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La fame di Haiti, libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Introduzione e Premessa del libro La fame di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10.20]

Dopo il terremoto, le cui immagini strazianti hanno fatto il giro del mondo, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, due giovani giornalisti freelance italiani, si recano ad Haiti a più di un anno di distanza l’uno dall’altra. Fabrizio arriva nell’isola caraibica a un mese dal sisma del 12 gennaio 2010, vede e racconta le macerie, la desolazione, la difficile situazione politica e sociale appena   dopo la catastrofe. Nell’ottobre del 2011 Romina giunge ad Haiti e visita ospedali, orfanatrofi, scuole, scorge qua e là i segni della ricostruzione in mezzo alla povertà dilagante, fotografa bambine e bambini, uomini, donne, ragazzi e maiali che grufolano in mezzo alla spazzatura che invade quasi ogni spazio della capitale Port-au-Prince.

Da questi due sguardi nasce un primo libro, un doppio diario, pubblicato in Italia nel 2012, a cui seguono anni di oblio mediatico e Haiti torna ad essere nell’immaginario collettivo niente di più che un segmento dell’isola di Hispaniola, un paese dei Caraibi genericamente e quasi inevitabilmente povero e instabile. La solidarietà internazionale e la conseguente ricostruzione viene data per scontata. Non si parla, se non per poco tempo, della terribile epidemia di colera che ha colpito gli haitiani già vittime del terremoto.

Come spesso accade, tragedie naturali e guerre lontane finiscono per essere dimenticate e nessuno più si preoccupa di “aggiornare i dati”, di provare a comprendere l’intreccio tra gli interessi economici delle potenze mondiali e i sistemi politici locali, tra l’operato delle Ong indipendenti e quello delle “multinazionali della solidarietà”. Speculazioni, vecchie e nuove povertà, derive antidemocratiche, sanguinosi sussulti sociali sono rubricati come no- tizie di scarso interesse, come mali inevitabili di Paesi da sempre “ultimi”.

Non la pensano così Fabrizio Lorusso e Romina Vinci che ritornano sui propri passi a cinque anni dal terremoto di Haiti, rivedono e aggiornano quanto scritto e documentato a suo tempo, risentono Evel Fanfan, un avvocato che si batte con la sua associazione per il rispetto dei diritti umani sull’isola, la cui disponibilità era stata e continua a essere preziosa per i due giornalisti.

Dalla volontà di non dimenticare le tante tragedie di Haiti, passate e presenti, nasce quindi questo nuovo libro che parla di terremoto ma anche e soprattutto di fame, fame reale e fame metaforica, ma non per questo meno importante, di giustizia, di indipendenza, di dignità e di   futuro.

Sono passati cinque anni dal terremoto che ha devastato la capitale di Haiti, Port-au-Prince.  Le immagini televisive della catastrofe hanno fatto il giro del mondo nei primi mesi del 2010, ma poi la tragedia haitiana è caduta nell’oblio.  Furono oltre 250.000 i morti, un milione e mezzo i senza tetto e centinaia le tendopoli allestite dopo il sisma. Alla fine di quell’anno scoppiò anche un’epidemia di colera che fino ad ora ha fatto 9.000 vittime, mentre sono più di 700.000 le persone contagiate. Il virus, che era scomparso nel paese da almeno centocinquant’anni, vi è stato reintrodotto dalle truppe nepalesi in forza alla missione dei Caschi blu dell’Onu, la Minustah (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haiti). La comunità ha stanziato circa undici miliardi di dollari, ma pochi sono stati i risultati concreti per la vita della popolazione. Sono stati vani gli sforzi per la ricostruzione che, ancora oggi, langue ed è diventata una ghiotta occasione per le multinazionali impegnate a gareggiare per gli ap palti. Gli aiuti alimentari dall’estero cannibalizzano la produzione locale e i programmi di cooperazione, malgrado le buone intenzioni, finiscono spesso per creare dipendenza e degenerare nel paternalismo. Per questo le macerie di Haiti restano lì, intatte e dolorose, e a ricordarcele rimane anche questo diario-reportage, che ripercorre gli ultimi cinque anni, dai mesi successivi al sisma all’attuale situazione.

Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Vivere e scrivere ai tempi del colera. Capire una cultura diversa, che non è del tutto latinoamericana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità, la religione, la politica, da dentro e da fuori. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente, e sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra, più che un bimbo affamato, un soldato mercenario, il passaggio di una crociera per ricconi e più che un mare di povertà e violenza. Superare lo stereotipo, colmare l’abisso dell’indifferenza.

Per tutti questi motivi è nata l’idea di conoscere una realtà così difficile e in seguito di fissare l’esperienza vissuta scrivendo un diario, un testo che raccontasse vicende, personaggi e quartieri visti da occhi attenti e allo stesso tempo straniati, occhi e penne che ricordano in silenzio, a lume di candela, e scrivono la sera prima di coricarsi tra le macerie.

