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Florence Cassez: notizia, commento, analisi

Video della conferenza stampa del 24 gennaio 2013 a Parigi (in francese).

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Dopo 7 anni di reclusione Florence Cassez, cittadina francese condannata in Messico a 60 anni di reclusione per sequestro di persona, porto d’armi e criminalità organizzata, torna in libertà grazie a una decisione della Prima Sala della Suprema Corte di Giustizia della Nazione messicana. La Corte ha giudicato incostituzionale il suo processo e le relative condanne. L’affaire Cassez rappresenta il caso diplomatico più rilevante e più strumentalizzato politicamente tra Messico e Francia dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Avevo fatto visita a Florence nel carcere femminile di Tepepan, nella zona sud di Città del Messico, giusto un paio di mesi fa e lei era in attesa della decisione della Corte: silenzio stampa, tensione e tanti sogni. L’addio con le sue compagne di cella, l’auto bianca coi vetri scuri del consolato francese che la veniva a prendere, la libertà respirata fuori da Tepepan, i suoi genitori, l’aereo solo per loro e un volo diretto a Parigi. Niente dichiarazioni per un po’, l’arrivo, la colazione e una nuova vita. Così è stato, come lei desiderava, per filo e per segno anche se nessuno se l’aspettava. Avevamo seguito le vicende su Carmilla Qui – 1 e Qui – 2 (cronologia degli ultimi giorni Qui)

“Dopo sette anni qui, mi pare che lo scherzo sia durato abbastanza”, mi aveva detto l’ultima volta, in novembre. E il suo caso sembrava proprio uno scherzo, anche se tragicamente reale e concreto, come lo sono la privazione della libertà durante anni e l’immersione nel circo mediatico e politico franco-messicano senza interruzioni né spot pubblicitari. Nell’ormai lontano 2005 anche contro di lei s’era messa in funzione la “fabbrica dei colpevoli” messicana, una macchina spietata con ingranaggi incastrati e ferruginosi che girano e s’imballano tra burocrazia, politica, sistema giudiziario e di polizia.

Un sistema che funziona per i motivi e gli interessi più disparati e ogni anno produce casi d’ingiustizia che riempiono le carceri di innocenti o di presunti innocenti cui viene negata la possibilità di difendersi, i cui casi e le cui colpevolezze vengono parzialmente o totalmente fabbricati a vari livelli del processo (vedi libro di Anne Vigna e). Quando si ha la fortuna di arrivare fino alle istanze superiori come la Corte Suprema, in genere c’è la speranza di ottenere giustizia e libertà, ma non molte persone hanno i mezzi materiali, intellettuali, emotivi e giudiziari per portare il proprio caso in appello e poi alla Corte che in Messico funge da giudice costituzionale.
Nel primo pomeriggio del 23 gennaio è arrivata la decisione della Corte di annullare il processo Cassez e le sue due condanne (in primo grado e in appello). Nel marzo scorso, ancora alla fine del periodo presidenziale di Felipe Calderón, i giudici s’erano espressi in senso contrario e la francese era rimasta in carcere.

S’era aperto un dibattito importante nel paese: un processo doveva essere una vendetta o fare giustizia? In che modo, con che metodi era lecito conoscere la verità, sempre che questa sia conoscibile? Esiste in Messico la presunzione di innocenza quando la metà dei reclusi resta in attesa di giudizio per mesi, spesso in base a prove inconsistenti o ricavate con espedienti surreali o con la violenza? E’ meglio un presunto innocente in prigione o un presunto colpevole in libertà? Spesso il governo e la polizia preferiscono i numeri e le cifre: chili di droga sequestrati e persone arrestate. Poi a nessuno importa cosa succede con quei chili di sostanze e soprattutto con quelle vite e nessuno sa se sono colpevoli perché il sistema non sa e non riesce a processare, a investigare, a condannare secondo un minimo standard di protezione dei diritti umani e delle garanzie individuali. E’ giusto comminare una pena di 60 anni di reclusione a una presunta rapitrice se le prove, che poi sono solo testimonianze più volte modificate e incoerenti, sono ottenute in modo fraudolento o addirittura con torture o ricatti? (Intervento recente video in spagnolo)

Mercoledì 23 gennaio i voti positivi in favore del progetto presentato dal magistrato della prima Sala della Corte Olga Sánchez sono stati 3 contro 2 e Florence ha ottenuto la libertà, è partita subito per Parigi. Nelle ultime settimane si vociferava su questo progetto che, in teoria, avrebbe dovuto prevedere semplicemente l’annullamento del processo e la riapertura di un nuovo fascicolo depurato delle testimonianze e delle prove (praticamente tutte) ottenute illegalmente, non valide o derivate da montaggi della polizia, delle TV e delle autorità che via via sono state coinvolte nel caso. Senza queste famigerate “prove” l’assoluzione sarebbe stato il risultato più probabile. Ma la Corte, a sorpresa, è andata oltre.

L’effetto principale della decisione di mercoledì è stata l’immediata scarcerazione di Florence. Questo implica l’ammissione che il processo era stato condotto con abusi abnormi, ingerenze politiche, montaggi televisivi, sentenze e testimonianze falsate e illegali, insomma fuori da qualunque criterio giudiziario accettabile, fuori dal principio costituzionale del processo giusto e dovuto. Florence è stata “sequestrata” quasi un giorno intero prima di essere portata dalla polizia sul presunto luogo del delitto per ricreare televisivamente la scena della cattura. E’ stata sbattuta sugli schermi di fronte a milioni di telespettatori senza saperne nulla. E’ diventata la “diabolica e perversa rapitrice francese” che tortura i messicani. Tutto nel giro di cinque minuti in TV.

E ci sono voluti sette anni per convincere la metà del paese che così non era. Florence non ha avuto l’assistenza consolare adeguata. Florence è vittima e, per colpa delle autorità, non avremo mai un processo che possa chiarire, sempre che fosse possibile, chi siano stati i veri carnefici, i veri rapitori di quelle altre vittime, i tre sequestrati che ancora non sanno chi sono i veri membri della banda di delinquenti che li aveva presi in ostaggio. Ad ogni modo la Corte non poteva decidere circa l’innocenza o la colpevolezza di Florence Cassez, ma poteva solo valutare la legittimità del processo e così ha fatto.

Tutto il caso, compresa la sua rilevanza e importanza mediatica, era cominciato con un montaggio TV orchestrato dall’allora capo della FBI messicana (la Agenzia Fedarle della Investigazioni o AFI), Genaro Garcia Luna (dal 2006 al 2012 Ministro della Sicurezza Pubblica del presidente Calderon), e di Televisa, principale catena messicana e principale artefice della vittoria presidenziale di Enrique Peña Nieto del PRI (Partido Revolucionario Institucional, ex partito egemonico del sistema politico messicano per 70 anni nel novecento) lo scorso primo luglio. Per sei anni Calderon e Garcia Luna non hanno voluto mollare la presa sul caso Cassez mentre Sarkozy sparava dichiarazioni scioviniste e revansciste contro il governo messicano e nel 2011 sospendeva l’anno della Francia in Messico aprendo l’ennesima crisi diplomatica tra i due paesi. Hollande è stato più discreto, ha lasciato fare ed ha atteso la fine del sessennio del PAN (Partido Accion Nacional, di destra) e di Calderon, mentre negoziava in dicembre con Peña Nieto, che è stato anche in Francia durante il suo primo tour di visite ufficiali, la fine del tormentone e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche.

Il governo messicano non è stato da meno in quanto a strumentalizzazioni: tra sparate sensazionaliste per coprire gli eccessi della polizia nel “controllo” della protesta sociale e nell’ambito della “guerra al narcotraffico”, tra annunci vuoti e altisonanti sul rispetto della sovranità del paese e del suo presunto “esemplare stato di diritto”, il presidente e il suo ministro prediletto, Garcia Luna, per anni hanno messo in ridicolo e caricato oltremodo il sistema politico e l’amministrazione della giustizia che, solo ora che sono usciti di scena, la Corte ha potuto in qualche modo sanzionare correggendone alcune storture e pratiche nefaste. Mentre prima il Ministro Garcia Luna negava, col tempo ha dovuto ammettere la storia del montaggio TV e a poco a poco l’opinione pubblica ha cominciato a capire con chi aveva a che fare. Oggi i media messicani, nella polemica post-caso Cassez, stanno già chiedendo la sua testa e anche quella del suo secondo, il fidato ex capo della polizia Luis Cardenas Palomino, coautore dello show e del montaggio televisivo contro Cassez. Dal portale SinEmbargo.Com.Mx : “Ci aspettiamo che i responsabili di quella manipolazione, che fu totalmente illegale, siano chiamati a rendere conto ” e ancora “la polizia non isolò né protesse le vittime del presunto rapimento e, al contrario, furono mantenute in un ambiente ostile, insieme ai loro presunti aggressori, il tutto per fare un’operazione pubblicitaria che non aveva nulla a che vedere con le indagini”.

Il giudice della Corte Arturo Zaldivar ha giustificato la decisione in questi termini: “La Corte difende i diritti umani di tutti perché desideriamo un cambiamento nella prassi della polizia, del pubblico ministero e dei giudici, ed è questo che rende rilevante il ruolo del tribunale supremo al di là del caso concreto e della situazione concreta della persona di cui parliamo”. Dunque la trascendenza di questo caso è indubbia: in un paese condannato da più parti (mass media, ONG, Corte Interamericana dei Diritti Umani, ecc…) per le violazioni ai diritti umani, per i femminicidi, per gli abusi della polizia, per la guerra al narcotraffico promossa dall’ex presidente Calderón (2006-2012) che ha provocato oltre 16mila desaparecidos e circa 80mila morti, il rispetto della legalità nei processi e il rispetto dei diritti dell’uomo sembravano essere principi astratti, inutili, mentre rappresentano la base per ricostruire il tessuto sociale e la credibilità delle istituzioni. Senza questi elementi, nessuna lotta ai cartelli e alla delinquenza organizzata è possibile. Il caso Cassez ha evidenziato, messo a nudo e condannato le interferenze politiche nella magistratura, l’intervento di ministri e presidenti in sfere a loro estranee, l’ingerenza dei media (in primis la catena Televisa) che hanno costruito il caso e alimentato i sospetti e i pregiudizi contro la francese. Da www.carmillaonline.com – Fabrizio Lorusso

Cronologia breve in francese.
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Florence Cassez è libera

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La cittadina francese detenuta in Messico da 7 anni, condannata in appello per sequestro di persona, delinquenza organizzata e porto d’armi (in base a processi e testimonianze dubbiosi e irregolari), è stata liberata oggi in seguito a una decisione della Corte Suprema di Giustizia Messicana che ha valutato, per la seconda volta in 10 mesi, il ricorso costituzionale presentato dai legali della ragazza.

Ci si aspettava una decisione diversa, probabilmente un semplice rifacimento del processo giudiziario senza le prove e le testimonianze raccolte illegalmente, ma non la libertà immediata che, invece, è arrivata (con 3 voti su 5) e pone fine a un lungo calvario mediatico, diplomatico e giudiziario cominciato nel 2005.

La trascendenza di questo caso è indubbia: in un paese condannato da più parti (mass media, ONG, Corte Interamericana dei Diritti Umani, ecc…) per le violazioni ai diritti umani, per i femminicidi, per gli abusi della polizia, per la guerra al narcotraffico promossa dall’ex presidente Calderón (2006-2012) che ha provocato oltre 16mila desaparecidos e circa 80mila morti, il rispetto della legalità nei processi e il rispetto dei diritti dell’uomo sembravano essere principi astratti, inutili, mentre rappresentano la base per ricostruire il tessuto sociale e la credibilità delle istituzioni. Senza questi elementi, nessuna lotta ai cartelli e alla delinquenza organizzata è possibile.

Il caso Cassez ha evidenziato, messo a nudo e condannato le interferenze politiche nella magistratura, l’intervento di ministri e presidenti in sfere a loro estranee, l’ingerenza dei media (in primis la catena Televisa) che hanno costruito il caso e alimentato i sospetti e i pregiudizi contro la francese.

Ora giustizia è fatta e, sebbene la Corte non abbia potuto stabilire l’innocenza o colpevolezza dell’imputata, sicuramente ha saputo cogliere quest’occasione storica e ha potuto stabilire un principio fondamentale per il Messico: che il rispetto dei diritti umani, del giusto processo e del diritto internazionale non sono più un semplice scherzo o parole astratte, ma linee guida ferme e chiare per l’azione giudiziaria, per le investigazioni della polizia, nel rispetto di uno stato di diritto che deve essere pieno e valido per tutti, compresi i ministri e i potenti di turno. Ecco qui la storia e il caso, passo dopo passo. LINK 1 – LINK 2.

Florence Cassez: ottimo intervento di Roberto Rocha @SinEmbargo.Com.Mex

Condivisibile, ragionevole, giusto.

In attesa della decisione della Corte Suprema messicana, attesa per il 23 gennaio, sul controverso caso di Florence Cassez, attualmente detenuta (ingiustamente) in una prigione di Mexico City, ecco i Link alla storia in italiano: QUI – 1 e QUI – 2.

MEXIQUE-FRANCE-PROCES

“Yo digo que en el caso de Florence Cassez, que ha de resolverse este próximo miércoles en la Corte, tenemos ya una última llamada. Pero esta no es para ella, no se trata del último chance para que obtenga su libertad, porque de hecho no se le han agotado los recursos legales. De lo que estoy convencido en cambio es que no habrá otra oportunidad para que este país se ponga en paz consigo mismo y al fin se haga justicia…”.

 

Haiti, gli aiuti internazionali e le macerie

Video (link) intervento alla presentazione del libro Le macerie di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso – Presentazione 4 dic 2012 al Circolo stampa di Roma. L’intervento vuole sottolineare come la “repubblica delle ONG”, come è stata chiamata Haiti da giornalisti e osservatori, sia frutto di un processo storico che va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che coinvolgono l’isola. Gli aiuti selettivi e le multinazionali della solidarietà si uniscono alla presenza asfissiante, ma anche a volte necessaria, osteggiata e cercata allo stesso tempo, delle potenze straniere (Francia, USA e Canada in primis). L’Aumohd, associazione di avvocati il cui presidente è Evel Fanfan, ha lavorato bene negli ultimi anni sul territorio e nei quartieri disagiati della capitale Porto Principe per aiutare la popolazione, tutelare i diritti umani, lottare per i diritti dei lavoratori e delle persone incarcerate ingiustamente. Ecco il link al video (se non riuscite a vederlo è qui).

Le Printemps en exil: intervista a Giuseppe Spina

[Presento qui un’intervista con Giuseppe Spina, uno dei co-autori del progetto “Le Printemps en exil” (La Primavera in esilio) che è un documentario multimediale o web-doc basato su narrazioni, storie di vita e lavoro di archivio che ricostruiscono, tra Tunisia, Francia e Italia, le vicende dei tunisini migranti, in esilio dopo le rivolte e la caduta di Ben Ali. L’idea è quella di realizzare un video-documento prodotto dal basso, grazie al contributo delle persone che in Italia e all’estero sono interessate a dargli vita e a diffonderlo on line liberamente. Così lo presentano i suoi promotori: “Sono migliaia – nessuno sa quanti con esattezza – i tunisini che dal gennaio del 2011, dai giorni delle rivolte, hanno provato a raggiungere l’Europa. Poco più di un anno fa alcuni scappavano dal regime, altri dalla rivoluzione e in entrambi i casi “l’esilio” sarebbe stata la condizione ultima; ma l’esilio, in qualche notte di mare nero, si trasforma in clandestinità e la rotta diventa incerta, pericolosa, preda di sfruttatori di ogni tipo… Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia”. Buona lettura, Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Qual è il tuo ruolo nel progetto?

Di solito mi occupo di cinema di ricerca e, in piccolo, anche di produzione e distribuzione. Dell’ultimo progetto di web-documentario, “Le printemps en exil” sono co-autore insieme a Massimiliano Minissale e Marie Blandin, e faccio parte di frameOFF gruppo coinvolto e promotore del progetto insieme a House on Fire, società di produzione francese.

Cos’è Nomadica e come entra in questo progetto? 
Nomadica è il circuito di diffusione e produzione di cui mi occupo da 3 anni a questa parte. Sosteniamo dei film che fanno ricerca nel linguaggio come nello sguardo, ma anche dei “video-documenti” che vanno a colmare i tanti vuoti del classico e sterile sistema d’informazione. Ovviamente anche Nomadica, in qualità di media partner, sta spingendo questa nuova produzione.

Cos’è PDB e cosa si propone in generale?
ProduzioniDalBasso è una piattaforma web dove è possibile proporre dei progetti che la gente può sostenere mediante dei micro-capitali che ne rendono possibile la realizzazione. In pratica un sito web in cui la gente può aiutarci a co-produrre, e invitiamo tutti a farlo! E’ possibile prenotare le proprie quote e così finanziare il nostro ultimo progetto: Info Link! e le quote sono di 10 €, come un paio di spritz. Alcuni componenti di frameOFF hanno già utilizzato questo sistema di finanziamento partecipato, personalmente nel 2007 ho realizzato un “film di viaggio” in Burkina Faso, grazie al supporto di 760 co-produttori (Même père même mère).

Da dove nasce l’idea di Printemps?
L’idea nasce poco più di un anno fa, a pochi chilometri dal CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo. Conoscemmo un ragazzo tunisino, lo aiutammo a fuggire dall’Italia e poi a Parigi abbiamo avuto modo di diventare amici. Il tutto filmando ovviamente, com’è nostra abitudine. Questa storia, spesso casualmente, ha portato ad altre amicizie, ad altre storie, collegando infine i tre Stati (Tunisia, Francia, Italia) attraverso il nostro sguardo soggettivo e il suo ribaltamento.

Che motivi sociali e/o politici puoi sottolineare?I motivi sono tantissimi. Molti non conoscono quanto è successo e succede nei tre Stati in questione, cosa si cela dietro “il traffico” dei migranti, quanta corruzione da parte dello Stato e delle aziende a cui fa riferimento, o di cosa sta succedendo oggi in Tunisia, ecc. Attraverso il nostro web-documentario e l’archivio con il quale si intreccia cercheremo di ridare questi motivi – anche grazie all’aiuto di giornalisti, fotografi, videasti, e di tutti coloro che vorranno contribuire con materiali di ogni tipo.

Come verrà realizzato? (chi, quando) e come verrà diffuso? 
Nel sito indicato sopra si può già vedere l’impronta iniziale del lavoro, è possibile visionare un teaser di 20minuti, leggere già qualche articolo di ottimi giornalisti come Antonio Mazzeo, che ritengo uno tra i più preparati e combattivi oggi in Italia. La diffusione avviene attraverso il web, siamo alla ricerca di distributori che nel nostro caso potrebbero essere delle testate giornalistiche.

Che opinione ti sei fatto delle “primavere” arabe? E di quella tunisina?
Il concetto di “primavera” è europeo, in Tunisia non esiste, lo abbiamo ripreso anche nel titolo della nostra opera proprio per ridare questa distanza. L’informazione “occidentale” ha incasellato in una stagione dell’anno un movimento che si forma, si muove, e agisce in vari modi, nei vari Stati arabi, da anni ormai. Per molti europei dunque la “primavera” è passata, ma non è così, in Tunisia ma anche in altri Stati, continuano le manifestazioni e le rivolte anche contro i nuovi governi eletti “democraticamente”.

Che ne pensano gli esiliati o i rifugiati? 
Ognuno ti lascia il suo punto di vista, così come ognuno fugge per motivi diversi. Abbiamo incontrato chi scappa perché vicino al governo Ben Ali e chi, al contrario, scappa perché ha partecipato attivamente alle rivolte. A questa domanda dunque non posso risponderti con esattezza, forse andando avanti con il lavoro riuscirò a farmi un’idea, anche se non credo che questo accadrà.

Qual è la loro meta concreta oggi? 
La meta per molti è Parigi, perché convinti che lì troveranno lavoro, o perché hanno dei parenti che in qualche modo possono aiutarli, ospitarli. Molti si perdono, dormono in luoghi di fortuna, la maggior parte sta molto male. In Italia invece, un anno fa, nessuno o quasi aveva intenzione di fermarsi, volevano tutti andare in Francia, ho saputo di tanti italiani che hanno aiutato i migranti a fuggire.

Qual è la loro speranza per il futuro? 
Avere dei documenti, essere in regola è l’obiettivo. Avere un lavoro naturalmente. Molti però non vogliono restare in Francia, ma tornare in Tunisia, nella propria terra. Ed è anche per questo che dopo Parigi (al momento l’ultima parte del teaser che proponiamo nel sito) vogliamo raggiungere la Tunisia. Per incontrare quelli che sono tornati, o per conoscere i parenti e gli amici di coloro che sono scappati.

Cosa deve fare chi vuole sostenere l’iniziativa e come può collaborare (più o meno direttamente)?
Ripeto il link, qui si potrà trovare la descrizione dell’opera e prenotare le proprie quote. Ci tengo a sottolineare che quest’opera, che la gente può aiutarci a produrre, sarà aperta a tutti, gratuitamente, potenzialmente visionabile da milioni di persone. Quindi i co-produttori non riceveranno un DVD, non “acquisteranno” nessun oggetto materiale, ma andranno a sostenere un’opera che si dà liberamente. Inoltre l’archivio permetterà di moltiplicare i punti di vista (che non saranno “solo” quelli degli autori del progetto), sarà un lavoro partecipato, collettivo, che andrà ad approfondire tante questioni, ma anche un’opera poetica, soggettiva e di ricerca.

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Co-produci su Produzioni dal BassoPer maggiori info sulla PDB

Progetto documentario Le Printemps en exil

Riproduco volentieri una convocazione e invito a collaborare al progetto “primavera in esilio”, Le Printemps en exil: un documentario multimediale prodotto dal basso sulla realtà dei tunisini esiliati dopo la “primavera araba”. Visitate il link. Qui di seguito alcune info.

Con frameOFF, gruppo aperto per la ricerca nel cinema e nella fotografia, stiamo lanciando una nuova produzione dal basso!

“Le Printemps en exil” – la primavera in esilio – sarà un documentario multimediale, un web-doc realizzato tra la Tunisia, l’Italia e la Francia, che intreccerà su due livelli, narrativo e d’archivio, storie di tunisini esiliati in seguito alle rivolte e alla caduta di Ben Ali.

Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia.

Ed è per questo che stiamo dando vita a una produzione dal basso internazionale, per raggiungere la Tunisia, per incontrare i conoscenti e le persone care a coloro che sono partiti o scappati, o di cui non si ha più notizia; quelli che sono rimasti o quelli che, finito l’incubo europeo, sono ritornati a casa..

Vi invitiamo ad aderire alla campagna di produzione, a far parte dei 2000 sostenitori, e a diffondere come meglio potete questa e-mail e i link attraverso i vostri spazi web o quelli di amici. In allegato trovate il press-kit che contiene il testo del progetto e i banner necessari per aiutarci a sostenere questa produzione dal basso.

A Parigi il Centro Nazionale di Cinematografia ha creduto nel progetto dando un piccolo supporto economico per lo sviluppo, anche grazie a House on Fire, società francese, che co-produce quest’opera multimediale. In Italia invece continuiamo ad affidarci al sostegno della gente, di tutti voi!

Vi aspettiamo!!

frameOFF, 17.04.2012

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Per maggiori info sulla PDB

Qui trovate il progetto in italianoinglesearabospagnolo: inviatelo a tutti coloro che possono essere interessati a partecipare allo sviluppo e alla co-produzione di quest’opera, aiutateci a diffonderlo!!

Per partecipare al web-doc e per maggiori info: info@leprintempsenexil.org

Documentario francese su Cesare Battisti

Cesare Battisti au Brésil (Film) por Melting_Pot_Production

Cesare Battisti au Brésil (Film) por Melting_Pot_Production

Per gli interessati ad approfondire…Documentario poco conosciuto in Italia (e in generale), realizzato prima della liberazione di Cesare Battisti per decisione dell’ex presidente del Brasile Ignacio Lula da Silva nell’ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre 2010.
Cesare Battisti dans la prison de Papuda à Brasilia, Brésil, interview exclusive à Melissa Monteiro et Jérôme da Silva, Melting-Pot Production, Arte Reportage, 2009.

Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio LorussoSu Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte  II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.

Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.

Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.

L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.

Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.

Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.

L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.

Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.

Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.

Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.
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La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.

Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.

Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.

La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.

Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:

Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1pol

La Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2pol

Circo mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1edi

Suprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol