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  • Messico: video contro la Legge sulla Sicurezza Nazionale

    Messico: video contro la Legge sulla Sicurezza Nazionale

    El video nos da una perspectiva crítica sobre los efectos de la Ley de Seguridad Nacional que se discute en el Congreso mexicano  y, de ser aprobada, sería un apretón legal de corte represivo, en el sentido de que se perjudicarían los derechos humanos, ya hoy vulnerados por las fuerzas armadas desplegadas en la llamada “guerra contra el narco”, cuyo fuero se pretende ampliar, y las conquistas sociales obtenidas para vivir en paz, con justicia y dignidad.

    Il video ci dà una prospettiva critica sugli effetti della Legge sulla Sicurezza Nazionale che si discute nel Parlamento messicano e, se approvatam costituirebbe una stretta legale di tipo repressivo, nel senso che si rischia di pregiudicare i diritti umani, già oggi violati dalle forze armate impiegate nella cosiddetta “guerra contro il narcotraffico”, le cui prerogative e immunità verrebbero ampliate, e le conquiste sociali storiche ottenute per vivere in pace, con giustizia e dignità.

  • Un po’ di Haiti alla Festa de l’Unità di Bologna

    Un po’ di Haiti alla Festa de l’Unità di Bologna

    Evel FANFAN, presidente dell’organizzazione haitiana AUMOHD (associazione di avvocati per i diritti dell’uomo ad Haiti) è arrivato per la seconda volta – il primo viaggio fu in collaborazione con La scuola di Pace –  in Italia per raccontarci la situazione dei lavoratori ad Haiti e della realtà socio-economica vigente nell’isola. Il primo incontro con Evel avverrà questa sera (7 settembre) alle 21 alla festa provinciale de l’Unità di Bologna (sala diritti) in cui interverrà nella conferenza “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Ho conosciuto personalmente l’avvocato Fanfan e ho lavorato un mese con lui nel febbraio 2010, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini (alcuni diari: videolink 1link 2).

    Vi voglio quindi consigliare la partecipazione agli incontri previsti a Bologna, a Roma e nel resto d’Italia. Evel si occupa da anni dei diritti umani, dei problemi delle prigioni e della gestione delle emergenze a Porto Principe e dintorni a partire dall’uragano del 2008 al terremoto del 2010 fino all’emergenza del colera e alle mille altre piaghe che vive il suo paese e la sua gente. Coordina la conferenza Massimo Vaggi  dell’Associazione Nova e introduce Alessandro Alberani, Segretario Gen Cisl Bologna. Intervengono, oltre a Evel Fanfan anche Antonoine Zacharie, Presidente di AIHIP (Associazione internazionale Haiti Integrity Project). E’ prevista la partecipazione di Nexus Cgil e Iscos Cisl locali.

  • Un po' di Haiti alla Festa de l'Unità di Bologna

    Un po' di Haiti alla Festa de l'Unità di Bologna

    Evel FANFAN, presidente dell’organizzazione haitiana AUMOHD (associazione di avvocati per i diritti dell’uomo ad Haiti) è arrivato per la seconda volta – il primo viaggio fu in collaborazione con La scuola di Pace –  in Italia per raccontarci la situazione dei lavoratori ad Haiti e della realtà socio-economica vigente nell’isola. Il primo incontro con Evel avverrà questa sera (7 settembre) alle 21 alla festa provinciale de l’Unità di Bologna (sala diritti) in cui interverrà nella conferenza “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Ho conosciuto personalmente l’avvocato Fanfan e ho lavorato un mese con lui nel febbraio 2010, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini (alcuni diari: videolink 1link 2).

    Vi voglio quindi consigliare la partecipazione agli incontri previsti a Bologna, a Roma e nel resto d’Italia. Evel si occupa da anni dei diritti umani, dei problemi delle prigioni e della gestione delle emergenze a Porto Principe e dintorni a partire dall’uragano del 2008 al terremoto del 2010 fino all’emergenza del colera e alle mille altre piaghe che vive il suo paese e la sua gente. Coordina la conferenza Massimo Vaggi  dell’Associazione Nova e introduce Alessandro Alberani, Segretario Gen Cisl Bologna. Intervengono, oltre a Evel Fanfan anche Antonoine Zacharie, Presidente di AIHIP (Associazione internazionale Haiti Integrity Project). E’ prevista la partecipazione di Nexus Cgil e Iscos Cisl locali.

  • Cos’è l’America Latina?

    Cos’è l’America Latina?

    pugnolatino.jpg[Propongo un estratto dal libro di Maria Rossi Napoli, barrio latino che ho recensito per Carmilla qui link nel mese di agosto. Questo paragrafo tratta il concetto di America Latina e il tema dell’identità della comunità latino americana a Napoli ma anche, più in generale, nelle Americhe. Mi sembra un contributo importante, alla luce di un fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino, all’interno di un secolare (!) dibattito che è una costante (forse più croce che delizia…) in tutte le sedi in cui si studiano la storia e la cultura di questa regione. Può intendersi anche come una replica all’articolo del 2010L’invenzione dell’America Latina e del latino-americanismo . Fabrizio Lorusso]

    La complessa articolazione relativa alla presenza dei latinoamericani in Italia traspare anche nel momento in cui è necessario stabilirne i tratti distintivi come gruppo d’indagine. Alain Rouquié ha scritto che è il concetto stesso di America latina che crea problemi e lo fa perché è espressione complessa, che rimanda a molteplici significati e punti di vista, mostrando, di volta in volta, nuove sfumature. Eppure l’eterogeneità a cui si fa accenno è caratterizzante di questo continente, il quale racchiude in sé forti similitudini e altrettanto significative contraddizioni, rompendo l’immagine di l’America Latina come un unico spazio geo-storico-culturale, all’interno del quale si è tentato spesso di racchiudere il continente, sottovalutando o eludendo le singolarità nazionali e le peculiarità di ogni paese.

    A similitudini storiche (il passato coloniale, la conseguente fase di guerre per l’indipendenza, l’avvicendamento di influenza economica e politica inglese prima e statunitense poi) si affiancano contraddizioni politiche (la diversa amministrazione coloniale da parte di spagnoli e portoghesi, le esperienze minori di inglesi, olandesi e francesi, sviluppi singoli a livello nazionale delle giovani repubbliche dopo l’indipendenza, l’attuale fragilità delle democrazie); similitudini linguistiche e religiose (lo spagnolo si è imposto come lingua nazionale in tutti i paesi dal passato coloniale spagnolo e il portoghese in Brasile, eppure entrambe sono lingue nettamente segnate dai localismi e dagli indigenismi che coesistono con lingue amerindie ancora vive; mentre il cattolicesimo, altra grande eredità dei colonizzatori, si è andato fondendo con le realtà religiose preesistenti sfociando in sincretismi di varia natura) si mescolano con profonde contraddizioni economiche (la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, le sacche di povertà ancora irrisolte a fronte di un ristrettissimo numero di possidenti che gestisce il potere economico e politico).

    D’altra parte anche lo spazio geografico latinoamericano sembra cambiare i propri confini a seconda che lo si consideri come spazio linguistico (paesi di lingua spagnola, portoghese, francese, olandese ecc.); economico (area del Mercosur, area del Patto Andino o aree organizzate in base ad accordi bilaterali o multilaterali tra paesi); territoriale (area carabica, regione andina, cono sud, centramerica ecc.) o come spazio demografico (aree marcate da popolazione di origine india, europea, africana, meticcia).
    Insomma un continente che continua a presentare notevoli differenze e disparità tra un paese e l’altro.

    E allora il quesito resta. Il termine “latinaomericano” è valido? Esiste un’America Latina unitaria o piuttosto molte Americhe latine? Il fatto è che nel senso comune, nell’opinione comune, “America Latina” è un concetto culturale che rimanda ad uno spazio geografico che ha avuto origine con l’arrivo degli spagnoli i quali, seguendo chiare strategie imperialistiche, l’hanno colonizzato non solo territorialmente e politicamente, ma anche culturalmente, marcandone in modo indelebile i tratti.
    Quindi America Latina è “invenzione” europea perché rappresentazione di progetti imperiali, rispondente alla visione che gli stessi europei avevano del mondo e proiezione di mire espansionistiche economico-politiche del Cinquecento che hanno messo a tacere la realtà preesistente, rafforzata in seguito dal concetto di “latinità” che rimanda ancora a mire espansionistiche ma della Francia di fine XIX secolo, quando intellettuali e funzionari utilizzarono questa idea per “rivendicare” una naturale continuazione di dominio sui territori oltreoceano contesi da più parti. All’ingerenza storico-politica europea, e quindi al predominante carattere europeo che le società latinaomericane hanno acquisito, si affianca infine il contributo dato dalle massicce ondate migratorie provenienti proprio dal Vecchio Continente che, in alcuni paesi (come Argentina e Uruguay), sono state fondamentali anche per lo sviluppo economico e politico.
    Ma allora “latinoamericano” sarebbe solo un concetto ideato e imposto dall’esterno, dall’Europa in particolare, da quei paesi che sembrano non accorgersi dell’esistenza di specificità nazionali, mentre gli stessi “latinoamericani” (termine ora utilizzato come categoria mentale europea imposta ad una eterogeneità di genti) rivendicano le loro appartenenze identitarie su base nazionale?

    La conclusione più adeguata pare ancora quella proposta da Rouquié quando dice che, se l’America Latina esiste, la sua esistenza è verificabile solo per opposizione e dal di fuori (Rouquié).
    Oltre i nazionalismi, i particolarismi, le singolarità si sarebbe creata nel tempo una sovra-struttura identitaria che ormai non è più esclusivamente quella imposta dal cosiddetto Primo Mondo per identificare le persone provenienti da una specifica area geografica, ma avrebbe acquisito altre sfaccettature, costruendosi come identità all’interno della quale i latinoamericani stessi si riconoscono. Il nuovo valore dato al termine sembrerebbe concretizzarsi in modo più evidente nell’esperienza migratoria. napolilibro.jpgDurante il percorso di migrazione che accomuna milioni di latinoamericani provenienti da diversi paesi del continente, si verifica il passaggio e la fusione tra il nazionale e il “latinoamericano”; si indeboliscono le identità nazionali, che pure non vengono cancellate, e i migranti si trasformano tutti in “latinoamericani”, secondo un percorso che può essere di identificazione o di categorizzazione. Se la categorizzazione è il processo di imposizione identitaria stabilita “dall’esterno”, per cui riguarda la capacità di un gruppo maggioritario di imporre dei criteri di appartenenza e di identità a un altro, che in tal maniera viene “costruito” dal primo, l’identificazione è il processo di definizione del “noi”, ovvero un movimento interno che si traduce in costituzione identitaria che, in alcuni casi, può erigersi come risposta ad un processo di categorizzazione, una sorta di “difesa” messa in atto dal gruppo “categorizzato”. Applicando tale spiegazione alla situazione latinoamericana, la costruzione identitaria sembrerebbe il risultato dell’incrocio dei due processi: “categorizzata” dalla storia e attualmente dalle istituzioni dei paesi d’arrivo dei migranti e “identificata” dagli stessi protagonisti, in risposta a tale categorizzazione.
    Sifuentes-Jáuregui, a proposito del concetto di identificazione latinoamericana, scrive:
    Podemos fácilmente argüir que la identidad latina es multifacética y compleja, y también que la idea y el ideal de ser «latino» son puestos en marcha de manera diferente por cada uno. En otras palabras, la manera en que cada uno se identifica (o no) con la, en apariencia, estable identidad de latino o latina necesariamente va a variar. Esta variación o fluidez corresponde exactamente al trabajo de la identificación. (1)

    Sottolineando che l’identità non è mai stabile e che l’identificazione potrebbe non avere mai fine, dovremmo, quindi, definire l’identità latina la meta politica del migrante (inteso come individuo che abbandona il proprio spazio nazionale), mentre l’identificazione il processo di relazioni necessario per raggiungere tale meta che, nel suo svolgimento, contribuisce a creare nuove coalizioni sociali e politiche e che si sostanzia maggiormente proprio in fase migratoria.

    Calando questo discorso sulla realtà campana e napoletana in particolare, spazio all’interno del quale vive un piccolo (confrontato coi valori di distribuzione nazionale degli immigrati e regionali rispetto a gruppi di altra provenienza) gruppo di immigrati provenienti dall’America latina, ci si chiede dunque se è possibile, anche in questo contesto, parlare di immigrati “latinoamericani”; se esistono le condizioni che permettono a questi stessi immigrati di identificarsi e riconoscersi in un modello identitario comune; e se la riformulazione identitaria, inevitabile per i gruppi deterritorializzati e privati del loro ancoraggio territoriale, avvenga solo in funzione della comune esperienza migratoria e delle difficoltà che essa comporta o, piuttosto, riesca a ritrovare e riproporre valori originari trasportati nel percorso migratorio; se ci sono, e quali sono, le strategie adottate per rivendicare la propria identità come base di un gruppo compatto e come strumento di valorizzazione del soggetto (dell’io-migrante) nei confronti di se stesso, degli altri immigrati e della popolazione locale; ovvero, infine, appurare l’esistenza di una sovra-struttura identitaria che superi le eterogeneità nazionali, facendo di un gruppo tanto disomogeneo una “comunità”.
    Per rispondere a queste e altre domande, il saggio Napoli, barrio latino si muove innanzi tutto sul campo, in un necessario lavoro di raccolta dati attraverso un’analisi della presenza latinoamericana a Napoli di tipo qualitativo.

    Nota.
    (1) Nel suo articolo ¿Unas o varias identidades?, Yúdice, descrivendo il percorso migratorio dei salvadoregni negli Stati Uniti che, dal punto di vista identitario, vengono lentamente inglobati nella macro-categoria dei latinos, riferisce che un grande contributo a questo processo è stato dato dalle stesse istituzioni perché “a partir de la ley de 1965 que estableció cuotas de 20.000 personas por país de origen, los demás inmigrantes latinoamericanos fueron conformando, para las instituciones estatales y sociales, una sola gran panetnicidad”.

  • Cos'è l'America Latina?

    Cos'è l'America Latina?

    pugnolatino.jpg[Propongo un estratto dal libro di Maria Rossi Napoli, barrio latino che ho recensito per Carmilla qui link nel mese di agosto. Questo paragrafo tratta il concetto di America Latina e il tema dell’identità della comunità latino americana a Napoli ma anche, più in generale, nelle Americhe. Mi sembra un contributo importante, alla luce di un fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino, all’interno di un secolare (!) dibattito che è una costante (forse più croce che delizia…) in tutte le sedi in cui si studiano la storia e la cultura di questa regione. Può intendersi anche come una replica all’articolo del 2010L’invenzione dell’America Latina e del latino-americanismo . Fabrizio Lorusso]

    La complessa articolazione relativa alla presenza dei latinoamericani in Italia traspare anche nel momento in cui è necessario stabilirne i tratti distintivi come gruppo d’indagine. Alain Rouquié ha scritto che è il concetto stesso di America latina che crea problemi e lo fa perché è espressione complessa, che rimanda a molteplici significati e punti di vista, mostrando, di volta in volta, nuove sfumature. Eppure l’eterogeneità a cui si fa accenno è caratterizzante di questo continente, il quale racchiude in sé forti similitudini e altrettanto significative contraddizioni, rompendo l’immagine di l’America Latina come un unico spazio geo-storico-culturale, all’interno del quale si è tentato spesso di racchiudere il continente, sottovalutando o eludendo le singolarità nazionali e le peculiarità di ogni paese.

    A similitudini storiche (il passato coloniale, la conseguente fase di guerre per l’indipendenza, l’avvicendamento di influenza economica e politica inglese prima e statunitense poi) si affiancano contraddizioni politiche (la diversa amministrazione coloniale da parte di spagnoli e portoghesi, le esperienze minori di inglesi, olandesi e francesi, sviluppi singoli a livello nazionale delle giovani repubbliche dopo l’indipendenza, l’attuale fragilità delle democrazie); similitudini linguistiche e religiose (lo spagnolo si è imposto come lingua nazionale in tutti i paesi dal passato coloniale spagnolo e il portoghese in Brasile, eppure entrambe sono lingue nettamente segnate dai localismi e dagli indigenismi che coesistono con lingue amerindie ancora vive; mentre il cattolicesimo, altra grande eredità dei colonizzatori, si è andato fondendo con le realtà religiose preesistenti sfociando in sincretismi di varia natura) si mescolano con profonde contraddizioni economiche (la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, le sacche di povertà ancora irrisolte a fronte di un ristrettissimo numero di possidenti che gestisce il potere economico e politico).

    D’altra parte anche lo spazio geografico latinoamericano sembra cambiare i propri confini a seconda che lo si consideri come spazio linguistico (paesi di lingua spagnola, portoghese, francese, olandese ecc.); economico (area del Mercosur, area del Patto Andino o aree organizzate in base ad accordi bilaterali o multilaterali tra paesi); territoriale (area carabica, regione andina, cono sud, centramerica ecc.) o come spazio demografico (aree marcate da popolazione di origine india, europea, africana, meticcia).
    Insomma un continente che continua a presentare notevoli differenze e disparità tra un paese e l’altro.

    E allora il quesito resta. Il termine “latinaomericano” è valido? Esiste un’America Latina unitaria o piuttosto molte Americhe latine? Il fatto è che nel senso comune, nell’opinione comune, “America Latina” è un concetto culturale che rimanda ad uno spazio geografico che ha avuto origine con l’arrivo degli spagnoli i quali, seguendo chiare strategie imperialistiche, l’hanno colonizzato non solo territorialmente e politicamente, ma anche culturalmente, marcandone in modo indelebile i tratti.
    Quindi America Latina è “invenzione” europea perché rappresentazione di progetti imperiali, rispondente alla visione che gli stessi europei avevano del mondo e proiezione di mire espansionistiche economico-politiche del Cinquecento che hanno messo a tacere la realtà preesistente, rafforzata in seguito dal concetto di “latinità” che rimanda ancora a mire espansionistiche ma della Francia di fine XIX secolo, quando intellettuali e funzionari utilizzarono questa idea per “rivendicare” una naturale continuazione di dominio sui territori oltreoceano contesi da più parti. All’ingerenza storico-politica europea, e quindi al predominante carattere europeo che le società latinaomericane hanno acquisito, si affianca infine il contributo dato dalle massicce ondate migratorie provenienti proprio dal Vecchio Continente che, in alcuni paesi (come Argentina e Uruguay), sono state fondamentali anche per lo sviluppo economico e politico.
    Ma allora “latinoamericano” sarebbe solo un concetto ideato e imposto dall’esterno, dall’Europa in particolare, da quei paesi che sembrano non accorgersi dell’esistenza di specificità nazionali, mentre gli stessi “latinoamericani” (termine ora utilizzato come categoria mentale europea imposta ad una eterogeneità di genti) rivendicano le loro appartenenze identitarie su base nazionale?

    La conclusione più adeguata pare ancora quella proposta da Rouquié quando dice che, se l’America Latina esiste, la sua esistenza è verificabile solo per opposizione e dal di fuori (Rouquié).
    Oltre i nazionalismi, i particolarismi, le singolarità si sarebbe creata nel tempo una sovra-struttura identitaria che ormai non è più esclusivamente quella imposta dal cosiddetto Primo Mondo per identificare le persone provenienti da una specifica area geografica, ma avrebbe acquisito altre sfaccettature, costruendosi come identità all’interno della quale i latinoamericani stessi si riconoscono. Il nuovo valore dato al termine sembrerebbe concretizzarsi in modo più evidente nell’esperienza migratoria. napolilibro.jpgDurante il percorso di migrazione che accomuna milioni di latinoamericani provenienti da diversi paesi del continente, si verifica il passaggio e la fusione tra il nazionale e il “latinoamericano”; si indeboliscono le identità nazionali, che pure non vengono cancellate, e i migranti si trasformano tutti in “latinoamericani”, secondo un percorso che può essere di identificazione o di categorizzazione. Se la categorizzazione è il processo di imposizione identitaria stabilita “dall’esterno”, per cui riguarda la capacità di un gruppo maggioritario di imporre dei criteri di appartenenza e di identità a un altro, che in tal maniera viene “costruito” dal primo, l’identificazione è il processo di definizione del “noi”, ovvero un movimento interno che si traduce in costituzione identitaria che, in alcuni casi, può erigersi come risposta ad un processo di categorizzazione, una sorta di “difesa” messa in atto dal gruppo “categorizzato”. Applicando tale spiegazione alla situazione latinoamericana, la costruzione identitaria sembrerebbe il risultato dell’incrocio dei due processi: “categorizzata” dalla storia e attualmente dalle istituzioni dei paesi d’arrivo dei migranti e “identificata” dagli stessi protagonisti, in risposta a tale categorizzazione.
    Sifuentes-Jáuregui, a proposito del concetto di identificazione latinoamericana, scrive:
    Podemos fácilmente argüir que la identidad latina es multifacética y compleja, y también que la idea y el ideal de ser «latino» son puestos en marcha de manera diferente por cada uno. En otras palabras, la manera en que cada uno se identifica (o no) con la, en apariencia, estable identidad de latino o latina necesariamente va a variar. Esta variación o fluidez corresponde exactamente al trabajo de la identificación. (1)

    Sottolineando che l’identità non è mai stabile e che l’identificazione potrebbe non avere mai fine, dovremmo, quindi, definire l’identità latina la meta politica del migrante (inteso come individuo che abbandona il proprio spazio nazionale), mentre l’identificazione il processo di relazioni necessario per raggiungere tale meta che, nel suo svolgimento, contribuisce a creare nuove coalizioni sociali e politiche e che si sostanzia maggiormente proprio in fase migratoria.

    Calando questo discorso sulla realtà campana e napoletana in particolare, spazio all’interno del quale vive un piccolo (confrontato coi valori di distribuzione nazionale degli immigrati e regionali rispetto a gruppi di altra provenienza) gruppo di immigrati provenienti dall’America latina, ci si chiede dunque se è possibile, anche in questo contesto, parlare di immigrati “latinoamericani”; se esistono le condizioni che permettono a questi stessi immigrati di identificarsi e riconoscersi in un modello identitario comune; e se la riformulazione identitaria, inevitabile per i gruppi deterritorializzati e privati del loro ancoraggio territoriale, avvenga solo in funzione della comune esperienza migratoria e delle difficoltà che essa comporta o, piuttosto, riesca a ritrovare e riproporre valori originari trasportati nel percorso migratorio; se ci sono, e quali sono, le strategie adottate per rivendicare la propria identità come base di un gruppo compatto e come strumento di valorizzazione del soggetto (dell’io-migrante) nei confronti di se stesso, degli altri immigrati e della popolazione locale; ovvero, infine, appurare l’esistenza di una sovra-struttura identitaria che superi le eterogeneità nazionali, facendo di un gruppo tanto disomogeneo una “comunità”.
    Per rispondere a queste e altre domande, il saggio Napoli, barrio latino si muove innanzi tutto sul campo, in un necessario lavoro di raccolta dati attraverso un’analisi della presenza latinoamericana a Napoli di tipo qualitativo.

    Nota.
    (1) Nel suo articolo ¿Unas o varias identidades?, Yúdice, descrivendo il percorso migratorio dei salvadoregni negli Stati Uniti che, dal punto di vista identitario, vengono lentamente inglobati nella macro-categoria dei latinos, riferisce che un grande contributo a questo processo è stato dato dalle stesse istituzioni perché “a partir de la ley de 1965 que estableció cuotas de 20.000 personas por país de origen, los demás inmigrantes latinoamericanos fueron conformando, para las instituciones estatales y sociales, una sola gran panetnicidad”.

  • Razzismo in spiaggia a Follonica

    Razzismo in spiaggia a Follonica

    Ieri su Carmilla Alberto Prunetti ha denunciato un atto vergognoso di razzismo e violenza, ignorato dalla maggior parte dei mezzi d’informazione, con un puntuale articolo di controinformazione dal titolo “Una cartolina razzista dalla spiaggia di Follonica”. La notizia è stata ripresa oggi dal quotidiano La Nazione nella sua edizione locale della provincia di Grosseto. Riporto un estratto dall’articolo originale di Prunetti, questi i fatti:

    “Un tipo, un italiano sui 35 anni, coi capelli corti, quasi rasati e un tatuaggio, ha gettato qualcosa in faccia alla signora nordafricana che vendeva qualche merce da un ombrellone a un altro. Sembra che il tipo fosse innervosito perché – sotto l’ombrellone con la moglie, piccola di statura, la bambina e due cani di taglia piccola – la figlia non riusciva a dormire. Il suo nervosismo è esploso contro il capro espiatorio che la società gli ha fornito: la venditrice ambulante straniera, che per caso è passata dal suo ombrellone.

    Non è chiara la dinamica: secondo i bagnanti che erano vicini, l’uomo ha rapidamente portato via dalla spiaggia la moglie, la bambina e i cani, poi è andato a prendere o uno spray antistupro, di quelli al peperoncino, o un qualche liquido irritante che poi, secondo un’altra ipotesi, ha mescolato con l’acqua di mare. Aveva con sé il liquido? Ormai gli italiani si portano lo spray antistupro per essere più sicuri sulla spiaggia?

    Comunque l’uomo è tornato in spiaggia, ha raggiunto la signora ambulante a pochi metri di distanza e le ha spruzzato in faccia il liquido o lo spray. Una parte di questo liquido ha colpito su un occhio anche un’altra signora, a cui la venditrice stava proponendo la sua merce. Poi, mentre tutti si avvicinavano alla signora nordafricana in lacrime, è scappato”.

    L’episodio è chiaramente razzista e va denunciato. Secondo una testimone il vacanziere xenofobo avrebbe addirittura dato della “pezza di merda” alla donna aggredita. Le domande provocatorie di Alberto P. nell’articolo, quale che siano le risposte ipotizzabili, ci fanno riflettere sul livello sclerotico di paranoia che spesso riusciamo a raggiungere in Italia quando siamo martellati da emergenze e pacchetti sicurezza a raffica.

    Il Messico, dove vivo, soffre una situazione simile per certi versi con alcune zone del paese in preda alla violenza e quasi tutto il territorio in stato di allerta e militarizzazione per la cosiddetta “guerra ai narcotrafficanti” che sembra, invece, una guerra contro i nervi della popolazione esasperata dai risultati molto questionabili.

    Possiamo anche chiederci legittimamente cosa sarebbe successo se la vittima fosse stata italiana e l’aggressore straniero, anzi, ” e x t r a c o m u n i t a r i o” o addirittura “c l a n d e s t i n o”. Sarebbe scattata la caccia all’uomo? Probabilmente sì. Come riscoprire l’intercultura, la dignità migrante (parte fondamentale della Nostra cultura) e la tolleranza? Non a colpi di spray. Siccome al momento non sembrano esserci denunce dell’accaduto, neanche contro ignoti, denunciamo da qui e attendiamo sviluppi.

  • Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L’ultima perla pubblicistica sul “caso Battisti”

    Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L’ultima perla pubblicistica sul “caso Battisti”

    CasoBattistiTurone.jpgA noi in fondo piacciono i libri stravaganti, bizzarri, anomali. Un po’ meno i libri noiosi. Quello di cui trattiamo alcuni aspetti curiosi li presenta. E’ però altamente soporifero, quasi fosse scritto dalla zia del segretario di un sottosegretario. Arrivati al sesto capitolo, proseguire si fa veramente difficile. Noi, con l’aiuto di molti caffè, ce l’abbiamo fatta. Ecco il nostro commento. Redazione di Carmilla

    Il segreto

    Perché qualcuno dotato di capacità letterarie vistosamente scarse decide di dedicare un instant book al “caso Battisti”? Non ci viene detto, e allora lo riveliamo noi. Giuliano Turone, ex magistrato, fu tra i procuratori che collaborarono all’istruttoria “Torregiani”, in cui Cesare Battisti era uno degli accusati. In particolare, fu tra quelli che archiviarono le tredici denunce per tortura presentate da alcuni degli imputati e dai loro familiari.
    Certe sue frasi del capitolo 2, alla luce dell’omissione iniziale, rischiano il ridicolo. Quasi non fosse stato parte in causa, e contemplasse gli eventi da un altro pianeta. In riferimento a un collega, per esempio, parla di “inquietudine”, e ne cita una simpatica uscita: “Io posso anche pensare che qualcosa di illegale sia avvenuto, perché c’è tutta una serie di considerazioni che lo lascia ritenere. La polizia può avere avuto l’impressione di avere a che fare con esponenti della malavita, per cui può essere partito qualcosa di troppo”.

    Interessante. Se l’arrestato è un malvivente, può anche partire “qualcosa di troppo”. Si noti che le denunce erano riferite a percosse, bruciature dei testicoli, acqua fatta ingurgitare e poi vomitare. Gli effetti, almeno in un caso, furono certificati da perizia medica.
    Turone non ci dice se condivise le “inquietudini” del collega. Sta di fatto che contribuì all’archiviazione, anche alla luce del fatto che delle confessioni strappate con mezzi coercitivi non si tenne conto (dice lui), e che quasi tutti gli arrestati risultarono effettivamente colpevoli. Ineccepibile.
    Perché allora Turone tace sul proprio coinvolgimento? Forse per non fare apparire il suo testo per ciò che potrebbe sembrare. Un’autodifesa.

    La tesi di fondo

    Quel che Turone intende dimostrare, nella sua dissertazione, è che la metodologia adottata negli anni ’80 dai giudici che processarono Battisti sarebbe valida ancora oggi, e porterebbe ai giorni nostri a identica condanna. La domanda che sorge naturale è: “E ciò cosa importa? Il problema è tutt’altro”.
    Rintuzziamo la visceralità. Turone vuole dire che il processo ai PAC non ebbe i connotati dell’emergenza, e si ripeterebbe uguale ancora oggi, quando l’emergenza non c’è più (?). Gli strumenti giuridici si sono raffinati, ma non sono cambiati rispetto ai criteri usati negli anni ’70-’80. Francamente ne avevamo il sospetto.
    Magistrati “democratici” quanto Turone stanno ancora impartendo condanne spropositate. L’aggravante ricorrente è l’”associazione sovversiva”. Si tratti di due vetrine rotte, della contestazione di un sindacalista complice, di chi ha solo gridato uno slogan (sette anni di carcere!), di un anziano indipendentista sardo che avrebbe meditato di boicottare un vertice internazionale usando aeroplanini teleguidati (sic!). Troviamo, in questi accanimenti che costano anni di galera a giovanissimi, il fior fiore della magistratura “progressista”, dalla Bocassino a Caselli. La tendenza di cui Turone fa parte. Implacabile sulla P2 o su “Mani pulite”. Placabile su altri fronti. Quando è in crisi il modello sociale, una severità spietata è d’obbligo.

    Metodologia della ricerca storica: il brevissimo ’68 italiano

    Turone pretende di impartire una sorta di lezione metodologica agli storici. Nobile proposito. Occorre però possedere una cultura all’altezza dell’impegno.
    Non pare che sia il caso. E’ desolante la scarsa conoscenza di Turone rispetto al periodo che prende in esame. Il capitolo 3, Flashback sul contesto socio-politico, e il capitolo 4, In principio era Potere operaio, sono scandalosi. Si rifanno in larga misura al “teorema Calogero”, ricostruiscono il ’68 italiano sulla base di suggestioni raccolte a casaccio. Loro fonte principale è il manuale di De Bernardi e Ganapini Storia dell’Italia unita: compendio pregevole, ma sempre compendio. Turone lo semplifica e lo riassume ulteriormente.
    Così il “lungo ‘68” italiano sarebbe durato per l’appunto dal 1968, “anno studentesco”, a metà del 1969, “anno operaio”, per poi perdere ogni spinta propulsiva e degenerare gradualmente nel terrorismo. Turone non sa nulla degli scioperi che, nel 1968, si verificarono alla Pirelli, all’Ercole Marelli, alla Magneti Marelli, all’Autobianchi, alla Innocenti, alla Marzotto di Valdagno, alla Fiat e in molte altre situazioni. Non sa della nascita, proprio nel ’68, dei Comitati unitari di base, che tanto peso avrebbero avuto nell’autunno dell’anno successivo. E quanto al cosiddetto “autunno caldo”, lo cita, sì, ma senza spiegare che si prolungò nel 1970, e che ancora nel 1973 l’occupazione della Fiat lasciò il segno. Furono gli anni dei consigli di fabbrica, dello Statuto dei lavoratori (1970), dell’insubordinazione operaia diffusa, delle “150 ore”, ecc. Come fa Turone a dire che la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969?
    Il motivo è presto detto. Non ne sa mezza. Se un Cruciani (vedi qui) all’epoca non era ancora nato, Turone si occupava d’altro. O, per essere più espliciti, stava dall’altra parte. Tanto da dovere poi riscoprire le “virtù sessantottesche” attraverso la manualistica.

    Metodologia della ricerca storica: Toni Negri, ovvero la piovra

    Peggio accade con il capitolo su Potere Operaio, visto come matrice di tutta la lotta armata in Italia. Per dimostrare questa assurdità, Turone svaluta le esperienze precedenti, come per esempio la “Banda Cavallero”. Per lui fu un fenomeno di delinquenza comune che gli imputati cercarono di nobilitare, in tribunale, cantando L’Internazionale (a essere pignoli, si trattava di Figli dell’officina). E’ palese che non gli è mai capitato di leggere le memorie di Sante Notarnicola (L’evasione impossibile, edito da Feltrinelli e poi da Odadrek), in cui le azioni della banda sono messe in relazione con la Volante Rossa e con il retaggio della sezione del PCI alla quale i “banditi” erano iscritti.
    Ma veniamo a Potere Operaio, presunta matrice delle Brigate Rosse e di tutto il resto – con un maestro più o meno occulto, Toni Negri (che Turone evoca più volte, in termini allusivi). Cosa farebbe un comune storico, di quelli a cui Turone fa la lezione? Anzitutto comparerebbe i discorsi di Negri (o di Scalzone, o di Piperno, ecc.) con quelli delle BR. Si accorgerebbe subito che differiscono profondamente per linguaggio, analisi, proposte strategiche e addirittura per realtà esistenziali di provenienza (1). Se poi avesse tempo da perdere in letture e non fosse sepolto sotto i 53 faldoni polverosi del “processo Torregiani”, troverebbe conferma dell’assunto nei libri di memorie in cui i brigatisti descrivono quale percorso intrapresero per arrivare alle armi (uno fra tutti: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani). Nulla a che vedere con Potere Operaio.
    Cosa fa invece il bravo giudice, al pari del bravo questurino o del bravo gazzettiere (o, come direbbe Frassica, del bravo presentatore)? In un soprabito di Negri viene trovato un documento proveniente da una rapina attribuibile alle BR. Per uno storico sarebbe un elemento marginale, legato a mille possibili circostanze. Per il bravo giudice diventa invece prova provata dell’esistenza di un’unica organizzazione, con Negri a capo. Se poi copie dello stesso documento sono reperite in sedi dei Proletari Armati per il Comunismo il cerchio si chiude.
    Non importa che da Potere Operaio provengano solo un paio di elementi marginali dei PAC. Gli altri escono da Lotta Continua, o da collettivi di quartiere dell’Autonomia. Dalle tesi o dal linguaggio di PO sono distanti anni luce. Non ha peso, il “teorema Turone” li vuole filiazione diretta (2).

    Metodologia della ricerca storica: la mobilitazione dei magistrati in pensione

    Turone è convinto che la magistratura possa dare un importante contributo alla storiografia. Lo hanno spinto a tale conclusione i 53 “tremendi faldoni” contenenti le carte dei processi a Battisti e ai complici, “talmente ostici e inespugnabili, che qualsiasi studioso, anche eccelso, di storia contemporanea che li avesse affrontati sarebbe rimasto frustrato come se avesse trovato l’Archivio [di Stato di Milano, n.d.r.] chiuso”.
    Da qui una proposta geniale. Mobilitare i magistrati in pensione, come lui, e spedirli negli archivi a riordinare le carte processuali. In questo modo, futuri ricercatori potranno capirci qualcosa. E’ parere di Turone, infatti, che Battisti abbia ottenuto asilo in Brasile perché, laggiù, avevano capito poco o nulla dei suoi processi. Come avrebbero potuto, con gli atti così mescolati e confusi?
    Turone, del lavoro dello storico, ha un’idea un po’ approssimativa. Uno degli autori di questo commento si trovò, qualche decennio fa, a esaminare le carte del settecentesco Tribunale del Torrone di Bologna. Circa 100.000 fascicoli non in ordine cronologico, scritti parzialmente in latino, con l’inchiostro che si era cristallizzato e tendeva a volare via in nuvolette di polverina argentea. Avrebbe ringraziato il cielo di avere a che fare con 53 faldoni di testi battuti a macchina.
    Tuttavia l’idea di Turone potrebbe anche essere buona. Vediamo le novità portate dalla sua ricerca (in cui era stato preceduto, per sua ammissione, dai difensori di Battisti).

    Le novità

    Nessuna. Turone riassume quanto già raccontato da Cruciani (non a caso citato di continuo), che a sua volta riassumeva le sentenze contro i PAC del 1988, 1990, 1993. Queste erano già accessibili via Internet, come abbiamo segnalato, raccomandandone la lettura. Sono ora state riprodotte nell’utile volume Dossier Cesare Battisti, Kaos Edizioni, 2011 (con breve e assai imbarazzata introduzione di Giorgio Galli). Letto Dossier Cesare Battisti si è letto tutto.
    L’innovazione portata da Turone consiste semmai nel tacere o sorvolare sulle motivazioni di ogni atto di violenza, nell’evitare la cronologia delle confessioni a singhiozzo di pentiti e dissociati, nel tacerne le contraddizioni.
    Sull’ultimo punto, Turone compie un solo, inavvertito scivolone. Per l’assassinio dell’agente Campagna, il pentito Sante Fatone tirò in ballo, tra gli altri, tale Stefania Marelli (p. 105). Turone è costretto poi ad ammettere, in nota, che la Marelli si trovava all’estero nel periodo dell’omicidio (p. 106). Ad anni di distanza fu assolta con formula piena.
    Novità ulteriori? Una alquanto buffa, letta però già nella sentenza del 1988. Durante l’agguato a Sabbadin, Paola Filippi, evidentemente una donna, si mascherò con barba e baffi posticci. Doveva essere uno spettacolo.
    Il resto segue il copione già noto. Ad anni di distanza, un pentito coinvolge Battisti, perché un dissociato gli ha raccontato che… Non mancano le prove materiali. Un tizio dice a un altro che non vuole indossare una certa giacca: era stata usata da Battisti anni prima durante l’attentato a Santoro. Un altro tizio rivela che Battisti usava portare stivaletti da cow-boy che lo facevano sembrare più alto. Ecco perché i testimoni videro sparare un uomo di alta statura, mentre Battisti è piuttosto basso.
    E via di questo passo.
    Tutto ciò assolve Battisti? No, ma nemmeno pare sufficiente a condannarlo.
    E’ questo il problema?

    Il senso di Turone per Carmilla

    Turone se la prende in particolare con Carmilla e con le sue note FAQ. A suo parere “si tratta di una rassegna di obiezioni che vengono periodicamente rivedute e modificate, tanto che non si riesce bene a capire quale sia la versione ‘aggiornata’”. Glielo spieghiamo noi. E’ l’ultima. Quella che può vedere (gratis) se va sul nostro sito e cerca, in prima pagina, la rubrica dedicata a Battisti.
    Ma forse Turone non si fida di diavolerie moderne come il computer, e ne cerca una versione a stampa del febbraio 2009.
    Scopre così una serie di nostre palesi falsità.
    Per esempio, la questione delle deleghe in bianco ai propri avvocati (da noi, invero, menzionata abbastanza di sfuggita) che Battisti sottoscrisse prima di fuggire dal carcere di Fossombrone, in seguito adattate ai successivi processi, lui contumace. Un tema sollevato soprattutto da Fred Vargas, e scarsamente considerato dai magistrati parigini e dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
    Turone è convinto che sia una bufala. Rispondiamo con un video che attesta il contrario. Ci scusiamo con i lettori per la lingua portoghese. Guardino le immagini, sono più eloquenti delle parole:

    Di fronte a simile dimostrazione, delle conclusioni della Corte di Strasburgo non ci importa molto.

    Il senso di Turone per l’invenzione creativa

    La seconda accusa che ci muove Turone non sta né in cielo né in terra. NOI avremmo alimentato la confusione circa gli omicidi Torregiani e Sabbadin, in modo da lasciare intendere che Battisti sarebbe stato accusato di averli materialmente commessi, lo stesso giorno, in luoghi distanti.
    A dire il vero, dicevamo tutt’altro (anche nella versione stampata delle FAQ):

    «Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
    Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.»

    Dovrebbe essere già chiara la verità, ma il tema si precisa nella nostra risposta a un articolo del giornalista Amadori di Panorama. (3)
    Del resto, a p. 109 Turone riporta pari pari il brano di un articolo di Claudio Magris, in cui costui attribuisce a Battisti quattro omicidi di sua mano (inclusi, dunque, Torregiani e Sabbadin) e, tanto per raggiungere il peso, anche il ferimento di Torregiani jr.

    Il senso di Turone per lo scambio di persone

    Nel paragrafo successivo, Turone ci addossa la responsabilità di affermazioni fatte, in realtà, da Piero Sansonetti e Bernard Henri-Lévy. Grazie, non ci crediamo all’altezza di tanto onere. Già sarebbe complicato influenzare Sansonetti. Riuscirvi con Henri-Lévy sarebbe ancor più complicato, visto che ne abbiamo pallida stima.

    Il senso di Turone per il dettaglio

    Se ai temi precedenti sono dedicate alcune righe, quasi due pagine riguardano invece una nostra rapida osservazione circa un imputato minore del “processo Torregiani”, di nome Bitti. Perché a Turone preme tanto? Il sospetto è che sia per il fatto che ebbe tra le mani il suo caso. Bitti, tra coloro che denunciarono torture, fu il solo che poté dimostrarle, a causa della lesione di un timpano riportata nel corso degli “interrogatori”. Turone, come abbiamo visto, archiviò la sua denuncia al pari delle altre, malgrado residue “inquietudini” senza effetti pratici.
    Avevamo scritto che Bitti era stato udito in luogo pubblico fare l’apologia dell’attentato a Torregiani, e che era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per concorso morale, secondo procedure degne dell’Inquisizione. Che sotto tortura aveva denunciato un compagno, Angelo Franco, salvo poi ritrattare. Questi, poco tempo dopo, era stato arrestato nuovamente e aveva subito una condanna a cinque anni per associazione sovversiva.
    Il tutto, nelle nostre FAQ, occupava una decina di righe. Riassumevano, magari in maniera grossolana, una catena di fatti difficili da smentire, e infatti mai smentiti:
    “Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per ‘partecipazione a banda armata’, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto ‘discutere con altre persone’ nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di ‘concorso morale per duplice omicidio’ [Torregiani e Sabbadin, n.d.r.] perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni” (P. Moroni, P. Bertella Farnetti, Il Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, in “Primo maggio” n. 21, 1984).
    Quanto sopra è falso? Come mai Turone lo rivela venticinque anni dopo, con un diluvio di parole che contrasta con la sua abituale reticenza? D’accordo, ha oggi esplorato i “tremendi” 53 faldoni. Si ostina a tacere sul fatto che alla creazione di quei faldoni ha collaborato anche lui.
    Prima di darci dei falsari, esamini almeno le fonti delle nostre presunte “falsità”.
    Stia tranquillo, non lo denunceremo. Rischieremmo di trovarci di fronte a magistrati simili a lui. L’unica vera giustizia, in Italia, è la controinformazione. Senza di essa, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra della Questura di Milano per “malore attivo”, e la bomba in Piazza Fontana l’avrebbe collocata Pietro Valpreda.

    Il senso di Turone per la sintesi

    Nel corso dei suoi “interrogatori robusti”, da cui uscirà menomato nell’udito, Bitti accuserà dell’omicidio Torregiani sia tale Angelo Franco, operaio, che addirittura se stesso. Nessuno dei due, però, poteva avere partecipato all’azione: mentre si svolgeva, si trovavano sicuramente altrove.
    A Turone non interessa molto. Franco fu trovato in possesso di due pistole, e arrestato e condannato per questo. Omette di dire che, liberato Franco dopo un anno di prigione, fu arrestato di nuovo. Qualcuno, in tribunale, si era dimenticato del reato di ricettazione. Era finito in galera, la prima volta, quale membro del commando che aveva ucciso Torregiani.
    Identica accusa originaria per Bitti, poi trasformata in “concorso morale”. Frequentava quella gente. Bastava e avanzava. Poco importa che con Torregiani, Sabbadin ecc. non avesse niente a che fare.
    La successive “falsità” attribuite da Turone a Carmilla sono di scarso rilievo. Avevamo scritto che Battisti era stato condannato quale organizzatore dell’omicidio Torregiani in “via deduttiva”, dato l’evidente nesso tra quel delitto e l’omicidio Sabbadin. Turone, pur apprezzando la sintesi esercitata in proprio, non ama quella altrui. Specifica quindi che la colpevolezza di Battisti risultò dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Mai detto il contrario, a onor del vero. Forse abbiamo sbagliato aggettivo, e usato “deduttivo” invece che “induttivo”, in linguaggio filosofico più corretto.

    Il senso di Turone per l’infanzia

    Poi Turone stigmatizza la nostra critica all’uso quale testimone, nella fase istruttoria del “processo Torregiani”, di una ragazzina dodicenne con qualche problema psichico, indotta a deporre contro lo zio. Turone asserisce che non si tenne conto delle sue dichiarazioni. All’epoca però scriveva, in veste di giudice istruttore: “L’esistenza del quadro indiziario è un primo punto fermo nell’iter logico della presente trattazione, dal quale non si potrà prescindere nel prosieguo, e che fornisce inevitabilmente una chiave di lettura per valutare adeguatamente certe dichiarazioni della prima ora (poi ritrattate) di [seguono alcuni nomi, tra cui quello della ragazzina, divenuta imputata].
    A Turone sfugge la sostanza della questione. Non ci interessa se la bambina avesse detto il vero o no. Ci interessa che una dodicenne con disturbi mentali fosse chiamata a deporre contro un congiunto, e addirittura imputata. E’ però vero che l’Inquisizione riteneva un ragazzo di dodici anni perfettamente adulto, e passibile di quaestio. A quanto sembra, la Procura di Milano era d’accordo.

    Per farla breve

    Proseguiamo, cercando di accorciare il più possibile, la via crucis (ce ne scusiamo con i lettori: commentare un libro noioso rende inevitabilmente noiosi).
    Carmilla attribuisce rilievi di inattendibilità del pentito Pietro Mutti a una sentenza d’appello del 31 marzo 1993, mentre facevano parte delle argomentazioni dei difensori. Se Turone avesse letto la versione delle FAQ sul sito (è gratis), si sarebbe accorto che avevamo corretto l’errore. Del resto, questo non cambiava nulla (4). I fatti esposti dalla difesa erano incontestabili.
    Carmilla avrebbe accusato Mutti di avere fatto parte del commando che uccise Sabbadin. Cosa non vera, in effetti, e sparita dalla versione corrente delle FAQ. Nella prima versione era indicata in nota la fonte dell’errore.
    Carmilla avrebbe indicato in Mutti l’assassino di Santoro, quando in realtà Mutti era stato solo l’autista. Furono in realtà prima la Digos di Milano, poi i carabinieri di Udine, a indicare in Mutti l’uccisore. Rimandiamo per i particolari a un articolo scritto dal prof. Carlos A. Lungarzo, militante di Amnesty International in Brasile, Messico, Argentina e negli Stati Uniti, per la rivista brasiliana Crítica do Direito. Mutti spalmò le proprie rivelazioni per un anno intero, e solo alla fine rivelò la partecipazione di Arrigo Cavallina e altri. Una ragazza da lui accusata fu assolta in appello.
    Da ultimo, Turone rimprovera a Carmilla di avere scritto che la giustizia italiana continua a perseguire quasi solo gli estremisti di sinistra, mentre quelli dell’altra parte, da alcuni degli autori delle stragi di estrema destra ai “macellai” di Genova 2001, restano impuniti e, nel secondo caso, addirittura premiati.
    Nei capitoli successivi si diffonde a spiegare che non è vero.
    Ha ragione. L’accanimento contro Delfo Zorzi supera in furore giustizialista quello contro Battisti. E’ palese. I torturatori di Bolzaneto e gli assalitori della Diaz sono stati esemplarmente puniti, magari con promozioni insidiose. Allo stesso modo sono stati adeguatamente puniti, con la pena suprema dell’oblio, i poliziotti che uccisero Pedro (Pietro Maria Greco) perché armato d’ombrello, nonché gli assassini di Varalli, Zibecchi, Franceschi, delle vittime della legge Reale, ecc. Omettiamo la lista, che occuperebbe troppe pagine.
    Resta impunito solo il criminale universale: Cesare Battisti, il nemico n° 1, l’equivalente moderno di Jack lo Squartatore.

    E bla, bla bla…

    I capitoli finali, che non leggerà nessuno, sono esercizi di magniloquenza. Turone cita i pochi intellettuali francesi e brasiliani schierati contro Battisti, invoca il presidente Napolitano (l’inventore dei lager per immigrati, l’affossatore dell’art. 11 della Costituzione), sostiene che lo Stato italiano, nel combattere il terrorismo, mai si allontanò dal diritto.
    In proposito, citiamo uno storico che, pur essendosi occupato di Brigate Rosse, non è sospettabile nemmeno da lontano di contiguità:
    “Alla luce di tutto ciò appare difficile sostenere, come spesso viene fatto ancora oggi, che il terrorismo sia stato vinto senza violare le libertà fondamentali del cittadino. Il ‘circuito dei camosci’, i decreti del marzo 1978, la legge Cossiga e quelle sui pentiti e dissociati, al contrario, fornirono allo Stato degli strumenti di indagine e repressione che violano alcuni dei diritti civili sanciti dalla carta delle Nazioni unite del 1948. Si aggiunga a questo la pratica della tortura nei confronti dei militanti catturati, saltuaria dal 1980 e quindi sistematica nel 1982, reato gravissimo peraltro allora neanche contemplato dal codice penale italiano. Le cause per le quali la lotta armata rimase sconfitta, dunque, sono molteplici, andando da motivi di carattere politico generale fino al mutamento di congiuntura economica, con un contributo non secondario giocato dalle leggi speciali e dall’uso della violenza che lo Stato seppe modulare in maniera efficace” (M. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek, 2007, pp. 247-248).