La fame di Haiti QUI LINK – Introduzione del libro LINK – Prologo di Massimo Vaggi LINK – Prossima presentazione del libro – 15 giugno ’15 – Pavia – Volantino Link

Muere “Baby Doc” Duvalier, ex dictador de Haití

(De Variopinto al día) HAITÍ.- Hay quienes lo llaman (mejor dicho, lo llamaban) “Presidente”, sin embargo, la palabra dictador es la más adecuada para describir su trayectoria. El ex dictador Jean-Claude Duvalier, conocido como Baby Doc e hijo de otro despiadado tirano, Francois Duvalier, alias Papa Doc, gobernó Haití desde 1971, año en que falleció su padre y él cumplió 19 años, convirtiéndose en el jefe de estado más joven de la historia moderna. Su régimen duró hasta 1986, cuando tuvo que salir del país en medio de feroces revueltas populares para “refugiarse” en un exilio dorado en Francia.

El Baby de la dinastía Duvalier murió el sábado pasado por un paro cardíaco en su casa, en un lujoso barrio de Puerto Príncipe, capital de Haití, en donde residía desde el marzo del 2011. Ese año había decidido volver a su tierra natal, devastada por el terremoto del 12 de enero del 2010 que hizo más de 250mil víctimas, para “ayudar al pueblo haitiano”, según declaró en ese entonces.

En realidad, su regreso despertó sospechas y dudas, pues había la posibilidad de que se presentara para competir en las elecciones presidenciales de 2016 con el respaldo de Francia y Estados Unidos, las potencias más interesadas en mantener el estatus quo en la isla, y de los sectores conservadores y nostálgicos de la dictadura a nivel nacional. Su estrategia política y personal se basaba en la impunidad judicial de la que, hasta la fecha, ha gozado en su tierra y en el exterior. De hecho, ya en 2005, Duvalier había tratado de volver a Puerto Príncipe para ser candidato del Partido Unidad Nacional, pero no logró el registro. Dos años después, cínicamente, difundió un mensaje televisivo pidiendo disculpa al pueblo haitiano por las atrocidades cometidas durante su régimen.

En el mismo 2011, otro gobernante, protagonista de la breve temporada democrática del país caribeño en 1991, entre 1995 y 1996 y entre 2000 y 2004, había regresado al país después de 7 años de exilio: el ex presidente Jean Bertrand Aristide. Éste fue víctima de dos golpes de estado, en 1991 y, otra vez, en 2004, cuando fue expulsado y deportado por fuerzas militares estadounidenses en la República Centroafricana, pero su partido, el Fanmi Lavalas, no se ha disuelto y ha mantenido altas las expectativas de su retorno a la vida política haitiana, mismo que, no obstante, no ha sido anunciado ni parece viable.

Después de la defenestración del presidente elegido democráticamente, entre 2004 y 2006 Haití vivió un bienio de régimen autoritario, bajo el mando de Boniface Alexandre y su Primer Ministro, Gerard Latortue, durante el cual hubo más de 4000 asesinatos por motivos políticos. De todos modos, la contraposición Aristide-Duvalier y el casi simultáneo retorno de los dos en Haití ha estado alimentando especulaciones políticas a lo largo de los últimos 3 años.

Posteriormente del regreso de Baby Doc Duvalier la justicia haitiana intentó procesarlo. El ex dictador, después de negarse en varias ocasiones, se presentó por primera vez ante el tribunal solamente hasta el mes de febrero de 2013 y, finalmente, no se han podido resolver los casos en su contra y las denuncias por torturas, detenciones ilegales, exilios forzados contra sus adversarios políticos y por apropiación y malversación de fondo durante los años de su gobierno. Los fiscales haitianos empezaron este año nuevas investigaciones para enjuiciar a Duvalier por crimines contra la humanidad, los cuales no prescriben.

Recientemente, aunque demasiado tarde, también la Corte Interamericana de los Derechos Humanos atrajo el caso para dar respuesta a las demandas de justicia de los grupos organizados de víctimas del dictador que, si bien no quedará impune frente a la historia y a la memoria, logró escapar de la justicia definitivamente y terminar su vida en el lujo y en su propio país, un privilegio que no fue concedido a muchos de sus opositores. @FabrizioLorusso

Il volto nero della Repubblica Dominicana

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[Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista cartacea In Dialogo del dicembre 2013, numero 102] di Raúl Zecca Castel da Carmilla

Repubblica Dominicana: dove il mare è sempre vicino e le montagne non sono mai lontane. Così recita uno dei tanti slogan pubblicitari del paese rivolto al turismo internazionale, sempre più avido di bellezze esotiche a patto che queste non implichino troppa fatica. Ma oltre le immagini da cartolina che ricoprono i pieghevoli delle agenzie di viaggio di tutto il mondo, quelle immagini così seducenti e incantevoli che ritraggono la prima città del Mondo Nuovo, Santo Domingo, del suo antico centro coloniale, così come delle innumerevoli spiagge di sabbia bianca e finissima che si stendono per chilometri a baciar le acque cristalline e sempre tiepide del mar dei Caraibi, al di là del volto più attraente e conciliante della sua natura selvaggia e incontaminata, al di là di tutto ciò, esiste una realtà ben diversa, tanto ignota quanto drammatica. È il volto scuro dell’entroterra, delle sterminate piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d’occhio, dei bateyes, piccoli agglomerati di baracche dispersi tra i campi, creati per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto e diventati, con il passare del tempo, vere e proprie comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emarginazione; è il volto scuro, anzi nero, dei braccianti haitiani; perché a vivere in queste terre di nessuno e a svolgere questo lavoro incredibilmente duro e pericoloso sono loro, i migranti haitiani, scappati a migliaia dalla miseria del paese più povero e sventurato del continente americano con la speranza di trovare oltre frontiera un modo per sopravvivere e mantenere famiglie spesso troppo numerose.

Tragedia umana che ogni anno si rinnova, mietendo con altrettanta regolarità i sogni di riscatto di quanti si trovano presto a fare i conti con una vita di stenti, fatica e tanta solitudine. Senza documenti e con un salario che a malapena permette loro di procurarsi un pasto giornaliero, la maggior parte dei lavoratori finisce per trascorrere la propria vita qui, lontano dall’affetto di cari che non rivedranno mai più.

In seguito al picco di produzione degli anni ’70 e ’80 il mercato internazionale dello zucchero subì un vero e proprio collasso economico. La Repubblica Dominicana, che assieme a Cuba ne rappresentava il principale paese esportatore, da una media annuale che superava il milione di tonnellate si ridusse a produrne meno di 300 mila. La grave crisi cui dovette far fronte il Consejo Estatal del Azùcar (CEA) si risolse in pochi anni con la decisione affittare la quasi totalità delle piantagioni e i rispettivi zuccherifici statali a diversi investitori privati, perlopiù a capitale straniero.

2Tra questi si distinse in modo particolare la compagnia guatemalteca Campollo, che dopo essersi aggiudicata il maggior numero di terre, strinse un proficuo accordo commerciale con il gruppo Vicini, famiglia di origini italiane tra le più ricche e potenti del Paese, con interessi economici in svariati settori, dal turismo alla finanza, dal mercato immobiliare ai media, oltre che nell’industria dello zucchero, di cui possiede la più grande e antica fabbrica di raffinamento, l’Ingenio Cristobal Colòn,  attivo sin dal 1921. Ciò che ne risultò fu a tutti gli effetti una situazione di monopolio oligarchico e, a pagarne letteralmente il prezzo, come prevedibile, furono i braccianti haitiani.

Molti di questi, dato il calo di lavoro – e di salario -, abbandonarono le piantagioni di canna per stabilirsi nei vicini centri urbani, cercando di che vivere nel lavoro informale, vendendo prodotti d’artigianato o frutta di stagione da loro stessi raccolta, e approfittando del crescente turismo. Molti altri, invece, rimasero neibateyes, perché, nonostante tutto, un po’ di lavoro c’era, o perché lì avevano messo su famiglia, o ancora perché non disponevano nemmeno del denaro sufficiente per pagarsi il viaggio per andarsene, o perché la speranza di trovare una vita migliore era già stata tradita una volta e non avevano più la forza per crederci di nuovo, o, molto spesso, per tutti questi motivi insieme. Così sono migliaia gli haitiani che ancora popolano i tantibateyes dispersi tra le immense piantagioni di zucchero, dove lavorano più di dieci ore al giorno, tagliando anche 3-4 tonnellate di canna per l’equivalente di pochi dollari, appena sufficienti per una ciotola di riso e una manciata di fagioli, quanto basta per tirare avanti un altro giorno.

Senza più sogni, le notti scorrono veloci dentro i barracones, vere e proprie baracche in legno, lamiera o cemento, composte da una serie di stanze singole, spesso prive di finestre, il cui unico arredamento consiste di quanti più letti a castello possono starci. Ma non di rado ci si accontenta anche di un semplice materasso in gommapiuma steso sul pavimento. Dormono fino a 7-8 braccianti in un ambiente che spesso non raggiunge i 10 metri quadrati, senza luce elettrica, acqua corrente e gabinetto, in condizioni igienico-sanitarie indescrivibili. Qui le giornate iniziano presto, ben prima del canto del gallo.

“Ci svegliamo alle 4 del mattino”, mi spiegano, “alle 5 passa il pullman della compagnia a prenderci e alle 6 stiamo già tagliando la canna”. Il lavoro si protrae anche per 12 ore, sotto il sole cocente così come sotto i frequenti temporali che abbondano con l’inizio della stagione delle piogge. Sono passati solo pochi giorni da quando un fulmine ha carbonizzato un lavoratore haitiano di 54 anni, colpito in pieno mentre stava tagliando canna con il suo machete. Tutti continuano a ripetermi che è un lavoro duro, sfiancante e pericoloso”.

