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Santa Muerte + Macerie di Haiti @Macao (Milano, 9 giugno)

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L’AMERICA LATINA IN 2 LIBRI:

9 GIUGNO 2013 – ORE 19-20.45 – VIA MOLISE 68 MILANO

FABRIZIO LORUSSO (AUTORE) – COLLETTIVO MACAO MILANO – FILIPPO CASACCIA (CARMILLA & LE IENE) PRESENTANO:

SANTA MUERTE PATRONA DELL’UMANITA’ (di Fabrizio Lorusso) + LE MACERIE DI HAITI (di F.L. e Romina Vinci)

Evento su Facebook

Evento dal sito web Macao e più info sui libri

lemaceriedihaiti Puntodincontro

Vi invito alla presentazione di due libri. Uno è sul culto alla Santa Muerte, santa popolare messicana ormai globale, e l’altro è sul lavoro a 4 mani con la giornalista Romina Vinci, un reportage-diario scritto tra le macerie di Haiti dopo il terremoto del 2010 e dopo l’emergenza colera del 2011. I proventi del libro vanno all’associazione haitiana per la difesa dei diritti umani AUMOHD. @FabrizioLorusso

Prossimi appuntamenti con Santa Muerte Patrona dell’Umanità (aggiornamenti a questo link):

Mercoledì 12 giugno – Ore 19 – Evento su Facebook LINK

Come e dove?                     Firenze, LibreriaCafè La Citè – Borgo San Frediano 20, (Fi)

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona dell’Umanità

Con chi?                                Con l’autore e Giulio Pedani dalla Citè

E sul Web?                           http://www.lacitelibreria.info/

Giovedì 27 giugno – Ore 20

Come e dove?                     Padova, Festival Sherwood – Park Nord Stadio Euganeo Viale Nereo Rocco – Padova

Che cosa?                             Santa Muerte. Patrona dell’Umanità

Con chi?                                Con l’autore e Marco Maschietto – Sherwood Web TV

E sul Web?                           http://webtv.sherwood.it/

Sabato 29 giugno – Ore 17

Come e dove?                     Seregno (MB), Libreria “Un mondo di libri” Corso del Popolo 54/56 (Interno della Corte del Borghesan)

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona + Le macerie di Haiti

Con chi?                                Con l’autore e Antonio Zappa

E sul Web?                           http://www.monlibri.com/

Domenica 30 giugno – Ore 17.30 / 19.30

Come e dove?                     Novate Milanese (MI), Casa del Popolo – Circolo Steve Biko Rif. Comunista – Via Garibaldi, 11

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona + Le macerie di Haiti

Con chi?                                Con l’autore e Nino Demeo dal Circolo S. B. Rif. Com.

E sul Web?                           http://rifondazionenovate.it/

Domenica 30 giugno – Ore 20

Come e dove?                     Seregno, Arci-Circolo culturale Malasangre – Via Milano, 8 – Seregno (MB)

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona dell’Umanità + Concerto della rock band “Santa Muerte”

Con chi?                                 Con l’autore e il gruppo “Santa Muerte”

E sul Web?                           http://www.facebook.com/casamalasangre

Prossime presentazioni de Le Macerie di Haiti:

Sabato 29 giugno – Ore 17

Come e dove?                     Seregno (MB), Libreria “Un mondo di libri” Corso del      Popolo 54/56 (Interno della Corte del Borghesan)

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona + Le macerie di Haiti

Con chi?                                 Con l’autore e Antonio Zappa

E sul Web?                           http://www.monlibri.com/

Domenica 30 giugno – Ore 17.30 / 19.30

Come e dove?                     Novate Milanese (MI), Casa del Popolo – Circolo Steve Biko Rif. Comunista – Via Garibaldi, 11

Che cosa?                             Santa Muerte Patrona + Le macerie di Haiti

Con chi?                                Con l’autore e Nino Demeo dal Circolo S. B. Rif. Com.

E sul Web?                           http://rifondazionenovate.it/

Blog Santa Muerte: S.M. Patrona dell’Umanità

Su Haiti: LamericaLatina.Net

Santa Macao

Infine il Book Trailer Santissima Muerte by Nomadica.

Polizia vs Studenti @Statale_di_Milano

Sgomberi, polizia, spazi sociali, autonomie e studenti: ecco un breve video dello sgombero dell’Ex-Cuem alla Statale di Milano per renderci conto (se non lo visualizzi, clicca qui). Segui qui su twitter. Iniziative da stasera in poi. Mentre anche in Messico, dove la polizia e le autorità in genere non sono certo note per benevolenza e capacità (o volontà) di dialogare, due grossi conflitti, che hanno coinvolto l’università, gli studenti e le autorità della capitale e quelle federali, sono rientrati in maniera abbastanza civile, in Italia il dialogo muore e gli spazi di libertà spariscono. Il conflitto della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), che ha coinvolto la rettrice, i docenti, gli studenti e il sindaco di Città del Messico a più riprese, e quello recente degli studenti superiori che avevano occupato la rettoria dell’ateneo più grande dell’America Latina (la UNAM) hanno avuto soluzioni soddisfacenti per le parti coinvolte (non al 100%, chiaro, ma gli accordi politicamente stanno reggendo o hanno favorito uno sbocco ragionevole). Altri conflitti nazionali sono invece di più difficile risoluzione (per esempio quello sulla riforma educativa e i docenti degli stati più poveri) e non dubito (e non lo auspico chiaramente) che, prima o poi, l’anima dura degli apparati statali si rifarà sentire. Gli esempi qui sopra (e non entro nei dettagli) servono solo a capire che con repressione e testardaggine, a mio modesto parere, non si risolve nulla (e sembra pure una gran banalità, ma credo sia meglio ripeterlo, soprattutto ai detentori di forza, potere, rettorati e ufficialità varie).

Ma torniamo in Italia, a Milano, dove presto tornerò per passare l’estate e dove troverò un’aria, come dire, repressa, e anche un po’ depressa. E se poi troverò anche la polizia in università e, stiamo a posto. Intanto lo spazio della libreria è stato rioccupato dagli studenti (link).

Infine qualche fatto. Riporto da GlobalLa libreria Ex-Cuem esiste da diverso tempo in Università Statale. Uno spazio occupato, lasciato vuoto per tanto tempo e tornato a vivere grazie all’impegno di diversi gruppi di studenti universitari che l’hanno riaperto e reso vivo. L’Ex-Cuem è già stata sgomberata a più riprese e ogni volta il progetto ha ripreso vita nuovamente, a testimonianza di una forza e di un radicamento che evidentemente nessuno può derubricare come marginali. Nel corso del fine settimana nuovamente questo spazio è stato chiuso, ma non solo: ogni struttura presente all’interno è stata divelta, smantellata, distrutta. Lo spazio che era usato e vivo grazie ai collettivi che l’occupavano è stato reso inagibile e vuoto dal Rettore. 

Ex cuem Sgombero

Festival Slam X 2012 – Reading & Performance @Conchetta_Milano

SLAM X 2012

strappare rivoluzione con i denti
rivoluzione è scrivere tempesta

Venerdì 16 e sabato 17 novembre 2012, nel c.s.o.a. Cox 18 (via Conchetta 18, Milano) avrà luogo la quarta edizione di Slam X, il festival di reading e performance organizzato da Agenzia X con la partecipazione di numerosi scrittori, musicisti e artisti che rappresentano stili, sensibilità e opinioni differenti, ma pronti a salire sul palco per leggere testi, alcuni musicati altri figurati, che richiamano a un’idea critica della società contemporanea.

Il 2012 si sta chiudendo in maniera molto diversa rispetto a ciò che l’anno precedente aveva prospettato. Sfogliando gli eventi e le pubblicazioni degli ultimi mesi si nota una sorta di palude stantia e maleodorante. Non succede niente, non si muove nulla e dal punto di vista creativo l’encefalogramma è sostanzialmente piatto. Qui in Italia è ancora peggio. Per esempio in campo editoriale, nonostante si senta e si pronunci la parola crisi più volte al giorno, la maggior parte della narrativa di oggi parla di personaggi che non hanno nessuna preoccupazione finanziaria, nessun conto in rosso, niente debiti. È credibile tutto ciò? E anche se molti si sono stufati di leggere noiose saghe autoerotiche dei rampolli delle famiglie bene o le vicende di un maresciallo in crisi che va dall’analista, sembrano non esserci alternative plausibili e nessuno che si azzardi ad alzare la voce. Inutile far notare che negli stessi giorni in cui a Lisbona, Madrid e Atene le piazze s’infuocavano, nel nostro paese le uniche masse visibili erano quelle che compravano il nuovo iPhone. Siccome siamo usciti da un tunnel senza aria, ci accontentiamo di essere finiti dentro una fogna con gli escrementi che lambiscono le narici. “Almeno respiriamo…” No! Qui non si respira affatto e non basta un sindaco che benedice le festicciole dei quartieri in periferia se poi gli appartamenti delle case popolari rimangono sbarrati da lastre di ferro saldate. Non bastano le rassicurazioni del tipo: tanto peggio di prima non può andare, se non c’è nessuno che propone una rottura definitiva e culturale con la tragedia che crediamo di esserci lasciati alle spalle.

Slam X quest’anno verrà presentata in due serate. (Scarica slamX_2012)

La prima, venerdì 16 novembre, in cui sono stati chiamati a intervenire alcuni amici della scena rap sperimentale, cosciente e impegnata, è dedicata al nostro compagno Alberto Dubito, scomparso lo scorso aprile all’età di soli 20 anni. La seconda sabato 17 novembre con scrittori, musicisti, performer e illustratori.

Venerdì 16 novembre

dalle 22.00 in Cox 18

Rivoluzione è scrivere tempesta

Alberto Dubito (Treviso, 1991-2012) è stato poeta, musicista, attivista e fotografo dal talento precoce e sorprendente, capace di spaziare con grande eclettismo tra le forme espressive. Agenzia X, con cui collaborava, ha appena pubblicato la raccolta dei suoi scritti Erravamo giovani stranieri, e proprio nei giorni di Slam X sarà disponibile il disco La frustrazione del lunedì (e altre storie delle periferie arrugginite) dei Disturbati dalla CUiete, duo hip hop sperimentale di cui Alberto era voce e autore. Il titolo della serata è infatti ispirato a uno dei suoi testi, sempre ricchi di potenziale immaginifico, rabbia e desiderio d’azione; ma anche di profonda e costante riflessione. Il suo sguardo filtra le verità precostituite attraverso il Dubbio che mette in discussione le certezze acquisite ed è pronto a percorrere nuove strade, senza dimenticare il gusto genuino per l’ironia e il gioco spericolato con le sillabe e le sonorità delle parole. Per omaggiare la sua opera in questa serata sul palco si alterneranno rapper, poeti performativi e scrittori; sarà possibile ascoltare le canzoni dei Disturbati dalla CUiete e guardare una selezione di videoclip musicali, live e di performance di Alberto in occasione di vari poetry slam.
Un appuntamento fondamentale per approfondire il rapporto tra attività artistica, talento, ricerca e azione. Un rapporto che per le giovani generazioni è cruciale in questi tempi apparentemente privi di prospettive: la strada della creatività, se perseguita in modo radicale e collettivo, è un mezzo formidabile per provare a immaginare futuri possibili, per non perdersi nel lago della rassegnata apatia dominante.

La pagina di Erravamo giovani stranieri

Sabato 17 novembre

dalle 21.00 alle 3.00 in Cox 18

Strappare rivoluzione con i denti

Strappare con i denti, lo stomaco e i nervi un’idea di un mondo più egualitario, strappare fisicamente da noi stessi una creatività solidale in grado di rompere l’accerchiamento dell’immobilismo e di spezzare l’ipocrisia del moltiplicatore d’ego artistico. Rivoluzionare il proprio ruolo nella piramide della gerarchia stellare dello showbiz, significa percorrere controcorrente il flusso dei mediocri, spaventati o rampanti che siano. Prestare servizio a ciò che ribolle nel corpo sociale, mettersi in gioco ascoltando i tumulti di chi sta peggio di noi e infine formulare sintesi capaci di smuovere le acque torbide nelle quali stentiamo a riconoscerci.

Sabato 17 novembre, si presenteranno testi, musiche, disegni e performance in rapida alternanza: gli autori saliranno sul palco mischiandosi tra esordienti, veterani e il pubblico stesso a cui si richiederà una partecipazione attiva. Una miscela di frammenti narrativi, collage sonori, brevi pièce teatrali e immagini a scansione rapida in un clima frenetico ed eccitato. Accelerazioni e rallentamenti, drammi e ilarità, uno stop & go senza tregua per strappare via con i denti la sconsolante assuefazione alla sudditanza e al pensiero flebile.

In Cox 18 non ci sono camerini o spazi riservati.

Marco Philopat e Andrea Scarabelli
per Agenzia X

Diabolico Tango

 

Pubblico volentieri la prefazione scritta da Giuseppe Langella al primo romanzo “argentino e milanese” della giornalista Bruna Bianchi, Diabolico Tango, di Eclissi editrice, appena uscito fresco fresco.

Diabolico tango ha la classica struttura del romanzo poliziesco: è stato commesso un delitto, bisogna trovare il colpevole. L’autrice, da questo punto di vista, è più che attrezzata, avendo accumulato, in lunghi anni di attività giornalistica in cronaca nera, una notevole esperienza sul campo. Leggere per credere: la macchina narrativa funziona a meraviglia, come un congegno a orologeria, sempre più avvincente via via che gli indizi si accumulano e i nodi, uno a uno, vengono al pettine. Con ciò, sarebbe riduttivo, se non inesatto, costringere questo romanzo nella camicia di forza del ‘giallo’. Segnalo, per cominciare, almeno un paio di anomalie. La prima: la vittima non è né ricca, né potente, né in vista, né giovane, né avvenente, né malvagia, né pettegola, né finita in giri loschi; chi mai può aver avuto motivo di ucciderla? In altri termini, ci troviamo di fronte a un movente non contemplato dalla casistica del genere, a un delitto che non ha nulla da spartire con le cause banalmente utilitarie che stanno per solito alla base di un giallo.

Eppure, le leve profonde che spingono l’omicida a macchiarsi di un crimine orrendo sono terribilmente verisimili, al pari di tanti fatti di cronaca che ci lasciano sgomenti. La rappresentazione del male, in questo libro, tocca gli archetipi dell’atrocità e del dolore. La vicenda narrata ha il respiro della tragedia antica. E forse, per dare un degno antenato al cieco rancore che arma la mano assassina, non sarebbe improprio evocare il precedente biblico di Caino.

A condurre le indagini, in parallelo alla polizia, è un giornalista irlandese. Sarà lui a scoprire la verità, dove l’ispettore fallisce girandole attorno, seguendo piste sbagliate e brancolando sostanzialmente nel buio. Fin qui, nulla di strano: i precedenti si contano a decine. Ma al giovane Tom manca del tutto le physique du rôle: è un personaggio irrisolto, che conduce una vita abbastanza vuota e precaria, con una storia dolorosa alle spalle da cui non riesce a liberarsi: sta qui la seconda anomalia del romanzo rispetto alla letteratura di genere. Peraltro, sarà proprio occupandosi del caso, che egli riuscirà, rimanendo coinvolto in un sottile gioco psicologico di proiezioni e di specchi, a rimarginare la sua ferita non chiusa. In questo senso, si potrebbe perfino parlare, con riguardo al protagonista, di ‘romanzo di formazione’.

Non sembri, anzi, un paradosso: nel profilo in controluce del personaggio, dove la fragilità esistenziale va a sommarsi alla debolezza oggettiva di condurre la sua inchiesta al di fuori di qualsiasi investitura istituzionale, risiede uno dei maggiori punti di forza del romanzo. Tom riesce a guadagnarsi doppiamente la simpatia del lettore, perché, senza essere un uomo eccezionale, interpreta con la massima serietà il suo mestiere di giornalista, consacrandosi totalmente alla ricerca spassionata della verità e tuttavia con sommo rispetto per l’umanità implicata, per quella turpe non meno che per quella buona e benefica: è, insomma, un individuo pulito e coscienzioso, con una sua indiscutibile rettitudine, cui alla fine si vorrebbe almeno tributare l’omaggio di una civica medaglia, se non conferire il titolo di eroe, in tempi che eroici non sono.