    Lasciate perdere Battisti

    Non sosteniamo Battisti perché lo riteniamo innocente o colpevole. Non ci interessa minimamente. Tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si svolse in Italia un duro confronto, animato da un movimento di centinaia di migliaia di persone (giovani, ma non solo) che intendevano rovesciare l’assetto statale. Non fu una vera guerra civile (come sostengono gli ex brigatisti, con l’avvallo del defunto Cossiga), bensì qualcosa che poteva somigliarle. Una parte minoritaria di quel movimento commise crimini e delitti, è indubbio. Gli autori non furono però, in maggioranza, criminali per vocazione, né psicopatici. Ritenevano loro dovere agire così, in quel contesto. Si trattava di una falsa prospettiva, adottata in buona fede, per convinzioni egualitarie esasperate. Un vicolo cieco. Quelli tra loro che non furono incarcerati e riuscirono a fuggire provarono a rifarsi una vita. Tantissimi finirono in prigione, alcuni vennero uccisi (e nessuno indagò sulle loro morti).
    E’ molto diverso il caso degli estremisti di destra. Con forti appoggi istituzionali, e senza avere alle spalle alcun movimento degno di questo nome, “spararono sul mucchio”: su cittadini qualsiasi, viaggiatori di seconda classe, partecipanti a un comizio. Ne uccisero quanti più poterono. Fino all’ultimo furono protetti da settori deviati o meno dello Stato. Non si proponevano una rivoluzione, ma un golpe dell’esercito per ripristinare un “ordine” da loro stessi turbato. Tanti di essi non furono nemmeno inquisiti.
    E’ assurdo perseguitare ora i ribelli del “primo tipo”, trent’anni dopo. Se liberi, sono rimasti in quattro gatti, vivacchiano come possono. Battisti è stato scelto dall’elenco perché aveva acquistato visibilità quale scrittore. Poco importa che vivesse in una soffitta a Parigi e facesse il portinaio. E’ stato dipinto come il prediletto dai salotti letterari, colui che gode di un dorato esilio a Ipanema, il delatore dei compagni (!!!), il mostro per antonomasia.
    Forse – anzi, senza forse – era il fatto che fosse scrittore che disturbava.
    Ultimo, nella fila dei linciatori, ecco Turone. Con l’ultimo sasso in pugno. Non voleva mancare alla festa.
    Buon per lui, si diverta.

    NOTE

    1) Per non parlare dei NAP, di derivazione totalmente differente. Cfr. V. Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. NAP: ribellione, rivolta e lotta armata, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2010.
    2) Chi voglia sapere dove sfociò, esattamente, l’opzione di una parte di Potere Operaio per la lotta armata, ha oggi a disposizione il bel saggio di E. Mentasti Senza tregua. Storia dei Comitati Comunisti per il potere operaio (1975-76), Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2011.
    3) “Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (…). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora…”.
    4) “Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come “infame menzogna” a metà. Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.” La sua battaglia, cit.

  • Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L'ultima perla pubblicistica sul "caso Battisti"

    Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L'ultima perla pubblicistica sul "caso Battisti"

    CasoBattistiTurone.jpgA noi in fondo piacciono i libri stravaganti, bizzarri, anomali. Un po’ meno i libri noiosi. Quello di cui trattiamo alcuni aspetti curiosi li presenta. E’ però altamente soporifero, quasi fosse scritto dalla zia del segretario di un sottosegretario. Arrivati al sesto capitolo, proseguire si fa veramente difficile. Noi, con l’aiuto di molti caffè, ce l’abbiamo fatta. Ecco il nostro commento. Redazione di Carmilla

    Il segreto

    Perché qualcuno dotato di capacità letterarie vistosamente scarse decide di dedicare un instant book al “caso Battisti”? Non ci viene detto, e allora lo riveliamo noi. Giuliano Turone, ex magistrato, fu tra i procuratori che collaborarono all’istruttoria “Torregiani”, in cui Cesare Battisti era uno degli accusati. In particolare, fu tra quelli che archiviarono le tredici denunce per tortura presentate da alcuni degli imputati e dai loro familiari.
    Certe sue frasi del capitolo 2, alla luce dell’omissione iniziale, rischiano il ridicolo. Quasi non fosse stato parte in causa, e contemplasse gli eventi da un altro pianeta. In riferimento a un collega, per esempio, parla di “inquietudine”, e ne cita una simpatica uscita: “Io posso anche pensare che qualcosa di illegale sia avvenuto, perché c’è tutta una serie di considerazioni che lo lascia ritenere. La polizia può avere avuto l’impressione di avere a che fare con esponenti della malavita, per cui può essere partito qualcosa di troppo”.

    Interessante. Se l’arrestato è un malvivente, può anche partire “qualcosa di troppo”. Si noti che le denunce erano riferite a percosse, bruciature dei testicoli, acqua fatta ingurgitare e poi vomitare. Gli effetti, almeno in un caso, furono certificati da perizia medica.
    Turone non ci dice se condivise le “inquietudini” del collega. Sta di fatto che contribuì all’archiviazione, anche alla luce del fatto che delle confessioni strappate con mezzi coercitivi non si tenne conto (dice lui), e che quasi tutti gli arrestati risultarono effettivamente colpevoli. Ineccepibile.
    Perché allora Turone tace sul proprio coinvolgimento? Forse per non fare apparire il suo testo per ciò che potrebbe sembrare. Un’autodifesa.

    La tesi di fondo

    Quel che Turone intende dimostrare, nella sua dissertazione, è che la metodologia adottata negli anni ’80 dai giudici che processarono Battisti sarebbe valida ancora oggi, e porterebbe ai giorni nostri a identica condanna. La domanda che sorge naturale è: “E ciò cosa importa? Il problema è tutt’altro”.
    Rintuzziamo la visceralità. Turone vuole dire che il processo ai PAC non ebbe i connotati dell’emergenza, e si ripeterebbe uguale ancora oggi, quando l’emergenza non c’è più (?). Gli strumenti giuridici si sono raffinati, ma non sono cambiati rispetto ai criteri usati negli anni ’70-’80. Francamente ne avevamo il sospetto.
    Magistrati “democratici” quanto Turone stanno ancora impartendo condanne spropositate. L’aggravante ricorrente è l’”associazione sovversiva”. Si tratti di due vetrine rotte, della contestazione di un sindacalista complice, di chi ha solo gridato uno slogan (sette anni di carcere!), di un anziano indipendentista sardo che avrebbe meditato di boicottare un vertice internazionale usando aeroplanini teleguidati (sic!). Troviamo, in questi accanimenti che costano anni di galera a giovanissimi, il fior fiore della magistratura “progressista”, dalla Bocassino a Caselli. La tendenza di cui Turone fa parte. Implacabile sulla P2 o su “Mani pulite”. Placabile su altri fronti. Quando è in crisi il modello sociale, una severità spietata è d’obbligo.

    Metodologia della ricerca storica: il brevissimo ’68 italiano

    Turone pretende di impartire una sorta di lezione metodologica agli storici. Nobile proposito. Occorre però possedere una cultura all’altezza dell’impegno.
    Non pare che sia il caso. E’ desolante la scarsa conoscenza di Turone rispetto al periodo che prende in esame. Il capitolo 3, Flashback sul contesto socio-politico, e il capitolo 4, In principio era Potere operaio, sono scandalosi. Si rifanno in larga misura al “teorema Calogero”, ricostruiscono il ’68 italiano sulla base di suggestioni raccolte a casaccio. Loro fonte principale è il manuale di De Bernardi e Ganapini Storia dell’Italia unita: compendio pregevole, ma sempre compendio. Turone lo semplifica e lo riassume ulteriormente.
    Così il “lungo ‘68” italiano sarebbe durato per l’appunto dal 1968, “anno studentesco”, a metà del 1969, “anno operaio”, per poi perdere ogni spinta propulsiva e degenerare gradualmente nel terrorismo. Turone non sa nulla degli scioperi che, nel 1968, si verificarono alla Pirelli, all’Ercole Marelli, alla Magneti Marelli, all’Autobianchi, alla Innocenti, alla Marzotto di Valdagno, alla Fiat e in molte altre situazioni. Non sa della nascita, proprio nel ’68, dei Comitati unitari di base, che tanto peso avrebbero avuto nell’autunno dell’anno successivo. E quanto al cosiddetto “autunno caldo”, lo cita, sì, ma senza spiegare che si prolungò nel 1970, e che ancora nel 1973 l’occupazione della Fiat lasciò il segno. Furono gli anni dei consigli di fabbrica, dello Statuto dei lavoratori (1970), dell’insubordinazione operaia diffusa, delle “150 ore”, ecc. Come fa Turone a dire che la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969?
    Il motivo è presto detto. Non ne sa mezza. Se un Cruciani (vedi qui) all’epoca non era ancora nato, Turone si occupava d’altro. O, per essere più espliciti, stava dall’altra parte. Tanto da dovere poi riscoprire le “virtù sessantottesche” attraverso la manualistica.

    Metodologia della ricerca storica: Toni Negri, ovvero la piovra

    Peggio accade con il capitolo su Potere Operaio, visto come matrice di tutta la lotta armata in Italia. Per dimostrare questa assurdità, Turone svaluta le esperienze precedenti, come per esempio la “Banda Cavallero”. Per lui fu un fenomeno di delinquenza comune che gli imputati cercarono di nobilitare, in tribunale, cantando L’Internazionale (a essere pignoli, si trattava di Figli dell’officina). E’ palese che non gli è mai capitato di leggere le memorie di Sante Notarnicola (L’evasione impossibile, edito da Feltrinelli e poi da Odadrek), in cui le azioni della banda sono messe in relazione con la Volante Rossa e con il retaggio della sezione del PCI alla quale i “banditi” erano iscritti.
    Ma veniamo a Potere Operaio, presunta matrice delle Brigate Rosse e di tutto il resto – con un maestro più o meno occulto, Toni Negri (che Turone evoca più volte, in termini allusivi). Cosa farebbe un comune storico, di quelli a cui Turone fa la lezione? Anzitutto comparerebbe i discorsi di Negri (o di Scalzone, o di Piperno, ecc.) con quelli delle BR. Si accorgerebbe subito che differiscono profondamente per linguaggio, analisi, proposte strategiche e addirittura per realtà esistenziali di provenienza (1). Se poi avesse tempo da perdere in letture e non fosse sepolto sotto i 53 faldoni polverosi del “processo Torregiani”, troverebbe conferma dell’assunto nei libri di memorie in cui i brigatisti descrivono quale percorso intrapresero per arrivare alle armi (uno fra tutti: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani). Nulla a che vedere con Potere Operaio.
    Cosa fa invece il bravo giudice, al pari del bravo questurino o del bravo gazzettiere (o, come direbbe Frassica, del bravo presentatore)? In un soprabito di Negri viene trovato un documento proveniente da una rapina attribuibile alle BR. Per uno storico sarebbe un elemento marginale, legato a mille possibili circostanze. Per il bravo giudice diventa invece prova provata dell’esistenza di un’unica organizzazione, con Negri a capo. Se poi copie dello stesso documento sono reperite in sedi dei Proletari Armati per il Comunismo il cerchio si chiude.
    Non importa che da Potere Operaio provengano solo un paio di elementi marginali dei PAC. Gli altri escono da Lotta Continua, o da collettivi di quartiere dell’Autonomia. Dalle tesi o dal linguaggio di PO sono distanti anni luce. Non ha peso, il “teorema Turone” li vuole filiazione diretta (2).

    Metodologia della ricerca storica: la mobilitazione dei magistrati in pensione

    Turone è convinto che la magistratura possa dare un importante contributo alla storiografia. Lo hanno spinto a tale conclusione i 53 “tremendi faldoni” contenenti le carte dei processi a Battisti e ai complici, “talmente ostici e inespugnabili, che qualsiasi studioso, anche eccelso, di storia contemporanea che li avesse affrontati sarebbe rimasto frustrato come se avesse trovato l’Archivio [di Stato di Milano, n.d.r.] chiuso”.
    Da qui una proposta geniale. Mobilitare i magistrati in pensione, come lui, e spedirli negli archivi a riordinare le carte processuali. In questo modo, futuri ricercatori potranno capirci qualcosa. E’ parere di Turone, infatti, che Battisti abbia ottenuto asilo in Brasile perché, laggiù, avevano capito poco o nulla dei suoi processi. Come avrebbero potuto, con gli atti così mescolati e confusi?
    Turone, del lavoro dello storico, ha un’idea un po’ approssimativa. Uno degli autori di questo commento si trovò, qualche decennio fa, a esaminare le carte del settecentesco Tribunale del Torrone di Bologna. Circa 100.000 fascicoli non in ordine cronologico, scritti parzialmente in latino, con l’inchiostro che si era cristallizzato e tendeva a volare via in nuvolette di polverina argentea. Avrebbe ringraziato il cielo di avere a che fare con 53 faldoni di testi battuti a macchina.
    Tuttavia l’idea di Turone potrebbe anche essere buona. Vediamo le novità portate dalla sua ricerca (in cui era stato preceduto, per sua ammissione, dai difensori di Battisti).

    Le novità

    Nessuna. Turone riassume quanto già raccontato da Cruciani (non a caso citato di continuo), che a sua volta riassumeva le sentenze contro i PAC del 1988, 1990, 1993. Queste erano già accessibili via Internet, come abbiamo segnalato, raccomandandone la lettura. Sono ora state riprodotte nell’utile volume Dossier Cesare Battisti, Kaos Edizioni, 2011 (con breve e assai imbarazzata introduzione di Giorgio Galli). Letto Dossier Cesare Battisti si è letto tutto.
    L’innovazione portata da Turone consiste semmai nel tacere o sorvolare sulle motivazioni di ogni atto di violenza, nell’evitare la cronologia delle confessioni a singhiozzo di pentiti e dissociati, nel tacerne le contraddizioni.
    Sull’ultimo punto, Turone compie un solo, inavvertito scivolone. Per l’assassinio dell’agente Campagna, il pentito Sante Fatone tirò in ballo, tra gli altri, tale Stefania Marelli (p. 105). Turone è costretto poi ad ammettere, in nota, che la Marelli si trovava all’estero nel periodo dell’omicidio (p. 106). Ad anni di distanza fu assolta con formula piena.
    Novità ulteriori? Una alquanto buffa, letta però già nella sentenza del 1988. Durante l’agguato a Sabbadin, Paola Filippi, evidentemente una donna, si mascherò con barba e baffi posticci. Doveva essere uno spettacolo.
    Il resto segue il copione già noto. Ad anni di distanza, un pentito coinvolge Battisti, perché un dissociato gli ha raccontato che… Non mancano le prove materiali. Un tizio dice a un altro che non vuole indossare una certa giacca: era stata usata da Battisti anni prima durante l’attentato a Santoro. Un altro tizio rivela che Battisti usava portare stivaletti da cow-boy che lo facevano sembrare più alto. Ecco perché i testimoni videro sparare un uomo di alta statura, mentre Battisti è piuttosto basso.
    E via di questo passo.
    Tutto ciò assolve Battisti? No, ma nemmeno pare sufficiente a condannarlo.
    E’ questo il problema?

    Il senso di Turone per Carmilla
    Turone se la prende in particolare con Carmilla e con le sue note FAQ. A suo parere “si tratta di una rassegna di obiezioni che vengono periodicamente rivedute e modificate, tanto che non si riesce bene a capire quale sia la versione ‘aggiornata’”. Glielo spieghiamo noi. E’ l’ultima. Quella che può vedere (gratis) se va sul nostro sito e cerca, in prima pagina, la rubrica dedicata a Battisti.
    Ma forse Turone non si fida di diavolerie moderne come il computer, e ne cerca una versione a stampa del febbraio 2009.
    Scopre così una serie di nostre palesi falsità.
    Per esempio, la questione delle deleghe in bianco ai propri avvocati (da noi, invero, menzionata abbastanza di sfuggita) che Battisti sottoscrisse prima di fuggire dal carcere di Fossombrone, in seguito adattate ai successivi processi, lui contumace. Un tema sollevato soprattutto da Fred Vargas, e scarsamente considerato dai magistrati parigini e dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
    Turone è convinto che sia una bufala. Rispondiamo con un video che attesta il contrario. Ci scusiamo con i lettori per la lingua portoghese. Guardino le immagini, sono più eloquenti delle parole:
    Di fronte a simile dimostrazione, delle conclusioni della Corte di Strasburgo non ci importa molto.

    Il senso di Turone per l’invenzione creativa

    La seconda accusa che ci muove Turone non sta né in cielo né in terra. NOI avremmo alimentato la confusione circa gli omicidi Torregiani e Sabbadin, in modo da lasciare intendere che Battisti sarebbe stato accusato di averli materialmente commessi, lo stesso giorno, in luoghi distanti.
    A dire il vero, dicevamo tutt’altro (anche nella versione stampata delle FAQ):

    «Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
    Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.»

    Dovrebbe essere già chiara la verità, ma il tema si precisa nella nostra risposta a un articolo del giornalista Amadori di Panorama. (3)
    Del resto, a p. 109 Turone riporta pari pari il brano di un articolo di Claudio Magris, in cui costui attribuisce a Battisti quattro omicidi di sua mano (inclusi, dunque, Torregiani e Sabbadin) e, tanto per raggiungere il peso, anche il ferimento di Torregiani jr.

    Il senso di Turone per lo scambio di persone

    Nel paragrafo successivo, Turone ci addossa la responsabilità di affermazioni fatte, in realtà, da Piero Sansonetti e Bernard Henri-Lévy. Grazie, non ci crediamo all’altezza di tanto onere. Già sarebbe complicato influenzare Sansonetti. Riuscirvi con Henri-Lévy sarebbe ancor più complicato, visto che ne abbiamo pallida stima.

    Il senso di Turone per il dettaglio

    Se ai temi precedenti sono dedicate alcune righe, quasi due pagine riguardano invece una nostra rapida osservazione circa un imputato minore del “processo Torregiani”, di nome Bitti. Perché a Turone preme tanto? Il sospetto è che sia per il fatto che ebbe tra le mani il suo caso. Bitti, tra coloro che denunciarono torture, fu il solo che poté dimostrarle, a causa della lesione di un timpano riportata nel corso degli “interrogatori”. Turone, come abbiamo visto, archiviò la sua denuncia al pari delle altre, malgrado residue “inquietudini” senza effetti pratici.
    Avevamo scritto che Bitti era stato udito in luogo pubblico fare l’apologia dell’attentato a Torregiani, e che era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per concorso morale, secondo procedure degne dell’Inquisizione. Che sotto tortura aveva denunciato un compagno, Angelo Franco, salvo poi ritrattare. Questi, poco tempo dopo, era stato arrestato nuovamente e aveva subito una condanna a cinque anni per associazione sovversiva.
    Il tutto, nelle nostre FAQ, occupava una decina di righe. Riassumevano, magari in maniera grossolana, una catena di fatti difficili da smentire, e infatti mai smentiti:
    “Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per ‘partecipazione a banda armata’, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto ‘discutere con altre persone’ nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di ‘concorso morale per duplice omicidio’ [Torregiani e Sabbadin, n.d.r.] perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni” (P. Moroni, P. Bertella Farnetti, Il Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, in “Primo maggio” n. 21, 1984).
    Quanto sopra è falso? Come mai Turone lo rivela venticinque anni dopo, con un diluvio di parole che contrasta con la sua abituale reticenza? D’accordo, ha oggi esplorato i “tremendi” 53 faldoni. Si ostina a tacere sul fatto che alla creazione di quei faldoni ha collaborato anche lui.
    Prima di darci dei falsari, esamini almeno le fonti delle nostre presunte “falsità”.
    Stia tranquillo, non lo denunceremo. Rischieremmo di trovarci di fronte a magistrati simili a lui. L’unica vera giustizia, in Italia, è la controinformazione. Senza di essa, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra della Questura di Milano per “malore attivo”, e la bomba in Piazza Fontana l’avrebbe collocata Pietro Valpreda.

    Il senso di Turone per la sintesi

    Nel corso dei suoi “interrogatori robusti”, da cui uscirà menomato nell’udito, Bitti accuserà dell’omicidio Torregiani sia tale Angelo Franco, operaio, che addirittura se stesso. Nessuno dei due, però, poteva avere partecipato all’azione: mentre si svolgeva, si trovavano sicuramente altrove.
    A Turone non interessa molto. Franco fu trovato in possesso di due pistole, e arrestato e condannato per questo. Omette di dire che, liberato Franco dopo un anno di prigione, fu arrestato di nuovo. Qualcuno, in tribunale, si era dimenticato del reato di ricettazione. Era finito in galera, la prima volta, quale membro del commando che aveva ucciso Torregiani.
    Identica accusa originaria per Bitti, poi trasformata in “concorso morale”. Frequentava quella gente. Bastava e avanzava. Poco importa che con Torregiani, Sabbadin ecc. non avesse niente a che fare.
    La successive “falsità” attribuite da Turone a Carmilla sono di scarso rilievo. Avevamo scritto che Battisti era stato condannato quale organizzatore dell’omicidio Torregiani in “via deduttiva”, dato l’evidente nesso tra quel delitto e l’omicidio Sabbadin. Turone, pur apprezzando la sintesi esercitata in proprio, non ama quella altrui. Specifica quindi che la colpevolezza di Battisti risultò dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Mai detto il contrario, a onor del vero. Forse abbiamo sbagliato aggettivo, e usato “deduttivo” invece che “induttivo”, in linguaggio filosofico più corretto.

    Il senso di Turone per l’infanzia

    Poi Turone stigmatizza la nostra critica all’uso quale testimone, nella fase istruttoria del “processo Torregiani”, di una ragazzina dodicenne con qualche problema psichico, indotta a deporre contro lo zio. Turone asserisce che non si tenne conto delle sue dichiarazioni. All’epoca però scriveva, in veste di giudice istruttore: “L’esistenza del quadro indiziario è un primo punto fermo nell’iter logico della presente trattazione, dal quale non si potrà prescindere nel prosieguo, e che fornisce inevitabilmente una chiave di lettura per valutare adeguatamente certe dichiarazioni della prima ora (poi ritrattate) di [seguono alcuni nomi, tra cui quello della ragazzina, divenuta imputata].
    A Turone sfugge la sostanza della questione. Non ci interessa se la bambina avesse detto il vero o no. Ci interessa che una dodicenne con disturbi mentali fosse chiamata a deporre contro un congiunto, e addirittura imputata. E’ però vero che l’Inquisizione riteneva un ragazzo di dodici anni perfettamente adulto, e passibile di quaestio. A quanto sembra, la Procura di Milano era d’accordo.

    Per farla breve

    Proseguiamo, cercando di accorciare il più possibile, la via crucis (ce ne scusiamo con i lettori: commentare un libro noioso rende inevitabilmente noiosi).
    Carmilla attribuisce rilievi di inattendibilità del pentito Pietro Mutti a una sentenza d’appello del 31 marzo 1993, mentre facevano parte delle argomentazioni dei difensori. Se Turone avesse letto la versione delle FAQ sul sito (è gratis), si sarebbe accorto che avevamo corretto l’errore. Del resto, questo non cambiava nulla (4). I fatti esposti dalla difesa erano incontestabili.
    Carmilla avrebbe accusato Mutti di avere fatto parte del commando che uccise Sabbadin. Cosa non vera, in effetti, e sparita dalla versione corrente delle FAQ. Nella prima versione era indicata in nota la fonte dell’errore.
    Carmilla avrebbe indicato in Mutti l’assassino di Santoro, quando in realtà Mutti era stato solo l’autista. Furono in realtà prima la Digos di Milano, poi i carabinieri di Udine, a indicare in Mutti l’uccisore. Rimandiamo per i particolari a un articolo scritto dal prof. Carlos A. Lungarzo, militante di Amnesty International in Brasile, Messico, Argentina e negli Stati Uniti, per la rivista brasiliana Crítica do Direito. Mutti spalmò le proprie rivelazioni per un anno intero, e solo alla fine rivelò la partecipazione di Arrigo Cavallina e altri. Una ragazza da lui accusata fu assolta in appello.
    Da ultimo, Turone rimprovera a Carmilla di avere scritto che la giustizia italiana continua a perseguire quasi solo gli estremisti di sinistra, mentre quelli dell’altra parte, da alcuni degli autori delle stragi di estrema destra ai “macellai” di Genova 2001, restano impuniti e, nel secondo caso, addirittura premiati.
    Nei capitoli successivi si diffonde a spiegare che non è vero.
    Ha ragione. L’accanimento contro Delfo Zorzi supera in furore giustizialista quello contro Battisti. E’ palese. I torturatori di Bolzaneto e gli assalitori della Diaz sono stati esemplarmente puniti, magari con promozioni insidiose. Allo stesso modo sono stati adeguatamente puniti, con la pena suprema dell’oblio, i poliziotti che uccisero Pedro (Pietro Maria Greco) perché armato d’ombrello, nonché gli assassini di Varalli, Zibecchi, Franceschi, delle vittime della legge Reale, ecc. Omettiamo la lista, che occuperebbe troppe pagine.
    Resta impunito solo il criminale universale: Cesare Battisti, il nemico n° 1, l’equivalente moderno di Jack lo Squartatore.

