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  • Differenziata alla messicana

    Differenziata alla messicana

    Propongo un post celebrativo e speranzoso dato che da qualche settimana la gran Città del Messico s’è rimessa in moto per provare a fare la differenziata seriamente. 25 milioni di abitanti e almeno 100 milioni di sacchetti d’immondizia inondano la capitale messicana ogni giorno, senza tregua e con ferocia. Da sempre il compito annoso di raccogliere e separare i rifiuti è stato svolto extra – ufficialmente dai pepenadores, un esercito di instancabili operai della monnezza, smistatori professionali di rifiuti e rigattieri metropolitani. In alcuni casi fanno delle discariche la loro casa e vi costruiscono villaggi malsani, nicchie di povertà ignorate dal mondo, che sono al limite dell’immaginazione e delle possibilità di sopravvivenza tra le montagne di spazzatura, la basura in spagnolo, delle discariche.

    Quattro o cinque anni fa partì la raccolta differenziata a Città del Messico e si trattava solamente di dividere i rifiuti organici da quelli inorganici. I più zelanti da subito si munirono di due cestini diversi anche se poi la delusione era tanta quando si constatava che poi nei camion la spazzatura veniva rimischiata senza pudore. Ti dicevano che in discarica l’avrebbero ridivisa per bene, no problem. Ma il dubbio restava.

    La città è immensa, lunga più di 50 chilometri, e vi convivono quartieri profondamente diversi tra loro, economicamente e socialmente. Per cui si va a macchie, a poco a poco. Alcune zone non hanno acqua, luce e altri servizi di base mentre altre godono di meravigliose biciclette a noleggio, 3 linee di metro, il bus ecologico, le notti illuminate a giorno in cui si dormono sonni (più o meno) tranquilli. Alcune collinette idilliache son popolate da milionarie famiglie rinchiuse in strani villoni simili a dei bunker antiatomici dalle pareti insormontabili.

    La maggior parte dei chilangos (abitanti della capitale) vive, invece, in casette a schiera, villette discrete (senza muraglie cinesi intorno) e poi condomini-città da 50 edifici ciascuno, nel migliore dei casi, o in precarie casette di mattoni, rifugi col tetto di lamina e, infine, per strada e nelle discariche a mano a mano che “si scende” di livello socioeconomico.

    Da qualche settimana, pena una multa salata per i condomini, dobbiamo fare la differenza separando la spazzatura in tante categorie associate ad altrettanti colori. Abbondano i volantini informativi che sono delle piccole enciclopedie con liste di oggetti emblematici da separare a titolo d’esempio.

    Nei cortili si stanno piazzando dei pittoreschi bidoni con tutti i colori dell’arcobaleno per ogni tipo di materiale: vetro, carta, tetra pak, sanitari, plastica, organici, metalli, vari ed eventuali. Le pile si gettano a parte negli speciali contenitori per le strade. Se prima i bidoni erano due, ora son quasi una decina. Io ne ho approntati alcuni sul balconcino di casa con dei secchielli splendenti che potete ammirare in foto.

    In vista del referendum sul nucleare ho deciso di dedicare un bidoncino ai rifiuti tossici, specialmente all’uranio e alle scorie radioattive con la speranza che resti solo una raccolta immaginaria e casalinga.

     

     

  • L'Italia ripudia la guerra come strumento…

    L'Italia ripudia la guerra come strumento…

    Costituzione italiana. Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

    consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
    promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

    Dopo alcune giornate passate a leggere e sentire le incalzanti e preoccupanti notizie dall’Italia, dall’Europa e dalla Libia mi son riempito la testa di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze. Credo sia valido condividerle.
    In base a quale interpretazione dell’Articolo 11 stiamo partecipando alle operazioni in Libia? Imporre una no fly zone con i bombardamenti è un atto di guerra? Credo di sì. Il diritto internazionale viene spesso recepito al pari o al di sopra della Carta costituzionale, ma è possibile farlo anche in questo caso in base a una risoluzione dell’Onu e a una riunione lampo di “volenterosi”? Non so se inglesi, francesi e americani (i primi a lanciare missili due giorni fa) possano dirsi “paesi di buona volontà”, sempre motivati da preoccupazioni umanitarie. S’è parlato di scelta inevitabile, ma continuo a dubitarne.
    Non saremmo dovuti intervenire anche in Cecenia, in Tibet, in Honduras o nel Darfur? Quante crisi, guerre civili e abusi vengono commessi ogni giorno in decine di paesi? Dove siamo noi in quei casi? Di certo non entriamo in quei paesi militarmente e, purtroppo, spesso nemmeno con la sufficiente prontezza e sensibilità diplomatica. Spesso li ignoriamo. Cosa dovremmo fare in questo caso?
    La Libia è vicina, ok. Siamo il suo primo partner commerciale, ok. I ribelli chiedono aiuto e sono vessati da un dittatore che ha reagito con una gravissima escalation di violenza e repressione, ok. Nessuno lo nega. Sappiamo, però, che la Libia, per qualche strano motivo, è un po’ più speciale. Ha il petrolio e tanti investimenti in gioco. Non erano amici nostri? Quanti raìs e violazioni è lecito tollerare pur di conquistare mercati e fonti d’energia? La retorica dei diritti umani applicata col contagocce, selettivamente, fa acqua da tutte le parti ormai. Business first, il governo lo sa bene e adesso, in pochi giorni, ha cambiato discorso in modo imbarazzante.
    Abbiamo paura delle probabili ondate migratorie, pensa un po’. Non ci sono altri “mezzi di risoluzione della controversia” come suggerisce la Costituzione? Ci dicono di no, le bombe sono  i n e v i t a b i l i, Gheddafi è un pazzo che minaccia gli alleati della Nato e una parte della sua stessa popolazione, va eliminato. Non è una scoperta del marzo 2011. E quindi? Baciamo le mani. Ma come? E’ stata una guasconata. Si chiama invece geopolitica, dura e pura, ma giocata male.
    Rispetterà l’esercito libico il cessate il fuoco dichiarato stanotte? Forse ci si attende un’altra violazione per poter dare la sferzata finale, le mani prudono e la partita potrebbe chiudersi troppo presto senza che vi sia stata la possibilità di dimostrare “quanto contiamo”. Ma chissà, forse son solo dietrologie, in effetti. Esiste anche la causa dei ribelli, l’idea di un risveglio dei popoli arabi che proietta mondialmente un’immagine rinnovata delle nuove generazioni, in lotta per i diritti fondamentali e la democrazia. E’ ancora presto per giudicarli. Il dubbio è su come sia meglio intervenire e accogliere questi cambiamenti e la Costituzione ci indica una strada. Giuseppe Genna su Carmilla riporta due dichiarazioni di Bossi e Di Pietro che vorrei riprendere e con cui concludo.

     

  • Reportage sulla repressione in Honduras

    Reportage sulla repressione in Honduras

    Por Dick y Mirian Emanuelsson

    VIDEOREPORTAGE della repressione (6,30 min.): vimeo.com/​21181376

    17 marzo 2011. 50 feriti e arresti nella capitale Tegucigalpa e a Comayagua, Honduras. Una protesta pacifica di migliaia di persone che continua da vari giorni s’è trasformata giovedì scorso in un inferno di lacrimogeni come risposta del regime del presidente dell’Honduras Porfirio Lobo, eletto polemicamente dopo un colpo di Stato contro il suo predecessore Manuel Zelaya che è stato deportato con la forza dal paese il 28 giugno 2009. La manifestazione è stata convocata dagli insegnanti in lotta contro la vessatoria riforma del sistema pensionistico (innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni con una speranza di vita media generale di 69,37 anni, molto inferiore, però, nelle fasce più povere della popolazione) e contro il saccheggio perpetrato dal regime golpista transitorio di Roberto Micheletti nel 2009 ai danni dell’istituto di previdenza sociale (denunciano la scomparsa di oltre 250 milioni di dollari Usa). L’Instituto de Previsión del Magisterio (Inprema) è in bancarotta e non potrà garantire le future pensioni quindi s’è pensato bene di mettere mano al sistema facendo pagare la riforma ai docenti. Il 18 marzo 2011 è stata uccisa dalla polizia un’insegnante, Ilse Velàsquez, scesa in piazza in difesa della scuola pubblica e colpita da un lacrimogeno. Inoltre la polizia ha invaso e attaccato con gas lacrimogeni anche gli edifici pubblici della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dell’Educazione Alternativa Non Formale per catturare un gruppo di giovani manifestanti. Molti paesi sudamericani di Unasur (Unione della Nazioni Sudamericane, formata da Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Equador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay eVenezuela.) e anche il vicino Nicaragua non hanno riconosciuto ufficialmente il regime post-golpista di Porfirio Lobo. In una realtà come quella dell’Honduras, in cui l’età media è intorno ai 20 anni, è un paradosso amaro e inaccettabile l’idea d’imporre un’età pensionabile più alta di quella dei paesi europei che hanno un’età media superiore ai 40 anni.

    In spagnolo, nota completa:

    TEGUCIGALPA / 2011-03-17 / Un pacifico plantón de miles de personas fue convertido este jueves en un infierno de gases lacrimógenos. Fue la respuesta del régimen del señor Porfirio Lobo a los maestros que sigue en pie de lucha en defensa de sus derechos que el régimen Lobista y el Congreso Nacional han revocado.

    Miles de maestros, mujeres, hombres, jóvenes, estudiantes, obreros, campesinos y nosotros periodistas fuimos brutalmente agredidos por la policía preventiva y el Comando Cobra en la capital de Tegucigalpa. Pero también en las ciudades como Danli, Paraíso y Comayagua fueron agredidos por los uniformados. En Comayagua fueron detenidos y golpeados 22 manifestantes y uno de ellos fue victima por una bala de un arma de alto calibre, según Jaime Rodríguez, presidente del colegio magisterial COPEMH. En Tegucigalpa fueron detenidos, según Radio Globo, 27 personas.
    – Habíamos acordado con Mario Chamorro (Comisionado y jefe de la Policía Metropolitana, Distrito Central) de clausurar nuestras acciones a las 12.30 del mediodía. Faltaban diez minutos cuando comenzaron a disparar las bombas, dice Gerardo Serrano, integrante de la dirección del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras, COPEMH.
    BEBÉ AFECTADO POR LOS GASES
    Y cuando estamos entrevistando al líder magisterial, los Cobras, apoyado por dos tanquetas, arremeten por segunda vez este día contra los maestros agrupados en el Instituto Nacional de Previsión del Magisterio (INPREMA). Los gases hacen imposible respirar. El inspector de Policía Preventiva, Daniel Molina, encabeza el literal bombardeo de gases de todos tipos. En los cartuchos de las granadas las instrucciones dicen claramente en impreso, que son altamente peligrosas y toxicas para el ser humano. Pero se ve que Molina “esta en su salsa” y su asistente le suministra granada tras granada a su mando que a su vez las dispara directamente hacia el interior de Inprema.
    Una granada irrumpe el duro vidrio en el segundo piso del nuevo edificio de Inprema y se ve el humo de los gases que salen por el hoyo de unos diez centímetros.
    Pocos minutos después vemos como salen mujeres y hombres y en los brazos de un maestro es llevado la bebé de tres meses, Anaí Cristela López Murillo y su hermana mayor, Nicy Lidebeth López Murillo. El vomito sale de la boca de la bebé.
    Pero Molina, Chamorro y los otros mandos policiales no les importa, por que atacan este día una tercera vez a los maestros y el pueblo que apoya al magisterio en la defensa de la educación publica. Y cuando cae la noche informa una maestra en Radio Globo que las instalaciones de Inprema han sido militarizadas.
    LOS GOLPISTAS SAQUEARON LOS FONDOS PENSIONALES
    Según Jaime Rodríguez, Inprema fue saqueado después del golpe de estado el 28 de junio de 2009 por el primer régimen de facto de Roberto Micheletti de una suma de casi cinco mil millones de lempiras o en dólares aproximadamente 250 millones de dólares. Una persona clave en apoyo de ese régimen fue Vilma Morales, ex presidenta de la Corte Suprema de Justicia.
    Es la misma persona que ahora va a encabezar una comisión que dizque va a investigar la situación interna de Inprema, instituto que se encarga de prestamos y las jubilaciones de los maestros hondureños. O, como dice Rodríguez y los maestros; “Los responsables de un crimen siempre regresan al lugar del crimen”. Y en el caso de Morales es para tapar el robo de Inprema, agregan. Y como fuera poco, la doña Morales ahora también es presidenta de la Comisión Nacional de Bancos y Seguros (CNBS)
    ¿JUBILARSE A LOS 70 AÑOS CUANDO ME MUERO A LOS 67,8?
    Y los maestros y maestras jubilados están sumamente preocupados por su futuro. La señora Morales propone subir la edad de la jubilación para todos los empleados públicos a 70 años que ha sido recibido como una bofetada ya que la expectativa de vida al nacer es en la población total 69,37 años. Para hombres 67,81 años mientras las mujeres son de 71,01 años (1). Y esa es una edad promedio que para las clases populares es menos.
    Más contradictorio se vuelva la propuesta de Morales de subir la pensión, si tomamos en cuenta que “solamente el 6.2% de la población pertenece a la tercera edad (mayor de 60 años). La edad promedio de la población hondureña es de 20.7 años. En el Reino Unido la edad promedio es de 40 años!”, escribe el columnista Ricardo Romero González en La Tribuna el 19 de febrero de 2011 (2)
    Mientras Vilma Morales y sus “socios” de la clase social que pertenecen mueren a los 80-90 años por la cómoda y rica vida que viven, los albañiles, los trabajadores y empleados privados que son obligados a trabajar muchas veces doble turnos por el salario mínimo, mueren mucho antes a de los 70 años propuesta por “La Suprema Justicia de Honduras”.
    “CAMBIAR EL BASTÓN POR UNA AMETRALLADORA”
    Cuando ya podemos respirar otra vez después de haber sido objeto de una gaseada sin precedentes en Plaza Miraflores, pasan dos maestras jubiladas con los ojos llorosos y una de ella dice:
    – ¡Cómo me hubiese gustado que éste, y levanta su bastón, hoy habría sido una ametralladora, los “chepos” (policias/Cobras) no habían sido tan prepotentes!
    – Pero la lucha continúa, hoy más que nunca nos hemos dado cuanta que apenas ha comenzado contra este régimen de terror, resume.
    ¿Fue este rostro que quería mostrar la ministra de Derechos Humanos del régimen del señor Lobo que en este momento se encuentra en Ginebra y la Comisión de Derechos Humanos de la ONU? La misión es presidida por la secretaria de Justicia y Derechos Humanos, Ana Pineda, e integrada además por la fiscal de Derechos Humanos del Ministerio Público, Sandra Ponce, entre otros funcionarios.
    Mientras los policías de Porfirio Lobo hoy intentaban de asfixiar una bebe, niñas, abuelas, maestras, hombres y mujeres jubiladas en Inprema, el señor Lobo se reunió con el ante EE.UU. servil secretario general de la ONU, Ban Ki-moon, para convencerles que en Honduras todo esta tranquilo y así dar la imagen que Honduras debe retomar su lugar en la OEA.
    DANIEL ORTEGA AUSENTE EN REUNION CON LOBO
    El gran ausente fue Daniel Ortega, presidente de Nicaragua que no asistió a la reunión con Ban Ki-moon, tampoco asistió el canciller nicaragüense, Samuel Santos. Nicaragua es el único país centroamericano que no ha restablecido relaciones diplomática con el régimen de Lobo que ha decidido de retirar sus embajadas de los países de ALBA y la gran mayoría de UNASUR, países suramericanos que consideran que el gobierno de Lobo es ilegitimo y la prolongación del golpe de estado.
    Mañana seguimos presentando más videos/entrevistas.

    VIDEOREPORTAJE (7 min.) Los presos políticos de Lobo en la posta policial en la Colonia Kennedy:   vimeo.com/​21183278

  • Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

    Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

    Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
    Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

    Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.
    Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.
    La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.
    Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:
    Ha dichiarato Umerto Bossi:

    «Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

    Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

    «Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

     

    Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando ilNabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
    Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
    La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.
    Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
    Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

  • Lo Spot per i 150 anni visto dal Messico

    Lo Spot per i 150 anni visto dal Messico

    Visto dai messicani e un po’ anche da me, tengo a precisare. Nell’ultima settimana ho usato questo spot del Ministero della Difesa e della Federazione Italiana Gioco (o Giuoco) Calcio, la FIGC, come materiale didattico per le mie lezioni di linguacultura italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Gli studenti messicani hanno reagito in diversi modi e hanno aumentato progressivamente il loro livello di consapevolezza e di critica sull’immagine e la realtà del nostro paese. Il livello dei gruppi, composti da 8 persone ciascuno, è avanzato, cioè C1 e C2 del quadro europeo, e l’età media è intorno ai vent’anni nel C2 e ai 25 nel C1. Tutti sono laureati o studenti universitari e superiori. Come quasi sempre accade, in classe c’è  una quota di cantanti d’opera e appassionati d’arte, moda e disegno (industriale e non…), ci sono un po’ di avvocati e politologi, alcuni studenti dei licei (spesso privati) e anche dei piccoli imprenditori, degli aspiranti traduttori e dei professori universitari di varie facoltà, da filosofia a economia.

    Nello specifico, dopo la proiezione del filmato con i miei due gruppi, in un primo momento ci son stati del leggeri sussulti d’apprezzamento, sorrisi compiaciuti e qualche frase generale di lode per uno spot che, secondo loro, è ben realizzato e costruito e risponde alle loro aspettative iniziali acritiche su “che cos’è l’Italia”. In un minuto e mezzo viene dato uno spaccato dell’immagine idilliaca che gli stranieri, in particolare in terra americana, hanno della penisola e dei suoi “bellissimi, apertissimi e artistici” abitanti. Sembra il trailer di un film gringo, cioè statunitense, di qualche anno fa intitolato Under the Tuscan sun (Sotto il sole della Toscana) con Raoul Bova e Diane Lane: un’insoddisfatta signora americana sperimenta il tradizionalismo familiare, i sapori ammiccanti della cucina e la passione languida tra Napoli e la Toscana grazie a un viaggio e a un’avventura con un tipico macho mediterraneo.

    Però, una volta chiusa la pagina di YouTube e riaccese le luci, il pezzo tuttora in voga di Mameli (come lo definiva e cantava Rino Gaetano) smette di risuonare nell’aula e partono le domande, “quali realtà e stereotipi dell’Italia pensate di ritrovare nello spot?”, “avete mai viaggiato o vissuto dalle nostre parti?”. Normalmente la metà o un terzo degli studenti conosce concretamente l’Europa e in particolare l’Italia. In modi diversi quasi tutti sono in contatto con degli italiani all’estero, con la loro cultura d’origine e con quel che succede oltreoceano. Punzecchiati sulla questione degli stereotipi e le idealizzazioni, dopo una seconda proiezione del video, arrivano le critiche e le domande, spesso sarcastiche e retoriche, volte a chiarire e ricollocare mentalmente tutti gli elementi dello spot.

    Ma i bambini da voi son tutti biondini? E’ ambientato in Svezia? Beh, dai, ma ci sono i castani nel video. Chiari, ma ci sono. Anche in Messico, infatti, le pubblicità in Tv e al cinema tendono a mostrare solo personaggi dalla pelle rigorosamente bianca e dalle fattezze caucasiche, mentre la maggioranza di mestizos (mulatti o meticci) e le altre etnie (popoli originari, afro-discendenti, cinesi) non sono mai rappresentate, se non con l’apparizione di accattivanti modelle “indigene” dai tratti finissimi, vestite con abiti tipici e sgargianti in vendita all’aeroporto per 40 dollari Usa. Perché la palla e le divise sembrano degli anni trenta? Ragazzi, veramente non lo so, l’ambientazione è quella, era un bel periodo o no? Abbiamo vinto due volte il mondiale…altro non ricordo…sarà per quello, non facciamo i tendenziosi.

    I migranti e i nuovi italiani che fine hanno fatto? Non ci hai insegnato che il 10% della popolazione italiana (e/o residente) viene da altri paesi e che una classe di scuola primaria può avere anche la metà (o più) di alunni con i genitori nati in altri paesi? E’ tutto vero, credetemi, mi tocca ribadire. Solo che forse il ministero non li ha voluti includere nel motto “nata per unire”, non so. Forse non volevano far assomigliare la squadra dei pargoli di bianco vestiti alla tanto vituperata nazionale francese della finale mondiale 2006 che perse contro l’Italia ai rigori. In quel tempo disse il ministro leghista per la semplificazione (semplificazione degli insulti?), Roberto Calderoli, che fu la “vittoria della nostra identità, una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti”.

    Nessun bimbo di colore, nessun orientale, magrebino, slavo, sudamericano gioca a calcio nel paesino dei “puri”. Gli alunni lo notano subito, e noi? Passi che siam tutti belli, magri e sani, ma non siamo affatto monocromatici. Son sviste di daltonismo razziale che colpiscono i corsisti i quali chiedono anche come mai si deve sempre menzionare il calcio come fonte di nazionalismo legittimo. Premesso che il nazionalismo è una malattia di gioventù e lo abbiamo (forse) imparato a nostre spese nel corso del novecento, qui tutti capiscono che far leva sullo sport nazionale, la nuova religione laica, funziona, ma si chiedono comunque che cos’altro potremmo e dovremmo mostrare a noi stessi e al mondo. E l’arte? E il cinema, la letteratura, il pacifismo? Siete la culla del diritto, ma sembra un po’ che siete sul piede di guerra…(dicono) Non m’era parso proprio così come dite, ma pensandoci bene forse avete ragione…

    Eccoli accontentati. Una giovane sosia di Sofia Loren si risveglia soddisfatta, nonostante sia stata svegliata da orde di urlatori e scampanate, e s’affaccia raggiante e stupenda alla finestra per fare il saluto al sole e ascoltare l’inno suonato dalla banda del paese, proprio lì, giù in piazza. La donna mediterranea, anche questa corrispondente allo stereotipo nostrano, non è certo una biondona, che magari potrebbe essere la madre di uno dei bambini giocatori, e quindi crea nei discenti messicani una percezione d’incoerenza, come fosse un piacevole ma inatteso elemento di disturbo. Italiani brava gente? A volte sì, a volte no. Come tutti i popoli. Fratelli d’Italia, fischiettato dal piccolo calciatore colpevole d’aver tirato il pallone sull’albero (ma non l’hanno menato?…che gioventù bruciata…), mette d’accordo tutti e richiama l’attenzione generale verso i valori veri e l’unità d’intenti d’un popolo orgoglioso e (c’aggiungo) fieramente provinciale. E’ provincia italiana quella che si respira e si vede nel filmato: una realtà, per l’appunto, cinematografica e paradisiaca, dove c’è sempre il sole, le campane non disturbano mai, tutti sembrano amici, le persone ridono sempre, suonano il clarinetto (niente mandolino) e chiacchierano pacificamente per strada prima di emozionarsi alla vista della Loren da giovane e dei mille garibaldini, dei gentiluomini di rosso addobbati e dal nord accorsi per salvare i giovani calciatori e, magari, le loro future mogli veline (ma non velate, attenzione a non nominare il burqa qua). Di solito se tiravamo il pallone nel giardino del vicino o su un albero, il vicino stesso o il portinaio lo recuperavano, bestemmiavano e ci minacciavano di bucarlo se il tragico evento si ripeteva, altro che libertadores a cavallo. Garibaldi e i suoi hanno cucito il paese come fanno i medici che ti mettono i punti, rapidi ed efficaci ma anche dolorosi. Fu anche un’azione di guerra e conquista, non una passeggiata di salute. Non vengo io a riscoprire il revisionismo nella storia e non approfondisco qui, ma a me è venuto in mente questo in contrapposizione con la visione idealista del clip. Non ho sognato di fare una scampagnata in collina coi padri fondatori della patria. Ma si sa, lo smog della capitale azteca fa male alle sinapsi. E poi, cosa vuoi che ne sappiano i messicani e gli italiani all’estero di queste dicerie pseudo-storiche. Solo aleggia il sospetto, anzi la certezza, che la storia nazionale italiana (ma anche quella messicana, manipolata da 70 anni di regime egemonico di un partito unico) stampata sui testi ufficiali si riveli come una favola basata su fatti reali e costruita in modo da farci venire la pelle d’oca quando sentiamo l’inno. O almeno ci prova. Grazie alla visione del filmato tutte queste sensazioni sono riaffiorate dal passato scolastico e accademico palesando la loro artificialità. L’epica dei trionfi e delle sofferenze di un popolo che, secondo la sua retorica nazionale, era il centro del mondo e della civiltà, ha scoperto l’Asia e l’America e ha creato tutto il creabile dell’arte e della tecnica nel passato fino a giungere oggi all’apice della cultura e l’economia mondiali è tornata veemente a ripresentarsi in tutta la sua campanilista superficialità. Stando all’estero, ma anche scontrandosi con il diverso o con “l’altro”, il concetto antropologico di etnocentrismo e il riemergere del nazionalismo cui c’hanno educati diventano fatti concreti con cui fare i conti nella vita d’ogni giorno.

    Altre domandine degli alunni. Suonano le campane della chiesa proprio all’inizio, ma siete così cattolici? Più o meno di noi? Un po’, non so, all’occorrenza, io sono più agnostico però…scusate, ma bisognava metterci un po’ di chiesa se no qualcuno protesta. Ricordate che siamo l’incarnazione e i garanti delle radici giudeo-cristiane della prospera Europa dei cittadini e non siamo miscredenti. Dimenticatevi tutte quelle espressioni volgari e colorite, dette bestemmie, che parlano male della corte divina e che probabilmente avete sentito ripetere a profusione durante i vostri viaggi in Toscana e nel bergamasco, per fare un paio d’esempi. Secondo alcuni siamo anche la barriera naturale dell’Europa che si difende dalle “invasioni barbariche” delle genti del sud, dell’est e dell’ovest, africani, albanesi, rumeni e cinesi in testa. Pochi ricordano che prima i barbari eravamo noi italiani, quelli nati al di sotto del Po, quelli che venivano dal nostro sud e pure dal nostro est, per cui se eri meridionale a Milano non ti affittavano una casa. L’esempio è noto in Italia ma non in Messico e ai messicani. Forse è un po’ usurato ma vale la pena riscriverlo, anche qui, per non perdere la bussola e non trasformare i popoli del mondo nei nuovi e veri “schiavi di Roma”. Cosa che, tra l’altro, già avviene, basta chiedere a un “clandestino” o a un raccoglitore di pomodori in quel di Puglia e Calabria o a un muratore in quel della nuova Fiera di Milano. Schiavi contemporanei e invisibili vicini di casa. Il dito medio di Bossi sulla maglietta parla più di un post sul blog. In medio stat virtus, secondo lui.

    E i caccia che alla fine volano nel cielo blu dipingendo i colori della bandiera messicana? Sono le frecce tricolori, è un onore per un pilota cimentarsi in volo con piroette e figure che disegnano il tricolore: fumi bianchi, rossi e verdi che compongono in aria la bandiera italiana che è quasi uguale alla vostra, almeno nei colori e nel loro ordine. In Messico avete anche lo stemma centrale con l’aquila e la pianta del fico d’india ma ci siamo quasi. Certo. I caccia servono a fare la guerra, magari in Iraq o in Afghanistan, e non a dipingere capolavori per aria ma non importa adesso, festeggiamo.

    Ma siete così militaristi e patrioti in Italia? Mmm, non credo, lo spot vi depista o serve a imporre un idealismo sorto nella mente dei suoi creatori e fautori, l’ineffabile FIGC e l’incredibile Governo B. Chissà.

