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Messico, ormai solo i blog raccontano la narco-guerra

Tra dicembre e marzo sono 4.250 i morti legati alla criminalità organizzata nel Paese – Fabrizio Lorusso – In 12 anni 122 omicidi e 324 aggressioni contro giornalisti. Ora anche i blogger rischiano la vita – Dal settembre 2011 in Messico si sono intensificati gli attacchi ai blog che si occupano di narcotraffico stampa pdf
Lucy è una ragazza messicana. Quando aveva diciassette anni ha deciso di aprire un blog. Era il 2010, nasceva El Blog del Narco. Grazie ai materiali inviati dai lettori e dagli stessi narcotrafficanti il sito racconta la violenza della guerra messicana contro le droghe e ha superato le 25 milioni di visite al mese nel 2012.
Senza mediazioni né censure il sito dà visibilità agli scempi e alla terribile quotidianità del conflitto, pubblicando testimonianze, foto, articoli e video nell’anonimato più assoluto. Il livello di truculenza non ha eguali: decapitazioni, torture, minacce, sicari in azione, vendette in diretta, rastrellamenti dell’esercito e sparatorie tra polizia federale e gangsters sono all’ordine del giorno.
Il Blog del Narco (o Bdn) è solo uno dei narco-blog nati in questi anni. Esistono anche mund0narco.com, tierradelnarco.com o narcotraficoenmexico.blogspot.mx, che insieme costitutiscono un unicum della rete, ancora avvolto dal mistero. Alcuni narco-blog famosi, come Al Rojo vivo o NarcoViolencia.Com, sono durati solo pochi mesi perché aprire pagine nelle reti sociali o siti con contenuti scottanti può costare la vita.
L’esempio più emblematico è stato il brutale assassinio di una blogger nel settembre 2011 Si parlò in quel momento di veri e propri narco-attacchi ai social network e tra i blogger si diffuse la paura. La vittima usava il nickname Nena (bambina/ragazza) de Laredo, e collaborava con dei report anonimi al portale nuevolaredoenvivo.blogspot.mx di Nuevo Laredo, città frontaliera a nord di Monterrey. La pagina diffonde denunce sulla delinquenza locale servendosi di chat tematiche: la sala generale per le denunce, la 1 per allarmi urgenti, la 2 per le situazioni d’insicurezza e la 3 per i furti d’auto.
Il blog è gestito probabilmente da militari, come ricordava il messaggio che i narcos del cartello degli Zetas hanno lasciato sul cadavere della donna: «Io sono la Nena di Laredo, sono qui per i miei reportage e i vostri e, per quelli che non ci credono, mi è successo questo per le mie azioni e per essermi fidata della marina e dell’esercito».
I media tradizionali sono sempre meno disposti a raccontare nei dettagli le trame della narcoguerra e il sistema d’impunità e corruzione che sta sotto. «La democrazia è la vera vittima degli attacchi ai media e ai giornalisti, senza informazione non c’è democrazia», sostiene il reporter messicano Genaro Villamil, e sottolinea che «si tratta di aggressioni da parte del potere politico regionale o della criminalità, in genere legata alla politica».
Il Bdn ha riempito il vuoto mediatico nei momenti più duri del conflitto e continua a farlo, dato che l’emergenza non è finita. Lucy non è il vero nome della sua ideatrice, ma è lo pseudonimo scelto presentarsi al quotidiano inglese The Guardian in un’intervista il 3 aprile scorso. «Vivo nel Nord del Messico, sono giornalista, donna, single, senza figli e amo il mio paese», ha specificato la ragazza che non può rivelare la sua identità, avendo ricevuto minacce di morte dai cartelli.
Lucy e il suo web master, sempre in movimento e in incognito per far perdere le proprie tracce tanto ai narcos come al governo, hanno raccontato tutto in un libro appena uscito negli Usa che s’intitola Morire per la verità: Infiltrati nella violenta guerra contro le droghe in Messico. Nel 2011 due collaboratori del blog furono uccisi e appesi da un cavalcavia con un messaggio: «Sarete i prossimi, Bdn».
«Quando ho finito il libro», dichiarato Lucy, «ho potuto respirare. Avevo paura di morire prima, ma ora è qui su carta come testamento di cosa abbiamo sofferto in Messico in questi anni di guerra», ha rivelato. L’offensiva militare lanciata dal Presidente Felipe Calderón all’inizio del suo mandato nel dicembre 2006 e la reazione dei narcos hanno fatto oltre 80mila morti e 27mila desaparecidos in sei anni.
Nei primi cento giorni del neoeletto presidente Enrique Peña l’agenda politica e mediatica è stata dominata dalle riforme strutturali e dal patto di governo tra i partiti principali, ma la strategia militare e i livelli di violenza restano punti preoccupanti: 4250 morti legati alla criminalità organizzata nei primi 4 mesi (dicembre 2012-marzo 2013) sono una cifra altissima, seppur in calo rispetto ai periodi precedenti.
Il Presidente è stato prudente nelle sue uscite ufficiali, evitando le altisonanti dichiarazioni di guerra cui era solito il suo predecessore e che servivano solo a gettare legna al fuoco. Un tasso di omicidi più che raddoppiato in sei anni (da 10 a 25 ogni 100mila abitanti), il progressivo sfaldamento del tessuto sociale e la perdita di controllo da parte dello Stato in ampie zone del Nord del paese sono lì a dimostrarlo.
Peña ha contato sull’aiuto delle principali emittenti televisive, TeleVisa e Tv Azteca, in genere poco propense alla critica e alla ricerca della verità. Anche i piccoli giornali locali sono costantemente sotto la minaccia dei narcotrafficanti per cui sono sempre meno le voci non ancora silenziate.
La copertura mediatica della violenza nel paese è scesa del 50% nel 2013 e le parole «cartello» e «criminalità organizzata» sono quasi sparite dalle cronache, secondo uno studio dell’Osservatorio sui processi di comunicazione pubblica della violenza citato da The Guardian.
Per il periodo 2000-2012, la Article 19, una Ong che difende la libertà d’espressione, riporta 122 omicidi, 138 minacce e 324 aggressioni contro giornalisti in Messico, un paese che negli ultimi anni è stato ai primi posti nella classifica della pericolosità nell’esercizio di questa professione in compagnia di Iraq, Pakistan, Libia, Somalia e Siria. Nel primo trimestre del 2013, dopo il cambio di governo, sono state denunciate 51 aggressioni, 12 in più dello stesso periodo del 2012.
La guerra non è finita e, per ora, nemmeno s’intravede la luce in fondo al tunnel. Il Blog del Narco e il lavoro di Lucy continueranno a ricordarcelo.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/narcotraffico-naracoblog-messico#ixzz2SAVXHNet
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La destra in Paraguay: Horacio Cartes nuovo presidente

di Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine – Domenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per 61 anni e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner tra il 1954 e il 1989. Solo nel 2008 la candidatura di Fernando Lugo, sostenuto dal conservatore Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA) e da altre formazioni di area progressista (diciamo, socialdemocratica), riuscì a dare un governo diverso al paese, anche se poi già dai primi mesi il fronte comune di centro-sinistra si sfaldò e si cominciò a sentir parlare di possibili colpi di Stato più o meno “istituzionali”. Cosa che, di fatto, accadde puntualmente l’anno scorso.
Questa volta, però, Horacio Cartes, milionario imprenditore cinquantaseiennem in politica solo dal 2009, ha ottenuto il 45,8% dei suffragi e s’è imposto sul principale rivale, Efraín Alegre del PLRA, fermo al 36,9%. L’affluenza è stata del 68,6% su 3,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto (e su un totale di 6,5 milioni di abitanti). E’ la più alta nella storia democratica del paese che ha realizzato sei elezioni in 23 anni di democrazia. Nettamente staccate le coalizioni progressiste Avanza País, al 5,88%, e Frente Guasú, con il 3,32%. Tra le file del Frente milita anche l’ex presidente e sacerdote Fernando Lugo che ha ottenuto un seggio al senato. Cartes, proprietario dell’omonima holding di 24 compagnie e laureato negli USA in meccanica aeronautica, possiede aziende nei settori più disparati: dalle sigarette al commercio di carne e bevande, dall’abbigliamento ai trattamenti contro l’obesità. Immancabile anche il suo interesse per il calcio: dal 2001 Cartes ha vinto sette campionati con il Club Libertad.
Nel giugno 2012 Lugo ha accusato Cartes, e in generale tutto il PC, di aver cospirato contro di lui, siccome venne deposto con un “giudizio politico”, un procedimento sommario previsto dalla Costituzione ma mai applicato in Paraguay. I colorados e i liberali hanno giudicato e destituito il presidente in meno di 24 ore, sostenendo che fosse il responsabile di una mattanza di contadini e poliziotti nella località di Curuguaty nonché del clima d’insicurezza nel paese.
Come espresso dal discorso tenuto da Lugo all’indomani di questo vero e proprio golpe istituzionale, il sostegno di entrambi i partiti storici e anche del Vaticano in questa torbida operazione fu palese e mirava a garantire la continuità dell’establishment tradizionale.
I Capi di Stato di mezza America Latina, specialmente quelli dei paesi membri del Mercosur (Mercato Comune del Sud) come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay, presero posizione contro il colpo di Stato e sospesero il Paraguay dai blocchi commerciali regionali per violazione delle clausole democratiche.
All’inizio del mandato di Lugo l’entusiasmo popolare per la vittoria di un “uomo nuovo” e per le promesse di riforma agraria e redistribuzione della ricchezza era alle stelle, ma scemò lentamente. L’opposizione parlamentare dei colorados e il ripensamento dei liberali, sempre più ostili al cambiamento promosso dall’outsider “sinistroide” e alla sua vicinanza con alcuni presidenti della regione come il brasiliano Lula, il boliviano Morales e il venezuelano Chávez, hanno sterilizzato l’azione di governo fino alla defenestrazione finale.
Il neoeletto Cartes resterà in carica fino al 2018, ma non potrà contare su una maggioranza parlamentare. Alla Camera sono disponibili ottanta seggi, mentre al Senato sono quarantacinque. Le stime dei risultati per la camera non sono definitive, ma quelle per il senato indicano percentuali del 36% per il PC, del 30,6% per i liberali in alleanza con i democratici progressisti, del 9,6% al Frente Guasú, del 5% ad Avanza País, mentre il resto va ad altri piccoli partiti.
Per questo da subito Cartes ha lanciato un (classico) appello all’unità nazionale e all’alleanza almeno tra i partiti maggiori per “migliorare la situazione del Paraguay, correggere il tiro e aprire nuove strade che vogliamo tutti”, ha affermato. “Dobbiamo lavorare per tutti i paraguayani perché siamo stati votati anche da elettori di altri partiti ed è un messaggio per l’unità”, ha aggiunto fiducioso.Le priorità per i primi mesi di governo (i fatidici e tanto mediatizzati “cento giorni”) sono senza dubbio la lotta alla povertà, un fenomeno che interessa circa il 60% della popolazione (di cui il 20% almeno in stato di vera e propria indigenza o miseria), e la riforma agraria, visto che secondo l’ultimo censimento nazionale l’85,5% delle terre sono in mano al 2,06% degli abitanti, una vera e propria classe di latifondisti.
Di fatto, il 15 giugno dell’anno scorso, fu la degenerazione violenta di un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti (sei poliziotti e undici contadini) e fu poi usata dai partiti per spodestare Fernando Lugo e mettere al suo posto Federico Franco del PLRA come presidente ad interim. Ad oggi le responsabilità della strage non sono state ancora chiarite dai magistrati.
Altre 4 accuse piuttosto strumentali vennero rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa ai fatti violenti di Curuguaty è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere e non da un giudice previa investigazione. Con un tempismo sospetto l’Ambasciata statunitense ad Asunción ha aumentato significativamente il suo personale nell’ultimo anno prima delle elezioni di domenica 21 aprile.
Riguardo la giornata elettorale l’Unione Europea e la OSA (Organizzazione Stati Americani) hanno accettato i risultati pur denunciando la mancanza di adempimento delle legge elettorale, la cooptazione massiccia di votanti da parte dei funzionari di partito, la violazione della legge che proibisce la divulgazione degli exit polls e, infine, l’irregolarità del comportamento del vicepresidente del Tribunal Supremo de Justicia Electoral (TSJE), Juan Manuel Morales, che domenica, prima della chiusura dei seggi, ha di fatto compromesso i risultati dichiarando pubblicamente che il rivale di Cartes, Alegre, “dovrà accettare le tendenze” che davano la vittoria allo stesso Cartes.
A livello interno (ma anche internazionale in realtà) Cartes dovrà cercare di svincolarsi dalle accuse di legami col narcotraffico che, anche da dentro il suo partito, gli sono state rivolte a più riprese, malgrado non vi siano formalmente processi aperti contro di lui.L’oppositore Efrain Alegre ha denunciato le connessioni del vincitore con il narcotraffico, oltre ad aver ricordato in campagna elettorale (con lo slogan “Contro il Paraguay delle mafie”) i tre mesi di detenzione che nel 1985 Cartes scontò per una questione di traffico di denaro.
Nel 2000 un piccolo aeroplano, immatricolato in Brasile e carico di cocaina e marijuana, venne ritrovato in una sua proprietà in territorio paraguayano, nella zona della frontiera col Brasile nota come “il prossimo Messico” ma formalmente chiamata Pedro Juan Caballero. In questa regione uno zio del politico, Juan Domingo Viveros Cartes, è stato arrestato più volte dagli anni 80 al 2012 per aver pilotato velivoli che trasportavano droghe. Cartes era amico di Fahd Jamil, noto nella triplice frontiera Paraguay-Argentina-Brasile per i suoi traffici illeciti e condannato a 30 anni in contumacia da un tribunale brasiliano per traffico di stupefacenti, evasione fiscale e riciclaggio. Jamil è stato in seguito graziato dalla Corte Suprema brasiliana, ma intanto l’amico di vecchia data è tornato prima delle elezioni, dopo 7 anni di silenzio, per “complimentarsi” con Cartes per la sua candidatura.
Inoltre nel 2004 l’impresario fu indagato in Brasile da una commissione parlamentare in quanto proprietario della Banca Amambay, accusata di riciclaggio di denaro sporco dopo la pubblicazione di un reportage basato sui report dell’agenzia antidroga americana, la Drug Enforcement Administration (DEA), e confermati da filtrazioni di WikiLeaks. Vi sarebbero quindi informazioni abbondanti nei documenti di Wikileaks riguardanti Cartes e le operazioni che lo legano al riciclaggio di denaro, al finanziamento del commercio di stupefacenti negli USA, in Brasile e Argentina, e al contrabbando di alcool e tabacco. Al riguardo le accuse di contrabbando provengono da una Commissione Parlamentare di Indagine brasiliana che ha indicato come l’azienda di Cartes Tabesa (Tabacalera del Este SA, di proprietà del nuovo presidente e della sua sorella minore Sarah) sia una di quelle che introducevano illegalmente le sigarette paraguayane in Brasile.
[Nota finale. La cartina del “Panorama politico dell’America Latina” è puramente indicativa, serve solo a dare un’idea “cromatica” dei governi del subcontinente. Personalmente non considererei “di centro” il governo messicano, ma lo farei sfumare più nel blu che nel giallo. C’è stato un po’ di daltonismo nel dipingere la mappa!]
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La mia fuga. Intervista a Cesare Battisti

Intervista di Fabrizio Lorusso. [Dopo la pausa tecnica per la ristrutturazione di Carmilla torniamo a pubblicare su una nuova piattaforma mentre la grafica del sito prende forma giorno dopo giorno. Questo dialogo con Cesare Battisti risale al 28 dicembre 2012 ed è stato registrato a San Paolo, in Brasile. Una versione più stringata di questa intervista è uscita in spagnolo sull’inserto domenicale del quotidiano La Jornada di Città del Messico. Nel gennaio 2013 è uscito in Brasile (e uscirà prossimamente in Francia) il libro dell’accademico argentino Carlos Lungarzo intitolato Os cenários ocultos do caso Battisti (Gli scenari occulti del caso Battisti). E’ un saggio piuttosto completo, scritto da una prospettiva brasiliana: parte dai dibattiti che coinvolsero la Suprema Corte, il Partido dos Trabalhadores (PT), l’opinione pubblica e l’ex presidente Lula nella decisione di non estradare Cesare Battisti e poi identifica gli scenari “nascosti” della sua vicenda politica e giudiziaria. A questo link c’è la traduzione in italiano dell’articolo di Tarso Genro, ex ministro della giustizia del Brasile, sul libro di Lungarzo e sul “caso”. Quest’intervista, chiamata “La mia fuga” (“Ma cavale” in francese) come un romanzo di Battisti del 2006, tocca in parte questi punti, ma cerca soprattutto di comprendere e di dare una visione più ampia sulla vicenda storica, umana e letteraria. F. L.]F. L.: Sono passati due anni dalla decisione del presidente Lula che ti ha rimesso in libertà. A cosa ti dedichi ora?
C. B.: Ti avviso, senti, mi sono quasi scordato l’italiano ed è un problema! Ora mi sto dedicando a sistemarmi a San Paolo, quindi preparo l’appartamento che ho appena affittato ed è completamente vuoto. Il punto è che dopo più d’un anno e mezzo che sono uscito dal carcere, praticamente solo adesso sto cominciando a entrare nell’ordine di idee che sono uscito, cioè fino ad ora non mi sono sentito come una persona che stava “affrontando” la libertà.
Come sono andate le presentazioni del tuo nuovo libro “Face au mur” (Faccia al muro)?
Sì, ho fatto diverse presentazioni in varie città. Tra l’altro non ho mai firmato tante dediche come qui, ma in pratica è perché si riunivano tante persone ad ogni presentazione. Era più un evento su Cesare Battisti che sul libro in realtà. Quindi per esempio un autore medio in Francia quando autografa 50 libri ha fatto un gran lavoro, ci vuole molto tempo, ci si conosce e si parla, e qui sono arrivato a firmarne 300, cosa mai successa davvero e che non corrisponde alle vendite del libro perché il libro non è praticamente distribuito.
Oggi qual è il legame tra la tua vicenda editoriale e quella mediatica e giudiziaria?
Al contrario di quello che si pensa, cioè che l’importante è comunque parlare di qualcuno, questo non è vero. Mi hanno completamente distrutto, hanno costruito un’immagine infernale che mi sta impedendo di vivere e ricominciare a vivere e soprattutto vendere libri. E’ controproducente al 100%, è orribile e non avrei mai immaginato che potessi avere tanti problemi a causa di un’immagine creata dai media in tutti questi anni. Di solito quando vado a presentare un libro in una città c’è un’organizzazione fatta dalle persone e dai gruppi di appoggio che mi hanno sostenuto in questo periodo perciò è normale che ci siano due o trecento persone o più presenti. Ma se il libro fosse in libreria, semplicemente non venderei nemmeno il 5% di quello che vendo in Francia perché il libro di Battisti non si compra perché è del mostro.
Un boicottaggio editoriale o della distribuzione?
Mah, qui in Brasile, sicuramente c’è un boicottaggio della distribuzione perché chi monopolizza la distribuzione è un gruppo che si chiama Avril fondato da un italiano, già morto, che si chiamava Civita. Questo gruppo è il mio peggior avversario in Brasile. Tutte le riviste, i giornali e i media di questo gruppo mi hanno massacrato durante quattro anni. Parlo di distribuzione, non dell’edizione. Il mio miglior libro, semplicemente, non è in libreria.
In “Faccia al muro” in pratica parli dell’esperienza brasiliana in modo autobiografico.
Faccia al muro è l’ultimo di una trilogia che cominciò con un’autobiografia totale che si chiama Ma cavale (La mia fuga). L’ho cominciato a scrivere fuggendo dalla prigione nel 2004, in un momento di disperazione totale dove non capivo quel che stava succedendo e quindi da un paese all’altro, da un porto all’altro, e in tutto il percorso da Parigi fino ad arrivare al Brasile e poi qui ho scritto questo libro cercando di capire che cosa mi stava succedendo. Quindi con una certa distanza non solo emotiva e psicologica, ma anche materiale e fisica, cercavo di vedere un po’ cos’è successo in quegli anni lì. Quindi per la prima volta ho cominciato a rivedere gli anni 70 con una certa obiettività, anche con una certa esperienza di scrittore, una maturità che già avevo. Quindi diciamo, come scrittore già un po’ più riconosciuto, che sa usare anche certe tecniche, ho scritto quel libro che è autobiografico, anche se poi nella seconda parte non son più riuscito a continuare con la prima persona e passo alla terza per distaccarmi. Il secondo, uscito solo in Brasile, si chiama Essere bambù. E’ in pratica una via di mezzo, con questo personaggio che sono io, da clandestino qui in Brasile e anche in altri paesi: è la vita di un clandestino ultracinquantenne con tutti i problemi che ci possono essere. E’ più introspettivo, la lettura non è tanto scorrevole, ma entro di nuovo nel genere, nella finzione del romanzo, pur mantenendo ancora la parte autobiografica.
Sono scritti in francese?
Sì, tutti e tre, e sono pubblicati in Francia e in Brasile.
Perché in francese?
Non è stata una scelta. A un certo punto non riuscivo più a scrivere in italiano e mi son reso conto che stavo scrivendo in francese dopo una ventina di pagine! Parlo del primo libro. Il terzo l’ho scritto quando stavo in prigione, a Brasilia, ed è un libro che si riavvicina quasi totalmente al mio genere di scrittura, la finzione, usando la realtà come un trampolino, ma anche come una finzione che diluisce la realtà. Nel senso che quest’ultima è più forte della fantasia, in generale. Se noi scrivessimo le cose così come esistono nella realtà, forse nessuno le leggerebbe o ci crederebbe, perché nessuno vuole sapere quale situazione sta vivendo, la durezza della situazione e della vita stessa, nessuno vuole “essere trattato da cretino” ed è meglio, come dire, pensare che il cretino sia il proprio vicino e non lui. Volevo parlare del Brasile, ma non potevo farlo con un libro da turista, come uno che viene qui per due mesi, parla di un paese e fa un libro magari con un’irresponsabilità enorme. E ne vediamo tanti nei supermercati così. Allora faccio parlare del Brasile, dando voce ai detenuti.
Che significa raccontare un paese dal carcere?
Non è stato Mandela che ha detto che per conoscere un paese, bisogna conoscere le sue prigioni. Beh, allora, questo non lo sapevo mentre scrivevo, l’ho scoperto dopo. Ho scoperto il Brasile attraverso la voce dei detenuti brasiliani. Il Brasile fisicamente e anche come cultura. Perché una persona che sta in carcere ha una sensibilità tale, uno stato emotivo così forte che può comunicare delle cose che sono uniche, che per strada, in libertà, tu non avrai mai. E se riesci a cogliere quei momenti, puoi penetrare un universo che altrimenti non riuscirai mai a penetrare. Conosciamo l’opera di Dostoevskij che è una prova fondamentale di questo. Avevo voglia di parlare di questo paese perché avevo già passato quasi tre anni qui da clandestino, clandestino tra virgolette perché tutti sapevano che stavo qui. Il paese mi aveva trasmesso qualcosa di strano, di misterioso. Mi rigettava, ma allo stesso tempo mi attirava. Quindi credo di aver cominciato a capire un po’ cos’è il Brasile in carcere. Siccome io scrivo storie, romanzi che sono sociali, ho scelto storie di detenuti non casualmente, ma in modo che mi permettessero di conoscere il paese e certe sue culture, dato che questo non è solo un paese ma un continente, e allo stesso tempo di denunciare certe situazioni e capire che cosa stavo facendo io qua. C’è quindi la mia storia dal momento in cui arrivo in Brasile fino all’arresto, ma contemporaneamente sono già in galera, c’è un flashback, sto nel cortile con altri reclusi, li vedo uno a uno e racconto la storia di ognuno di loro. Quindi sono storie che s’incrociano e c’è un filo conduttore tra tutte, sono sempre storie d’amore perché affianco a un uomo c’è sempre una donna e, soprattutto in prigione, la donna assume un ruolo importantissimo, un ruolo quasi feroce. E quindi il filo conduttore è l’amore, una donna. Sono storie d’amore che legano il protagonista, in questo caso io, e i protagonisti delle storie frammentate che sono quelle dei detenuti per cui ognuno di loro racconta le vicende della propria terra, della propria regione e della propria cultura.
Ora che sei fuori da quasi due anni, cosa ti aspetti dal futuro?
E’ un po’ come se fossi uscito dal carcere ieri. Ho sottovalutato i danni psicologici e fisici che ho subito durante tutto questo tempo. Ero uscito con l’atteggiamento di uno che pensa di avere ancora vent’anni. Insomma, a vent’anni faccio tre anni e mezzo di prigione, esco e ricomincio a vivere. Ma non ho più vent’anni, ne avevo 55 e ne ho 58 adesso, e mi sono reso conto che ero quasi una rovina. Quindi ho agito incoscientemente come se avessi ancora l’energia, la forza e l’età di prima ed è per questo che in un anno e mezzo non sono riuscito a concludere niente o quasi. Non sono riuscito a sfuggire alle prese della persecuzione italiana che è feroce e ancora non abbassa le armi, che investe influenze e soldi, risorse umane e tecniche. Pensavo di poter sfuggire a questo con una certa facilità e mi sono accorto di aver sottovalutato le loro forze e sopravvalutato le mie. C’è voluto quasi un anno e mezzo e l’intervento di una marea di amici e compagni per tirarmi fuori da questa situazione.
Già uscendo di prigione hai temuto o pensato di avere pericoli per la tua incolumità?
Per come s’intende la cosa, si pensa sempre che io dovessi temere aggressioni fisiche in Brasile. Si sbagliano tutti, non è successo, non vedo un pericolo di questo tipo qui. I miei avversari avevano altre intenzioni: demolizione psicologica. Cosa che io e anche altre persone che mi sostenevano non avevano considerato abbastanza, ma, in effetti, esisteva ed esiste un piano di demolizione psicologica forte.
In che consisterebbe?
Creare una situazione d’instabilità, d’insicurezza, di delirio, di panico, d’isolamento, di sabotaggio, tutto questo. Sarebbe attraverso la tecnologia, pressioni, influenze politiche.
Qual è il tuo status attualmente in Brasile?
Ho un visto permanente di immigrante, o meglio, ho un numero di permesso permanente in tasca, però per ragioni misteriose il documento materialmente non mi è stato dato.
Quali ragioni sarebbero?
Ci sarebbe qualche autorità influenzata dall’estero che può bloccare il documento in modo illegale. Questo spiega un po’ il potere che hanno i miei avversari qui, cioè riuscirebbero a far desistere l’amministrazione dall’adempiere un ordine dell’esecutivo. Insomma il governo mi dà un documento, ma ci sono forze straniere che in teoria riescono a bloccare un’ordinanza dell’esecutivo brasiliano.
Visto che l’intervista è per il quotidiano messicano La Jornada, volevo ricordassi l’epoca messicana. Come e quando sei arrivato in Messico?
Sono stato là dal 1981 al ’90. Sono arrivato da Parigi come tante altre persone che non potevano restare in Francia. Alcuni sono andati in Africa, io in Messico. E sono stato accolto da alcuni compagni del sindacato universitario della UAM, [Universidad Nacional Metropolitana di Città del Messico], il SITUAM [Sindicato Trabajadores UAM]. Nella stessa unità i cui stava il Subcomandante Marcos, una sotto-facoltà di grafica a Xochimilco. Il Messico ha rappresentato la vita, perché lì ho costruito: una moglie, i figli, il nucleo familiare, il lavoro. Fino ad allora non avevo mai avuto una “vita normale”, ero clandestino e solo. In Messico ho cominciato a sapere cos’è la normalità, ho cominciato a lavorare a scrivere, lì ho scritto il mio primo libro.
Qual è il tuo primo libro?
Eh, non lo posso dire, perché c’è una polemica grande sulla paternità, non vorrei tornare sul tema. Il mio primo libro, scritto in spagnolo e uscito in Francia e in Italia allo stesso tempo, si chiama “Travestito da uomo” o Les habits d’homme in francese. L’ho scritto in spagnolo e l’ho tradotto io stesso all’italiano. Il Messico è stato il paese che mi ha formato come adulto, tanto che nel secondo processo di estradizione dalla Francia, paese in cui sono nati i diritti dell’uomo, sono riusciti a processare la stessa persona, io, per gli stessi motivi due volte. Nel secondo processo il Pubblico Ministero è riuscito a dire: “ad ogni modo a quest’uomo non piace la Francia, lui dice sempre che il suo paese è il Messico”, tanto per dire cosa rappresenta il Messico per me. In parte aveva ragione.
Hai parlato di Marcos e degli zapatisti nel libro “Buena Onda”, cosa sai di quell’esperienza? Recentemente l’EZLN è ritornato sulla scena, anche se in realtà non era mai sparito.
Il romanzo è fiction. Marcos, quando io ero in Messico, stava nel nordest, nella zona del Tamaulipas. Ho sentito della loro ultima marcia del silenzio in dicembre. In Francia sono rimasto in contatto coi messicani, con dirigenti che facevano parte dei comitati internazionali dei vari gruppi, quindi ero informato su quanto succedeva. Chiaro, non sapevo cosa sarebbe successo in quel famoso 1994 a San Cristóbal, ma ero al corrente di quello che è successo dopo coi contatti che erano rimasti.
Ricordi qualcuno in particolare dell’epoca messicana?
Basta prendere il comitato di redazione della Rivista Via Libre e ci sono tutti.
Esiste ancora la rivista?
Era stata fondata in Messico nel 1986, è andata avanti due o tre anni, ma oggi non funziona più. Era stata riaperta da me grazie a un sito internet nel 2001, ma dopo il 2004 s’è spento.
Ci collaborava anche lo scrittore Paco Ignacio Taibo II? Lo conoscevi?
Sì, lo conosco, non ricordo bene, ma credo abbia collaborato con qualche articolo, anche se non aveva a che fare direttamente con la rivista.
Nel romanzo “Avenida Revolución” parli di Milano, di Tijuana e di Città del Messico, cioè il famoso D.F. (Distrito Federal). Che hanno in comune queste realtà?
E’ un libro che pensavo nessun editore avrebbe accettato. Ho scritto scatenato tutto quello che avevo voglia di scrivere. E’ un delirio, in tutti i sensi. E’ la decadenza, la rovina, il sogno e il cliché moltiplicato. Non saprei, non sono riuscito a descrivere mai cosa volessi dire in quel libro, ma è quello che mi piace di più. Se non riuscirò a scrivere il Libro con la L maiuscola, penso che questo possa essere Avenida Revolución.
Tijuana e Milano, che rappresentano?
C’è una specie di cataclisma di tutti valori, una specie di mondo che sta marcendo, ma dal marcio può rinascere la vita. Innanzitutto è portare all’estremo un’idea o uno dei fili conduttori o soggetti dei miei libri, cioè il fatto che non è l’uomo che crea le circostanze, ma il contrario: le circostanze creano l’uomo. Quindi prendere una persona e metterla in una situazione che è completamente inimmaginabile per lui e vedere che succede. Da Milano a Tijuana. Da Milano, in cui il protagonista fabbrica dolcetti, a Tijuana. Però allo stesso tempo c’è una Milano in cui è successo un cataclisma, un disastro. E’ piena di simboli, i poliziotti si chiamano con lo stesso nome ed è piena di nani. C’è la storia dei muri: si ricominciano a costruire i muri come nelle antiche cittadelle. Il muro di Israele, per esempio, è stato costruito dopo quel libro.
Possiamo parlare di Puerto Escondido?
Ho vissuto in varie parti, mia figlia è nata a San Miguel de Allende, ma diciamo che se devo considerare dove è cresciuta mia figlia, di dove si sente lei, è a Puerto Escondido, dove c’erano la casa e la spiaggia. La prima spiaggia che ho conosciuto in Messico era Puerto Escondido e c’ero andato con un amico di Marcos.
Si può dire chi era?
Si può dire, si chiama David Villa Rueda. Il fratello è famoso, lo chiamano El Negro, un leader sindacale.
Il film “Puerto Escondido” di Gabriele Salvatores ha a che vedere con la tua storia?
Chiaro, il personaggio sono io. L’attore che ha interpretato il mio ruolo [Claudio Bisio] voleva anche incontrarmi al centro culturale dell’Ambasciata di Parigi, ma poi quando stavamo per vederci mi sono accorto che stavo entrando in territorio italiano e non sono voluto entrare…
Visto che il Messico era il paese in cui comunque potevi e volevi stare, perché sei andato via? Com’è stato il passaggio nel 1990 dal Messico alla Francia?
Per varie ragioni. La prima era che volevo recuperare la mia identità perché qualunque cosa avessi fatto, avrei perso tutto, perché non potevo presentarmi pubblicamente. Infatti, le autorità messicane, anche se sapevano che io ero lì, non mi permettevano di presentarmi, di dare la faccia.
Eri clandestino in Messico?
Sì, le autorità sapevano. In caso mi fosse successo qualcosa probabilmente mi avrebbero mandato in Nicaragua invece di mandarmi in Italia, solo che non volevano saperne niente di rifugiati italiani, come adesso, come mai. Erano tanti e ce ne sono ancora. Insomma sono andato via perché volevo recuperare la mia identità in Francia dov’era possibile ed è successo. Sono tornato, mi son fatto 3-4 mesi di carcere, di routine, per il processo di estradizione nel 1990. Ho chiesto di usufruire della dottrina Mitterand come tutti gli altri. L’estradizione è stata negata, ho avuto il permesso di soggiorno, prima, e poi la naturalizzazione.
Hai cominciato in Francia a pubblicare?
Prima di arrivare là non avevo mai pubblicato un libro. Vivacchiavo in Messico, dove ho cominciato a lavare i piatti nei ristoranti e ho fatto un po’ di tutto. Da autodidatta là ho iniziato con articoli nelle sezioni culturali di quasi tutti giornali. A parte l’Excelsior mi sa che li ho fatti proprio tutti, addirittura anche riviste di moda. Scrivevo qualsiasi cosa, dovevo vivere, pagare l’affitto e avevo una moglie e una figlia, quindi facevo di tutto. Poi abbiamo cominciato a mettere su questo gruppo, è nata la rivista, è nata la Biennale del Manifesto che ancora esiste, credo, ed era la prima dell’America Latina. E lì ho cominciato ad avere uno stipendio, avevo lo stipendio della rivista, un ufficio, cominciavo… Solo che ero giovane, avevo trenta e poco più anni, avevo un’energia incredibile, continuavo ad organizzare cose, eventi culturali, ma ogni volta che dovevo dare la faccia non potevo.
Cos’era questa biennale?
La Biennale del Manifesto, dell’Affiche e di disegno grafico. E’ una fiera internazionale periodica. In America, tranne in Colorado, non ne esisteva nessuna.
E poi in Francia?
Ho cominciato una vita normale, con i documenti. Ho avuto la naturalizzazione francese che però mi è stata ritirata prima di darmi il passaporto. Perché già nel 2003 l’Italia stava facendo manovre per farmi estradare. Quindi il ministro della giustizia francese, per decreto, illegalmente, mi ha cancellato la naturalizzazione, cosa che non si poteva fare perché la decisione sarebbe dovuta passare da un procedimento giudiziario della giustizia francese. Pertanto abbiamo fatto causa con l’avvocato e avrei diritto oggi alla nazionalizzazione francese, siccome abbiamo vinto la causa. Ce ne stiamo occupando adesso.
Tornando ai libri, “Ma cavale” è autobiografico, tu racconti anche gli anni settanta, l’epoca francese e poi la fuga.
Quel libro comincia quando sto fuggendo dalla Francia. Poi torno indietro e cerco di spiegare, di spiegarmi, gli anni settanta, ma con una certa sincerità, cioè non sto più cercando storie. Ero in una situazione tale, in una merda tale che non capivo più che cosa stava succedendo, davvero. E allora sto dicendo, ma perché tutto questo?
C’erano delle condanne, ma tu che risposta ti sei dato?
Che io dovevo smetterla… Ho avuto un po’ di successo in Francia, mi hanno aperto le porte dei mass media e io ho approfittato di ogni occasione per attaccare l’Italia, per denunciare quello che stava succedendo, per dire che c’erano ancora prigionieri politici in Italia, per parlare di quello che era successo, eccetera. Niente di peggio di quello che già Cossiga aveva già detto in televisione, ma solo che detto da Cesare Battisti… E dici, perché io? Era molto più pericoloso un Toni Negri, per esempio, che scrive su queste cose. La differenza enorme è che Toni Negri scrive documenti e un documento, tra virgolette, non è un’opera d’arte, è parziale, è politico e puoi dire quello che ti pare, ma è politico. Invece un pittore o uno scrittore che dicono la stessa cosa sono pericolosi, principalmente quando perdono la prudenza e parlano troppo e cominciano a tirare in ballo nomi e personaggi, come per esempio nominare Berlusconi e parlarne oltralpe. Non pensavo che un paese come la Francia, però, potesse fare una cosa del genere, come giudicare due volte la stessa cosa.
Ti sentivi sicuro in Francia?
Tutti mi avevano avvisato, “calmati, stai buono”, anche dall’Italia, da dove arrivavano minacce. Non mi stavo rendendo conto della portata della cosa, del calibro della situazione, e stavo agendo come un incosciente. E’ sempre importante dire che questo personaggio fabbricato, questo “Cesare Battisti dal 2003 ad oggi” non esiste, è un personaggio completamente fabbricato, e non c’entra niente con la realtà. Io non son mai stato leader di niente, a quell’epoca ero ragazzino e gli altri avevano quindici anni più di me, figurati se ero leader di qualcosa. Questo personaggio è stato completamente costruito da zero. Sono andati avanti fino al punto di non ritorno e adesso non possono più tornare indietro e dire che non era così… Cioè l’Italia ha preso uno schiaffo dal Brasile, per cui non poteva più tornare indietro. E’ l’Italia che quasi quasi dice al mondo intero che non c’è mai stata guerriglia in Italia, che Cesare Battisti era un bandito e ce n’erano, non so, altri dieci o quindici che hanno ammazzato Moro. Come si fa a tornare indietro?
Parlando dell’Italia. Allora che tipo di democrazia pensi ci fosse negli anni settanta e ottanta in Italia?
Se per democrazia parliamo di elezioni libere, di suffragio universale, eccetera, dico che c’era. Però in Italia c’era un paese semi-governato dalla mafia.
In che senso?
In senso politico ed economico, non lo dico solo io, lo dicono anche alcuni processi, per esempio. Un sistema che si reggeva su accordi politici, nazionali e internazionali, su contratti e legami anche perversi. Un’Italia considerata il terzo mondo dell’Europa, paese di migranti dove per ogni italiano in Italia ce ne sono tre all’estero, dove negli anni sessanta ancora in Germania c’erano cartelli nei bar con scritto “proibita l’entrata agli italiani e ai cani”, ed è un’Italia che poi si crede tanto ricca da permettersi di buttare a mare gli immigranti albanesi o africani. Non c’è niente di peggio che ricordare a un nuovo ricco il suo passato povero e diventerà il tuo peggior nemico. Questo non me l’hanno mai perdonato perché l’ho scritto. E ho anche la foto di quel cartello dei bar. Chi lavorava nelle miniere sotto terra in Belgio, in Francia o in Germania? Gli italiani. Chi erano gli africani e gli arabi degli anni 50 o 60? Chi ha sostituito gli schiavi qui in Brasile nelle piantagioni di caffè? Gli italiani che sono arrivati qui nel 1865 e hanno preso il posto loro, dei neri. Vai a ricordare agli italiani cos’era l’Italia che non riusciva a mangiare e vediamo cosa risponde la milanese con pelliccia di visone. C’erano più pellicce in Italia che in Canada…
Ti definivi militante, come ti definiresti allora oggi?
Mi chiedo come si faccia a non essere militante. Qualsiasi cosa io faccia, qualsiasi atto o argomentazione sono il risultato di un pensiero, di una struttura psicologica e di principi che sono là e che non possiamo togliere. Quindi restano militanti. Possiamo cambiare idee e mezzi, le forme, ma ecco certe convinzioni, come per esempio che il capitale non sia proprio la cosa migliore del mondo, sono quelle e non ci si potrebbe convincere del contrario. Sono un militante, anche se qui in Brasile non posso fare politica. E’ una delle norme che mi hanno applicato.
Quali sarebbero i valori che restano?
Sono gli stessi di sempre secondo me, solo che ogni cosa nel proprio contesto storico, con una maturità, intelligenza e sensibilità differenti. I tempi cambiano, tutto cambia, e quindi si devono adattare le proprie idee, i propri pensieri, la propria struttura mentale alla realtà. Secondo me resta la giustizia sociale, l’uguaglianza, che va insieme alla libertà, perché in questi pseudo-paesi avrebbero dovuto costruire il comunismo, questo non è mai esistito. Prima di tutto perché non era possibile costruire il comunismo in paesi con povertà, questo si costruisce con la ricchezza non con la miseria. Quindi ci sono magari alcuni paesi del Nord Europa che potrebbero costruire una società comunista oggi. A parte quello, in ogni caso non si può costruire una società giusta e libera e quindi comunista e quindi “utopica”, mettiamolo tra virgolette, facendo l’uguaglianza e dimenticandosi della libertà, le due cose devono andare insieme, altrimenti non funzionano. Affinché vadano di pari passo ci devono essere dei mezzi, una società già progredita, con una distribuzione della ricchezza già molto avanzata e comunque, quali sono i valori? Beh, oggi quando io vedo le differenze sociali, mi arrabbio, e se non posso far niente sto male. Adesso posso anche diventare non so che cosa, pastore protestante per dire, se si tratta di sopravvivere, ma questo non m’impedirebbe di incazzarmi quando vedo un’ingiustizia sociale. Insomma non si tratta di una cosa che tu puoi cambiare perché passa il tempo. Voglio dire, fa parte di me stesso, non c’è niente da fare. Non posso pensare, accettare, che qualche migliaio di famiglie controllino questo pianeta.
E’ un po’ la denuncia di alcuni movimenti attuali, del 99% contro l’1%, di Occupy Wall Street o del YoSoy132 in Messico. Sono battaglie considerate globali e pacifiche. Cosa diresti sul tema della violenza in certe lotte.
Quando parliamo di globalizzazione e movimenti globali, ok, però non possiamo confondere le situazioni speciali di ogni regione e di ogni paese. Una cosa è certa: la violenza esiste e in certe situazioni non si può lasciare il monopolio della violenza alla figura ideale dello “stato repressore”. Ma un’altra cosa è dire che si può costruire una società GIUSTA o comunista con la violenza: NON ci credo. Ma nemmeno possiamo condannare l’uso della violenza in regioni in cui non c’è altra scelta.
Ma in che ambiti o dove?
Non so, solo per fare un esempio, ci sono paesi africani dove tu pensi che si possa discutere col nemico? In cui si possa distribuire informazione, educazione, ricchezza, i mezzi per creare la salute o sanità pubblica, eccetera? Posso criticarli io da qui? Io non sto lì, però se io dicessi oggi, in quel particolare contesto, semplicemente “condanno la violenza”, sarei uno stronzo. Ma se io dicessi che si può costruire la società giusta, la società utopica, con l’uso della violenza sarei un imbecille.
Negli anni 70 in Italia c’erano scelte diverse da quelle che alcuni gruppi hanno fatto?
C’erano. C’erano, ma stavano morendo molti compagni ed è facile parlare adesso. Ma quando hai vent’anni e stanno ammazzando i tuoi amici per strada, tu reagisci. Ed era quello che lo Stato voleva. Chiaro, non si aspettava che potesse essere tanto com’è stata, perché durante un paio d’anni è rimasto completamente sconcertato, in panico, senza sapere cosa fare in Italia. Stiamo parlando del ’76-’77. Non si sapeva che pesci prendere perché loro hanno provocato la violenza, ma non si aspettavano che fosse tanta, non si aspettavano che arrivassero in piazza centomila persone e il 20% stavano con la pistola in mano. Ma la violenza l’hanno cercata loro. In Italia c’era, all’epoca, un movimento culturale. Credo che non sia mai esistito in nessun paese occidentale, né orientale, un movimento culturale così ricco, così numeroso e così forte come in Italia. Solo con la guerra si poteva distruggere una cosa del genere e noi ci siamo caduti in pieno.
E’ l’ambiente del romanzo “L’ultimo sparo”?
Sì, e in quel momento, in quei due anni, noi ci siamo caduti in pieno. Loro sono rimasti disarticolati per un paio d’anni in cui abbiamo pensato che ce la facevamo, che forse potevamo vincere. Ecco, per esempio le Brigate Rosse, tra loro e l’Autonomia c’è una bella differenza. C’era una bella differenza! Le Brigate Rosse: “l’assalto al Palazzo d’Inverno”, il partito comunista armato, una bella differenza tra Autonomia e Brigate Rosse. Noi non volevamo “conquistare il potere”, volevamo liberare spazi di contropotere, e non ce ne fregava niente “dell’Assalto al Palazzo d’Inverno”, per noi era una risata, era ridicolo. Il leninismo, con tutto il rispetto per Lenin, ma era successo un secolo prima, voglio dire. Invece le BR stavano lì, loro volevano “il potere”, l’assalto. Quindi non c’entrano. La violenza non era il monopolio di nessuno, era usata da tutte le parti, soprattutto dallo Stato perché per ogni morto dalla parte dello Stato o rappresentante dello Stato ce n’erano per lo meno trenta dall’altra. La violenza era banalizzata, no? Perché quando si parla tanto delle BR, di Prima Linea, dei PAC e tutto quanto, stiamo parlando di anni in cui la camorra, da sola, faceva 2000 morti per anno, duemila all’anno, non so se ce lo ricordiamo. Cioè rispetto agli omicidi delle BR non c’è comparazione, senza nulla togliere al rispetto per la vita umana che potrebbe venire inteso male. I morti sono gli stessi e valgono uguale. Però ecco, la camorra, Cutolo e compagnia, con l’aiuto dei servizi segreti italiani, facevano 2000 morti per anni in Italia in quel periodo lì e non se ne parla mai. Cutolo viaggiava in Mercedes, usciva dal carcere, andava nei migliori ristoranti, coi servizi segreti e coi super procuratori che poi davano la caccia ai terroristi…
Però, nel tuo caso personale, a partire dal 1978 i PAC prendono una strada diversa e cominciano a pianificare omicidi, e Battisti che fa?
Battisti sta nella merda e non sa cosa fare. E’ clandestino, ma cerca di trattare, di rimettere insieme le cose, di parlare con le persone, con gli amici perché non è così, le cose non si tagliano col coltello. Pietro Mutti, la persona che mi ha rovinato, era un grande amico mio. Non funzionano così le cose. Abbiamo parlato, discusso, Pietro Mutti piangendo come un bambino, mi ricordo in treno, e lui piangendo come un bambino. Che è successo? Che lui è rimasto da una parte e io sono rimasto dall’altra. E però non è che io sono rimasto dall’altra parte senza armi, io sono andato via con le armi. Non sono andato via dicendo “ah, adesso, non so, vado a mettere dei fiori nei cannoni”, è vero. Soltanto che sono andato via dicendo “oh, aspetta un attimo, cazzo, adesso, la morte di Aldo Moro che c’entra? Scusa un attimo…”. Questo ha parlato, ha detto tutto quello che doveva dire e i brigatisti erano tanto somari che quello stava parlando di strategie, e i brigadisti volevano sapere su corruzioni da un milione di lire, e lui stava parlando di Gladio, di geopolitica, di cose incredibili. Moro ha confessato tutto. Ammazzarlo? Ma come si può ammazzare una persona con cui hai vissuto insieme due mesi? Ma perché? Ma anche politicamente, pur volendo essere cinici, ma è come spararsi su un piede. Quando l’hanno sequestrato c’era stato un plauso e quando l’hanno ammazzato nessuno ci credeva. Quindi si diceva, ‘beh, adesso è la fine, questo è l’inizio della fine, adesso ci massacrano’, e infatti. E lì entra la CIA, ma soprattutto il Partito Comunista Italiano. E lì è incominciato.
Nel tuo caso personale alla fine l’ergastolo e in generale le accuse contro di te arrivarono in un periodo in cui non eri più in Italia. Poi ti sei dichiarato innocente, sostenendo, come dicevi prima, di aver scelto una strada diversa rispetto a Mutti e al gruppo, ma perché hai dichiarato la tua innocenza solo sedici anni dopo?
Primo, perché io stavo in Messico e non sapevo neanche che ero processato per omicidio. Secondo, la nostra linea di condotta era in generale quella di non difendersi. Terzo, arrivati in Francia, un’altra linea di condotta era di non dichiararsi innocenti perché se no quelli che non avevano prove contro di loro erano fregati, per cui la linea comune era quella di non rispondere e non dichiararsi innocenti. Ok? Cioè se io dico “contro di me non ci sono prove”, “non c’è nessuna prova dei delitti di cui mi stanno accusando, niente”, ok. Allora, invece, se io mi difendo e dico che sono innocente, automaticamente gli altri sono colpevoli, giusto? Quindi la linea di condotta era “siamo tutti colpevoli”. Valeva per gli altri che stavano in Francia anche loro. Che succede? Che a un certo punto mi rendo conto che l’unico che non si è mai difeso ero io, gli altri hanno avuto i migliori avvocati e infatti l’unico che è rimasto con l’ergastolo è Cesare Battisti.
L’unico dei PAC.
Dei PAC, e ma non c’ero solo io, ce n’erano diversi, ma l’unico rimasto con l’ergastolo ero io. E perché? Non lo sapevo, ma gli altri si sono difesi tutti, l’unico che non si è mai difeso, che non sapeva manco che c’era il processo e che non ha mai visto un avvocato sono io.
E le firme sulle procure ai tuoi avvocati difensori?
Sono false, ma a chi le avrei date? Adesso, che l’avvocato Giuseppe Pelazza abbia agito con buone intenzioni, posso dirti che secondo me voleva difendermi e aveva buone intenzioni.
Senza quei documenti firmati, saresti potuto essere giudicato comunque in contumacia?
Beh, anche secondo il diritto dell’Unione Europea, l’Italia ha dovuto accettare che ci fosse almeno l’avvocato con le procure firmate nei giudizi in contumacia che, invece, in Europa non sono ammessi. A quel punto si sono dovuti inventare i documenti. Solo che sarebbero stati firmati per i processi con dieci anni di differenza uno dall’altro, mentre ci sono tre firme che risultano fatte una dietro l’altra. Nessuno riuscirebbe a fare tre firme uguali a distanza di dieci anni una dall’altra. Infatti, la perizia della Corte d’Appello di Parigi non ha avuto dubbi, queste firme sono state fatte una dietro l’altra, nello stesso istante, non a dieci anni di distanza. Comunque forse nemmeno ha troppa importanza: se non ci fossero state le firme, avrebbero trovato qualcosa, qualcos’altro. La Francia m’ha venduto come se fossi un quarto di bue all’Italia. E’ uscita una pagina intera sul Corriere della Sera, si negoziava in cambio della TAV e del TGV e degli Airbus e della firma dell’Italia alla Costituzione UE. L’articolista non s’è meravigliato che si stava negoziando con la giustizia e che non c’era nemmeno il problema di nasconderlo, come fosse la cosa più naturale del mondo: in cambio dell’estradizione di Battisti il treno veloce, la Costituzione Europea e due o tre Airbus, o una cosa del genere.
Qual è lo stato della democrazia attuale? Critichi questo sistema? Il Brasile, parte della comunità internazionale, comunque dentro queste regole democratiche, ha trovato una via per lasciarti in libertà qui.
Però così metti in contraddizione in qualche modo il fatto di ‘non concedere l’estradizione’ come se non fosse parte del gioco democratico.
No, infatti, anche quelle regole sono parte della democrazia, però né la Francia né l’Italia hanno deciso in tal senso, mentre il Brasile sì.
Sì, però qui è successa comunque una cosa grave. La famosa separazione dei poteri è andata a puttane, cioè il giudiziario avrebbe invaso l’esecutivo togliendo l’asilo politico, creando un precedente pericoloso, perché qui il potere giudiziario è un contropotere forte. Ma scusa, credo nella democrazia, ma perché c’è un altro sistema? La democrazia, insomma, non c’è un sistema perfetto. Che cos’è? Il diritto della maggioranza sulle minoranze? Posso essere contro o a favore, ma dobbiamo credere che la democrazia è un’utopia anche quella. Non voglio entrare in una discussione tecnica, è un’utopia la sua perfezione come lo è il comunismo. Se la domanda era “accetto io le regole democratiche”, beh, io entro in quelle regole per migliorarle e modificarle fino ad arrivare a quella giustizia sociale che ancora non esiste in nessun paese democratico. Poi il suffragio, chi decide, come si decide, chi sono in candidati, chi paga le campagne, come funzionano i media, tutto questo fa parte della democrazia.
Tornando alla tua vita attuale e ai tuoi progetti. Stai scrivendo, cosa pensi di fare?
Non sto scrivendo, ma sto costruendo le circostanze e mi sto circondando di tutto il necessario per ricominciare a scrivere.
Sei stato definito dalla critica come scrittore autobiografico, realista, politico, con toni epici o anche noir, cos’è per te il noir?
Sono stato pubblicato in collane noir da alcune case editrici e nemmeno sapevo in Francia di aver scritto un libro noir. Non sarei capace di scrivere un giallo classico, con gli intrighi e le trame tipici di quel genere. Sebbene ci possa essere un carattere noir in quello che scrivo, non potrei essere classificato così.
Nelle definizioni del genere noir gli vengono attribuite alcune caratteristiche come la presenza di intrighi, di mistero, di delitti, di investigazioni della polizia ma anche altri tratti: un trasfondo politico più o meno esplicito e un senso di smarrimento, qualcosa che resta irrisolto e risulta frutto di trame superiori.
Mah, io sono orientato tra il fantastico e il noir e quando parlo di fantastico parlo di tutto quello che entra nella parte del sogno, tutto quello che è difficile ricondurre alla realtà in termini razionali. Ma rivendico una cosa anche, cioè in ventiquattro ore, nella vita di una persona, chiediamoci quanto tempo la persona sta sognando o sta vivendo coscientemente la realtà. In questo momento tu stai parlando con me, ma allo stesso tempo la tua mente chissà dove sta andando, quindi stai sognando in questo stesso momento. Perciò se fai i conti, forse in 24 ore non c’è neanche mezz’ora in cui tu sei completamente e coscientemente coi piedi nella realtà. Quindi tutto il resto è sogno, e se tutto il resto è sogno, è questa la realtà. Questa è la tua, la nostra realtà. E’ un po’ come in Avenida Revolución, un romanzo con questa tematica.
Esiste una letteratura senza connotazioni politiche o, per così dire, neutrale?
Non credo sia possibile, ogni opera d’arte è tale e si definisce come opera d’arte solo se modifica qualcosa nella società. Addirittura una volta anche la politica era vista come una forma d’arte che invece ora ha perso tutto il suo prestigio e quindi non esiste una forma di letteratura che possa chiamarsi totalmente fuori dalla società e che non possa definirsi politica in qualche modo, nel senso ampio del termine.
Torniamo all’Italia. Non ci metti piede dal 1981. Cosa rappresenta adesso dopo trentadue anni?
Io preferirei stare in Francia, dove ho la mia famiglia. L’Italia è lontana. Se per astrazione finisse tutto, il processo e tutto, e domani potessi tornare in Italia, non ci andrei comunque, non ho più nulla lì.
Io parlavo della questione della ricerca della verità, della riapertura di un ipotetico nuovo processo.
Beh, però dovrebbero riaprire 4300 processi, che sono 4300 processi fatti in quegli anni lì.
Ma, dico, se si riaprisse il tuo processo?
Io tornerei, se mi dessero le garanzie, con gli osservatori internazionali, sarebbe la soluzione ideale perché, in effetti, dove stanno le prove? Che mi citino una sola prova materiale o tecnica per cui si possa dire “è stato lui”. Non ce ne sono. Prendono le armi del signor X, quell’arma ha ammazzato quella persona lì, ma poi anche se hanno preso le armi da lui, vengono a prendere me. C’è chi ha confessato “sono stato io” e neanche così. Ma dove sono queste prove materiali e tecniche, al di là delle torture e quelle robe lì, ma c’è da fidarsi? Io lo farei, l’ho detto, l’ho dichiarato già, sotto osservazione internazionale.
Ma sarebbe possibile?
Non esiste la possibilità. Non credo che l’Italia possa e voglia sottomettersi a un processo, a una revisione di questo tipo e tanto meno con lo scrutinio internazionale.
Per i nati negli anni settanta, che già è una generazione diversa rispetto alla vostra e che ha solo ascoltato o letto la storia e le storie di quell’epoca, che cosa si può dire su quella fase? Come si potrebbe “chiudere la ferita”? Come si potrebbe parlare a “vittime” e “carnefici” di quell’epoca? Cosa dire alle vittime?
Innanzitutto riconoscere che in Italia c’è stata una guerriglia, c’è stato un conflitto armato e come in tutti conflitti armati ci sono delle vittime. E come in tutti i conflitti armati ci sono abusi e ci sono errori da una parte e dell’altra. Ma se tu non riconosci che c’è stato un conflitto armato, come fai a parlare di questo? Se non c’è stato un conflitto armato, esiste solo una cosa: esiste il bandito, il criminale comune, quindi non c’è più il dialogo. La prima cosa è riconoscere che c’è stato un conflitto armato, cosa che Cossiga ha cercato fare, ma è stato massacrato. O riconosci che c’è stato un conflitto armato come l’hanno fatto la Francia, il Belgio, la Germania e altri paesi del mondo – anche se in confronto all’Italia non era niente perché da noi c’erano più di diecimila persone armate e in altri paesi solo poche centinaia – o se no come si può dialogare?
E parlando delle vittime?
Ma ecco, se si riconosce che c’è stato un conflitto, da entrambe le parti, chi, a parte un sadico o una persona perversa, non avrebbe pietà e compassione per il dolore, per le lacrime, il sangue da una parte e dall’altra, chi?
Però questo sarebbe indipendente dal riconoscimento del conflitto.
Sì, ma se ci obbligano a metterci sulla difensiva, e io dico che ho profonda compassione per i tuoi familiari, ma dei miei se ne fregano, cosa fai? Io riconosco che una vittima è una vittima e basta. Per ogni vittima dello Stato ce ne sono state decine dall’altra parte. Per questo parlo del riconoscimento del conflitto armato. Da CarmillaOnLine. TWT @FabrizioLorusso
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A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.
Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]
Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.
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L’etanol contro gli indigeni in Brasile: documentario

Il lato oscuro del verde o All’ombra di un delirio verde. [Il documentario, di 30 minuti, è del 2011 ma vale la pena, è in portoghese ma è chiarissimo…F.L.] Nella regione del Mato Grosso del Sud (stato del Brasile che confina con la Bolivia e il Paraguay, nel Sud-Ovest del paese), alla frontiera col Paraguay, l’etnia indigena più popolosa in Brasile lotta silenziosamente per il proprio territorio per cercare di contenere l’avanzata di grossi nemici.
Espulsi dal continuo processo di colonizzazione, oltre 40mila Guarani Kaiowá vivono oggi in meno dell’1% del loro territorio originale. Sulle loro terre si trovano migliaia di ettari di canna da zucchero piantati da multinazionali che, d’accordo con i governanti a livello nazionale, presentano al mondo l’etanolo come il combustibile “pulito” ed “ecologicamente corretto”.
Senza terra e senza foresta i Guarani Kaiowá convivono da anni con un’epidemia di denutrizione che colpisce soprattutto i bambini. Senza alternative per la sussistenza, adulti e adolescenti sono sfruttati nelle piantagioni di canna in lunghissime giornate di lavoro.
Nella catena di produzione del combustibile “pulito” sono costanti le azioni di controllo fatte dal Ministero del Lavoro che attestano l’uso di lavoro minorile (infantile) e situazioni di schiavitù. Nel pieno del delirio da febbre per l’oro verde (com’è chiamata la canna da zucchero), i gruppi dirigenti degli indigeni che affrontano il potere che s’impone su di loro trovano spesso la morte fazendeiros (proprietari terrieri).
Approfondimenti: da Vermelho 1. Vermelho 2. Vermelho 3. http://www.thedarksideofgreen-themovie.com
Tempo: 29 min
Países: Argentina, Bélgica e Brasil
Narração: Fabiana Cozza
Direção: An Baccaert, Cristiano Navarro, Nicola Mu
thedarksideofgreen-themovie.comNo Facebook
facebook.com/pages/THE-DARK-SIDE-OF-GREEN/132106013477766?ref=ts***
Na região Sul do Mato Grosso do Sul, fronteira com Paraguai, o povo indígena com a maior população no Brasil trava, quase silenciosamente, uma luta desigual pela reconquista de seu território.
Expulsos pelo contínuo processo de colonização, mais de 40 mil Guarani Kaiowá vivem hoje em menos de 1% de seu território original. Sobre suas terras encontram-se milhares de hectares de cana-de-açúcar plantados por multinacionais que, juntamente com governantes, apresentam o etanol para o mundo como o combustível “limpo” e ecologicamente correto.
Sem terra e sem floresta, os Guarani Kaiowá convivem há anos com uma epidemia de desnutrição que atinge suas crianças. Sem alternativas de subsistência, adultos e adolescentes são explorados nos canaviais em exaustivas jornadas de trabalho. Na linha de produção do combustível limpo são constantes as autuações feitas pelo Ministério Público do Trabalho que encontram nas usinas trabalho infantil e trabalho escravo.
Em meio ao delírio da febre do ouro verde (como é chamada a cana-de-açúcar), as lideranças indígenas que enfrentam o poder que se impõe muitas vezes encontram como destino a morte encomendada por fazendeiros.À Sombra de um Delírio Verde
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In the south region of Mato Grosso do Sul, in the border of Brazil and Paraguay, the most populous indigenous nation of the country silently struggle for its territory, trying to contain the advance of its powerful enemies.
Expelled from their lands because of the continuous process of colonization, more than 40,000 Guarani Kaiowá live nowadays in less than 1% of their original territory. Over their lands there are now thousands of hectares of sugarcane planted by multinational enterprises that, in agreement with the government, show ethanol to the world as an environment friendly and “clean” fuel.
Without the lands and the forests, the Guarani Kaiowá have been coexisting for years with a malnutrition epidemic that reach their children. With no alternative of subsistence, adults and kids are exploited in the cane fields in exhausting working days. In the production line of the “clean” fuel, the Federal Public Prosecutor constantly sues the owners of the plants because of the child labor and the slave labor found there.
Amid the delirium of the green gold fever (the way people call sugarcane), indigenous leadership that face the imposed power many times find as their fate the death ordered by the big farmers.
Ficha técnica:
Título Original: À Sombra de um Delírio Verde Documentário (The Dark Side of Green)
Gênero: Documentários
Produção: Argentina, Bélgica, Brasil
Tempo de Duração: 29 min
Ano de Lançamento: 2011
Direção, produção e roteiro: An Baccaert, Cristiano Navarro e Nicolas Muñoz
Narração em Português: Fabiana Cozza
Música composta por Thomas Leonhardt -
Argentina, Desaparecidos, Migranti e un Romanzo

«I desaparecidos sono lì presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio. Patricia e Ambrosio e tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella memoria e nella resistenza.». Adolfo Perez Esquivel (Premio Nobel per la pace nel 1980)
Da alcuni mesi avevo sullo scaffale della mia stanza messicana un romanzo che volevo leggere e che aveva attraversato l’Oceano Pacifico dall’Italia alla mega capitale azteca. Ora che l’ho letto, scrivo le mie impressioni e ricordo la sua storia che, in qualche modo, riguarda un viaggio in senso opposto, dall’America del Sud al vecchio continente, dal passato al presente.
Giorni di neve, giorni di sole è il terzo romanzo (dopo La Chiromante. Una profezia del 2002 e B. e gli uomini senz’ombra del 2004) dei fratelli Nicola e Fabrizio Valsecchi e narra l’assenza. Narra il vuoto lasciato da oltre 30mila persone risucchiate dalle crudeltà della storia e dell’autoritarismo, i desaparecidos della dittatura argentina. Un regime che dal 1976 al 1983 coprì d’inverno e d’infamia l’intera America Latina, già insanguinata da regimi simili dal Cile al Brasile, dall’Uruguay al Paraguay, da Haiti al Centroamerica. Alcuni decenni prima l’Argentina era diventata per molti migranti italiani e di altri paesi europei la prima e unica casa, ma poi si trasformò anche in un luogo di tristezza e dolore.
Con uno stile asciutto, immediato e scorrevole Nicola e Fabrizio scrivono “a quattro mani” e raccontano liberamente la storia di Alfonso Maria Dell’Orto, un migrante che da bambino, nel lontano 1935, dovette abbandonare la provincia di Como insieme alla sua famiglia per cercare fortuna in Sudamerica. Doveva raggiungere il padre che era partito un anno prima alla ricerca di quel lavoro e quella dignità che nell’Italia fascista non c’erano più.
In Argentina Alfonso si sposa con Pocha e costruisce la sua famiglia. Il 24 marzo del 1976 il generale Jorge Rafael Videla prende il potere con un golpe e instaura la legge marziale. I militari sequestrano la figlia di Alfonso e Pocha, Patricia, e il suo giovane marito, Ambrosio, proprio nei primi mesi della dittatura: nessuna traccia, nessuna notizia, desaparecidos.
Il destino vuole che la figlioletta dei due, la piccola Marianna, venga risparmiata. Crescerà grazie all’affetto dei nonni che faranno le veci dei suoi genitori, desaparecidos. Oltre 70 anni dopo il suo arrivo in Argentina, Alfonso decide di prendere un aereo da Buenos Aires e di tornare in Lombardia per un breve soggiorno e durante questo viaggio ripercorre la sua vita in una serie di flashback.
La prosa poetica che a tratti emerge nel romanzo ben s’adatta al carattere malinconico delle memorie e delle immagini, a volte frammentate e brusche, a volte scorrevoli e nitide, che Alfonso dall’Orto evoca e rivive durante il volo Buenos Aires-Milano. L’assenza di spazio e di tempo della trasvolata riesuma il dolore e le gioie, le speranze mai sopite e i rimorsi del passato per quella figlia perduta senza un perché.
Il suo è un periplo nei ricordi e nelle amarezze di una vita lunga e densa. Ma si tratta di un’esistenza interrotta, spezzata dalla violenza di Stato che nei momenti più crudeli della repressione si scaricava senza tregua, irrazionale, contro chiunque fosse sospettato di qualunque cosa: un’opera caritatevole e sociale diventa “sovversione”, un pensiero differente e una parola critica sono “ribellione” e vanno soffocati nell’Argentina dei generali.
La nipotina Marianna è come un giorno di sole, rappresenta il fiore che rinasce sulle ceneri della violenza e dell’oppressione, nonostante tutto. Ogni 5 novembre, giorno in cui i suoi genitori furono sequestrati, Marianna dedica loro un poema. Ed è sole.
Nel 2006 Miguel Osvaldo Etchecolatz, commissario della provincia di Buenos Aires negli anni settanta e mandante dell’assassinio di Patricia e Ambrosio, è stato condannato all’ergastolo. Nel 2012 il dittatore Videla è stato condannato e sono stati riaperti i processi per i “voli della morte”. La storia si può ridiscutere, la memoria vive giorni di neve e giorni di sole. @FabrizioLorusso
Giorni di neve, Giorni di sole, Fabrizio e Nicola Valsecchi, Ed. Marna, 2009, pp. 128, 12 euro.
Prologo di Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace 1980
Postfazione di Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei Popoli
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La Santa Muerte a Bucanero di Radio Popolare Roma

Dal Minuto 16, la Santa Muerte Patrona dell’Umanità spiegata alla trasmissione Bucanero (tracce e passaggi dal continente latino americano) di Radio Popolare Roma. Grazie a Rachele Masci, Nadia Angelucci e Gianni Tarquini.
In questa puntata con Ana Maria Montenegro dell’Associazione Mujeres Donne per la Solidarietà ci occupiamo di Bolivia -foglia di coca, trilinguismo nelle scuole e legge sulla violenza domestica – e di Messico con il libro di Fabrizio Lorusso “Santa Muerte. Patrona dell’umanità”.

Devoto Santa Muerte con Statua in mano -
Il futuro del Venezuela

Occorre raccogliere alcune considerazioni post elettorali dopo la vittoria alle presidenziali di Nicolas Maduro, successore designato di Hugo Chávez, il presidente scomparso lo scorso 5 marzo. L’ex autista di bus (ma anche ex Ministro degli Esteri, sindacalista e presidente del parlamento) ha battuto con poco più di un punto e mezzo di distacco (circa 235mila voti) lo sfidante conservatore, il quarantenne Henrique Capriles.Maduro ha ottenuto il 50,66% dei suffragi (il 7 ottobre scorso Chávez era arrivato al 55,2% contro il 44,1% dello stesso Capriles) e Capriles il 49,07%. L’affluenza alle urne è scesa di 3 punti rispetto al voto di ottobre 2012 in cui era stata molto alta superando l’81% degli aventi diritto.
L’opposizione si avvicina, ma non vince e chiede un nuovo conteggio di tutti i voti. Maduro, anche se lontano dal tanto propagandato obiettivo dei 10 milioni di voti (ne ha presi 7 milioni e mezzo), è sicuro della vittoria ed ha accettato una verifica. Intanto, già la sera del 14 aprile, ha proferito il suo primo discorso come virtuale presidente del Venezuela rilanciando il discorso bolivariano e il Socialismo del secolo XXI in totale continuità con la visione di Hugo Chávez.
Nonostante il sistema elettorale venezuelano sia considerato sicuro e “blindato” da eventuali brogli anche dagli osservatori internazionali, ci si attendeva una richiesta di verifica da parte di Capriles(specialmente se il distacco tra i due contendenti non avesse superato il 5% come in effetti è stato) come parte di un esercizio democratico legittimo, ma anche (e soprattutto) come prima azione di un’opposizione che per tutta la campagna elettorale ha ripetuto lo slogan”Maduro NON è Chávez”, che comincia a logorare il consenso del blocco governativo e vuole sfruttare le sue divisioni interne.
La situazione del paese non è facile in questo momento. Ci sono colli di bottiglia nella distribuzione di alcuni beni di prima necessità, così come nelle forniture di elettricità e acqua ed è un problema che attanaglia da tempo la popolazione. Stesso discorso per gli indici di criminalità che non sono scesi come hanno fatto, al contrario, la povertà, la miseria e le disuguaglianze sociali. Ad ogni modo ho provato a tracciare un bilancio (non esaustivo) dei 14 anni di governo di Hugo Chávez a questo link cui rimando. Oggi l’inflazione s’attesta intorno al 20-25% e tra le prime azioni di governo è attesa una svalutazione del bolivar nei confronti del dollaro.
Oltre alle questioni economiche, i nodi da sciogliere per il nuovo governo sono tanti nonostante la sua ampia maggioranza in parlamento (98 deputati del Partito Socialista Unito del Venezuela e del Partito Comunista contro i 64 della coalizione Unidad Democrática 3 di Monagas Patriota). Prima del voto si diceva che se Maduro avesse vinto con un margine ristretto, non avrebbe potuto governare. Non credo che questa idea sia corretta: la sua capacità di concludere “felicemente” (senza colpi di stato o crisi di ingovernabilità) il mandato di 6 anni (2013-2019) che il popolo gli ha consegnato e la tenuta della “rivoluzione boliviariana” in Venezuela e nei paesi alleati in America Latina dipende da altri fattori.
Dipende dalla relazione che Maduro sceglierà di mantenere con le forze armate e con il presidente del parlamento (l’assemblea nazionale), l’ex tenente, rispettato e influente nell’esercito venezuelano, Diosdado Cabello. La già consumata appropriazione del discorso chavista da parte di Maduro e l’aurea mitologica e carismatica dell’ex presidente-assente non saranno eterne e non gli garantiranno da sole, nel lungo periodo, la fedeltà dei settori castrensi e delle diverse anime del PSUV che lo sostengono in parlamento.
Infatti, Maduro, a differenza di Chávez e Cabello, non proviene dal mondo militare e dovrà conquistare i consensi di quella parte dell’esercito (circa il 60% delle forze armate) che non si considera legata allo scomparso leader boliviariano, oltre a mantenere quelli del restante 40% che, invece, è entrato nell’arena politica in diversi modi (per esempio, occupando i ministeri strategici che gestiscono la ricchezza petrolifera, ricoprendo incarichi nelle amministrazioni locali e negli organi di controllo economico e sociale) o comunque è passato da un processo di ideologizzazione.
Per esempio, 11 governatori di stati, sui 20 ottenuti nella tornata elettorale del 2012 dal partito di governo, sono in mano a ex militari (di cui 4 sono ex Ministri della Difesa). Inoltre le strutture militari sono quelle incaricate di gestire i sistemi assistenziali e di aiuto alla popolazione, specialmente la distribuzione di alimenti, istituiti dal chavismo. Il Plan Bolivar 2000 e le “missioni” sociali contro la povertà avevano avuto bisogno, solo per cominciare, di oltre 40mila militari e ad oggi la situazione non è cambiata.
Il mese scorso il Ministro della Difesa, Diego Molero, in piena campagna elettorale ha preso una posizione chiara in favore di Maduro invitando l’esercito a votare per lui mentre Capriles denunciava l’incostituzionalità delle sue dichiarazioni. Il controllo di questa situazione sarà strategico per Maduro durante il prossimo sessennio di governo (e lo sarebbe stato anche per Capriles se avesse vinto, ma con l’aggravante di avere un parlamento avverso).
In caso di crisi economiche, andamento altalenante del prezzo del petrolio, destabilizzazioni esterne favorite dall’opposizione e dagli Stati Uniti (come già visto in passato col golpe del 2002 e i ripetuti finanziamenti ai gruppi oppositori) Maduro avrà bisogno della fedeltà delle forze armate che lo stesso Chávez decise di reintrodurre fortemente nella vita politica del paese, ma che rischiano di diventare un boomerang per il suo delfino.
Per evitare il boomerang potrebbe servire anche una sistemata dei conti pubblici e delle variabili macroeconomiche che vada oltre una svalutazione congiunturale e scongiuri l’esplosione dello scontento popolare (e della classe media), pur mantenendo il modello attuale, il controllo statale delle risorse, l’uso della “leva petrolifera” e i programmi popolari che in qualche modo controllano un’ampia base di beneficiari. Il mantenimento del “modello” internamente e tramite le alleanze dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe) e Unasur (Unione Nazioni Sudamericane) è un altro elemento di continuità che Maduro ha promesso di garantire, ma che dipenderà, oltre che dagli accordi politici e dall’azione dell’opposizione, dalla tenuta economica del sistema e dai prezzi del petrolio (il Venezuela è il paese con maggiori riserve al mondo di crudo).
D’altro canto non è da escludere che Cabello (ex commilitone di Chávez nel tentativo di golpe del 1992) che cominci a costruire la sua candidatura per le presidenziali del 2019 adombrando la figura di Maduro e mettendolo di fronte a un logorio progressivo che potrebbe, a sua volta, sfaldare la coalizione di governo a livello parlamentare e polarizzare i settori della “destra chavista”. Twt @FabrizioLorusso
PS. Aggiornamento. Nel frattempo Henrique Capriles dichiara di non riconoscere i risultati, chiede la sospensione dell’atto di proclamazione del nuovo presidente (definito “illegittimo”) e incita i suoi sostenitori a scendere in piazza questa sera alle 20 (ora di Caracas) per protestare allo stile “cacerolazo”, pentole alla mano…Finché non saranno ricontate tutte le schede elettorali, il voto non sarà riconosciuto. Quindi Capriles ha chiesto la revisione del processo elettorale al CNE (Consiglio Nazionale Elettorale).
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Carmilla si rinnova! Avviso ai lettori passati e futuri.

L’infrastruttura che regge il nostro sito è come un antico guerriero che ci ha sostenuto in numerose battaglie, grazie ai server e al CMS che ci hanno reso leggibili fino a oggi siamo diventati una delle riviste di provocazione culturale più lette a livello nazionale.
E’ tempo di dotarci di nuovi strumenti, per questo stiamo migrando su piattaforma wordpress i contenuti del sito e cambiando servizio di hosting.
Rassicuriamo i lettori, probabilmente impazienti di leggere nuovi racconti, interventi, consigli cinematografici, (as)saggi di filosofia popolare e di analisi politica e sociale, recensioni, invettive, appelli e interviste: entro pochi giorni Carmilla sarà di nuovo on line, sempre sul dominio Carmillaonline.com come dal Gennaio 2003.
Ma non è tutto!Grazie alla nuova infrastruttura web sarà finalmente possibile compiere ricerche per autore, categoria, tematica o termine chiave in modo semplice e immediato.
Che finalmente Carmilla diventi una rivista patinata, dai toni pacati e dalle tematiche a tinte pastello?
No, questo mai. E l’immagine tratta da Breaking Bad che campeggia attualmente nella home page è tutto un programma: la redazione di Carmilla sta “cucinando” per tornare con la solita combattività a parlare di “letteratura, immaginario e cultura di opposizione”.
Stay Tuned!
La redazione di Carmilla
un caro saluto ai nottambuli
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Las cuatro vidas de “Enzo” Battisti

En México le llamaban Enzo. El italiano Cesare Battisti, ex militante en los años setenta de los PAC (Proletarios Armados para el Comunismo), vivió en San Miguel, el DF y Puerto Escondido. Entre 1981 y 1990, después de su fuga de una cárcel italiana, formó una familia y escribió sus primeras novelas de tipo autobiográfico, y negras, políticas y policíacas a la vez. Pero esta fue su segunda vida. En Italia, Battisti es considerado el prófugo de la justicia más famoso, entre los cientos de expatriados italianos fugitivos. Tiene una condena a cadena perpetua por dos homicidios y la participación en otros dos. El preámbulo del “caso Battisti” se inicia durante su “primera vida” en los “años de plomo”, a finales de los setenta. Para Italia fue un período de violencia política y de atentados de matriz terrorista, orquestados por neofascistas y aparatos desviados del Estado y por los grupos de oposición que abrazaron la lucha armada. Unos veían la violencia como una defensa, otros como método de lucha antisistema. En los noventa, la “doctrina Mitterrand” permitió a sus exintegrantes quedarse en Francia si renunciaban a las armas. Battisti fue de México a Francia. Tercera vida: catorce años trabajando como conserje y escritor. En 2004, Italia solicitó al país galo su extradición y explotó “el caso”. Las cortes italianas habían ratificado sus condenas, aun con procesos controvertidos, en contumacia, bajo una “legislación especial” y con base en testimonios de excompañeros-colaboradores de justicia, según relata el académico Carlos Lungarzo en su libroOs cenários ocultos do caso Battisti, recién publicado en Brasil. En cambio, la mayoría de los medios y jueces italianos enfatizan la regularidad del proceso y de sus dos apelaciones. Desde 2004, Battisti, quien se declaró inocente, radica en Río: cuarta vida. Después de dos años de clandestinidad y cuatro de prisión, ahora está libre por decisión del expresidente Lula, quien negó su extradición a Italia en 2010. Brasil resolvió así el “caso”.
Entrevista con Cesare Battisti – 14/04/2013 – JSEM
de Fabrizio Lorusso para Jornada Semanal y KaosEnLaRed
–¿Cuál es el nexo entre tu historia editorial y judiciaria?
–Al contrario de lo que se piensa, que lo importante es que se hable siempre de alguien, bien o mal, esto no es cierto. Fui destruido, hicieron una imagen infernal que me impide vivir y, sobre todo, vender libros. No hubiera pensado tener tantos problemas por la imagen creada por los medios en estos años. Cuando presento un libro en una ciudad, hay grupos de apoyo presentes, así es normal que haya doscientas o trescientas personas. Pero si estuviese en las librerías, lo cual no ocurre, no vendería ni el cinco por ciento de lo que vendo en Francia, porque aquí es el libro del “monstruo”, y no se compra.
–En tu última novela Cara al muro (Face au mur), hablas de Brasil. ¿Es totalmente autobiográfica?
–Es la última de una trilogía. La primera fue una autobiografía: Mi fuga (Ma cavale). La empecé cuando huí de prisión en 2004, en un momento de desesperación total, sin entender lo que pasaba, de un país y de un puerto a otro, de París a Brasil. Aquí, luego escribí este libro para entender lo que me estaba pasando con cierta distancia no sólo emotiva y psicológica, sino también material y física. Empecé a ver lo que ocurrió en los años setenta con cierta objetividad y experiencia de escritor, más madurez como narrador. Ese libro era autobiográfico, pero pasé de la primera persona a la tercera para contar con más distancia. El segundo, Ser Bambú, salió en Brasil y cuenta mi clandestinidad aquí y en otros países, así como la vida de un cincuentón con todos sus problemas.
–¿Cómo contar un país desde la cárcel?
–Dijo Mandela que para conocer bien un país hay que conocer sus prisiones. Esto no lo sabía mientras hacía el trabajo, lo descubrí después. Conocí Brasil, física y culturalmente, a través de la voz de sus presos. Un preso tiene sensibilidad, un estado emotivo tan fuerte, que puede comunicar cosas únicas que en libertad jamás podría. Si logras captar esos momentos, puedes entrar en un universo que de otro modo no podrías tener. La obra de Dostoievsky es una prueba de ello. Tenía ganas de hablar de este país porque ya había pasado tres años aquí como “clandestino”, aunque todos sabían de mi presencia. Me transmitía algo extraño, misterios. Me rechazaba, pero al mismo tiempo me atraía. Creo haber entendido un poco lo que es Brasil en la prisión. Como escribo historias que son sociales, no las elegí al azar, sino que hablé de los presos que me permitían conocer el país y sus culturas –pues Brasil es un continente– y al mismo tiempo denunciar ciertas situaciones y entender lo que estaba haciendo ahí. Por tanto, está mi historia de cuando llego y me arrestan, pero también de cuando ya estoy preso. Hay flashbacks: estoy en el patio con los otros presos, veo a cada uno y narro su pasado. Las tramas se entrelazan, el hilo conductor es el amor, porque siempre hay una mujer a lado de cada quien. Más en la cárcel, donde la mujer tiene un papel fundamental y hasta feroz.
–Hablemos de México, después de tu fuga de la cárcel de Frosinone, Italia.
–Estuve allí del ’81 al ’90; llegué de París como muchos que no podían quedarse en Francia. Algunos fueron a África, yo a México. Fui recibido por unos compañeros del sindicato SITUAM en la misma unidad en que estaba el Sub Marcos. En México tuve una familia, mi esposa, mi hija y un trabajo. Antes no había conocido una vida “normal” y allí escribí mi primer libro.

Cesare Battisti después de que fue liberado de la cárcel Sante, tras la decisión de la corte de apelaciones. París, marzo de 2003
Foto: Isabelle Simon–¿Cuál es?
–Eh, no lo puedo decir porque hubo una gran polémica sobre su “paternidad”. Mejor no volver al tema. Digamos que mi primer libro, Disfrazado de hombre (Travestito da uomo), fue escrito en español y traducido por mí al italiano; salió en Francia e Italia. México me formó como adulto; tanto, que en el segundo proceso de extradición de Francia, país en que nacieron los derechos humanos, cuando lograron procesar a la misma persona –a mí– dos veces por lo mismo, el Fiscal pudo decir: “De todos modos a este hombre no le gusta Francia, siempre dice que su país es México.” En parte tenía razón.
–En la novela Buena onda (2004) hablas de Marcos y los zapatistas.
–La novela es ficción. Cuando yo andaba por México, Marcos estaba en la zona de Tamaulipas. Oí de la marcha silenciosa en diciembre. En Francia, estuve en contacto con mexicanos de comités internacionales, por lo que estaba informado de lo que pasaba. No sabía qué harían exactamente ese enero del ’94 en San Cristóbal, pero estaba al tanto.

–¿A quién más recuerdas de esa época?
–A toda la redacción de la revista Vía Libre.
–¿Aún existe la revista?
–Se fundó en México en 1986, funcionó dos o tres años y se reabrió en 2001, en línea, hasta 2004.
–¿Conociste a Paco Ignacio Taibo II?
–Sí, creo que a veces colaboró con la revista, no recuerdo bien.
–En la novela Avenida Revolución (2003) están Milán, Tijuana y el DF. ¿Qué tienen en común?
–Pensé que nadie la publicaría. Escribí desatado lo que quería, un delirio. Es decadencia, ruina, sueño y clichés multiplicados. Es el texto que me gusta más, aunque no pude entender qué quería describir. Hay como un cataclismo de todos los valores, un mundo que se descompone, pero de lo podrido puede renacer la vida. Primero, llevo al extremo una idea común de mis libros: el hombre no crea las circunstancias, al revés, las circunstancias crean al hombre. Tomé a un personaje y lo puse en una situación totalmente inimaginable para él. De Milán, donde el protagonista es pastelero, a Tijuana. En Milán ocurrió el cataclismo, un desastre. Está lleno de símbolos, todos los polis tienen el mismo nombre y hay enanos en todas partes. Está la visión de los muros: se construyen como en las antiguas ciudadelas, el de Israel se hizo después de esta novela.
–¿Y Puerto Escondido?
–Mi hija nació en San Miguel pero creció en Puerto, donde teníamos una casa. Esa playa fue la primera que conocí en México, con un amigo de Marcos.
–¿Podemos decir quién era?
–Sí, David Villa Rueda. Su hermano es un líder sindical, le decían el Negro.
–¿La película Puerto Escondido, de 1992, de Gabriele Salvatores, es tu historia?
–Claro, el personaje en Puerto soy yo. El actor [Claudio Bisio] quiso encontrarme en el Centro Cultural Italiano de la Embajada en París, pero en ese preciso momento vi que estaba entrando a territorio italiano y mejor no entré.
–Si México te gustaba, ¿por qué fuiste a Francia en 1990?
–Varios motivos: quería recuperar mi identidad porque no podía presentarme públicamente por una prohibición de la autoridad mexicana, aunque sabían que estaba viviendo allí. Si me pasaba algo, probablemente me mandarían a Nicaragua y no a Italia, pero, en fin, no querían saber nada de refugiados italianos, como ahora y nunca. Eran muchos y todavía hay. Me fui porque quería recuperar mi identidad en Francia y eso ocurrió, en efecto. Pasé tres o cuatro meses en prisión –era la rutina– y pedí asilo por la doctrina Mitterrand, como todos los demás. No me extraditaron, conseguí una visa y luego la naturalización.

–¿Y en Francia?
–Empecé una vida normal con papeles. La naturalización me fue dada y luego suspendida antes de tener el pasaporte. Ya en 2004 había cabildeos de Italia para otro pedido de extradición y el secretario francés de Justicia suspendió mi naturalización por decreto, ilegalmente, porque la decisión tendría que pasar por un procedimiento judiciario. En eso seguimos, gané el juicio y ahora en teoría podría tener nacionalidad francesa.
–¿Existe una literatura apolítica?
–No lo creo posible. Toda obra de arte se define así si modifica algo en la sociedad. Es más, antes la política era vista como arte y, en cambio, ahora ya perdió todo su prestigio. No hay una literatura que pueda exiliarse totalmente de la sociedad y que, de alguna manera, no tenga algo político en un sentido amplio.
–¿Si tu juicio se pudiera reabrir, volverías a Italia para ser juzgado?
–Sí, si me dieran las garantías, con observación internacional, sería la solución ideal porque, en efecto, ¿dónde están las pruebas? Menciónenme una sola prueba material o técnica por la que se pueda decir “fue él”. No hay. Toman las armas de Fulano. Esa arma mató a Perengano. Sin embargo, aunque encontraron las armas con Fulano, fueron por mí. Hay quien confesó: “Fui yo”, y tampoco así. ¿Y las pruebas? Volvería, ya lo dije antes, bajo observación internacional.
–¿Por qué no lo haces?
–No se puede reabrir. Además, no creo que Italia pueda someterse a juicio, que quiera una revisión de este tipo, menos con escrutinio internacional.
–¿Cómo se cerraría la herida de los años setenta? ¿Qué decir a las víctimas de esa época?
–Hay que reconocer que en Italia hubo un conflicto armado, una guerrilla, y como en todos los conflictos hubo víctimas, abusos y errores de ambas partes. Pero sin ese reconocimiento, ¿cómo hablar de esto? Si no hubo conflicto armado, sólo existe una cosa: el bandido o criminal común, por tanto no se daría un diálogo. Lo primero es reconocer ese conflicto armado. Cossiga [expresidente de la República] trató de hacerlo, pero fue aniquilado. Lo hicieron Francia, Bélgica, Alemania y otros países en que no hubo casi nada, en comparación con Italia. En nuestro país había más de 10 mil personas armadas. O lo reconoces, y si no ¿cómo sería un diálogo?
–¿Te consideras militante? ¿Qué valores tiene Cesare Battisti?
–¿Cómo no definirse militante? Todo lo que hago es resultado de un pensamiento y principios que allí están. Siempre somos militantes. Podemos cambiar ideas, medios y formas, pero no ciertas convicciones. Los valores son los de siempre, pero cada uno en su contexto histórico, con madurez, inteligencia y sensibilidad diferentes. Todo cambia, entonces hay que adaptar ideas y estructuras mentales a la realidad. Según yo, siguen vigentes la justicia social y la igualdad, junto a la libertad, porque en esos pseudopaíses que decían “construir el comunismo”, eso en realidad nunca ha existido. Sobre todo porque no era posible en la pobreza. Hace falta riqueza, no miseria y, quizás sólo habría unos países escandinavos que podrían hacerlo hoy. De todos modos, no se puede hacer una sociedad justa y libre, o sea comunista y “utópica”, sólo con la igualdad, sin libertad. Para juntarlas, hay que tener los medios, una sociedad con progreso y distribución de la riqueza. ¿Valores? Cuando veo las diferencias sociales, hoy, me enoja; así como pensar que pocas familias controlan el planeta. Si no puedo hacer nada, duele. Finalmente, esto no cambia con el tiempo, es parte de mí.