    E bla, bla bla…

    I capitoli finali, che non leggerà nessuno, sono esercizi di magniloquenza. Turone cita i pochi intellettuali francesi e brasiliani schierati contro Battisti, invoca il presidente Napolitano (l’inventore dei lager per immigrati, l’affossatore dell’art. 11 della Costituzione), sostiene che lo Stato italiano, nel combattere il terrorismo, mai si allontanò dal diritto.
    In proposito, citiamo uno storico che, pur essendosi occupato di Brigate Rosse, non è sospettabile nemmeno da lontano di contiguità:
    “Alla luce di tutto ciò appare difficile sostenere, come spesso viene fatto ancora oggi, che il terrorismo sia stato vinto senza violare le libertà fondamentali del cittadino. Il ‘circuito dei camosci’, i decreti del marzo 1978, la legge Cossiga e quelle sui pentiti e dissociati, al contrario, fornirono allo Stato degli strumenti di indagine e repressione che violano alcuni dei diritti civili sanciti dalla carta delle Nazioni unite del 1948. Si aggiunga a questo la pratica della tortura nei confronti dei militanti catturati, saltuaria dal 1980 e quindi sistematica nel 1982, reato gravissimo peraltro allora neanche contemplato dal codice penale italiano. Le cause per le quali la lotta armata rimase sconfitta, dunque, sono molteplici, andando da motivi di carattere politico generale fino al mutamento di congiuntura economica, con un contributo non secondario giocato dalle leggi speciali e dall’uso della violenza che lo Stato seppe modulare in maniera efficace” (M. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek, 2007, pp. 247-248).

    Lasciate perdere Battisti

    Non sosteniamo Battisti perché lo riteniamo innocente o colpevole. Non ci interessa minimamente. Tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si svolse in Italia un duro confronto, animato da un movimento di centinaia di migliaia di persone (giovani, ma non solo) che intendevano rovesciare l’assetto statale. Non fu una vera guerra civile (come sostengono gli ex brigatisti, con l’avvallo del defunto Cossiga), bensì qualcosa che poteva somigliarle. Una parte minoritaria di quel movimento commise crimini e delitti, è indubbio. Gli autori non furono però, in maggioranza, criminali per vocazione, né psicopatici. Ritenevano loro dovere agire così, in quel contesto. Si trattava di una falsa prospettiva, adottata in buona fede, per convinzioni egualitarie esasperate. Un vicolo cieco. Quelli tra loro che non furono incarcerati e riuscirono a fuggire provarono a rifarsi una vita. Tantissimi finirono in prigione, alcuni vennero uccisi (e nessuno indagò sulle loro morti).
    E’ molto diverso il caso degli estremisti di destra. Con forti appoggi istituzionali, e senza avere alle spalle alcun movimento degno di questo nome, “spararono sul mucchio”: su cittadini qualsiasi, viaggiatori di seconda classe, partecipanti a un comizio. Ne uccisero quanti più poterono. Fino all’ultimo furono protetti da settori deviati o meno dello Stato. Non si proponevano una rivoluzione, ma un golpe dell’esercito per ripristinare un “ordine” da loro stessi turbato. Tanti di essi non furono nemmeno inquisiti.
    E’ assurdo perseguitare ora i ribelli del “primo tipo”, trent’anni dopo. Se liberi, sono rimasti in quattro gatti, vivacchiano come possono. Battisti è stato scelto dall’elenco perché aveva acquistato visibilità quale scrittore. Poco importa che vivesse in una soffitta a Parigi e facesse il portinaio. E’ stato dipinto come il prediletto dai salotti letterari, colui che gode di un dorato esilio a Ipanema, il delatore dei compagni (!!!), il mostro per antonomasia.
    Forse – anzi, senza forse – era il fatto che fosse scrittore che disturbava.
    Ultimo, nella fila dei linciatori, ecco Turone. Con l’ultimo sasso in pugno. Non voleva mancare alla festa.
    Buon per lui, si diverta.

    NOTE

    1) Per non parlare dei NAP, di derivazione totalmente differente. Cfr. V. Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. NAP: ribellione, rivolta e lotta armata, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2010.
    2) Chi voglia sapere dove sfociò, esattamente, l’opzione di una parte di Potere Operaio per la lotta armata, ha oggi a disposizione il bel saggio di E. Mentasti Senza tregua. Storia dei Comitati Comunisti per il potere operaio (1975-76), Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2011.
    3) “Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (…). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora…”.
    4) “Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come “infame menzogna” a metà. Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.” La sua battaglia, cit.

  • La ciudad que pretende salvar a Honduras

    La ciudad que pretende salvar a Honduras

    No tiene aún nombre ni lugar, pero ya es un proyecto aceptado: Atraer inversiones, empresas y ejecutivos, a través de la creación de una urbe modelo, tan modelo, que no parecerá hondureña. ¿Es posible gestionar una ciudad así?   Autor: Daniela Arce

    Tendrá alrededor de 33 kilómetros cuadrados y pretende convertirse en la solución a todos los problemas de índole urbana que afectan la competitividad y la atracción de inversiones de uno de los países más caóticos de América Latina.

    Pese a que no tiene aún un lugar específico, lo más probable es que sea en el Municipio de Trujillo, en la costa Caribe, la idea es fundar una mini ciudad dentro de Honduras, pero sin los problemas de Honduras.

    Se trata de una ciudad charter o ciudad modelo, donde imperarán reglas especiales, que atraerán empresas y ejecutivos, quienes vivirán ahí inmunes a los problemas de empleo, educación, salud y seguridad que afectan a este país. Será –según sus promotores– una ciudad libre, donde circulará la inversión, el dólar, el euro y la lempira, la moneda hondureña, sin restricciones.

    No. No se trata de un estado febril, sino de uno de los proyectos más relevantes del presidente hondureño, Porfirio Lobo, quien ya consiguió el apoyo del Congreso para crear Regiones Especiales de Desarrollo, en un formato muy similar al que se aplicó en la lejana China con la creación de Zonas Económicas Especiales o en menor escala, Panamá, con zonas industriales en las que simplemente las reglas son otras.

    ¿Le hace sentido? O visto de otro modo, si su empresa le asignara como destino la nueva ciudad charter en Honduras ¿tomaría la aventura?

    El economista estadounidense Paul Romer cree que muchos lo harían, pues es quien ideó esta fórmula de solución para países pobres como Honduras u otros del África, que de todos modos no reciben mayores inversiones y proyectos. Según él, mediante leyes y reglas económicas independientes del gobierno de turno, se puede desarrollar una urbe administrada con criterios de país desarrollado. Romer argumenta que este mecanismo funciona, porque son las normas mal aplicadas las que fomentan la pobreza, y que puede mejorar a través de reglas eficientes que favorezcan un clima que fomente el crecimiento económico.

    “Estas urbes surgen generalmente por dos razones. Primero para definir una cierta zona con características únicas o especiales, distintas al resto de una ciudad; segundo, porque da la posibilidad de determinar una zona de planificación urbana, es decir, en determinar la manera en cómo se construye diferente, dando respuesta a ciertas demandas y que pueda concentrar infraestructuras adecuadas”, explica Luis Valenzuela, director del Centro de Inteligencia Territorial, UAI.

    Si bien para el actual gobierno de Honduras parte de la solución a sus problemas económicos es abrirse a la posibilidad de la fundación, por el momento, de una ciudad modelo -luego podrían multiplicarse, por ejemplo en Amapala, en la costa Pacífico-, reforzando el planteamiento de Romer, no significa que todos los países bajo problemas similares o más complejos, necesiten o puedan crear territorios bajo estatutos anexos.


    Fotografía:Irum Shahid, http://www.sxc.hu

    Para Valenzuela “este sistema se ha dado en países de gran potencial económico como China, pero no en uno de las características de Honduras”. Sin embargo, reconoce que podría ser un “golpe estratégico de desarrollo”, pues hay una visión para un salto cuantitativo. “No existe un modelo político o económico en que uno pudiera decir que de aquí saldrá o no una ciudad modelo, habrá que ver”, dice.

    Por ahora Lobo defiende su proyecto estimando que se trataría de un espacio en el que sin tener nada en ese sitio, agentes extranjeros construirán edificios y compañías, tal como sucedió durante la administración británica de Hong Kong, en medio de la China de Mao.

    Éxito no asegurado

    En el informe “Desarrollo Mundial: Una Nueva Geografía Económica”, elaborado por el Banco Mundial en 2009, se analizan algunas iniciativas de territorios bajo regímenes especiales, con mayor y menor éxito, como el caso del fracaso de la Egipto y el éxito en China.

    En el caso del país árabe, entre 1974 y 1975, como una manifestación del compromiso político de conquistar el desierto y asegurar un crecimiento sostenible, se crearon grandes zonas industriales y se otorgaron generosos incentivos tributarios al sector privado. La tierra era virtualmente gratis. Primero se construyeron seis pueblos, cada uno con una propia base industrial, y luego a mediado de los 80′ se lanzó el programa para crear nueve asentamientos alrededor de El Cairo. En una tercera oportunidad se incluyeron ciudades gemelas cercanas a capitales provinciales.

    Nada de eso prosperó conforme a las expectativas.

    En el informe se explica que “las urbes cercanas a El Cairo han atraído negocios y gente, pero en menor número de lo previsto. Las ciudades distantes continúan siendo no atractivas para la mano de obra calificada debido a la falta de servicios y enlaces de transporte. Las nuevas ciudades no tienen más de un millón de habitantes (1% de la población de Egipto) en comparación con los 5 millones establecidos por el programa para 2005”.

    A su vez, en el caso de China, se menciona a Shenzhen como primera zona especial, la cual experimentó un intenso crecimiento poblacional de 1980 a 2000, aumentando en 60 veces el PIB per cápita. Las razones de ese éxito pasan, explica el informe, por su cercanía a Hong Kong, su conectividad con el interior y con otras ciudades de China, y sus especificidades urbanas.

    O sea, estas ciudades prosperan, conforme al potencial de los contextos en que se enclavan y no al revés.

    Fabrizio Lorusso, Maestro en Administración de Empresas por la Universidad L. Bocconi de Milán y doctorando en Estudios Latinoamericanos de la Unam, México, afirma que aunque el proyecto hondureño tenga buenos resultados, son pocos los que se beneficiarían a corto plazo de esto. “Crear un “paraíso” en el medio de un territorio inhóspito plantea también otras exclusiones; además, los únicos en tener acceso a los supuestos beneficios de la ciudad charter serían los hondureños más calificados, nadie más, y los otros esperarían unas décadas, quizás, en ver algún beneficio concreto”, opina.

    También la creación de una ciudad charter en Honduras plantea dudas respecto a la calidad de la inversión extranjera, atraída por ambientes desregulados. Probablemente esto no impactará en las relaciones laborales, pues –según Valenzuela– las compañías interesadas llegarán intentando atraer y retener buenos trabajadores y ejecutivos, y además porque detrás “probablemente habrá voluntad política para una buena administración de justicia”, dice Víctor Tomas, abogado empresarial argentino. Sin embargo, nada de eso asegura que esos puestos de trabajo serán perdurables, pues la desregulación puede llegar a atraer capitales especulativos, al no tener demasiadas barreras para salir de Honduras.

    Un Estado dentro del Estado

    “Tengo la impresión de que es difícil incentivar en un territorio arbitrariamente nuevas reglas, distintas a las del país de procedencia. Porque las reglas del juego no son cosas abstractas, no tienen vida por sí mismas, sino que son consecuencias de la cultura, la política, y las maneras en que se desarrolla el ejercicio del poder. Cuesta pensar que alguien podría crear arbitrariamente un contexto ideal para favorecer el empleo, la producción y la alta competitividad para el desarrollo económico”, explica el argentino Pablo Trivelli, de la UTDT.

    Por su parte, Lorusso cree que una ciudad modelo no es la solución para Honduras. “Va a crear un Estado dentro del Estado, desligado de sus lógicas, ligado a poderes e intereses extranjeros que –sin ser malos de por sí, como afirmaría cierta izquierda–siguen sus intereses, no los de Honduras, que tiene un gobierno débil e incapaz de controlarlos, a diferencia de China”. Para Lorusso el gran desentendido es que Tegucigalpa, la capital hondureña, no es Beijing, así como la ciudad que nazca no será Honk Kong.

    Ahora, de todos modos Honduras requiere urgente alguna ciudad con mayor infraestructura y conectividad física, así como de poder de marca, tal como lo revela el Ránking de las Mejores Ciudades de América Latina para hacer negocios de AméricaEconomía, donde en su última versión, Tegucigalpa calificó en el último puesto (37º), siendo esos factores sus principales debilidades.

    Por ahora, la ciudad charter hondureña no tiene nombre, pero así y todo, es difícil que escape de las connotaciones del país donde estará enclavada: Honduras, una pequeña república centroamericana, deprimida económicamente, asaltada por una ola de violencia y paria internacional, dado que es junto a Cuba, el único país no aceptado en la OEA, por tener el triste registro de ser el único país latinoamericano que llegó a un régimen político en el siglo XXI a través de un Golpe de Estado.

  • Haití Militarizado

    Haití Militarizado

    En Puerto Príncipe, la capital de Haití asolada por el terremoto del 12 de enero de 2010 que cobró 250 mil víctimas, Estados Unidos tiene su cuarta embajada más grande del mundo. Dos días después del temblor, miles de marinos armados salieron hacia la isla a una “misión humanitaria” sin la autorización del gobierno local. La embajada de EU no había señalado la presencia de peligros para la seguridad, así que las críticas hacia la “militarización de la ayuda” fueron muchas y justificadas. Asimismo, las Naciones Unidas en Haití habían declarado que los cascos azules allí desplegados – que pasaron de 9 mil a 12 mil unidades en el mismo enero– serían más que suficientes. Sin embargo, Hillary Clinton liquidó las críticas tachándolas de “periodismo irresponsable”.

    Mientras tanto, la administración de Obama seguía sosteniendo la necesidad de una intervención armada y, una semana después de la invasión de facto, “aconsejó” al presidente haitiano, René Préval, la emisión a posteriori de un comunicado para pedir a Estados Unidos una “asistencia en el aumento de la seguridad”, según revelan los cables de Wikileaks en manos del semanario Haití Liberté. Muchos analistas consideraron estas maniobras como un disfraz para la tercera invasión estadunidense de Haití, bajo algún tipo de amparo internacional, en menos de veinte años. La primera fue en 1994 para apoyar el regreso del primer presidente electo democráticamente, Jean-Bertrand Aristide, tras un golpe que le impidió gobernar en los tres años anteriores. La segunda fue en febrero de 2004, básicamente para sacar al mismo Aristide del país e instalar un presidente más complaciente.

    Inmediatamente después del sismo, los militares establecieron su base de operaciones en el aeropuerto Toussaint-Louverture, pero dentro de las primeras dos semanas la mayoría de las tropas ya se había asentado en los campos de refugiados que surgieron por toda la ciudad y sus alrededores. Más de un millón y medio de haitianos se fueron a los mil 354 campamentos de la capital, pero sólo los más afortunados pudieron encontrar asistencia, comida, tiendas de campaña y lonas mínimamente adecuadas. Debajo de cada una de ellas, en las noches, podían encontrar amparo hasta veinte personas que también compartían la ración semanal de arroz y frijoles. Ésta era asignada por las ONG a una mujer “jefa de hogar” quien se encargaba de su preparación y repartición. Así funcionaba dentro del campamento principal del barrio Delmas-Petion Ville, una enorme aglomeración de 60 mil desplazados en lo que anteriormente fue un campo de golf. Paradójicamente, este centro deportivo de la elite capitalina había sido construido por los mismos marinos estadunidenses durante su primera ocupación militar en Haití de 1915 a 1934.

    Para finales de enero ya había 22 mil soldados en los puntos estratégicos del área metropolitana. Las ayudas llegaban de manera muy selecta e insuficiente, sobre todo en los campos más pequeños que, posiblemente, no llamaban la atención de las multinacionales de la solidaridad y de las estrellas de Hollywood. El campamento Delmas había pasado bajo la égida de los militares y de la ONG Catolic Relief Service, patrocinada por el actor Sean Penn. Ahora ya no hay distribución general de comida y el recién electo presidente Michel Martelly planea el desmantelamiento de los seis campamentos más grades, pese a la falta casi total de viviendas alternativas para los damnificados. El cuarenta por ciento de los campos no cuenta con acceso a agua potable y el treinta por ciento ni siquiera tiene servicios higiénicos.

    Asimismo, los 700 mil sin techo que quedan padecen el hostigamiento de las brigadas Bricor, entrenadas en el uso de la fuerza por Risk Inc, una compañía de seguridad privada estadunidense. La Risk es también conocida en México por sus presuntos adiestramientos en técnicas de tortura. Las Bricor desalojan a la población de terrenos públicos y privados, actúan con violencia y amenazas destruyendo las carpas y los pocos bienes de la gente indefensa bajo la total indiferencia gubernamental. Además, el presidente Martelly afirmó que hay delincuentes y armas en esos campamentos, así que ya constituirían un problema de seguridad. En cambio, los verdaderos problemas son el mal manejo de las ayudas –codiciadas por las transnacionales de los países donantes y perdidas en la burocracia– y la falta de alternativas y planes compartidos de desarrollo, así como la proliferación de la seguridad privada al margen de las reglas.

    Por otro lado, la Minustah, la misión para la estabilización de Haití, es la tercera en importancia en el mundo entre todas las que mantienen las Naciones Unidas y tiene dos ramas, la militar y la policíaca, desde hace siete años. Es decir, desde el año en que el ex presidente Aristide, quien acaba de volver a Haití tras un exilio en la República Sudafricana, sufrió el mencionado golpe de Estado, el 28 de febrero de 2004. Los marinos estadunidenses tomaron el control del país y se hicieron responsables de una violenta represión contra la población civil. Aristide fue obligado a dejar su cargo y fue deportado como consecuencia de las “rebeliones populares” que, durante años, habían sido fomentadas por opositores políticos, paramilitares, agencias estadunidenses (como el IRI, International Republican Institute, la CIA y la USAID) y grupos como el G184, financiado incluso por Francia y la Unión Europea y dedicado a tareas de desestabilización política, aunque su misión era la defensa de los derechos humanos.

    Desde el octubre pasado, Haití, el país más pobre del hemisferio occidental, ha sido golpeado también por una epidemia de cólera que, en los medios, parece algo lejano y olvidado, mas, en realidad, sigue cobrando víctimas: ha matado a casi 6 mil personas en ocho meses, contagiando a más de 350 mil. La Cruz Roja y la ONG Médicos sin Fronteras, la cual ha tratado más del cuarenta por ciento de los casos hasta la fecha, volvieron a lanzar una alarma por el aumento de los contagios en Puerto Príncipe, más de 20 mil, en mayo y junio. La enfermedad alcanzó en noviembre de 2010 a la vecina República Dominicana y se calculan allí entre setenta y 170 víctimas. Aún está vivo el recuerdo de los 10 mil muertos que cobró el cólera en América Latina entre 1991 y 2005, a partir de un brote en Perú. Sin embargo, en la isla no se había detectado la bacteria en el último siglo, por lo que se acusó a los extranjeros de su difusión. Pese a las desmentidas de la ONU, cada vez más estudios científicos han demostrado que la cepa del cólera en Haití llegó de Nepal, donde la enfermedad es endémica, y los portadores fueron precisamente los cascos azules de ese país, ubicados en la norteña provincia de Artibonite. En junio llegó también la validación de estos estudios por parte del gubernamental CDC (Center for Disease Control de EU) y, por cierto, no mejoró la imagen de las fuerzas internacionales en el país.

    Además de las enfermedades y las catástrofes naturales, amplificadas por la pobreza extrema y la falta de infraestructura, también están la embajada estadunidense y los intereses económicos de las petroleras Exxon y Chevron para complicar las cosas: los Petro Caribe Files de Wikileaks, o sea los cables sobre las presiones de EU en contra del acuerdo energético de Venezuela con Haití, revelaron que incluso la embajada de ese país había admitido que el acuerdo sería muy benéfico para el pueblo haitiano. Claro, no lo sería para las petroleras estadunidenses y la oposición fue constante. Kim Ives, coautor de un reportaje sobre el tema, habla de un “embajador quien manipula a un presidente y sus funcionarios, diciéndoles qué hacer, que ellos no entienden esto y lo otro, tratando de decirles cuáles son los intereses de Haití. Es la cumbre de la arrogancia”.

    Frente a todo ello, por mucho tiempo los haitianos se preguntaron legítimamente por qué las ayudas internacionales de muchos países venían acompañadas de las milicias estadunidenses y hasta por “folclóricos” gendarmes y carabineros de Francia e Italia. Los temas de la soberanía, la militarización y la “democracia armada” estuvieron a debate en la campaña para las elecciones presidenciales de marzo pasado y, tanto el ex mandatario Prèval como la candidata derrotada, Mirlande Manigat, habían prometido el progresivo retiro de los cascos azules. No parece desear lo mismo el presidente Martelly. En efecto, el 15 de octubre pasado los quince miembros del Consejo de Seguridad decidieron renovar por un año el mandato de la Minustah que cuenta hoy con 8 mil 940 soldados y 4 mil 391 policías bajo el mando, respectivamente, del general brasileño Luiz Guilherme Paul Cruz y del argentino Geraldo Chaumont. El contingente brasileño, con sus 2 mil 600 efectivos, es el más importante y el costo total anual de la misión está estimado en 600 millones de dólares.

    Aunque se le concedió a Brasil el mando militar por motivos de imagen y para mantener un aparente equilibrio entre potencias, la financiación de la misión depende del Consejo y la coordinación estratégica de la misma está a cargo del guatemalteco Edmond Mulet, el estadunidense Kevin Kennedy y el canadiense Nigel Fisher. La participación de las Naciones Unidas en Haití comenzó en febrero de 1993 y continuó, luego, con numerosas misiones hasta 2001. Tras el golpe de 2004 y seis meses de ocupación de tropas de eu, Francia, Canadá y Chile, se autorizó finalmente la creación de la Minustah que ha ido adquiriendo cada vez más funciones, desde la seguridad interna al tema electoral y a la reforma de la policía haitiana. Si bien una de sus tareas sería la defensa de los derechos humanos, la misión ha tenido un papel controvertido a partir de 2006, es decir, desde que Prèval le atribuyó la facultad para las actividades de inteligencia y represión en los barrios slum de la capital, como Citè Soleil, uno de los bastiones políticos de Aristide y su partido Fanmi Lavalas. Se trataba de un territorio difícil, casi fuera del control estatal, que había sido señalado como un foco rojo para el combate a la delincuencia. Sin embargo, la Minustah actuó con base en listas de presuntos culpables en las que figuraban, más bien, ciudadanos comunes y militantes políticos.

    A menudo, esta represión indiscriminada confundió a las bandas de delincuentes con los grupos civiles organizados del barrio y, por tanto, hubo víctimas inocentes en las operaciones de guerra conducidas con cañonazos de tanques en contra de las casas. Algunos miembros de la asociación de abogados para la defensa de los derechos humanos aumohd, activa en Puerto Príncipe desde 2005, y su presidente Evel Fanfan, pudieron comprobar, en ese entonces, los errores contenidos en las listas que guiaban las acciones armadas de la Minustah y del gobierno haitiano. Finalmente, las violaciones y matanzas fueron reconocidas por el comandante brasileño, Augusto Heleno Ribeiro Pereira, quien dimitió en 2005 y declaró que la Minustah recibía presiones de Francia, Estados Unidos y Canadá para hacer un mayor uso de la violencia contra las presuntas bandas de criminales que, según la información oficial, dominaban completamente las periferias metropolitanas.

    El mito internacional, construido con matices racistas y estereotipos, que nos quiere presentar al pueblo haitiano como violento y descontrolado, como incapaz de armar su propio destino, sigue difamando a la gente de Haití sin explicarnos su sociedad, sus lastres y sus problemas reales. La ocupación y la militarización son parte de éstos. Este mito y la militarización consecuente deberían desmontarse a partir de los hechos, algunos de los cuales están en este artículo. En cambio, la versión edulcorada de los acontecimientos ha servido, a menudo, para justificar su constante escalada.

    di Fabrizio Lorusso da: Kaos   o La Jornada