso].

    Flessibilizzare il mercato del lavoro in entrata e in uscita -ossia moltiplicare le tipologie contratttuali e facilitare i licenziamenti-; eliminare i privilegi e le rigidità dei lavoratori garantiti (leggasi pensioni e prestazioni sociali) per favorire l’occupazione giovanile e la competitività sul piano globale. Il tutto, in un quadro di moderazione salariale e stabilità macroeconomica e all’insegna del meno Stato, più Mercato. Non stiamo descrivendo la retorica egemonica in Italia negli ultimi vent’anni, ma quella attualmente usata in Messico per sostenere la Riforma del Lavoro del Presidente uscente Calderón. Quest’ultima, già approvata alla Camera con alcune modifiche e modificata martedì scorso dal Senato, oltre a dare il via all’attesa e temutissima stagione delle Riforme Strutturali, rappresenta il primo duro colpo alla già fragile architettura dello Stato Sociale messicano e viene duramente criticata da sindacati e movimenti sociali in quanto regressiva e lesiva dei diritti dei lavoratori.

    Ora l’iniziativa deve tornare alla Camera per l’approvazione definitiva ma non può essere modificata altrimenti la legge resta congelata e se ne riparla tra un anno. Per avere un’idea più chiara del progetto legislativo, siamo andati a parlarne con Hugo Rosell, giornalista ed esperto di diritto del lavoro del Cilas (Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical), un’associazione senza fini di lucro composta sia da sindacalisti e militanti che da specialisti in differenti discipline legate al mondo del lavoro, che dal 1990 si occupa di studiare la situazione lavorativa in Messico e di sostenere dal punto di vista giuridico, formativo e organizzativo i lavoratori in lotta e il sindacalismo indipendente.

    Prima di entrare nel merito della Riforma e delle sue conseguenze, Hugo ci spiega che l’attuale condizione dei lavoratori messicani non è affatto invidiabile o rigida come la propaganda governativa e il Consejo Coordinador Empresarial (la Confindustria locale) vogliono farci credere. Di fatto, i diritti dei lavoratori “vengono spesso calpestati; e gli abusi e le violazioni della legge sono all’ordine del giorno. Praticamente, per la stragrande maggioranza di chi lavora non esistono nè la giornata di otto ore, nè le prestazioni sociali, educative o sanitarie”. L’outosourcing, attualmente proibito ma praticato nei fatti, e il lavoro nero, situazione in cui si trova il 57% dei lavoratori, “vengono usati per abbassare il costo della mano d’opera e per neutralizzare i diritti individuali e collettivi sanciti dalla Costituzione e dalla Ley Federal del Trabajo”.

    In Messico, per esempio, si applicano i cosidetti Contratti di Protezione Padronale, contratti fittizi che “violano i diritti dei lavoratori e garantiscono il totale controllo della forza-lavoro da parte dell’impresa. Con questi, molte compagnie impongono al lavoratore un contratto collettivo aziendale e un sindacato ancora prima dell’assunzione, obbliganodolo cosí ad affiliarsi ad una rappresentanza sindacale fasulla, che, essendo scelta dall’impresa, favorisce gli interessi di quest’ultima.” Questi contratti, sebbene violino la libertà sindacale, vengono usati ampiamente nel paese per “inibire la nascita di sindacati indipendenti”. Inoltre, permettono alle imprese “di poter sfruttare ancora di più la classe lavoratrice. Importanti aziende transnazionali europee, statunitensi e giapponesi hanno ammesso implicitamente di usare questo tipo di contratti. Per fare solo un esempio, Honda-Mèxico, che non ha ancora iniziato a costruire il suo nuovo stabilimento a Guanjuato, ha già pronti contratto collettivo e sindacato.”

    Per chiudere il quadro, bisogna considerare che i salari messicani sono in picchiata da almeno 30 anni ed hanno già perso l’80% del loro potere d’acquisto. Di fatto, “l’attuale salario minimo di circa 60 pesos (meno di 4 euro) a giornata più prestazioni, non è sufficiente per poter soddisfare i bisogni fondamentali di una famiglia, che sono calcolati nell’ordine dei 180 pesos, cioè almeno tre volte tanto”. Secondo i dati dell’Istituto Messicano per la Competitività, 35 milioni di lavoratori vivono con un salario medio di meno di 200 euro mensili e la maggioranza dei cosidetti garantiti arriva a mala pena a 400. Il costo del lavoro in Messico è tra i più bassi e i meno tassati dell’Ocse: un lavoratore messicano guadagna mediamente cinque volte meno di un suo collega olandese il che, unito alle esenzioni fiscali per gli impresari -che pagano solo il 10% di tasse sui loro utili, a fronte del 30% prelevato sui salari- spiega perché “le imprese che qualche anno fa avevano abbandonato il Paese per approfittare dei vantaggi comparativi della Cina o del Sud-Est Asiatico, stanno iniziando a ritornare”.

    Insomma, per quanto suoi promotori sostengano che la Riforma, oltre ad incentivare lo sviluppo e creare nuovi posti di lavoro, non metterà in discussione i diritti acquisiti ma, al contrario, darà la possibilità a chi lavora in nero di guadagnare maggiori tutele; secondo il rappresentante del Cilas, con la nuova legge “si legalizza ciò che attualmente viene considerato come un abuso, togliendo così ogni possibilità di difesa legale ai lavoratori”. Se passasse la Riforma, infatti, questi ultimi, che adesso possono per lo meno ricorrere alla giustizia e, per esempio, sperare nel reintegro dopo un licenziamento ingiustificato, si vedrebbero privati anche di questa risorsa. Manifiestoreformalaboral.jpg
    Il che significherebbe “dare carta bianca agli imprenditori affinché possano letteralmente fare ciò che vogliono con la forza-lavoro.” Sarebbe la legalizzazione “della svendita della dignità dei lavoratori, la fine della responsabilità sociale dell’impresa. Con la nuova legge potrebbero licenziarti perfino per posta, cioè che non avrebbero nemmeno più l’obbligo concreto di una comunicazione ufficiale.”

    I punti più delicati e controversi della proposta sono l’introduzione di nuove figure contrattuali, la legalizzazione dell’outsourcing, l’attacco alla libertà sindacale e la semplificazione delle procedure di fine rapporto che renderanno più comodo e meno costoso il licenziamento per le imprese. Con l’introduzione “dei contratti di formazione, a prova e addirittura per ora, si elimina definitivamente la stabilità del posto di lavoro e si apre alla libertà di licenziamento. La Riforma, inoltre, “limita ad un anno il risarcimento degli stipendi persi dal salariato durante una causa di lavoro -quando queste ne durano almeno cinque-, disincentivando in questo modo le denunce da parte dei lavoratori”. I più colpiti dalla Riforma saranno i giovani, “condannati a passare da un lavoretto all’altro con stipendi da fame e senza poter maturare diritti di anzianità”.

    La Riforma “calderoniana” non aumenterà i posti di lavoro ma “legalizzerà la precarietà e favorirà lo sfruttamento della mano d’opera”, generalizzando il fenomeno dei working poors già molto comune nel paese. Fra l’altro, sarà anche più facile gonfiare le statistiche sull’occupazione, dato che “un giovane che lavora tre ore settimanali sarà considerato un occupato a tutti gli effetti, malgrado non percepisca contributi.”

