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Presentación del libro “Ser migrante” de Matteo Dean


Presentación del libro “Ser Migrante” de Matteo Dean, Viernes 17, 19 hrs, Rincón Zapatista DF.

 Compañeras y compañeros

El Rincón Zapatista y la Cafetería Comandanta Ramona
Invitan

A las actividades político culturales de
Febrero
Para todos, todo
Ciclo de cine: Capitalismo y otros cinismosEste Viernes 17 a las 19 hrs a la presentación del libro
Ser Migrante
de Matteo Dean,

Presentan Pablo Rojas de Editorial Sur + y John Washington

El Rincon Zapatista, Zapotecos 7 , Cuauhtemoc, Distrito Federal, México (entre Lucas Alaman y Chimalpopoca – Metros Pino Suárez, Doctores o S. Antonio Abad)

Original post: LINK

La fabbrica dei colpevoli

Fabrizio Lorusso – VicoloCannery.It – In Messico ci sono fabbriche e aziende di ogni tipo: la Cervecera Modelo produce la birra globale Corona e le sue sorelle: Montejo, Pacifico, Vicoria. La Cemex è leader mondiale del cemento, Pemex è la grande e farraginosa compagnia petrolifera nazionale, si assemblano auto di tutte le marche e il settore calzaturiero è fiorente. Ma in questo articolo non volevo parlare di economia quanto di giustizia, legge, polizia, abusi, politica e diritti umani. Volevo farlo spiegando che cos’è la speciale, e tristemente nota in terra azteca, “fabbrica dei colpevoli”: un termine che pochi conoscono e che, la prima volta che l’ho sentito, mi ha ricordato immediatamente la “macchina del fango” di cui parlava Saviano, e non solo lui, riguardo alla realtà italiana dei media e della politica che nel fango ci sguazzano.

Il termine fa il suo effetto, è immediato, rapido come la fabbrica messicana dei capri espiatori, la produzione in serie di rei, confessi e non, torturati e non, che possano in qualche modo tappare le enormi falle, copiose e sanguigne come i 60mila morti della “guerra al narcotraffico”, di un sistema che solo riesce a perseguire e condannare il 2% o poco più dei responsabili di delitti. L’impunità al 98% significa che quei pochi che prendi li devi far vedere, li devi esporre al pubblico ludibrio come fossero fiere in gabbia, devi calpestare la presunzione d’innocenza per trasformarli in trofei, tanto più spiattellati sui mass media quanto più l’inettitudine, statisticamente imbarazzante, dimostrata dallo Stato si fa abitudine, routine preoccupante. Pochi ma famosi, potremmo dire (storia della narcoguerra: link)

E se tanto noti non erano prima della cattura, i delinquenti (presunti?) lo diventeranno presto grazie alle TV. Internet conta ancora poco, meno che in Italia, quindi radio e tubi catodici la fanno ancora da padroni. Per esempio i candidati alla presidenza del paese nelle prossime elezioni dell’1 luglio a stento comprendono le potenzialità e gli usi concreti dei social network: Obama sta a pochi chilometri verso Nord, ma la frontiera è sufficiente per bloccare la cultura della rete, c’è un digital divide che corre lungo il Rio Bravo. Anche il Governo è succube del duopolio televisivo privato, Tv Azteca+TeleVisa, che contribuì a creare negli anni delle privatizzazioni fatte a tutti i costi, salvo poi vendicarsi periodicamente coi gruppi editoriali più critici.

Il 95% dei processi messicani finisce con una sentenza di condanna. In pratica, quei pochi che riescono a prendere, non hanno quasi scampo. La polizia è così efficace, solamente ed esattamente con quei pochi? Ci sono molti, troppi dubbi al riguardo. E qualche certezza anche. 112 milioni di abitanti e 235mila detenuti (in Italia sono circa 60mila per 60 milioni di cittadini), quasi il 60% di loro resta in attesa di giudizio per anni, son tutti vestiti di beige, mentre gli altri diventano blu (blu jeans, blu shirt, blu tutto) non appena il giudice, che non vedranno mai in faccia durante il processo, li condanna.

Povera, indigena, donna, dei quartieri slum o di un paesino sperduto in provincia, magari moglie di qualche personaggio in vista, sia egli ladruncolo o attivista militante, commerciante oppure oppositore politico di qualche cacicco locale. Basta essere la sua donna, spesso, per finire dentro al posto suo o con lui, sempre che il soggetto non venga fatto sparire prima o non sia vittima di un’ipotetica sparatoria. Basta essere indigena e vivere in terre colpite dalla fame e dai conflitti per la poca terra disponibile. Basta essere neutrali, magari, né zapatisti né di qualche partito politico nel profondo Chiapas o nell’orgogliosa Oaxaca, per essere sospettati.

Infine basta alzare la voce senza averne titolo, nell’opinione del potente di turno, per avere tutta la forza dello stato e della legge civettuola contro di te. Di cosa sto farneticando? Della fabbrica dei colpevoli, una delle industrie messicane più spietate e necessarie al sistema che vi siano. Un livello minimo di produzione di questo famigerato “bene pubblico” va sempre mantenuta, non importa se a piede libero ci restano i criminali veri e le vittime continuano a sprofondare nel senso di pericolo e nell’incertezza. Importanti sono i numeri, le cifre, le catture. Perché ne parlo? Per le ingiustizie, per la paura che l’aleatorietà latino americana e messicana, caraibica e autoritaria si scagli un giorno contro i miei, contro i nostri, contro qualcuno, anzi contro chiunque, come già succede da secoli e come personalmente vedo da anni. E ancora da anni ne sento parlare, in carcere, fuori, per strada, sui giornali, nei libri, al bar, al cinema, in città e in campagna ed è ora di riparlarne, qui e all’estero.

Ci hanno pensato due giornalisti francesi, Anne Vigna e Alain Devaldo, a pubblicare nel 2010 il saggio Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione  in spagnolo, Ed. Grijalbo, del libro in francese Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (di First Document Ed., 2009): fabbrica di colpevoli, il caso di Florence Cassez e quelli di tante altre ingiustizie messicane.

Da quel libro e da altri articoli, documentari e reportage di denuncia di coraggiosi ricercatori e giornalisti messicani traggo qualche esempio per farmi capire meglio. In breve. I casi, cioè le persone vittime d’ingiustizia, sono tantissimi, ma pochi riescono ad arrivare, per i più svariati motivi, a una “ribalta mediatica” che li rende emblematici e in alcuni casi costituisce un’ancora di salvezza per non finire nel dimenticatoio della giustizia e sperare di rivedere la luce del mondo esterno. Magari grazie a un buon reportage, alla stampa che prima crea il mostro poi lo vuole libero. Magari grazie a qualche deputato influente, a un politico, a un’amnistia – come successe con lo scrittore Massimo Carlotto in Italia dopo oltre un decennio di deliri e contraddizioni – a un giudice accondiscendente oppure, perché no, alla Suprema Corte che funge spesso da giudice d’ultima istanza e correttore di certe storture comprovate.

JACINTA. Jacinta è un’indigena dell’etnia Otomì, abitante della comunità di Santiago Mexquititlán, 200 km a nord di Texcoco, località ubicata a oriente della capitale nei pressi dell’aeroporto. Oggi ha 50 anni, parla e capisce poco lo spagnolo ed è stata arrestata nel 2006 per aver rapito sei agenti della FBI messicana (!), la AFI, che erano armati fino ai denti e in servizio. Un caso surreale ma vero. Jacinta venne identificata dentro una fotografia scattata da un giornalista durante una convulsa giornata di zuffe e litigi tra la polizia e un gruppo di commercianti del mercato. Come ripicca per i diritti rivendicati e ottenuti dai commercianti in quella giornata, il 26 marzo 2006, la fabbrica dei colpevoli si mise in moto condannando lei e due concittadine a 21 anni di prigione. La pressione di stampa e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come il Centro Miguel Agustín Pro Juárez, è servita a farla rimettere in libertà il 16 settembre 2009, senza risarcimenti né scuse ufficiali. Restano in prigione, però, le sue due “complici”, altre due donne del paese, Alberta e Teresa, presenti anche loro per puro caso nella foto del giornalista insieme a Jacinta, accusate e condannate per sequestro di persona ai danni degli agenti.

ROSA. Un caso analogo è quello della trentatreenne Rosa, un’indigena di lingua tzotzil del Chiapas, stato del sud del Messico al confine col Guatemala, la quale è stata condannata per un reato commesso dal marito a 27 anni di reclusione. Ne ha parlato Luisa Betti sul Manifesto, “Rosa López Díaz è una detenuta messicana che vive nel carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo di due anni, dopo aver perso il suo primo figlio, Natanael, nato malato per le torture subite” e, commenta la giornalista, “Rosa è l’emblema di tutte le ingiustizie discriminatorie che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e quindi senza diritti ma è anche madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio”.

IGNACIO e ATENCO. Ignacio Del Valle è un attivista sociale importante, un esponente in vista del movimento dei macheteros del Frente Popular para la Defensa de la Tierra (FPDT- http://atencofpdt.blogspot.com/) che nel 2002 riuscì a bloccare la costruzione di un nuovo aeroporto a Texcoco, a est di Città del Messico, promossa dal governo del conservatore Vicente Fox. Da allora il movimento è diventato un punto di riferimento per le comunità locali e nel maggio 2006 è rientrato nelle cronache per le repressioni violente che ha subito e in cui è stata coinvolta la popolazione di Atenco, una cittadina situata a pochi chilometri dalla capitale vicino a Texcoco. Le vicende di Atenco sono piuttosto complesse e si tratta delle peggiori repressioni della polizia viste in Messico almeno negli ultimi dieci anni, insieme a quella di Oaxaca, sempre nel 2006. Solo per citare le nefandezze più note: violenze sessuali, espulsioni arbitrarie di stranieri dal paese, pestaggi, assassinii della polizia (2 giovani uccisi tra i manifestanti), fabbricazione di accuse, torture in carcere e durante la cattura, centinaia di feriti, violazione di centinai di domicili e abitazioni private, insomma una carneficina condotta da forze militarizzate contro cittadini che rivendicavano il diritto di poter vendere i loro prodotti nel mercato dei fiori. Sproporzionata la reazione governativa così come le pene inflitte, basate su prove inventate, ad alcuni membri del Frente come Ignacio e altri 11 che sono rimasti in prigione per oltre 4 anni e sono stati liberati nel 2010 grazie a una sentenza della Corte Suprema e solo in seguito alle enormi pressioni internazionali e nazionali (11 Premi Nobel per la Pace si schierarono dalla parte della gente di Atenco).

FLORENCE. Florence Cassez, nonostante sia di nazionalità francese e negli ultimi anni sia diventata un vero e proprio caso diplomatico, quasi una merce di scambio tra i presidenti di Francia e Messico, Sarkozy e Calderón, è semplicemente un esempio in più della fabbrica che stiamo descrivendo, è rappresentativa della (in)giustizia messicana. Si sono costruite tante false verità, si sono alzati i nazionalismi dei “galli” contro gli “aztechi” e la verità è passata decisamente in secondo piano. La situazione è complessa e va avanti dalla fine del 2005, ma ormai c’è la certezza che il processo, le “prove”, i montaggi televisivi che hanno segnato la vicenda, la condanna in primo grado e quella definitiva del 2009 siano state viziate profondamente in tutte le loro fasi, le testimonianze sono poco attendibili e non esistono prove concrete, non manipolabili, che possano confermare la colpevolezza di Florence (per un’esposizione completa del caso rimando a: Link prima parte  - Link seconda parte). Intanto, la francese resta nel reclusorio femminile di Tepepan in attesa di una sentenza della Corte Suprema messicana che potrebbe ribaltare quelle dei tribunali ordinari.

Infine, il caso PRESUNTO COLPEVOLE. “In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. E’ la trama di un film, però un film girato dentro la prigione, come un reality, e l’anno scorso il documentario ha scatenato grandi polemiche sulla giustizia in Messico. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato.

La pellicola mostra la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Ciononostante non si riescono a immortalare proprio tutti gli abusi che normalmente vengono commessi al momento della cattura e dell’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi. Risultato: in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri. L’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti in un mese e il documentario è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis riaprendo il dibattito sul sistema di giustizia messicano e la fabbrica dei colpevoli.

Italia y la caída de Berlusconi – Jornada Semanal

Fabrizio Lorusso - http://www.jornada.unam.mx/2012/02/05/sem-fabrizio.html 

Roma, otoño de 2011, frío en el palacio, calor en las plazas. El Caimán, un apodo del ex Jefe de Gobierno italiano, Silvio Berlusconi, acuñado por el cineasta Nanni Moretti, se ahogó en un charco de escándalos y desmanes, tras casi veinte años en la escena. Hace falta citar las palabras del que muchos definieron como el “dueño de Italia”, patriarca de la economía y de la política. El Cavaliere, hoy sin más corceles y con su séquito diezmado, pareció elegir, por ahora, una salida del poder, tras caer de su silla dorada.

“Ya presenté mi renuncia al cargo de primer ministro. Lo hice por mi sentido de responsabilidad y del Estado, para evitarle a Italia otro ataque de la especulación financiera, lo hice sin haber perdido jamás el voto de confianza del Parlamento. Es más, hemos tenido muchas veces un voto favorable y mayoritario de las dos Cámaras y todavía contamos con esa mayoría. Permítanme decirlo, fue triste ver que un gesto responsable y, permítanme, generoso, como es la renuncia, haya sido recibido con chiflidos e insultos. Sin embargo, como contrapartida de los centenares de manifestantes que ayer estaban en las plazas, hay millones de italianos quienes saben que hicimos con conciencia todo lo posible para defender a nuestras familias y empresas de la crisis global que afectó a todos los países avanzados, no sólo al nuestro. De todos modos, agradezco a los italianos por su cariño y fuerza que nos dieron para lograr muchos de los objetivos que nos habíamos planteado, ya desde 1994, cuando anuncié mi entrada en escena. Ese día cambió la historia de Italia. Nunca he faltado a ese credo político que pronuncié. Fue y es una declaración de amor para Italia. