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Le Printemps en exil: intervista a Giuseppe Spina

[Presento qui un’intervista con Giuseppe Spina, uno dei co-autori del progetto “Le Printemps en exil” (La Primavera in esilio) che è un documentario multimediale o web-doc basato su narrazioni, storie di vita e lavoro di archivio che ricostruiscono, tra Tunisia, Francia e Italia, le vicende dei tunisini migranti, in esilio dopo le rivolte e la caduta di Ben Ali. L’idea è quella di realizzare un video-documento prodotto dal basso, grazie al contributo delle persone che in Italia e all’estero sono interessate a dargli vita e a diffonderlo on line liberamente. Così lo presentano i suoi promotori: “Sono migliaia – nessuno sa quanti con esattezza – i tunisini che dal gennaio del 2011, dai giorni delle rivolte, hanno provato a raggiungere l’Europa. Poco più di un anno fa alcuni scappavano dal regime, altri dalla rivoluzione e in entrambi i casi “l’esilio” sarebbe stata la condizione ultima; ma l’esilio, in qualche notte di mare nero, si trasforma in clandestinità e la rotta diventa incerta, pericolosa, preda di sfruttatori di ogni tipo… Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia”. Buona lettura, Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Qual è il tuo ruolo nel progetto?

Di solito mi occupo di cinema di ricerca e, in piccolo, anche di produzione e distribuzione. Dell’ultimo progetto di web-documentario, “Le printemps en exil” sono co-autore insieme a Massimiliano Minissale e Marie Blandin, e faccio parte di frameOFF gruppo coinvolto e promotore del progetto insieme a House on Fire, società di produzione francese.

Cos’è Nomadica e come entra in questo progetto? 
Nomadica è il circuito di diffusione e produzione di cui mi occupo da 3 anni a questa parte. Sosteniamo dei film che fanno ricerca nel linguaggio come nello sguardo, ma anche dei “video-documenti” che vanno a colmare i tanti vuoti del classico e sterile sistema d’informazione. Ovviamente anche Nomadica, in qualità di media partner, sta spingendo questa nuova produzione.

Cos’è PDB e cosa si propone in generale?
ProduzioniDalBasso è una piattaforma web dove è possibile proporre dei progetti che la gente può sostenere mediante dei micro-capitali che ne rendono possibile la realizzazione. In pratica un sito web in cui la gente può aiutarci a co-produrre, e invitiamo tutti a farlo! E’ possibile prenotare le proprie quote e così finanziare il nostro ultimo progetto: Info Link! e le quote sono di 10 €, come un paio di spritz. Alcuni componenti di frameOFF hanno già utilizzato questo sistema di finanziamento partecipato, personalmente nel 2007 ho realizzato un “film di viaggio” in Burkina Faso, grazie al supporto di 760 co-produttori (Même père même mère).

Da dove nasce l’idea di Printemps?
L’idea nasce poco più di un anno fa, a pochi chilometri dal CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo. Conoscemmo un ragazzo tunisino, lo aiutammo a fuggire dall’Italia e poi a Parigi abbiamo avuto modo di diventare amici. Il tutto filmando ovviamente, com’è nostra abitudine. Questa storia, spesso casualmente, ha portato ad altre amicizie, ad altre storie, collegando infine i tre Stati (Tunisia, Francia, Italia) attraverso il nostro sguardo soggettivo e il suo ribaltamento.

Che motivi sociali e/o politici puoi sottolineare?I motivi sono tantissimi. Molti non conoscono quanto è successo e succede nei tre Stati in questione, cosa si cela dietro “il traffico” dei migranti, quanta corruzione da parte dello Stato e delle aziende a cui fa riferimento, o di cosa sta succedendo oggi in Tunisia, ecc. Attraverso il nostro web-documentario e l’archivio con il quale si intreccia cercheremo di ridare questi motivi – anche grazie all’aiuto di giornalisti, fotografi, videasti, e di tutti coloro che vorranno contribuire con materiali di ogni tipo.

Come verrà realizzato? (chi, quando) e come verrà diffuso? 
Nel sito indicato sopra si può già vedere l’impronta iniziale del lavoro, è possibile visionare un teaser di 20minuti, leggere già qualche articolo di ottimi giornalisti come Antonio Mazzeo, che ritengo uno tra i più preparati e combattivi oggi in Italia. La diffusione avviene attraverso il web, siamo alla ricerca di distributori che nel nostro caso potrebbero essere delle testate giornalistiche.

Che opinione ti sei fatto delle “primavere” arabe? E di quella tunisina?
Il concetto di “primavera” è europeo, in Tunisia non esiste, lo abbiamo ripreso anche nel titolo della nostra opera proprio per ridare questa distanza. L’informazione “occidentale” ha incasellato in una stagione dell’anno un movimento che si forma, si muove, e agisce in vari modi, nei vari Stati arabi, da anni ormai. Per molti europei dunque la “primavera” è passata, ma non è così, in Tunisia ma anche in altri Stati, continuano le manifestazioni e le rivolte anche contro i nuovi governi eletti “democraticamente”.

Che ne pensano gli esiliati o i rifugiati? 
Ognuno ti lascia il suo punto di vista, così come ognuno fugge per motivi diversi. Abbiamo incontrato chi scappa perché vicino al governo Ben Ali e chi, al contrario, scappa perché ha partecipato attivamente alle rivolte. A questa domanda dunque non posso risponderti con esattezza, forse andando avanti con il lavoro riuscirò a farmi un’idea, anche se non credo che questo accadrà.

Qual è la loro meta concreta oggi? 
La meta per molti è Parigi, perché convinti che lì troveranno lavoro, o perché hanno dei parenti che in qualche modo possono aiutarli, ospitarli. Molti si perdono, dormono in luoghi di fortuna, la maggior parte sta molto male. In Italia invece, un anno fa, nessuno o quasi aveva intenzione di fermarsi, volevano tutti andare in Francia, ho saputo di tanti italiani che hanno aiutato i migranti a fuggire.

Qual è la loro speranza per il futuro? 
Avere dei documenti, essere in regola è l’obiettivo. Avere un lavoro naturalmente. Molti però non vogliono restare in Francia, ma tornare in Tunisia, nella propria terra. Ed è anche per questo che dopo Parigi (al momento l’ultima parte del teaser che proponiamo nel sito) vogliamo raggiungere la Tunisia. Per incontrare quelli che sono tornati, o per conoscere i parenti e gli amici di coloro che sono scappati.

Cosa deve fare chi vuole sostenere l’iniziativa e come può collaborare (più o meno direttamente)?
Ripeto il link, qui si potrà trovare la descrizione dell’opera e prenotare le proprie quote. Ci tengo a sottolineare che quest’opera, che la gente può aiutarci a produrre, sarà aperta a tutti, gratuitamente, potenzialmente visionabile da milioni di persone. Quindi i co-produttori non riceveranno un DVD, non “acquisteranno” nessun oggetto materiale, ma andranno a sostenere un’opera che si dà liberamente. Inoltre l’archivio permetterà di moltiplicare i punti di vista (che non saranno “solo” quelli degli autori del progetto), sarà un lavoro partecipato, collettivo, che andrà ad approfondire tante questioni, ma anche un’opera poetica, soggettiva e di ricerca.

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Progetto documentario Le Printemps en exil

Riproduco volentieri una convocazione e invito a collaborare al progetto “primavera in esilio”, Le Printemps en exil: un documentario multimediale prodotto dal basso sulla realtà dei tunisini esiliati dopo la “primavera araba”. Visitate il link. Qui di seguito alcune info.

Con frameOFF, gruppo aperto per la ricerca nel cinema e nella fotografia, stiamo lanciando una nuova produzione dal basso!

“Le Printemps en exil” – la primavera in esilio – sarà un documentario multimediale, un web-doc realizzato tra la Tunisia, l’Italia e la Francia, che intreccerà su due livelli, narrativo e d’archivio, storie di tunisini esiliati in seguito alle rivolte e alla caduta di Ben Ali.

Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia.

Ed è per questo che stiamo dando vita a una produzione dal basso internazionale, per raggiungere la Tunisia, per incontrare i conoscenti e le persone care a coloro che sono partiti o scappati, o di cui non si ha più notizia; quelli che sono rimasti o quelli che, finito l’incubo europeo, sono ritornati a casa..

Vi invitiamo ad aderire alla campagna di produzione, a far parte dei 2000 sostenitori, e a diffondere come meglio potete questa e-mail e i link attraverso i vostri spazi web o quelli di amici. In allegato trovate il press-kit che contiene il testo del progetto e i banner necessari per aiutarci a sostenere questa produzione dal basso.

A Parigi il Centro Nazionale di Cinematografia ha creduto nel progetto dando un piccolo supporto economico per lo sviluppo, anche grazie a House on Fire, società francese, che co-produce quest’opera multimediale. In Italia invece continuiamo ad affidarci al sostegno della gente, di tutti voi!

Vi aspettiamo!!

frameOFF, 17.04.2012

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Qui trovate il progetto in italianoinglesearabospagnolo: inviatelo a tutti coloro che possono essere interessati a partecipare allo sviluppo e alla co-produzione di quest’opera, aiutateci a diffonderlo!!

Per partecipare al web-doc e per maggiori info: info@leprintempsenexil.org

Documentario francese su Cesare Battisti

Cesare Battisti au Brésil (Film) por Melting_Pot_Production

Cesare Battisti au Brésil (Film) por Melting_Pot_Production

Per gli interessati ad approfondire…Documentario poco conosciuto in Italia (e in generale), realizzato prima della liberazione di Cesare Battisti per decisione dell’ex presidente del Brasile Ignacio Lula da Silva nell’ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre 2010.
Cesare Battisti dans la prison de Papuda à Brasilia, Brésil, interview exclusive à Melissa Monteiro et Jérôme da Silva, Melting-Pot Production, Arte Reportage, 2009.

Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio LorussoSu Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte  II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.

Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.

Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.

L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.

Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.

Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.

L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.

Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.

Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.
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La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.

Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.

La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.

Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:

Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1pol

La Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2pol

Circo mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1edi

Suprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol

Florence Cassez: dos breves documentales

Due documentari brevi ma incisivi sul caso Florence Cassez in spagnolo e francese. Leggi Post in italiano qui: LINK. Florence Cassez, Cuatro años sin luz por mfenollarRealicé esta película para que no quede en el olvido que Florence Cassez está detenida de manera injusta en México desde hace 4 años. Florence Cassez es una francesa de 35 años acusada por la justicia mexicana de haber participado de manera activa a 4 secuestros y condenada a 60 años de prisión por estos mismos delitos que ella niega haber cometido. El juicio, al igual que la investigación policiaca, está manchado de irregularidades flagrantes y de múltiples violaciones a la Constitución Mexicana. El Presidente Felipe Calderón se opuso a que Florence fuera transferida a Francia según como lo marca el Convenio de Estrasburgo que México ratificó, al igual que Francia. Hoy en dia, Florence Cassez es considerada como rehén político por un gran número de parlamentarios franceses. y cuenta con varios comités de apoyo alrededor del mundo. Dedico esta película a Charlotte y Bernard Cassez. Michel Fénollar

A continuación de “4 años sin luz”, les presento mi segunda película, titulada “Florence Cassez, Rehén político”, para remarcar los 1700 días de detención de Florence Cassez en México. Tras los recientes descubrimientos en su favor, ¿cuánto tiempo el gobierno mexicano seguirá manteniendo a Florence como rehén?  Francia no debe recibir a México en 2011 sin que Florence este libre y que se reconozca su inocencia.  Michel Fénollar – Realizador

Il Messico al bivio: Florence Cassez

Il Messico sta vivendo un momento storico. Le elezioni presidenziali si terranno tra meno di 4 mesi e i giochi sono cominciati tra i tre principali candidati: Enrique Peña Nieto dell’ex partito egemonico al potere durante 70 anni (il PRI=Partido revolucionario institucional); Andres Manuel Lopez Obrador, delle sinistre PRD (Partido revolucion democratica) con PT (Partido del trabajo, del lavoro!) e Convergencia; Josefina Vazquez Mota, del PAN (Partido accion nacional), partito di destra al potere attualmente e da 11 anni con i presidenti Vicente Fox fino al 2006 e Felipe Calderon ancora per qualche mese).

Ma c’è un altro elemento molto importante per la vita politica e sociale messicana, soprattutto per definire la situazione della sua giustizia, spesso questionabile e , e del suo stato di diritto.

Credo sia un momento epocale per definire se il paese prova a stabilire dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono como una nazione “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”. La posta in gioco è alta: vediamo perché.

Florence Cassez è una cittadina francese in carcere per sequestro di persona e delinquenza organizzata (arrestata insieme al suo ex ragazzo, Israel Vallarta, che non è ancora stato processato dopo 6 anni), sentenziata in ultimo grado di giudizio a 60 anni di prigione. E’ però anche la vittima comprovata di un montaggio TV in cui si riprodusse, nel dicembre 2005, la sua cattura, con gli ostaggi, la polizia e i giornalisti che si prestarono a questa farsa incredibile viziando tutto il processo successivo e anche il pensiero dell’opinione pubblica. Tutti hanno fatto gli attori per ricostruire ex novo la scena del delitto e far vedere come il governo stava compiendo il suo dovere.

Tutto il processo è stato irregolare in numerosi aspetti, non solo a causa del depistaggio mediatico iniziale: uso della tortura e dell’estorsione, assenza di prove salvo le testimonianze, spesso contraddittorie e più volte rettificate in corrispondenza di vicende esterne, da parte di tre ostaggi-testimoni, infine pressioni politiche indebite. Insomma non è vero che Florence è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, nonostante le sentenze.

Il caso è molto complicato (leggi qui la nota uscita su L’Unità e qui la cronologia completa del caso), ma quel che è certo è che in questi anni s’è violata palesemente la presunzione di innocenza della francese, oltre a non rispettare, in una fase iniziale almeno, i suoi diritti come straniera, da una parte, e come residente in questo paese, dall’altra.

E’ un caso messicano di “fabbrica dei colpevoli”, (e me ne sono convinto lentamente ma in modo deciso, analizzando e ricercando) un termine tristemente noto a queste latitudini dato che la giustizia semplicemente non funziona, non molto spesso almeno. Mercoledì prossimo, il 21, la Suprema Corte di giustizia messicana, che funziona da giudice costituzionale, deve decidere se rimettere in libertà Florence Cassez annullando le sentenze contro di lei e ristabilendo la sua presunzione di innocenza per le violazioni fatte dall’autorità (a vari livelli) al principio costituzionale del giusto processo.

Le radio e le TV ne parlano tutti i giorni, il caso ha avuto negli anni (soprattutto dopo la sentenza definitiva del 2009) un’enorme risonanza internazionale ma anche tante strumentalizzazionipolitiche da parte di due presidenti, Calderon e Nicolas Sarkozy (entrambi in periodo elettorale nei loro paesi), da parte degli attori sociali locali che difendono le vittime dei delitti e dei rapimenti nello specifico e da parte dei giornalisti di tanti paesi. Ormai anche la stampa conservatrice, che prima era avversa alla liberazione di Cassez, ha cambiato le sue opinioni in proposito.

Come mai? La posta in gioco non è stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo viene annullato, tornerebbe a essere pienamente innocente). Si tratta di cancellare un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte decidesse in questo senso, stabilirebbe un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai),violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento.

Siffatta decisione sfiderebbe il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in séMetterebbe in scacco il Ministro Garcia Luna, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. C’è  una scarsa attenzione a cosa succede dopo l’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per essere un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano la metà dei colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini, si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità, resta. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni, e le vittime sono vittime due volte.

Aspettiamo la decisione della Corte per vedere se si esce da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o in TV. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi) come quando a scuola si va avanti solo copiando.

Due video-interviste di analisi per chi parla lo spagnolo: PARTE 1PARTE 2

Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (2/2)

FRANCESANOTA.jpgQuesta è la seconda parte della cronologia-reportage sulla francese Florence Cassez, reclusa in un penitenziario messicano dal dicembre 2005. Leggi la prima parte della storia a questo link. Eravamo rimasti alla sentenza di condanna in primo grado… La messa in scena della cattura di Florence e Israel in TV, eseguita dai poliziotti della FBI messicana, la AFI, e rivelata da Florence di fronte a milioni di telespettatori tre mesi dopo, non ha scalfito le tesi dell’accusa né evitato una sentenza di condanna in primo grado (96 anni di prigione) che si basa fondamentalmente sulle dichiarazioni dei tre testimoni, non essendoci altre prove contundenti. Le irregolarità nella cattura e le incoerenze sono passate in secondo piano, mentre sembra essersi consumata la vendetta del capo della polizia García Luna, umiliato in TV da Florence. Nessun altro membro della banda viene sentenziato in questa fase. Il sospetto aleggia: come mai tanti cambiamenti nelle dichiarazioni e l’assenza di altre prove? Erano sotto shock al momento delle prime dichiarazioni e poi alcuni mesi dopo si sono ripresi oppure hanno subito una manipolazione da parte di autorità restie ad accettare i propri errori? La legge dice che le dichiarazione rese nei primi interrogatori valgono di più rispetto alle rettifiche successive, ma cosi’ non è stato a quanto pare. Gli ostaggi hanno vissuto un calvario, ma pare che Florence non abbia molto a che vedere con la loro vicenda. Sono, come ha detto la francese, i testimoni “due volte vittime”, prima della banda di rapitori, quella vera, e poi anche del potere che ne manipola i destini? In caso di errore, o peggio ancora, di mala fede, in che modo sarebbe possibile fermare la fabbrica dei colpevoli? [Scarica l’articolo intero in .pdf qui]

6 febbraio 2009. Il Presidente Felipe Calderón propone il ricorso alla Convenzione di Strasburgo offrendo (e creando una legittima aspettativa a livello diplomatico nella controparte francese), in un primo momento, una risoluzione alternativa, meno mediatica e propagandistica, che possa soddisfare Francia e Messico. In una lettera al suo collega francese sostiene che “in caso di condanna, si potrà esplorare l’applicabilità della Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del 21 marzo 1983” che hanno firmato sia il Messico che la Francia.

9 marzo 2009. In appello la condanna viene confermata e la pena ridotta a 60 anni di carcere senza possibilità di riduzioni visti i capi d’imputazione: sequestro di persona e delinquenza organizzata; è eliminata la condanna per porto d’armi e per il rapimento di Raúl, il marito di Cristina che era stato trattenuto solamente poche ore per permettergli di cercare i soldi del riscatto.

Le strade possibili, oltre alla via diplomatica aperta da Calderón che non decollerà, sono poche ma percorribili: c’è il ricorso alla Suprema Corte messicana per questioni costituzionali (mancato rispetto del “giusto processo”), la Corte Internazionale di Giustizia e, come opzione immediata, il cosiddetto “juicio de amparo”. Infatti, viene inoltrata una richiesta per un ulteriore appello, che in Messico è conosciuto come giudizio di “amparo” (=protezione, tutela dei diritti), cioè l’apertura di un nuovo processo di revisione contro una precedente sentenza.

6-9 marzo 2009. Visita ufficiale del Presidente francese Nicolas Sarkozy in Messico e in agenda c’è il caso Cassez. Nonostante le promesse fatte dal Messico a livello diplomatico, la sentenza arriva proprio durante la visita del presidente in terra azteca e questi reagisce perorando la causa di Florence di fronte al parlamento messicano.

10 marzo 2009. Prima sessione della Commissione Binazionale formata da funzionari di Francia e Messico per analizzare la possibilità di estradizione di Florence Cassez affinché sconti la pena nel suo paese: il governo messicano vuole impedire che, in caso venga rimpatriata, sia liberata dalle autorità giudiziarie francesi. I lavori della commissione si concluderanno con un nulla di fatto.

7 maggio 2009. Dichiarazioni del presunto sequestratore della banda Los Zodiaco, David Orozco, alias El Geminis, che compromettono ancor di più la situazione di Florence, accusata da Orozco di essere a capo del gruppo insieme al suo ex, Vallarta, e di aver pianificato e compiuto vari rapimenti in cui si prendeva anche cura direttamente dagli ostaggi. Clamorosamente Orozco ritratterà sostenendo che quelle dichiarazioni gli erano state estorte dalla polizia con la tortura (documento link).
Arresto del fratello di Israel Vallarta, René, e di due suoi nipoti.

Inizio giugno 2009. Florence rilascia un’intervista alla nota giornalista messicana Denise Maerker e viene trasferita poco dopo dal reclusorio femminile di Tepepan, probabilmente quello con le migliori condizioni nel paese, al penitenziario di Santa Martha da cui era già passata per un periodo nel 2006. La misura è evidentemente punitiva e viene revocata dopo le proteste del governo francese.

22 giugno 2009. Il Presidente Calderón esprime il suo rifiuto all’ipotesi di rimpatriazione della Cassez che “dovrà scontare la pena in Messico”. Le riserve e le interpretazioni della Francia alla Convenzione di Strasburgo impediscono il trasferimento di Cassez, secondo il governo messicano, viste le scarse garanzie giuridiche che Florence sconti totalmente la pena nel suo paese. In febbraio è stata creata un’aspettativa a livello diplomatico ma poi con l’arrivo dell’estate si adduce una incompatibilità tra i sistemi legata a un cambiamento drastico della posizione del Presidente Calderón: una cosa che potrebbe assomigliare a un inganno con fini elettorali per spingere il suo partito, il PAN, che è in calo nei sondaggi per le votazioni del parlamento “mid-term”. E infatti vince il PRI, il PAN è penalizzato pesantemente e l’immagine della giustizia messicana risulta pregiudicata internazionalmente.

8 dicembre 2009. Il comitato per “Florence libera” organizza una manifestazione di fronte all’Ambasciata del Messico a Parigi per ricordare i 4 anni di prigionia della loro connazionale che s’è sempre dichiarata innocente.

4 febbraio 2010. Il Governo messicano ribadisce che il caso è chiuso e, in base alle prove presentate, Cassez è colpevole dei gravi delitti che le vengono imputati per cui non sarà consegnata alla Francia.
Florence pubblica un libro “A la sombre de ma vie” in cui espone i dettagli del suo caso e si dice pronta a richiedere un nuovo processo in base agli elementi di cui dispone.
Florenceannedumexique.JPG18 maggio 2010. Nicolas Sarkozy, insiste nel chiedere al suo omologo messicano che la cittadina francese venga consegnata e possa continuare l’espiazione della pena in una prigione francese. La questione della sovranità in Messico e il nazionalismo francese, da una parte, contro quello messicano, dall’altra, non giovano alle relazioni bilaterali e ancor meno alla causa di Florence Cassez, ormai coinvolta in un gioco che è un’arma a doppio taglio: popolarità e appoggi importanti rischiano di compromettere la serenità delle decisioni giudiziarie e polarizzano le opinioni dei due popoli “contrapposti”. D’altro canto le vie legali non hanno portato a cambiamenti sostanziali, sono state a senso unico e ormai le speranze e le strade percorribili si riducono, quindi si gioca con forza la carta della diplomazia e dell’opinione pubblica.

9 febbraio 2011. Alcune organizzazioni civili vicine a posizioni governative come Alto al Secuestro (Stop ai rapimenti), di Isabel Miranda Wallace, México SOS, dell’imprenditore Alejandro Martí e Causa Común, di María Elena Morera, e la Asociación Nacional de Consejos de Participación Civil (Ass. Naz. Dei Consigli di Partecipazione Civile), di Marcos Fastlicht, esigono al Potere Giudiziario di non “non cedere” alle pressioni della Francia su Florence Cassez.

Particolarmente attivo e controverso è il ruolo della Signora Wallace che è legata al PAN e al Presidente Calderón il quale, grazie alla rilevanza mediatica e all’attivismo di questo personaggio, conduce una campagna “di pulizia” della sua immagine, fortemente compromessa da una disastrosa guerra al narcotraffico e dall’aumento dell’insicurezza. La pietra angolare dell’operazione è la cooptazione dei movimenti sociali affini che non questionano la strategia repressiva e la politica di sicurezza del Governo offrendogli legittimità e consensi: l’alleanza s’è consolidata tanto che ora la Sig.ra Wallace è la candidata ufficiale del PAN per diventare sindachessa di Città del Messico e sottrarre la città, che è un enorme bacino elettorale da 20 milioni di abitanti, al controllo delle sinistre agglomerate intorno al PRD e al sindaco Marcelo Ebrard.

10 febbraio 2011. Il settimo Tribunale Collegiale per i processi penali boccia il ricorso all’ultima possibilità di appello costituita dal “juicio de amparo”. Il deputato francese, Thierry Lazaro, in trincea da anni in favore di Florence, denuncia una “giustizia corrotta al servizio del potere” e insieme alla famiglia Cassez chiede l’annullamento delle cerimonie previste per l’Anno del Messico in Francia, un festival culturale di 10 mesi dal febbraio 2011.

14 febbraio 2011. Sarkozy riceve la famiglia Cassez e dichiara che esiste “una differenza tra il popolo messicano, profondamente amico della Francia, e l’attitudine di alcuni suoi dirigenti” e che “non lasceremo quella ragazza in prigione per altri 60 anni e spero che la ragione trionferà”. L’evento culturale franco-messicano non viene cancellato anche se, come annuncia Sarkozy, sarà dedicato a Florence Cassez. Per il Messico è un affronto e l’ambasciatore a Parigi, Carlos de Icaza, paventa la sospensione dell’evento e una crisi diplomatica.

15 febbraio 2011. Sarkozy invita a “mantenere il sangue freddo” e il Messico accetta di partecipare al festival a condizione che non vi siano riferimenti al caso giudiziario di Florence. Però si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà per la francese e continuano gli eventi a lei dedicati, quindi all’inizio di marzo viene cancellato l’Anno del Messico in Francia per mancanza delle condizioni indispensabili, sostiene il Ministero degli Esteri messicano (link).

Marzo 2011. La Suprema Corte della Nazione messicana, presieduta da Juan Silva Meza, s’è dichiarata competente e ha accettato di analizzare eventuali vizi di costituzionalità relativi al processo Cassez, in particolare riguardo al principio del giusto processo e al “juicio de amparo” o appello, quello non concesso il 10 febbraio. Questa è l’ultima speranza strettamente giuridica e interna per una revisione del suo caso. Probabilmente ci sarà una sentenza della Corte nel primo trimestre del 2012, in piena campagna elettorale per le presidenziali del 6 luglio prossimo, il che certamente non è un elemento di serenità. La composizione della Corte è cambiata recentemente e ora c’è una maggioranza che pare più orientata ad accondiscendere le posizioni ufficiali e governative.

15 novembre 2011. Il canale TV France 5 trasmette un documentario di 52 minuti realizzato dal regista franco-vietnamita Othello Khann e da Patrice Du Tertre e prodotto da Cineteve e Crea-TV: “Florence Cassez, l’ultima risorsa” allude all’attesa sentenza della Corte Suprema che potrebbe rimuovere l’impasse attuale (link video trailer e sotto il documentario incorporato all’articolo).

24 novembre 2011. La Pastorale Sociale, parte integrante della Conferenza dell’Episcopato Messicano, elabora una “opinione giuridica” in cui sottolinea la fabbricazione delle prove contro Florence che dimostrerebbero la sua innocenza e la presenta alla Corte Suprema (link).

28 novembre 2011. Dopo la trasmissione alla TV France 5 del documentario con testimonianze che contraddicono le accuse del Ministero della Pubblica Sicurezza, l’avvocato Pedro Arellano, uno dei dichiaranti e coordinatori della ricerca inviata alla Corte Suprema, è rimosso dall’incarico di segretario che ricopre presso la Pastorale Sociale dell’Episcopato: viene così penalizzata l’equipe di legali che avevano denunciato la “fabbrica dei colpevoli” mettendosi contro il governo e le alte gerarchie ecclesiastiche, proclivi al mantenimento dello status quo. Sono sempre di più i media, radio, quotidiani e riviste importanti del Messico che sollevano “ragionevoli dubbi” sul dossier della francese (per esempio, Nexos, Gatopardo).

28 dicembre 2011. Alcuni rapitori catturati nel 2008 (Sergio Islas Tapia, Leonardo Islas Martínez ed Esteban Herminio Islas Martínez) della banda “Los Tablajeros”, una cellula che la Procura ritiene sia legata a Los Zodiaco sono condannati a 180 anni di prigione per sequestro di persona e delinquenza organizzata.

29 dicembre 2011. Emessa sentenza per due presunti membri della banda Los Zodiaco: René Vallarta, fratello di Israel Vallarta, è condannato in primo grado a 48 anni di carcere e David Orozco, alias El Géminis, a 60 anni di carcere per sequestro di persona da un tribunale dello stato del Nayarit. Intanto Israel resta in attesa di giudizio (link discussione).

2 gennaio 2012. Probabilmente per la pressione della stampa (reportage di Proceso) o per un ripensamento e su richiesta di vari vescovi, l’avvocato Pedro Arellano, segretario della Pastorale Sociale, viene reintegrato nel suo posto di lavoro dall’Episcopato Messicano.

Per finire, non posso dire se Florence sia innocente o no. Posso dire, in base all’informazione raccolta, alla mia esperienza e conoscenza del Messico e alle letture sul caso, che il suo processo è stato viziato da ingerenze di ogni tipo, da logiche interne perverse, prove poco credibili e dinamiche esterne di potere, diplomatiche e politiche. I dubbi sono cosmici, le certezze poche e alle vittime non è stata resa giustizia. In questa sintesi, tra l’altro, sono state omesse le descrizioni di altri ostaggi, vittime dei “Los Zodiaco” (sempre che questa banda esista veramente nei termini presentati dalle autorità in questi anni), e di altri elementi di questa e altre bande di rapitori in stretta relazione tra di loro.

Queste connessioni, spesso anche familiari, tra varie micro-organizzazioni criminali coinvolgono molti personaggi di questa storia surreale e inquietante e portano ad alt re piste molto promettenti per la risoluzione del caso e l’eventuale arresto dei delinquenti. Peccato che nella maggior parte dei casi siano state trascurate palesemente dagli inquirenti come succede con i due fratelli Rueda Cacho segnalati dalla giovane Valeria che sono riconducibili, con connessioni familiari, agli stessi ostaggi Cristina e Christian.
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Infatti, capita spesso che vittime e carnefici siano parte del medesimo intorno familiare, lavorativo o cittadino. Pare anche che Cristina, in base ai risultati delle indagini degli avvocati della Pastorale Sociale e alla testimonianza resa da uno dei massimi esperti francesi del caso, sia stata in passato la donna di servizio di un losco faccendiere, Eduardo Margolis, che era stato socio in affari di Sébastien Cassez, ma poi i due avevano litigato e s’era aperto un contenzioso legale. Le questioni aperte restano tante.

Non si sa che cosa abbiano fatto gli ostaggi tra l’8 e il 9 dicembre, giornata in cui la AFI era già entrata nel ranch Las Chinitas e aveva già catturato Israel Vallarta e Florence. Sappiamo solo che gli ostaggi sarebbero stati condotti lì (o ci sarebbero rimasti tutto il giorno) per la messinscena televisiva. Interrogato due volte in proposito dalla giornalista messicana Carmen Aristegui, Ezequiel semplicemente ha evitato di rispondere. Ma erano davvero nel ranch da prima o stavano in una delle altre case che i rapitori della banda avevano a disposizione per la prigionia? Le indagini lasciano a desiderare in merito.

E’ possibile che Florence resti in carcere e debba scontare in Messico la sentenza di condanna a 60 anni. Potrebbe anche essere riaperto il processo oppure del tutto annullato e, in questo caso, la francese sarebbe liberata. Queste sono le tre possibilità aperte per Florence Cassez, le sue ultime risorse o chance giuridiche in seguito all’accoglimento della sua istanza da parte della Suprema Corte di Giustizia messicana. Quest’organo giuridico ha il ruolo di corte costituzionale e, in questo caso, potrebbe aprire una via d’uscita non solo per Florence, ma anche per lo stesso governo messicano che cerca di salvare la faccia di fronte alle pressioni della Francia e, allo stesso tempo, al suo paese.

Una soluzione “creativa” che non scontenti troppo nessuna delle parti, elaborata da un organo super partes che è rispettato dalla popolazione e dai politici, potrebbe riuscire dove la diplomazia, legata agli interessi delle due nazioni e specialmente dei loro presidenti, non ha potuto avere successo. Restano comunque altre strade come la Corte Interamericana dei Diritti Umani e il ricorso alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia, per esempio, ma sono barlumi sempre più remoti vista la forza non coercitiva delle loro risoluzioni.

Concludo citando Héctor de Mauleón dal mensile messicano Nexos:

“Alla fine della storia gli unici fatti comprovati del dossier sono la manipolazione sistematica, il vizio d’origine nel trattamento agli accusati e ai testimoni, la gestione dei media per costruire versioni ad hoc. Non possiamo arrivare a sapere tramite i fascicoli del processo se Florence Cassez è innocente o colpevole; se gli ostaggi sono stati veramente rapiti e se dicono la verità nella loro prima dichiarazione oppure nella seconda o nella terza; non possiamo nemmeno sapere se sia esistita o meno l’organizzazione criminale su cui è costruito il caso, anche se è chiaro che la parte fondamentale di questa banda si trova in libertà, che ci sono state vittime, che ci son stati carnefici e che in molti momenti i carnefici sono stati gli inquirenti assegnati al caso, i quali operano all’oscuro, torturano, inducono dichiarazioni, alterano i fatti e montano spettacoli per i mass media”.

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) che potete vedere qui sotto e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso (http://www.amazon.fr/Peines-mexicaines-Florence-Jacinta-Ignacio/dp/2754015418). Infine sul sistema giuridico messicano il documentario “Presunto colpevole” qui.   Fabrizio Lorusso www.carmillaonline.com

Florence Cassez, l’ultime recours – El último recurso (documental) from Fabrizio Lorusso on Vimeo.

Web Ref

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Le monde – sintesi

Una discussione on line

El mundo – sintesi

Parlano le vittime – radio

Intervento della Chiesa

Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (1/2)

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Non c’è dubbio che una condanna a 60 anni di prigione equivalga praticamente a un ergastolo. E’ la pena che dall’8 dicembre 2005, giorno del suo arresto a Città del Messico, ha cominciato a scontare, presso due istituti penitenziari di questa megalopoli, la cittadina francese Florence Marie Louise Cassez Crepin, nata il 7 novembre 1974 a Lille, nel Nord della Francia. Il nome di Florence Cassez è ormai famoso in terra azteca, così come nel suo paese d’origine, ma anche in mezza Europa e in Canada, soprattutto nei territori francofoni, dove sono nati dei comitati in suo sostegno che denunciano la “fabbrica dei colpevoli” costruita dai giudici e dai politici messicani. La ragazza è da anni al centro di un caso mediatico e giudiziario che è arrivato a mobilitare sia la società francese che quella messicana, divise tra innocentisti, giustizialisti e dubbiosi. Perfino le tortuose strade della diplomazia e le alte sfere della politica sono state coinvolte a vari livelli e si sono impantanate nelle trame e negli interessi di due presidenti, sempre in cerca di astuzie elettoralistiche, e di un ambizioso poliziotto messicano, oggi diventato Ministro, che hanno reso il caso Cassez sempre più contorto.

Infatti, l’attenzione di stampa, internet e Tv è cresciuta progressivamente visto anche l’interessamento diretto del Presidente Nicolas Sarkozy, a partire dalla sua visita in Messico nel marzo 2009, e di numerosi esponenti politici della destra (UMP, Union pour un Mouvement Popoulaire) e della sinistra (PS, Parti Socialiste) francesi, unite all’occorrenza da una sorta di “umanitarismo nazionalista” bipartisan contro il sistema giudiziario del paese americano.

A sua volta il Presidente messicano Felipe Calderón, insieme al suo Ministro della Pubblica Sicurezza, l’intoccabile e controverso Genaro García Luna (l’ex poliziotto di cui sopra), non hanno risparmiato energie per riproporre un revanscismo anticolonialista ai limiti del ridicolo, soprattutto se si considera l’esigua credibilità e legittimità interne dei due personaggi menzionati e lo situazione deplorevole dello “stato di diritto” (e non solo di quello) nel paese.

L’arrivo della tanto decantata democrazia in Messico, sancito dall’alternanza al potere con la vittoria nel 2000 del conservatore Vicente Fox del PAN (Partido Acción Nacional) sull’egemonico PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito al governo nei precedenti 70 anni, fu gravido di attese e speranze, in buona parte ad oggi disattese, e non è stato ancora accompagnato da quel mix istituzionale e culturale che apre le porte allo sviluppo della partecipazione reale della società civile alla vita democratica, tant’è che il regime ha ancora intere “legioni di scheletri” nascosti nell’armadio e, irrimediabilmente, anche nelle sue carceri.

E non si tratta solo di eredità del passato ma di nuovi mostri generati dalle enormi disuguaglianze economiche, dallo scarso rispetto dei diritti umani, dalla perdita di controllo statale in favore della criminalità organizzata, dalle mentalità autoritarie e le logiche di potere, così come dalla generalizzata frammentazione delle istituzioni e della società: il tutto in un’epoca di escalation della violenza e delle strategie repressive e militari volte al suo improbabile contenimento nel contesto della “narcoguerra”.

Ma quali sono i dettagli, le incoerenze e le certezze nello strano caso di Florence Cassez? E’ una vicenda che da anni polarizza governi e società sulle due sponde dell’Atlantico, ma in Italia è quasi sconosciuta. Partiamo dalla cronologia degli eventi per chiarire i fatti e capirci qualcosa di più, forse.

2 luglio 2000. Vicente Fox è il vincitore delle elezioni presidenziali in Messico e promette il grande cambio di rotta che meriterebbe il paese.

13 giugno 2001. Primo rapimento attribuito alla banda Los Zodiaco di cui, in seguito, Florence Cassez e Israel Vallarta, suo ex fidanzato, vengono accusati di far parte. Anzi, verranno indicati come i capi.

11 marzo 2003. Florence Cassez si trasferisce in Messico all’età di 28 anni e raggiunge suo fratello Sèbastien che lì ha avviato diverse attività imprenditoriali. Ottiene dapprima un visto turistico e poi un permesso annuale di lavoro (la famosa Forma Migratoria FM3) che le serve per prestare servizio nelle aziende “Marketing and Technologys Imported” e “Servi Bosque”.

Agosto 2004. La francese conosce Israel Vallarta che si occupa del commercio di auto usate e in passato aveva lavorato con suo fratello Sèbastien.

Ottobre 2004. Comincia l’affaire sentimentale tra i due.

Febbraio 2005. Florence da mesi collabora con varie attività del fratello e poi comincia a lavorare presso uno studio di architetti come decoratrice di interni.

15 luglio 2005. Scade il contratto d’affitto, della durata di un anno, dell’appartamento in cui Florence viveva con un’amica nella zona “Roma”, nel centro-sud della capitale messicana.
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22 luglio 2005. Florence Cassez rompe la relazione con Vallarta, incrinata già da vari mesi, e torna in Francia. Israel le offre comunque la possibilità di spostare i suoi mobili dall’appartamento appena lasciato e sistemarli temporaneamente nel ranch “Las Chinitas” che ha in affitto da alcuni anni (ed è intenzionato ad acquistare). Il patto è che se lei non dovesse ritornare in Messico, lui avrebbe il permesso di venderli. Florence parte quindi per la Francia e passa l’estate con la sua famiglia.

31 agosto 2005. Valeria, una studentessa diciottenne di Città del Messico, è rapita dalla banda Los Zodiaco e viene liberata il 5 settembre dopo il pagamento del riscatto di circa 10mila euro (180mila pesos messicani).

9 settembre 2005. Florence prende l’aereo di ritorno per il Messico. Malgrado la separazione avvenuta con Israel Vallarta, la francese, una volta tornata a Città del Messico, continua a vivere “come ospite” nel ranch “Las Chinitas” finché non decide, alcune settimane dopo, di cambiare casa.

Vallarta e Florence Cassez s’incontrano, come pattuito, la mattina dell’8 dicembre per fare il trasloco, ma vengono bloccati sulla camionetta di proprietà di Israel Vallarta e arrestati. Dopo una giornata di prigionia separati, saranno poi condotti insieme, circa 20 ore dopo, al ranch di lui e lì saranno protagonisti di un vero e proprio reality show della polizia che simulerà e reinventerà la loro cattura di fronte alle telecamere.

13 settembre 2005. Prima dichiarazione al Pubblico Ministero da parte di Valeria.

4 ottobre 2005. Data del sequestro del ventunenne Ezequiel Elizalde Flores, secondo quanto dichiarato dai suoi familiari.

19 ottobre 2005. Rapimento della famiglia Ríos Valladares formata dalla signora Cristina, da suo marito Raúl (subito rilasciato per permettergli di raccogliere il denaro per il riscatto) e dal loro figlio undicenne Christian.

6 novembre 2005. Florence viene assunta nell’hotel Fiesta Americana della zona altolocata di Polanco. Decide di prendere in affitto un altro appartamento in un quartiere limitrofo, la Zona Rosa, in cui si sarebbe trasferita con tutti i suoi mobili l’8 dicembre.

Metà novembre 2005. I familiari degli ostaggi, cioèdi Ezequiel Elizalde, da una parte, e di Cristina e Christian, dall’altra, smettono di ricevere chiamate telefoniche dai rapitori.

Fine novembre 2005. Enrique Elizalde, padre di Ezequiel, avvisa la polizia del rapimento di suo figlio avvenuto il 4 ottobre.

4 dicembre 2005. Valeria, la diciottenne vittima di rapimento in settembre, fa un ampliamento della dichiarazione alle autorità in cui dice di riconoscere come “capo banda” Israel Vallarta, l’ex compagno di Florence. Nella prima dichiarazione, per paura di parlare (secondo quanto afferma lei stessa), non fa menzione del fatto che durante la prigionia avrebbe intravisto da uno specchio collocato nella sua stanza il volto di uno dei suoi rapitori (in seguito identificato per l’appunto come Israel Vallarta).

Nei mesi di novembre e dicembre una volante effettua delle perlustrazioni in zone limitrofe a quelle in cui si ritiene sia stata imprigionata Valeria. Durante uno di questi la ragazza riconosce Israel Vallarta che viene pedinato dalla polizia nei giorni successivi. In alcune fotografie che le vengono mostrate, Valeria riconosce altresì i fratelli Marco Antonio e José Fernando Rueda Cacho, due estranei che aveva già visto perché s’erano introdotti alla sua festa di compleanno. Questi due ragazzi vengono riconosciuti anche da altre vittime di rapimenti attribuiti ai “Los Zodiaco”, però questa pista è abbandonata inspiegabilmente dagli inquirenti.

8 dicembre 2005. Arresto all’alba di Florence Cassez e Israel Vallarta, presunti sequestratori della banda Los Zodiaco. Florence la notte prima ha dormito in centro, nel suo nuovo appartamento. I due s’incontrano la mattina nel sud della megalopoli, sulla strada per Cuernavaca, precisamente al ristorante della signora Alma Delia Morales. Suo marito, Ángel Olmos, è responsabile della pulizia e manutenzione proprio del rancho di Vallarta, da tempo ne ha le chiavi in custodia e, nei giorni precedenti, per l’esattezza il 5 dicembre, non nota movimenti sospetti, tantomeno persone sequestrate nel medesimo. E questo dichiara alla polizia, seguito da sua moglie la quale conferma le informazioni e la versione del coniuge, poi scartata o forse “ignorata” dal giudice.

9 dicembre 2005. Avviene una messa in scena televisiva di alcuni agenti di polizia della AFI(Agencia Federal de Investigaciones), un’agenzia investigativa all’epoca sotto il comando di Genaro García Luna, un funzionario più volte segnalato da vari funzionari e giornalisti (http://youtu.be/gbH8UB4wKnU), per esempio Anabel Hernandez, autrice de “I signori del narco”, come l’uomo di riferimento o il “protettore” del Cartello dei narcos di Sinaloa dentro la polizia e, poi, nelle alte sfere del governo messicano (lo stesso García Luna è stato “promosso” Ministro dal Presidente Calderón alla fine del 2006).

La AFI si mette d’accordo con il secondo canale di TeleVisa (in Messico c’è un duopolio televisivo privato per cui TV Azteca e Televisa si spartiscono il grosso del mercato), e, giusto in tempo per i primi notiziari della mattina, crea ex novo il momento della cattura dei rapitori con la connessa liberazione degli ostaggi nel rancho “Las Chinitas”. Il reporter Pablo Reinah fa come se niente fosse e stabilisce il collegamento in diretta con lo studio interloquendo con il conduttore del programma “Primero Noticias”, Carlos Loret de Mola. Si fa un po’ di promozione alle mirabolanti azioni della polizia in difesa dei cittadini colpiti dalla paura e dalla violenza in cambio di una buona diretta televisiva per la conquista dello share mattutino.

Il podere appartiene a Israel Vallarta e si trova alla periferia sud della capitale, al km 29 della statale che porta a Cuernavaca. Israel viene mostrato in manette mentre Florence è sotto una coperta blu e risponde alle domande del cronista “Che ci fa qui? Sa che ci son tre persone sequestrate?”. “No, non sapevo niente, non lo sapevo”. Per i milioni di telespettatori il caso è chiuso e il Presidente Fox ha mostrato a tutti che sta lottando contro il crimine organizzato. “Il governo federale lavora per la tua sicurezza”, recitano gli spot in radio e TV.

La pericolosa banda, di sole due persone, sembra sgominata. Nel video si notano da subito delle incoerenze: il cancello esterno della proprietà è già aperto; la porta della casetta con le persone rapite è anch’essa già aperta e s’intravedono i piedi di qualcuno, poi la porta si chiude e si vede un walkie talkie professionale per terra; nella stanza c’è già Luis Cárdenas Palomino, responsabile diretto del video-montaggio e braccio destro di García Luna, alto funzionario d’intelligence per la Polizia Federale e accusato di 3 omicidi e altre nefandezze in passato; all’interno ci sono dei quadri con le foto dei presunti rapitori che, però, secondo le dichiarazioni degli ostaggi, avevano sempre il passamontagna (stanno a volto coperto ma poi lasciano foto lì in bella vista?); in una foto c’è addirittura il fratello di Florence ritratto con la sorella 9 anni prima, un indizio che fa pensare a una volontà espressa dell’autorità per danneggiarne l’immagine o implicarlo; Israel Vallarta ha le labbra gonfie e ferite, è quindi stato colpito nelle ore precedenti; anche Florence ha già le manette ai polsi e ha passato le ultime 20 ore rinchiusa in un camioncino della polizia.

La AFI era una specie di FBI messicana con compiti investigativi che è stata sostituita nel 2009 dalla PFM, Policia Federal Ministerial, diretta da Wilfrido Robledo, già noto per le terribili repressioni contro i manifestanti di Atenco nel 2006 e per la sua ostinazione, condivisa pienamente dall’ex governatore e oggi candidato presidenziale del PRI, Enrique Peña Nieto, nel negare le palesi violazioni ai diritti umani commesse durante quella sanguinaria operazione contro la popolazione. Fu chiamata ironicamente “Riscatto”: 2 morti, 207 arresti, violenza inaudita e gratuita della polizia per due giornate intere, il 3 e 4 maggio 2006, con perquisizioni di abitazioni, espulsione immediata di 5 cittadini stranieri, violenze sessuali dentro e fuori dai reclusori, tortura, fabbricazione di prove e colpevoli, sentenze sproporzionate, impunità delle forze dell’ordine e dei responsabili. Un bilancio degno del Cile di Pinochet.

9 dicembre 2005. Dichiarazioni di Israel Vallarta in cui accetta le accuse di sequestro di persona che gli vengono avanzate e, in contraddizione con quanto affermato da Alma e suo marito che lavoravano per lui, dice che da due settimane le vittime erano ostaggi nel suo ranch. La Procura Generale della Repubblica annuncia di aver smantellato la banda di rapitori con almeno 10 sequestri e un omicidio “all’attivo” di cui anche Florence farebbe parte.

Vengono depositate anche le prime dichiarazioni delle vittime: Cristina, suo figlio Christian ed Ezequiel. Cosa dicono?

L’unico che sostiene di riconoscere “una donna sui trent’anni dall’accento straniero con la R moscia” è l’ultimo dei tre, Ezequiel, che è figlio di un sequestratore e viene presumibilmente rapito per un vecchio regolamento di conti tra un membro degli Zodiaco e suo padre. Si può anche ipotizzare che Ezequiel si ritenga, in un primo momento, vittima della stessa polizia, magari alleata con la banda, che lo priva della libertà in cambio di un riscatto o per ritorsione contro suo padre.

5 febbraio 2006. Trasmissione del programma Punto de partida (Punto di partenza) durante il quale si tratta il caso Cassez e la giornalista Denise Maerker intervista il capo della AFI, García Luna, e interviene telefonicamente dalla prigione la stessa Florence che denuncia pubblicamente il poliziotto e la gran montatura. Un atto coraggioso in Messico, dove il potere s’incaponisce e non si lascia mai deridere né contraddire.

10 febbraio 2006. Il Governo messicano deve riconoscere la “pagliacciata” teatrale inscenata per motivi propagandistici e mediatici, avvenuta un giorno dopo l’effettiva cattura di Cassez e Vallarta. Secondo García Luna è “una ricostruzione della scena on demand”, però, fino ad allora, era pure servita come distrattore e mezzo pubblicitario governativo. In realtà non si tratta di una ricostruzione dei fatti per la TV ma di una vera e propria invenzione cinematografica come indicano gli indizi e le testimonianze raccolte nel corso delle indagini.

Durante la giornata e di sera i membri della famiglia Ríos Valladares entrano ed escono più volte dalla sede amministrativa della SIEDO (Subprocuraduría de Investigación Especializada en Delincuencia Organizada, una direzione o procura specializzata nella lotta al crimine organizzato). A una settimana dallo smacco subito dal “super-poliziotto” in TV, ecco che i testimoni-ex-prigionieri cambiano le loro dichiarazioni.

14-15 febbraio 2006. Nella città di San Diego, in California (USA), dapprima il bambino Christian e poi, il giorno dopo, sua madre Cristina Ríos Valladares provvedono a fare un ampliamento della loro prima dichiarazione al PM: entrambi affermano di riconoscere Florence in contraddizione con quanto avevano affermato nelle loro testimonianze ufficiali del 9 dicembre. Ora riconoscono la sua voce, la sua chioma bionda e la sua mano bianca e delicata. Però Florence lavorava a tempo pieno, anche oltre 12 ore al giorno, in un hotel lontanissimo dal ranch, quindi come faceva a occuparsi (in quanto presunta capo-banda) di 3 ostaggi e delle loro necessità?

30 marzo 2006. Compare in udienza Ezequiel Elizalde. Nelle sue testimonianze, ripetute più volte anche ai media, non omette mai un dettaglio: mostra la macchia puntiforme rossiccia sul mignolo della mano sinistra che gli avrebbe provocato la puntura di una siringa. Florence gli avrebbe anestetizzato il dito per amputarglielo, giusto poco prima della tempestiva irruzione dei poliziotti salvatori della AFI. Una perizia medica ufficiale del 12 giugno 2006 stabilisce, però, che quella è una macchia congenita. Inoltre Ezequiel afferma che “l’amputazione” stava per avvenire il 9 dicembre mattina, mentre sappiamo per certo ormai che Florence, quel giorno, è stata imprigionata in una camionetta prima del reality della sua cattura nel ranch. Degli altri 5 delinquenti della banda di cui parla questo testimone-ostaggio non si conosce l’identità e non compaiono in nessun video…

7 giugno 2006. Si presentano all’udienza grazie a un collegamento video sia Christian che la madre Cristina la quale cambia di nuovo le carte in tavola e aggiunge di essere stata violentata durante il periodo di prigionia aggiungendo un elemento, di certo non secondario, che prima semplicemente non esisteva. La stessa giudice, Olga Sánchez Beltrán, esce dalla sala bruscamente, contrariata per quanto le sue orecchie hanno appena sentito.

Nelle prime dichiarazioni il prelievo di un campione di sangue al bambino Christian era stato effettuato da tale “Hilario” mentre ora entra in gioco letteralmente “la mano” di Cassez. Prima non c’era stato “nessun maltrattamento fisico” per gli ostaggi e nemmeno riconoscevano la presenza di Florence, poi hanno dichiarato di ricordarsi di lei e ora, nella terza versione ampliata dei fatti, c’è la violenza sessuale.
chinitasrancho.jpg13 giugno 2006. Cristina Ríos pubblica una lettera sulquotidiano La Jornada confermando le sue accuse contro Florence Cassez e ribadisce che nei 52 giorni di prigionia è stata vittima anche di violenze sessuali.

Luglio 2006. Felipe Calderón Hinojosa (PAN) vince con un margine ristretto le elezioni presidenziali sconfiggendo il rivale della coalizione progressistaAndrés Manuel López Obrador (PRD, Partido Revolución Democrática) che non accetta i risultati e comincia una protesta pacifica a Città del Messico per denunciare i brogli elettorali e chiedere un nuovo conteggio delle schede (che non avverrà).

Agosto 2006. Florence Cassez cambia il suo avvocato: il messicano Jorge Ochoa, fautore di una strategia low profile e discreta con i media, lascia il posto al messicano Agustín Acosta e al francese Mark Berton che, invece, preferisce utilizzare i media per creare consenso sul caso della sua assistita, specialmente dopo che viene emessa la prima sentenza di condanna e molti politici francesi cominciano a muoversi.

Dicembre 2006. Genaro García Luna è nominato Ministro della Pubblica Sicurezza nel governo di Calderón che inizia la cosiddetta “guerra al narcotraffico” dispiegando oltre 20mila soldati nei territorio più caldi. La mancanza di legittimità in seguito a un processo elettorale viziato sin dalla campagna elettorale dovrebbe essere presto dimenticata, nei piani del neo-Presidente, se si ottengono risultati contro le piaghe che affliggono il paese: il crimine organizzato dei cartelli del narcotraffico e dei sequestratori. 5 anni dopo la militarizzazione della lotta alla delinquenza avrebbe provocato un saldo di 50mila morti e l’escalation delle guerra civile o narcoguerra messicana del secolo XXI.

25 ottobre 2007. A mezzo stampa i genitori di Florence, Charlotte e Bernard, lanciano un appello a Sarkozy che li riceve all’Eliseo e ascolta la loro storia. Dopo un’indagine dei servizi segreti francesi per conto del Presidente e previa (probabile) valutazione della convenienza politica e diplomatica del caso, Sarkozy decide di sostenere pienamente la causa della sua concittadina.

25 aprile 2008. Viene emesso il verdetto dal giudice di primo grado e Cassez è condannata a 96 anni di carcere per delinquenza organizzata, possesso e porto di armi d’uso esclusivo dell’esercito e quattro sequestri di persona (Raúl Ramírez, il figlio Christian, la moglie Cristina ed Ezequiel Elizalde: questi ultimi tre sono gli ostaggi liberati tra l’8 e il 9 dicembre). In Messico i verdetti si basano esclusivamente sulla lettura dei fascicoli e su una decisione in solitudine da parte del giudice che può anche non incontrare e vedere mai gli imputati e i testimoni.

La storia continua tra una settimana…

Siti utili:

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) a questo link e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso. Di Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine

Israele contro la Gaza Freedom Flotilla II: equipaggio sequestrato e rimpatriato

C’è una notizia di qualche giorno fa che pochi media italiani hanno riportato e analizzato ma che un Express blog come questo ha pescato nel circuito informativo latino americano, venezuelano per la precisione (ma non sono gli unici a parlarne e analizzare in dettaglio la situazione, anzi…). Molti siti di giornali e agenzie straniere (e qualche quotidiano italiano) hanno dato la notizia della partenza da un’isola della Grecia della seconda spedizione umanitaria e di protesta della Freedom Flotilla diretta sulle coste della striscia di Gaza. L’obiettivo era cercare di aggirare l’embargo imposto da Israele contro l’enclave palestinese di Gaza.

Il 19 luglio scorso l’imbarcazione francese Dignité Al Karama è stata bloccata in acque internazionali e sequestrata da quattro motoscafi della marina israeliana che l’hanno scortata fino al porto di Ashdod, nel sud d’Israele. I 16 passeggeri (11 francesi, un canadese, uno svedese, un greco, una giornalista israeliana e due corrispondenti di Al Yazira) che si trovavano a bordo sono stati espulsi e rimpatriati durante la scorsa settimana dopo aver firmato “spontaneamente” un documento in cui dichiaravano di essere disposti a lasciare il paese entro 72 ore.

La Freedom Flotilla II era composta inizialmente da 10 barche ma solo la Dignité è riuscita a salpare in quanto le altre 9 sono state bloccate dal governo greco già nel mese di giugno. In proposito commentava qualche giorno fa una delle coordinatrici del gruppo italiano dei sostenitori della Flotilla come “oggi, a un mese di distanza, sono già in troppi a chiedersi, a chiederci che fine abbia fatto la Flotilla, perché nessuno ne sta più parlando come, invece, si dovrebbe fare consideranmdo la gravità di quanto accaduto e soprattutto quali saranno i prossimi passi. L’embargo contro Gaza è stato decretato nel 2006 come ritorsione per il sequestro di un soldato israeliano ed è stato rafforzato in seguito alla vittoria elettorale e all’arrivo al potere del movimento Hamas un anno dopo. Nel maggio 2010 la prima spedizione della Freedom Flotilla sulla nave turca Mavi Marmara, carica di aiuti umanitari e 700 attivisti, finì nel sangue, nove persone vennero uccise dal fuoco israeliano e la Turchia richiamò il proprio ambasciatore da Tel Aviv.

Inserisco sotto un video in inglese con molti documenti interessanti ma bastano anche solo i primi 4 minuti per avere il quadro della situazione almeno su quest’ultimo tentativo della Freedom Flotilla II. Mi chiedo se sia possibile riaprire il tema dell’embargo israeliano a Gaza (che poi è parte di un grave problema, molto più generale e antico, che resta costantemente disatteso). Sul sito della Freedom Flotilla non vengono risparmiate le denunce degli ostacoli di ogni tipo imposti praticamente in tutti i paesi agli attivisti secondo i quali “anche l’Europa si sta rendendo sempre più complice del lento genocidio del popolo palestinese e sta sevendendo la propria dgnità e civiltà”.

Israele sequestra imbarcazione francese Dignité della Freedom Flotilla

La marina israeliana ha intercettato e dirottato l’imbarcazione francese Dignité – Al Karama della IIa Freedom Flotilla che navigava verso le coste della Striscia di Gaza per cercare di rompere l’embargo che il governo di Israele ha imposto su questa enclave palestinese. La Dignité è stata sequestrata in acqua internazionali e i partecipanti alla spedizione sono stati fatti scendere e obbligati a sbarcare in territorio israeliano da gruppi di militari armati che hanno circondato la nave francese. Il video in spagnolo è di TeleSur, Venezuela.

L’Italia ripudia la guerra come strumento…

Costituzione italiana. Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Dopo alcune giornate passate a leggere e sentire le incalzanti e preoccupanti notizie dall’Italia, dall’Europa e dalla Libia mi son riempito la testa di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze. Credo sia valido condividerle.
In base a quale interpretazione dell’Articolo 11 stiamo partecipando alle operazioni in Libia? Imporre una no fly zone con i bombardamenti è un atto di guerra? Credo di sì. Il diritto internazionale viene spesso recepito al pari o al di sopra della Carta costituzionale, ma è possibile farlo anche in questo caso in base a una risoluzione dell’Onu e a una riunione lampo di “volenterosi”? Non so se inglesi, francesi e americani (i primi a lanciare missili due giorni fa) possano dirsi “paesi di buona volontà”, sempre motivati da preoccupazioni umanitarie. S’è parlato di scelta inevitabile, ma continuo a dubitarne.

Non saremmo dovuti intervenire anche in Cecenia, in Tibet, in Honduras o nel Darfur? Quante crisi, guerre civili e abusi vengono commessi ogni giorno in decine di paesi? Dove siamo noi in quei casi? Di certo non entriamo in quei paesi militarmente e, purtroppo, spesso nemmeno con la sufficiente prontezza e sensibilità diplomatica. Spesso li ignoriamo. Cosa dovremmo fare in questo caso?

La Libia è vicina, ok. Siamo il suo primo partner commerciale, ok. I ribelli chiedono aiuto e sono vessati da un dittatore che ha reagito con una gravissima escalation di violenza e repressione, ok. Nessuno lo nega. Sappiamo, però, che la Libia, per qualche strano motivo, è un po’ più speciale. Ha il petrolio e tanti investimenti in gioco. Non erano amici nostri? Quanti raìs e violazioni è lecito tollerare pur di conquistare mercati e fonti d’energia? La retorica dei diritti umani applicata col contagocce, selettivamente, fa acqua da tutte le parti ormai. Business first, il governo lo sa bene e adesso, in pochi giorni, ha cambiato discorso in modo imbarazzante.

Abbiamo paura delle probabili ondate migratorie, pensa un po’. Non ci sono altri “mezzi di risoluzione della controversia” come suggerisce la Costituzione? Ci dicono di no, le bombe sono  i n e v i t a b i l i, Gheddafi è un pazzo che minaccia gli alleati della Nato e una parte della sua stessa popolazione, va eliminato. Non è una scoperta del marzo 2011. E quindi? Baciamo le mani. Ma come? E’ stata una guasconata. Si chiama invece geopolitica, dura e pura, ma giocata male.

Rispetterà l’esercito libico il cessate il fuoco dichiarato stanotte? Forse ci si attende un’altra violazione per poter dare la sferzata finale, le mani prudono e la partita potrebbe chiudersi troppo presto senza che vi sia stata la possibilità di dimostrare “quanto contiamo”. Ma chissà, forse son solo dietrologie, in effetti. Esiste anche la causa dei ribelli, l’idea di un risveglio dei popoli arabi che proietta mondialmente un’immagine rinnovata delle nuove generazioni, in lotta per i diritti fondamentali e la democrazia. E’ ancora presto per giudicarli. Il dubbio è su come sia meglio intervenire e accogliere questi cambiamenti e la Costituzione ci indica una strada. Giuseppe Genna su Carmilla riporta due dichiarazioni di Bossi e Di Pietro che vorrei riprendere e con cui concludo.

 

Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.
Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.
La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.
Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:
Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

 

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando ilNabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.
Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.