4“Ci vedi partire belli dritti la mattina e quando si fanno le 9 o le 10 siamo già tutti tremolanti…perché partiamo digiuni, senza far colazione e senza dietro niente da mangiare…è il diavolo stesso che ci ha portati qui!”, si sfoga Pedro, che incalza: “tutto questo è una schifezza! Quando finirà la schiavitù in questo paese? Qui c’è la schiavitù ancora…con una parvenza democratica…ma quale maledetta democrazia soffrendo la fame della storia?…Democrazia con fame? Democrazia con miseria? Democrazia con tutti i problemi del mondo? Se non cambia niente qui succederà qualcosa…non lo voglio io, non lo vogliono loro, non lo vuole nessuno…ma qui stanno provocando…perché non si sopporta più! Bisogna pagare il lavoratore, perché per il milionario e per l’alto funzionario qui c’è denaro! È per noi che non c’è! Siamo noi che facciamo il lavoro duro nei campi, nella canna! Siamo noi! Non sono loro a sudare! Siamo noi che alle 4 del mattino siamo già in piedi…e che non possiamo vedere nemmeno il rendimento del nostro lavoro?! Che altri vengano a beneficiarsi del sudore della nostra fronte?! È una vergogna!”. “Stanno abusando di noi lavoratori”, aggiunge un ragazzo. E come dargli torto? Stremati dalla fatica, dal caldo e dalla fame, quando la sera i braccianti rientrano al batey, tutto quel che hanno guadagnato finisce direttamente al negozio degli alimentari, dove alcuni addirittura si indebitano.

Il sistema di retribuzione del consorzio Campollo-Vicini infatti è alquanto curioso. Ufficialmente i lavoratori vengono pagati per tonnellata di canna tagliata, ma il prezzo non è chiaro a nessuno. Alcuni dicono che per quella quantità ricevono 135 pesos (2,35 euro), eppure altri sostengono che ne ricevono 125, ed altri ancora solo 110. Infine, qualcuno assicura che sono 100 i pesos pagati per tonnellata. La verità, come confessano rassegnati tanti altri, è che non si sa: “Nessuno lo sa…nessuno…quando arriva il sabato…andiamo al Centro Paga e quello che ci danno prendiamo…”.

Centro Paga, Batey Nuevo, Quisqueya. A intervalli regolari di circa 20-30 minuti decine di braccianti haitiani vengono fatti scendere dagli autobus dell’impresa all’interno dell’area recintata in cui si trova la piccola costruzione in cemento adibita ai pagamenti, ben protetta da alcuni agenti di polizia e sicurezza privata. Grazie alle conoscenze del mio accompagnatore, un colonnello di guardia mi concede il permesso di entrare, così senza perdere altro tempo comincio a scattare qualche fotografia. Intanto, i lavoratori che si apprestano a ricevere il frutto delle ultime due settimane di lavoro, consegnano le loro tessere identificative a un addetto della compagnia che a sua volta si incarica di spartirle fra i 3 impiegati seduti dietro al vetro di protezione dei rispettivi sportelli.

1In men che non si dica ha inizio il tanto atteso appello. Uno ad uno i lavoratori vengono chiamati a ritirare laquincena, e altrettanto velocemente il malcontento si diffonde tra i braccianti. Occhi increduli fissano la ricevuta per minuti interi in cerca di qualche spiegazione che chiarisca l’equivoco, ma la realtà è ben scritta su quel piccolo foglio rosa. Tuttavia ci vuole poco per rendersi conto di come questa realtà sia molto diversa da quella ufficiale. Di tonnellate infatti nemmeno l’ombra. Ciò che viene riportato sulla ricevuta invece è il numero dei bocados, letteralmente ‘bocconi’.

Così, un giovane lavoratore mi spiega che quando tagliano la canna, questa va raggruppata in mucchi di medie dimensioni comunemente chiamati bocadosaffinché la gru della compagnia possa poi raccoglierla con maggiore facilità e dunque caricarla sui camion che la trasportano alla fabbrica. In teoria, tre bocados equivalgono ad una tonnellata. Questa almeno era l’equazione stabilita dai Campollo prima che iniziasse la stagione del raccolto. A distanza di poche settimane, tuttavia, l’impresa sembra averci ripensato. Adducendo come giustificazione la difficoltà di stabilire l’esatta dimensione del mucchio di canna, ora ci vogliono anche anche 6 o 7 bocados per fare una tonnellata. Per questo, anche se Edoardo dice di averne accatastati 50 di bocados, sulla ricevuta ne sono riportati solo 36. Eppure non sembra meravigliarsene più di tanto, così gli chiedo se è la prima volta che capita. “No! Sempre succede! Sempre…non mi danno mai quello che mi spetta…”. Accanto a lui altri due ragazzi contrariati sostengono di aver tagliato rispettivamente 110 e 146 bocados, ma la ricevuta che agitano con rabbia ne attesta appena 99 in un caso e 126 nell’altro. “Questa gente sono dei ladri”, urla qualcuno prima di confidarmi che “c’è un ragazzo, là, che sulla ricevuta c’è scritto 2000 e passa pesos, e quando ha aperto la busta ne ha trovati 1500…”. Anche questo sembra essere all’ordine del giorno. Alcuni infuriati continuano a ripetere che non hanno intenzione di accettare la busta, che intendono reclamare, ma qui al centro paga nessuno è autorizzato a dare spiegazioni. Per le contestazioni è necessario recarsi all’apposito ufficio di Quisqueya, il lunedì; cosa che non solo implica perdere un giorno di lavoro, ma anche sostenere le spese del viaggio, per poi sentirsi rispondere, nel migliore dei casi, che la ricevuta parla chiaro e restare dunque letteralmente a bocca asciutta.