    Come mai festeggiate proprio i 150 anni? Qui in Messico si celebrarono i 100 e 200 anni dell’indipendenza, proprio l’anno scorso. Avevamo bisogno di ricordarci qualcosa che giusto in questo momento mi sfugge e cento anni sarebbero stati troppi, meglio adesso quindi, 150. A metà del cammino, diamoci un taglio e vediamo che c’è. In fondo fare un bilancio non dovrebbe spaventare nessuno, non va così male, ma non so se abbia senso.

    Ma il paesino del video esiste davvero? Esiste, esiste, fidatevi. Ho messo anche la foto, vedete. Il fiume è pulito, le rondini svolazzano e le epoche della storia vi convivono armoniosamente. Ancora per qualche anno sarà un borgo fiabesco con Sofia Loren, le anziane comari allegre, i mille a cavallo, le chiesette un po’ ovunque e le strade gremite di calciatori e suonatori. E’ la nostra pace millenaria. Però poi, purtroppo, ci costruiranno una bella centrale nucleare di terza generazione e forse le cose cambieranno anche se, garantiscono dai palazzi del potere, è tutta roba sicura, no problem.

    www.carmillaonline.com

  • Il Messico profondo minacciato da una multinazionale canadese

    Il Messico profondo minacciato da una multinazionale canadese

    WIRIKUTA è il luogo sacro verso cui si dirige il popolo Wixarika (huichol) quando va in pellegrinaggio per raccogliere il hikuri (peyote) e lasciare delle offerte. Si trova sull’altipiano situato tra lo Stato di San Luis Potosí e quello di Zacatecas. Questo territorio ha una superficie de 140.212 ettari (1.402,12 km2) e comprende parte dei municipi di Villa de Ramos, Charcas, Villa de Guadalupe, Matehuala, Villa de la Paz e Catorce. Per molti di noi, amanti del Messico, la zona di Real de Catorce significa ricordi, forse vacanze, esperienze, la ricerca turistica, per alcuni avventurosa, per altri deprecabile, del cactus allucinogeno peyote, (una ricerca illegale per i non appartenenti ai popoli ancestrali ma, fino a un certo punto, tollerata dalle autorità e dagli abitanti della regione), qualche romanzo di Pino Cacucci e anche il film Puerto Escondido. Oltre a questo folclore scenico, al turismo e ai racconti ci sono, però, popoli nativi che da secoli abitano in quelle zone e che conservano le loro tradizioni in buona parte fuori dalle nostre logiche economiche, sociali e culturali. Queste potrebbero venire seriamente compromesse dalle operazioni della multinazionale canadese First Majestic Silver come ci spiega il reportage in difesa del territorio Wixarika o Huichol che Clara Ferri ha sottotitolato in italiano permettendomi di proporlo in questa pagina.

    Il territorio interessato dai probabili futuri scempi dell’attività mineraria comprende la pianura e la Sierra de Catorce, è un luogo di inestimabile ricchezza culturale, spirituale e naturale che si manifesta in modo particolare in ogni zona. Wirikuta fa parte della Rete Mondiale dei Siti Sacri Naturali (UNESCO 1988) e appare nella lista dei luoghi candidati ad essere dichiarati Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità. È una Riserva Ecologica, Area Naturale protetta e soggetta alla conservazione ecologica: Riserva Naturale e Culturale di Wirikuta.

    Attualmente Wirikuta e la Sierra de Catorce sono minacciate dall’attività mineraria tossica e devastante.

    FRENTE EN DEFENSA DE WIRIKUTA TAMATSIMA WAHAA
    www.frenteendefensadewirikuta.org

    http://salvemoswirikuta.blogspot.com/


    INTEGRANTE DEL FRONTE IN DIFESA DI WIRIKUTA
    Patrimonio Culturale e Naturale di Real De Catorce e dell’Altopiano
    di San Luis Potosí. Messico.

    Qui sotto riporto il link a un documento in spagnolo con la lista dei luoghi sacri del popolo Wixarika. I principali sono 4 e nella loro visione del mondo (scusate l’estrema semplificazione) corrispondono ai 4 punti cardinali e rappresentano i luoghi in cui sono nati l’universo e gli dei. Il punto cardinale minacciato dalla compagnia canadese è l’est, il Wirikuta, cioè il “luogo in cui camminarono e si riunirono tutti gli dei e si fece la prima caccia al cervo, nelle cui impronte cominciò a crescere l’Hikuri (peyote)”

    Leggilo o Scaricalo in PDF QUI

  • Femminicidio a Ciudad Juárez: una lettera dal Messico

    Femminicidio a Ciudad Juárez: una lettera dal Messico

    Pubblico la lettera di un’amica. Parla del Messico, delle donne, della violenza e della repressione contro di loro, in particolare a Ciudad Juárez, la città di frontiera tra lo stato messicano di Chihuahua e il Texas, tristemente famosa per i feminicidios (femminicidi), la guerra tra gang (più di 500 bande rivali si contendono il territorio nella zona, spesso al soldo dei cartelli) e la lotta tra i cartelli del narcotraffico (Zetas/Càrtel del Golfo, Càrtel de Juàrez, Càrtel de Sinaloa). Pare inarrestabile la persecuzione contro le attiviste sociali e i movimenti di cittadini, che s’oppongono a questo stato di cose, anche perché non v’è nessuna autorità cui ci si possa rivolgere o su cui fare affidamento per ottenere protezione. Politica e violenza continuano ad andare a braccetto a scapito di chi lotta per una vita degna e per arginare il fenomeno degli omicidi “di genere”, cioè i femminicidi, in questa zona. Il fenomeno non è solo messicano, anche se qui è emblematico, ma serve come spunto di riflessione anche per la realtà italiana. Pensiamoci.

    Ciao a tutt*. Scrivo (dal Messico) per informarvi che gli attacchi alle attiviste che da anni lottano contro il fenomeno dei femminicidi nello Stato di Chihuahua stanno raggiungendo una proporzione inaudita.

    Dopo i recenti assassinii di Marisela Escobedo (e parenti), di Susana Chávez, di vari membri della famiglia Reyes Salazar, il 16 febbraio a Malú Andrade García (sorella di Alejandra Lilia Andrade, vittima di femminicidio, e presidentessa dell’associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa, A.C.”) è stata incendiata la casa e ieri è stato trovato uno striscione (una narcomanta, come viene chiamato in Messico) nella scuola in cui lavora Marisela Ortiz (cofondatrice della stessa associazione) con pesanti minacce per lei e per suo figlio. Inoltre è stata sottratta una placca in onore a Marisela Escobedo che l’8 marzo varie persone e Ong avevano collocato nel luogo preciso in cui era stata assassinata, ovvero davanti alla sede del governo di Chihuahua.

    L’escalation di violenza sembra ormai inarrestabile, vari stati federali (soprattutto a Nord, ma non solo) sono totalmente controllati dal narcotraffico o dalla delinquenza organizzata in generale e le autorità sono praticamente inesistenti. Perché dunque tanto accanimento nei confronti di pochi/e sparuti/e attivisti/e?
    A mio giudizio, perché sono comunque un fastidioso sassolino nella scarpa e hanno il coraggio di sfidare l’autorità di chi detta legge a suo piacere e si sente in diritto di usare le donne (e in generale la popolazione) come meglio crede. È difficile trovare una forma di incidere in una realtà così desolante, ma sicuramente l’appoggio nazionale e internazionale è fondamentale affinché le autorità smettano di ficcare la testa nella sabbia e di negare o minimizzare il femminicidio.
    So che in varie città italiane ci sono state diverse manifestazioni in solidarietà con Chihuahua e Cd. Juárez proprio in queste ultime settimane. Capisco anche che è difficile chiedere la solidarietà quando anche l’Italia non scherza quanto a femminicidi e a violenza sulle donne, ma mi sembrava comunque doveroso rendervi partecipi della situazione che si sta vivendo da queste parti.
    Clara

    E segnala ancora Clara: Ciudad Juárez. Qualche giorno fa è apparso uno striscione nella scuola in cui lavora Marisela Ortiz, cofondatrice dell’organizzazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, con pesanti minacce nei confronti dell’attivista e di suo figlio. Qualche settimana fa un’altra attivista della stessa organizzazione, Malú Andrade, era stata costretta ad abbandonare Cd. Juárez, dopo che le era stata incendiata la casa. Notizia originale QUI.

    Nosotr@s en Red   www.nosotrasenred.org

    In spagnolo:

    Los ataques a luchadores sociales y activistas contra el feminicidios continúan y llegan a niveles jamás alcanzados antes: después de las amenazas y la quema de la vivienda de Malú Andrade García, presidenta de “Nuestras Hijas de Regreso a Casa, A.C.” de Ciudad Juárez, de los asesinatos de Marisela Escobedo y Susana Chávez, hoy apareció una manta en la escuela donde trabaja como profesora Marisela Ortiz, cofundadora de NHRC, con graves amenazas hacia ella y su hijo.

    Y no es todo: durante la noche fue retirada la placa que la ciudadanía y ong’s de Chihuahua, Chi. habían colocado en honor a Marisela Escobedo frente al palacio de gobierno de la ciudad capital, lugar donde ocurrió su asesinato.

    Todo indica que las protestas están haciendo mella en la impunidad total en la que está sumido el país.

    NO ES SUFICIENTE REPUDIAR ESTOS HECHOS; ES NECESARIO ACTUAR DE MANERA CONTUNDENTE PARA EXIGIR JUSTICIA PARA LAS VÍCTIMAS Y EL FIN DE LAS HOSTIGACIONES CONTRA L@S ACTIVISTAS.


  • Articoli Matteo Dean su Global Project

    Verso l’unità latinoamericana?

    25 febbraio 2010Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 25 febbraio 2010
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    Il 22 e 23 febbraio scorsi si è realizzato il XXI Vertice del Gruppo di Río, ovvero l’organizzazione latinoamericana fondata nell’ormai lontano 1986 dagli allora firmatari Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Panama, Perú, Uruguay e Venezuela. Convocato dal presidente messicano Felipe Calderón (che inoltre fungeva la parte di Presidente uscente dell’organismo internazionale), il vertice ha destato sin da subito certa aspettativa ed illusione, almeno nel seno della comunità degli stati latinoamericani impegnati sul fronte dell’opposizione statalista all’intervenzionismo statunitense.
    E dunque, allo slogan lanciato proprio da Calderón di “Vertice dell’Unità dell’America Latina e i Caraibi” rispondevano entusiasti i soliti noti del consesso latinoamericano opposto agli Stati Uniti: Hugo Chávez ed Evo Morales intesta, seguiti (e poi preceduti) da Ignacio Lula da Silva e da un Calderón con un forte bisogno di visibilità (e riconoscimento) internazionale da far pesare poi a casa, ovvero entro i confini nazionali del Messico. Gli altri presidenti, invece, con un profilo basso, fatte salvo alcune eccezioni.
    Il risultato ufficiale del Vertice è stato eccellente, secondo gli analisti più entusiasti dell’emancipazione latinoamericana nei confronti degli USA. Pur con alcuni nei rappresentati soprattutto dalla lentezza operativa di alcune decisioni, il risultato vero e concreto è uno: la decisione di creare (tra il 2011 e il 2012; di qui la lentezza) la Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELC, l’acronimo in spagnolo). Una scelta definita storica, non tanto per la creazione dell’ennesima sigla volta a riunire i presidenti i turno di diversi paesi; ma piuttosto perché è il primo spazio formale d’incontro internazionale che comprende tutti i paesi del continente americano, eccetto i due cugini scomodi del nord: Stati Uniti e Canada. Ovvero, 33 paesi riuniti e senza l’ingerenza diretta – politica ed economica; militare è un’altra questione – dei governi statunitense e canadese. Non male, in effetti.
    Il sogno di Bolivar
    Se Bill Clinton aveva osato scomodare Simón Bolivar mentre provava a gestire la creazione dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), affermando che si stava finalmente compiendo il sogno bolivariano d’unità panamericana, fallendo non solo nel suo progetto di creazione d’un mercato unico continentale ma anche nell’accostamento un po’ troppo audace, questa volta ci ha pensato Hugo Chávez a riproporre l’analogia.
    Eppure, nonostante il presidente venezuelano goda di maggior autorevolezza per tirare in causa il caudillo sudamericano, anche questa volta l’analogia rischia di stridere con la realtà.
    Da un lato, infatti, è necessario registrare lo scontro verbale – mediaticamente molto rilevante – proprio tra Chávez e il colombiano Alvaro Uribe, presente al vertice più in veste di perturbatore che altro. Uno diverbio, nulla di più, dicono; ma agli effetti pratici, un tentativo, mal riuscito sinora, di porre i bastoni tra le ruote al processo d’unità politica continentale.
    Unità politica, dunque, per nulla scontata. Perché dall’altro lato vi sono i tempi di detto processo. Qui in Messico s’è decisa la costituzione della CELC; ma la sua formulazione avverrà solamente nel luglio 2011 a Caracas, Venezuela; e nascerà definitivamente appena nel 2012 a Santiago del Cile. Ovvero, l’idea nasce ora, ma sarà costruita tra un anno a Caracas – e vedremo come andranno le elezioni venezuelane del prossimo settembre – e ratificata tra due anni in Cile, dove ormai sarà più che stabile il governo di Piñeira – in carica dal prossimo 11 marzo -, segnalato da più parti come il Berlusconi cileno.
    Nuovi equilibri, vecchie posizioni
    Forse è un po’ ambizioso il sottotitolo. Perché è verissimo che la retorica latinoamericana circa l’indipendenza dall’ingerenza statunitense esercitata per la via del potere statale è stata uno dei leit motiv di questo vertice; ma è anche vero che i nuovi equilibri, in realtà, forse son solo l’affermarsi di tendenze già sorte. Ciononostante, vale la pena osservare come lo scacchiere latinoamericano si riconfigura.
    In un primo momento poteva sorprendere ascoltare e vedere lo stesso Felipe Calderón impegnato a promuovere l’unità latinoamericana. Ma come, ci si chiedeva, proprio colui che rappresenta coloro che han sinora disprezzato lo sguardo verso sud in favore di un rapporto (per nulla privilegiato) con gli USA. Eppure la ragione c’è. Da un alto la necessità, come detto, di trovare quella legittimità politica nell’ambito internazionale per provare a farla pesare ora in casa, dove ormai nessuno crede più all’azione di governo; dall’altro lato, la costruzione di un rapporto diretto con il Brasile di Lula, ma soprattutto con l’economia brasiliana, ormai indipendente ed autonoma anche dalla volontà dell’uscente presidente brasiliano.
    Ed è proprio Lula che ha giocato, per l’ennesima volta, il ruolo di potente. Potente sì, ma buono; almeno nell’apparenza. Ecco i nuovi equilibri. L’influenza brasiliana è ormai assoluta a sud del Rio Bravo. In Sud America, certo, con l’appoggio assoluto di presidenti come Chávez che forse vede nel Brasile l’unica difesa possibile (per ora) al ritorno della destra in corso (Cile, Panama, Honduras; oltre a Colombia e Perù). Ma da oggi, comincia anche la scalata verso nord.
    Egemonia brasiliana
    In Messico, suo unico competitore (o ex, a questo punto) oltre USA e Canada, suo rivale nell’egemonia subcontinentale, Lula l’ha fatta da padrone: prima scongiurando le dichiarazioni più accese di Chávez e Morales, affermando che la CELC non sarebbe antiamericana, ma piuttosto è come un figlio che, raggiunta la maggiore età, si emancipa; poi però, stigmatizzando il grave caso dell’Honduras (unico paese assente al vertice); attaccando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, colpevole di favorire gli atteggiamenti prepotenti del Regno Unito, in questi giorni in conflitto diplomatico con l’Argentina; criticando l’atteggiamento paternalistico dei ‘potenti’ a Copenhagen verso il sud del mondo; infine, tranquillizzando gli industriali messicani dicendo loro: “Il Brasile non è più pericoloso degli altri soci che già avete (USA e Canada)”.
    Certo a volerla leggere tutta, si potrebbe riscrivere il paragrafo precedente così, per esempio: Lula è venuto in Messico dopo anni che non lo faceva ad affermare la propria egemonia anche qui e a togliere qualsiasi illusione al Messico; ha calmato gli animi antimperialisti – e sinceramente inutili – lanciando un segnale chiaro a Obama: ora te la vedi con noi (e con me, in particolare), ma non sul piano ideologico, piuttosto sul piano materiale di un’economia in forte crescita e della consapevolezza di questo dato; parte di questo segnale, però, è stato anche ricordare agli USA (ed alla comunità internazionale) che comunque questi ultimi di errori ne han fatti e la gente, da queste parti, non lo dimentica; Lula ha colto l’occasione per ricordare al mondo che il Brasile vuole un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, perché senno continuerà a delegittimarlo finché questo sarà completamente inutile; ha riaffermato il proprio ruolo di portavoce di quel ‘sud global’ che s’è visto a Copenhagen e lo ha fatto proprio in Messico, a cento chilometri dalla sede del prossimo COP16 (dicembre 2010); infine, ha parlato chiaro: non siamo peggio degli USA. Forse poteva dire che sono meglio, visto che ‘meno peggio’, ancora non è sufficiente. Ed infatti, nonostante tutto, la Confindustria messicana, per ora, ha detto: ancora no, grazie (all’Accordo Commerciale promosso da Lula e Calderón).
    La formalità e la realtà
    Oltre alla creazione della CELC – ripetiamo: per nulla scontata; vedremo la reazione USA -, il Vertice ha prodotto anche una lunga serie di comunicati ‘speciali’ diretti a segnalare alcuni casi specifici seppure sempre nei termini delle dichiarazioni.
    Innanzitutto, lo stanziamento di un fondo speciale di aiuti per Haití – presente, si dice in lacrime, il presidente Prevál. Uno stanziamento in favore delle istituzioni, giacché il governo haitiano avrebbe denunciato che oggi Haití è terra di conquista da parte di paesi esteri ed ONG di ogni tipo e genere.
    E poi, l’ennesima condanna del decennale blocco economico esercitato dagli USA nei confronti di Cuba. Nonostante il basso profilo che Raul Castro ha mantenuto durante la due giorni messicana, la dichiarazione non poteva mancare.
    Segue una dichiarazione di sostengo all’iniziativa dell’Ecuador di mantenere il petrolio nel suolo, in specifico l’iniziativa Yasuní. E a proposito di petrolio, il vertice ha anche sostenuto la posizione dell’Argentina nei confronti del Regno Unito impegnato proprio in queste settimane nella realizzazione di esplorazioni alla ricerca di idrocarburi presso le isole Malvinas (Falklands).
    Infine, un messaggio contro il traffico di persone e l’impegno a combatterlo. Nulla in favore dei migranti, ma solo la condanna e la battaglia contro i trafficanti.
    Finito il vertice, se ne tornano tutti a casa. I presidenti son felici e, nonostante alcune differenze anche importanti, han condiviso, anche questa volta, i lussi degli hotel della Riviera Maya messicana. Ed anche se Chávez ci ha provato, il sogno bolivariano è ancora lungi dall’essere realizzato. Non solo perché i conflitti nel continente sono più che aperti; non solo perché anche a sud vi sono i ‘potenti del mondo’ che fanno male a questo pianeta ed alla sua popolazione; non solo perché l’agenda che ci si è dati è forse troppo ottimista.
    Il sogno di Bolivar – e tanti altri come lui – non si realizza ancora perché, come sempre, chi sta in alto ha perso l’abitudine a guardare in basso, ad ascoltare la voce e il silenzio di chi sta in basso, costruendo autonomia ed autogoverno.

    Da Ciudad Juarez con amore

    5 febbraio 2010Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 5 febbraio 2010
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    Domenica scorsa, 31 gennaio, all’alba in una strada di Ciudad Juarez, un gruppo di una ventina di persone, pesantemente armato, ha fatto irruzione in una casa privata dove si stava svolgendo una festa tra adolescenti. Un compleanno, il pretesto della riunione. Il gruppo armato, giunto sul posto a bordo di una decina di Suv neri, ha immediatamente separato uomini e donne, ovvero ragazzi e ragazzine. Le donne son state cacciate – “Via da qui!”, han gridato loro. I ragazzi e un paio di adulti son stati fatti mettere in fila contro il muro nel cortile. E di lì, una mitragliata e la fine: 16 morti e diversi feriti, quasi tutti adolescenti. La strage.
    E lo scandalo. Com’è possibile, ci si domanda, che in una delle città più militarizzate del paese, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove è appena conclusa l’operazione che ha visto migliaia di soldati schierati contro il narco; dove solo qualche settimana fa il governo ha dichiarato il cambiamento di strategia ed ha schierato nuovamente la Polizia Federale (PF); dove vi è il fiore all’occhiello dell’industria maquiladora che, crisi a parte, continua ad attirare investimenti stranieri; insomma: com’è possibile che in un posto così vi possa essere da una parte tanta disponibilità di violenza; dall’altra, tanta agibilità per i gruppi armati – tutti o quasi inevitabilmente al servizio del temuto Cartello di Juarez? Non vi sono risposte a questa domanda, eccetto quelle ovvie. Vi sono però alcuni commenti da fare, così, in ordine sparso. Perché un ordine diverso, in Messico, è comunque difficile da descrivere.
    Sparsa, caotica, così è la ormai famigerata ‘guerra al narco’ di Felipe Calderon. La strage di adolescenti accaduta domenica scorsa è solo l’ennesima dimostrazione di forza, capacità di fuoco ed impunità di cui godono sicari e gruppi armati al servizio dei diversi cartelli della droga in Messico. Non è né più grave – perché son adolescenti – né più crudele. È solo una mattanza in più, dopo tante altre, ed altre ancora, che ad inizio febbraio han portato il conto totale delle vittime – quelle che sarebbero vincolate al narco – ad oltre 18mila in poco più di tre anni di governo.
    Dicevamo, la strage di giovani non è più grave di altre. Gli adolescenti e i giovani, in Messico, son stati coinvolti dal narco ben prima di domenica scorsa. Non solo perché da qualche tempo, il narco effettivamente ha cominciato a prenderli di mira – a farne un obiettivo militare – in un modo tale da far credere ai più acuti osservatori che vi sarebbe in corso un sorta di ‘pulizia sociale’ in Messico; ma anche perché son i giovani oggi le vecchie e le nuove leve del narco: vuoi in qualità di spacciatori al dettaglio, o di giovani – e minorenni – trasportatori di droga, o giovani ed esaltati sicari, o fervidi consumatori, o semplicemente perché, a questo punto, un lavoro vale l’altro. E così, nonostante tutto, anche questa strage risulta nella normalità di una vita tutta violenza e zero prospettive. Altro che generazione no future da periferia urbana europea. Qui il no future deriva dalla realtà di un gioco in cui un giorno ci sei, e magari sei un leone, e il giorno dopo sei una macchia di sangue sull’asfalto e litri di lacrime attorno a te.
    Perché l’altro risultato di tanta violenza a Juarez è effettivamente il fatto che oggi si crede che vi siano almeno 10mila – non cento, diecimila! – minorenni abbandonati a se stessi perché han perso i genitori in questa guerra o perché son stati abbandonati. I più fortunati, invece, han potuto emigrare con la loro famiglia: 60mila famiglie avrebbero, nel corso degli ultimi tre anni, cambiato la propria residenza oltre confine, a El Paso. Fortunati loro, si potrebbe dire.
    La guerra contro il narco è fallimentare. Questa l’idea generalizzata che oggi più che mai è condivisa da tutti, compresi molti settori vicini al presidente. E dunque? Non si sa. L’impressione che lo stesso presidente sia ad un vicolo cieco diventa credibile. Dagli Stati Uniti giungono sostegni, tanto in termini dichiarativi come in termini sostanziali – il pacifista Obama, come parte del pacchetto di spesa recentemente presentato al Congresso, ha chiesto diversi milioni di dollari in più per quello che molti chiamano già Plan Merida 2. Ma la realtà di un paese in ginocchio è ormai evidente a tutti. Che vi fossero o meno accordi tra governo e cartelli, ormai poco importa. Le forze in campo sono troppo diseguali, troppo favorevoli ai cartelli. Ed allora?
    Non si sa. Recentemente, molti think thank statunitensi ed alcuni messicani esprimono elogi verso il modello colombiano: militarizzazione, scontro diretto, nessuno sconto, nuovo negoziato ed intervento diretto degli Stati Uniti. Ecco, ed allora se così fosse, ci sarebbero due problemi: uno, l’intervento diretto sarebbe molto, ma molto complicato, date le condizioni sociali e la tradizione messicana – anche di governo – ostile all’intervento straniero diretto; l’altro, la necessità di un uomo forte, un nome, una personalità che riesca a resistere agli accordi congiunturali, che riesca ad imporre la propria linea (ed i propri interessi) ed ad assumerne le conseguenze. Felipe Calderon non è Alvaro Uribe.
    Sia come sia, dal punto di vista nostro, entrambe le possibilità – ovvero che la situazione rimanga quel che è o che si passi definitivamente al modello colombiano – sarebbero a dir poco nefaste. In entrambi i casi, movimenti sociali, realtà autorganizzate, esperienze di autonomia dal basso sarebbero comunque stritolate non tanto dalla forza politica degli schieramenti in campo, ma dalla forza militare che si sta dispiegando nel paese.
    Per ora, vie d’uscita è difficile vederne. Non tanto perché non vi siano le condizioni perché scoppi una ribellione generalizzata, definitiva, che metta per una volta all’angolo questa classe politica e ponga le basi di qualcosa di diverso; non perché non vi sia la disponibilità umana, persone, esseri umani, donne e uomini oggi disposti a sognare, costruire e quindi porre le basi di quel qualcosa di diverso. Ma forse, solo perché il fattore narco pochi lo prendono in considerazione. In seno ai movimenti, almeno nel dibattito più o meno pubblico, si parla pochissimo dei cartelli della droga. Solo si pensa – con certa logica – che stanno più di là che di qua; che son amici comunque del governo e/o del capitale; che fanno del male alla società. Nessuno, sinora, pone il problema di come gestire, confrontarsi e risolvere il problema del narco dal basso.

    Gara di resistenza degli elettricisti

    12 novembre 2009Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 12 novembre 2009
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    Gli elettricisti messicani son nuovamente scesi in piazza ieri 11 novembre riuscendo sostanzialmente a bloccare la capitale messicana e realizzando mobilitazioni in diverse altre regioni del paese. Dalle 7 di mattina, tutti gli ingressi stradali a Città del Messico sono stati bloccati per diverse ore con tanto di scontri e, si dice, qualche sparo. In città almeno 35 manifestazioni e blocchi stradali sparsi un po’ ovunque, soprattutto presso le sedi del governo federale e dell’ex-impresa, Luz y Fuerza del Centro (LyFC), liquidata improvvisamente per decreto del presidente Felipe Calderón il 10 ottobre scorso. Nel resto del paese, la solidarietà per le migliaia di lavoratori rimasti senza lavoro da un giorno all’altro s’è espressa anche in diversi punti del paese in diverse manifestazioni. Le più numerose e partecipate, quelli solidali di Oaxaca grazie alla dissidenza sindacale dei maestri della Sección 22; e del nord del paese promosso dai minatori.
    È una gara a chi più resiste. Da una parte il governo che prova a logorare la resistenza sindacale prendendo per disperazione e letteralmente per fame gli oltre 44mila elettricisti licenziati il 10 ottobre. Dall’altra gli stessi lavoratori, appartenenti tutti al Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), che resistono grazie alla sempre maggior solidarietà sociale che stanno ricevendo.
    La mobilitazione era stata convocata lo scorso 26 ottobre in occasione dell’assemblea generale di solidarietà durante la quale si era convocata la manifestazione dell’11, il cosiddetto Paro Cívico Nacional, l’alternativa ‘civile e pacifica’ allo sciopero che molti acclamavano. D’altra parte, la dirigenza sindacale – sostenuta da una minima parte della classe politica messicana e dagli altri grandi sindacati ‘democratici’ – lo aveva detto sin da subito ed ha impostato la resistenza sulla cosiddetta ‘via legale e politica’, la stessa che promuove l’ex candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador: quindi enorme collegio di avvocati e pressione sul Congresso federale. E tante manifestazioni ‘pacifiche’ di piazza.
    Ed infatti, la mobilitazione di ieri è stata generalmente tranquilla sotto il profilo dell’ordine pubblico, fatta eccezione di alcuni incidenti da verificare e lo sgombero violento di alcuni blocchi stradali. E se in questi ultimi è stata la Polizia Federale che ha attaccato i manifestanti, nel primo caso si parla nello specifico di dieci spari esplosi contro la polizia. Il fatto – che ha comunque prodotto 10 arresti – è da confermare e potrebbe in realtà trovare origine tra persone estranee alla mobilitazione. Nelle strade la dirigenza sindacale dunque. Ma soprattutto la base lavoratrice che, seppur ‘pacifica’, ha dimostrato grande determinazione, dignità e, per certi versi, entusiasmo.
    Gli elettricisti han compiuto ieri un mese in resistenza privati del reddito della scomparsa Luz y Fuerza del Centro. Per fortuna, la solidarietà continua a mantenere i lavoratori e relative famiglie: una vasta rete di organizzazioni che raccolgono cibo e soldi in diversi punti della città e del paese.
    Lo sforzo è enorme. In queste settimane non solo vi è stata la repressione e il disprezzo che il governo organizza e trasmette nei confronti soprattutto dei lavoratori più attivi. Vi è anche l’appetitosa offerta del governo che ha fissato per il 14 novembre prossimo (tra 2 giorni!) il limite massimo per accettare la ‘favorevole’ liquidazione proposta dal governo. Il ministro del lavoro, Javier Lozáno Alarcón, ha infatti offerto condizioni estremamente favorevoli più un premio economico. E poi, la promessa del reinserimento lavorativo, vuoi via riassunzione nella nuova impresa che gestisce il sistema – la CFE – o grazie al finanziamento per la formazione per ‘micro e piccole imprenditori’. Peccato che i soldi della liquidazione sono per ora solo una cambiale con scadenza ‘aprile 2010’ con la firma del governo messicano; la riassunzione sarà solo per poco meno di 5mila lavoratori; e i corsi di formazione sono per i futuri ‘padroncini’ dell’elettricità messicana, ovvero una miriade non protetta di lavoratori autonomi.
    Ma la tentazione è comunque forte. Sinora meno della metà dei 44mila rimasti a piedi avrebbe accettato l’offerta. Non troppi a pensarci bene. Ma comunque una cifra che non ci aspettava. Poco importa, forse alcuni se ne pentono oggi, dopo che è giunta la prima vittoria legale (certo, anche l’unica): la sentenza di sospensione del procedimento di liquidazione dell’impresa. La sentenza è importante certo, soprattutto se si dovesse ‘vincere’, ovvero tornare alla situazione precedente il 10 ottobre, perché rappresenterebbe un’enorme vantaggio economico per il SME e i lavoratori.
    A questo punto però, è urgente chiedersi: sarebbe quella la vittoria? Il Paro Nacional non ha dato molte risposte in questo senso. Certo, per gli elettricisti sarebbe un bel colpo far fare un passo indietro di questa portata al governo. Ma il movimento sceso nelle strade oggi sembra voler anche dell’altro. Cosa? Pochi lo dicono e forse pochissimi lo sanno.
    Il vero dato che non permette di essere ottimisti rispetto ad un ritorno al passato, ma piuttosto obbliga ad uno sguardo verso il futuro che preveda altri scenari, altri orizzonti o, almeno, altre soluzioni, è il fatto che il governo – ed in generale il paese, quindi anche i messicani – si stanno giocando una partita che va oltre il pur grave licenziamento in tronco di oltre 44mila persone e la precarizzazione per 44mila famiglie.
    La partita sull’elettricità è vastissima. Comprende i giochi economici di medie e piccole dimensioni (alcuni davvero miserrimi) di funzionari di diverso grado – tra cui il presidente Calderón – che presto lasceranno il posto e lo vogliono fare con la tasche piene; altrettanto discreti giochi di personaggi politici di varie provenienze che cercano di rifarsi una verginità politica o di inventare una carriera; e grandi partite – ma a geometria variabile – di imprese multinazionali impegnate a spartirsi la torta dell’energia messicana e continentale, nel contesto dei grandi piani energetici pubblico-privati che attraversano l’America Latina.
    Ed infine, la grande partita che forse vale definire una sfida, non ultima né definitiva, ma pur sempre una scommessa per una popolazione sempre più messa all’angolo dalla politica economica e di sicurezza del governo. Proprio in queste settimane, infatti, dopo un noioso e francamente penoso rimpallo di responsabilità tra senatori e deputati, i due rami del parlamento messicano hanno finalmente approvato la legge finanziaria per il 2010 proposta dal governo federale, giunto ormai a metà del suo mandato. E la voce forte degli ingressi previsti per l’erario pubblico è rappresentata da un generale aumento delle tasse. Al di là delle considerazioni di merito sull’opportunità o meno di questa misura economica nel contesto della ‘crisi’, il risultato reale, concreto e tangibile e pressoché immediato – cioè nel corso del prossimo anno – che ci si può aspettare è un ulteriore e generale impoverimento della popolazione.
    È decisamente sempre più difficile comprendere non solo il grado di controllo e previsione – anche solo nel corto periodo – che chi governa esercita sulle azioni che promuove e sulle conseguenze delle stesse, ma anche quali sono i limiti del proverbiale – o semplicemente presunto – livello di tolleranza della moltitudine in movimento in Messico.

    Moltitudine messicana

    16 ottobre 2009Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 16 ottobre 2009
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    Trecentomila o forse qualcosa di più. Questi i numeri della prova di forza realizzata ieri, 15 ottobre, dagli elettricisti del centro della Repubblica messicana. La capitale del paese, la zona di maggior intervento della liquidata compagnia parastatale Luz y Fuerza del Centro, è stata letteralmente invasa da una moltitudine di manifestanti. Certo, tra loro i 42.000 lavoratori, licenziati da un giorno all’altro per decreto presidenziale la notte di sabato scorso. E con loro le rispettive famiglie, rimaste senza uno stipendio. Ma assieme a loro, decine di migliaia di altri manifestanti: moltissimi sindacati – stessi che da tempo non si vedevano per le strade messicane -, ma anche studenti, gente comune, organizzazioni sociali dedicate alla lotta per la sovranità alimentare, per i diritti umani, per i diritti di genere, ecc.. La protesta sociale in Messico è al limite dello scontro. La manifestazione di ieri era fondamentale non tanto per trovare una soluzione, ma per dare un segnale. Il decreto presidenziale che la notte tra sabato e domenica scorsi ha sciolto d’autorità la compagnia elettrica parastatale che forniva energia alla capitale messicana e a alcune decine di municipi circostanti – un totale di circa 30 milioni di utenti – e ha licenziato, in tronco e senza appello, 42.000 lavoratori appartenenti, tutte e tutti, al Sindacato Messicano di Elettricisti (SME), uno dei sindacati più importanti del Messico, doveva ricevere una risposta adeguata. Il rischio, secondo alcuni analisti, era infatti quello di mostrare ulteriore debolezza, il che avrebbe dato ragione al governo. Questi infatti sostiene – nel decretare la chiusura della compagnia – che la stessa è cara, troppo cara. E la colpa, in buona parte, ricadrebbe sui lavoratori, privilegiati nel loro contratto collettivo che concederebbe loro troppi diritti. La realtà è diversa, si sa: gli elettricisti messicani godono semplicemente dei minimi diritti garantiti dalla Legge Federale del Lavoro. Il che, in un paese in cui la metà della popolazione economicamente attiva lavora nel “settore informale” sarebbe certamente un privilegio, ma la spinta al ribasso che il governo vorrebbe imporre appare come una franca esagerazione: gli elettricisti messicani, infatti, la maggior parte di loro, ricevono uno stipendio medio di 6.000 pesos, meno di 400 euro, al mese. Una miseria, anche da questa parte del mondo. Per fortuna, dunque, il segnale c’è stato. Ed il governo in serata è stato costretto ad accogliere la richiesta giunta da più parti di stabilire un tavolo di dialogo tra le parti. Certo, un dialogo strano: il SME, infatti, richiede il ritiro del decreto e la restituzione dei posti di lavoro; dal canto suo, il governo sarebbe disposto a discutere solamente i meccanismi di reinserzione dei 42.00 nel mondo del lavoro. Nulla più. Ma la partita è cominciata e dipenderanno più dal movimento che dal governo gli esisti positivi del negoziato. Il governo messicano, infatti, ha impostato l’operazione contro Luz y Fuerza con grande attenzione. Si dice che già due settimane prima il governo fosse pronto al gole contro gli elettricisti. Da due settimane la polizia federale e l’esercito era dislocato nei pressi delle istallazioni elettriche, pronti ad occuparle appena l’ordine fosse giunto. Si dice anche che il governo tutto avrebbe previsto, compresa la mega manifestazione di ieri e che, quindi, sarebbe ora necessario aumentare la pressione sociale perché davvero gli equilibri cambino di segno. Dall’altro canto, anche la intensa campagna mediatica contro gli elettricisti è evidentemente orchestrata dall’alto: l’idea sembra essere quella classica, ovvero contrapporre la cosiddetta “classe media” – in rapida via d’estinzione, causa crisi economica – agli operai messicani. Allo stesso tempo, il governo comincia il dialogo partendo da due dati di fatto: il primo, l’occupazione militare delle istallazioni elettriche continua, con l’uso di oltre 5.000 tra poliziotti e militari; il secondo, il processo di privatizzazione è già cominciato, grazie alle concessioni trasmesse all’impresa d’origine spagnola WL Comunicaciones S.A. De C.V.. Dal canto suo, anche il movimento gode di alcuni vantaggi ed alza la posta in gioco. Innanzitutto, la grande solidarietà dimostrata non solo ieri durante la manifestazione, ma nel corso di tutta la settimana. Decine di migliaia di persone si stanno mobilitando in tutto il paese. Manifestazioni di appoggio, ma anche di protesta, perché l’operazione del governo ha prodotto anche problemi alla distribuzione dell’energia elettrica. E a questo proposito, il SME denuncia che la polizia starebbe prelevando con la forza ad alcuni dei lavoratori licenziati – soprattutto tecnici specializzati ed ingegneri – perché il personale che l’ha sostituito per decreto non sarebbe capace di far operare gli strumenti di Luz y Fuerza. Ma, per fortuna, il discorso del movimento va anche oltre alla legittima richiesta sindacale: importanti voci all’interno dello spettro politico messicano stanno chiedendo ad alta voce la rinuncia del presidente Felipe Calderon. E c’è anche chi suggerisce lo sciopero generale nazionale, il che sarebbe un precedente importante, visto che l’ultimo sciopero generale in Messico data 1936, quando il mondo, evidentemente, era un altro. In chiave postfordista invece è giunta la proposta dello sciopero generale dei consumatori: non pagare le bollette, potrebbe essere un ulteriore strumento di protesta sociale. E, nonostante tutto, vi è anche una soluzione radicale: gestione dell’impresa parastatale in mano ai lavoratori con l’aiuto delle tre grandi università del paese, la Nazionale Autonoma (UNAM), la Autonoma Metropolitana (UAM) e il Politecnico (IPN). Dal palco, alla fine della manifestazione, la dirigenza sindacale, peccando di autoreferenzialità, annunciava il ritorno dei lavoratori-operai al centro del dibattito politico messicano. Non è vero, anche il Messico è cambiato ed il lavoro salariato, quello classico e d’origine fordista, difficilmente potrà riavere il ruolo che ebbe in passato. Ma certamente la manifestazione di ieri ha restituito dignità ai lavoratori messicani. E a conferma di ciò, era sufficiente osservare la composizione della manifestazione: sindacalisti, certo, ma anche contadini, studenti, casalinghe. Ed assieme a loro, attiviste femministe, per la lotta per la casa, contro gli OGM e in difesa del mais, per i diritti umani, contro le alte tariffe elettriche, in difesa dell’ambiente e del territorio. Insomma, una vera e propria moltitudine. A questo punto, resta solo da vedere se la dirigenza sindacale del SME, chiamata da oggi a dialogare con il governo, saprà mettere a valore la potente sinergia che ieri ha fatto capolino per le strade di Città del Messico. Da vedere se si saprà far convergere tante esigenze sociali, diverse e variegate, in un unico movimento moltitudinario che anticipi ciò che molti già annunciano per il prossimo anno, il 2010: la mobilitazione sociale generalizzata.

    ‘Guerra al narcotraffico’

    1 settembre 2009Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project l’1 settembre 2009
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    La chiamano ‘guerra contro il narcotraffico’. È stata lanciata così, in pompa magna, davanti alle centinaia di telecamere dei mezzi di comunicazione che riprendevano il neo presidente messicano, Felipe Calderon, in uno dei suoi primi discorsi pubblici, verso la fine di dicembre 2006. E da allora, colui che si era presentato alle elezioni – vinte grazie ad alcune irregolarità – come il “presidente del lavoro” (inteso come posti di lavoro), divenne il presidente della ‘guerra al narco’, della battaglia ‘epocale’ contro i potentissimi cartelli messicani della droga. Sin da quei primi mesi, lo slogan ottenne il successo desiderato: nonostante la scarsa legittimità di cui godeva Calderon, la nuova impresa dello Stato contro la criminalità organizzata che “insanguina le nostre terre e offre droga ai nostri figli” sembrava ottenere quel consenso non pienamente ottenuto alle urne. Ed allora il via ufficiale alla crociata anti-criminalità: 70.000 soldati utilizzati in funzione di polizia, nuove leggi che permettono maggiore agilità ‘giuridica’ e libertà operativa per le forze di polizia e per gli inquirenti, firma dell’Iniziativa Merida, piano strategico che prevede il finanziamento per circa 1.4000 milioni di dollari in tre anni da parte del governo americano per la ‘lotta al narcotraffico’, ecc..
    Ad oggi, 32 mesi dopo il lancio delle operazioni, il bilancio è tragico: oltre 13.000 morti, con un aumento del 100% tra il 2008 e il 2009, visto che si è passati da una media di 10,2 morti al giorno dello scorso anno a ben 20,1 di quest’anno. E, purtroppo, non vi sono segnali di una controtendenza a questa vertiginosa crescita. Certo, si dice, i morti sono tutti narcotrafficanti, grandi e piccoli, che si uccidono tra loro, nella battaglia campale che si è scatenata da quando il governo messicano, lanciando la sua ‘guerra’, ha tagliato la testa a praticamente tutti i grandi cartelli della droga. Una guerra interna, si dice, che “dimostra l’efficacia dell’attuale politica dello Stato”, dicono presso il plenipotenziario Ministero della Pubblica Sicurezza (SSP, l’acronimo in spagnolo). Quel che è vero, però, è che gli scontri tra le bande di narcotrafficanti non avvengono nelle ore notturne, i luoghi isolati e lontani dagli occhi della popolazione. Al contrario, le sparatorie ormai si realizzano nei centri cittadini delle grandi città, da Guadalajara a Monterrey (rispettivamente la seconda e la terza città più grande del paese), da Ciudad Juarez a Tijuana, da Acapulco e Città del Messico. Ed allora le cifre potrebbero aumentare, perché molte volte le cronache giornalistiche riportano l’esistenza di vittime ‘civili’, tra i passanti, tra i comuni cittadini costretti ad assistere impotenti a questo scontro senza precedenti. Ma purtroppo, di queste vittime, ancora non c’è una statistica ufficiale che, pur riducendo le vite in semplici numeri, riesca comunque ad offrire un panorama anche di questo genere d’impatto sulla società. Dall’altra parte, poche sono anche le informazioni relative alle morti, pure copiose, tra le forze dell’ordine, attaccate ormai con quotidiana regolarità dalla potente macchina militare del narcotraffico. Il governo lo ha ammesso ormai da diversi mesi: “I cartelli sono militarmente superiori a noi, in quanto a volume di fuoco e capacità distruttiva”. Detto in altre parole: i narcotrafficanti hanno più uomini – si calcola che in tutto il giro d’affari ci lavorino circa 2 milioni e mezzo di persone – ed armi più potenti – da bazooka a missili terra-aria. Insomma, la guerra è vera e non risparmia colpi.
    Ma se la campagna presidenziale – perché ormai, tra critiche ed opinioni contrarie, sembra che solo Calderon ed il suo staff continuino a credere nell’attuale strategia – sembra destinata ad aumentare ulteriormente il numero di morti nel paese, sorge da più parti la domanda rispetto il reale obiettivo di tanta “violenza legittima”. Perché è pur vero che molti – ma non tutti: esemplare il caso di Joaquín ‘el Chapo’ Guzman – dei grandi capos della droga son finiti dietro alle sbarre, ma è questo forse l’unico risultato concreto ottenuto: sull’altro versante, infatti, ormai non si contano i municipi commissariati, le cui polizie locali sono state sostituite dall’esercito; non si conta il numero di armi presenti nel paese; non si contano i giovani – e meno giovani – che oggi, disoccupati e in crisi perenne da ben prima della temibile ‘crisi economica’, entrano a far parte dell’affare-narcotraffico. Così come, infine, è difficile oggi distinguere con chiarezza le reali operazioni anti-criminalità da quelle contro le organizzazioni sociali, più o meno civili.
    La presenza dell’esercito nello stato di Guerrero, per esempio, incluso nelle vie della rinomata Acapulco, ha già prodotto scontri a fuoco, di una certa rilevanza, tra le forze armate e gruppi armati appartenenti alle diverse sigle guerrigliere presenti nel territorio. In altre zone del paese, Oaxaca e Chiapas per esempio, ma anche nel nord della repubblica, sono ormai all’ordine del giorno le denunce di organizzazioni sociali – assolutamente non guerrigliere, ma semplicemente radio comunitarie, contadini, comunità indigene, studenti, ecc. – rispetto ai presunti abusi ed alle violazioni ai diritti umani realizzate dalle truppe dell’esercito nelle vesti della pubblica sicurezza. In questo senso, non solo sono allarmanti le denunce, ma ancor più inquietante risulta essere la risoluzione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) emessa a principio di agosto rispetto all’immunità di cui godono le truppe. Dice la risoluzione: i militari colpevoli di violazioni al codice penale saranno giudicati dagli organi di giustizia militari. Un colpo tremendo, soprattutto per tutti coloro – tra cui diversi settori della classe politica rappresentata in Parlamento – che pongono il dubbio sulla reale legittimità nell’uso delle forze armate in funzioni di polizia.
    Il dibattito rispetto l’immunità dei militari non è sterile. Al contrario, si genera a partire da fatti concreti: omicidi ‘involontari’, magari a qualche posto di blocco dove un’automobile innocente non si è fermata all’alt pronunciato dall’esercito; arresti arbitrari, incursioni senza mandato in case e spazi privati; torture ed abusi fisici agli interrogati; alcune sparizioni sospette. Ma la polemica, come suole accadere, si accende solamente quando l’ombra del dubbio è segnalata dalle voci ‘importanti’. La consegna dei finanziamenti previsti dall’Iniziativa Merida, infatti, è condizionata dal rispetto dei diritti umani nella lotta al narcotraffico. La legge emessa in aprile di quest’anno dal Congresso statunitense, infatti, vincolava il 15% del finanziamento ad uno studio in fase di realizzazione che certifichi tale rispetto. Il presidente Calderon nega gli abusi. Il Ministero della Difesa ne ammette una decina e conferma che la giustizia militare sta facendo il suo corso. Ma le organizzazioni sociali hanno altri dati: Amnesty International, Human Rights Watch ed altre documentano decine e decine di casi, in tutto il paese.
    Rosario Ibarra, oggi senatrice della Repubblica, ma da oltre trent’anni attenta e testarda lottatrice per la consegna delle centinaia di desaparecidos della cosiddetta ‘guerra sporca’ degli anni ’70, tra cui il figlio Jesus Ibarra, avverte che la presenza di tanti soldati nelle strade messicane potrebbe avere anche altre finalità: “Giustificano tutto con la lotta al narcotraffico, ma la gente continua a morire e pochi sono gli arresti”. Aggiunge: “Cercano di abituare la popolazione alla presenza militare per le strade. Fanno in modo che la gente esiga questa presenza, con l’illusione di risolvere il problema dell’insicurezza”. E conclude: “In realtà temo che il prossimo passo ci saranno gli escuadrones de la muerte”(l’ipotesi, purtroppo, si starebbe confermando). Carlos Montemayor, scrittore ed analista politico, coincide nell’analisi: “È evidente che la situazione è scappata al controllo del governo”. In quest’ottica e nel contesto dell’attuale crisi economica – che ha portato all’aumento ‘ufficiale’ nel numero di poveri in Messico: 53,1 milioni, secondo l’INEGI, l’istituto nazionale di statistiche -, spiega, “si stanno chiudendo le valvole di sfogo naturali alla pressione sociale crescente, ovvero emigrazione (il Messico espelleva, sino all’altr’anno, quasi un milione di persone verso gli USA) e il lavoro informale (o lavoro ‘nero’, di cui farebbe parte il 48% della Popolazione Economicamente Attiva)”. Quel che resta, conclude “è che la gente senza lavoro andrà ad ingrossare le fila del narcotraffico”. È evidente dunque che, come spiega Johan Galtung, “le ragioni per le quali la gente accetta di lavorare per i cartelli è che desidera uscire dalla miseria” e quindi “ si devono offrire valide alternative economiche alla popolazione”. Ma il governo messicano non ci sente per quell’orecchio e continua ad inviare soldati nelle ‘zone calde’ del conflitto. Continua Galtung: “Per il governo il problema non è la miseria, ma il narcotraffico, perché questo offre un’alternativa alla miseria di milioni” e di conseguenza ottiene tendenzialmente maggiore consenso. L’attuale militarizzazione del paese, dunque, potrebbe essere letta in un’ottica che comprenda il lungo termine. L’opinione di Galtung, largamente condivisa da Montemayor, è che “il governo teme il 2010, per l’effetto simbolico che produrrà”. Il prossimo anno, infatti, si celebreranno due importanti anniversari: i duecento anni dell’Indipendenza (1810) e i primi cent’anni della Rivoluzione (1910). Secondo i più queste due date “obbligheranno i messicani a chiedersi se gli obiettivi di quei due momenti storici sono stati raggiunti”. In altre parole, nel 2010 i messicani dovranno dire se il Messico è oggi veramente indipendente e veramente democratico. Secondo Galtung il governo messicano teme realmente una rivolta generalizzata nel paese. Le condizioni vi sarebbero tutte e dunque “la presenza dei militari nel territorio, nella società, risponde anche ad altre necessità: abituare la gente alla presenza militare; lanciare un segnale chiaro a chiunque abbia in mente di ribellarsi, ‘siamo pronti’; e infine abituare gli stessi militari a stare per le strade, in mezzo alla gente”. Se tutto ciò fosse vero, dunque, rimane una sola domanda a cui rispondere: “La guerra che il governo messicano realizza contro chi è? Contro le bande di narcotrafficanti o contro la popolazione?”.

    Assoluzione di Stato per una Strage di Stato

    15 agosto 2009Lascia un commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 15 agosto 2009
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    Alle tre di notte del 13 agosto, hanno lasciato il carcere di Amate 20 degli oltre 80 condannati in via definitiva per la strage del 22 dicembre 1997 nella comunità di Acteal, nella regione Los Altos dello stato messicano del Chiapas, in cui persero la vita 45 tra uomini, donne e bambini. Rilasciati su ordine diretto della Corte Suprema di Giustizia (SCJN) messicana, i 20 indigeni sono immediatamente tornati nelle loro comunità d’origine, sulle montagne che circondano Acteal e Chenalò, capoluogo municipale della zona. Nei prossimi giorni, lo stesso supremo organo di giustizia messicana deciderà la sorte di altri 6 indigeni implicati negli stessi fatti.
    La scarcerazione di parte dei colpevoli della strage del 22 dicembre 1997 che segnava l’inizio del periodo più cruento dell’attività paramilitare in Chiapas, organizzata e promossa dal Governo federale messicano dell’allora presidente Ernesto Zedillo contro la ribellione dell’EZLN, piove come una doccia fredda sui familiari delle vittime di quel giorno tremendo. Ed anche se la decisione della SCJN non smette di sorprendere chi in questi anni ha cercato giustizia per una delle stragi più efferate degli ultimi vent’anni di storia messicana, è chiaro ai più che questa è solo la logica conseguenza di un lungo processo di revisionismo storico, prima che giuridico, che l’attuale governo, assieme a diverse organizzazioni “accademiche” e della “società civile”, ha promosso.
    Il 22 dicembre 1997, nel tardo pomeriggio, un gruppo importante di paramilitari irrompeva nella comunità di Acteal, i cui abitanti aderivano all’organizzazione Las Abejas, simpatizzante ma non appartenente all’EZLN. In un contesto che vedeva l’allora governo messicano impegnato nel contrasto della ribellione indigena attraverso la creazione di numerosi gruppi paramilitari nella regione (secondo i dettami dei manuali statunitensi di “contro guerriglia”), la strage di Acteal segnava il culmine di un lungo periodo di pressione violenta ed armata esercitata contro le comunità base d’appoggio (quindi civili) dell’organizzazione zapatista. Ma segnava anche l’inizio di un ciclo di attacchi paramilitari diretti e mattanze contro quelle stesse comunità che sarebbe continuato per diversi mesi. Si chiamava “guerra di bassa intensità”, ma mieteva vittime innocenti comunque, come una guerra vera e propria. Ed anche se sin dall’inizio la complicità delle autorità era evidente (la polizia statale presente sul luogo e testimone oculare dell’evento protette e “scortò” gli attaccanti; funzionari del governo locale modificarono la scena del delitto prima che vi giungessero gli uomini della Procura; l’Esercito messicano fornì di fucili d’assalto gli attaccanti pochi giorni prima della strage; ecc.), tanto che il governatore dello stato, Julio Cesar Ruiz Ferro, e l’allora ministro degli interni federale, Emilio Chuayffet Chemor, dovettero dimettersi, nel corso degli anni la Procura Generale della Repubblica (PGR) riuscì solamente ad individuare una ottantina di esecutori materiali della strage. Gli autori intellettuali e i mandanti scomparvero dalla scena. Chi riappare con prepotenza invece sono i colpevoli d’aver sparato, d’aver aperto ventri e crani con i machete, d’aver inseguito chi scappava su per le scarpate pur di salvarsi. 20 degli oltre 80 paramilitari, ampiamente riconosciuti da decine di testimonianze dei sopravvissuti di quel giorno, sono liberi, perché secondo la tesi della SCJN, sono stati condannati in seguito a un processo penale imbottito di vizi di forma e di prove “fabbricate” dagli investigatori della PGR. Insomma: le testimonianze sono valide, ma le prove a confermarle sono fasulle o fabbricate o comunque non valide secondo il codice di procedura penale messicano. Quindi, il processo si dovrebbe rifare, ma senza le prove raccolte in un primo momento.
    Una scelta garantista, si potrebbe sostenere, se non fosse per il contesto che circonda questa storica decisione della SCJN. Un contesto che getta ombre lunghissime sull’operato dei giudici e soprattutto dell’attuale amministrazione federale messicana. Il processo di revisione del “caso Acteal” è il risultato di accordi trasversali tra personaggi legati all’allora cupola del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, di Ernesto Zedillo), il Centro di Ricerca e Docenza Economica (CIDE, organo dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione) e il Partito Azione Nazionale (PAN, di Calderon). Accordi tali che lo stesso Calderon durante la campagna elettorale del 2006 aveva promesso che il suo governo avrebbe lavorato perché l’intero processo agli 80 condannati per la strage di Acteal fosse rivisto. Con un sostegno di questo tipo, è stato gioco facile per gli avvocati del CIDE preparare per oltre due anni i fascicoli di 46 dei condannati, promuovere un’aggressiva campagna mediatica sui maggiori organi d’informazione del paese e chiedere infine alla SCJN un giudizio definitivo sul caso.
    Dicono i giudici della Corte Suprema: “La sentenza emessa oggi non giudica la colpevolezza o meno degli imputati”, ma solo la legalità del procedimento di condanna. Gli avvocati del CIDE, intanto, festeggiano “perché siamo riusciti a creare un precedente che impedirà in futuro alla PGR creare casi, creare prove e mettere in carcere innocenti”. Ed allora si domanda ai “garantisti” del prestigioso centro di ricerca: “Perché questo caso e non qualche altro caso delle decine di vittime innocenti della giustizia messicana?”. Il caso è paradigmatico, sostengono. Ma non spiegano cosa abbia di paradigmatico questo caso, i cui autori materiali, tutti, sono stati riconosciuti dai sopravviventi. Forse la risposta è un’altra: Acteal, la sua strage e le sue vittime, sono oggi l’ennesimo caso paradigmatico che dimostra la capacità dello stato messicano di produrre stragi ed autoassolversi, anche davanti all’evidenza, anche davanti all’indignazione nazionale ed internazionale.

    Dieci pensieri dalla città difettosa

    2 maggio 20091 commento

    Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 3 maggio 2009
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    I.
    Son passati ormai diversi giorni dall’annuncio dell’emergenza sanitaria in Messico. Giornate strane, straordinarie, che stanno già lasciando alcune conseguenze. La percezione collettiva del male, del pericolo, in questi giorni ha dimostrato, per l’ennesima volta, la potenza biopolitica che può avere il messaggio del potere. Che sia stato fatto apposta o meno, il dato è che è stato sufficiente lanciare un allarme alle undici di sera di un giovedì, in catena nazionale, e poi costruire una campagna mediatica di estese proporzioni per far tremare le ginocchia ad un paese intero. E, soprattutto, per far dimenticare, anche se per pochi giorni, tutto il resto. Una realtà quotidiana travolta e stravolta da un messaggio univoco che suggeriva chiaramente: “State attenti, potete morire tutti”.
    La strana normalità di un paese che in un anno – 2008 – ha contato oltre 6.000 morti per la “guerra al narco”, che in due mesi ha perso mezzo milione di posti di lavoro formali, che vanta 60 milioni di poveri, che espelle un milione di migranti all’anno, che detiene nelle sue carceri decine e decine di prigionieri politici, che mantiene al margine della società milioni e milioni di indigeni messicani (ed anzi, fa loro la guerra), il cui governo, proprio nel climax dell’epidemia domestica, è stato messo sotto processo per il feminicidio dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani; questa normalità è stata travolta e sostituita dall’eccezionalità dell’esistenza di un nuovo virus influenzale; dalla chiusura delle attività scolastiche a tutti i livelli; dalle numerose, o percepite tali, morti e contagi; dall’esigenza di auto imporsi nuove norme relazionali e comportamentali; dalla sospensione delle attività lavorative in questi opportuni giorni di festa nazionale; dall’eccesso informativo che ha bombardato tutti e a ogni ora, su ogni canale televisivo e radiofonico, senza riuscire mai a offrire notizie certe; dai toni allarmistici di funzionari di governo che, nonostante tutto il male che accade nel paese da molto tempo, ci avevano abituato ai loro sempre ottimistici toni da conferenza stampa; dalla proibizione a frequentare luoghi affollati e dall’irruzione improvvisa dell’emergenza nella socialità spiccata dei messicani.
    L’effetto: tutti agli ordini del governo, almeno per qualche giorno.
    II.
    Eppure la normalità e l’eccezionalità teletrasmesse sono concetti troppo fragili, eterei e parziali per essere il parametro di queste giornate messicane. Ed allora non ci resta che volgere lo sguardo e cercare quel che non è giusto e non lo è mai stato. Le cose che accadono e che creano conseguenze. La presenza dell’esercito nelle strade messicane, per esempio. Quella che era diventata la normalità, ovvero 60.000 soldati in tutto il paese eccetto a Città del Messico, oggi è una realtà anche per la capitale. Quanti sono, pochi lo sanno. Sono qui per aiutare la popolazione durante l’emergenza. Per quanto tempo? E perché, come testimoniano decine e decine di fotografie, sono armati con fucili d’assalto? Quel che il governo locale aveva evitato per 28 mesi e mezzo, un microscopico virus lo ha ottenuto in meno di 48 ore. Un virus al servizio del governo?
    Assieme all’esercito, è giunta anche la normatività – nelle vesti di un decreto con data 25 aprile che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale – che autorizza il governo – il Ministero della Salute specificamente – a entrare nelle case messicane, a somministrare medicine, a isolare malati/appestati, a scogliere le riunioni pubbliche, ad acquistare medicine e quanto necessario per la contingenza. Il tutto sino a fine emergenza. Ma quando finirà l’emergenza sanitaria? Finirà? O si trasformerà in emergenza sociale?
    III.
    Nonostante le decine e decine di teorie, alcune verosimili, altre francamente cospiro-paranoiche, difficili da provare ma facili da credere, non ci rimane altro che attenerci al buon senso. Se così facciamo, non è difficile ammettere che qualcuno da tutta questa storia ci sta guadagnando e ci guadagnerà molti soldi. A cominciare dall’industria farmaceutica multinazionale. Che forse non è la colpevole cosciente di una guerra batteriologica studiata a tavolino, ma sicuramente è colpevole di non aver reso accessibile nel passato e in queste ore i medicinali e le cure necessarie per affrontare questa crisi sanitaria. È necessario pagare, dicono. Ed in effetti, il decreto menzionato sopra, darà facoltà al governo di spendere i 205 milioni di dollari che la Banca Mondiale ha prestato al Messico, così come i 600 milioni stanziati dal governo stesso o gli ormai innumerevoli crediti ricevuti, senza che nessuno approvi o meno le spese e senza che potenzialmente nessuno ne sappia niente. E come non notare la strana coincidenza del contratto firmato solo il 9 marzo scorso dall’impresa francese Sanofi-Aventis (con un investimento di 100 milioni di euro) per la produzione di vaccini? Il progetto messico-francese prevede la produzione di vaccini a partire dal 2010, ma il tempismo dell’accordo commerciale è sorprendente, se non inquietante.
    IV.
    E se le case farmaceutiche e i laboratori di ricerca fanno affari e rischiano di farne di più, è cominciata ufficialmente la gara per premiare – economicamente – chi troverà la formula magica che compreremo prossimamente sotto forma di vaccino. La notizia, che anche il governo di Città del Messico stia partecipando nelle ricerche (grazie all’aiuto degli efficienti laboratori dell’Istituto Politecnico Nazionale e della Università Nazionale) per “evitare che il vaccino assuma i costi di mercato imposti dalle grandi case farmaceutiche”, è appena una piccola consolazione. Perché un’altra cosa che questa crisi sta drammaticamente evidenziando è la precarietà del sistema sanitario pubblico messicano. 27 anni di neoliberismo – sostenuto anche dall’attuale amministrazione della capitale – hanno prodotto questo: un sistema sanitario incapace di rispondere efficacemente ad un’epidemia e che proprio per questa inefficienza è tra le cause di tanti contagi; un sistema pubblico di ricerca scientifica abbandonato dalla spesa pubblica e che ha dovuto subire l’onta dell’arrivo dall’estero (dagli USA) degli strumenti capaci d’intercettare il nuovo virus; la presenza di decine di medici fuoriusciti dalle centinaia di università private, che proprio nei giorni più acuti della crisi, non solo hanno dimostrato incapacità, ma hanno, in molti casi, abbandonato letteralmente il posto per “paura di contagio”. Il tutto a scapito degli ottimi medici che il sistema educativo pubblico sforna ogni anno.
    V.
    Chi altro ci guadagna in tutta questa storia? Difficile capirlo ancora, ma gli indizi sono molti. Le denunce che una certa parte del panorama istituzionale pronuncia contro “chi vuole capitalizzare elettoralmente l’attuale congiuntura”, seppur strumentali loro stesse, hanno un fondo di verità. Ed anche se la politica elettorale e la rappresentanza politica formale non ci appartiene (e non ci interessa), non possiamo negare che proprio questo sistema, conquistato dopo decenni di lotte politiche clandestine e represse dal partito-stato, rappresenta oggi uno dei metri per misurare la fragile democrazia messicana. E quindi non sono solo i soldati in strada, le leggi emergenziali che impongono lo stato d’eccezione, ma anche l’intervento sempre più pressante che proprio in questa fase, il governo sta esercitando sugli altri poteri dello Stato. Prima, il silenzio assoluto da parte della magistratura (e del potere giudiziario nella sua totalità) rispetto alle leggi eccezionali che stanno passando, un giorno sì e l’altro pure. Poi, l’intervento esplicito dell’esecutivo nell’attuale processo elettorale che dovrebbe culminare il prossimo 5 luglio con l’elezione di metà del Congresso federale. L’uso del condizionale è d’obbligo, visto che si sta già discutendo la sospensione della data elettorale. E mentre questo si decide, il Ministero della Sanità – con il Presidente alle spalle – interviene nella campagna elettorale, infrangendo, ancora una volta, le regole stabilite. Non è dunque l’autorità competente, l’Istituto Federale Elettorale, ma il Ministero che detta le regole “sanitarie” della campagna elettorale che comincia i 4 maggio: i comizi non dovranno essere troppo partecipati; non si realizzeranno in luoghi chiusi; si potranno organizzare solo tra le ore 10 e le ore 15; circa il 10% degli spazi elettorali in televisione e radio saranno ceduti al governo perché trasmetta le indicazioni sanitarie alla popolazione.
    VI.
    Al di là delle reazioni sociali che straripano spesso e volentieri nella paranoia e psicosi generalizzata o in episodi diffusi e in crescita di discriminazione nei confronti degli abitanti di Città del Messico (qui nel paese) e dei messicani in generale (all’estero), nelle ultime ore, per fortuna, si sono registrate anche alcune proteste, isolate se si vuole, ma che sono lì a dimostrare che la dignità della cittadinanza non si fa ingannare dalle minacce di morte per contagio rilasciate dal governo. Sono episodi dei giorni scorsi che hanno visto i medici di due grandi ospedali della capitale protestare per la mancanza di misure di sicurezza adeguate. Ma è soprattutto la protesta apparentemente spontanea di duemila persone (quasi tutte donne) che si son scontrate con la polizia antisommossa della capitale fuori da uno dei più grandi carceri maschili di Città del Messico. Hanno protestato, perché da una settimana non gli permettono di vedere i propri cari. Visite proibite. Ma anche i detenuti, da dentro, hanno protestato per la mancanza di condizioni igieniche: 8.500 detenuti in un carcere per 3.000 persone, mancanza di cibo decente, assenza di saponi e medicine, ecc. Le donne fuori han lanciato pietre per due ore alla polizia. Han bruciato una pattuglia. Alla fine, il governo ha ceduto: visite ristabilite, seppur limitate. Ma è da risaltare anche la disobbedienza praticata da migliaia di lavoratori che, nonostante i divieti, il primo maggio han manifestato in tutto il paese e a Città del Messico.
    VII.
    Qualche giorno fa, c’è stata un’altra protesta, ma fuori Città del Messico. Precisamente a Las Glorias, nello stato di Veracruz, a dieci chilometri dall’istallazione dell’impresa Granjas Carroll, proprietà al 50% dell’americana Smithfield Food Inc.. L’impresa, produttrice di quasi un milione di maiali all’anno, è al centro della polemica in questi giorni, proprio perché si sospetta che lì, in quel territorio altamente inquinato proprio dalla produzione suina, si sia generata la mutazione virale che oggi rischia di contagiare il mondo intero. I manifestanti hanno chiesto di indagare l’impresa e le autorità che l’hanno protetta sinora ed eventualmente chiuderla. Un buon segno, ma ancora insufficiente. Evidentemente, come sostiene nel suo ottimo articolo l’americano Mike Davis, è oggi urgente – come lo è stato all’epoca della febbre aviaria – rivedere l’intero sistema di produzione alimentaria (ed anche di consumo alimentario) dell’epoca neoliberista che da tempo ha superato ogni limite.
    VIII.
    A proposito di proteste, dovremmo aspettarci nei prossimi giorni anche le proteste del settore produttivo. E non degli industriali e dei commercianti, che stanno già ricevendo le garanzie (economiche) del caso, ma dei lavoratori, vittime predestinate a pagare il prezzo della chiusura imposta dal governo di alcune attività produttive. Lo hanno già detto i padroni: gli stipendi si pagheranno, ma le ore perse dovranno essere recuperate con altrettante ore di straordinario, non pagate ovviamente. Orari da 24 ore al giorno di lavoro? Forse, o senno il licenziamento. E già, perché questa crisi sta offrendo agli industriali la possibilità di eliminare quei posti di lavoro che già prima erano di troppo, ma che si tolleravano in nome della pace sociale e delle statistiche economiche, tanto care alla classe politica messicana. I sindacati messicani non stanno a guardare e già avvertono che non permetteranno queste pratiche. Ma sarà sufficiente il sindacalismo onesto e democratico messicano a frenare queste intenzioni neanche tanto oscure degli industriali? Lo vedremo presto. Per ora vale ricordare che solo il 18% dei lavoratori in Messico è sindacalizzato e, di questi, solo il 10% appartiene a un sindacato vero, ovvero non controllato dai padroni.
    IX.
    Dopo quanto detto, forse risulta più facile rispondere alla domanda che tutti continuano ancora a fare: perché il virus uccide solo in Messico? La risposta precisa nessuno l’ha data, anche se in una conferenza stampa, un distratto ministro della salute, se l’è fatta scappare: “Abbiamo reagito con ritardo”. È vero. Il primo caso di contagio da virus suino che si è concluso con una morte, la prima, risale al mese di marzo. E già i primi di aprile, il governo intuiva quel che sarebbe potuto accadere. Ma sperava forse di riuscire a contenere la possibile epidemia. Non ce l’ha fatta.
    Oggi, altre risposte alla domanda da un milione di dollari sono facili da dare: il sistema sanitario pubblico assolutamente deficiente; l’esistenza di almeno 60 milioni di poveri nel paese che non hanno praticamente alcun accesso ai servizi medici; la mancanza nel paese di medicine adeguate; l’assenza di informazioni precise non solo sul numero reale di deceduti e contagiati (chi? dove? quando? età? origini? ecc.), ma soprattutto sui reali rischi di questo virus.
    X.
    Infine, un pensiero dedicato a questi venti milioni di esseri umani che vivono in questa valle. È difficile in queste ore non cedere alla tentazione di posizioni diffidenti nei confronti del prossimo. Il sospetto minaccia costantemente le relazioni personali. Ma vi è anche il consolidarsi di relazioni tra conoscenti che s’informano della salute altrui con grande generosità. Si stabiliscono ponti e nuove amicizie. Il tutto sulla base d’un empatia comune attorno alla sopravvivenza, anche solo psicologica, in queste ore di enormi pressioni informative. Inoltre, va aggiunto che nonostante tutto, la reazione della cittadinanza è stata di grande dignità. La mascherina azzurra o verde, seppur quasi inutile ad evitare il contagio, è diventata oggi il simbolo di una resistenza che, se in un primo momento era assolutamente individualista, oggi assume un segno collettivo di notevole importanza. Il messaggio, che molti mezzi di comunicazione trasmettono – anche in Italia, ahimè – nel senso del cittadino messicano travolto dal virus vuoi per ignoranza, per povero, per poco igienico, per egoista o per credenze mistiche estranee alla civiltà, non solo denuncia la solita visione egocentrica e decisamente razzista di certa stampa e di certi commentatori, ma aiuta ancor di più il discorso governativo (anche messicano) che vorrebbe una cittadinanza incapace di aiutare se stessa e bisognosa dell’aiuto del fratello maggiore, lo Stato.

  • Articoli, libri, ricerche, rapporti di Matteo Dean legati ai sindacati indipendenti CILAS-Messico e all'outsourcing

    Articoli, libri, ricerche, rapporti di Matteo Dean legati ai sindacati indipendenti CILAS-Messico e all'outsourcing

    China-América Latina: relaciones asimétricas

    26 ottobre 2010Lascia un commento

    El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 26 de octubre de 2010.
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    Actualmente, la relación entre China y América Latina se presenta de forma asimétrica, marcada por las necesidades chinas y reforzada por la estructura limitada de las exportaciones de los países latinoamericanos, destaca el reporte Las relaciones económicas y geopolíticas entre China y América Latina, promovido por la Red Latinoamericana de Investigaciones sobre Compañías Multinacionales (RedLat).

    El estudio, publicado en septiembre en los ocho países objeto de análisis, Argentina, Brasil, Chile, Colombia, México, Perú y Uruguay, advierte que “se estructura una relación económica desigual que puede llevar a un estrechamiento del margen de maniobra del continente”.

    El documento subraya que la ventaja china en la relación con América Latina impone la rediscusión de la agenda de desarrollo en esta última región, ya que “la diplomacia china ha aprovechado de la erosión del principio de acción colectiva en América Latina, en un contexto en el que la retórica integracionista avanza más rápidamente que la preocupación de trazar un horizonte estratégico común”.

    Elaborado por distintos investigadores procedentes del mundo sindical y académico latinoamericano, el estudio afirma que en 2008 sólo 4% de las exportaciones chinas se dirigían a América Latina, contra 50% dirigido a Estados Unidos, Unión Europea (UE) y Japón en conjunto, y otro 30% reservado al mercado asiático. Sin embargo, se subraya, China importaría hasta una cuarta parte de los productos agrícolas que consuma desde la región y 13% de productos minerales.

    El estudio advierte que “si se considera conjuntamente el perfil de exportaciones de los países latinoamericanos concentrado en commodities (bienes o servicios sujetos a precios internacionales, como las materias primas) se comprende la expansión formidable de las exportaciones de esta región a la potencia asiática”.

    Y como prueba, el documento ilustra que entre 1990 y 2008 la corriente de comercio entre las dos regiones se incrementó en 64 veces y las exportaciones de América Latina a China aumentaron 36 veces.

    En este contexto, RedLat señala que las exportaciones latinoamericanas hacia China tuvieron “un crecimiento explosivo entre 2000 y 2005 de 45% anual, mismo que se atenuó hacia 18% entre 2005 y 2008”.

    Sin embargo, con tasas tan elevadas de exportación de dichos bienes, el estudio advierte la posibilidad de que “la bonanza traída por China para algunos países de la región puede transformarse en un factor de vulnerabilidad, al menos si las políticas económicas y de desarrollo no se adecuan al nuevo contexto”.

    El estudio observa las diferencias entre los distintos países de América Latina en su relación económica con China. Se señala, por ejemplo, que la llamada “lotería de commodities” aventaja a los países que ofrecen los productos que China necesita. Al mismo tiempo, hay ventajas y desventajas, dependiendo tanto del grado de interdependencia con la economía de Estados Unidos como del grado de diversificación de la producción industrial interna.

    En el caso de México, la situación resulta ser única. El estudio dice que el país “no posee una oferta exportadora de commodities que interese a China”, y además “tiene toda su estructura productiva volcada a Estados Unidos, pero en productos que China ofrece de forma más competitiva”. A pesar de lo anterior, México no se vería tan perjudicado gracias a que “su diversificación industrial está menos pronunciada”.

    En particular, el estudio indica que si bien los efectos macroeconómicos de la relación comercial de China con América Latina pueden ser positivos en función del grado de complementariedad con las exportaciones chinas hacia países como Estados Unidos, existe “un efecto muy negativo” para países como México, debido al “desplazamiento de productores internos” que no pueden competir con la creciente importación de productos chinos, especialmente electrónicos y textiles.

    Por otro lado, el estudio de RedLat registra un efecto positivo en la relación comercial de México con China, es decir, “mayores inversiones en las ramas textil/vestuario” realizadas para poder acceder al mercado de Estados Unidos.

    Los autores de la investigación concluyen que frente a la irrupción de China en México, “la estrategia maquiladora pasa a ser cuestionada, y los nuevos espacios abiertos en el mercado chino no poseen la dimensión necesaria para impulsar a los sectores desplazados por la competencia de este país, ya sea en su mercado, ya sea en el mercado de Estados Unidos”.

    De esta forma, sostienen, “China debilita el impacto positivo del Tratado de Libre Comercio con Estados Unidos, potenciando los efectos negativos, sin poner nada en su lugar”.

    Perspectivas geopolíticas

    La creciente importancia global del país asiático en el mundo, explican los autores de la investigación, no se debe sólo a factores económicos, sino también a su eficaz diplomacia que presenta a China como “potencia amigable”.

    Según los investigadores de RedLat, “conviene recordar que China es vista, por la elite política que comanda el país, como una inmensa y rica civilización que, después de un siglo de humillación y derrotas, trata de construir un orden multipolar, superando la hegemonía unilateral predominante en el mundo post-guerra fría”.

    La diplomacia china es descrita como flexible y adaptable a los distintos contextos. Por esta razón, el estudio señala que la diplomacia china en América Latina asumiría presupuestos precisos: “Énfasis en la complementariedad de intereses políticos entre las dos regiones que componen el mundo en desarrollo; la importancia de América Latina como reserva de materias primas y recursos naturales; búsqueda de capital político, ya que 12 de los 23 países que reconocen diplomáticamente a Taiwán se encuentran en la región; y la inexistencia de conflictos de intereses entre las dos áreas”.

    Pese a las supuestas “ganancias comunes”, el estudio indica que “existirían niveles de dependencia profundamente asimétricos entre los países de América Latina y China”.

    Se suma a lo anterior el hecho de que China “posee una política externa para la región; los países latinoamericanos, en cambio, no han logrado aún asimilar el factor China como elemento de sus políticas externas y de su agenda de desarrollo”.

    Muestra de ello serían las negociaciones estrictamente bilaterales efectuadas por cada país de Latina América con China.

    RedLat enfatiza que las relaciones entre la potencia asiática y la región latinoamericana se muestran en gran medida conducidas por la esfera económica, debido al “pragmatismo de la diplomacia china” que aprendió a privilegiar las relaciones bilaterales y ocupar “discretamente” los espacios multilaterales.

    En este aspecto, el estudio recuerda que China tiene un papel de observador en el Banco Interamericano de Desarrollo (BID), en la Organización de los Estados Americanos (OEA), en la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal) y en Asociación Latinoamericana de Integración (Aladi).

    El énfasis en la relación económica se explicaría también por el hecho que China consideraría a América Latina como “área de influencia estadunidense”.

    El documento subraya que desde el punto de vista de Estados Unidos, las relaciones entre China y América Latina han “sido vistas con preocupación, pese a la cautela demostrada por la diplomacia china en sus incursiones en la región”.

    Aún así, continúa, “el avance chino en la región sólo se explica en virtud del aislamiento estadunidense, a causa del foco de la política externa en el terrorismo y en la perspectiva unilateralista emprendida durante los años de la administración de George W. Bush”.

    “Mitos” chinos

    La última parte del documento publicado por RedLat está dedicado a “discutir las enseñanzas de la experiencia china para América Latina y romper algunos mitos sobre su modelo de desarrollo”.

    En este sentido, el reporte indica que la experiencia china refleja la elaboración de una estrategia propia de desarrollo, “sin copiar modelos exógenos”. Características de este modelo serían la presencia del Estado y la planificación de largo plazo. Por lo anterior, aún rechazando la posibilidad de “copiar al modelo chino”, los investigadores sugieren que “el ascenso chino sirve como alerta para que América Latina busque su espacio en la economía y la geopolítica global”, ya que la “complementariedad actual entre las dos regiones es el resultado de la transformación productiva” del país asiático y las ventajas que de ésta se derivan “no pueden ser consideradas eternas”.

    Más adelante, el estudio afirma que la concepción según la cual la competitividad china se debe al bajo costo de la mano de obra es “un análisis sesgado”. La ventaja competitiva de China “está relacionada a un conjunto de factores: escala de producción, mercado interno potencial, tasa de inversión creciente, planificación del Estado y crédito barato, además de incentivos fiscales y tipo de cambio artificialmente devaluado”.

    Advierten que, si bien es cierto que los niveles salariales en China “señalan un límite para las aspiraciones salariales de los trabajadores en otras partes del mundo, conviene enfatizar que la amenaza china no se debe circunscribir a la mano de obra barata”.

    En ese sentido, el estudio señala que el primer aspecto de dicha “amenaza” reside en la “ineficacia de las actuales políticas nacionales de desarrollo y de integración regional de los latinoamericanos”.
    Por lo anterior, finaliza el análisis de RedLat, “el discurso de que el ascenso chino trae como única respuesta una caída de los derechos sociales y laborales le quita responsabilidad a los Estados nacionales”, además de proveer “un chivo expiatorio para los segmentos del empresariado nacional e internacional que sólo buscan aumentar su rentabilidad a corto plazo”.

    Outsourcing (tercerización), respuestas desde los trabajadores

    28 maggio 2009Lascia un commento

    Descargalo completo aquí.

    Coordinadores: Luis Bueno Rodriguez y Matteo Dean
    Autores: Oscar Ermida, Álvaro Orsatti, Enrique Martínez, Francisco Retama y Alejandro Vega
    (de la Presentación del texto)
    ¿Qué es el outsourcing? ¿Cómo le llamamos y cómo lo definimos? ¿Cómo lo regula la legislación laboral en México? ¿Y en el resto de América Latina? ¿Cuáles son las posiciones del mundo sindical internacional frente a este fenómeno? Y, finalmente, ¿cuáles son las posibles respuestas y acciones a tomar para invertir la tendencia que hace de este fenómeno un recurso más en mano empresarial para restar derechos laborales y para frenar la capacidad organizativa de las y los trabajadores?
    En síntesis, la finalidad del presente libro podría ser la de contestar estas preguntas. Es un texto amplio y complejo que trata de abarcar los numerosos aspectos que tiene en sí el problema. Lejos de pensar que el outsourcing sea una novedad en el modelo productivo vigente, los autores y el Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical A.C. (CILAS) –quien coordinó la publicación del texto que tienen en sus manos– están firmemente convencidos de que si bien el outsourcing es un fenómeno añejo en la producción capitalista, en los últimos años éste ha adquirido formas, modalidades y facetas cada vez más complejas y se ha convertido en una –entre varias– herramienta importante por parte del capital para ganar ulterior terreno en la dialéctica trabajo- capital. El uso del término inglés para definir a este proceso es claramente arbitrario, como bien se comprende a lo largo de estas páginas, toda vez que los distintos autores que en ellas intervienen lo llaman subcontratación, tercerización, etc. Sin embargo, es necesario subrayar que el presente libro es el fruto, antes que todo, de un proceso iniciado en el 2002 y que ha visto al CILAS involucrado en una investigación –aunque bien se le podría llamar investigación– que ha tratado de enten- der, interpretar y explicar al problema en cuestión. En efecto, con la participación de investigadores de Brasil, Sudáfrica, India, Corea del Sur y México (CILAS) –posteriormente se integró Ucrania–, en ese año se inició un proceso de investigación de varias empresas transnacionales holandesas que, en la medida en que fue auspiciado por los sindicatos de Holanda, tenía muy presente la necesidad de que sus resultados fueran útiles para la coordinación sindical en los planos nacional e internacional, así como para facilitar sus procesos de negociación. Parte de esta investigación estaba referida justamente a las prácticas de outsourcing de esas empresas. Por otra parte, en abril de 2007 se publicaba –por parte del CILAS– un reporte (“Outsourcing. Tercerización y subcontratación en México”, Cuadernos de Investigación 004, CILAS, México) en el que, de forma aún aproximada y no exhaustiva, se comenzaba a tratar de explicar los orígenes y las razones del crecimiento desbordante y multifacético del fenómeno; al mismo tiempo, se ilustraban los principios del estudio de dos casos muy concretos de outsourcing en México. A estos primeros pasos les siguieron otros, entre ellos la realización de un seminario internacional en noviembre de 2008; este libro es el fruto de ese camino emprendido. No es el último, pero sí esperamos sea una primera piedra angular que nos permita entender la problemática.
    Los lectores comprenderán, a lo largo de estas páginas, que el nombre que se le da al problema asume una importancia relativa –con excepción de la exigencia de una uniformidad lexical al menos en el contexto lingüístico continental– ya que los contenidos del proceso cobran mayor importancia. En efecto, en una primera parte el texto aborda definiciones y conceptos con la intención de ofrecer un panorama lo más completo posible de la amplia terminología utilizada tanto en el ámbito académico como en el laboral y sindical, mientras se comienza a definir qué es el outsourcing y cómo se aplica. Los autores enfrentan estas dos últimas tareas con cierta audacia pues, como se entenderá, es cada vez más difícil definir algo que cambia, se modifica y se vuelve a definir con tanta rapidez. Tan solo para que este trabajo saliera a la luz se tuvieron que aportar modificaciones y revisiones acerca del concepto mismo de outsourcing, lo cual nos enseñó -por si fuera necesario- que el outsourcing es una problemática compleja y mutante.
    En la segunda parte el libro trata de dibujar el panorama, complejo también, de la legislación mexicana e internacional (en América Latina) acerca del tema. En el primer caso, el de la legislación mexicana, cabe subrayar la importancia del análisis que aquí se reporta, pues la llamada Iniciativa Lozano en los artículos referentes al outsourcing (que la propuesta de ley llama subcontratación) no hace nada más que legalizar y ratificar la práctica ya afirmada por la vía de los hechos. Hay después una explicación bastante exhaustiva de las posiciones sindicales, en particular manera de las Federaciones Sindicales Internacionales (FSI), acerca del tema.
    En la tercera parte se abordan cuatro casos mexicanos de aplicación del outsourcing. Son casos ejemplares porque abordan la que en el texto definimos ‘subcontratación interna’, es decir, el más claro y franco caso de simulación laboral; por otro lado, uno de los casos analizados se refiere al de las empresas proveedoras de personal (en este texto ‘suministro de mano de obra temporal’) y es, creemos, otro de los límites al que este proceso puede llegar: ‘rentar’ al trabajador, lo cual significa hacer del trabajo un bien de comercio. Ilustrar estos casos permite al lector no sólo aterrizar el fenómeno en la realidad cotidiana nacional, sino también entender que el outsourcing se ha des- bordado a todos sectores productivos: el financiero, el manufacturero y el de servicios, entre otros.
    Finalmente, quizá la parte más importante del libro –al menos para aquellos lectores que buscamos análisis acompañados por soluciones– es la última; en ella se reportan algunas experiencias sindicales y legislativas, además de ofrecer ideas, puntos de vista y algunos recursos para poder enfrentar al problema en su conjunto. Nunca como hoy ha sido apremiante enfrentar al problema del outsourcing. Más allá de cualquier postura ideológica y no obstante que los autores y editores del libro quisiéramos a una sociedad -y por ende a un mundo laboral- más equitativa, donde no haya patrones y trabajadores asalariados sino tan sólo trabajadoras y trabajadores, lo cierto es que el presente texto no proporciona utopías, sino sueños e ideas posibles en su realización concreta y práctica. En el escenario actual en que se publica este libro, el de una crisis financiera que ya llegó a crisis económica, creemos que es urgente reflexionar y comenzar a actuar para que esta herramienta productiva – como muchas otras – no se convierta en instrumento para arrebatar aún más derechos laborales en México, en América Latina y en el mundo en general. Nos queda claro, por ejemplo, que la reforma laboral promovida desde el seno del mundo empresarial mexicano y apoyada por el actual gobierno (la llamada Iniciativa Lozano) no busca proteger a las y los trabajadores de México, sino más bien restringir todavía más sus derechos, todo con la finalidad de que seamos las y los trabajadores quienes paguemos por la crisis.
    Finalmente queremos subrayar que el presente texto, realizado gracias a la colaboración de distintos autores procedentes de diversos ámbitos de investigación (laboral, sindical, legal, académico, etc.), busca dos cosas más. La primera, involucrar a la mayor cantidad posible de sujetos en este debate, no solamente para que haya mayor pluralidad de interpretación sino sobre todo porque consideramos que éste, junto a otros, es uno de esos temas que le atañe al mundo laboral y, por ende, a la sociedad que lo produce. La segunda tiene que ver con el lenguaje utilizado en el texto. Lejos de querer encerrarnos en el laberinto del léxico meramente académico, el texto ofrece un lenguaje que sirve y es posible entender desde el punto de vista de los investigadores, pero también desde el punto de vista de los menos expertos en cuanto a investigaciones y análisis, mas seguramente expertos del tema en cuanto víctimas del mismo: las
    y los trabajadores.

    Outsourcing, miseria disfrazada de empleo

    12 maggio 20091 commento

    El presente artículo se publico en el Correo Laboral, publicación del CILAS en mayo de 2009
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    El fenómeno del outsourcing, comúnmente llamado subcontratación, tercerización o externalización de actividades, se está extendiendo con rapidez y voracidad en los ámbitos productivos de México. Decir a esta altura de las cosas que el outsourcing es una medida en favor de los puestos de trabajo asume los perfiles de una mentira – una más – que el mundo empresarial y los gobiernos que lo apoya tratan de hacernos digerir. La realidad habla, al contrario, de una medida que en la mayoría de los casos resulta nefasta para las y los trabajadores de México, en la mesura en que sirve sencillamente para ventaja empresarial y para restar aún más garantías y derechos laborales a los millones de trabajadores mexicanos.
    El outsourcing es la medida según la cual una empresa – una fábrica, una oficina, un corporativo, etc. que llamamos empresa principal – en la búsqueda afanosa de reducir costos y riesgos de producción contrata a otra empresa – una fábrica, otra oficina, una cooperativa, un trabajador autónomo, etc. que llamamos empresa contratista – para que ésta lleve a cabo parte del proceso productivo de la primera empresa. Es evidente que por parte empresarial las ventajas son enormes. No solo se pueden reducir los riesgos ligados a la sobreproducción y al riesgo empresarial, no solo habrá reducción costos; sino que habrá menos trabajadores contratados y por ende, en un futuro posible, habrá menores responsabilidades de orden laboral. Este último aspecto es él que creemos más nefasto para las y los trabajadores. Por que si bien las primeras ventajas entran en el elenco de las medidas legítimas que un empresario puede implementar, la última revela una ofensiva en contra de las y los trabajadores.
    La experiencia en nuestro país, y no solo, indica que la aplicación del outsourcing apunta definitivamente hacia el debilitamiento de las y los trabajadores frente a los patrones. Por un lado el sindicato, si es que existe, será más débil pues contará con un número menor de afiliados. Por otro lado, las y los trabajadores no gozarán plenamente de sus derechos reconocidos en nuestra Ley Federal del Trabajo (LFT) en específico en el reparto de utilidades, un salario justo, la antigüedad y estabilidad del trabajo, las vacaciones.
    Además, si lo anterior fuera poco, con el esquema del outsourcing, las y los trabajadores verán limitado el derecho de huelga. Tres ejemplos al respecto. El primero: si trabajo en una empresa contratista X que produce partes para una grande marca de televisores, y mis condiciones de trabajo no son las adecuadas y quiero protestar, mi referente legal será el patrón de la empresa X y la grande marca nunca tendrá nada que ver con mi protesta. El segundo (aún peor): hay empresas que se dedican a crear otras empresas (con una razón social distinta) pero con el mismo propietario con la finalidad que éstas nada más se dediquen a administrar a la nómina, es decir a los trabajadores; es evidente que esas nuevas empresas no generaran alguna utilidad y, en caso de problemas laborales, éstos no ‘mancharán’ a la empresa principal. A este caso, le decimos ‘outsourcing simulado’ y es el muy por desgracia muy común. El tercero (el peor): si la empresa contratista es una empresa proveedora de personal nada más y por ende me ‘alquila’ a la empresa principal y me envía a sus instalaciones para que trabaje ahí, no solo tendré que responder al jefe de la empresa principal (que no es mi patrón legal, pero me ordenará qué hacer y qué no hacer), sino que no podré nunca protestar frente a él, pues no es mi patrón legal. Y además nunca tendré, ni yo ni mi eventual sindicato, la posibilidad de negociar las condiciones de trabajo y mi contrato, pues ese proceso lo llevará a cabo mi empresa contratista y proveedora de personal y la empresa principal. En fin, estoy frito, entre dos patrones que deciden a mi espalda.
    En el Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical (CILAS) hemos identificado al menos cuatro formas jurídicas de aplicación de la tercerización. La primera es la que llamamos “subcontratación ene sentido estricto” y se refiere, por ejemplo, al mundo de la construcción; la segunda es la “intermediación laboral”, típicamente llevada a cabo por las llamadas Agencia de Colocación; la tercera es el “suministro de mano de obra”, el caso clásico de empresa como Manpower; la última es la “utilización de trabajadores autónomos/independientes”. En todos estos casos, los casos descritos pueden suceder.
    La llamada “Iniciativa Lozano”, que busca efectivamente reglamentar al fenómeno, en realidad no hace nada más que ratificar los usos y costumbres arriba mencionados. No pone algún tipo de freno o limitación al abuso de este esquema productivo y no defiende de manera alguna a los derechos adquiridos y consagrados en la LFT. Por otro lado, es difícil hoy tener propuestas acabadas de como acotar al fenómeno. Lo cierto es que si bien resultaría complejo prohibir a la tercerización como ya se hace en otras experiencias legislativas en el continente (Ecuador, por ejemplo), es hoy apremiante encontrar la manera de contener los efectos nefastos que el esquema de la tercerización produce. Dicho en otras palabras: otra vez habrá que insistir que al centro de la producción económica, ya sea material o inmaterial, no se encuentre solamente la ganancia, sino el bienestar de las y los trabajadores mexicanos.

    Grupo México: modelo de inseguridad laboral y sindical

    11 febbraio 2009Lascia un commento

    El presente artículo fue realizado junto a Francisco Retama para el Programa Laboral de Desarrollo de Perú en colaboración con CILAS. Descarga el documento en .pdf.
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    Al momento de realizar este reportaje (enero de 2009) las huelgas en las minas de Taxco, Cananea y Sombrerete, en territorio Mexicano, completaban la insólita suma de 540 días de duración (se iniciaron en julio de 2007), sin que a corto plazo se vislumbrara su terminación, pues la negociación entre el sindicato y los dueños de las minas, las tres de propiedad del Grupo México, el mayor emporio minero de este país, seguían rotas.
    Sin embargo, la historia de este conflicto laboral no arranca en julio de 2007. Arranca realmente veinte años atrás, en 1988, cuando el Grupo México, de propiedad de Germán Larrea Mota Velasco, empezó a hacerse con la mayor tajada de la riqueza mineral del subsuelo mexicano. Para entender a cabalidad lo que está pasando con los trabajadores de las tres minas en huelga —y en general lo que ha pasado con la riqueza minera de México y el arrasamiento de los derechos laborales y sindicales de los trabajadores mineros de este país centroamericano— hay que remontarse a aquellos años.
    Una historia de enriquecimiento voraz
    La del Grupo México es una de esas historias de enriquecimiento vertiginoso, de tráfico de influencias y violación impune de derechos y leyes, pues no de otra manera hubiese logrado, en tan sólo 30 años, convertirse hoy en uno de los más poderosos holding del país, que además a nivel internacional se precia de ser “jugador importante” en el mundo de la minería. Sumadas sus divisiones minera y ferroviaria, en 2007 obtuvo una utilidad neta de 1.631 millones de dólares, un 7% más que en 2006, y más del 100% que en 2004, cuando alcanzó 783 millones de dólares.
    La industria minera, como la petrolera y en su conjunto la energética, siempre fue considerada estratégica para México. Sin embargo, en 1988 el gobierno la declaró en quiebra y decidió poner en venta los activos que tenía en esta industria. Como resultado de esta operación, que marcó el comienzo de la aplicación del modelo neoliberal, se entregó a particulares la explotación de los minerales del rico subsuelo mexicano. Aquel año la empresa Mexicana de Cobre fue vendida por 690 millones de dólares al Grupo Industrial Minera México, de los Larrea, grupo que había sido creado diez años atrás.
    Continuó entonces para el Grupo una cadena de compras, fusiones e inversiones multimillonarias que prosperó a la sombra de la política privatizadora de Carlos Salinas de Gortari, presidente de México en ese entonces. En 1990 compró la histórica Mina Cananea, por 525 millones de dólares, con lo cual Americas Mining Corporation, la división minera del Grupo México, se convirtió andando el tiempo en el tercer productor de cobre más grande del mundo, segundo en molibdeno, cuarto en producción de plata y octavo productor de zinc. Hoy es la segunda compañía con mayores reservas de cobre, que representa el 78% de toda su producción minera. El molibdeno representa el 8%, la plata el 6%, lo mismo que el zinc.
    Hoy el negocio minero del Grupo México lo administra la subsidiaria Minera México, S. A., la compañía más grande del país en su ramo. Una de las unidades que la integran es Industrial Minera México, de la cual hace parte la mina ubicada en Taxco (de la que hablaremos más adelante) junto con otras seis minas subterráneas de las que se extrae zinc, cobre, plata y oro. Según testimonios de los mismos trabajadores, sólo en las minas de Taxco habría una producción de cerca de 1.800 toneladas brutas de estos minerales. Mexicana de Cananea y Mexicana Unidad de Cobre, son otras dos unidades que conforman Industrial Minera México, al igual que la unidad las operaciones del proceso industrial del zinc y el cobre en San Luis Potosí.
    Sothern Coper Corporation es la subsidiaria internacional del Grupo México, que realiza actividades de extracción y exploración en Perú, Chile y Estados Unidos. Es la más grande empresa en el ramo en Perú y una de las diez más importantes del mundo que cotiza en la bolsa de valores de Nueva York. Asimismo, desde 1997 el poderoso holding de los Larrea también tiene intereses en el sector transporte. Es propietario del 74% de las acciones de las líneas de ferrocarril del Pacífico Norte, de Chihuahua Pacífico y la línea corta Nogales-Cananea. Más recientemente, en 2005, adquirió Ferrosur, S. A., que opera el ferrocarril “más grande y más rentable” del país. Igualmente incursionó en el área del entretenimiento con la compra de la cadena Cinemex, y es parte del selecto club de empresarios mexicanos que conforman en Consejo de Administración del Grupo Televisa, una de las compañías más poderosas del país y la primera televisora de habla hispana.
    El sindicato en la mira
    Durante largos años los dueños del Grupo México se beneficiaron del acelerado crecimiento de los precios internacionales de los minerales, en particular del cobre. El crecimiento de su fortuna hizo posible tolerar la existencia del sindicato minero y los contratos colectivos firmados con sus representantes. Pero tal tolerancia se terminó hacia finales del siglo pasado, cuando se abrió paso una nueva etapa en la política laboral del Grupo, centrada en la reducción de costos operativos. Entonces el sindicato quedó en la mira.
    La nueva política antisindical trajo consigo la imposición de un áspero castigo a las condiciones de trabajo de los obreros sindicalizados, recurriendo a una cada vez mayor subcontratación de trabajadores en la precariedad más espeluznante. Las malas condiciones laborales, el deterioro de las cuestiones relativas a la seguridad e higiene, y la maquinaria obsoleta en riesgo del colapso, son evidencias inequívocas del método salvaje que los empresarios utilizan para obtener ganancias, bajo el lema de “producción, producción y producción”.
    Una prueba de ello, trágica por demás, ocurrió la madrugada del 19 de febrero de 2006, cuando una explosión dejó atrapados y cegó la vida de 65 trabajadores en una mina de propiedad del Grupo México, ubicada en Pasta de Conchos, Coahuila; una de las más graves tragedias de la minería en la historia de México. Con el agravante de que los cuerpos de los mineros muertos nunca fueron recuperados. Ante esta tragedia, el presidente de la Comisión Nacional de Derechos Humanos, José Luis Soberanes, denunció los hechos e inició una investigación por su cuenta, pues la empresa habría incurrido en irregularidades como “la no adopción de medidas adecuadas para garantizar la seguridad de los mineros, así como el incumplimiento de disposiciones legales sobre condiciones de trabajo”. Soberanes fue aún más lejos al advertir que debían ser revisadas las condiciones de trabajo de los mineros en todo el país.
    Como consecuencia de la nueva política laboral del Grupo Larrea, el choque frontal con el Sindicato Nacional de Trabajadores Mineros, Metalúrgicos y Similares de la República Mexicana (SNTMMSRM), no se hizo esperar. La intención manifiesta del Grupo es doblegar al Sindicato para someterlo a sus nuevos planes precarizantes; o quitárselo de encima y sustituirlo por una organización sindical de bolsillo, subordinada a los intereses patronales.
    Desde entonces, el conflicto, los paros y los duros enfrentamientos han marcado la tónica en la relación entre el Grupo Larrea y el Sindicato Minero Metalúrgico, porque éste ha plantado una férrea oposición a las políticas antisindicales y deslaborizantes de la empresa. Además, la dirigencia del Sindicato, encabezada por Napoleón Gómez Urrutia, emprendió acciones legales para obligar a Larrea a cumplir los compromisos que suscribió con los trabajadores sindicalizados de la mina Cananea cuando ésta fue adquirida por el Grupo en 1990. Una de las cláusulas de aquella transacción estipulaba que Larrea debía entregar a los trabajadores la propiedad del 5% de las acciones de la mina, pero éste hasta ahora ha incumplido esa sensible parte del convenio. Es más, en el informe de balance de 2007 el señor Germán Larrea, presidente del Consejo de Administración del Grupo México, se queja ante los inversionistas de la actitud beligerante y “el embate de casi 30 huelgas y paros ilegales” por parte del sindicato.
    Otro capítulo del conflicto tiene que ver con la titularidad de los contratos colectivos de trabajo. Con la colaboración activa de las autoridades laborales de México, en particular de Javier Lozano, Secretario del Trabajo, los directivos del Grupo emprendieron una cruzada para arrebatarle al Sindicato Minero la titularidad de tales contratos colectivos, y ponerla en manos de un nuevo sindicato encabezado por Elías Morales Hernández, hombre claramente proclive a los intereses de la empresa, y otrora aliado de Napoleón Gómez Sada, un dirigente que fue expulsado del Sindicato Minero debido a sus manipulaciones a favor de la empresa.
    Es de anotar que según la Ley Federal del Trabajo los sindicatos pueden contender por la titularidad de los contratos colectivos a través de un instrumento legal que se llama “recuento sindical”, en el que participan los distintos sindicatos de una empresa. En el caso que nos ocupa, el Grupo México y las autoridades laborales acomodaron el recuento sindical para que lo ganara el sindicato encabezado por Elías Morales Hernández. Y lo ganó porque de por medio hubo presiones, amenazas y manipulación en contra del Sindicato Minero, que sólo quedó con la titularidad de los contratos colectivos en tres minas, que son precisamente las que se encuentran en huelga.
    Pero no contento con esto, el señor Elías Morales Hernández interpuso demanda judicial por fraude contra Napoleón Gómez Urrutia, Carlos Pavón y Juan Linares Montúfar, principales dirigentes del Sindicato Minero, razón por la cual éstos fueron detenidos por policías federales en diciembre de 2008. Pavón fue liberado con el pago de fianza mientras Linares Montúfar sigue preso por la gravedad de los delitos que se le imputan.
    Entre tanto, las huelgas que al 15 de enero de 2009 completaban año y medio de duración, siguen sin resolverse. La negociación entre el sindicato y los empresarios está rota y las acciones gubernamentales tanto políticas como judiciales para doblegar al Sindicato Minero son una prioridad en la agenda de la Secretaría del Trabajo de México. En el caso de Taxco, la huelga estalló en julio de 2007, y desde el principio fue declarada legal, con lo cual se ha evitado el riesgo de un desalojo violento o acto legal de represión por parte de la autoridad laboral; a diferencia de las huelgas que el Sindicato Minero mantiene desde esa misma fecha en las minas Cananea (Sonora) y Sombrerete (Zacatecas), las cuales tardaron en ser reconocidas.
    Varias son las causas de la huelga en Taxco, que es un poblado de 75 mil habitantes ubicado en el estado de Guerrero, a unos 200 kilómetros al sur de la capital mexicana. Una primera causa fue la tajante negativa de la empresa a reconocer la dirigencia sindical electa democráticamente y a negociar la revisión del contrato colectivo de los trabajadores sindicalizados de la Sección 17, incluido el tema de los salarios. Para los trabajadores directos de la empresa se estableció desde el año 2006 una escala de 20 categorías salariales según la actividad del trabajador; escala que aquel año oscilaba entre un mínimo de 102,78 pesos diarios (salario de los vigilantes y los llamados “peones de superficie”) y un máximo de 146.69 pesos (salario de los operadores de maquinaria pesada). Con turnos de 8 horas diarias.
    Sin embargo, otras muy distintas son las condiciones salariales y laborales de los trabajadores que no están vinculados directamente a la empresa sino que son subcontratados por terceros (contratistas), y por tanto no pertenecen al sindicato. En la mina de Taxco trabajan 400 mineros sindicalizados y más o menos 150 subcontratados por terceros. Estos trabajadores, que para efectos de este reportaje llamaremos “contratistas”, son, si se quiere, mineros de “segunda clase”, y hasta de tercera, por el trato discriminado que reciben.
    Contratistas sobrexplotados
    Los contratistas son vinculados por un tiempo determinado, según el trabajo ‘especial’ a realizarse, y el tiempo límite de contratación varía de un mínimo de tres meses a un máximo de un año. Las empresas contratistas han sido varias en Taxco, según lo afirma Roberto Hernández Mojica, Secretario General del Sindicato Minero en la Sección 17. “Algunas no tenían ni nombre, como fue el caso de una empresa contratista que conformó un ex minero para suministrarle trabajadores a la mina. La última empresa en ser contratada antes de la huelga fue P.Y.T.S.A., que también opera en otras instalaciones mineras del Grupo México en distintas regiones del país”, dice Hernández Mojica., quien también recuerda que antes el Sindicato intervenía en los contratos de los contratistas. La empresa nos anunciaba algún trabajo especial y nosotros, junto a la dirigencia nacional, valorábamos la propuesta de la empresa y la admitíamos o no. Por cada uno de los trabajadores contratistas el Sindicato percibía una cuota sindical de la empresa contratista”.
    Los contratistas eventualmente pueden ser contratados directamente por la empresa, lo que sucede cuando se retira o jubila alguno de los sindicalizados. Fue el caso de Alejandro, un minero que inicialmente trabajó como contratista y que, por mediación del sindicato, fue vinculado directamente por la empresa. “Como contratistas teníamos el mismo salario, pero yo trabajaba 12 horas diarias, mientras los sindicalizados hacían turnos de 8 horas”, dice Alejandro. Aunque hay casos en que los contratistas les toca trabajar hasta 14 horas seguidas, en los turnos nocturnos y en las profundidades de la mina. Y no puden negarse a hacerlo porque entonces son despedidos.
    Los contratistas tampoco reciben las prebendas y aguinaldos a los que sí tienen derecho los sindicalizados, ni se benefician de las utilidades de la empresa. Según el artículo 117 de Ley Federal del Trabajo de México, los trabajadores participan en las utilidades de las empresas de conformidad con el porcentaje que determine la Comisión Nacional para la Participación de los Trabajadores en las Utilidades de las Empresas, porcentaje que actualmente equivale al 10% de las utilidades netas reportadas por las empresas. Los contratistas están por fuera de esos beneficios.
    Por otra parte, a los contratistas les toca hacer las labores más duras y desgastantes de la mina, los llamados ‘trabajos pesados’”, los mismos que los sindicalizados, por cláusulas contractuales, no pueden realizar: trabajo de alto riesgo, perforaciones, exploraciones, etc. Con el agravante de que el equipo de seguridad que se les entrega a los contratistas para realizar esos trabajos, es distinto al que se les entrega a los sindicalizados, e insuficiente además. “Mientras a los sindicalizados se les garantizaba la dotación de al menos cuatro pares de botas al año, y nuevas, a nosotros nos daban las botas usadas, y nada de guantes”, añade Alejandro. Y sobre el acceso a la seguridad social, dice: “Los sindicalizados tienen Seguro Social, mientras los contratistas deben ir a hospitales privados”.
    Instalaciones en pésimas condiciones
    Otra causa de la huelga en Taxco son los reclamos de los trabajadores de mejor seguridad en su lugar de trabajo, lo cual se demostró dramáticamente diez días después de iniciado la huelga, cuando se derrumbó una enorme piedra en el tiro principal de la mina. “De estar nosotros trabajando en ese momento hubiera habido unos 80 muertos”, dijo Roberto Hernández Mojica, Secretario General del Sindicato Minero en la Sección 17. “Ese riesgo lo veníamos denunciando desde hacía muchos meses, y la empresa nos contestaba que prefería pagar la multa en lugar de parar la producción”, agregó el dirigente sindical.
    En la visita realizada a las instalaciones de dos de las tres minas de Taxco, actualmente en huelga, pudimos constatar las irregularidades que allí existen en materia de seguridad industrial. Los avisos de seguridad se ven por todas partes, pero todos son anuncios son de membrete. “Están ahí para los visitantes. Las mascarilla y las sorderas que se ve en ese cartel, no nos las daban”, dice Roberto Hernández, señalando el cartel con el dedo.
    En Solares, una de las minas visitadas, cuya operación comenzó en 1975, es evidente la situación de abandono. Debido en parte a los casi 18 meses que ha estado inactiva, pero también al precario estado de sus instalaciones y su infraestructura: partes oxidadas, polvo acumulado, ausencia de techos, paredes rotas, cables eléctricos expuestos, goteras, fugas de aire comprimido, etc. Todas situaciones claramente existentes antes del estallido de la huelga. De la misma manera, se detectaron derrames de ácidos y químicos para el tratamiento de los minerales extraídos, etc. “Parecen instalaciones en ruina”, comentamos. Y nos contestan: “Pues así, en esas condiciones, estábamos trabajando antes de la huelga”.
    Los vehículos aparecen desgastados, quizás también por el tiempo en que han estado inutilizados. Preguntamos: “¿Había algún servicio médico aquí?”. A lo que Roberto Hernández responde: “Había un doctor que denunciaba que nunca le surtían de medicinas para realizar su trabajo. Como tampoco hay un medio de transporte para llevar al hospital a un trabajador que se enferme o se lastime. En el contrato se específica que debería haber un vehículo especial para estos traslados, pero nunca lo hubo, siempre se utilizó otro medio”.
    Además del mal estado de la estructura de las minas, los trabajadores denuncian no tener suficiente equipo de seguridad que los proteja de los daños a la salud que su actividad conlleva: “Por contrato deberíamos trabajar 13 años máximo adentro de la mina y 19 en superficie. Pero hay muchos compañeros que han trabajado hasta 35 años en el interior”, afirma Guillermo Salgado, tesorero de la sección local del Sindicato, razón por la cual es bastante común entre los mineros la enfermedad de la silicosis.
    “Cuando el trabajador se retira, la empresa hace un estudio para determinar su estado de salud, pero por lo general se niega en reconocer esta enfermedad. Lo mismo hace el Instituto Mexicano del Seguro Social, pues las dos partes están de acuerdo. Muchos compañeros fueron a otras clínicas a hacerse el examen, sacaban fotocopia del estudio y luego se presentaban aquí, en donde le querían bajar el porcentaje de invalidez por causa laboral. Ahora, todos los exámenes son entregados en sobre sellado para poderles rebajar la invalidez”, agrega Salgado.
    Vivir en huelga
    De los 386 mineros sindicalizados que empezaron la huelga a mediados de 2007, resisten hoy en la protesta 205 mineros. Los demás habrían aceptado la liquidación que les ofreció la empresa, de alrededor de 120 mil pesos para los trabajadores con una antigüedad de entre 10 y 12 años. Y han resistido gracias a la solidaridad y la ayuda que reciben del Comité Nacional del Sindicato Minero. Es una ayuda indispensable y muy valiosa, que sin embargo no logra cubrir la totalidad de los sueldos que se percibían antes de la huelga. “Es duro renunciar a un sueldo semanal que por escaso que sea es seguro y puntual”, admitió uno de los huelguistas.
    También ha sido factor clave de resistencia el apoyo que los huelguistas han recibido de los habitantes de Taxco, un municipio internacionalmente reconocido por la plata que se extrae de sus minas y por el artesanado de este mineral. Y apoyan la huelga a pesar de las pérdidas que ésta les acarra, calculadas en dos millones de pesos semanales, tanto por el mineral que se deja de producir como por la campaña de desprestigio orquestada por la empresa minera, que habría alejado al turismo internacional del pueblo.
    Después de año y medio la situación económica de los 205 mineros que resisten en huelga se ha tornado muy difícil. Es una situación de extrema precariedad económica y de muchas carencias en la vida cotidiana de los mineros y de sus familias. “Con la ayuda que estamos recibiendo vamos a continuar resistiendo en esta lucha”, explica Armando, un minero entrevistado en la Sección 17 del Sindicato en Taxco. “Todo nos ha afectado. Hay consecuencias en la comida, en el vestir. Nos estamos privando de muchas cosas: ya no nos damos el lujo de ir a pasear, salir a cenar, etc.”, dice.
    Y por otro lado está la arremetida de la empresa para desprestigiar al sindicato y quebrar su huelga.
    El dirigente sindical Roberto Hernández denunció la intensa campaña mediática organizada por la empresa contra el sindicato, al igual que las amenazas a los trabajadores, en específico a la dirigencia sindical local. Parte del ataque mediático y político por parte de la empresa, ha sido y sigue siendo el intento de desprestigiar a los dirigentes sindicales, acusándolos de corruptos y de haberse enriquecido a espaldas de los trabajadores.
    Lo otro es el chantaje económico. “Muchos compañeros han sido presionados para que acepten la liquidación”, dice Roberto Hernández. Él mismo es objeto de la presión y persecución de la empresa, sobre todo en el tema de su salario. Al igual que hizo con los dirigentes del Sindicato Nacional, a él también la empresa lo ha desconocido como dirigente local, y por tanto desde septiembre de 2006 no le pagan salario. “Sin embargo tengo documentos de la empresa en los que se me reconoce como tal. Dejó de reconocerme cuando el secretario nacional impuesto por el gobierno federal dio indicaciones a la empresa para que me desconociera. He sobrevivido consumiendo mis ahorros personales y ahora gracias al apoyo del Sindicato Nacional”. Además denunció que ha recibido amenazas de muerte.
    Con el ánimo de romper el frente sindical que sostiene la huelga, la empresa quiso impulsar la creación de un nuevo sindicato, que los trabajadores definen como ‘sindicato blanco’, conformado por la ‘disidencia’ afín al patrón y financiado por la empresa. Pero fracasó en esa tentativa porque el Sindicato no permitió la operación orquestada por la empresa. Le dijimos al gerente local que lo hacíamos responsable de la violencia que podía ocurrir. Nos contestó que no le importaba. Durante la votación para crear el nuevo sindicato hubo enfrentamientos y dos heridos”, cuenta Roberto Hernández.
    En la casa de este dirigente sindical pudimos, además, comprobar una de las razones por las cuales la huelga se mantiene: el apoyo y el aliento que los mineros reciben de sus compañeras y esposas. “Estamos en píe de lucha junto a nuestros esposos”, dice con voz firme la esposa de Roberto Hernández. “Antes de la huelga con el sueldo de mi esposo íbamos sobreviviendo, pero ahora la situación es mucho más difícil”, dice, y admite tener miedo de que le pueda pasar algo a su esposo a raíz de las amenazas recibidas. “Sin embargo —dice— ha valido la pena, porque vamos a ganar”.
    También visitamos la casa de Alfonso Gómez Oliváres, actual Secretario de la Sección 17 del Sindicato, donde vive con sus tres hijos y su esposa. Ésta confiesa que la situación es dura y difícil y que no ve la hora en que todo se solucione. “El dinero —dice— hace falta para que los hijos puedan estudiar”. Sin embargo, con la ayuda de todos, hijos incluidos, su familia ha logrado sobrevivir. Admite no tener muchos contactos con otras esposas de los mineros, aunque le parece buena la idea de formar un grupo de esposas en apoyo a sus maridos. Uno de sus hijos, de 18 años, habla a su vez de las privaciones que le ha tocado padecer por causa de la huelga: “Falta dinero para comprar zapatos nuevos, ya no comemos pollo como antes, pero con lo que podemos apoyamos a nuestros padres”, y con cierto orgullo remata: “En ocasiones voy a la mina con mi papá, para apoyar los turnos de vigilancia”.

    Outsourcing, ¿oportunidad o riesgo?

    31 marzo 20081 commento

    1.
    El fenómeno del outsourcing encuentra su primera dificultad – seria y compleja – a partir de su definición. Ante que todo, la dificultad es de tipo técnico toda vez que sigue siendo de suma dificultad encontrar no sólo conceptos y explicación de los mismos, sino que nombres y definiciones comunes, compartidos por los amplios campos de estudio del fenómeno y por los distintos investigadores e instituciones – públicas, privadas e internacionales – que tratan el tema. Hay quienes definen el fenómeno con el término de subcontratación, quienes con tercerizazión, quienes, abordándolo desde el punto de vista legislativo-laboral, como una relación triangular. Finalmente hay quienes lo definen outsourcing, como ya lo hicimos nosotros en anteriores ocasiones . Por lo regular quienes utilizan este último vocablo, son los empresarios y sus múltiples centros de estudios, programación, previsión en fin, ellos. Nosotros, que no somos ellos, también utilizamos este término, reservándonos el derecho no sólo de utilizarlo sin por esto sentirnos cercanos a lógicas empresariales que lo promueven sino también de ir alternándolo con el otro término mencionado, él de subcontratación , por ser el más común en nuestro territorio de referencia, que es México, y su legislación (o cuanto menos sus auspiciadas reformas). De acuerdo en llamar al fenómeno con un determinado nombre, la segunda dificultad se vislumbra de inmediato. Y es la de entender qué significa subcontratar, cómo se desarrolla el fenómeno, cuáles sus facetas, cuáles sus alcances, cuál su lugar en el marco jurídico, cuál su futuro.
    Anteriormente nos habíamos inclinado hacia la definición propuesta por el Dr. Fernando E. Granda y el Dr. Alejandro R. Smolje del CPCE de Buenos Aires, que dicen que el outsourcing es “la adquisición sistemática, total o parcial, y mediante proveedores externos, de ciertos bienes o servicios necesarios para el funcionamiento operativo de una empresa, siempre que hayan sido previamente producidos por la propia empresa o ésta se halle en condiciones de hacerlo y se trate de bienes o servicios vinculados con su actividad”. Hoy, a la luz de la evolución tan repentina del fenómeno, es fuerte la tentación de modificar la definición, ya sea por la temporalidad cada vez más corta que el fenómeno puede tener o por el hecho de que hay casos específicos – más en fuerte aumento – que nos indican que hay empresas que subcontratan tareas parte de su actividad económica más que sin embargo nunca han sido realizadas por la empresa beneficiaria (aunque sí tengan la capacidad de llevarlas a cabo). Sin alargarnos demás en este aspecto del tema, nos sea suficiente definir el outsourcing como aquel fenómeno que se observa cuando una empresa – que llamamos empresa-madre o beneficiaria o usuaria – contrata otra empresa – que llamamos proveedor o subcontratista o empresa de servicio (ES) – para la realización de una actividad propia de la primera. Cuando esto sucede, se instaura una relación de outsourcing, es decir parte de la fuente que alimenta la actividad de una empresa es “externalizada” de la empresa misma, ya sea de forma espacial, jurídica o ambas.
    Las razones de tales elecciones por parte de una empresa son múltiples y todas válidas desde el punto de vista empresarial, pues no sólo se permite un evidente ahorro económico, sino que también responde a apremiantes necesidades estratégicas de mercado. El beneficio económico puede ser esencialmente de tres tipos: un primer ahorro de inversión toda vez que es posible encontrar quien haga la misma actividad cobrando menos; un segundo beneficio, aunque no necesariamente monetario, se registra en el caso la empresa quiera aprovechar la mayor competencia, la mejor tecnología y otras especificidades de su subcontratista; finalmente, el tercer beneficio responde a la necesidad irrenunciable de poder ser competitivos en el mercado y poder así enfrentar períodos de elevada como de menor producción.
    Finalmente, el outsourcing es, junto a pocos otros elementos, la pauta a seguir por parte empresarial para poder sobrevivir, crecer y quizás ser los primeros. Sin embargo el outsourcing se nos presenta a nosotros que empresarios no somos, pero sí somos trabajadores o en todo caso con ellos hablamos, como un importante instrumento de ofensiva en contra de el panorama de derechos y garantías plasmados en la Ley federal del Trabajo – en el caso mexicano – y en toda legislación laboral que haya surgido de las luchas y la confrontación entre patrón y trabajador, capital y trabajo. Dicho en otras palabras, el fenómeno en cuestión arriesga con ser un elemento más de la erosión que ha venido padeciendo el vasto abanico de derechos laborales asentados y aún legalmente vigentes.
    2.
    Los datos estadísticos que hablan de la difusión del outsourcing en el mundo nos hablan de un fenómeno en expansión. En el caso de México sin embargo los datos estadísticos son escasos y difícilmente comparables. Esto es por una sencilla razón conducible a cuanto dicho anteriormente, o sea la falta de un cuadro común de definición que permita ubicar fácilmente lo que sí es outsourcing y lo que no. Cabe mencionar la posibilidad de que el outsourcing no sea aún abundantemente ubicado por el hecho de que no haya interés en él, o mejor dicho no haya sido expresado públicamente interés en él.
    Los datos estadísticos recolectados y elaborados en el trabajo de referencia del presente texto , nos dibujan un panorama extremadamente interesante. Las regiones con más alto número de establecimientos industriales son también aquellas con el mayor números de trabajadores subcontratados. Estos datos , describían un México que en el año 2004 tenía casi una décima parte de sus trabajadores subcontratados , resultado de un crecimiento en el número de los mismos de un 40% en los cinco años anteriores (de 1999 a 2004). De la misma manera se puede entrever que el outsourcing es presente sobre todo entre las grandes empresas o grandes establecimientos. Difícil comprender en cuáles sectores económicos se desarrolle más el outsourcing. Según las estadísticas citadas, el sector manufacturero es él que sólo ocupa casi la mitad del personal subcontratado en México.
    Sin embargo, hay que destacar un dato que hoy en día parece ser confirmado por las numerosas declaraciones del sector: en 2004, casi el 12% del personal subcontratado se ubicaba en el sector señalado como “Equipo de computo, comunicación, medición, etc.”. En los últimos dos años, desde distintos ámbitos de han venido haciendo declaraciones que confirmarían no sólo la tendencia al aumento del fenómeno analizado en esta sede, sino la clara especialización sectorial del mismo. Sin más certezas que las declaraciones de varios sujetos protagonistas o menos del tema en cuestión – empresarios y directivos de empresas de servicio (las subcontratista de personal y de servicios), funcionarios de la STPS, diputados de los tres grandes partidos, etc. – y con un poca de intuición se puede cómodamente presumir una jerarquización posible de las actividades hoy embestidas por el outsourcing: subcontratación de personal (hay que tener presente la diferencia entre lo que significa proporcionar el personal y la gestión de nómina, dos actividades separadas aunque en muchas ocasiones realizadas al mismo tiempo por la misma empresa), gestión de información financiera, gestión de la comunicación. Si estas informaciones proporcionadas en entrevista por un directivo de una empresa de servicio puede hacernos dudar, podríamos suponerla cierta toda vez que confrontamos otras dos informaciones. La primera, proporcionada por el empresa de servicio Manpower , nos habla del manejo por parte de dicha empresa de servicio (expresamente una subcontratista de personal) de alrededor de 500mil trabajadores al año. La otra información nos llega por parte del Instituto Mexicano de Teleservicios, el cual nos confirma la existencia de “118mil estaciones de trabajo de centros de llamadas”, esto son los llamados call-center. Estos centros de trabajo, afirma el IMT, emplean actualmente alrededor de 128mil personas y tiene una tendencia a la alza. Si todo esto fuera cierto, aún con cierta imprecisión, se podría confirmar cuanto dicho al principio, que la subcontratación de personal y la subcontratación de servicios tecnológicos (la llamada IIT) son los sectores en donde se concentra mayoritariamente el outsourcing hoy en México.
    Estos dos sectores creemos constituyan la frontera del fenómeno del outsourcing. El primero, él de la subcontratación de personal, por ser el instrumento punta de lanza de la ofensiva empresarial hacia los trabajadores por las enormes y graves consecuencias que implica para la esfera de los derechos de los empleados de tal manera (tema del cual hablaremos más adelante); el segundo por ser un sector en franco crecimiento económico no sólo según los datos estadísticos – aún siendo escasos – que marcan un valor anual del mercado mexicano de outsourcing en tecnología de alrededor de 1000 millones de dólares con una tasa de crecimiento prevista para el 2007 del 18%. Tales datos son confirmados a finales del año pasado por el mundo empresarial que habla de una tasa de crecimiento igual (entre el 15 y el 10%) presumiendo que esta tendencia dure al menos hasta el 2011. Sin embargo aumenta la cotización del mercado llevándola hasta la cifra de 2700 millones de dólares . Otros – por ejemplo la filial mexicana de IDC – afirman que en México, el 49% de las firmas con más de 500 empleados tienen al menos práctica manejada vía outsourcing, así como el 20% de las que tienen de 100 a 499 empleados y el 15% de las que cuentan con menos de 100 trabajadores. Afirma además que el 13% del sector gobierno ya lo hace. Ciertas o no estas cifras, exageradas o menos, nos hablan de la atención que el mundo empresarial nacional y extranjero (norte americano, sobre todo) están poniendo sobre la posibilidad de subcontratar servicios tecnológicos en México. De tal forma que si el año pasado, diversas consultoras internacionales de outsourcing ubicaban a México en el lugar 19 a nivel mundial cual plaza de aplicación del outsourcing, hoy quizás estamos subiendo la clasificación.
    3.
    Resulta al contrario relativamente sencillo ubicar las consecuencia del outsourcing en lo que es el terreno de nuestro actuar: la esfera laboral. Lo que el fenómeno en estudio comporta para el mundo del trabajo es un conjunto de consecuencia que inciden directamente en los que hoy llamamos derechos laborales y condiciones de trabajo. No cabe duda de hecho de que el outsourcing aplicado comporta una general precarización de las relaciones laborales fácilmente describible hablando de las facetas más típicas de estas: contratación colectiva definitivamente cuestionada; repartición de utilidades anulada de facto; antigüedad rebasada; vacaciones y aguinaldo reducidos; seguridad social temporalizada.
    Lo que nos interesa aquí es sin embargo diferenciar al menos dos posibles situaciones que se puedan generar en la aplicación del régimen de outsourcing. La primera tiene que ver con la subcontratación de actividades y servicios en el que la empresa-madre (o beneficiaria o usuaria, como se prefiera definirlas) contrata la realización de un producto o actividad de su propia cadena productiva. Es el caso por ejemplo de la proveeduría de partes o componentes de productos específicos de la empresa beneficiaria o, en otro caso, es la proveeduría de servicios cuales son limpieza, vigilancia, catering o bien servicios de gestión administrativa (banco de datos, etc.). En este caso las consecuencias en la esfera laboral que arriba mencionamos puede ser menos visibles y tendrán muy probablemente que ver con la posibilidad de un abaratamiento generalizado del trabajo en la empresa proveedora (o subcontratista o de servicio) para poder competir en el mercado con el vasto abanico de empresas dedicadas hoy a proveer otras empresas. Un abaratamiento que pasa necesariamente por la reducción de los costos del trabajo con consecuencias directa en sueldos, prestaciones, etc. de los trabajadores. Más sin embargo es la otra situación la que nos llama la atención. La segunda situación es la que involucra las llamadas empresas de servicios (o subcontratista de mano de obra o de empleados) , mismas que promueven lo que ya definimos “trabajo en renta” . Nos resulta importante hablar de este aspecto puesto que no sólo, como lo hemos visto, es uno de los sectores de mayor aplicación del outsourcing en México, sino también porque este tipo de empresas – la mayoría de las cuales están asociadas – registra un fuerte crecimiento así como fue registrado por el INEGI: de 1999 a 2004, este tipo de empresas han crecido casi un 40% en número.
    En el caso de la subcontratación de personal habría que distinguir el rol que juegan estas empresas en cuanto mero intermediario – que ya de por sí representa un importante ahorro para la empresa beneficiaria – y el rol de subcontratista o agencia de colocación. En este último caso, la empresa subcontratista se encarga no sólo de proporcionar al personal sino también de administrarlo por cuenta de la empresa beneficiaria. Mucho se ha dicho acerca de esta fórmula que permite a la empresa beneficiaria eludir de facto a las responsabilidades laborales, pues las delega y vende – aún comprando el servicio – a la empresa subcontratista. Al mismo tiempo es vasta la literatura acerca de este tipo de contratación que se definió como “relación triangular”. Esto es que en este tipo de relación laboral, encontramos a tres sujetos: el trabajador, la empresa beneficiaria y la empresa subcontratista. Las tres tienen relación autónoma y particular con cada una de las otras.
    Desde el punto de vista del trabajador hay dos relaciones más una. El trabajador se relaciona desde un punto de vista meramente contractual – y por ende jurídico – con la empresa subcontratista. El contrato, lo hemos visto , aún respetando el marco legal existente tiene la tendencia a temporalizarse, esto es a reducir su duración hasta llegar a límites extremos (Manpower, por ejemplo, maneja contratos de hasta quince días de duración). El trabajador luego se relaciona con la empresa beneficiaria en cuyas instalaciones trabaja (en la gran mayoría de los casos). Este tipo de relación no está contemplado en ningún contrato o convenio de partes, sino que se reduce simplemente a la cotidianeidad del trabajo desarrollado. Dicho en otras palabras, aún teniendo el contrato con la empresa subcontratista, el trabajador recibe indicaciones, órdenes (y todo lo que consigue, incluidos regaños y castigos) por parte de la empresa beneficiaria. Una relación informal jurídicamente, pero muy clara en la vía práctica. Finalmente hay una relación entre la empresa beneficiaria y la subcontratista que como hemos observado tiene la tendencia a tejer puentes solidarios entre las dos. En este aspecto, cabe recordar lo que hemos definido el “patrón bicéfalo”, queriendo con esta definición matizar lo que pocos han hasta ahora observado: ciertamente hay dos patrones (uno formal y uno informal) pero lo importante es que estos dos sujetos tienen la tendencia a aliarse entre sí frente al trabajador. Esto significa, a los efectos prácticos, que en el ya clásico dibujo del triangulo que puede representar este tipo de relaciones, el eje o lado del triangulo que define la relación entre empresa beneficiaria y empresa subcontratista, tiene un peso específico definitivamente mayor que él de los otros dos lados.
    Lejos de querer analizar jurídicamente tal situación – no somos abogados laborales, más simplemente interpretes -, hay que mencionar los dos principales puntos de vista interpretativos acerca de éstas relaciones triangulares. Por un lado hay quienes sostienen que la relación entre trabajador y empresa beneficiaria no es jurídicamente definible, pues el contrato entre ésta y la empresa subcontratista pertenece a la esfera mercantil por lo tanto no se puede justificar alguna relación laboral formal existente. Por el otro lado, hay quienes defienden el principio sancionado por la Organización Internacional del Trabajo (OIT) de la primacía de realidad, según el cual la existencia real de una relación cotidiana en el lugar de trabajo permite afirmar la existencia de una relación de trabajo desde un punto de vista jurídico (con todas las consecuencia legales que esto conlleva). No cabe duda que nos inclinamos por esta segunda interpretación que aún es difícil de justificar en un marco jurídico mexicano confundido e incompleto al respeto, tiene el privilegio de salvar la realidad de una situación que consideramos al límite de lo lícito.
    Desde nuestro punto de vista, la realidad prevalece sobre lo que es la legislación vigente. La realidad es más fuerte sin duda de lo que el derecho no es aún capaz de explicar.
    Según nosotros, lo importante de este caso son las consecuencias de índole práctico. Las vamos enumerando en orden esparcido porque no queremos aquí establecer jerarquías arbitrarias. Pasar por una empresa subcontratista que desarrolla el rol de intermediario y/o de administración de la nómina implica: a) pasar dos procesos de selección (él de la empresa subcontratista y él de la empresa beneficiaria); b) la exclusión del trabajador del proceso de contratación y negociación de las condiciones laborales y de trabajo de la actividad efectivamente realizada en las instalaciones de la empresa beneficiaria; c) la exclusión de los sindicatos presentes en la empresa beneficiaria (por obvias razones); d) la dificultad (ya encontrada en algunos casos prácticos ocurridos) de identificar al referente de quejas y demandas de orden laboral; e) la indirecta creación de un registro privado (en mano de la empresa subcontratista) de la mano de obra del país (que arriesga con convertirse en una legitimación del nefasto fenómeno del “boletinaje”); f) someterse por completo y sin ninguna posibilidad de respuesta a las exigencias de la empresa beneficiaria (en cuanto a flexibilidad de horario y lugar de trabajo, etc.); g) perder acceso a parte de las prestaciones establecidas en la LFT (antigüedad, aguinaldo, etc.) por la corta duración de los contratos; h) la ruptura del concepto de contratación colectiva toda vez que se tiende a la individualización de cada trabajador (caso por caso, contrato por contrato, vendría por decir); i) la desprotección absoluta frente al riesgo de despidos, pues por un lado lo más sencillo para despedir a un trabajador es sencillamente no renovarle el contrato, por el otro el despido puede ser decidido por la empresa beneficiaria sin que le trabajador tenga la posibilidad de palabra, pues no es su patrón formal. Solo para enumerar algunas.
    Más en general podemos también identificar consecuencias más abstractas y de fondo a este tipo de contratación promovida por las llamadas empresas de servicios o subcontratistas de personal. La primera que mencionamos es el engaño estadístico que estas contrataciones provocan pues los contratos temporales así creados entran jurídicamente a formar parte del trabajo formal sin embargo mantienen rasgos fuertes del trabajo informal, o sea, dicho en una palabra, la precariedad. Esto significa que formalidad laboral ya no significa estabilidad laboral y por ende estabilidad en el acceso a los derechos sociales, sino que trabajo formal e informal tienen la tendencia a sobreponerse en cuanto a ventajas y desventajas que cada uno representaría para el trabajador. No es de poca cuenta este aspecto, pues el 91% de los casi 250mil empleos nuevos creados hasta 2005 por la administración Fox en México (misma que se ufanaba de éstas cifras), fueron empleos temporales – también llamados empleos eventuales – lo que significa que si bien hubo 250mil nuevos empleos formales, la mayoría de ellos no representó absolutamente una salida a la precariedad del mismo trabajo. A los efectos prácticos, esta observación se convierte en cruel realidad cuando observamos que el acceso a la esfera del derecho (y la protección social) que el trabajo formal conllevaría (al menos hasta pocos años) se viene transformando en una negación de facto a este acceso. De otra forma dicho, la temporalidad del trabajo se convierte en temporalidad del goce del derecho, de la seguridad social, etc. Una transformación que legitima y legaliza la exclusión de millones de personas. Por consecuencia nosotros ubicamos en esta fase el nacimiento de una categoría nueva que nos reservamos de seguir analizando, que es la del “precariado”, un proletariado de antaño que hoy asume como su faceta característica el hecho de vivir la estabilidad sí, pero de la precariedad laboral. De este nuevo sujeto de trabajadores identificamos algunos rastros que quizás no sean apremiante o importante aquí subrayar que pero nos pueden ayudar a comenzar una siguiente reflexión. Hay que mencionar por ejemplo el riesgo que conlleva la individualización de la relación laboral arriba mencionada, junto con la temporalidad de los contratos. Es el riesgo de un cambio de actitud de parte de los trabajadores que se caracterice por mayor sumisión frente al patrón. Al mismo tiempo esa misma individualización arriesga con romper de manera definitiva el frente constituido por las organizaciones sindicales que, como se observa, tienen dificultad a interpretar y adaptarse a estas transformaciones.
    4.
    Decíamos que el outsourcing en México no encuentra aún definición cierta en el marco jurídico de reglamentación del trabajo, la LFT antes que todo. O más bien, que las dificultades que el outsourcing viene creando para el trabajador se originan en la falta de un marco jurídico de referencia capaz no solo de reglamentar los diversos casos, sino de proteger al trabajador de las evidentes nefastas consecuencias. No son pocos los artículos de la LFT a los cuales hacer referencia en el caso de este tipo de contratación. Especificadamente en el caso de las empresas de servicio o subcontratistas de personal – mismas que pueden ser empresas distintas o empresas jurídicamente distintas pero creadas al interior de la empresa-madre o beneficiaria – por lo general se analizan los artículos primeros de la LFT, los que describen la función y obligación de los intermediarios así como los que definen al patrón – y por ende sus obligaciones. Hemos sostenido que las prácticas de las empresas de servicios se llevan a cabo al margen de la ley. Frente a éstas dificultades interpretativas, por varias partes se ha puesto el problema de resolverlo a través de modificaciones a la misma Ley Federal del Trabajo. En este aspecto cabe relevar que éstas modificaciones están contempladas por las diversas propuestas de la llamada Reforma Laboral que ya se ve llegar por parte gubernamental.
    Tal dificultad interpretativa se matiza en cuanto la OIT afirmó en su Conferencia Anual en 2003: “En México, al parecer, la formulación de los conceptos de empleador y de trabajador no permite abarcar toda la realidad laboral y eso facilitaría la evasión de la ley”. Cabe mencionar al respeto que la misma OIT emitió al menos dos Convenios que reglamentarían las llamadas por la OIT , “agencias de colocación” . Por eso, la misma OIT se había dado a la tarea de resolver al problema en su Conferencia de 2006. Sin embargo las partes presentes no pudieron llegar a ninguna conclusión exhaustiva acerca del caso. Nada más algunas consideraciones y recomendaciones para el futuro.
    Esta dificultad en definir un marco jurídico eficaz denuncia la gran dificultad en tratar al tema. A éstas dificultades se añade inevitablemente el conflicto generado por los intereses tan encontrados entre mundo del trabajo y mundo empresarial. Un conflicto de orden ideológico y práctico, para ambos bandos.
    A lo largo de estos últimos años, sin embargo, desde el ámbito laboral, gubernamental y partidista han sido propuestas distintas reformas, integrales o parciales, a la LFT miradas a resolver a los problemas que el outsourcing genera.
    Inclusive en la propuesta – la llamada Reforma Lozano – que recientemente salió a la luz pública y que alguien con buen sentido de las cosas se está encargando de difundir lo más posible, el tema del outsourcing es tocado con cierta atención.
    Antes de pasar a observar esta última propuesta, vale la pena recorrer velozmente lo que ha sido el camino del outsourcing en la historia reciente de las propuestas de modifica a la LFT. De un total de más de 80 propuestas presentadas desde 1998 a la fecha, hay algunas que en específico se refieren al outsourcing – que se define subcontratación prácticamente en cada propuesta. Veremos aquí sobre todo las más recientes, de este principio de año. Sin embargo queremos comenzar nada más mencionando a una propuesta presentada el día 15 de abril de 2004 por la diputada del Partido de Acción Nacional, Maria del Carmen Mendoza. Es esta propuesta interesante porque marca quizás el límite al cual se puede llegar. De hecho la diputada de manera que nos parece sinceramente descarada o ignorante del vasto debate que la aplicación del outsourcing ha provocado, propone la modificación del art. 8 de la LFT en los siguientes términos: “Trabajador es la persona física que presta a otra, física o moral, un trabajo personal subordinado. El trabajador que se encuentre subcontratado, tendrá como patrón a la empresa de subcontratación de personal, siempre que ésta se encuentre legalmente constituida en los términos de esta ley, de lo contrario su patrón lo será la empresa usuaria”. El art. 10 quedaría así modificado: “Patrón es la persona física o moral que utiliza los servicios de uno o varios trabajadores. Se excluye de esta definición a las personas que utilicen los servicios de trabajadores a través de empresas de subcontratación de personal, sin que esto los libere de las responsabilidades que conforme a ley les corresponden”. A su vez el art. 13: “Se entenderá que la empresa de subcontratación de personal es el patrón de los trabajadores que ponga a disposición de la empresa usuaria, siempre que la misma se constituya de conformidad con las disposiciones de esta ley”. Las modificaciones propuestas abarcan más artículos de la LFT sin embargo no tiene caso reportarlos aquí por considerar suficientes los ya mencionados para entender el alcance de dicha propuesta, o sea la negación absoluta de cualquier corresponsabilidad por parte de la empresa beneficiaria.
    Lo que sí vale la pena hacer es más bien un recorrido en las dos últimas propuestas referentes a la LFT y al fenómeno del outsourcing. La primera es la propuesta con fecha 4 de marzo de 2008 presentada por los diputados federales del PRD, Daniel Dehesa Mora y Pablo Trejo Pérez. En ella hay importantes novedades que quizás por vez primera recogen las observaciones realizadas en el debate mencionado. La propuesta modifica el art. 13 de la LFT añadiendo: “Art. 13bis: Los patrones que utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón, serán responsables solidarios en las obligaciones contraídas con aquellos. Estos trabajadores prestarán sus servicios en las mismas condiciones de trabajo y tendrán los mismos derechos que correspondan a los trabajadores que ejecuten trabajos similares en la empresa o establecimiento”. Y continúa: “En general, las responsabilidades patronales corresponden tanto a quien realmente reciba los servicios o beneficios directos de las obras o servicios, como a quienes formalmente aparezcan como patrones o receptores de esos servicios. Estos trabajadores se considerarán empleados del patrón que recibe sus servicios o beneficios derivados de su trabajo, por lo que podrán formar parte del sindicato titular del contrato colectivo en dicha empresa”. Luego viene el art. 15ª: “También existirá responsabilidad solidaria cuando los patrones utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón. En general, las responsabilidades patronales en apego a esta Ley corresponden tanto a quien realmente reciba los servicios o beneficios directos de las obras o servicios, como a quienes formalmente aparezcan como patrones o receptores de esos servicios”. Más adelante, al art. 21 se añade: “Igualmente se presume la relación de trabajo entre el patrón que utiliza los servicios o recibe los servicios o beneficios directos de las obras o servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón”. Omitimos algunas partes, sin embargo consideramos suficiente cuanto expuesto para entender que una propuesta de esta naturaleza deja a salvo varios aspecto hasta aquí criticados de la aplicación del outsourcing en México. Aún no siendo perfecta, la propuesta podría ser un interesante punto de partida para comenzar un debate acerca de las modificaciones a la LFT necesarias para salvar al outsourcing sin atacar la esfera de los derechos laborales.
    Al contrario, las modificaciones propuestas en el paquete llamado Reforma Lozano que otra cosa no es sino una modificación a la ya conocida Reforma Abascal, no resuelven al problema. En ella se enfrenta al cuestión outsourcing en varios artículos.
    Se comienza con el art. 13 al cual se añade: “En caso contrario los patrones que utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por un intermediario, son responsables solidarios en las obligaciones contraídas con aquellos”. No se pretende modificar mucho, nada más lo esencial para posiblemente, en sede interpretativa – por ejemplo en una Junta de Conciliación y Arbitraje – una empresa de servicio o subcontratista de personal se ampare o mejor dicho se defienda declarándose empresa en lugar de intermediario. Continuamos con el art. 15 al cual se añaden 4 apartados, bajo las letras a), b), c), d) y e). En el apartado a) se define el “régimen de subcontratación” en los siguientes términos: “Es trabajo en régimen de subcontratación aquél realizado en virtud de un contrato por relación de trabajo por un trabajador para un empleador denominado contratista o subcontratista, cuando éste, en razón de un acuerdo contractual, se encarga de ejecutar obras o servicios, por su cuenta y riesgo y con trabajadores bajo su dependencia, para una persona física o moral dueña de la obra o empresa, denominada la empresa beneficiaria, en la que se desarrollan los servicios o ejecutan las obras contratadas. En esta definición no quedan comprendidas las empresas contratistas o subcontratistas que presten servicios a otras de manera ocasional y discontinua”. Mucho que observar: lo primero, se define el lugar de trabajo que son las instalaciones de la empresa definida beneficiaria. En este caso, es evidente, quedan excluidas – para ofrecer un ejemplo – todas aquella empresas hoy contratadas desde el exterior para el servicio de call-center. Hay luego que subrayar cierta incertidumbre en ese “acuerdo contractual” que define la relación entre las dos empresas, la beneficiaria y la subcontratista. En fin el mayor pecado, es decir la exclusión de aquellas empresas subcontratistas que prestan sus servicios de manera ocasional o discontinua. Bien, con tal frase la LFT quedaría prácticamente inmutada frente al fenómeno en estudio, pues lo que más consecuencias provoca – lo hemos dicho anteriormente – es precisamente la temporalidad reducida de los contratos de trabajo. En otras palabras, a parte la falta de claridad en definir lo ocasional y discontinuo, lo cierto es que quedarían afuera por un lado todos esos trabajadores temporales de corto plazo – los que trabajan por temporadas, por estación, etc. – por otro lado nada excluye que inclusive ahí en donde la relación entre las dos empresas sea más continuativa, se cree acuerdo alrededor de la conveniencia de renovar el “acuerdo contractual” de forma más periódica, tal y como las empresas subcontratistas de personal lo hacen con sus propios trabajadores. Se comienza mal y se termina peor.
    Los siguientes apartados no mejoran la situación. En el d), por ejemplo, se dice: “El patrón beneficiario de servicios deberá solicitar información a los contratistas por lo menos cada tres meses, sobre el monto y estado de cumplimiento de las obligaciones laborales y de seguridad y previsión social que a éstos correspondan. En caso de que los contratistas se nieguen a proporcionar dicha información, el patrón beneficiario de los servicios deberá denunciar tal situación o, en su caso, los hechos que presumiblemente constituyan violaciones a los derechos de los trabajadores subcontratados ante la Inspección del Trabajo”. Según interpretamos, la autoridad laboral está a su vez subcontratando el control del entero sistema, delegando a la empresa beneficiaria el respeto de las reglas.
    Finalmente en el apartado e) se dice: “Se presumirá, salvo prueba en contrario, que se utiliza el régimen de subcontratación en forma dolosa, por parte de la empresa beneficiaria de los servicios, cuando en una misma empresa, una o más personas subcontratadas perciban sueldos y prestaciones menores, en comparación a los que reciben las personas que laboren para la empresa beneficiaria de los servicios y que realicen las mismas actividades. También se considerará que se utiliza el régimen de subcontratación en forma dolosa, cuando las empresas prestadoras de servicios u otras filiales de éstas, tengan simultáneas relaciones de trabajo o de carácter mercantil o civil con los trabajadores, con el objeto de simular salarios y prestaciones menores”. Cabe aquí decir al menos dos cosas. La primera tiene que ver con la comparación salarial y de condiciones que el articulo pretende. No queda resuelto el caso, ya denunciado por otros investigadores, en el que no haya trabajadores de planta en la empresa beneficiaria que “realicen las mismas actividades”. En este caso, lo dicho por el apartado queda sin valor alguno. Finalmente hay que mencionar también que si bien se matiza lo ilegal de la simulación contractual y por ende salarial, lo cierto es que en la práctica sucede demasiadas veces que el trabajador contratado por cierta actividad se encuentre a realizar otras, muchas veces ordenado por el “patrón informal” de la empresa beneficiaria. El art. 39A sugiere la introducción de los llamados “períodos de prueba”. No quisiéramos que esta posibilidad, ya de por sí delicada fuese aprovechada también para justificar los ya existentes contratos de breve plazo promovido por las empresas subcontratistas de personal. Quedó comprobado que las pruebas a las cuales son sometidos los trabajadores por parte de estas empresas están al límite de la ley y del respeto de la dignidad ajena. ¿Serían los períodos de prueba propuestos un herramienta más en mano de tales empresas?
    Hay muchos más aspectos criticables de esta propuesta, sin embargo por falta de espacio y por querer evitar aquí salir del tema omitiremos nuestros comentarios.
    5.
    Para concluir el presente texto, nos quedaría preguntarnos si el outsourcing es efectivamente este monstruo de las múltiples cabezas que todo parece indicar. Si es una riesgo o una oportunidad. Sin duda alguna la respuesta es retórica como lo es la pregunta. Actualmente el outsourcing es un riesgo y lo es para un sector específico del mundo económico: el trabajador. Junto a los riesgo para el trabajador, se podría identificar también los riesgos para las organizaciones de los trabajadores, es decir los sindicatos. De la misma manera, sin duda alguna, se puede afirmar que el outsourcing es una gran oportunidad para el mundo empresarial público y privado.
    ¿Cómo vencer al riesgo? O ¿cómo evitar que se concrete? O mejor aún, ¿cómo vencer al outsourcing? Difícil ofrecer respuestas. Por un lado viene la tentación de repetir la que consideramos ser una solución de fondo al problema, esta es decretar la separación entre acceso al trabajo y esfera de los derechos creando por ende lo que aquí podemos definir “salario de ciudadanía”. Pero esto implicaría no sólo un cambio radical a los más altos niveles, sino adentrarnos en un debate que aún siendo muy interesante, arriesgaría, aquí y ahora, de confundirnos y llevarnos a perder el enfoque práctico que tratamos de darle a las consideraciones hasta aquí expuestas. Por el otro lado, sin embargo, es también complejo ofrecer respuestas adecuadas e integrales. Prohibir las prácticas de la subcontratación integral o parcialmente como alguien ha en su momento planteado parece ser una solución un tanto utópica o más bien una solución sin base, pues hoy el outsourcing es muy difundido a nivel global y representa quizás uno de los ejes de la nueva economía-mundo. Otras soluciones son al contrario más de orden práctico y tienen que ver con las posibles modificaciones a la legislación laboral actual. Estas modificaciones sin embargo tienen que tener presente del más vasto abanico de posibilidades que pueden caer bajo el concepto de outsourcing. En este sentido, la propuesta mencionada arriba y adjudicada a los diputados del PRD nos parece sensata y equilibrada, aunque falta corregir muchos de los aspectos negativos también arriba mencionados. Habría en efecto que revisar la posibilidad de participación a la contratación – por no hablar de la contratación colectiva – en la nueva relación triangular. Nadie ha hasta ahora propuesto algún espacio u organismo capaz de comprender a los tres sujetos juntos en el momento de la contratación. Faltaría dejar más claro quién es quién en la relación laboral. Aún el tema es tratado, no queda muy claro quien es el referente para el trabajador según el problema que éste pueda registrar. No hay quienes propongan alguna medida de control sobre los enormes registros de trabajadores que las empresas de servicios mantienen de sus trabajadores. Nada que proteja al trabajador de una empresa de servicios frente a la decisión de la empresa-madre de deshacerse de él.
    ***
    Juana López es una joven trabajadora de una maquila de la electrónica en Cd. Juárez, Chihuahua. Ella, como muchas otras, es de otra región de la República.
    Llegó a la ciudad fronteriza un día de verano de 2006, cuando ya habían pasado tres meses de no saber nada de su esposo, emigrado algunos años antes a los EU. Ella se quedó con su hijo que ya tiene 10 años. Se fueron juntos a Cd. Juárez. Tres las razones de eso: la primera, ya no tenía quien la mantenía en su pueblo originario en el estado de Veracruz; la segunda, en Cd. Juárez hay trabajo, en la maquila, pero hay trabajo; la tercera, sabía que su esposo estaba en Arizona, Cd. Juárez está un poco más cerca de Arizona que su tierra natal. Al llegar, las dificultades que a todos les toca le dieron la bienvenida: un hogar y un trabajo. La casa fue el problema menor, pues contaba con algún conocido que le facilitó un cuarto “durante un rato” hasta que pudo conseguir una “casa” suya: dos cuartos, uno que utiliza de comedor, cocina y estudio para su hijo, el otro para dormir y descansar, los dos. La letrina afuera, a diez metros empolvados de la puerta de la casa. El trabajo fue lo difícil. Pues todo mundo ofrecía trabajo, pero nadie con el sueldo que su esposo le garantizaba desde EU. Fue así que Juana llegó un día de septiembre, dos meses después de haber llegado, a la oficina de una empresa. A primera vista parecía una agencia de colocación, pues tenía, pegados con durex, decenas de anuncios de trabajo en sus vidrios, viendo hacia fuera, para que quienes querían leer no tuvieran la pena de pisar la oficina. Entró y se sentó. Y platicó de su vida, de sus gustos, de sus problemas, de sus exigencias. No de forma espontánea, sino porque se lo preguntaron. Frente a la prueba de embarazo que le proporcionaron, sonrió: “Ya tengo un hijo, no quiero más”, consideró en voz alta. La funcionaria del otro lado de la mesa, cara impasible, acercó la prueba al rostro de Juana: “Tenemos que asegurarnos”.
    Comenzó a trabajar ensamblando piezas de plástico sobre una base de unos pocos centímetros de largo, ella también de plástico. “Es la base de una computadora…portátil”, le explicaron. Había visto ya una computadora la Juana. Hasta la había utilizado para comunicarse con el otro lado. Bien sabía también qué significaba portátil. Pero sabía que costaban mucho y pensó: “Quizás luego me regalen una”. En la breve pausa de su trabajo, lo platicó con algunas de sus colegas: “¡Imagínate!”, le contestaron. “¿Dónde crees que estas? ¡Estamos aún de este lado, recuérdatelo siempre!”.
    Al primer mes de estar trabajando, un hombre vestido de traje más con la corbata con los colores de la agencia que la había contratada, se apareció frente a ella, en la línea de producción. “Hola Juana, ¿podría firmar aquí por favor?”, le dice amablemente el hombre. “S..s..sí señor…pero ¿quién es Usted?”, contesta ella. “Soy de la agencia”, se pone firme el hombre. “Pero ¿cómo está esto?”, Juana piensa velozmente. “¿Quién este hombre que nunca vi? Y ¿quién es la mujer que siempre me encarga los trabajos, cada mañana, cada semana, cada día, la misma que me regaña, me solicita, me pide y me ordena?”. Piensa Juana y el hombre frente a ella la interrumpe: “Señorita, favor de firmar aquí es su contrato de trabajo…por si quiere seguir aquí claro”. Puesta la firma sobre el papel, ni el tiempo de leerlo, la línea de producción no se para, no hay tiempo, firma y sigue. Firma y continúa. “Lástima que ahora no tenga copia del contrato”, explica él frente su cara incrédula, “pronto se la haré llegar”. Se voltea y se va.
    La línea de producción es dura, es exigente. Un día Juana siente un dolor al pulso. Algo raro, que nunca había probado. Durante un rato para su mecánico trabajo y se soba la muñeca. Una voz femenina habla del altavoz que tiene a su espalda. “Favor de no parar”, dice con tono perentorio. “Me duele la mano”, dice Juana en voz baja y vuelve al trabajo. A final de día, Juana se acerca a la mujer que siempre le habla, la que ella identifica como “mi jefa”. Y le explica el problema. Ésta le agarra la mano. “¿Es aquí donde duele?”, pregunta. Dice sí con la cabeza la Juana, callada y a la espera de una solución. La mujer hace la cara preocupada, piensa un momento y finalmente sonríe. “Descansa un momento aquí…siéntate…ahora vengo” y se voltea, comienza a caminar y se refugia en su oficina, allá, al fondo de la línea. Juana mira el reloj escondido debajo de su uniforme. Faltan diez minutos al cambio turno. Sin embargo pasa media hora antes de que la mujer regrese. Sus compañeras se han ido. Ella se queda sola – pues con otras compañeras, pero no conoce a nadie – y con la mujer que la despide regalándole una cajita de pastillas. “Toma una hoy antes de acostarte y mañana al llegar al trabajo”, le explica y la consuela con voz suave: “No pasa nada, verás que se te pasará el dolor”.
    Juana se encuentra ahora en otro lado de la línea de producción. Aquí hay unas máquinas extrañas, altas unos tres metros, dentro las cuales pasan una piezas de plástico enormes. Como unas grandes láminas que entran y salen cortadas en pedacitos. “Son lo pedacitos que montaba antes”, reflexiona. Y sonríe contenta de estar aprendiendo algo nuevo, contenta de estar comprendiendo las distintas partes del proceso. Su tarea: recoger los cuadritos que salen de un lado de la máquina, amontonarlos rápidamente y colocarlos dentro de una caja de plástico ella también que le pasa a lado, encima de un piso móvil. “Fácil”, piensa. Pasan los días, y la nueva tarea de Juana ya se ha vuelto automatismo. Sin embargo, la mano un día vuelve a doler. El dolor es pulsante y no deja en paz, no te permite distraerte de él. Juana se queja con la mujer que insiste: “No pasa nada, toma las pastillas, verás que pasará”. Un día la máquina se para, sin más explicación. Simplemente deja de cortar y de moverse. Callada, si tuviera ojos miraría fijamente a Juana que la contempla sorprendida. Al analizar la máquina, Juana se entera que una piezas se han quedado justamente en la salida frontal, casi en el contenedor donde hasta hace poco las recogía. Extiende la mano adolorida, la que siempre utiliza, hacia las piezas para recogerlas. Las agarra y en ese momento un ruido fuerte, muy fuerte. ZAC. Y el silencio. Su mano ya no está, su dolor tampoco, solo un color rojo vívido por doquier.
    Sus ojos se abren, despierta. Una pesadilla acabó, hay que ir a trabajar.
    Como cada mañana Juana llega a la fabrica. Un día más de trabajo, pero hoy es el último del mes, cobraré quincena, piensa satisfecha. Es también el día en que debería de llegar ese guapo joven de la agencia, sonríe. Una firma y ya.
    Sin embargo al llegar, un hombre de seguridad se le pone en frente. “Ya no trabajas aquí”, le dice mirándola directo a los ojos. “¿Qué qué…?”, esboza ella. “¿Cómo?”, pregunta. “Eso me dijeron: tu y tus compañeras ya no trabajan aquí, su contrato se acabó”.
    Juana alcanza corriendo el teléfono de la esquina. El joven de la agencia nunca le había dado copia de su contrato pero sí un número de teléfono. Compone el número local de Cd. Juárez. Del otro lado una voz femenina, mecánica, que repite algunas frases aprendidas de memoria y termina diciendo: “¿En qué puedo ayudarle?”. “Me llamo Juana López busco a…no sé…busco a alguien que me pueda ayudar”, dice con voz titubeante. Explica la situación, ofrece sus datos, espera, espera y espera. Finalmente regresa la voz femenina y de manera igualmente mecánica dice: “Su contrato se terminó el día de ayer y no tiene porque ir a trabajar más”. Juana se queda pensando y pregunta: “Pero nadie me dijo nada, yo esperaba firmar otro contrato hoy y…”. “Su trabajo es temporal”, explica la señorita del otro lado, “no se preocupe, en cuanto tengamos otra oferta para Usted nosotros la contactaremos”. Juana se queda sin palabras. “Pero no tengo teléfono en mi casa ni celular”, CLIC. Cae la línea o alguien colgó.

    Outsourcing en México

    1 aprile 2007Lascia un commento


    1. Marco teórico e histórico de referencia
    El sistema productivo se define por varios factores y condiciones. Dos pueden ser los puntos de referencia ineludibles para tratar de explicar las razones del sistema productivo vigente. El primer factor decisivo es la política de la empresa privada que trabaja en un determinado territorio. El segundo factor, íntimamente ligado al primero, es la política económica definida por el Estado en dicho territorio.
    Considerando el primer factor, podemos observar que la política económica de una empresa es determinada por decisiones de carácter puramente especulativo en el sentido muy estricto de utilidad/ganancia que la misma empresa logra conseguir. En otras palabras, las decisiones acerca de los modelos y sistemas aplicados para el provecho de la empresa responden simplemente al objetivo de aumentar los ingresos. El sector que toma tales decisiones – el top-management – es obligado, en cierta medida, a responder a este parámetro: la ganancia equilibrada con la supervivencia en el mercado de la empresa misma. Si hasta hace unas décadas las empresas se dedicaban a la acumulación no sólo material – en términos de capital económico – sino también inmaterial – capital intelectual y capital humano -, a partir de hace dos décadas las empresas han cambiado métodos. “Veloces cambios tecnológicos, la globalización e internacionalización de los mercados, la desregulación del comercio mundial y la feroz competencia en todas áreas de negocios” han provocado cambios radicales que se han desarrollado a lo largo de un par de décadas. Tales cambios apuntan todos hacia la reconfiguración de las estructuras empresariales.
    Hablar de reestructuración empresarial significa sin embargo hablar también de nuevos modelos productivos que a su vez introduce todo un mundo nuevo de relaciones sociales internas y externas a la empresa. Es opinión compartida que de los años sesenta a la fecha se han producido cambios radicales en el sistema productivo. Las que divergen son las opiniones acerca de las modalidades y formas de este cambio.
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  • Articoli Matteo Dean dalla rivista spagnola Diagonal

    Articoli Matteo Dean dalla rivista spagnola Diagonal

    Ciudad Juárez, la esperanza en el desierto

    16 febbraio 20112 commenti

    El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 17 de febrero de 2011
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    El 31 de enero, en Ciudad Juárez, cientos de personas se reunieron para recordar la masacre acontecida
    hace un año y que provocó el asesinato de 16 estudiantes, en su mayoría menores de edad. En la madrugada de ese domingo del año 2010, un comando armado irrumpió en una fiesta en la colonia de Villas de Salvárcar y sin mayor explicación acribilló a los jóvenes que ahí estaban reunidos. El impacto de esa enésima masacre fue tremendo. No sólo por el evidente dolor provocado a los familiares de las víctimas y a la sociedad entera, sino sobre todo porque fue el principio de una larga serie de asesinatos que tuvo como objetivo a jóvenes estudiantes de esta y otras ciudades de México.
    Para provocar que aumentara la tensión de aquellos días, sirvieron también las declaraciones del presidente de México, Felipe Calderón. Desde Japón, en donde se encontraba de viaje oficial, tuvo la osadía de declarar que la masacre no era otra cosa que un ajuste de cuentas entre bandas de pandilleros. La reacción no se hizo esperar y es quizás por esa reacción que hoy, en Ciudad Juárez, a pesar de la tremenda ola de violencia, la gente ya no tiene miedo. Las reacciones de la sociedad civil –que han comenzado por las mujeres-madres, hermanas e hijas de los asesinados– no dejaron de coincidir con cada injusticia perpetrada por la criminalidad organizada, pero sobre todo por la ineficiencia y las múltiples omisiones de las autoridades mexicanas que, aquí en Juárez, han substancialmente dejado en mano de los pistoleros y de los grandes capos del narco la gestión del territorio.
    “La guerra al narcotráfico”
    De esta forma, los periódicos mexicanos e internacionales pintan a Juárez como a la ciudad más violenta del planeta. Así la describen también las estadísticas acerca del número de personas asesinadas cada año, cada mes, cada día. Según datos oficiales, ofrecidos a principios de este año 2011 por el secretario técnico de Seguridad Nacional, Alejandro Poiré en la ciudad fronteriza de México habrían sido asesinados 2.377 personas en 2010. Dichas muertes serían parte de los más de 15.000 asesinatos relacionados con la llamada “guerra al narcotráfico” registrados el año pasado. De ese total asombroso y que muestra una aumento vertiginoso de muertes relacionadas con los carteles del narcotráfico en relación al año anterior –1.462 en 2009–, una tercera parte habría ocurrido en el Estado de Chihuahua, donde Ciudad Juárez se encuentra.
    Y, sin embargo, estos datos no logran describir a plenitud la realidad de esta ciudad incrustada en el desierto y que hoy está completamente en mano de la criminalidad organizada. El escritor y periodista estadounidense Charles Bowden publicó recientemente un libro que describe con tremenda crudeza a la ciudad. El título: La ciudad del crimen. Bowden describe las frecuentes muertes en esta ciudad como
    “un estilo de vida” y comenta que los habitantes de Ciudad Juárez, los juarenses, hoy no se ponen el problema de la muerte en sí, sino de lo que puede pasar antes de morir. Tortura, degollamientos, descuartizamientos, y todo tipo de injuria que se le puede hacer en un cuerpo humano son las huellas de estos asesinatos por mano, oficialmente, de los carteles de la droga que se pelean por unos de los territorios más codiciados por los negocios ilícitos promovidos por el ya débil Cartel de Juárez y su mayor contrincante, el malafamado capo Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera.
    Los ‘juventicidios’
    De la misma manera, los datos oficiales tampoco logran describir a plenitud otras muertes que recorren
    las calles acosadas de la ciudad. Éstos son los asesinatos de mujeres, los llamados feminicidios; las muertes de jóvenes –el llamado ‘juventicidio’– por mano, en este caso sí, de la delincuencia pero también por parte de las fuerzas del orden llamadas a garantizar la seguridad en el territorio. A esta lista se suman las muertes de migrantes anónimos en su recorrido final a Estados Unidos y, por último, los asesinatos de periodistas. Es igualmente difícil describir a otros “efectos colaterales” de tanta violencia, como son las, al menos, 15.000 viviendas abandonadas por ciudadanos que, frente a la muerte, optan por abandonar a la ciudad.
    En cuatro años de gobierno –desde diciembre de 2006–, el Gobierno Federal mexicano ha logrado implementar cuatro programas especiales para la ciudad. El primero fue lanzado el 27 de marzo de 2008 cuando el Gobierno oficializó el Plan Conjunto Chihuahua que llevó al ejercito mexicano a ocupar las calles de esta y otras ciudades del Estado. El fracaso evidente de esta estrategia, impulsó que en enero de 2010 el Gobierno promoviera un segundo plan que utilizara la Policía Federal (PF) en Juárez. Sin embargo, la matanza de Villas de Salvárcar obligó al Gobierno a impulsar una “estrategia global” para la ciudad: “Todos somos Juárez”. El programa, fundamentado en operativos policíacos, junto a otros “programas sociales” de alto impacto, cumplió un año este mes de febrero y, según admiten las autoridades, fracasó.
    Hoy, tras la muerte “por error” causada por mano de la PF que se encargaban de la labor de escolta del alcalde de la ciudad, el Gobierno lanza el enésimo plan de seguridad que prevé, entre otras cosas, “mantener al ejército en las calles de Ciudad Juárez”. No obstante, la confianza en la autoridad se perdió hace mucho. Eso sí queda la esperanza generada por la renovada voluntad de lucha y rescate que la ciudadanía está demostrando. Dos luchadoras sociales se han quedado en el camino: Josefina Reyes, asesinada el 3 de enero de 2010, y Susana Chávez, asesinada el 11 de enero. Sin embargo, ya lo dijimos: los juarenses han perdido el miedo y el futuro aparece cada vez más en sus manos.
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    Los femincidios, no sólo ocurren en Juárez
    Ciudad Juárez se ha vuelto tristemente famosa a partir de finales de los años ‘90 cuando los datos acerca del llamado feminicidio comenzaron a describir un patrón del fenómeno. Los carteles del narcotráfico, el patriarcado, los ritos satánicos, el tráfico de órganos, las películas snuff, los asesinos en serie, los ‘sexo turistas’ de la vecina ciudad estadounidense de El Paso, la maquiladora. Todos culpables según distintos análisis y puntos de vista.
    Sin embargo, a pesar de la deficiencia de datos fidedignos, debida a la falta de voluntad política de los gobiernos locales de registrar el fenómeno, a su difícil tipificación y a la dificultad de “distinguir” las decenas de muertes que ocurren diariamente en el país, es posible afirmar que no sólo Juárez es teatro de este tremendo delito.
    Según el Instituto Ciudadano de Estudios sobre la Inseguridad (ICESI) en más de 80 municipios del Estado de México, colindante con la Ciudad de México, la tasa de homicidios dolosos contra mujeres es superior a la media nacional y en Toluca –capital del Estado– los índices son superiores a los de Ciudad Juárez. Estas estadísticas desmiente la creencia de la posesión del récord de Juárez, además, se presentan los datos ofrecidos por el Observatorio Ciudadano Nacional contra el Feminicidio (OCNF), el cual reporta que en 2009, de los 459 feminicidios registrados, 89 habrían sucedidos en el Estado de México, seguido del norteño Chihuahua (71), el Distrito Federal (46) y el norteño Baja California (45).
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    La ‘presencia’ del presidente Calderón en la ciudad
    Tras las declaraciones, que quiso adjudicar la masacre de Villas de Salvárcar de enero de 2010 a un “pleito entre pandilleros”, el presidente mexicano Felipe Calderón visitó tres veces la ciudad fronteriza el año pasado para promover el plan que pomposamente llamó “Todos somos Juárez”. La visita que todos los mexicanos recordarán fue la primera. El 9 de febrero, diez días después de la matanza, Luz María Dávila –madre de dos de las víctimas– logró burlar al cerco de seguridad de la reunión y confrontó al presidente frente la mirada atónita de la platea complaciente. “Yo hoy no le puedo dar la mano y decirle que es bienvenido, pues no lo es”, le dijo. “Pónganse en mi lugar a ver que siento yo”, continuó. Calderón asintió y Luz María le espetó: “No diga ‘por supuesto’, y ¡haga algo por Juárez!”.

    “El problema del secuestro de migrantes en México es sólo la punta del iceberg”

    10 novembre 20101 commento

    El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 10 denoviembre de 2010
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    Según el abogado Saúl Sánchez, coordinador del área jurídica del Centro de Derecho Humanos Fray Matías de Córdoba que opera en la ciudad de Tapachula, en la frontera con Guatemala, “toda esta atención sobre la problemática migrante está bien y está mal”. Es positivo, explica, que se haga visible el problema, pero, añade:”No está tan bien porque lo enfocan como si fuera algo nuevo, como algo que acaba de pasar”. No es así, abunda, pues “el problema del secuestro de migrantes es sólo la punta del iceberg”.Entrevistado unas semanas después de la matanza supuestamente ejecutada por el grupo criminal de Los Zetas, el abogado en materia migratoria “con enfoque de derechos humanos” estigmatiza la campaña mediática que se desató por lo sucedido el 27 de agosto y señala que “el problema no es que estén secuestrando a migrantes, sino por qué la gente se está viendo obligada a migrar”.
    DIAGONAL: ¿Cuál es entonces el verdadero problema?
    SAÚL SÁNCHEZ: El flagelo no son Los Zetas, no son los Maras (grupo criminal, sobre todo centroamericano), no es la delincuencia común, los militares que embisten embarcaciones llenas de migrantes en el océano Pacífico. El verdadero flagelo se llama falta de oportunidades y eso se da tanto en los países que expulsan a los migrantes como los países de tránsito.
    Quienes están engrosando las filas de Los Zetas son jóvenes que ahí encuentran la manera de elevar su calidad de vida. Si hubiera oportunidades y se respetara el derecho al desarrollo, no habría migrantes forzados, ni jóvenes que entren a las filas de la delincuencia organizada.
    Saúl Sánchez insiste en que el problema es la migración forzada. “Los medios de comunicación lo primero que hacen es preguntar por la sangre que hay, los derechos que se violaron, acerca de las amenazas a los defensores (abogados), necesitan la nota roja”. Prueba de la falta de atención por parte de los medios de comunicación, según el abogado mexicano, es la reproducción del informe último de la Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH). Los medios “hicieron un resumen de ese informe, nada más. ¿Dónde está el análi-sis? El informe de la CNDH sobre secuestro de migrantes fue nutrido por organizaciones, por albergues de migrantes. No es un informe de la Comisión y nadie lo dice, nadie reconoce ese trabajo de campo efectivo, real”. E indica: “No es un informe de la CNDH, es un informe de la sociedad civil organizada que está harta de la situación”.
    D.: Y sin embargo, el tema de los migrantes de paso en México sigue recibien-do poca atención…
    S.S.: Es cierto. Los abogados especializados en materia migratoria y en el tema de derechos humanos en México somos pocos. Habrá unos cinco, pues no hay muchas organizaciones que se ocupen del tema y aparte litiguen casos con perspectiva de derechos humanos. No es falta de interés, es más bien falta de perspectiva de las organizaciones en la necesidad de crear cuadros. Hasta hace muy poco tiempo, el tema no le interesaba a nadie. Luego comenzó el interés aunque se abordaba solamente en el tema de estudio del fenómeno y, en cuanto al aspecto legal, en el tema de las regularizaciones. El tema del litigio, del litigio estratégico, de hacer incidencia, eso es muy reciente.
    D.: ¿Cuáles son las mayores violaciones a los derechos de los migrantes en México?
    S.S.: Hay tres grandes vertientes. Para los que están detenidos (en las Estaciones Migratorias) hay violaciones al debido proceso, a pesar de estar sometidos a un procedimiento administrativo migratorio; no tienen representación le-gal; no tienen traductores y un montón de cosas más. No tienen acceso a la justicia y mucho menos están siendo informados acerca de los derechos que tienen en calidad de migrantes y en calidad de personas sometidas a una forma de detención.
    D.: ¿Y luego?
    S. S.: Para los que van en tránsito, ya conocemos todas las vejaciones que reciben de la población local por donde cruzan, pero también por parte de las autoridades de los distintos niveles de gobierno: desde funcionarios públicos de oficina hasta el policía de la equina…todos ellos tratan de abusar del migrante. Además, del acoso del crimen organizado.
    Finalmente, por lo que tiene que ver con las personas indocumentadas que ya están establecidas en el país, se le niega el acceso ideal a la educación por no tener un acta de nacimiento mexicana, se les niega el apoyo de los programas sociales de gobierno. Se les niega además el acceso a los servicios de salud y en muchas ocasiones tampoco tienen acceso al registro de sus recién nacidos. De tal manera que el niño, aunque no se le puede quitar a la madre, resulta un chico sin documentos, inexistente legalmente en ningún lado.
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    Silencio tras el tráfico de indocumentados en Tamaulipas

    6 novembre 2010Lascia un commento

    El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 6 denoviembre de 2010
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    Tras la matanza de un grupo de migrantes ejecutada el 27 de agosto pasado en el estado de Tamaulipas, en el norte de México, y realizada supuestamente por la organización criminal de Los Zetas, el tema del secuestro de migrantes de paso en el país se ha vuelto central. Tras décadas en las que el tema migratorio consistía sobre todo en hablar de los paisanos que se iban al otro lado, finalmente la sociedad mexicana comienza a voltear su mirada hacia los flujos de personas que cruzan México para llegar a Estados Unidos.

    Serían poco más de medio millón cada año las mujeres, hombre y niños que cruzan México con el sueño de una mejor vida. Proceden de Centroamérica y América del Sur, pero también de África, de China y otras regiones asiáticas. Tuvieron que morir 72 seres humanos para que la sociedad mexicana descubriera de vivir en un “país de tránsito”.

    Hasta hace poco, sólo el vasto abanico de personas y organizaciones dedicadas al tema migratorio conocían esta realidad. Y de este amplio grupo, sólo algunas organizaciones atendían la urgencia de comprender este fenómeno y la necesidad de limitar los daños de un viaje – cruzar a México – que muchos migrantes describen como un verdadero infierno.

    Más de la mitad de las mujeres, parte de esta multitud, habrían sufrido algún tipo de violencia sexual en 2009 según reportó Amnistía Internacional. En el primer semestre de 2009, además, al menos 10.000 migrantes habrían sido víctimas de secuestro, reportaron datos de distintas organizaciones reunidos en el informe de la Comisión Nacional de Derecho Humanos (CNDH) sobre el tema. Cifra por debajo de la realidad, admiten los recopiladores, pues la mayoría de los migrantes secuestrados no se preocupa de denunciar el abuso.

    No hay pero cifras que den la dimensión del negocio que se esconde tras tanto sufrimiento y tanta esperanza invertida y muy a menudo frustrada. El tema del tráfico de indocumentados y de las redes criminales que lo gestionan es un asunto muy delicado que pocos quieren mencionar. Los testimonios hablan de “seguras represalias” para quienes denuncien funcionarios corruptos, agentes políticos locales y nacionales, grandes capos y criminales, pequeños ejecutores de los viajes clandestinos.

    La razón es sencilla: la trata de personas sería el tercer rubro (tras el tráfico de droga y el de armas) por dividendos económicos para la delincuencia organizada. Si así es, ¿cómo tocar dichos intereses sin lastimarse? ¿Cómo incidir en un terreno tan delicado que cuenta con el amparo casi incondicional de autoridades? ¿Cómo, finalmente, romper con un círculo vicioso que contempla el silencio de los migrantes mismos, víctimas de una necesidad ineludible – la de llegar a su destino sanos y salvos – y de la total desprotección de las autoridades?

    El Banco Santander, salpicado por blanqueo de dinero

    16 settembre 2010Lascia un commento

    El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 16 de septiembre de 2010
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    El banco de Santander está siendo investigado por posible blanqueo de dinero procedente del narcotráfico, según reveló en agosto la revista financiera de EE UU Bloomberg Markets Magazine (BMM). La publicación señala en un reportaje que diversas entidades bancarias transnacionales de Europa, Estados Unidos y México han blanqueado miles de millones de dólares procedentes del narcotráfico.
    El reportaje revela que Wells Fargo, Bank of America, Citigroup, American Express y Western Union habrían realizado operaciones financieras utilizando dinero procedente
    de las actividades ilícitas de los cárteles del narcotráfico mexicanos. Si bien tanto el reportaje
    mencionado como las mismas autoridades estadounidenses no han abundado en la información acerca de las investigaciones, documentos obtenidos por el periódico mexicano La Jornada desvelan que en marzo pasado las autoridades fiscalizadoras de Estados Unidos
    habrían pactado un acuerdo con Wells Fargo (desde 2008 dueño de Wachovia) por no haber vigilado actividades sospechosas de lavado de dinero por parte de los narcos.Aviones para llevar cocaína
    Entre estas actividades estarían la gestión de fondos que sirvieron para comprar cuatro aviones que transportaron 22 toneladas de cocaína. En otro caso, Bank of America fue encontrada responsable de haber manejado el dinero necesario para la compra del DC-9 que el 10 de abril de 2006 fue secuestrado por autoridades mexicanas con 5,7 toneladas de cocaína en su interior. Otro caso fue el de Western Union, que fue condenado a pagar una multa de 94 millones de dólares porque sus empleados en Estados Unidos resultaron ser culpables de recibir sobornos por parte de presuntos narcotraficantes a cambio de permitir el traslado de
    fondos de manera ilícita, es decir con nombres ficticios.
    Por su parte, el banco Santander aparece en la lista de instituciones investigadas junto a otros bancos, entre los cuales aparecen Citygroup (dueño en México de Banamex) y HSBC. Según el autor del reportaje de BMM, Michael Smith, los bancos de Estados Unidos, México y la
    Unión Europea habrían permitido que a través de sus cuentas los narcotraficantes
    mexicanos movieran al menos 39.000 millones de dólares en los últimos 20 años.
    Aunque el Santander y las otras instituciones figuren sólo en calidad de “supervisadas” todas aparecen involucradas de alguna manera y ninguna, sin embargo, ha sido cuestionada acerca de sus prácticas. En este sentido, sólo Wells Fargo habría admitido que desde 2004 es consciente del riesgo de ciertas operaciones aunque no las haya impedido o controlado con mayor atención. Dicha admisión fue la que permitió al grupo financiero estadounidense llegar a acuerdos con el Departamento de Justicia de Estados Unidos por los cuales el banco se compromete a reformar sus sistemas de vigilancia y a pagar una multa de 160 millones de dólares.
    Según el fiscal Jeffrey Sloman, encargado del caso, “la flagrante desatención de nuestras leyes bancarias por Wachovia otorgó una virtual carta blanca a los cárteles internacionales de cocaína para financiar sus operaciones al lavar por lo menos 110 millones de dólares en ganancias de la droga”. La responsabilidad de Wachovia está probada por las declaraciones del ex director de su unidad antilavado, Martin Woods. El ex empleado del grupo estadounidense declaró a la revista fundada por el hoy alcalde de Nueva York, Michael Bloomberg, que renunció a trabajar en la empresa tras denunciar la presencia de dinero sospechoso y ser invitado a “dejar el asunto”. Más adelante, Woods dijo: “Es el lavado de dinero de los cárteles por los bancos lo que financia la tragedia. Si uno no ve la correlación entre el lavado de dinero por los bancos y las 22.000 personas asesinadas en México, no entiende de qué va la cosa”.

    La fallida guerra contra el narco

    1 aprile 2010Lascia un commento

    El presente artículo fue publicado en el número 123 del periodico español Diagonal el día 3 de abril de 2010
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    El 31 de enero pasado, en la madrugada, un comando armado hizo irrupción en una casa privada, en la periferia de Ciudad Juárez, la ciudad fronteriza entre México y Estados Unidos. En esa casa se estaba llevando a cabo una fiesta entre adolescentes. El comando irrumpió, separó a hombres y mujeres. Éstas, en su mayoría menores de edad, fueron inmediatamente alejadas de la casa. Los hombres, en cambio, fueron obligados contra una pared. Con los adolescentes en fila, los agresores dispararon con sus armas largas. El resultados: 16 muertos – todos menores de edad, excepto dos – y decenas de heridos.
    La matanza de este grupo de adolescentes revivió, si fuera necesario, el asombro y la indignación de parte de la sociedad mexicana frente la ola de violencia que se registra en México a raíz, se dice, de la llamada ‘guerra al narcotráfico’ promovida desde la presidencia de la república mexicana, es decir por decisión del presidente Felipe Calderón Hinojosa. Según datos del mismo gobierno mexicano, a partir de la actual administración, en diciembre de 2006, y hasta la fecha se contarían más de 18mil muertes ligadas a dicha ‘guerra’. Según fuentes periodísticas, pero, el dato resulta de mayor impacto, pues la frecuencia de dicho asesinados es en aumento: si en 2007, las primeras mil muertes se alcanzaron en 134 días, en este año pasaron sólo 34 días para que las estadísticas registraran los primeros mil asesinados.
    La matanza de Ciudad Juárez del pasado 31 de enero no es la última ni la más grave que haya ocurrido en los últimos meses. Sin embargo ha sido y siegue siendo en estas semanas una razón más que suficiente para dirigir especial atención tanto a esta ciudad fronteriza, ya golpeada por el triste fenómeno del feminicidio – por cierto, ya no exclusivo de esta ciudad -, como al estado de Chihuahua, entidad federal escenario del más elevado porcentaje de homicidios del país. En efecto, se calcula que hasta una cuarta parte de todos los homicidios cometidos en lo que va de la actual administración habrían sucedido justamente en este estado norteño.
    Frente esta situación, e inclusive desde las filas del gobierno o del partido que lo sostiene, el Partido de Acción Nacional (PAN), se desprenden las críticas acerca de la que muchos ya definen ‘estrategia fallida’ del gobierno mexicano. Dicha estrategia, según los críticos de las distintas partes políticas, encontraría su fracaso en la decisión gubernamental de centrar la represión hacia la delincuencia organizada en la sola vía militar: despliegue del ejercito federal (en clara violación al texto constitucional) en contra de los carteles del narcotráfico; promoción de reformas legislativas que amplían facultades y poderes de las fuerzas del orden; fuerte e intensa campaña mediatica de respaldo tanto a las acciones de las fuerzas armadas (por otros sectores acusadas de repetidas violaciones a los derechos humanos) como de criminalización o desprestigio de toda organización social autónoma e independiente de las intenciones gubernamentales.
    Desde la sociedad civil de Ciudad Juárez se ataca al gobierno federal mexicano. “No hace nada”, gritan. “El gobierno mexicano tiene 16 mil 217 elementos en Juárez: 8 mil 500 son soldados, 4 mil agentes de la Policía Federal, 2 mil 850 policías municipales, 487 preventivos estatales y 380 agentes ministeriales”, y sin embargo, denuncian, “60mil familias en los últimos tres años tuvieron que abandonar la ciudad”. Es más: “Hay cerca de 10mil menores de edad en estado de abandono, pues sus familias murieron en esta guerra absurda”. Tras tanta indignación y protesta, finalmente el gobierno mexicano tuvo que responder proponiendo un cambio de estrategia: programas sociales, inserción laboral, prevención del delito. Todo “para recomponer el tejido social”, según el propio Calderón.
    No obstante lo anterior, desde la sociedad civil mexicana se levantan ya las dudas y las críticas al gobierno mexicano. Éstas van desde las consignas de las marchas de estas semanas en Ciudad Juárez como son “Calderón mentiroso y farsante” hasta las acusaciones abiertas pronunciadas por las organizaciones cívica de Juárez: “El gobierno federal encubre paramilitares y escuadrones de la muerte”, en referencia a las matanza de jóvenes – última, pero no única, la del 31 de enero. Por otro lado, vale la pena retomar una declaración del noviembre de 2008, en la que el Ejercito Revolucionario Popular Insurgente – grupo guerrillero activo – acusaba a Calderón de esta forma: “Hoy se siembra un terror de Estado que lleva la consigna de ‘guerra al narco’; en realidad se trata de una estrategia multifacética del régimen calderonista que tiene en la violencia y la impunidad su norma. Ante la poca legitimidad y la falta de credibilidad de que goza, el gobierno panista busca controlar a su favor (no desaparecer) el mercado de las drogas, dentro de un contexto de crisis económica aguda. Para esto criminaliza e intimida a las organizaciones sociales y formaliza las estructuras y prácticas mafiosas ya existentes en muchos cuerpos policiacos, y crea códigos judiciales (verdaderos códigos de guerra que consideran enemigo a cualquiera que quiera acusar de delincuente) para imponer su terror”. Ahí está la duda entonces. ¿Hasta qué punto la estrategia es fallida? ¿Estamos en la vía definitiva de la colombianización de la sociedad mexicana?

    Dudas sobre los objetivos de ‘la guerra al narco’

    3 settembre 20091 commento

    El presente artículo fue publicado en el periodico español Diagonal el día 3 de septiembre de 2009
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    En la actual ofensiva militar del Gobierno mexicano en contra de las organizaciones delictivas dedicadas al narcotráfico, la llamada “guerra al narco”, aparecen cada vez más sombras. Y muchas dudas. Las sombras pertenecen sobre todo al ámbito de los derechos de los ciudadanos que son puestos en entredicho no solamente por la presencia de más de 70.000 soldados en las calles del país, sino también por las modificaciones legislativas que han ido cambiando el contexto del conflicto entre el Estado y los carteles de la droga. Es importante mencionar el debate que se ha desatado en la sociedad mexicana alrededor del llamado “fuero militar”, es decir la posibilidad por parte de las tropas y sus mandos de ser juzgados siempre y de todas formas por los órganos de justicia militar. El debate se desata evidentemente por los ya incontables episodios de abusos por parte castrense hacia la ciudadanía: irrupciones en casas particulares, detenciones arbitrarias, violaciones a los más básicos derechos, pero también algunos homicidios, “errores” o “legítimas respuestas” que quizás un día, terminada esta absurda guerra (que solamente en el primer semestre de este año produjo 4.000 muertos), nos describirán como “efectos colaterales”. El último episodio de este debate es el rechazo, el 10 de agosto, por parte de la Suprema Corte de Justicia de la Nación (SCJN) a la posibilidad de juicio por parte de la justicia civil de los atropellos cometidos por los militares. La SCJN, llamada a resolver el dilema, ratifica la actual situación y no resuelve la contradicción creada por el uso del Ejército para funciones de policía. Por el otro lado, al recrudecerse la situación que conlleva cada día más muertos y violencia en el país, así como la evolución de la confrontación misma que orilla a la criminalidad a buscar cada vez más y nuevos instrumentos de supervivencia, obliga –por así decirlo– al Estado a adecuar la actual legislación, acotando libertades, irrumpiendo en la privacidad ciudadana, otorgando más poderes a sus fuerzas policíacas. Todo lo anterior sin meter mano alguna en los problemas reales: corrupción e impunidad.

    En este escenario, surgen las dudas acerca de la real efectividad de la “guerra al narcotráfico” y también acerca de los intereses reales que puedan esconderse tras tanta campaña mediática. Es urgente recordar cómo la decisión inicial de promover un choque frontal entre las fuerzas del Estado y las organizaciones criminales haya respondido a la urgencia por parte de Felipe Calderón de legitimarse frente a una sociedad que aún hoy duda de la legalidad de las elecciones que le entregaron la Presidencia. Una decisión entonces que se puede leer a la luz de la prisa, de la necesidad apremiante de ofrecer un elemento fuerte y definitivamente cautivante para todos: el de la seguridad y de la guerra contra quienes la ponen en peligro. Por otro lado es preciso también subrayar la inutilidad de la estrategia actual del Gobierno mexicano. Una estrategia que parece trasmutada de la guerra al narco en Colombia, que busca nada más descabezar a los carteles, haciendo absoluto caso omiso no solamente de la naturaleza de estas organizaciones –parecidas a una hidra por su capacidad de sustitución de líderes–, sino sobre todo del entorno social que permiten la existencia de estas organizaciones y el cada vez mayor consenso social que consiguen.

    2010, año delicado
    Así, es necesario tratar de contestar las dudas. La creciente militarización de la sociedad mexicana evidentemente responde también a otras necesidades. Si el objetivo primario de vencer al narco no se estaría cumpliendo, ¿es posible pensar en objetivos secundarios? Por ejemplo, un 2010 que se perfila cada día más como un año delicado, debido no solamente a las consecuencias sociales que está comenzando a tener la crisis económica global en México, sino también al Bicentenario de la Lucha de Independencia de México y al Centenario de la Revolución (interrumpida). Ambos aniversarios, con un fuerte tinte simbólico, llamarán sin duda a la sociedad mexicana a confrontarse con una pregunta esencial: ¿se han cumplido cabalmente los anhelos de justicia, libertad, independencia y democracia reivindicados en esos dos momentos históricos? Responder, en el contexto de un empobrecimiento generalizado y en el medio del acotamiento de ciertos derechos –por el Estado de excepción que impone la guerra al narcotráfico–, es hoy quizás el mayor reto, tanto para la sociedad mexicana, cuanto para el Gobierno de Calderón. Mientras, el Gobierno parece adelantar posibles respuestas. Así la presencia militar asume nuevas características. Por un lado, el control territorial; por otro, ofrecer una señal inequívoca a aquellos que podrían estar pensando en soluciones más radicales que las protestas callejeras: estamos listos. En un escenario en el que el narcotráfico sigue sobreviviendo y la sociedad podría sublevarse, el Gobierno –de querer seguir existiendo– tendría solamente una vía de fuga: pactar con la delincuencia organizada y aniquilar a los revoltosos.

    Las otras epidemias: sanidad precaria y control social

    14 maggio 2009Lascia un commento

    El presente artículo fue publicado en el periodico español Diagonal el día 14 de mayo de 2009
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    La empresa Granjas Carroll SA, filial de la estadounidense Smithfield Food Inc, en la comunidad de La Gloria (Veracruz), ha sido señalada en México como el origen de la actual cepa del virus. La empresa norteamericana está bajo proceso en EE UU desde hace varios años por su modelo productivo altamente contaminante. No es sorpresa que este tipo de producción industrializada se desplace hacia el sur del mundo, en concreto, a zonas de pobreza extrema, como La Gloria, donde los controles y las exigencias sanitarias son menos estrictos y las autoridades más corruptibles.

    Es necesario, no obstante, señalar también otras causas de la actual situación íntimamente ligadas a la anterior en el marco del modelo neoliberal. La primera, y más apremiante, es el largo proceso de privatización del sistema sanitario, tanto en México como en otros países. Si hace 20 años México podía presumir de un sistema de vanguardia en cuanto a investigación científica y servicios de salud, hoy el sistema sanitario mexicano fue puesto de rodillas por un microscópico virus. No sólo los hospitales no pudieron atender como se debe a los cientos de ciudadanos que acudieron a ellos, no sólo el abastecimiento de medicinas fue insuficiente, no sólo no había (hasta una semana después de declarar la emergencia) laboratorios capaces de detectar el nuevo virus, sino que el sistema sanitario por entero, en su capítulo epidemiológico, no fue capaz de entender a tiempo la magnitud del problema. De modo que no es difícil creer al Gobierno cuando afirman que “no sabían que se tratara de un nuevo virus”.

    ¡Claro está! Tuvieron, según ellos, que esperar a la confirmación de laboratorios extranjeros de Canadá y EE UU para lanzar la alerta.

    Por el contrario, es culpable el Gobierno mexicano al no admitir que subestimó (y decirlo así, es quedarse cortos) las numerosas denuncias que se venían dando desde meses atrás en contra de los brotes de influenza atípica en las comunidades rurales de Veracruz.

    La otra gran causa de este problema sanitario, que sólo recientemente ha sido admitida por parte de las autoridades, es la pobreza. Esa sí se ha esparcido como una epidemia de magnas proporciones. Setenta millones de pobres en México no son de ayuda en esta situación. El acceso a los servicios de salud es limitado o nulo, mientras que comprar los medicamentos necesarios resulta imposible para la mayoría de la población por sus altos precios. El tristemente famoso Tamiflu cuesta 350 pesos, frente a un salario mínimo diario de casi 50 pesos. Hoy el medicamento está agotado y su reventa en internet rebasa los 900 pesos. La elevada desnutrición que hace más vulnerable a la población es, entre otras, una de las consecuencias inmediatas de esta situación.

    Elecciones en julio
    Los resultados de todas estas circunstancias los padecemos hoy en México. El Gobierno presume de haber controlado la epidemia, cuando lo que hizo más bien fue obligar a la población a enfrentar las duras condiciones de la alerta: quedarse en casa, evitar el contacto humano, padecer los daños económicos del paro de las actividades. Ahora comenzará la batalla para que no sean los trabajadores con sus salarios quienes paguen el coste económico de la crisis sanitaria este año (hasta el 1% del PIB). Los mexicanos también sufren las consecuencias del decreto presidencial que armó a la secretaria de Salud de poderes especiales, como la capacidad de intervenir teléfonos y entrar en los domicilios, sin límite de tiempo.

    Estos dos últimos aspectos son, entre otros, los que determinarán el futuro próximo: el capítulo económico, que ya está premiando al sector privado farmacéutico con las compras ‘de emergencia’, y el de las medidas extraordinarias para el control del virus (y de la población). Primera prueba de fuego para el Gobierno de cara a las elecciones federales que tendrán lugar el próximo 5 de julio.