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Il Brasile riconosce le unioni civili. E noi?

Preciso un po’: la Suprema Corte Federale brasiliana ha riconosciuto il diritto alle unioni civili per gli omosessuali facendo del Brasile il paese più grande e popoloso al mondo in cui vengono legalizzati di conseguenza anche i “diritti correlati” come l’adozione, l’accesso a eredità, pensione e dichiarazione dei redditi condivise. Come gli altri. Come dovrebbe essere anche in Italia se ci fossero meno bigottismo e doppia morale. Siamo passati dalle proposte di matrimonio tra persone dello stesso sesso, considerate “estreme” da alcuni (ma approvate già in altri paesi europei), ai Pacs e poi ai Dico e alla fine niente. Bella discesa libera liberticida. E pensare che alcuni giornalisti hanno segnalato il ritardo con cui il Brasile s’è mosso in quest’ambito! Infatti in Uruguay, Colombia e in Ecuador erano già state prese decisioni analoghe per regolare e parificare questo tipo di unioni.In collaborazione con il Festival Mix México, il quindicesimo festival della diversità sessuale nel cinema, questa settimana nella capitale messicana l’Istituto Italiano di Cultura e la Cineteca Nazionale organizzano una bella retrospettiva su Ferzan Öztepec con la proiezione di pellicole come Le fate ignoranti, Il bagno turco, La finestra di fronte, Saturno contro, Harem e Un giorno perfetto. Nonostante il prevalere di un’innegabile cultura maschilista e omofoba in Messico e in America Latina (e in Italia?), Mexico City è senz’altro una città pioniera e aperta rispetto alle tematiche tipiche dei film del regista italo-turco e il pubblico sembra aver ben ricevuto l’iniziativa.
Mentre da noi il dibattito sui temi sociali viene spesso congelato e lasciato a tempi migliori, a Città del Messico i progressi degli ultimi anni in questo senso hanno portato, invece, alla legalizzazione dell’aborto e alla possibilità, di fatto, di praticare l’eutanasia, all’ampliamento del diritto universale alla salute e al sussidio temporaneo di disoccupazione e, dulcis in fundo, al diritto a contrarre matrimonio civile per gli omosessuali, riconosciuto di recente anche in Argentina.
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Spot Rai sul Referendum 12-13 giugno
Mandato in onda a tarda notte dalla Rai…conviene diffonderlo dal basso a questo punto, visto il nostro servizio “pubblico”…
AH, I Referendum del 12 e 13 giugno 2011 ci sono ancora!! -
Politica a scuola: in Messico siamo un passo avanti…
Ho letto la nota “Il Pdl contro i prof: via dalla scuola chi fa politica” e mi sono sorte alcune semplici domande, forse banali. Ho anche pensato subito a un piccolo paragone con la nostra realtà di docenti di linguacultura italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Mexico City.
Lo diciamo sempre tra amici e colleghi: qua siamo sempre un passo avanti e in Italia ci copiano! Nel contratto semestrale che firmiamo per “prestare i nostri servizi professionali di docenti” si legge, infatti, che “si sottolinea la necessità di favorire la partecipazione attiva di tutti gli alunni alle lezioni […ok…] e la dovuta cautela nel trattare argomenti intimi, politici o religiosi che possano urtare la sensibilità degli alunni e distogliere dal compimento del programma didattico stabilito”. E’ una clausula un po’ più soft ma forse il Pdl l’ha presa come spunto.
Come fanno i presidi delle scuole a venire a conoscenza dell’operato sedizioso e politicamente radioattivo dello sfortunato prof che incapperà nella sospensione?
Lo denunceranno prima gli alunni o i colleghi antipatici? Oppure il preside seguirà su una web Tv le lezioni in diretta di tutti i suoi subordinati? Metterà delle cimici, pagherà una spia o chiederà le intercettazioni a qualche magistrato? (Ah no, quelle forse le tolgono tra un po’…).Riporto dalla nota:
«L’importante – sottolinea il parlamentare – era inserire nel Testo unico sulla scuola il divieto di fare ‘propaganda politica o ideologicà per i professori». «Per quanto riguarda le sanzioni – aggiunge il parlamentare – queste dovranno essere contenute poi in dettaglio in un provvedimento attuativo della legge». «La propaganda politica, infatti, – prosegue Garagnani – non può trovare tutela nel principio della libertà dell’insegnamento enunciato dall’Articolo 33 della Costituzione. Un conto infatti è tutelare la libertà di espressione del docente, un’altra è quella di consentire che nella scuola si continui a fare impunemente propaganda politica».Sarei proprio curioso di sapere come si fa a distinguere la storia, la cultura, la filosofia, l’educazione civica e l’economia dalla politica e dalla “propaganda”. E chi giudicherà, soprattutto nei casi “dubbi”?
E’ chiaro che, soprattutto nelle discipline umanistiche, sta storia puzza di discrezionalità e cultura del sospetto per cui è una proposta puramente intimidatoria che potrebbe, però, dare anche adito a interpretazioni soggettive dettate, a loro volta (!), da considerazioni politiche dei presidi o chi per essi.In Messico, dato l’autoritarismo insito in alcuni articoli della Costituzione (e della cultura) nazionale, è possibile addirittura venire espulsi per una semplice denuncia ricevuta presso il dipartimento immigrazione e, magari, sostenuta dal notabile di turno. Non sempre è immediato e automatico, siamo d’accordo, però il pericolo e la minaccia alle libertà individuali resta.
Di storie di prof, giornalisti e stranieri in generale che son stati cacciati da un giorno all’altro senza validi motivi ce ne sono a bizzeffe. Colui che parla e, secondo il suo pubblico, “sconfina” è passibile di denuncia. Vogliamo copiare anche questo?Una parte della comunità italiana in Messico ha espresso la sua indignazione per molte vicende che riguardano tutti noi, in Italia e all’estero: ecco la loro (e nostra) lettera.
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Nucleare. Berlusconi: il vostro futuro lo decido io
Viva il Referendum. Il 9 maggio scorso alle prime luci dell’alba attivisti di Greenpeace hanno scalato il balcone di Palazzo Venezia e hanno aperto uno striscione per protestare contro le recenti affermazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul ritorno all’energia nucleare in Italia. Sullo striscione, al fianco di una immagine del Primo Ministro che sogna il nucleare, si legge: “Italiani, il vostro futuro lo decido io”.
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Il Messico in marcia per la pace

Città del Messico. Domenica otto maggio duemilaundici. “Grazie per pensare al nostro futuro”. E’ la frase scritta con un pennarello blu su un foglio da disegno che un bambino dall’espressione serissima e rispettosa mostra ai manifestanti della Marcha por la Paz (Marcia per la Pace, vedi Foto). Dalle sette del mattino sempre più persone si sono aggiunte alla carovana pacifica convocata dal poeta e giornalista Javier Sicilia che è partita giovedì scorso da Cuernavaca, capoluogo della regione di Morelos a un’ottantina di chilometri a sud della capitale messicana. Dopo il brutale assassinio di suo figlio Juán Francisco Sicilia, Javier ha catalizzato l’attenzione dei media e s’è fatto portavoce di migliaia di vittime colpite e addolorate che non vengono ascoltate dalle autorità e che vogliono ribellarsi all’impunità dilagante (circa il 98% dei reati nel paese non viene punito) e all’indifferenza ufficiale. Il bambino immobile col suo cartello sta seduto sul ciglio dell’immensaavenida Río Churubusco di Città del Messico mentre decine di persone s’affannano a fotografare lui e il suo messaggio che meglio di tutti riassume l’intensità e la speranza nascoste nelle sfide di un Messico tormentato dalla famigerata “guerra al narcotraffico”.
Una lotta sanguinaria e repressiva che non attacca le cause del problema ma solo ne esaspera i sintomi e le conseguenze: è stata lanciata dal presidente Felipe Calderón alla fine del 2006 sostanzialmente per lenire le eterne e fasulle preoccupazioni statunitensi e soprattutto per riempire l’enorme vuoto di legittimità creatosi dopo le contestate elezioni di quell’anno in cui il Prd (Partido de la Revolución Democrática, all’opposizione) e l’ex-candidato López Obrador denunciarono brogli e bloccarono la capitale per mesi con proteste di ogni tipo. Da allora il saldo di vittime provocato dalla militarizzazione delle operazioni di sicurezza e dalle battaglie istigate tra i cartelli del narco non hai mai smesso di crescere, anno dopo anno, fino a superare ormai la cifra di 40mila morti.Siamo a un tasso di quasi 20 morti per 100mila abitanti, il doppio rispetto a cinque anni or sono, e il rispetto dei diritti umani è diventato una chimera. Ormai la gente lo ha capito, ha sofferto sulla propria pelle e ha deciso di reagire contro le reti di corruzione, impunità, violenza, protezione e connivenza che la politica ha intessuto con il mondo del narcotraffico, specialmente con il Cartello di Sinaloa di Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo.
Dalla frontiera con gli Usa, da Ciudad Juárez e da Tijuana, fino a San Cristóbal de las Casas, in quel profondo sud chiapaneco dove anche la Otra Campaña dei neozapatisti ha aderito alla protesta, migliaia di cittadini con la maglietta bianca e il lemma “no más sangre” (“non più sangue”) di una ventina di città hanno riempito strade e piazze per stare affianco a chi sa rispondere con la parola e la poesia agli affronti delle armi e dell’indifferenza. Secondo la dettagliatissima ricerca della giornalista messicana Anabel Hernández, autrice de Los Señores del Narco e minacciata di morte, El Chapo e i suoi “onorati” compadres di Sinaloa, come Ismael El Mayo Zambada e Juán José Esparragoza Moreno, alias El Azul, godono da anni della protezione governativa e della connivenza delle autorità che dovrebbero perseguitarli e combattere tutti i cartelli allo stesso modo ma sembra che, al contrario, sia prevalsa la linea di favorire gli affari sporchi di un unico gruppo delinquenziale per cercare d’ottenere un miraggio di stabilità.
Ammazziamo gli altri e mettiamoci d’accordo con quelli che faremo vincere, in soldoni. Intanto difendiamo gli amici degli amici, consolidiamo le reti di complicità e dimostriamo alla gente e ai gringos che così va bene, che abbiamo catturato tutti i capi più importanti dei vari bandi in lotta.
Proprio come si sente ogni giorno nei pretenziosi spot radiofonici ufficiali in cui viene sciorinata una lista di nomi di narcos famosi, magari solo i fratelli o cognati di qualche storico capo degli anni ottanta e novanta che fanno sempre la loro scena, come se ormai il peggio fosse passato. Invece i pesci grossi sono ancora liberi e poi si sa, morto un Papa se ne fa un altro e presto ci saranno nuove liste di nomi da presentare a un’opinione pubblica incazzata e triste che non ci sta più.
Inoltre non esistono la volontà e la forza politica di mettere in atto misure reali e dure contro i narcos, attaccandoli sul serio dove fa più male: chiudere i rubinetti a livello finanziario e smettere di sovvenzionare le imprese loro e dei loro familiari e prestanome con fondi pubblici, in primis.
Poi imporre il carcere duro, lanciare politiche di sviluppo nelle regioni più depresse, epurare le file più incancrenite della politica, dedicare risorse all’istruzione, alla prevenzione dei crimini collegati al narcotraffico, alla riconversione delle produzioni e all’intelligence anziché alla guerra, e infine andare verso la legalizzazione del consumo delle droghe leggere e pesanti.
Oltrefrontiera, negli Usa, se ne sta già parlando e, sebbene in California il “sì” non abbia vinto, c’è già stata una votazione popolare sul tema che ha risvegliato il dibattito. In Messico solo l’ex presidente Vicente Fox, ora che non governa più, lancia proposte coraggiose e provocatorie in favore della legalizzazione nonostante non abbia fatto gran che durante la sua amministrazione per affrontare il problema. Piuttosto lo ha aggravato, come dimostra bene la Hernández nel suo libro. Quindi i “signori del narco” non sono solo i capi mafiosi. Anzi, i veri responsabili del problema sono tutti i settori della società che non reagiscono e che avrebbero il potere di farlo, dai politici come Genaro García Luna, l’ormai indifendibile e corrotto fino al midollo Ministro della Pubblica Sicurezza, ai grandi imprenditori immersi fino al collo nei traffici illeciti e nel sostegno “bi-partisan” tanto ai narcos come ai poteri forti che dichiarano “guerre” false contro di loro, tanto ai corrotti come ai corruttori.Anche per questi motivi la tristezza di Javier Sicilia ha iniziato a manifestarsi senza mezzi termini poco più di un mese fa, subito dopo l’omicidio di suo figlio e di alcuni suoi amici e colleghi, con la lettera intitolata “Estamos hasta la madre” (che io traduco liberamente con “Ne abbiamo pieni i coglioni”) ed è continuata nel Zocalo, l’immensa piazza centrale della capitale, con un discorso per un “Messico in pace con giustizia e dignità” e con una richiesta gridata da Javier e dalla piazza al presidente della repubblica: le dimissioni del Ministro per la (In)sicurezza García Luna. Sono partiti in mille e sono arrivati in 200mila dopo l’ultima notte passata in campeggio nella spianata della Universidad Nacional Autónoma de México e tre giorni di cammino, catarsi e commemorazioni pubbliche di tanti padri, tante madri, fratelli, amici, uomini e donne che hanno visto scomparire i loro cari in una delle guerre che affliggono questo paese.
Il cartello di un manifestante prova a elencarle e, se da una parte pare un necrologio del decennio di governi del Pan (Partido Acción Nacional), dall’altra le stesse storie parlano di orgoglio e resistenza e non solo di sconfitte, anche perché sono potute arrivare fino a noi e fino al Zocalo proprio in questo 8 maggio di pace: il narco; i femminicidi; il caso dell’incendio nell’asilo nido ABC di Hermosillo, Sonora; le narco-fosse; il treno dei migranti centroamericani in balia del crimine organizzato e di quei settori della polizia organizzati per delinquere; le brutali repressioni di Atenco e di Oaxaca del 2006; l’isolamento e la lotta del municipio autonomo di San Juán Copala; la militarizzazione generale del paese e delle sue comunità, senza dimenticare che nel sud e in particolare nel Chiapas è stata la norma per decenni; le intimidazioni contro i difensori dei diritti umani e i giornalisti. Tutti presenti coi loro cartelli e le loro speranze di ottenere giustizia e far sentire la propria voce. Lo hanno ribadito a San Cristòbal oltre 5mila membri e simpatizzanti dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nella loro prima riapparizione pubblica da cinque anni a questa parte. Il comandante David ha letto un appello alla solidarietà con le vittime innocenti della “guerra contro la criminalità” inviato dal Subcomandante Marcos il 7 maggio.Hanno sfilato insieme a cittadini di ogni classe sociale, insieme agli universitari, ai Comitati come quello dei fratelli Cerezo, finalmente usciti di prigione dopo quasi un decennio di lotte per la giustizia, agli indigeni e agli zapatisti, ai disoccupati, ai sindacalisti dello Sme (il sindacato messicano degli elettricisti liquidato con l’impresa elettrica Luz y Fuerza via decreto presidenziale) e pure alla classe media delle zone relativamente tranquille e benestanti della gran Ciudad de Mèxico.
Nel corso della lunga camminata migliaia di persone si sono incorporate e hanno dimostrato la loro solidarietà sfamando e dissetando i manifestanti attanagliati da temperature intorno ai trenta gradi per tutta la giornata. In tanti si sono dedicati a realizzare performance di teatro da strada, letture di poesie, rappresentazioni simulate della violenza, cori e suonate. Verso le 5 del pomeriggio, dopo quindici chilometri di strada e quasi nove ore di marcia, il contingente principale ha raggiunto il centro e dal palco si sono susseguite le voci, da sempre inascoltate, delle vittime della violenza. Numerose e dolorose si sono alzate le grida per ottenere giustizia così come le volontà espresse di continuare sulla strada della mobilitazione pacifica e della sensibilizzazione senza le quali non c’è un futuro minimamente accettabile per il Messico.
E’ stata presentata una proposta per nuovo patto sociale basato sulla necessità di chiarire e castigare i delitti attraverso un cambiamento deciso di strategia dalla “guerra” alla sicurezza cittadina nel rispetto dei diritti umani. Sicilia e i manifestanti hanno chiesto una politica economica e sociale che crei opportunità per i giovani e fermi il riciclaggio del denaro e le fonti finanziarie dei narcotrafficanti così come una riforma politica che preveda la revoca del mandato, le candidature cittadine, la democratizzazione dei mezzi di comunicazione e l’eliminazione dell’immunità parlamentare. Domenica sera il Ministero degli Interni ha semplicemente replicato che le forze militari non costituiscono l’origine della violenza. Si resta in attesa di qualche dichiarazione degna di questo nome.La manifestazione per la pace dell’otto maggio ha avuto il merito di far nascere unmovimento nuovo anche rispetto alle proteste di massa di qualche anno fa che erano genericamente “contro la delinquenza” e in qualche modo più legate alla destra politica che ha gestito il discorso sulla sicurezza e la delinquenza in modo quasi esclusivo.
I settori politici conservatori e le classi alte delle città s’espongono solamente in determinate occasioni quando riescono ad uscire dalle loro zone dorate e dai loro quartieri bunker per promuovere iniziative annacquate di cambiamento sociale mentre quello di cui c’è bisogno è sicuramente uno sconvolgimento delle logiche, della cultura e della società dal basso e da dentro. Sicilia ha lanciato un ultimatum alle autorità e ai partiti, accusati di essere infiltrati da una e più mafie, annunciando che “non accetteremo più un’elezione se prima i partiti non ripuliscono i loro ranghi da quelli che, con la maschera della legalità, sono collusi con il crimine”. Il 10 giugno prossimo a Ciudad Juàrez le “Commissioni di Verifica e Sanzione” che la società civile sta formando e che sono aperte a tutti i cittadini, quartieri e comunità si riuniranno per formulare piani concreti e tabelle di marcia su queste proposte come ulteriore passo della mobilitazione. Di Fabrizio Lorusso da Carmilla.anabel hernandez, Antifascismo, calderon, Diritti Umani, EZLN e Chiapas, fainotizia, garcia luna, Giornalismo & Mass Media, Guerre, javier sicilia, manifestazione, marcha por la paz, Messico, mexico, militari, narcos, Narcos & NarcoGuerra, Politica, Repressione, Roba in Italiano, sociedad, Società e Conflitti -
Video Marcha por la Paz: Ezln-Chiapas y México DF
Video Marcha zapatista por la Paz con Justicia y Dignidad en San Cristóbal de las Casas, Chiapas
Realización: Proyecto Chakana
Reportage en italiano: LINK
Fotos y galería: LINK
Compartimos con ustedes dos videos de Desinformémonos sobre la Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad, uno de la concentración en la Ciudad de México, el 8 de mayo, y otro de la Marcha del EZLN en San Cristóbal de las Casas, el 7 de mayo.
Video Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad en la Ciudad de MéxicoRealización: Arturo Guillén/AAVI y Sergio Bibriesca/DesinformémonosMarcha por la Paz con Justicia y Dignidad
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Entrevista con la Santa Muerte

Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal 8 de mayo de 2011
Ciudad de México, un día de 2011. Tengo el honor de presentarles a la mismísima Santa Muerte, quien nos hablará de ella y su culto en México, por primera vez en la historia. Al anochecer, sobre Ferrocarril de Cintura y Avenida del Trabajo, estamos en el umbral del barrio bravo de Tepito. La Santa llega puntual y acalorada, nos sentamos sobre una banca negra, apartados. La tarde es bochornosa y mi grabadora impaciente registra la portentosa vida de la Muerte.
–¿Cuándo nació Usted?
–Bueno, nací con la vida. Soy su fin, pues. O su continuación, como quieran verla. Para los antiguos mexicanos yo estaba dentro de un ciclo. Según la Biblia, nací cuando el pecado original. Adán y Eva comieron su manzana rica y, luego, Dios me contrató, creamos la mortalidad. Más bien, Él lo hizo y yo feliz. Al inicio, no tenía chamba, ya que los hombres eran muy longevos. El Noé del diluvio llegó a los 950 años de edad, no inventes. A Moisés me lo llevé a los 120. Por suerte, después, la especie se tornó más corrupta, gozosa y golosa, y me los cargo antes de los cien.
–¿Hace cuánto la veneran?
–¡Jijo, un buen! Antes les encantaba a los mortales explorar mi naturaleza inexplicable y fascinante. Y modesta, ¿verdad? En cambio, en el último milenio empezaron a tenerme mucho miedo y poco respeto en Europa. Fue por culpa de la peste negra.
–No pues, está grueso, ¿y qué pasó?
–A partir de 1348, me llevé personalmente a 25 millones de galos, germánicos, gachupines e itálicos. Me cansé pero valió la pena para mi carrera de segadora. Hasta la fecha se rehúsan a verme y hablar de mí. En América los obispos persiguieron mis imágenes con lujo de violencia. Igual me los llevé, lenta pero segura.
–¿Cuál era su relación con los aztecas?
–Aquí en México mandé a una pareja pa’ cuidar el inframundo, el Mictlán, ¡qué bien me cumplieron! Eran Mictlantecuhtli, el rey, y Mictecacihuatl, su reina. Buena gente, descarnados, populares y honrados como yo. Hasta hoy los recuerdan y me ponen sus penachos y ropa.
–Vaya, sí sabe mucho. Va otra. ¿Es usted una Santa de verdad?
–Mira, ¿según quién? En mi querido Más Allá hemos tenido pláticas milenarias sobre los santos. Para la Iglesia no lo soy. Como soy de purititos huesos sin carne, no me dan chance pa’ la canonización. Pero ni quiero, soy una entidad, objeto de fe y culto popular. Opino que un santo no católico tiene dignidad como los otros. Me quieren, ya que no solapo a pendejos, ni enaltezco a cabrones.
–¿Se cree más poderosa que Dios?
–No te pases. Él me mandó. Posiblemente haya una sola vida y una sola muerte y me encargo de eso. La gente dice “primero Dios, luego Ella”. Hablan de mí y hasta me pongo roja, porque me dan tanta dicha y valoración, pero no hago clasificaciones. ¿A poco no queremos todos un granito de reconocimiento de vez en cuando?
–¿Cómo le llaman? ¿Cuántos son sus devotos?
–Si me quieren mostrar cariño, me llaman Flaquita, Bonita, Niña Blanca, Hermosa y, de respeto, Patrona, Señora, Comadre, Hermana, Jefa. Los duros y puros devotos son como cinco, quizá 10 millones en México, Estados Unidos, Centroamérica e incluso en Japón y Argentina. Allí está un primo mío llamado San La Muerte. Le deseo puro éxito a ese gauchito, ojalá lea esto.
–Estimada Santa, ¿cuál es su compromiso con la democracia?
–Mijo, no me hagas preguntas pendencieras, pa’ no decir otra con “pe”. ¿Me viste cara de H. congresista? Soy superdemócrata porque igual me llevo a un rico que a un pobre, a un joven que a un viejo, a un político y a un maleante: acaban en lo mismo y es democracia real, no populismo.
–¿Por qué anda con guadaña, amuletos raros y hasta un mundo en la mano? A muchos les parece espantoso, cuando menos, y se ve de mal gusto. Explíquenos, por favor, Santísima.
–El chisme, ni lo pelo. No me gusta lo fashion. Te explico. La guadaña protectora vence envidias y hechizos. Corta vidas filosamente. Brilla a lo lejos y mutila de cerca, obvio. Ten cuidado, he de averiguar cuándo es tu turno porque cuando te toca, aunque te quites, cuando no te toca, aunque te pongas. La balanza es la ley igual para todos: en mi reino, sí es cierto. El reloj de arena me gusta, es retro pero rifa. Es la vida que se te va lentamente de las manos, sin embargo, con una girada arriba abajo, empieza otra vez con arena fresca. ¿Cómo ves? Otra. “Cuando el tecolote canta, el indio muere.” El búho es mi respetable mensajero nocturno. El globo terráqueo, pos, decía Netzahualcóyotl que “toda la redondez de la Tierra es un sepulcro; no hay cosa que persista, que con título de piedad no la esconda y la entierre”. A veces me siento sobre la Tierra para descansar y me hacen unos retratos que ni Miguel Ángel. También me pintan sobre un trono o a caballo, pero de pie es lo típico.
–¿Qué tal su túnica?
–Fíjate. Cada quien trae su piel puesta, es una capa externa. Yo, en cambio, porto mi atuendo y saco mis manos, mis pies y mi rostro de calavera. Al verme finalmente se dan cuenta de que son todos iguales: debajo de su piel y ropa, esconden huesos blancos como los míos y no hay disfraz de por vida. A cada color de mi sayal le dan un sentido simbólico. Está bien, siempre y cuando le nazca a la gente.
–Las malas lenguas dicen que su culto sólo es de pobres, presos, “nacos” y “prostis”.
–Ay, mi chavo, nomás le ponen etiquetas a las personas. Los excluidos me buscan. Los barrios son cultura que no sólo está en los libros. También hay mucha pobreza, así que donde falta todo, queda la pura fe y, mientras más santos haya, mejor. Dicen que soy celosa y no es cierto, mis altares reciben a todo santo y todo fiel: hay lugar, y más para los débiles.
–¿Y en la cárcel?
–Allí me tienen mucho cariño, claro, ¿y qué? Me preocupo por lo que pasa adentro ¿y ustedes? Toditos podemos ser pobres, presos, nacos o, como dijiste, prostis. No juzguen, yo soy quien maneja balanza y guadaña.
–Otros dicen que es la Santa de los narcos y de la Mara Salvatrucha.
–Órale, pero ¿hicieron un conteo de cuántos presuntos narcos y mareros se tatúan a la Virgen o a San Juditas, o solamente se fijan en mí? No niego cierta afición, sí soy carismática, pero no soy narcosanta como dice la prensa amarillista. Escriben que soy satánica y mala, que exijo sacrificios y bobadas así. No me conocen, pero ahora, ¿quién pondría eso en un periódico serio?
–¿Ha probado alguna droga?
–¿Por qué crees que estoy tan flaquita? No, es broma. Todo probé en la vida, bueno, en la muerte. Muchos me piden sacarlos del vicio y con gusto los apoyo.
–¿Tiene novio o galán?
–Ándale, ¿te lanzas? Mi veneranda edad me enseñó a ser discreta. Sé de unos que sueñan conmigo en la noche, pero estoy bien sola: trabajando, emancipada y ocupada.
–¿Usted le entra a la santería y al vudú?
–La santería es una tradición cubana y el vudú llega de Nigeria a Haití. Son religiones que trajeron los africanos yoruba a América. En mi culto hay algo de sus usanzas. Por ejemplo, la práctica del pureo, en que se depura mi imagen echándole humo, o las ofrendas de licores tropicales como ron y tequila. Algunos me identifican con laorisha Yemayá, dueña del mar y madre de los dioses. Me cae que sí hay rituales que me utilizan para la magia, la brujería y las limpias. Las tiendas esotéricas venden todo producto y servicio, aunque siento que me están explotando para cosas que tampoco son lo mío, la verdad.
–¿Cuáles son sus orígenes, Santísima?
–¡Uh! Pues, niño, te cuento que mi imagen tiene mil años, es un mix de iconografías judeocristianas y grecorromanas. ¡Qué cosas! Como me ves ahorita, aquí a tu lado, es como me pintaron en el medioevo y en el barroco en Italia, España y demás. Bailaba en esos lienzos de las danzas macabras dentro de iglesias y osarios. Presidía esqueléticamente las procesiones del Viernes Santo sobre las carretas de la muerte. Chulada.
–¿Le gusta lo barroco?
–¿A mí? Me gusta lo extrovertido y, no lo digas a nadie, también la Vida, sin bronca. Mi función era recordarles que un día morirían, el famoso memento mori. Amo el espíritu y la estética de la tierra mexicana, algo barroca y musical. El Día de Muertos, ese “patrimonio de la humanidad” católico-mestizo de México, es bonito, pero es una muerte domesticada. Lo mío es popular y más libre, por lo que me hostigan. Cuando los de siempre y las jerarquías ya no controlan a todas las almas, tiemblan.
–¿La Enfermedad es su amiga?
–Sí, pero no super cuata. Antes nos llevábamos, cuando acompañaba mi labor segadora de muchedumbres. Ahora anda floja y los doctores la hacen tonta con tachitas y palabritas. Me cae que ya no jala.
–¿Qué pasó cuando llegó a México?
–Los españoles trajeron la cruz y la espada. Las cofradías de la Buena Muerte vendían a los ricos un rápido ascenso al paraíso mientras que los pobres iban a las fosas comunes. Mi silueta con hoz espantaba a los nativos. Sin embargo, el juego no duró tanto y en el siglo XVII ya usaban mi efigie a su gusto. La Inquisición ordenó perseguirme como una idolatría practicada por “indios”, quienes me llamaban ya “Santa Muerte.” En Chiapas me decían San Pascual Bailón y allí me salvé.
–¿Cómo se conservó por tanto tiempo?
–No uso maquillaje, ves.Mi culto se mantuvo gracias a las abuelitas y las guardianas, matronas, como yo, del México profundo. Las familias me salvaron de las persecuciones sin pensar en el lucro. Mis imágenes coloniales rescatadas son la de San Bernardo en Tepatepec, Hidalgo; la del Museo de Yanhuitlán, Oaxaca, y la de La Noria, Zacatecas. También en Tepito el culto es antiguo. Hace diez años el altar de Alfarería fue el primero en ponerse en la calle y es el más concurrido. Hay al menos mil 500 altares en el DF y más en la República.
–¿Qué pasa en Tepito?
–Nada. En BarrioDeTepito.Com, un sabio cronista comenta que “los chilangos temen Tepito y no se dan cuenta de que ya México se ha convertido en el Tepito del mundo”. Además, México y Tepito tienen las vocales emparedadas, ¿curioso, no? En Tepis, junto a la Guadalupe, soy la Señora del barrio, pero como que se me quiere más.
–¿Hubo intentos de explotarla?
–Sí, pero no me gusta que la fe se patente y sea una SA de CV. El padre David Romo tuvo presencia en los medios, mismos que crearon a un falso líder del culto, mientras que él es fundador de una Iglesia Tradicional que perdió su registro y no me domina a mí. Tiene un santuario en la Morelos, pero cambió mi figura huesuda con la de un Ángel encarnado. En el Estado de México, Jonathan Legaria, el comandante Pantera, era todavía muy chavo cuando, en 2008, lo acribillaron en Tultitlán. Quedó una estatua mía de veintidós metros, pero nunca supe bien qué negocios armaban.
–¿Es vengativa? ¿Si no le cumplen, usted castiga?
–No, ¿cómo crees? Cuando uno se sugestiona, cree que algo malo va a pasar y se aplica la ley de Murphy. Si temen que los voy a castigar, algún castigo ocurre solito.
–¿Hay manera de “arreglarse” con usted para un tiempo extra?
–No amigo, ¿qué pasó? ¿Mordidas? No busco plata. Si me rezas, como intercesora con el cielo, puedo recomendarte en la delegación divina, pero Él decide, ni tú, ni yo.
–¿Qué le piden?
–El regreso del marido, el amor de la galana, ayuda con deudas y juicios difíciles, protección del peligro, darle un chance al adicto y al preso pa’ que salgan de su jaula. Paros. Dinero. Éxito en el gabacho. No soy más poderosa que la Virgencita, pero sí más cabrona.
–Para eso, ¿no está San Judas Tadeo?
–Es amigo, trabaja casi lo mismo, pero se quedó con la Institución. Lo promueve la Iglesia y le ganó a san Hipólito, quien fue impuesto como patrono en 1528. Es bueno, pero sigue siendo un cuate cooptado. Yo no me dejo.
–Usted se ha vuelto toda una estrella. La invocan como “querido ser de luz”. ¿No es una contradicción? Sin ofensa, dicen que usted resume los valores negativos de la sociedad.
–No soy un chivo expiatorio de sus problemas. Vengo a recordarles su destino pa’ que vivan bien sin desear el mal a su vecino. Protejo a los que nadie cuida. Alumbro el camino y su fin: pasos y metas, un “nos vemos” y un “adiós”. Cada noche ensayan el sueño mayor, ya están listos. Adiós.
–Muchas gracias, nos vemos.
Mientras se aleja, la Patrona me indica un cartel: “Hoy estás en los brazos de la vida, pero mañana estarás en los míos. Así que vive tu vida. Te espero. Atte. La Muerte.”
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Corrispondenza radio Matteo Dean con Amisnet Italia 12-05-2011

(link al sito originale di questo articoli su Amisnet) La guerra al narcotraffico in Messico è stata lanciata con gran clamore dal presidente Felipe Calderon all’indomani della sua elezione, nel 2006. A distanza di quasi cinque anni il bilancio è di circa 40.000 morti, dei quali molti mai identificati, oltre a decne di migliaia di desaparecidos e quasi mezzo milione di desplazados. Dall’inzio della guerra al narcotraffico, il clima nel paese si è fatto progressivamente più violento, fino a raggiungere livelli intollerabili. “Il paese si è andato via via assuefacendo alla violenza”, ci ha raccontato Gianni Proiettis, giornalista italiano che risiede in Messico da quasi vent’anni ed è stato recentemente deportato illegalmente in Italia dalle autorità messicane. Fortunatamente negli ultimi tempi un pezzo della società messicana ha dato segnali importanti di risveglio: ne è testimonianza la carovana che ha raggiunto lo Zocalo, piazza centrale di Città del Messico, l’8 maggio scorso. Una carovana, partita il 5 maggio da Cuernavaca, 100 chilometri a sud della capitale e composta da parenti delle vittime della guerra, da attivisti, da organizzazioni sociali molto diverse tra loro, da migranti, studenti, artisti e semplici cittadini stanchi dello stato di cose. Al suo arrivo nella capitale poteva contare su 200.000 partecipanti e ha messo al centro delle sue richieste, oltre alla fine delle violenze, la partecipazione democratica alle decisioni e la lotta alla corruzione che imperversa nel paese. Anche la guerra alle narcomafie è, secondo molti, in realtà pretestuosa e nasconde il tentativo di instaurare uno stato del terrore oltre che a mascherare i legami tra narcos e autorità. In Messico è una voce ricorrente quella che sottolinea i legami tra Calderon e il cartello del Chapo Guzmamn, che sarebbe stato favorito ai danni di tutti gli altri cartelli contribuendo così a scatenare un vortice di violenza incontrollata.
“Il controllo del territorio e la repressione della società è il reale obiettivo di quella che chiamano guerra al narcotraffico”, denuncia Antonio Cerezo, attivista reduce da anni di carcere in Messico. “Molti dei morti che ufficialmente figurano tra i narcotrafficanti sono attivisti o studenti”. “Il narcotraffico è però un problema serio in Messico”, conferma Matteo Dean, giornalista indipendente che vive in Messico, “e negli ultimi anni i giovani non hanno molte altre scelte all’arruolarsi nell’esercito o rimpinguare le fila dei cartelli.” “Lo stato non offre alternative valide e l’economia versa in uno stato disastroso”, continua Gianni Proiettis.
Nel frattempo, mentre l’orizzonte delle elezioni del 2012 si avvicina,Felipe Calderon promette a Washington di modificare la costituzione per poter vendere almeno una parte delle azioni di Pemex, la compagnia petrolifera di stato, vero caposaldo dell’economia pubblica.Ospti della puntata:
Gianni Proiettis, prfessore all’Università di San Cristobal in Chiapas e corrispondente per il Manifesto
Matteo Dean, giornalista indipendente, corrispondente dal Messico
Antonio Cerezo, attivista del Comité Cerezo (in un messaggio registrato per La Città dell’Utopia)TRASMISSIONE link MP3