“Se tu dici una cosa, loro dicono il contrario. È la tua parola contro la loro. Ma la loro vale di più. Allora è meglio stare muti, come i pesci, non dire niente. Ma non è che io sono stupido! Capisci? Non è che uno le cose non le vede. Gli occhi vedono, ma la bocca ben chiusa…ci sono tante cose che non vanno bene qui”.

5È Benito a parlare. Che poi aggiunge: “non si può dire niente perché la canna è loro, le terre sono loro, noi lavoriamo per loro, e dobbiamo accettare quello che dicono loro…”. Mentre intervisto altri lavoratori avverto alcuni movimenti tra gli addetti ai pagamenti. Intuisco che la mia presenza comincia a risultare poco gradita, e in effetti trascorrono pochi minuti quando un agente di sicurezza mi afferra per un braccio e in tono sommesso mi assicura  – ma sembra più un’intimidazione – che “va bene così”, dunque, molto cortesemente, mi invita ad uscire.

Forse è vero. Forse va davvero bene così. Anzi, va proprio bene così. Certo, non per le migliaia di migranti haitiani che sopravvivono giorno dopo giorno in condizioni di neoschiavismo, soffrendo la fame, gli abusi sul lavoro e le violazioni dei più elementari diritti umani. Non per i loro figli, cresciuti alla scuola della miseria, vittime facili di malnutrizione e malattie, destinati a ricevere come unica eredità un conto in debito al negozio degli alimentari e un machete con cui illudersi di poterlo saldare. Non per le loro mogli, diventate madri quando ancora bambine, invecchiate in fretta mentre risvegliavano dal sogno di una vita migliore oltrefrontiera e ormai rassegnate ad un’esistenza infame.

Non per loro, certo, che sono gli ultimi tra gli ultimi. E nemmeno per il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che proprio questo venerdì 27 settembre, ha pubblicato un dossier nel quale sostiene come la Repubblica Dominicana abbia violato gli accordi del Trattato di Libero Commercio CAFTA-DR sottoscritto nel 2007, poiché non rispetta il capitolo relativo alle direttive sul lavoro (salari minimi, ore di lavoro, sicurezza e salute; età minima per l’impiego di bambini; forme di lavoro forzato o obbligatorio). Ma in fondo che importa, se va così bene per gli affari della famiglia Campollo e della famiglia Vicini? Che importa, se va così bene per i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese nell’ultimo secolo, dal momento che non hanno mai avuto la preoccupazione di pagare un solo centesimo né di assicurazione medica, nonostante i continui incidenti sul lavoro, né di pensione di vecchiaia? Che importa, se va così bene per il mercato internazionale, che acquista zucchero dominicano a buon prezzo senza curarsi dell’immenso costo umano che questo implica per i lavoratori?

Comunidad caribeña rechaza a República Dominicana por conflicto con Haití

PROTESTA FRENTE AL TRIBUNAL CONSTITUCIONAL DE REPÚBLICA DOMINICANA

[De Revista Variopinto] La Comunidad del Caribe (o Caricom), mecanismo de integración regional de la Cuenca del Caribe, suspendió la petición de adhesión de la República Dominicana al grupo de países caribeños a causa de las medidas racistas y discriminatorias que este país ha estado implementando contra los vecinos haitianos y demás comunidades extranjeras. Muchos acuerdos de integración regional en el mundo, por ejemplo la Unión Europea o el Mercosur, incluyen cláusulas que impiden la incorporación de países, o bien los expulsan temporal o permanentemente, si estos pierden la calidad de democráticos o si sus leyes y prácticas son violatorias de los derechos humanos.

El 23 de septiembre pasado la Corte Constitucional Dominicana dictó una sentencia que ordena retirar la nacionalidad dominicana a todos los ciudadanos, nacidos después de 1929, que desciendan de personas nacidas en el extranjero. De esta forma, estos ciudadanos podrían llegar a ser expulsados y a quedarse sin nacionalidad, con base en el hecho de que sus padres o abuelos se consideran, ahora, como si hubieran estado simplemente “de paso” en la isla en la época en que empezaron a radicar allí. Esta decisión afecta potencialmente a más de 210,000 descendientes de haitianos en la República Dominicana. La suspensión de la entrada del país a Caricom fue votada por 15 países vecinos este martes 26 en un encuentro mantenido en Trinidad y Tobago.

Según la Comunidad del Caribe la sentencia de la Corte dominicana es “discriminatoria”, pues “excluye en forma retroactiva a miles de ciudadanos dominicanos, mayoritariamente de ascendencia haitiana”. El mandatario dominicano, Danilo Medina, dijo que no habría deportaciones a consecuencia del fallo. Sin embargo, su homólogo de Haití, Michel Martelly, denunció la deportación, ya consumada, de 300 personas de origen haitiano que básicamente son extranjeros en Haití, no cuentan con una familia y ni hablan el idioma. Las riñas diplomáticas y políticas entre los dos países que comparten la isla de La Española son endémicas, pero recientemente han llegado a extremarse por motivo de la sentencia.

El día 19 de noviembre sus delegaciones, con el apoyo del gobierno venezolano, sostuvieron reuniones en caracas, comprometiéndose a mantener abierto el diálogo. Sin embargo, la negociación se estancó después de unas declaraciones de Martelly, quien acusó a Medina de no tomar ningún tipo de acción contra las deportaciones y provocó la cancelación de la cita siguiente, prevista para el día 30, por parte de la delegación dominicana. La República Dominicana estima en 500mil las personas nacidas en Haití que radican en su territorio.

Kamla Persad- Bissessar, presidenta de Caricom y primera ministra de trinidad y Tobago, se declaró intencionada a involucrar en el asunto también a otros órganos supranacionales como la Asociación de Estados del Caribe (AEC) y la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC) para respaldar las sanciones de Caricom. De hecho, el ex Secretario de la AEC, Normal Girvan, afirmó que “la Caricom tiene la oportunidad de evitar una catástrofe humanitaria”. Asimismo, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) irá a la República Dominicana en diciembre para tratar la misma problemática, ya que la sentencia menosprecia las recomendaciones emitida en el pasado por la misma CIDH acerca de las leyes migratorias dominicanas.

La decisión discriminatoria de la Corte dominicana representa una etapa más de una larga historia de tensiones fronterizas, económicas, culturales y raciales dentro de La Española, entre la francófona Haití y la “hispana” República Dominicana. Por lo tanto, no parece tan fácil que se legue a una conclusión satisfactoria del conflicto en tiempos breves, aun con la presión internacional. El 6 de noviembre cientos de personas realizaron actos públicos y marchas en la capital Santo Domingo para sostener el fallo de la Corte y lanzaron la idea de construir un muro en la frontera, según el ejemplo de la valla erigida por Estados Unidos a lo largo del Río Bravo.

Las “reivindicaciones” de la gente en las plazas de Santo Domingo son las mismas que se escuchan en otras latitudes en contra de los extranjeros y migrantes, en contra de los “otros”, quienes son acusados, desde siempre, de acapararse trabajos y oportunidades, de apropiarse de recursos públicos que, supuestamente, estarían quitando a los residentes nacionales. Así, Emilio Santana, integrante de la Guardia Nocturna de San Juan en la República Dominicana, llamó al presidente a intervenir para “evitar que, de manera silenciosa y masiva, los haitianos se apoderen del territorio” dominicano y también arremetió en contra de “esas ONGs que negocian con la pobreza de los haitianos y que son unos destruye patria”. El nacionalismo revive e identifica el peligro en el “enemigo” foráneo, con el diferente y el negro.

Finalmente, la Caricom exhortó a la comunidad internacional para que apoye la aprobación, en la República Dominicana, de “medidas urgentes para asegurar que la decisión de la Corte no se aplique”. Hasta que no se tomen medidas “creíbles inmediatas”, dentro de un plan general para solucionar la problemática de las nacionalidades en la República Dominicana, no habrá marcha atrás en la decisión de la Comunidad caribeña. Fabrizio Lorusso   Twitter @fabriziolorusso

Santa Muerte Patrona dell’Umanità alla Libreria Azalai di Milano

Libreria-Azalai

Il Libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità segnalato tra le novità della libreria AZALAI di Milano che ha costruito un progetto molto interessante specializzandosi in “Sud del mondo”. E allora approfitto per segnalarla insieme al libro!

FABRIZIO LORUSSO SANTA MUERTE PATRONA DELL’UMANITA’
La morte santificata, tramutata in oggetto di culto, in una sorta di Madonna dei diseredati, dei carcerati e dei “banditi”: è il culto per la Santa Muerte, fenomeno religioso molto diffuso in Messico, ma anche in Argentina e Stati Uniti, con 10 milioni di seguaci. L’autore di questo saggio ci accompagna alla scoperta della Santa Muerte, il culto che unisce tradizioni antiche dell’America latina, folclore afro-cubano e il cattolicesimo imposto dai conquistatori spagnoli. Andando oltre i luoghi comuni che considerano la devozione per la Santa Muerte alla stregua di una setta satanica o di una religione per narcotrafficanti, si comprendono così aspetti più vasti della situazione latino americana, al di là dei pregiudizi. Prologo di Valerio Evangelisti.

STAMPA ALTERNATIVA – 272 pagine – €  15

Santa Muerte Carton

DOVE ? Libreria Azalai Milano – www.libreriaazalai.it

La libreria Azalai nasce nel 1994 nello storico quartiere del Ticinese a Milano, proponendosi come la prima ed unica libreria in Italia specializzata nelle culture dei paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina, e dell’area del Pacifico. Ciò che premeva era diffondere la conoscenza di altri modi di vivere, di pensare. Altre civiltà, punti di vista diversi da cui guardare il mondo.