    Un altro elemento preoccupante è rappresentato dal tentativo di limitare la libertà sindacale. Il testo legislativo prevede infatti che sia “il padrone a scegliere la controparte, decidendo se riconoscere o meno un sindacato e riducendo la possibilità per i lavoratori di organizzare strutture rappresentative autonome e indipendenti”. Per ora, l’unica nota positiva è stata la decisione della Camera di eliminare dalla legge gli ostacoli al diritto di sciopero contenuti nella versione originale. La Riforma, infine, rappresenterebbe “il colpo finale al mercato interno, già compromesso dall’attuale ondata inflazionaria che ha colpito soprattutto i generi di prima necessità”, con aumenti che vanno dal 70% delle tortillas al 120 delle uova, per limitarci solo a due esempi. Un’ulteriore riduzione dei salari reali implicherebbe “per coloro che vivono solo del proprio lavoro, l’essere ridotti a meri consumatori di sussistenza.” Insomma, “da qualunque lato la si guardi, questa Riforma colpisce duramente i lavoratori, lasciandoli nell’impossibilità di difendersi e totalmente in balía dei rapporti di forza determinati dal mercato.”

    A poche settimane dalla fine del suo mandato, l’autonominatosi Presidente del Lavoro, conferma invece di avere nella categoria dei lavoratori garantiti uno dei suoi bersagli principali. La sua amministrazione si è caratterizzata infatti per aver colpito, gradualmente però in maniera sistematica, “i settori più organizzati e combattivi del mondo del lavoro, come i minatori o gli elettricisti dello Sme [sindacato di Luz y Fuerza del Centro, impresa elettrica pubblica chiusa per decreto da Calderón durante un fine settimana ndr], non solo per aprire la strada all’attuale Riforma eliminando possibili resistenze, ma anche per favorire il processo di privatizzazione delle risorse, che rappresenta l’altro lato della questione”. Secondo il rappresentante del Cilas, inoltre, “il regalo ai Capitali messicani e transnazionali” serve, da un lato, “a fare il lavoro sporco a Peña Nieto (presidente eletto del Messico che sarà in carica dal primo dicembre)” e, dall’altro, può essere interpretato anche come il tentativo da parte del Presidente uscente “di garantirsi l’impunità, di fronte al rischio di finire porcessato per aver provocato un conflitto che ha già causato almeno il doppio dei morti prodotti dall’ultima sanguinaria dittatura argentina.”

    La nuova legge, per concludere, risponde ai diktat degli organismi finanziari internazionali che “assegnano al Messico, in complicità con la classe politico-impresariale del Paese, il ruolo di fornitore di mano d’opera e materie prime a basso costo per il mercato mondiale”. Secondo questa logica, essere competitivi non significa “puntare su formazione della forza-lavoro e qualità di ciò che si produce, ma equivale a svendere le risorse minerarie e la vita di milioni di persone, senza nessun interesse per il miglioramento della loro condizioni di esistenza o per qualche forma di redistribuzione della ricchezza.” Dopo tre decadi di neoliberismo, in cui si è spinto sulla riduzione dei salari come unica leva dello sviluppo, i sostenitori della Riforma del mercato del lavoro in Messico paiono dunque voler continuare “sul cammino della concorrenza al ribasso e del plusvalore assoluto, il che significa condannare tutti, e i giovani in particolare, ad un futuro di insicurezza e precarietà assolute che non faranno che aggravare i già serissimi problemi di povertà ed esclusione che soffre il Paese.” Da: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004504.html

  • Feria del Libro del Zocalo: Editorial Elephas @México DF

    Feria del Libro del Zocalo: Editorial Elephas @México DF

    ¡Ya está! Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio de Amara LakhousLes presento emocionado la novela que tuve el gusto de traducir del italiano al español (mexicano:) y que se presenta en estos días en el Stand 179, de Editorial Elephas en la Feria del Libro del Zocalo (19-28 de octubre 2012), México DF. Es un proyecto independiente que hace de la interculturalidad y de la calidad literaria, e incluso estética, para su productos, sus banderas. También van a encontrar “Mamma, son tanto felice”  y “El mundo enemigo”del brasileño Luiz Ruffato,“Tren a Trieste” de la rumana Domnica Radulescu. Por allí nos vemos ¡Ciao! @FabrizioLorusso

    En Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio (link), Amara Lakhous crea un novela satírica desenfadada, una tragicomedia llena de polifonías entretenidas. El ascensor como eje de las interminables discusiones entre todos los vecinos de la finca en Piazza Vittorio y la muerte de un joven fascista como fulcro de la narración están a la base de esta comedia a la italiana en donde el choque cultural incluye compatriotas y extranjeros, hombres y mujeres, en donde nadie puede huir de las críticas y de los prejuicios. Sólo Amedeo parece el más abierto y tolerante, inteligente y generoso: entonces… ¿Por qué le llaman asesino?


    Elephas es una editorial mexicana fundada con el objetivo de promover la literatura contemporánea
    ; obras que reflejan culturas locales, identidades nacionales y la diversidad de expresión. Vivimos en un tiempo en el que, más que nunca, la gente y las culturas se mudan, se mezclan, se transforman. La literatura está dominada por historias que trascienden las fronteras geográficas. De ahí nace nuestra colección inaugural “Nómada”.

    Amara Lakhous nació en Argel, Argelia en 1970 y desde 1995 vive en Roma, donde se exilió. Licenciado en filosofía por la Universidad de Argel y en antropología cultural por la Universidad de Roma “La Sapienza”, empezó su carrera profesional en 1994 como periodista de la radio nacional argelina. En Italia, trabajó durante muchos años en el campo de la inmigración, desarrollando actividades de mediador cultural, intérprete y traductor. En 1999, publicó su primera novela, Le cimici e il pirata (Las chinches y el pirata) en versión bilingüe árabe/italiano, y en 2003 publicó en Argelia su segunda novela en árabe, Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda (Cómo hacer que la loba te amamante sin que te muerda). Fue posteriormente reescrita en italiano con el título Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (Choque de civilizaciones por un ascensor en Piazza Vittorio). Por esta novela, publicada en otros seis idiomas, ganó en 2006 el premio Flaiano de narrativa y el premio Racalmare–Leonardo Sciascia. Encuentran el libro a la venta y un rico extracto del primer capítulo aquí (link).

    Página Web de Elephas Ed. Link

    Página FaceBook de Elephas Ed. Link

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    Ya acabé con los enlaces, pero para terminar, éste es el trailer de la película que salió en Italia y está basada en la novela de Amara. ¡Buena visión!

    Scheda del Film tratta da: link. Roma. La Piazza Vittorio del titolo, si trova al centro dell’Esquilino, storico quartiere romano, residenza borghese della burocrazia di fine Ottocento. Circondato dalla Roma più turistica e mondana, la sua vicinanza alla stazione centrale ne ha fatto negli anni, come in tutte le metropoli del mondo, un variegato luogo di approdo e stratificazione etnica e culturale.