Ma dentro lo schema investigativo di Diabolico tango si agita, poi, ben altro: tanti fili che si dipanano, apparentemente lontani, negli anni e nello spazio, e slegati tra loro, e che invece risulteranno mirabilmente intrecciati; tante persone che si portano dentro, da tempo immemorabile, il peso di segreti inconfessati e di sensi di colpa; e sulle loro piaghe purulente, l’incalzare della storia e della sua violenza sanguinaria: dalla seconda guerra mondiale, col bombardamento, in particolare, di Gorla, che seminò molte vittime tra la popolazione civile; alla lotta, senza esclusione di colpi, di infami sevizie, di atti dimostrativi e di squallide vendette, tra milizie fasciste e bande partigiane; alla feroce dittatura militare in Argentina, estrema propaggine, nell’altro emisfero, della vasta tela ordita dalla scrittrice. ‘Romanzo storico’, dunque? Anche, secondo la linea maestra che da Manzoni discende fino alla Morante, nel segno dei grandi eventi collettivi che si abbattono sulla vita di ciascuno. La storia entra nel cuore stesso dei drammi umani che affiorano grazie alle ricerche di Tom; non di rado, anzi, quale causa scatenante del male, e del dolore che ne deriva: immedicabile, se non riesce a imboccare la catarsi del perdono, e implacabilmente assetato di vendetta, finché non trova, anche a distanza di decenni, un capro espiatorio (vittima innocente, senza macchia, secondo la miglior tradizione) su cui sfogarsi.

Se, tuttavia, il movente remoto dell’intreccio va cercato tra le pieghe e nei risentimenti della storia, c’è qualcosa di più torbido e opaco che urge nei personaggi di questo romanzo, un grumo di impulsi, cogenti quanto difficili da razionalizzare, che il titolo emblematicamente racchiude nella grande metafora del tango. Non è per una coincidenza fortuita che le indagini prendono il via da una milonga, dove la vittima è stata notata poche ore prima di essere uccisa: quel locale si rivelerà, al contrario, il crocevia del giallo, frequentato com’è, oltre che dalla povera sventurata, da quasi tutti i principali attori del crimine, assassino e indiziati, e perfino da Tom, il giornalista detective, che vi prende lezioni, anche lui affascinato dal ballo argentino.

Ma soprattutto è l’intensità con la quale l’autrice descrive i movimenti e le figure, l’arte e i rapimenti, del tango, a confermare la valenza altamente simbolica che esso riveste nell’economia complessiva del romanzo: chi s’intende di tango sa, infatti, che in questo ballo la nostalgia di una condizione edenica irrimediabilmente perduta s’incrocia con le due pulsioni primarie del nostro inconscio, l’istinto di vita e l’istinto di morte, in un vortice ambiguo di attrazione e repulsione, di seduzione e dominio, di invito e sfida tra uomo e donna, in cui convergono e fanno ingorgo la mancanza dell’altro e la lotta atavica tra i sessi, il desiderio (platonico e junghiano) della totalità e l’affermazione, di segno opposto, per scissione e contrasto, della propria personalità. Irresistibile e letale, il tango si carica, quindi, di risvolti particolarmente inquietanti (‘diabolici’), trasformandosi in una sorta di danza macabra, dove si balla, senza saperlo, avvinghiati alla morte e ai suoi sicari. Non solo l’incomprensibile omicidio che innesca le indagini, ma tutto l’insieme delle vicende che ne costituiscono il lontano antefatto, tra Italia e Argentina, sono riconducibili al groviglio di forze cieche e spasmodiche evocato e sublimato dal tango.

Il giallo, nel caso specifico, nasce dall’ombra, dal lato oscuro che tutti i personaggi si portano dentro. L’inchiesta, allora, dovrà far luce precisamente su questo pozzo limaccioso, su questo viluppo freudiano di eros e thanatos. Tra le maglie, o meglio, tra le smagliature dei fatti si dipana, perciò, sottotraccia, un ‘romanzo psicanalitico’, di cui il tango è insieme il simbolo, il sintomo e la chiave. E se la posta in palio di tutte le relazioni umane è, da ultimo, per ognuno, la scoperta della propria identità, incompiuta, offesa o negata che sia, allora non è senza significato il sapiente inserimento, nel romanzo, del tema del ‘doppio’, di cui in questa sede si può dire soltanto, per non svelare in anticipo la trama, che rappresenta anzi il cardine nevralgico di tutta la vicenda. Da Carmilla!

(Giusppe Langella è Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

 

Diabolico Tango (il libro)

L’attesa del tango. Tra due giorni esce il libro di Bruna Bianchi, giornalista e scrittrice che racconta il mistero. Anni di gestazione, tra Milano e Buenos Aires. Un po’ di giallo e qualche pennellata di noir, un po’ d’Argentina, il tango, la guerra, la dittatura, Porta Romana, i navigli e le milongas in un libro. Cos’è una milonga? Un ballo? Un incontro, una festa? Non è propriamente un tango, ma può imparentarsi con quel genere. Guarda i video sotto e ascoltane un paio in versione tradizionale ed elettronica. Il resto sta nel Diabolico Tango. Vediamo.

Una donna è stata vista in una milonga di Porta Romana, a Milano. All’alba del giorno dopo, il suo cadavere viene ritrovato nell’androne di casa sua con una ferita mortale nella tempia. Un giornalista indaga sull’omicidio e subito scopre che quella donna risulta morta sotto i bombardamenti della scuola elementare di Gorla del 1944. Il viaggio per scoprire la verità e l’assassino incominciano dal tango, portano in Argentina e ritornano a Milano, nella stessa milonga. L’omicidio a Milano dà l’avvio a un’indagine a ritroso nel tempo, quello lontano della seconda guerra mondiale e quello più vicino della feroce dittatura militare argentina. Uno strano caso, alla soluzione del quale si appassiona un giornalista. Attraverso l’amore per il tango e per un’insegnante argentina, egli arriverà a provare quel desiderio di verità che manca al distaccato e arrogante ispettore di polizia. Sullo sfondo, l’Argentina carica di dolore e di nostalgia. Misteri e inganni per compiere atti di bontà si mescolano a misteri e inganni per compierne altri di profonda crudeltà. I personaggi sono lacerati da drammi personali e spesso inconsapevoli di essere parte di una storia collettiva. Saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza, nessuno escluso.

Dedicato ai piccoli martiri della scuola elementare F.Crispi di Gorla e agli italiani immigrati in Argentina.

Il giallo di Bruna Bianchi “Diabolico tango”, edito da Eclissi,  sarà nelle librerie il 15 ottobre. Acquistabile anche on line dal sito www.eclissieditrice.com

Milonga Sentimental versione tango elettronico del gruppo Otros Aires. Ma a questo LINK una versione più “classica” di Carlos Gardel.

Bruna Bianchi è giornalista. Ha seguito i casi di Cogne, Garlasco, le Bestie di Satana, l’omicidio di Lloret de Mar, la scomparsa degli otto italiani a Los Roques e numerosi altri. Balla tango dal 2000 e, sul tango e l’Argentina, ha scritto numerosi articoli. Questo è il suo primo libro. Questo è il suo Blog.

Travel Songs I: Caetano Veloso – Não Enche + Os Argonautas

Per non scordare alcune canzoni di questa mia breve tappa europea, estiva e berlinese, ventosa, umida, fiorentina e milanese allo stesso tempo, appunto qui alcuni video in qualche post che fa sempre bene e comincio con l’allegria di Caetano Veloso – Não Enche

Me larga, não enche
Você não entende nada
E eu não vou te fazer entender…

Me encara, de frente
É que você nunca quis ver
Não vai querer, nem vai ver
Meu lado, meu jeito
O que eu herdei de minha gente
Eu nunca posso perder
Me larga, não enche
Me deixa viver, me deixa viver
Me deixa viver, me deixa viver…

Cuidado, oxente!
Está no meu querer
Poder fazer você desabar
Do salto, nem tente
Manter as coisas como estão
Porque não dá, não vai dá…

Quadrada! Demente!
A melodia do meu samba
Põe você no lugar
Me larga, não enche
Me deixa cantar, me deixa cantar
Me deixa cantar, me deixa cantar…

Eu vou
Clarificar
A minha voz
Gritando
Nada, mais de nós!
Mando meu bando anunciar
Vou me livrar de você…

Harpia! Aranha!
Sabedoria de rapina
E de enredar, de enredar
Perua! Piranha!
Minha energia é que
Mantém você suspensa no ar
Prá rua! se manda!
Sai do meu sangue
Sanguessuga
Que só sabe sugar
Pirata! Malandra!
Me deixa gozar, me deixa gozar
Me deixa gozar, me deixa gozar…

Vagaba! Vampira!
O velho esquema desmorona
Desta vez prá valer
Tarada! Mesquinha!
Pensa que é a dona
E eu lhe pergunto
Quem lhe deu tanto axé?
À-toa! Vadia!
Começa uma outra história
Aqui na luz deste dia “D”
Na boa, na minha
Eu vou viver dez
Eu vou viver cem
Eu vou vou viver mil
Eu vou viver sem você…(2x)

Eu vou viver sem você
Na luz desse dia “D”
Eu vou viver sem você…

 

Emotivamente irresistibile, poeticamente indiscutibile! Os Argonautas – Caetano Veloso

O Barco!
Meu coração não aguenta
Tanta tormenta, alegria
Meu coração não contenta
O dia, o marco, meu coração
O porto, não!…

Navegar é preciso
Viver não é preciso…(2x)

O Barco!
Noite no teu, tão bonito
Sorriso solto perdido
Horizonte, madrugada
O riso, o arco da madrugada
O porto, nada!…

Navegar é preciso
Viver não é preciso (2x)

O Barco!
O automóvel brilhante
O trilho solto, o barulho
Do meu dente em tua veia
O sangue, o charco, barulho lento
O porto, silêncio!…

Navegar é preciso
Viver não é preciso…(6x)

 

 

 

Il Romanzo di Una Strage di Marco Tullio Giordana

Riprendo questa critica da Carmilla sul nuovo film di Marco Tullio Giordana “Il romanzo di una strage”: “Il romanzo di una strage”: un film ammiccante, menzognero, pavido, vigliacco, politicamente corretto, cialtrone di Girolamo De Michele – Il romanzo di una strage è, in prima battuta, un titolo ammiccante. Pasolini, Il romanzo delle stragi, io so ma non ho le prove: avete presente? Quella roba lì. Quella roba che nel film non c’è. Detto fuori dai denti: cominciano a svenderli a 3×2, i pasoliniani de noantri che si riempiono la bocca col coraggio della verità, il dovere della verità, la religione della verità fino all’estremo, e poi continuano a ruzzolare e razzolare come e peggio di prima. Il modo peggiore di uccidere una seconda o terza volta Pasolini è quello di usarlo come specchietto per le allodole: e Giordana, dopo aver girato un film su Pasolini nel quale, com’era suo dovere di intellettuale, lasciava intendere altri scenari e altri finali al di là di quelli giudiziari ufficiali, tradisce se stesso, il suo mentore e il pubblico con un film nel quale non si arriva neanche alle verità giudiziarie, figurarsi spingere lo sguardo un filo più in là.

Il romanzo di una strage è, quindi, un titolo menzognero. Perché “romanzo” dovrebbe alludere a un’opera di fantasia che non replica il reale, ma lo arricchisce attraverso una grammatica delle immagini che sopravanza quella grammatica delle parole che ripete il mondo. E in tal modo rende possibile dire ciò che la parola non può dire: la potenza della fantasia, si direbbe nella lingua di Dante. Ricorda Goffredo Fofi che il cinema italiano fu capace, all’indomani di dittatura e guerra, di opere che raccontarono ciò che ancora non si aveva la forza di dire. A l’alta fantasia qui mancò possa, si potrebbe dire: ma ciò ch’è certo è che qui s’è parsa la sua (di Giordana) nobilitade.

corrierepinelli.jpgIl romanzo di una strage è, dunque, un film pavido. Che non ha il coraggio di dire che non segmenti marginali o laterali dello Stato, ma lo Stato in quanto tale, o se si preferisce l’altra faccia dello Stato, il doppio Stato, pianificò e attuò coscientemente la strategia della tensione, delle stragi, dei depistaggi, al fine di “destabilizzare per stabilizzare”. A mettere la bomba (la “seconda”, quella “vera”) sono stati figuri di secondo o terzo piano, esaltati e manovrati da soggetti stranieri, o al massimo dei “servizi” – espressione buona per indicare tutti e nessuno. Non c’entra la Democrazia Cristiana, non c’entrano i padroni (neanche quelli che, tra una sambuca e un motorino, finanziavano lo stragismo), non c’entrano Guida e Allegra, non c’entra neanche Junio Valerio Borghese, e alla fine probabilmente nemmeno Umberto D’Amato. Al massimo i colonnelli greci, che tanto non ci sono più. Tutto qui, quel che c’è da sapere? Ne sapevamo di più non dico dalle contro-inchieste – a partire da La strage di Stato [qui] –, ma dal memoriale di Moro. Non c’era bisogno di Cattleya, di un cast sontuoso (e in buona parte meritorio), del pacchetto Giordana-Petraglia-Rulli. O forse sì, c’era proprio bisogno di loro. Perché, lo spiego tra breve

Il romanzo di una strage è un film vigliacco: ma appena un filino. Giusto un pelo, un pelino di vigliaccheria: ma pelo di cinghiale, spesso e duro. Debole coi deboli, indulgente coi potenti: piuttosto li si fa passare per coglioni (Rumor), sant’uomini cascati dal pero (Moro), iracondi poco ragionevoli (Saragat), stronzi (Guida e Allegra), ma colpevoli e complici mai. Valpreda (come in generale gli anarchici tutti, e anche Feltrinelli) è raffigurato come un esaltato, uno che ha tanti di quei lati oscuri da aver potuto davvero metterla, la bomba (quella “finta”). E per rafforzare questo quadro – tanto Pietro non può più difendersi, e di parenti che si battono per la sua memoria non ne sono rimasti, e anche se fossero nessuno dirige un giornale – il Valpreda del film, come il mostro della “macchina del terrore” che vollero fosse – fa su e giù da Milano a Roma, da Roma a Milano, poi di nuovo a Roma con la vecchia 500… Poco importa che in questi 40 anni Carla Fracci abbia confermato che Valpreda era a Roma per un provino alla RAI, dove si incontrarono e si salutarono (e le pressioni da lei ricevute per tacerlo); poco importa che Valpreda nei giorni dopo la strage era a letto col febbrone: «l’accusa voleva un Valpreda completamente fuori di senno che porta la bomba (in taxi), si costruisce un alibi milanese (a casa sua), si precipita a Roma (mostrandosi in pubblico), infine ritorna a Milano (per dare nuova conferma all’alibi milanese) e, veramente diabolico, si presenta al giudice Amati». Sono parole, queste, di Marco Nozza, Il pistarolo, Saggiatore, 2011, p. 45: libro che Giordana dichiara di aver letto. E Nozza è anche presente nel film – uno dei pochi meriti di questa pellicola, è di rendere onore ai “pistaroli” – Nozza, Cederna, Stajano, Palumbo. Ma è un onore anch’esso un po’ vigliacco: ogni volta che c’è da dire qualcosa di scomodo – l’agente Annaruma non è stato assassinato dai manifestanti, Pinelli aveva ambedue le scarpe ai piedi, cose così – è sempre la voce di un giornalista che lo dice: Fotopatacca.jpgmai una telecamera che inquadra, mai il film che mostra, figurarsi se Giordana ha il coraggio di dirvi cos’è davvero successo al Pinelli, quella sera che a Milano era caldo. Dietro al dito dei pistaroli gli autori del film si nascondono, metti mai che arrivi una querela… Basterebbe mostrare la foto del cosiddetto “riconoscimento” di Valpreda, lui scarmigliato e insonne in mezzo a quattro agenti vestiti da manichini Facis: ma così è troppo facile, si corre il rischio di dire la verità. E Valitutti, il testimone che NON VIDE uscire Calabresi dalla stanza della defenestrazione [qui la sua testimonianza]? Cucchiarelli, nel suo Il segreto di piazza Fontana, fa fare a Pinelli, Calabresi e compagnia il giro dei quattro cantoni della Questura, neanche fossero le stanze di Hogwarts, per trovare un angolo nascosto alla visuale di Valitutti: Giordana lo trasforma in un mezzo scemo che vede Calabresi uscire, poi tace, poi mente. Sapete, gli anarchici…
E Pinelli? Uno schizzetto di fango, ma piccolo, appena appena: il sospetto che le bombe sui treni, l’8 agosto 1969, le abbia messe lui. È vero, verissimo, che alla fine apprendiamo che quelle bombe le misero i fascisti: ma la modalità del prefetto ex machina che verbosamente rivela tutto ha un impatto retorico ben diverso da un sospetto che è stato più volte reiterato nell’azione filmica. Ma forse Giordana, Rulli e Petraglia queste cose da cinematografari non le sanno, faranno un altro mestiere. Resta che Pinelli viene assolto dallo spettatore non perché la trama lo dimostri: perché a rappresentarcelo come un uomo buono ci mette la sua faccia Favino. La responsabilità di mostrare il vero Pino Pinelli, Giordana non se l’è presa: c’era il rischio di far fare una brutta figura al commissario Calabresi. Per la cronaca: Pinelli quelle bombe non poteva averle messe, perché era su un treno partito da dieci minuti quando il treno su cui furono messe arrivò in stazione a Milano. È scritto negli atti (Sofri lo riporta a p. 89 del suo 43 anni), bastava leggerli: Giordana e gli sceneggiatori dicono di averlo fatto, sarà…

funeralipinelli-300x200.jpgIl romanzo di una strage è un film politicamente corretto, che conclude una trilogia iniziato con Maledetti vi amerò e La caduta degli angeli ribelli. Nel mezzo, Rulli e Petraglia ci hanno infilato anche la sceneggiatura di La prima linea. Cos’hanno in comune questi docu-film? Il racconto di un decennio depurato del contesto sociale, delle lotte, delle ragioni del conflitto di classe. A parte qualche corteo e qualche manganellata, del conflitto di classe stesso. Lo spettatore ideale presupposto da Giordana è quell’archetipico cretino che ritorna in Italia in Maledetti vi amerò, ed è riuscito, dal Venezuela (ma dov’era? In cima a una montagna?) a non sapere nulla di quel che era accaduto in Italia: per sapere dell’assassinio di Aldo Moro ha bisogno di un commissario di polizia che gli fa leggere il numero di “Lotta Continua”. Gli spettatori a cui Giordana si rivolge sono così: non sanno nulla, e si fidano ciecamente del nulla che Giordana & C. hanno da dire loro. E quello che Giordana ha da raccontare loro è una storia rassicurante, nella quale i conflitti sociali sono opera di qualche svitato (“Svitol” è per l’appunto il nome del protagonista del suo primo film), di cui forse non sappiamo molto, ma tant’è… «Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione», si chiede Goffredo Fofi: perché è rassicurante sapere che qualcun altro pensa e provvede per noi – sia pure un Aldo Moro santo subito fin dalla prima inquadratura, impersonato da un insopportabile Fabrizio Gifuni con il suo perenne essere-sopra-le-righe, e al quale bisognerebbe dire che non solo non è Gian Maria Volonté, ma neanche Roberto Herlitzka. Più inquietante sarebbe scoprire che il conflitto aveva delle cause, che c’è stato davvero, che ha lasciato delle tracce, degli sconfitti e dei vincitori. Ma questo sarebbe cinema, di quello vero.

Il romanzo di una strage è, infine, un film discretamente cialtrone. Lascia che siano le facce degli attori, e non la trama e la tecnica narrativa, a orientare il pubblico: provate a mettere al posto di Favino e Mastrandrea due facce qualunque, per dire. Che Moro e Calabresi siano da santificare, s’è detto, lo si capisce dalle prime inquadrature: il film comincia nel 1969, ma ciò che è accaduto ai due è retroattivamente già presente nella fisiognomica, e pazienza se Calabresi il vizio di interrogare gli anarchici sulla balaustra della finestra lo aveva anche prima. Per Valpreda no, non c’è retroazione: ha pagato e sofferto come pochi, ma la faccia che resta impressa è quella dell’esaltato del ’69. Stesso discorso per l’espressione da genio malvagio che accomuna Delle Chiaie e Freda: fisiognomica di basso livello davvero. E tra un’inquadratura piatta e una scelta scenica banale (dovrà pur passare in televisione, questa roba), senza mai un piano-sequenza degno di questo nome, un movimento di macchina originale, un’inquadratura particolare, arriviamo al gran finale, con la famosa finestra nella “famosa stanza” inquadrata in secondo piano, in leggera dissolvenza, mentre in primo piano D’Amato spiega a Calabresi che la terra gira attorno al sole, l’erba di una volta era più verde e i neri hanno il ritmo nel sangue. Da un regista come Giordana non si può pretendere che impari, riguardandosi chessò, Deserto rossoProfessione reporter, come Antonioni riusciva a fare di una finestra un’immagine alla Mark Rothko. «Com’è che artisti, intellettuali e professionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai o quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio?», si chiede ancora Fofi: beh, se non sono capaci dei fondamentali del mestiere, la risposta c’è. E la domanda diventa un’altra, che forse è poi la stessa: com’è che questa Italia osanna come intellettuali e artisti gente così?

Su Il romanzo di una strage consigliamo anche la lettura delle recensioni di Jumpinshark [qui], di Christian Raimo [qui] e di Corrado Stajano [qui].

Foto-Expo a Milano: Burlesque Vodoo by Zoe Vincenti

Dopo il video guarda alcune foto direttamente sul sito di ZOE, LINK e poi l’8 marzo all’inaugurazione della mostra!

Segnalo il blog dell’amica fotografa Zoe Vincenti QUI

A photographic journey about the “Retrò” lovers in Italy.
Burlesque performers, gangsters & gentlemen, pin up and Fellinian appearances. A phenomenon that is spreading around the globe. Perhaps the desire to return to the carefree and fabulous 50’s, has fed this “flashback” that continues to grow more and more both between common people than among the upper classes.
This work was done from the end of 2009 to 2010. This is an on going project.
A special thanks to Voodoo de Luxe!

© all rights are reserved to Zoe Vincenti 2010

FOTOGRAFIE DI ZOE VINCENTI
MOSTRA A CURA DI ARIANNA RINALDO

JPG PHOTO FOOD GALLERY

inaugurazione 8 marzo 2012 ore 19:30

In mostra fino al 30 Aprile 2012

 JPEG inaugura la stagione 2012 aprendo con la mostra “Burlesque Voodoo” di Zoe Vincenti. Durante l’inaugurazione avremo il piacere di assistere ad un assaggio dello show di Cleo Viper, tra le più intriganti performer della scena Burlesque europea ed americana! La mostra fotografica, come sempre, è a cura di Arianna Rinaldo.

Da sempre attratta dalle sottoculture, dalle tribù metropolitane e dall’ umanità “non allineata” sono entrata in contatto con il mondo del Neo Retrò e del burlesque proprio nel momento in cui, da movimento underground e di nicchia si è trasformato in fenomeno di massa. Ho conosciuto i ragazzi della Voodoo De Luxe (ora una delle agenzie di Burlesque più famosa in Italia) durante una delle loro prime serate a Milano. Questo incontro mi ha aperto le porte di una realtà molto estesa nel tempo e nello spazio, qui in Italia e non solo. E’ stata  da subito fascinazione, non soltanto per quello che i miei occhi potevano vedere, ma per l’intera aura che avvolgeva ognuno dei personaggi che incontravo di volta in volta. Non c’è solo il burlesque e l’amore per lo stile Retrò, c’è un’ intero stile di vita dietro ad ognuna delle persone che ho conosciuto. Ho cercato di raccontare quanto sia forte la sensazione di essere altrove in questi incontri, di come queste persone vivano come in una realtà parallela a quella contemporanea quando si trovano assieme. La tribù dei Neo Retrò ha il suo mondo, i suoi riti, i suoi codici e in queste immagini ho voluto mostrarne una piccola parte. Questo lavoro nasce negli ultimi mesi del 2009 e si sviluppa lungo tutto il 2010.

Zoe Vincenti nasce a Milano nel 1975, dove attualmente vive e lavora. Si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1996 inizia ad esprimersi con il mezzo fotografico. Il primo approccio con la fotografia è di tipo artistico e i suoi lavori raccontano del rapporto tra sé, i luoghi ed il proprio corpo. Nel 1998 espone al festival Enzimi e successivamente alla Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Roma. Dopo 7 anni in cui viaggia per Italia e Europa come performer in una rock band, nel 2008 torna a lavorare con il mezzo fotografico, questa volta con un approccio più documentaristico collaborando come freelance nell’editoria, discografia e sviluppando progetti personali legati a storie e temi sociali.  Website www.zoevincenti.com

Le sue immagini sono state pubblicate su diversi magazines nazionali ed Internazionali: The Oprah Magazine (Usa), Wirtshafts Woche (De), Tempo(Tr), A/Anna (It),  Wired (IT), Playboy (It), Cosmopolitan (It),Internazionale (It), Riders (It), D Repubblica (It)

Un ringraziamento speciale all’agenzia Voodoo De Luxe senza la quale questo lavoro non sarebbe stato possibile.

In occasione dell’ inaugurazione  JPEG ha il piacere di presentarvi l’incredibile performer:

CLEO VIPER  BURLESQUE PERFOMER      www.cleoviper.com

Performer Burlesque acclamata in tutta Europa, ha studiato nelle più’ prestigiose Scuole di Teatro, prima di trovare la sua dimensione ideale nel mondo fatto di luci, colori e pajettes del Burlesque. Cleo Viper ha uno stile particolarissimo, che richiama il clima dark e noir dei primi decenni del ventesimo secolo, trasportando lo spettatore in un mondo di magia e mistero, che fa riscoprire sensazioni rare e preziose. In particolare nel suo show “il Corvo” Cleo e’ ricoperta da un maestoso costume ricco di piume e perle…rigorosamente in nero, per uno striptease dalle tonalità oscure e tenebrose, dolcemente malinconico. Ne “La Marinaretta” invece, il personaggio viene direttamente dagli scoppiettanti anni anni ’30: una marinaretta maliziosa ed un po’ imbranata, che ricrea il clima di goliardia e bravate tipico delle balere e dei porti piu’ animati del periodo.

* tutte le immagini in mostra sono in vendita. Per maggiori informazioni contattare :   zoevincenti@gmail.com   info@jpeg-milano.it   tel. 02 89 09 22 80  –  JPEG PHOTO FOOD GALLERY        corso Italia , 22 Milano     02 89092280        www.jpeg-milano.it