  • La libreria contiene tutta la produzione editoriale relativa a questi paesi, dalla narrativa alla saggistica, dalle guide di viaggio ai libri illustrati d’arte e fotografia. I libri sono suddivisi per aree geografiche e, all’interno di queste, per singoli paesi.
  • Alcune sezioni particolari sono invece organizzate per argomento, come la medicina alternativa, l’immigrazione e il razzismo, l’antropologia, l’alimentazione e la letteratura per l’infanzia.
  • Una particolare attenzione è rivolta alle piccole case editrici di qualità.
  • La libreria offre un efficiente servizio di ricerca bibliografica per tutti gli interessati e, in particolare, per istituzioni, professionisti e studenti.
  • Un altro accurato servizio concerne la prenotazione di libri di difficile reperibilità.
  • Un piccolo ma qualificato settore di artigianato è dedicato al sostegno di progetti di sviluppo per i paesi terzi.

Azalai è stata fin dall’inizio un luogo d’incontro fra persone, idee e culture diverse: vi si organizzano regolarmente presentazioni di libri, incontri, dibattiti su tematiche letterarie e di attualità.

Il libro Santa Muerte Patrona sul Web Magazine Mi Caribe

santa muerte tatuaggio

Da Mi Caribe: La “chiesa” della Santa Morte è un fenomeno di religione popolare molto diffuso in Messico, ma ha seguaci anche in Centro America, Argentina e negli Stati Uniti, per un totale stimabile attorno a circa 10 milioni di persone.

Questo culto in Europa  è conosciuto solo da una ristretta cerchia di addetti ai lavori e da pochi iniziati presenti soprattutto nel nordEuropa.  Stiamo parlando di un rituale che è un mix di tradizioni antiche dell’America latina, di folclore afrocubano, di sincretismi come vodù e candomblè e del cattolicesimo imposto dai conquistatori spagnoli.

Un frullato di mistero, magia, miti, simboli, ribellione alla chiesa ufficiale, musica corrido, cumbia, scheletri, carretti della morte, altari macabri. Questo e altro ancora, una realtà piena di contraddizioni come lo sono il Messico, i pensieri dei vari sincretismi religiosi imperanti nel continente sudamericano, il tutto sempre molto difficile da decodificare.

Ecco allora che Fabrizio Lorusso, milanese, giornalista, ricercatore, in esilio volontario a Città del Messico da una dozzina di anni, ci viene in aiuto e ci accompagna alla scoperta di questa religione popolare  messicana  (che qualche voce importante del Vaticano ha definito un culto blasfemo) attraverso le 180 pagine del libro SANTA MUERTE – PATRONA DELL’UMANITA’  di Fabrizio Lorusso (Stampa Alternativa).

Recensione/segnalazione del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità nel Web Magazine Mi Caribe – Ass. Italiana Rapporti Culturali con Cuba e Caraibi: http://www.micaribe.it/2013/07/libri-nuovi-e-ripescati/

Le Macerie di Haiti (Libro Coming Soon)

DUE DIARI DAL CENTRO DELLA CATASTROFE, PER SPIEGARE CHE LE MACERIE DI HAITI NON SONO SOLTANTO QUELLE LASCIATE DAL TERREMOTO

Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini.

FABRIZIO LORUSSO E ROMINA VINCI – LE MACERIE DI HAITI

Riporto il comunicato stampa dell’editrice L’Erudita del libro mio e di Romina Vinci intitolato “Le macerie di haiti”, in uscita tra qualche giorno in Italia. Haiti, 12 gennaio 2010: il terremoto accende una luce sulla tragedia di un popolo abbandonato. A due anni dalla catastrofe, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci regalano i loro diari-reportage e i loro scatti dal centro del disastro. Per non lasciare che quella luce si spenga. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio 2010, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre 250.000 vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre 2011, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale.

I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. È il silenzio di un’isola incatenata alla contraddizione portata dall’ingerenza militare e culturale occidentale. È il volto di una povertà che non lascia scampo, aggravata dall’inerzia di un popolo che ormai si è arreso allo stato di emergenza perenne. È la dignità dei volontari cui viene data voce in queste pagine, per non lasciare che le loro storie cadano nell’indifferenza.

La pubblicazione di questo testo non è altro che uno strumento degli autori per aiutare Haiti: raccontare le esperienze che hanno direttamente vissuto e devolvere i diritti d’autore all’associazione Aumohd, che opera sul territorio.

Fabrizio Lorusso vive in Messico da 11 anni. È giornalista, scrittore e accademico, dottorando in Studi Latino Americani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Si dedica all’insegnamento della linguacultura italiana, della storia e politica latino americane e alla traduzione. Il suo blog personale è LamericaLatina.Net.

Romina Vinci è una giornalista nata nel 1983. Laureata in Scienze Umanistiche, insegue il sogno di una vita intesa come sintesi tra scrivere e viaggiare. Ha attraversato l’Europa, per poi spingersi negli Stati Uniti, in Libano, in Kosovo, in Afghanistan e ad Haiti. Il suo blog personale è rominavinci.wordpress.com.

Uscita: novembre 2012 – Terza/Quarta settimana del mese

Collana: L’Intrusa – Pagine: 150 (con immagini) – Prezzo: 14 euro

Ufficio Stampa L’ERUDITA Samantha Giribone –comunicazione@lerudita.com Tel. 3475341930 – www.lerudita.com

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Haiti, due anni dopo

2 anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti e la sua capitale Porto Principe venivano sconvolte dalla più grande catastrofe naturale della storia. Un terremoto di 40 secondi fece 250mila vittime e centinaia di migliaia di sfollati. 10 mesi dopo, importata probabilmente dai caschi blu dell’Onu presenti sull’isola, arrivava un’epidemia di colera che, ad oggi, ha provocato 7000 vittime e 500mila contagi. Sono cifre enormi che testimoniano le pessime condizioni di vita ad Haiti e l’insufficienza degli aiuti, o meglio l’inefficienza nel loro impiego e distribuzione per far ripartire il paese. Presento qui alcuni documenti e video per aggiornarsi un po’ su quanto succede nel paese più povero del continente americano e per aiutare. Su ONU ad Haiti e militarizzazione: LINK.

Ecco il comunicato dell’amico Italo Cassa / Scuola di Pace che trovate sul sito (DA VISITARE9  Haiti Emergency:

2 anni fa, il 12 Gennaio 2010, alle h. 16.53 locali, la terra ad Haiti esplose dirompente con un terremoto di magnitudo 7.0 a pochissimi chilometri dalla capitale Port au Prince, colpendo in modo particolarmente devastante le zone popolari della città che dalla collina di Petion Ville si estendono fino al mare. Fu un disastro che provocò centinaia di migliaia di vittime e circa un milione di sfollati, accampati in tendopoli più o meno organizzate, disseminate in tutta la capitale e nei suoi dintorni.

 Fu forte, anche per noi in Italia, l’impatto emozionale di quella tragedia, e anche la voglia di aiutare in qualche modo la popolazione haitiana. Tutta la comunità internazionale si mobilitò e anche le ONG italiane. Pochi mesi dopo un altro flagello colpì quel popolo, con una epidemia di colera non ancora del tutto debellata.

Tutti questi fatti non devono far pensare a una sorta di “flagello di Dio”, in realtà le conseguenze del sisma naturale potevano essere molto inferiori se solo si fossero attuate un minimo di norme antisismiche, e si fossero attuate un minimo di norme igieniche per la prevenzione del Colera (la cui origine è appurato sia partita da un’accampamento dei caschi blu nepalesi). Da quel Gennaio 2010 qualcosa è stato fatto… ma ancora troppo poco!

Il problema sembra essere endemico in una nazione dove la miseria, e l’organizzazione degli aiuti, realizzano un vero e proprio businnes umanitario…

Qualcosa però si muove nella società civile haitiana. Una sorta di “Primavera di Haiti” sembra essere alle porte grazie al lavoro incessante di quanti nell’isola delle Antille vogliono non essere vittime inermi delle catastrofi, più o meno naturali, e delle conseguenti campagne “umanitarie”.

Una tra le molte organizzazioni della società civile haitiana, la AUMOHD (Association des Universitaires Motivés pour une Haiti de Droits) di Port au Prince, e il suo presidente Evel Fanfan, di recente in visita anche qui in Italia, hanno scritto un “Codice del lavoro” a difesa dei diritti dei lavoratori, in un paese dove questi diritti non esistono, e il salario medio di chi lavora è di circa 2 dollari al giorno. In una recente video-denuncia del regista RAI Silvestro Montanaro, andata in onda su RAI3, si è visto che anche il nostro Console Onorario ad Haiti attua lo sfruttamento dei lavoratori haitiani, in una fabbrica attigua ai locali del consolato italiano.

Come nelle primavere arabe, anche la prossima “Primavera di Haiti” si attuerà nell’unione tra solidarietà, diritti umani e libertà. Per qualsiasi ulteriore info si può contattare il presidente di AUMOHD, Sig. Evel Fanfan:  presidenteaumohd@yahoo.fr 

Da IL PREZZO DELLA VITA di ROMINA VINCI: “Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera”. Leggi tutto il reportage di Romina Vinci da Haiti a questo LINK 

In questo video, tratto dal reportage “Dimenticateci” di Silvestro Montanaro, per il programma “C’era una volta” di Rai3, si vede come, a pochi passi dal consolato italiano a Port au Prince, nella fabbrica del Console Onorario Italiano, si sfruttino i lavoratori e le donne di Haiti.

Un altro video di 10 minuti, molto attuale e interessante, si trova qui http://it.euronews.net/2012/01/10/haiti-a-due-anni-dalla-catastrofe/