-
Denunciano nuova repressione in Chiapas, Messico

[Nonostante il Chiapas e il suo conflitto siano quasi spariti dai mass media europei, l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e l’esperimento di autogestione politica, ormai consolidato nei “caracoles”, dell’autonomia neozapatista continuano a vivere e lavorare. Sono anche un esempio e un modello economico e sociale per altre comunità indigene sparse per il Messico. Allo stesso tempo, però, continuano l’ostilità e la repressione violenta, in genere di tipo paramilitare, dei gruppi politici dei partiti ostili, del governo locale e di quello centrale o delle comunità e dei municipi vicini nella regione. Il Chiapas continua ad essere lo stato più povero del Messico e il nuovo governo regionale di Manuel Velasco (del Partito Verde, alleato del PRI e del suo neoeletto presidente Enrique Peña Nieto) non promette tempi di distensione e collaborazione. Vale la pena aggiornarsi sulla situazione e segnalare quel che succede, quindi inserisco volentieri questo articolo, preoccupante e dettagliato, sulla situazione dell’estremo Sud messicano e delle sue comunità indigene in resistenza, Fabrizio Lorusso].
La controinsurrezione in Chiapas, decine di famiglie zapatiste sfollate. (da nota di YaBastaMilano e GlobalProject).
Noi che abbiamo combattuto sappiamo riconoscere il passo di ciò che si sta preparando e avvicinando. I segnali di guerra all’orizzonte sono chiari: la guerra, come la paura, ha odore. E già ora si comincia a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre. (Subcomandante Insurgente Marcos, dicembre 2007)
Nell’anno in corso, il 2012, si continua a respirare giorno per giorno l’odore della guerra, che lo stato messicano ha scatenato contro le comunità zapatiste.
La politica di controinsurrezione elaborata, con l’aiuto del governo USA, dopo l’insurrezione armata dell’EZLN nel 1994 (precisata nel documento denominato “Piano per la Campagna Chiapas 94”), ha fornito la struttura per una nuova forma di guerra contro le popolazioni indigene ribelli.
Negli ultimi mesi, le Giunte del Buon Governo di Morelia e La Realidad hanno denunciato le aggresioni subite dalle Basi di Appoggio del EZLN da parte della ORCAO (Organización Regional Cafeticultores Altamirano Ocosingo) nell’ejido1 Moisés Gandhi e da parte di gruppi affiliati al PRI, al PRD e al PVEM (Partido Verde Ecologista Mexicano). Queste provocazioni si aggiungono a quelle ben note in tutto il territorio zapatista, come nel caso di San Marcos Avilés, assediata dai paramilitari e per questo al centro di una campagna di solidarietà internazionale.
Lo stato messicano è in guerra contro un nemico interno: l’EZLN, contro le comunità zapatiste in resistenza e soprattutto contro l’autonomia, la cultura e la vita dei popoli indigeni che non accettano di essere assimilati al modello di sviluppo capitalista. Il messaggio che le Giunte del Buon Governo hanno lasciato nelle varie denunce è chiaro: il governo, attraverso menzogne, promesse di terra e finanziamenti, sta rianimando i gruppi paramilitari e armando altre organizzazioni, affinché questi alimentino l’ostilità e le aggressioni contro coloro che si oppongono all’omologazione neoliberista. La strategia del governo contro la resistenza si sviluppa su due fronti: da una parte la “guerra di bassa intensità” impiegando le formazioni paramilitari così da evitare le ripercussioni internazionali che si avrebbero con l’impiego diretto dell’esercito e dall’altra, la cosiddetta linea morbida, con l’impiego massiccio di progetti assistenzialisti per calmare la fame, creare dipendenza e logorare la resistenza, concentrando i progetti nelle zone dove è più forte la lotta contro il governo.
L’8 settembre la Giunta del Buon Governo “Nueva Semilla Que Va a Producir” del Caracol V di Roberto Barrios ha denunciato la nuova invasione paramilitare nelle terre del nuovo villaggio Comandante Abel, del Municipio Autonomo La Dignidad, Municipio ufficiale di Sabanilla. Il 12 settembre una nuova denuncia della stessa Giunta sottolineava la gravità della situazione: 70 donne e bambini sfollati dal nuovo Villaggio Comandante Abel e 14 persone scomparse nella vicina comunità di Unión Hidalgo.
Gli antefatti
Il nuovo villaggio Comandante Abel si trova in zona indigena di lingua ch’ol, nelle terre recuperate dall’EZLN nel 1994.
Fino a maggio di quest’anno la popolazione si trovava nella comunità di San Patricio che fin dagli anni ’90 ha vissuto resistendo ai persistenti attacchi paramilitari.
Esattamente un anno fa, il 6 settembre 2011, quelle terre furono invase dai paramilitari provenienti dalla vicina comunità di Ostilucum, causando lo sfollamento della popolazione, fame e malattie. La comunità riuscì a tornare, ma ormai si trovava derubata dei raccolti che i paramilitari si erano portati via; per questo dovette dipendere dagli aiuti alimentari organizzati dalla Giunta del Buon Governo della Zona Nord. Nel frattempo sono continuate le minacce di una nuova invasione e di un massacro, così che, nel mese di maggio, le famiglie base di appoggio del EZLN hanno preso la decisione di ricostruire la comunità nel vicino presidio “La Lampara”, mostrando nei fatti la volontà degli zapatisti di cercare forme pacifiche di risolvere conflitti, con coloro che essi definiscono fratelli ingannati dal malgoverno. Nonostante questa, ovviamente sofferta, decisione, le minacce sono continuate e il 6 di settembre i paramilitari della località di Unión Hidalgo hanno invaso le terre del nuovo villaggio Comandante Abel, sparando contro gli zapatisti e provocando la fuga forzata, verso la montagna, dei bambini e della maggioranza delle donne che non riuscivano a sopportare la situazione, mentre gli uomini e alcune donne rimanevano sul luogo, per difendere la comunità.
Una carovana di Solidarietà e Documentazione
Per rompere l’accerchiamento, mostrare solidarietà e documentare le violazioni ai diritti umani si è organizzata una carovana di Solidarietà e Documentazione a Comandante Abel. La carovana, organizzata da Organismi dei Diritti Umani, osservatori internazionali, da compagni impegnati nel movimento e nella comunicazione indipendente, è partita da San Cristobal de Las Casas, Chiapas il 18 settembre del 2012. Ha visitato tre comunità: quella assediata – Comandante Abel -, la comunità autonoma di San Marcos e la comunità Zaquitel Ojo de Agua. Nelle ultime due comunità i partecipanti alla carovana hanno potuto intervistare le donne sfollate di Comandante Abel e gli sfollati di Unión Hidalgo.
Testimonianza delle donne sfollate nella Comunità San Marcos
Alla fine della lunga valle che da Sabanilla si estende verso lo stato di Tabasco, si trova la comunità di San Marcos. La comunità si trova in posizione gradevole, a fianco del fiume Sabanilla che si attraversa passando per un ponte sospeso. La comunità ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti degli sfollati di Comandante Abel, ospitandoli nella scuola del villaggio e condividendo il loro scarso mais e il cibo.
Le donne e le autorità della comunità hanno ricevuto i carovanieri e quattro donne e due membri della Giunta del Buon Governo hanno dato la loro testimonianza. Lucia ed Elvira hanno raccontato di quell’8 settembre quando, per la paura e la percezione di non essere in grado di proteggere la vita dei propri bambini, sono fuggite per la montagna, passando per precipizi, dormendo sotto le liane, correndo verso San Marcos, l’unico luogo che sentivano sicuro, in una zona percorsa dai paramilitari di Paz y Justicia già dagli anni ’90, da soldati e da elementi corrotti della Pubblica Sicurezza.
Nello stato di timore e confusione in cui si trovavano, alcune si sono perdute. “Arrivate qui eravamo intorpidite dalla paura e non sentivamo i nostri corpi, sentivo che una tigre mi seguiva. Ci siamo perdute, eravamo spaventate, mi sembrava di non essere più in questo mondo” racconta Lucia.
Un compagno della Giunta spiega: “Le compagne non sopportavano più le sofferenze. Ma gli zapatisti non piangono. Torneremo a lavorare per resistere e vivere”.
Quando le donne sono arrivate a San Marcos ne mancavano due con i loro bambini. Subito si sono organizzate le ricerche con il timore che fossero state sequestrate dai paramilitari. Il giorno 11, quattro giorni dopo la fuga dal villaggio, i compagni e le compagne che cercavano gli scomparsi, hanno sentito il pianto di un bambino scoprendo così il loro nascondiglio. Erano tremanti di freddo e allo stremo per la fame e la stanchezza. “Abbiamo dato loro pozòl2, ci siamo caricati sulle spalle i bambini e siamo ritornati tutti a San Marcos”.
Carmen e Jessica sono i nomi delle due donne che si erano perdute: “Avevamo molta paura quando siamo fuggite. Abbiamo faticato ad attraversare il fiume, siamo rimaste indietro e non siamo state in grado di seguire il percorso delle altre. Abbiamo proseguito ma per la paura di incontrare i paramilitari, ci siamo nascoste sotto una pietra, una specie di caverna. Lì ci siamo nascoste la prima notte. I giorni seguenti ci siamo fatte largo nel monte cercando di orientarci ma ci siamo perdute. Abbiamo mangiato erba momo e arance per calmare la fame. Per la paura di essere individuate dai paramilitari scendevamo al fiume per gettare le bucce”. Jessica guarda intensamente il suo piccolo che piange perché respinge il seno della mamma. “La paura mi ha asciugato il seno” – dice – “Mia figlia ha la febbre e non le passa”.
Gli sfollati di Unión Hidalgo
Il giorno seguente la carovana ha visitato la Comunità Zaquitel Ojo de Agua, accessibile solo camminando per 3 ore verso la cima del monte che abbraccia la valle Sabanilla. Si trova in una bella posizione tra monti, grandi alberi chiamati “ceibas” e torrenti. Come a San Marcos, tra le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua, c’è una grande solidarietà. Da Unión Hidalgo si sapeva che c’erano 10 scomparsi e si temeva per la loro vita e, come a San Marcos, gli scomparsi sono stati ritrovati dopo 3 notti, dopo aver affrontato le forti piogge stagionali d’alta montagna.
Jaime e Auxiliadora raccontano delle minacce subite dai paramilitari di Unión Hidalgo. “Giorno e notte, con altoparlanti ci gridavano che avrebbero mangiato le nostre carni. Dicevano che siamo fuori dalla legge e che non abbiamo diritti e non possiamo ricorrere alla giustizia. Ci trattano come animali”. Il racconto è la dimostrazione della strategia psicologica del governo, ancora in vigore in Chiapas, di disumanizzare gli oppositori e legittimare gli attacchi nei loro confronti.
Narrano che le minacce sono cominciate nell’anno 2000, quando le famiglie zapatiste rifiutavano, come tuttora, i programmi assistenzialistici. Le minacce venivano dai dirigenti del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) della comunità, collegato con il gruppo paramilitare Paz y Justicia. Nel 2003 saccheggiarono il negozietto collettivo delle donne zapatiste. Armati di bastoni, machete e pietre colpirono una nostra compagna alla testa con una pietra. Quella volta ci rubarono tutta la merce, le tavole e la lamina del negozietto e anche 1800 chili di mais”. Lo sguardo di Auxiliadora mostra indignazione e fermezza. “Un anno fa le minacce sono peggiorate” racconta. “Con gli altoparlanti ci dicevano che, se non fossero riusciti a impossessarsi delle terre di Comandante Abel, avremmo subìto noi le conseguenze e ci avrebbero massacrato”. Jaime e Auxiliadora raccontano che hanno temuto per la loro vita e, insieme ad altre, hanno lasciato il villaggio, lasciando 10 compagni nella comunità, a difendere semenze, animali e casa che sono garanzia di sopravvivenza. “Ci siamo incamminate per la montagna senza una meta precisa – spiegano – finché al terzo giorno abbiamo incontrato le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua. Non sapevamo dove andare. Abbiamo raccontato loro delle minacce e ci hanno accolto”. Ora sono alloggiati nella scuola della comunità ma alcuni bambini si sono ammalati per la pioggia e il freddo.
La resistenza nel Nuovo Villaggio Comandante Abel
Nel nuovo villaggio Comandante Abel, 22 compagni e 5 compagne, rimasti a difendere il villaggio, ricevono la carovana in una casa che mostra i segni delle pallottole. I fori dei proiettili sono la testimonianza della furiosa sparatoria dell’8 settembre, quando 150 aggressori, guidati da leader paramilitari, hanno tentato di fare un strage tra le famiglie zapatiste del villaggio. I paramilitari hanno occupato la terra recuperata che si trova dall’altra parte del fiume, prendendosi quella già seminata. Stanno costruendo case e, nella notte, si avvertono i loro movimenti con armi. A neanche 400 metri dal villaggio, alcuni elementi della Pubblica Sicurezza, dal 16 settembre, hanno occupato quella che era la scuola autonoma zapatista. Raccontano che il 18 settembre, da quella postazione di polizia, sono partiti due spari in direzione degli zapatisti.
I viveri stanno per esaurirsi e non è possibile né seminare, né raccogliere legna per il forte rischio di essere attaccati.
Gli aggressori sono ben conosciuti dai compagni. Sono dirigenti politici del malgoverno di Unión Hidalgo. Questi ultimi non agiscono autonomamente. I compagni zapatisti raccontano: “Il 4 settembre sono venuti qui il segretario del governo del Chiapas Noé Castañon accompagnato da due alti funzionari del malgoverno e da membri della pubblica sicurezza statale. Si sono riuniti con i paramilitari per dir loro che quelle terre erano loro”. Due giorni dopo si è scatenato l’attacco contro le basi di appoggio dell’EZLN.
Le Basi di Appoggio Zapatiste non si arrendono
Nonostante le sofferenze provocate da questo attacco del malgoverno nella regione, le donne e gli uomini zapatisti che parlano ai partecipanti alla carovana, danno mostra di essere più convinti che mai nella loro lotta e resistenza. La richiesta è l’immediato ritiro dei paramilitari.
Non ci sono dubbi sul far ricadere tutta la responsabilità sul governo messicano. “Non vogliamo scontrarci con coloro che appartengono alla nostra stessa razza indigena anche se appartengono ad altri partiti e si sono venduti al mal governo” spiegano i compagni che resistono nel nuovo villaggio Comandante Abel.
Le donne sfollate a San Marcos dicono a voce alta: “Non ci arrendiamo, non ci lasceremo convincere da progetti come Oportunidades o Procampo3 con i quali il malgoverno cerca di tappare i nostri occhi e comprare le nostre coscienze”. “Il denaro lo produciamo con il niostro sudore e anche se dobbiamo curare i nostri bambini piccoli sappiamo allevare polli e oche, sappiamo lavorare il mais come gli uomini. Per quanto non mangiamo come mangiano quelli del governo, chiediamo di poter vivere nelle nostre case e che il governo ritiri i suoi paramilitari”. Un’altra compagna dichiara ”Resisteremo finché dio ci conserva in vita. Vogliamo insegnare ai nostri figli come si deve vivere”.
1 L’ejido è una forma di proprietà comunitaria della terra, tuttora riconosciuta dalla Costrituzione messicana, dai tempi della rivoluzione di Zapata e Villa, nei primi anni del secolo scorso. La terra viene anche lavorata collettivamente.
2 Pozòl: bevanda, a base di mais spesso fermentata, in uso in tutto il Messico.
3 Oportunidades, Procampo fanno parte della strategia del governo per ridurre l’appoggio indigeno all’EZLN. Il governo offre appoggi in denaro e prestiti ai campesinos indigeni a condizione che non appoggino l’EZLN ed entrino nelle organizzazioni politiche governative
-
Xul Solar – Video dei suoi dipinti – Vanguardia e Fantasia

A me piace tantissimo, lo sto scoprendo solo ora (a quasi cinquant’anni dalla morte!) e quindi va con urgenza anche su questo blog. Un video per cominciare. E un link al museo Xul Solar di Buenos Aires (QUI). Nome vero Oscar Alejandro Agustín Schulz Solari (1887-1963), da cui nasce il suo nome d’arte Xul Solar. Di padre tedesco e madre italiana. Ha viaggiato in oriente e in Europa, e anche in Italia (siamo ancora in Europa?).Una nota in spagnolo dal blog Aquileana: Xul Solar fue uno de los pintores argentinos más importantes del siglo XX. Nacido en 1887, como Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari; en 1912 inicia un viaje a Oriente, que lo lleva imprevistamente a Europa; es allí donde empieza a firmar sus cuadros como Xul Solar, conoce a Paul Klee, a Emilio Pettoruti. Expone en muchas ciudades europeas, hasta que vuelve a Buenos Aires en 1924. Amigo de Jorge Luis Borges, por muchos años; comparten a Blake, a Swedenborg, la filosofía oriental, el budismo, intensos diálogos, hasta que una diferencia política, el peronismo, enfría su amistad a partir del ´46. Después de su muerte en 1963, Borges vuelve a recordar su admiración por Xul Solar en numerosas conferencias, reconociéndolo como hombre de genio y “uno de los acontecimientos más singulares de nuestra época”. Y añade el escritor: ”Sus pinturas son documentos del mundo ultraterreno, del mundo metafísico en que los dioses toman las formas de la imaginación que los sueña. La apasionada arquitectura, los colores felices, los muchos pormenores circunstanciales, los laberintos, los homúnculos y los ángeles inolvidablemente definen este arte delicado y monumental”. De sí mismo nos dice Xul Solar : “Soy campeón del mundo de un juego que nadie conoce todavía: el Panjuego; soy maestro de una escritura que nadie lee todavía; soy creador de una técnica, de una grafía musical que permitirá que el estudio de piano, sea posible en la tercera parte del tiempo que hoy lleva estudiarlo. Soy director de un teatro que todavía no funciona. Soy el creador de un idioma universal: la Panlengua, sobre bases numéricas y astrológicas, que contribuirá a que los pueblos se conozcan mejor. Soy creador de doce técnicas pictóricas, algunas de índole surrealista y otras que llevan al lienzo el mundo sensorio, emocional que produce la escucha de una audición musical.” Creador de una lengua para la América latina: el neocriollo con palabras, sílabas, raíces de las dos lenguas dominantes: el castellano y el portugués.
PIU’ INFO: http://www.taringa.net/posts/arte/14046919/Xul-Solar_-un-artista-visionario_.html
Bio crono: http://www.xulsolar.org.ar/2010/cronologia-e.html
Borges su di lui: http://www.temakel.com/confborgesxul.htm
…e l’immancabile…
-
El vuelo de la mariposa – TEASER – Il volo della farfalla

Un viaggio, anzi infiniti. E la politica, l’America centrale, l’Honduras, la sua gente in un sol volo, come quello della farfalla, sempre in trasformazione insieme alle persone, alla vita, alle forme di resistenza. Documentario di America Latina Cooperativa – Il viaggio della farfalla per l’America centrale (link sito – link facebook), un progetto che ha esplorato 6 paesi e 30 organizzazioni in Centroamerica. Leggi anche il reportage dall’Honduras
No importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir. El vuelo de la mariposa es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías.
La película relata los procesos de transformación que se viven en esta región.
Las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas.En 2012, dando seguimiento al trabajo de fortalecimiento de las redes de cooperación en América Latina, el colectivo realizó “El vuelo de la mariposa por Mesoamérica”. Recorrimos 6 países de la región mesoamericana y visitamos cerca de 30 organizaciones, ahora con un equipo de 9 personas, desde educadores, cineastas, hasta artistas de teatro-circo.
Del Blog El mundo de manhana una nota sobre el doc:
“La mariposa nace como oruga, un animalito que no tiene casi importancia, insignificante, chiquitín, que cualquiera lo puede pisar, que no es nada, y, esta oruga, se mete en su capullo, que ella misma construye. Un símbolo muy representativo de lo que una persona debería de poder hacer con su vida: Elegir.” Con estas palabras, cargadas de fábula y de reivindicación, mi amiga Silvia Heredia describe los procesos de organización y resistencia que desde hace años se viven en los distintos países de América Central.A Silvia la conocí, por primera vez, hace cinco años en mi primera visita a Honduras. Más tarde, a lo largo de 2010, la reconocí y compartí con ella y con la increíble gente de ‘Paso a Paso’ esfuerzos, luchas, procesos e injusticias a la par que confidencias, risas, rones clandestinos y esperanzas. Como digo es mi amiga, y además una de esas de las que uno está orgulloso de hablar allá por donde va. Lleva ya más de diez años viviendo en la intensa Rivera Hernández de San Pedro Sula trabajando y acompañando a un pueblo que ya es el suyo. Ahora, también, es un testimonios con rostro de los muchos que aparecen en el retrato coral de ‘El Vuelo de la Mariposa’, el vídeo que encabeza esta entrada y del que hoy me apetece hablaros.
En palabras de sus autores, este ‘Vuelo de la Mariposa’, “es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías”. Este trabajo busca reflejar, a través de distintos testimonios de varios países, los procesos de transformación que desde hace años se están viviendo en esta zona tan peculiar del mundo. En sus palabras, “las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas”. Un servidor, que tuvo el orgullo de vivir en su propio pellejo la consolidación de la Resistencia (pacífica) hondureña, tiene muy claro que estas luchas nos marcan el camino y que tal vez debiéramos prestarles mucha más atención de lo que habitualmente hacemos. Nos van un paso por delante en este recorrido de lucha por otro mundo posible que, entre todas, recorremos.
Ahora buscan financiación para terminar su trabajo y exhibirlo. Habrá que ponerse manos a la obra y ver cómo podemos colaborar con ellos para que la verdad se sepa y se multiplique ya que, al igual que el vuelo de una mariposa, “no importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir”.
-
Campagna I Love Gabrio: Amianto per nessuno, Gabrio per tutt*

Riporto l’appello e gli articoli del centro sociale Gabrio di Torino. Per chi fosse interessato: Info e adesioni su ilovegabrio.noblogs.orgDocumento presentazione campagna
DI AMIANTO,
AUTOGESTIONE E
INCONSISTENZA DELLE ISTITUZIONI
In questa fine di estate 2012 che ci ha visti ancora impegnat* in diverse lotte dobbiamo fermarci un attimo e riprendere parola per porre al dibattito pubblico una questione molto delicata: quella dell’amianto al centro sociale Gabrio.
L’amianto c’è, lo sappiamo, a Torino lo sanno tutti quelli che hanno minimamente presente il Gabrio. Negli anni della storia del centro sociale la questione è stata periodicamente strumentalizzata dalla destra cittadina per chiedere lo sgombero, mentre veniva pressoché ignorata dalla sinistra cittadina e dall’amministrazione che avrebbe dovuto tutelare la nostra e vostra salute. Anche quando dal Gabrio partì una lettera aperta al Comune per sollecitare un intervento di bonifica rispettoso del centro sociale e che non utilizzasse la questione dell’amianto come pretesto per lo sgombero. Era il 2004 e nessuno si prese la briga di ascoltare e rispondere ai nostri timori sulla salubrità degli edifici.
Noi siamo i primi ad essere parte lesa dalla presenza dell’amianto ed i primi a volerlo bonificare, senza interessi se non quello del diritto alla salute. Negli anni abbiamo aperto le porte a sopralluoghi di tecnici del Comune e dell’ARPA, sempre disponibili ad un confronto che non è mai stato concesso. Negli anni abbiamo fatto esperienza dell’inconsistenza delle Istituzioni ed abbiamo sistematicamente, attraverso l’autofinanziamento, manutenuto i locali del centro sociale, arrivando anche a verniciare con una pittura incapsulante apposita per cemento-amianto due dei tre tetti del centro sociale: perché nessuno ha mai voluto assumersi la responsabilità di una bonifica ed abbiamo deciso di assumercela noi per quanto ci è stato possibile, perché teniamo alla salute nostra e di tutti.
A febbraio arriva la sentenza che ha inchiodato i vertici della multinazionale Eternit, condannati in primo grado per disastro ambientale doloso e omissione di cautele antinfortunistiche. Secondo le motivazioni, i due, pur di fronte alle manifestazioni dell’inquinamento, «hanno continuato e non si sono fermati né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione». Una vittoria importantissima per la salute pubblica ed uno spauracchio per tutti i soggetti che fino ad allora avevano preso il problema amianto sotto gamba.
A fine giugno abbiamo appreso dalla rete che, prontamente, 500Mila euro sarebbero stati introdotti nel bilancio preventivo del Comune per la bonifica dei locali del centro sociale. A quanto pare il Comune parla di noi ma non parla con noi, ignorando 18 anni di socialità e tutte le realtà che hanno vissuto e vivono il Gabrio. Sappiamo poi che c’è stato un incontro tecnico tra l’ARPA e il Comune. A fine Luglio infine la Lega Nord è tornata a chiedere lo sgombero del Gabrio e questa volta, come non succedeva da un po’ di tempo, la richiesta era incentrata sul “pericolo amianto”. Noi non abbiamo mai nascosto la testa sotto la sabbia sul problema-amianto! E non intendiamo farlo nemmeno questa volta! Ecco perché diciamo con chiarezza che la bonifica dall’amianto è un interesse collettivo sacrosanto, ma non vogliamo in nessun modo che la questione venga utilizzata strumentalmente per arrivare ad uno sgombero del centro sociale.
Ora festeggiamo i 18 anni di occupazione, un’esperienza di lotte e di percorsi dal basso che deve continuare a vivere, molto meglio senza amianto ma con l’autogestione che l’ha caratterizzata fin qui. Siamo disponibili ad un confronto tecnico con l’ARPA e il Comune che individui i criteri di una bonifica condivisa, ma non siamo disponili a parlare di istituzionalizzazione dell’esperienza del centro sociale dentro canali associativi o simili. Pensiamo che il nostro centro sociale con le sue attività ed i suoi percorsi di riappropriazione e di lotta per i diritti e la dignità, rappresenti, senza presunzione, un’esperienza significativa in questa Torino svenduta e strozzata da crisi, precarietà e malgoverno cittadino.
Il Gabrio è per tutti e tutte e il Gabrio è di tutti e tutte, un bene collettivo che va sostenuto e difeso. Per questo abbiamo deciso di lanciare la campagna “I love Gabrio” e l’appello per sostenere il Csoa Gabrio. Per sostenere la nostra volontà di continuare a vivere come esperienza autogestita e per contro-informare sia sugli sviluppi prossimi della vicenda, sia sulle tappe della questione-amianto in questi anni. Lo faremo attraverso un blog dove renderemo pubblica tutta la documentazione in nostro possesso. Lo faremo in occasione dei festeggiamenti per i 18 anni di occupazione in settembre. Lo faremo nelle strade e nelle piazze del nostro quartiere e di questa città.
GABRIO PER TUTTI E TUTTE
AMIANTO PER NESSUNO
————————————————————————————————-
I LOVE GABRIO
GABRIO PER TUTT* AMIANTO PER NESSUNO
Torino. Città della crisi. Un tasso altissimo di sfratti per morosità. Asili che vengono svenduti e centinaia di precari* lasciat* a casa. Servizi sociali essenziali che non ricevono finanziamenti. Un debito pubblico significativo dovuto alle scelte scellerate legate alle Olimpiadi e ad investimenti finanziari pericolosi. Che aumenterà per colpa del TAV. Ecco, in una situazioni del genere ci si aspetterebbe che le varie istituzioni abbiano un bel po’ di cose di cui preoccuparsi. Invece, come per il più classico dei tormentoni estivi, rispuntano i “veri” problemi della città: le occupazioni! Occupazioni da criminalizzare, stabili da svendere per fare cassa, stabili da bonificare per essere rimessi nel ciclo delle speculazioni.
Il Gabrio è stato occupato nel settembre del 1994. Da 18 anni è un punto di riferimento per il quartiere San Paolo e per la città. Da 18 anni “produce socialità”. In 18 anni abbiamo visto il comune investire migliaia di euri in progetti “aggregativi” o “giovanili”. Abbiamo visto questi progetti naufragare miseramente ed i soldi essere buttati via.
Il Centro Sociale resiste da 18 anni con attività che richiamano centinaia di persone. Come la palestra popolare “Dante Di Nanni” che offre corsi tutti i giorni, dalla boxe all’arrampicata, seguendo logiche che si basano, nel solco dell’autogestione, sulla messa in comune di risorse e saperi, contro la concezione del moderno fitness e del culto dell’immagine. Come lo sportello il-legale e la microclinica fatih che offrono patrocinio ed assistenza legale e sanitaria gratuita a chiunque lo richieda. Come “Lo sportello diritto alla casa Zona San Paolo” a disposizione per affrontare e risolvere le annose questioni legate agli sfratti, piuttosto che il Punto San Precario, dove i precari torinesi stanno imparando ad autorganizzarsi e a creare conflitto dentro e fuori i luoghi di lavoro. Ed ancora l’infoshock che affronta in maniera non ideologica il tema del proibizionismo. Fino ad arrivare ai nuovi spazi e progetti come quello della Ri-Ciclofficina “Senza Freni” e dell’ Orto Collettivo “Terra ZapPata”.
Il Gabrio è un luogo per organizzarsi per rispondere a istanze e bisogni sociali, ma anche un luogo di contro cultura. Artisti e band più o meno famosi negli anni hanno calcato il palco di Via Revello 3 e migliaia di persone hanno ascoltato musica al di fuori dei canali e dagli schemi imposti dalla omologazione e dal profitto.
Fuori dalle mura di via Revello il Gabrio è soprattutto politica quotidiana, nelle strade. Per questo sta nelle occupazioni abitative (4 solo nel quartiere San Paolo), nelle lotte per i diritti dei migranti ed in tutte quelle lotte che dalla città alla Val di Susa si oppongono, in nome della dignità, all’arroganza del potere. Il Gabrio è stato riaperto al quartiere, riconsegnato al territorio, sottratto alla speculazione e reso fruibile dopo che il comune ha deciso di abbandonarlo alle intemperie e al degrado. Gli/le occupant* si sono prodigati nel tempo per mitigare il rischio amianto, alla faccia di chi avrebbe dovuto pensarci e che solo dopo lo spauracchio della sentenza eternit ha finalmente visto quello che noi già nel 2004 gridavamo a gran voce. Per tutte queste ragioni chiediamo che la questione dell’amianto al Gabrio venga affrontata dalle istituzioni preposte salvaguardando l’esperienza di auogestione del centro sociale. Chiediamo che il Comune di Torino e la Prefettura non utilizzino strumentalmente la salute pubblica per finalità politiche, per ottenere uno sgombero coatto di una realtà scomoda perché da sempre protagonista nelle lotte sociali. Chiediamo un intervento di bonifica discusso e partecipato con gli occupanti e le occupanti e con il quartiere.
IL GABRIO E’ DI TUTTE E TUTTI
SOSTENIAMOLO TUTTE E TUTTI
————————————————————————————————-
Una breve cronologia della questione amianto
17 settembre 1994: occupazione degli edifici di proprietà comunale in via Revello 3/5: nasce il csoa gabrio
1995: il Comune di Torino firma con l’Associazione Areazione (un’associazione informale di studenti e studentesse “ereditata” da una parte del Movimento della Pantera) un pre-contratto di comodato d’uso. Nel testo si parla di un assegnazione da definire e regolamentare con successive delibere. Poi più nulla…
Estate 2004: preparandosi a festeggiare i 10 anni di occupazione l’assemblea del centro sociale invia una lettera aperta al Comune di Torino, indirizzata a Giuseppe Nota (dirigente del settore gioventù) e Marco Calgaro (Vice-Sindaco). Nella lettera si pone con forza la questione dell’importanza degli spazi sociali autogestiti e si chiede di individuare una soluzione condivisa per arrivare a una bonifica dell’amianto presente in alcune parti del centro sociale. Seguono un paio di incontri, a cui seguono alcuni sopralluoghi presso il centro sociale da parte di tecnici dell’ARPA e geometri del Comune. Vengono prelevati campioni da tetto e pareti. Poi più nulla…
Estate 2011: arriva al centro sociale una raccomandata dalla Divisione Gioventù e Rapporti con le Circoscrizioni del Comune indirizzata all’Associazione Areazione: il Comune rispolvera quel pre-comodato mai concluso comunicando al “legale rappresentante dell’associazione” di dover documentare gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria (bonifica delle parti in amianto) fatti, consentendo un sopralluogo di tecnici all’interno dei locali. Rispondiamo alla lettera come centro sociale dando disponibilità all’ingresso dei tecnici per il sopralluogo ma rispediamo al mittente (cioè al Comune proprietario dell’immobile) le responsabilità relative all’amianto.
5 settembre 2011. Si presentano al Gabrio alcuni tecnici e funzionari di ARPA e Comune. Viene loro consentito l’accesso ma il sopralluogo non viene effettuato in mancanza di un “cestello adeguato”. Poi più nulla…
29 giugno 2012: sul blog del Movimento 5 Stelle Torino compare un articolo dal titolo “Come il Comune spende i nostri soldi. Dall’articolo apprendiamo che sono stati preventivati dal Comune “500.000 euro per la manutenzione straordinaria e bonifica edifici via Revello 3 e 5”. Il curatore dell’articolo riporta tra parentesi un suo commento personale “ma lo sanno cosa c’è a quell’indirizzo?”. Un paio di settimane prima erano già stati ripresi i “contatti informali” con l’ARPA. Un tecnico ci contatta tramite il blog del centro sociale.
25 luglio 2012: ennesima interpellanza della Lega Nord per chiedere lo sgombero del Gabrio. Questa volta però al centro della richiesta è il “pericolo amianto”.
C.S.O.A. GABRIO – VIA REVELLO 3 – ZONA SAN PAOLO ANTIRAZZISTA – TORINO
-
Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.
Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.
In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.
Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.
“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.
Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto. Twitter @FabrizioLorusso
-
Sinistra messicana al bivio e movimenti

La sinistra messicana è al bivio. C’è aria di rinnovamento ma anche incertezza dopo la conferma definitiva dei risultati delle presidenziali del primo luglio. In mezzo a polemiche e manifestazioni di piazza, il 31 agosto il Tribunale Elettorale ha rifiutato le impugnazioni e le richieste d’invalidazione del processo elettorale avanzate dalla coalizione progressista. Le denunce di brogli, finanziamenti illeciti e compravendita del voto non hanno quindi impedito che fosse dichiarato vincitore Enrique Peña del Partido Revolucionario Institucional (Pri). Nel novecento il Pri è stato al potere per 71 anni ed è stato sconfitto nel 2000 e nel 2006 dal conservatore Acción Nacional. I partiti progressisti, il Partido Revolución Democratica (Prd), il Partido del Trabajo (PT) e il Movimiento Ciudadano sostenevano Andrés Manuel López Obrador, arrivato secondo con il 31,5% dei voti contro il 38% di Peña. Le sinistre hanno ottenuto comunque un risultato importante conquistando i governi di tre stati e di Città del Messico, oltre a diventare la seconda forza in parlamento.Ma domenica 9 settembre Obrador, davanti a decine di migliaia di simpatizzanti riuniti nella piazza centrale della capitale, ha annunciato la sua ritirata dalla coalizione e la nascita di un nuovo partito, collocato “a sinistra” del Prd, che ripartirà da “MoReNa”, il Movimento di Rinnovamento Nazionale che lui stesso ha costruito lavorando con le basi in tutto il Messico, facendo visita a tutti i comuni e villaggi del paese, negli ultimi sei anni.
Nel 2006 Obrador, favorito nei sondaggi, perse le presidenziali con uno scarto di solo mezzo punto sul rivale Felipe Calderón. La lotta per denunciare i brogli elettorali della destra portò migliaia di militanti all’occupazione del centro della capitale e alla creazione di un movimento indipendente in suo sostegno che oggi aspira a diventare un partito.
Lo decideranno formalmente il 19-20 novembre i centoventicinquemila rappresentanti di MoReNa nel primo congresso nazionale.
“Non è una rottura, me ne vado nel migliore dei modi, ringrazio dirigenti e militanti delle formazioni progressiste, lavorerò alla trasformazione del paese partendo da MoReNa”, ha spiegato il leader.Il movimento ha circa quattro milioni di affiliati e c’è già chi, come il sindaco di Città del Messico Marcelo Ebrard, auspica la creazione di un “fronte ampio” di tutte le sinistre “sul modello uruguaiano, con autonomia delle forze in campo” ma “unità nelle elezioni”.
Lo stesso Obrador ha parlato di possibili “accordi per agire come una sola organizzazione, sempre che si tratti di difendere gli interessi della gente e il patrimonio nazionale”.
Ciononostante la sua decisione viene vista come una scissione a sinistra e una critica al partito principale della coalizione, il Prd, di cui è stato fondatore 23 anni fa. “Siamo a posto e in pace, la mia decisione aiuterà a far rinnovare e rinforzare il movimento progressista”, ha precisato nel suo discorso di domenica.Secondo l’opinionista Gabriel Guerra, “la sinistra potrà continuare a seguire la sua leadership, che entusiasma e muove circa un terzo dell’elettorato, oppure dovrà provare a essere più pragmatica e aperta per conquistare il centro, un settore dell’opinione pubblica e dei votanti senza cui non è possibile costruire maggioranze”. Ci è riuscita a Città del Messico dove il consenso della classe media ha permesso la vittoria del progressista Miguel Ángel Mancera con oltre il 60% dei voti.

Obrador e il suo movimento hanno fissato un calendario di mobilitazioni per la “disobbedienza civile” contro Peña e le irregolarità elettorali. “Non giudichiamo chi per necessità ha venduto il proprio voto ma la perversione di chi compra la volontà dei poveri approfittandosi della miseria”, ha ribadito Obrador.Le azioni di protesta vanno dal boicottaggio a TeleVisa, principale catena TV nazionale palesemente allineata agli interessi del Pri, alla realizzazione di assemblee informative ogni week end e all’adesione attiva a iniziative di altri gruppi contro l’aumento del prezzo degli alimenti e gli organismi transgenici.
“Per i punti su cui potremo convergere, stabiliremo una relazione di collaborazione con nuove forze di sinistra e siamo convinti che il Prd ha comunque bisogno di rinnovarsi, con Obrador o senza di lui” ha dichiarato il Presidente del partito, Jesús Zambrano.
Zambrano ha ribadito che non ci sarà ostruzionismo durante il giuramento di Peña come presidente il primo dicembre e che “il Prd è un’istituzione che è più forte delle singole persone e delle personalità, resta qui e continuerà a crescere”.Il 15 settembre si festeggiava l’indipendenza e, come ogni anno, i sindaci, i governatori e il presidente si affacciano ai balconi delle piazze centrali di tutte le città del Messico per festeggiare e fare il “grito”, cioè gridare “Viva México” e ricordare i nomi e le gesta di tutti gli eroi nazionali del processo di emancipazione dalla madre patria spagnola (1810-1821). Quest’anno la folla urlante, (a volte ben ubriaca) ed entusiasta di sempre è stata sovrastata da un realizzato dal movimento studentesco YoSoy132. Durante tutto il discorso patriotico del mandatario gli studenti hanno illuminato con dei laser verdi la faccia di Calderón che, arrivato ormai al suo ultimo mese come presidente in carica, sarà ricordato come il presidente della narcoguerra. La protesta di centinaia di persone contro i risultati e le irregolarità del processo elettorale conclusosi il primo luglio s’è fatta quindi sentire con forza anche e soprattutto nel “giorno della patria”, sia a Città del Messico che negli altri capoluoghi. Il movimento YoSoy132 e numerose organizzazioni sociali hanno convocato per il 22 e 23 settembre la Seconda Convenzione Nazionale contro l’Imposizione che continuerà a svilupppare le iniziative e i lavori cominciati ad Atenco il luglio scorso cui parteciparono circa 2500 delegati di 496 gruppi organizzati.
Vale la pena diffondere un’ultima nota di questi giorni che riguarda una misteriosa sparizione nel mondo del giornalismo alternativo messicano. Le reti sociali e i media stanno avanzando molte ipotesi, spesso fantasiose, su questo caso senza però avere informazioni autentiche al momento. L’équipe del portale informativo indipendente “el5antuario.org”, da sempre molto critico nei riguardi del potere e attivo a livello sociale e politico, ha segnalato la scomparsa del coordinatore e fondatore del progetto, Ruy Salgado (consociuto come “el 5anto”), avvenuta nella notte tra l’8 e il 9 settembre nella capitale (link al comunicato). Passate 72 ore dalla scomparsa, Ruy è stato dichiarato “desaparecido” ufficialmente e ad oggi non si hanno tracce del reporter che aveva subito più volte minacce e manteneva l’anonimato. Le indagini sono aperte e il gruppo di redattore del sito invita a non cadere in facili speculazioni dato che nessuna pista (né quella dell’incidente, né quella della sparizione per motivi “politici” o per opera della delinquenza organizzata) è stata confermata.
-
La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.
Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.
Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.
Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!
amado carrillo fuentes, Avenida Miranda Radio, Centroamerica, chapo guzman, Curiosità, Diritti Umani, Fabrizio Lorusso, frontiera, Frontiere, gutemala, intervista, Interviste, mara salvatrucha, Messico, mexico, migracion, migrazione, narcos, narcotunnel, Opinione, radio, radio popolare, Roba in Italiano, Società e Conflitti, Stati Uniti, storia, usa, Varie d’Italia













(di Fabrizio Lorusso)