    In un suo vecchio palazzo umbertino si snodano le vicende di un eterogeneo gruppo di inquilini, una piccola folla multietnica segnata da forti differenze culturali, di provenienza, di religione, di modi di intendere la vita. Nell’ambiente chiuso del palazzo e del condominio si consuma lo scontro di civiltà in cui tali differenze emergono prepotentemente nel quotidiano e diventano malintesi, piccole prevaricazioni, diffidenze.

    Le storie dei personaggi seguono i propri percorsi, incrociandosi l’un l’altra in ragione di una condivisione forzata dello spazio, del quartiere, del palazzo e del suo ascensore, puntualmente all’origine di tante dispute condominiali. Ognuno di questi personaggi esprime la sua solitudine, il suo male di vivere, offrendo uno spaccato, un sunto della sua esperienza di vita, le sue riflessioni e i suoi sentimenti in una prospettiva sociale.

    Una morte improvvisa rompe il già instabile equilibrio condominiale. Tutti possono essere potenziali assassini e tutti si trovano ad incolparsi lìun l’altro. Saranno loro, insieme, allontanando per un momento ogni contrasto, a svelare al commissario il nome dell’assassino, al posto di quell’unico testimone, che però non può parlare: l’ascensore.

  • Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

    Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

    totofuneral.jpegIl Guatemala dell’ex generale e attuale presidenteOtto Pérez Molina rivive l’incubo della violenza e della repressione. Come ai tempi della guerra civile, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1996 con gli accordi di pace tra la guerriglia e il governo, il 4 ottobre scorso membri dell’esercito, che coadiuvavano la polizia nel controllo di una manifestazione popolare pacifica, hanno sparato sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità centromeridionale di Totonicapan, situata 170 km a nord-ovest dalla capitale Ciudad de Guatemala e formata in prevalenza da indigeni di etnia Maya-Quiché. La notizia è preoccupante e gravissima, ma è passata quasi inosservata in Italia (segnalo un buon pezzo, forse l’unico, suPeaceLink), soprattutto tra i mass media tradizionali. 8 morti e 35 feriti da arma da fuoco: questo il saldo della strage che è avvenuta in una zona trafficatissima e molto conosciuta, l’incrocio di “4 caminos” tra le località turistiche di Hehuetenango, Chichicastenango, il Lago Atitlán e Quetzaltenenago.

    Che cosa stavano mai facendo i “sediziosi” manifestanti? Incendiavano e occupavano prigioni, caserme o palazzi del governo? Improvvisavano un colpo di stato con milizie popolari inferocite e sanguinare al seguito? Gridavano alla rivoluzione armata e alla decapitazione dei caudillos o dei loro governanti? No. Stavano manifestando pacificamente contro l’aumento delle tariffe elettriche, una vera piaga sociale in un paese semi-colonizzato da compagnie straniere in particolare nel settore energetico e in quello minerario, e contro alcune politiche governative. Alle mobilitazioni avevano aderito anche altri settori della popolazione, oltre a indigeni e contadini: c’erano commercianti, impiegati e docenti, tra gli altri. Come succede in qualunque altra società, una comunità di abitanti della regione mostrava il proprio dissenso mentre alcuni loro delegati, rappresentanti dei 48 cantoni in cui si divide il Comune, si trovavano proprio seduti a un tavolo di negoziazione con il governo, rappresentato dal delegato Miguel Ángel Balcárcel, nella capitale.

    Dall’anno 2000 l’esercito del paese centroamericano è autorizzato ad affiancare la Polizia Nazionale nelle operazioni di sicurezza interna, una misura che oggi più che mai dovrebbe essere messa in discussione. E’ un approccio seguito anche dal vicino Messico in cui negli ultimi 6 anni la guerra o “offensiva militare” dichiarata dal presidente Felipe Calderón ai cartelli del narcotraffico ha provocato oltre 60mila morti e la dissoluzione del tessuto sociale in numerose regioni del paese. Il numero totale di morti nel sessennio è di 103mila per diversi motivi, tra cui la perdita di controllo in intere macrozone, soprattutto nel Nord-Est, nel Golfo del Messico e lungo la frontiera con gli USA.

    Il 14 ottobre migliaia di manifestanti, in solidarietà con la comunità di Totonicapán e con le famiglie delle vittime, sono scesi in piazza e hanno marciato verso la Corte di Giustizia e del Palazzo Nazionale, sede della presidenza della Repubblica, per chiedere “giustizia” e dire “no all’impunità”. Hanno anche protestato per chiedere la fine della violenza contro i popoli originari e dei progetti minerari e idroelettrici imposti sui loro territori.

    Il Guatemala ha uno dei tassi di violenza, misurato dal numero di morti violente ogni centomila abitanti più alti del pianeta: siamo su cifre di 40-50 omicidi ogni 100mila abitanti (a seconda delle fonti), il doppio del Messico e del Brasile, circa cinque volte la media mondiale, per capirci. Il dipartimento di Chiquimula, a est, ed Escuintla, a sud, sono i più violenti con 97 e 96 assassinii ogni 100mila abitanti. Sono tassi simili a quelli del vicino Honduras, il paese più mortifero del mondo.

    Inizialmente il presidente Pérez aveva dichiarato che i soldati non avevano utilizzato le armi, ma poi è passato alla versione secondo cui s’è trattato di “spari in aria e legittima difesa” per poi infine capitolare, ammettere la responsabilità dei militari e promettere il rispetto delle decisioni della magistratura e le sue scuse ufficiali ai familiari delle vittime.

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    Il 12 ottobre, infatti, un colonnello dell’esercito e otto soldati sono finiti sotto processo e resteranno nella prigione della brigata Mariscal Zavala a Guatemala City finché il giudice non si sarà espresso sul prolungamento della reclusione preventiva. HRW (la ONG Human Rights Watch) ha apprezzato l’intervento rapido della giustizia “come il modo più efficace di evitare la ripetizione di gravi crimini di questo tipo” e i magistrati stanno investigando su questo caso che è il più grave dalla fine del conflitto armato sedici anni fa. Sarà anche la prima volta dal 1996 che si apre un processo simile. L’opposizione parlamentare aveva chiesto la sospensione dell’immunità per il presidente e il ministro della difesa, Ulises Anzueto, ma il 18 ottobre la Corte Suprema s’è espressa in senso contrario.

    C’è chi sostiene (vedi link a PlazaPublica), a ragione, che il movente razzista e classista dell’attacco e della mattanza di Totonicapán possa far pensare a un ritorno delle pratiche genocide della dittatura: si esclude ogni responsabilità governativa, si crea il mito dei “due bandi” in lotta (indigeni e guerriglieri contro lo Stato o le “forze del bene), si difende la militarizzazione della società e della sicurezza, si promuove uno Stato razzista, in balia di pochi gruppi d’interesse (i vecchi “latifondisti” del Guatemala contadino e le multinazionali), e infine si continua sulla linea repressiva di altri casi, meno noti, come quello del Valle del Polochic contro le popolazioni q’eqchi’; quello di Barillas, Huehuetenango e le persecuzioni che tacciano di terroriste le genti kaqchikeles di San Juan Sacatepéquez.

    Il rappresentante della Commissione ONU contro l’Impunità in Guatemala, Francisco Dall’Anese, ha raccomandato formalmente e pubblicamente al presidente di allontanare l’esercito dalle strade, impedendogli di ricoprire funzioni di polizia. Otto Pérez ha annunciato una riforma legale in tal senso, ma senza precisare. Inoltre, come segnala la pagina Facebook del Consejo de Juventudes Indígenas (una fonte d’informazione importante sul caso Totonicapán) riportando una notizia delquotidiano La Hora, pare abbia di nuovo cambiato idea. “L’esercito del Guatemala continuerà con i compiti di sicurezza interna. Dobbiamo prendere misure di fatto per risolvere i nostri problemi, se andiamo avanti sulla linea del confronto, entriamo in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire”, ha dichiarato il presidente.

    David Lifodi su PeaceLink denuncia giustamente che “in realtà, i militari spesso sono inviati fino alle più remote comunità maya per stroncare qualsiasi forma di ribellione contro la costruzione delle centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria a cielo aperto”. Infatti, continua l’articolo “l’ennesimo aumento delle tariffe per compiacere la multinazionale dell’energia Energuate (a capitale inglese), si somma alle nefandezze della spagnola Unión Fenosa che, tramite le sue partecipate locali, tra cui Deocsa, da anni ha messo in atto un durissimo braccio di ferro con le comunità indigene, spesso lasciate senza luce negli anni scorsi durante le feste natalizie”. Questo è il video più completo con le testimonianze delle vittime della repressione a Totonicapán:

    Anche la “nostra” Enel, impresa italiana a partecipazione pubblica, opera in territori, in comunità e con progetti non esenti da una serie di conflitti in Guatemala, nella regione del Quiché, come segnalava Matteo Dean sul Manifesto in questi termini: “si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia”. E continua, “la presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso)”. @FabrizioLorusso http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004494.html#004494

    Infine riproduco dal sito di A SUD(che lo ha tradotto in italiano) l’appello di numerose organizzazioni sociali e invito alla sua diffusione:

    Diffondiamo qui si seguito l’appello inviatoci da numerose organizzazioni sociali e indigene del Guatemala che denunciano la brutale repressione sofferta nei giorni scorsi da organizzazioni indigene guatemalteche. Ci uniamo alla denuncia e alla richiesta di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle comunità e dei popoli tradizionali e di indagare sull’accaduto garantendo giustizia alle vittime.

    APPELLO
    Di fronte ai fatti violenti accaduti giovedí 4 ottobre, le organizzazioni social dei diritti umani sotto firmanti, denunciamo:

    1. Nel pomeriggio del 4 ottobre, il Comitato dei 48 Cantoni di Totonicapan, struttura ancestrale di rappresentazione indígena del suo popolo, è stato violentemente represso da parte di forze dell’Esercito presenti nel kilometro 170 della strada Interamericana, in risposta alla manifestazione organizzata per dimostrare la loro contrarietà alle riforme alla costituzione, alla riforma del piano di studi delle magistrali e all’alto costo dell’energia elettrica. Come risultato dell’intervento armato da parte del governo, quattro persone sono morte, circa diciotto sono i feriti e varie le persone intossicate.
    2. L’azione violenta delle autoritá é avvenuta proprio mentre i rappresentanti dei 48 cantoni stavano partecipando a una riunione con il responsabile del Sistema Nazionale di Dialogo, Miguel Angel Balcárcel, dato che il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, non ha assistito all’incontro. I lider dei 48 Cantones sono stati nella casa Presidenziale aspettando il presidente, mentre l’Esercito agiva contro la popolazione nel kilometro 170 della strada Interamericana.
    3. L’utilizzo di forze combinate con la presenza di militari muniti di armi da fuoco, per controllare un’azione civica di protesta e di rivendicazione realizzata nel pieno esercizio dei diritti universalmente riconosciuti e garantiti dalle leggi nazionali, è una dimostrazione di violenza da parte dello Stato, che si dimostra incapace di agire in maniera coerente con la cultura democratica e nel rispetto dello stato di diritto.
    4. L’utilizzo di personale militare e di armi da fuoco in azioni di sgombro o di intervento in manifestazioni o riunioni pubbliche, in base alle deliberazioni del Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, costituisce tortura, situazione per la quale lo stato del Guatemala è stato sanzionato in varie occasioni da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
    5. L’azione autoritaria e il fatto di negarsi a sostenere un dialogo efficace finalizzato a risolvere i problemi reali della popolazione, l’abbandono storico e il discorso demagogico, violentano i diritti fondamentali che hanno come obiettivo riconoscere la dignità della popolazione e delle persone.

    Di fronte a questa situazione, domandiamo:

    1. Alla Procura dei Diritti Umani (PDH), l’investigazione profonda dei fatti e il rilascio immediato di una risoluzione che permetta identificare i responsabili delle violazioni.
    2. Al Pubblico Ministero (MP), di iniziare un processo penale contro i funzionari che risultino responsabili di questi fatti sanguinosi, e delle violazioni ai diritti dei diritti umani da parte di membri delle forze di sicurezza, civili e militari.
    3. Al Governo del guate,ala, di consegnare alle autoritá della Procura dei diritti Umani e al Pubblico Ministero tutta l’informazione relativa ai nomi dei funzionari che comandano le unitá coinvolte, il piano d’azione, il dettaglio elle istruzioni trasmesse dalla citta Capitale da parte del Ministero dell’Interno e della difesa, verso i l posto in cui accadevano questi fatti. Inoltre, ritirare temporaneamente dalle loro posizioni i funzionari coinvolti i quali, per azione o per omissione, risultano coinvolti nei fatti che sono accaduti.
    4. Al presidente della Repubblica Otto Perez Molina, l’immediata smilitarizzazione delle forze di sicurezza, cosí come di non utilizzare unitá militari.
    5. Al Parlamento del Guatemala, di derogare il decreto 40-2000 che permette la realizzazione in meaniera congiunta (Polizia ed Esercito) e che si prenda atto del carattere di Legge che hanno gli Accordi di Pace e in particolare l’Accordo sul Rafforzamento del potere civile e la funzione dell’-esercito in una società democratica.
    6. Chiediamo alle autorità politiche, legislative e al settore privato che vengano abbandonati questi modi di agire autoritari e che si assumano norme di convivenza democratica reale e non demagogica.
    7. Alle comunità e ai dirigenti dei 48 cantoni di Totonicapan, alle famiglie delle persone uccise, ferite e vittime di questi fatti, manifestiamo la nostra solidarietà profonda e il nostro impegno ad accompagnarli nella ricerca di giustizia per questi fatti dolorosi.

    Guatemala, 4 de octubre de 2012

    Firmatari:

    Convergencia por los Derechos Humanos
    Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos -CALDH-
    Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos -CIIDH-
    Fundación Sobrevivientes
    Instituto de Estudios Comparados en Ciencias Penales de Guatemala -ICCPG-
    Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala -ODHAG-
    Seguridad en Democracia -SEDEM-
    Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos-Guatemala -UDEFEGUA-
    Asociación Familiares de Desaparecidos de Guatemala -FAMDEGUA-
    Centro de Estudios de Guatemala -CEG-
    Equipo Comunitario de Apoyo Psicosocial -ECAP-
    Educa Guatemala
    Sector Mujeres de Sociedad Civil
    Unión Nacional de Mujeres de Guatemala -UNAMG-

  • Diabolico Tango (il libro)

    Diabolico Tango (il libro)

    L’attesa del tango. Tra due giorni esce il libro di Bruna Bianchi, giornalista e scrittrice che racconta il mistero. Anni di gestazione, tra Milano e Buenos Aires. Un po’ di giallo e qualche pennellata di noir, un po’ d’Argentina, il tango, la guerra, la dittatura, Porta Romana, i navigli e le milongas in un libro. Cos’è una milonga? Un ballo? Un incontro, una festa? Non è propriamente un tango, ma può imparentarsi con quel genere. Guarda i video sotto e ascoltane un paio in versione tradizionale ed elettronica. Il resto sta nel Diabolico Tango. Vediamo.

    Una donna è stata vista in una milonga di Porta Romana, a Milano. All’alba del giorno dopo, il suo cadavere viene ritrovato nell’androne di casa sua con una ferita mortale nella tempia. Un giornalista indaga sull’omicidio e subito scopre che quella donna risulta morta sotto i bombardamenti della scuola elementare di Gorla del 1944. Il viaggio per scoprire la verità e l’assassino incominciano dal tango, portano in Argentina e ritornano a Milano, nella stessa milonga. L’omicidio a Milano dà l’avvio a un’indagine a ritroso nel tempo, quello lontano della seconda guerra mondiale e quello più vicino della feroce dittatura militare argentina. Uno strano caso, alla soluzione del quale si appassiona un giornalista. Attraverso l’amore per il tango e per un’insegnante argentina, egli arriverà a provare quel desiderio di verità che manca al distaccato e arrogante ispettore di polizia. Sullo sfondo, l’Argentina carica di dolore e di nostalgia. Misteri e inganni per compiere atti di bontà si mescolano a misteri e inganni per compierne altri di profonda crudeltà. I personaggi sono lacerati da drammi personali e spesso inconsapevoli di essere parte di una storia collettiva. Saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza, nessuno escluso.

    Dedicato ai piccoli martiri della scuola elementare F.Crispi di Gorla e agli italiani immigrati in Argentina.

    Il giallo di Bruna Bianchi “Diabolico tango”, edito da Eclissi,  sarà nelle librerie il 15 ottobre. Acquistabile anche on line dal sito www.eclissieditrice.com

    Milonga Sentimental versione tango elettronico del gruppo Otros Aires. Ma a questo LINK una versione più “classica” di Carlos Gardel.

    Bruna Bianchi è giornalista. Ha seguito i casi di Cogne, Garlasco, le Bestie di Satana, l’omicidio di Lloret de Mar, la scomparsa degli otto italiani a Los Roques e numerosi altri. Balla tango dal 2000 e, sul tango e l’Argentina, ha scritto numerosi articoli. Questo è il suo primo libro. Questo è il suo Blog.

  • Abrazos de Acero – Abbracci d’Acciaio (bilingual poem)

    Abrazos de Acero – Abbracci d’Acciaio (bilingual poem)

    Abrazos de Acero

    De sueños y revolucionarios

    está hecho el mundo

    pero son dos los que cuentan

    y hasta dos saben contar

    porque eso les basta para existir.

    Abrazan todos los números

    la cifra de su universo

    viven dos infinitos iguales

    pero diferentes revoluciones

    que son una sola en su sueño

    un mantra, un amor, de acero.

    [de “Matemáticos y poetas”, Bixio O Rojo, Soles Ed., 199x]

     Abbracci d’Acciaio

    Di sogni e rivoluzionari

    è fatto il mondo

    però son due quelli che contano

    e fino a due sanno contare

    perché questo gli basta per esistere.

    Abbracciano tutti i numeri

    la cifra del loro universo

    vivono due infiniti uguali

    ma differenti rivoluzioni

    che sono una sola nel loro sogno

    un mantra, un amore, d’acciaio.

    [da “Matematici y poeti”, Bixio O Rojo, Ed. Soles, 199x]

  • Bajo el agua – Sott’acqua (poeticamente bilingue)

    Bajo el agua – Sott’acqua (poeticamente bilingue)

    Bajo el agua

    Bajo el agua
    Abrazas el fondo
    Donde pintas la rima
    Y  esperas la lluvia.
    Escuchas el azul lejano
    Ves reflejos danzantes
    Soles en movimiento
    Y duran como el universo
    Prometen eternidad
    Son espejos de lo efímero.
    Bajo el agua
    Piensas, te piensas
    Fuera de ti, por tu bien
    Estás a lado del frío
    Besando la humedad
    Secando el beso.
    El recuerdo es sediento
    Le cortas el vuelo
    Inhalas su respiro
    Y golpeas el horizonte.
    Sientes agua caminando
    Dentro de ti, aflora
    Sumerge la piel
    Sin fin, nace el mar
    Pero se esconde
    Bajo el agua
    Contigo, firme
    Gota sola, que quiero
    Desnuda esperanza
    Sales, amas, dueles.

    [Fabrizio Lorusso]

    Sott’acqua

    Sott’acqua
    Abbracci il fondale
    Dove dipingi la rima
    E aspetti la pioggia.
    Ascolti l’azzurro lontano
    Vedi riflessi danzanti
    Soli in movimento
    Durano come l’universo
    Promettono eternità
    Specchi dell’effimero.
    Sott’acqua
    Pensi, ti pensi
    Fuori da te, per il tuo bene
    Stai accanto al freddo
    Baci l’umidità
    Asciughi il bacio.
    Il ricordo è assetato
    Gli tagli il volo
    Inali il suo respiro
    E colpisci l’orizzonte.
    Senti acqua camminando
    Dentro di te, affiora
    Sommerge la pelle
    Senza fine, nasce il mare
    Ma si nasconde
    Sott’acqua
    Con te, decisa
    Goccia sola, che voglio
    Nuda speranza
    Esci, ami, fai male.

    [Fabrizio Lorusso]

  • Vittoria di Chávez e festa democratica in Venezuela

    Vittoria di Chávez e festa democratica in Venezuela

    Il Presidente del Venezuela e candidato della coalizione Gran Polo Patriota (GPP), il cinquantottenne Hugo Chávez, ha vinto per la quarta volta consecutiva le elezioni e continuerà a governare il paese nei prossimi sei anni.

    Secondo i dati forniti alle 5am ora italiana, le dieci di sera a Caracas, dalla Commissione Nazionale Elettorale (CNE), Chávez ha ottenuto il 54,42% dei voti contro il 44,97% del leader dell’opposizione, il quarantenne Henrique Capriles. Lo scarto tra i due è di circa un milione trecentomila preferenze. L’affluenza è stata storica, pari all’80,94% dei 19 milioni di cittadini aventi diritto.

    Capriles era il candidato della Mesa Unidad Democrática (MUD), una coalizione eterogenea di 28 partiti, dai post-democristiani ai socialdemocratici, che hanno provato a costruire un’alternativa “socialdemocratica” al progetto di stampo socialista di Hugo Chávez. La promessa di Capriles era quella di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però ha sostenuto esplicitamente il suo rivale.

    Pochi minuti dopo l’annuncio dei risultati, migliaia di simpatizzanti di Chávez e della sua creatura politica, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), sono scesi nelle piazze di Caracas e di altre città per festeggiare la continuazione della “Rivoluzione Bolivariana” e del “Socialismo del Secolo XXI”, due etichette per un modello sociale ed economico dal carattere nazionalista, anti-imperialista, redistributivo (giustizia sociale basata sul recupero delle risorse sovrane, in primis il petrolio) e integrazionista a livello latinoamericano che il presidente ha messo in marcia già dal suo primo mandato nel 1999.

    Il Ministro degli Interni e della Giustizia, Tareck El Aissami, ha inviato un messaggio dal suo account di Twitter celebrando la vittoria del presidente. “Ha vinto la patria! Vittoria perfetta, viva la patria di Bolivar!”, ha scritto citando il patriota Simón Bolivar, libertador dei paesi andini dalla Spagna nel 1810 e ispiratore delle politiche d’integrazione regionale per l’America Latina promosse da Chávez.

    Il presidente, sempre su Twitter, ha ringraziato il “suo popolo e Dio” per la vittoria e, dal Palazzo Presidenziale di Miraflores, ha voluto esprimere “un riconoscimento per chi ha votato contro di noi, per la dimostrazione civica, malgrado il loro disaccordo col nostro progetto”. “Il candidato della destra riconosce la vittoria bolivariana, questo è un passo per la riconciliazione in Venezuela”, ha aggiunto.

    I seggi sono rimasti aperti dalle sei del mattino alle sei di sera, ma il processo è durato qualche ora in più perché è stato permesso ai cittadini che erano in fila di votare dopo l’orario di chiusura vista l’altissima affluenza. “Grazie a tutti i cittadini per la magnifica giornata elettorale e per questo processo tranquillo, senza scossoni, vissuto con allegria”, ha dichiarato Tibisay Lucena, presidentessa della CNE.

    Il sistema elettorale venezuelano è considerato come altamente affidabile dal CNE e da organismi internazionali specializzati nell’osservazione dei processi elettorali come il Centro Carter. Il meccanismo di voto è completamente automatizzato: ogni cittadino effettua la propria scelta su uno schermo di un computer specifico e questo emette una ricevuta cartacea su cui è impresso il suo voto. Il conteggio finale avviene per via elettronica e il risultato viene confrontato con le ricevute cartacee in oltre il 50% dei seggi. Circa 200 organizzazioni di osservatori elettorali hanno accompagnato la CNE durante la giornata che s’è svolta in un clima pacifico e festoso e senza problemi rilevanti.

    Con indosso una felpa rossa, blu e gialla, i colori della bandiera venezuelana, Capriles ha riconosciuto immediatamente i risultati e in conferenza stampa ha chiesto “a coloro che restano al potere rispetto e riconoscimento per la metà del paese che non è d’accordo con questo governo”.

    “Sono un democratico, non porterò mai il nostro popolo al conflitto, così è la democrazia”, ha ribadito il candidato di Unidad Democrática dopo aver fatto i suoi auguri a Hugo Chávez e aver ringraziato gli oltre “sei milioni di venezuelani” che l’hanno votato e anche “quelli che hanno scelto un’opzione diversa”.

    La MUD non ha convinto le masse popolari, gli abitanti dei quartieri o barrios e delle campagne. Infatti, milioni di cittadini sono stati beneficiati dai programmi sociali redistributivi del governo, finanziati dall’esportazione del petrolio di cui il Venezuela è il settimo produttore mondiale, e dall’abbattimento degli indici di povertà, passati dal 47% al 27% in 10 anni.

    Sebbene il centro-destra venezuelano avesse trovato in Capriles un candidato presentabile, già governatore di Miranda, la seconda regione più popolosa del Venezuela, non è stato in grado di sdoganarsi da un passato di corruzione, clientelismo, governi oligarchici e repressione del dissenso ancora vivo nella memoria collettiva.

    La presidentessa dell’Argentina, Cristina Fernández, è stata la prima a complimentarsi con Chávez domenica sera. “Ho appena parlato con il presidente, molta emozione”, ha scritto su Twitter. “la tua vittoria è anche la nostra, quella dell’America del Sud e dei Caraibi”, ha espresso in un secondo messaggio. L’Argentina, inseme al Brasile, il Paraguay e l’Uruguay, è legata al Venezuela nella Unione della nazioni sudamericane (Unasur) e nel blocco commerciale Mercosur che, considerato nel suo insieme, rappresenta la quarta economia del mondo.

    Altri leader latinoamericani come il presidente ecuadoregno Rafael Correa e il cubano Raúl Castro, alleati di Chávez e promotori del sistema d’integrazione regionale ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), hanno fatto altrettanto.

    “Chávez vince con 10 punti di differenza! Viva il Venezuela, la Patria Grande e la Rivoluzione Bolivariana”, ha comunicato Correa. In nome del governo e del popolo di Cuba mi complimento per questo storico trionfo che dimostra la forza della Rivoluzione Bolivariana e il suo innegabile sostegno popolare”,  ha invece espresso Castro.

    Chávez dovrà da subito affrontare tre problemi segnalati dall’opposizione in campagna elettorale: l’inflazione galoppante a tassi di quasi il 30% all’anno; il debito pubblico, passato da 34 a 150 miliardi di dollari nell’ultimo decennio; e l’insicurezza. Con un tasso che oscilla, a seconda delle fonti, tra i 49 e i 67 omicidi ogni centomila abitanti, il Venezuela è uno dei paesi più violenti dell’America Latina. Gli esperti attribuiscono questa situazione alla corruzione, all’impunità e all’assenza delle istituzioni, della polizia e della giustizia, più che alla povertà o alla disuguaglianza sociale. Infatti, il Venezuela è il paese latinoamericano con le minori differenze economiche tra ricchi e poveri, ma la violenza non diminuisce. La crescita venezuelana, in media del 2,25% nel 1999-2011, ha avuto storicamente alti e bassi estremi e dall’ultimo anno è in fase di recupero intorno al 5%, ma resta in gran parte dipendente dall’andamento dei prezzi del petrolio. Linkiesta – Fabrizio Lorusso (TWT @FabrizioLorusso)

  • Venezuela al voto: Chávez o Capriles?

    Venezuela al voto: Chávez o Capriles?

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    Dal mio rifugio a Città del Messico noto che i principali notiziari messicani e quelli di mezzo mondo annunciano l’arrivo di un momento storico per il Venezuela, il momento di una possibile svolta con un alto impatto anche a livello regionale e geopolitico. Dopo 14 anni al potere e due mandati consecutivi, per la prima volta il cinquantottenne presidente Hugo Chávez, non avrebbe la vittoria garantita al 100% alle elezioni presidenziali di domenica 7 ottobre. Almeno questo dicono alcune tra le più affidabili imprese dedicate ai sondaggi d’opinione. Non sempre possiamo fidarci di loro, a dire il vero, ma l’incertezza elettorale, insieme ai dubbi sul vero stato di salute del presidente, che dal 2010 è in lotta contro il cancro, e dei partiti che lo sostengono, indeboliti da faide interne, contribuiscono a riattivare il dibattito sul Venezuela e spingono a fare il punto della situazione. Avremo maggiori dettagli stanotte o domani, ma si possono comunque fare alcune considerazioni, indipendenti dall’andamento del voto, sulla campagna elettorale, sulla situazione economica e politica e sul processo di cambiamento che il paese ha vissuto in questi anni e che, recentemente, ha visto un ricompattamento dell’opposizione e l’ipotesi di un progressivo declino del “chavismo”, del suo progetto bolivariano e del “socialismo del secolo XXI”.

    Cioè a quel corpus di visioni politiche, progetti sociali ed economici e retoriche ufficiali, ispirati alle idee integrazioniste e patriotiche del libertador Bolivar. Idee che, nel secolo XXI, corteggiano il militarismo e spesso assumono connotati messianici, propongono piani egualitari e popolari, sicuramente necessari, ma che tendono a districarsi tra proposte quasi autarchiche, o promotrici della sovranità nazionale, e ideali internazionalisti. Sono proiettati a favorire un accelerato sviluppo economico interno ma con una progressiva polarizzazione del discorso e dell’azione politica. Sono i tratti di una delle possibili definizioni del populismo, e so benissimo quanto l’uso e abuso di questa parola sulla stampa europea abbia creato facili confusioni, stigmatizzazioni e mistificazioni non ponderate, spesso prive di una vera analisi sull’America Latina, quindi non la utilizzerò qui né sarà il mio pass par tout esplicativo. Torno a Simón Bolivar. Fu l’eroe indipendentista che nel 1810 cominciò l’impresa di liberazione dei paesi andini del Sudamerica dal dominio dei colonizzatori spagnoli e creò la Gran Colombia, una “patria grande” che ebbe poca fortuna e si frammentò nel 1831 dando origine all’attuale Venezuela, alla Colombia, all’Ecuador, a parte del Perù e a Panama.

    Ad oggi la galassia anti-Chávez è formata da poco meno di una trentina di partiti e formazioni politiche, epurate (pare) degli elementi più reazionari e golpisti che nel 2002 cercarono di defenestrare il presidente con il sostegno degli USA. Un’opposizione che sembra avere migliorato la sua “compatibilità democratica” e che ha svecchiato il suo linguaggio e le sue pratiche, avvicinandosi alla socialdemocrazia europea o al modello brasiliano, per non suscitare troppi timori nelle classi popolari e nella massa degli indecisi. Dieci anni fa, con quel colpo di Stato ai danni di un mandatario eletto dal popolo democraticamente, l’unico risultato che alcuni settori dell’opposizione ottennero fu elevare Chávez ai massimi livelli di popolarità, facendone un’icona e un paladino del popolo e della democrazia.

    Lo smacco per l’élite tradizionale e la perdita di legittimità furono gravissimi, e concorsero a confermare tanto le accuse complottiste del presidente contro le destre e “l’impero americano”, quanto le sue invettive contro “i palazzi”, la corruzione e i partiti tradizionali (AD-Acción Democrática, d’ispirazione socialdemocratica, e COPEI-Comité de Organización Política Electoral Independiente, di tendenza democristiana) che per quarant’anni avevano dominato la scena politica venezuelana, conducendola a una degenerazione senza precedenti. Nel 1992, infatti, in pochi minuti di apparizione televisiva il comandante insurretto Hugo Chávez, arrestato in seguito a un tentativo di golpe ai danni del presidente Carlos Andrés Pérez, aveva saputo cogliere nel segno e aveva cominciato la sua ascesa mediatica e popolare con un discorso basato sull’anti-politica che fece molta presa sui suoi concittadini e contribuì non poco al suo successo elettorale come candidato alla presidenza nel 1998, anno d’inizio della “rivoluzione bolivariana” in Venezuela.

    Oggi 19 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne per decidere chi li governerà per i prossimi sei anni e si preannuncia un finale al fotofinish. Inoltre più di centomila venezuelani all’estero potranno recarsi ai consolati per esprimere la loro preferenza. In dicembre ci saranno, invece, le elezioni dei parlamenti locali o regionali e dei governatori dei singoli stati. Invece il parlamento rimarrà quello attuale fino al 2016, anno previsto per il suo rinnovo. La maggioranza del potere legislativo resta quindi in mano alla coalizione chavista che ha 95 seggi contro i 70 delle opposizioni. Ad ogni modo il principale rivale di Chávez, il centrista-liberale Henrique Capriles, potrebbe vincere a sorpresa secondo gli ultimi sondaggi dell’impresa Consultores 21. Altre due agenzie, Datanalisis e Datos, danno un leggero vantaggio al presidente, mentre IVAD gli dà un comodo margine di 12 punti. Capriles, avvocato quarantenne con una lunga carriera politica alle spalle, è stato il governatore di Miranda, secondo stato più popoloso del paese, e ha il sostegno della Piattaforma d’Unione Democratica (Mud) che promette di mantenere i programmi governativi di sostegno per la fasce più povere e stimolare la crescita dell’economia con “giustizia sociale”. La Mud è una coalizione di partiti socialdemocratici, democristiani e liberali che s’oppongono al progetto del socialismo del ventunesimo secolo di Chávez che punta su slogan come “Cuore della mia patria” e “indipendenza e patria socialista”.

    Il presidente è candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), sua creazione del 2007, e di un’ampia alleanza di movimenti sociali, organizzazioni e partiti riuniti nel Gran Polo Patriotico (Gpp) che rappresenta diverse anime della sinistra. Capriles, che è meno popolare mediaticamente e politicamente, ha optato per una campagna elettorale itinerante, quasi “porta a porta”, in cui ha visitato più volte tutte le regioni del paese e ha tenuto oltre trecento comizi. “Una strada c’è: che tutti andiamo avanti e nessuno resti indietro, che le condizioni alla nascita non determinino il tuo destino”, recita il programma della Mud, tra cristianesimo sociale e sinistra moderata. Chávez, debilitato dal cancro che lo ha parzialmente fatto uscire di scena negli ultimi due anni e su cui c’è quasi un “segreto di Stato”, s’è limitato a una decina di apparizioni in pubblico in soli sei stati. Ma la sua popolarità resta comunque alta, soprattutto tra i ceti meno abbienti, effettivamente beneficiati dai generosi programmi sociali del Governo, e tra i dipendenti pubblici.

    Lo zoccolo duro del “chavismo” è stimato in circa sei milioni e mezzo di voti ed è difficile sconfiggere l’apparato costruito nell’ultimo decennio di “rafforzamento statalista”. La potenza comunicativa dello Stato, o meglio del governo, s’è ampliata notevolmente nell’ultimo decennio: i mass media pubblici sono aumentati, è stata lanciata la catena TeleSur, non è stata rinnovata la concessione alla Tv privata RCTV, è stato messo in orbita un nuovo satellite, sono state promulgate nuove leggi che disciplinano i contenuti nei media e la pubblicità ufficiale (che ora è gratuita e a trasmissione obbligatoria per i mass media), è cresciuta la promozione di pagine web pro governative e la gran quantità di trasmissione a reti unificate del presidente, anche in campagna elettorale.

    D’altro canto, spiega Carlos Vecchio, uno dei coordinatori della campagna di Capriles, “il presidente fa uso delle risorse statali, cioè gli spazi nelle radio e in televisione, a suo vantaggio, per cui la sua presenza mediatica s’è quadruplicata rispetto alle elezioni del 2006”. Infatti, il capo dell’esecutivo ha sempre la possibilità di inviare messaggi in TV a reti unificate senza che questi contino ufficialmente come atti della campagna elettorale. In caso di vittoria, Chávez arriverebbe a compiere due decenni consecutivi alla guida del Venezuela, un caso anomalo nei sistemi presidenziali attuali dell’America Latina che, nella gran parte dei casi, non prevedono la rielezione del capo di Stato per più di uno o due mandati.

    La modifica costituzionale che consente la rielezione indefinita del presidente e di altre cariche pubbliche è stata fortemente voluta da Chávez e dal Polo Patriotico ed è stata approvata con un referendum nel 2009. L’opposizione denuncia da anni una forma accelerata di “involuzione” democratica e l’occupazione politica da parte dei chavisti di ruoli chiave nelle istituzioni, come la Corte Suprema di giustizia, e nelle imprese parastatali come la petrolifera PDVSA. Con l’astensionismo previsto intorno al 25%, secondo molti osservatori il voto degli indecisi, pari a circa il 17% del totale secondo le principali agenzie di sondaggi, potrebbe essere determinante per i risultati finali, anche se per Capriles sarà comunque difficile conquistare il consenso dei barrios (o quartieri popolari), soprattutto nei bastioni storici del movimento bolivariano nella capitale. Vedremo anche se saranno sufficientemente convincenti agli occhi degli elettori i discorsi rinnovati e conciliatori, uniti all’immagine “pulita” e allo spostamento a “sinistra”, del candidato Capriles e della MUD che, comunque, mantiene al suo interno i partiti del vecchio regime “dell’alternanza” prevista dal patto del punto fisso (punto fijo), cioè AD e COPEI. Tra il 1958 e il 1998 questi due partiti si sono alternati al potere secondo un patto per il mantenimento della democrazia che escluse il Partito Comunista e, nel tempo, si trasformò in un regime funzionale alla riproduzione di una classe politica parassitaria.

    L’incertezza e la faziosità di una parte dei pronostici diffusi nelle ultime settimane non aiutano a chiarire il quadro della situazione. “La guerra dei sondaggi ha la sua massima espressione in queste elezioni”, ha spiegato il politologo venezuelano Piero Trepiccione. “Vedo che le compagnie dedicate a rilevare tendenze elettorali sono troppo mediatiche, perdono la loro funzione e agiscono come manipolatrici delle opinioni”, ha aggiunto. Un discorso molto simile e sensato era stato fatto in Messico questa primavera, durante la campagna per le presidenziali vinte da Enrique Peña Nieto (dell’ex partito di regime PRI, Partido Revolucionario Institucional) tra mille polemiche e denunce di frodi e compravendita del voto, e poi anche dopo il voto: il ruolo delle televisioni e dei sondaggi è stato, infatti, determinante nell’influenzare l’opinione pubblica.

    Giovedì scorso centinaia di migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze per assistere alla chiusura delle campagne di Capriles, nell’occidentale Barquisimeto, e di Chávez, nella capitale Caracas. Ciononostante brillano per la loro assenza i dibattiti pubblici e diretti tra i candidati che rendono più opaco tutto il processo e lo studio delle proposte. Il presidente può vantarsi di aver ridotto gli indici di povertà, dimezzati in 10 anni e portati su ottimi standard internazionali (nel 2011 il tasso di povertà era del 27% sul totale della popolazione, nel 1998 era del 47%), e le disuguaglianze, per cui oggi il Venezuela è il paese latino-americano che presenta le minori differenze tra ricchi e poveri. D’altro canto sono difficili da difendere i “risultati” in termini d’inflazione, dato che la crescita dei prezzi viaggia a ritmi di poco inferiori al 30% annuo, penalizzando le classi meno abbienti. La crescita venezuelana, attestata su una media del 2,25% nel periodo 1999-2011, ha alternato periodi di recessione profonda a veri e propri exploit da “miracolo economico”, spesso determinati dall’andamento dei prezzi del petrolio più che da una vera e propria politica di sviluppo. Nel frattempo, però, il debito pubblico è cresciuto di quasi cinque volte, da 34 miliardi di dollari a 150 nel 2011.
    Capriles promette di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però sostiene esplicitamente Chávez, e accusa “el comandante” di aver aggravato il problema dell’insicurezza, visto il forte aumento del già alto tasso di omicidi da 48 a 67 ogni centomila abitanti, una media quasi centroamericana. Gli esperti di criminalità attribuiscono l’aumento della violenza alla corruzione, all’impunità e alla scarsa presenza di istituzioni credibili, dalla polizia alla giustizia, più che alla povertà, alla disuguaglianza e altri fattori socio-economici che, in generale, si sono mantenuti su standard positivi. L’opposizione ha denunciato l’uso clientelare dei proventi del petrolio, di cui il Venezuela è settimo produttore mondiale, e gli aiuti “troppo generosi” a paesi come Cuba, il Nicaragua e altri membri dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina creata da Chávez nel 2004 come strumento di politica estera e per l’integrazione regionale. A parte le critiche e i programmi, in caso di vittoria da parte di Capriles, resterebbe comunque da risolvere il problema della coabitazione di un parlamento dominato dal PSUV con un presidente dal diverso colore politico.

    La situazione geopolitica latino americana potrebbe cambiare se Chávez venisse sconfitto, dato che Capriles ha già annunciato la riduzione dei contributi in petrolio e delle convenzioni di scambio tra i paesi dell’ALBA che prevedono prezzi preferenziali per gli associati, anche se non s’è espresso per una cancellazione dell’ALBA e degli altri accordi d’integrazione regionale sottoscritti dal Venezuela: in primis, c’è il Mercosur con il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay e l’Argentina che continuerà a restare in vigore e, probabilmente, verrà riattivata la partecipazione del Venezuela alla Comunità Andina con la Colombia, l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Probabilmente sia Cuba che l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua, i principali alleati del progetto bolivariano nella regione, vedranno profondamente colpiti i loro interessi economici, soprattutto legati alle forniture di gas e petrolio, e strategici. L’attenzione ai risultati del voto di oggi è alta non solo in Sudamerica, ma anche negli USA, primo socio commerciale del paese andino ma allo stesso tempo “rivale” e nemico imperiale del governo, e in altri paesi che da anni intrattengono strette relazioni economiche, strategiche e politiche con il Venezuela di Chávez come la Russia, la Cina, la Bielorussia e l’Iran. Di Fabrizio Lorusso Twitter @FabrizioLorusso

  • Aborto – Nuovo Video de “Le Arrabbiate”

    Aborto – Nuovo Video de “Le Arrabbiate”

    La legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, risultato delle lotte del movimento femminista in Italia negli anni ’70 e di alcune forze politiche, è da sempre attaccata dalla Chiesa cattolica e severamente limitata dall’obiezione di coscienza del personale medico e infermieristico. Recentemente ci sono stati anche attacchi diretti da parte della classe politica al potere. Al di là di ogni considerazione etica che porta ogni donna a decidere se portare avanti o meno la gravidanza, la 194 ha indubbiamente permesso di ridurre drasticamente il numero di morti in aborti clandestini e, favorendo la contraccezione, quello delle stesse IVG . Difendiamo la 194! Segui su FaceBook LINK. E il blog LINK.

    Sul tema un articolo su “Ruini il fondamentalista” a Che tempo che fa di Fazio: LINK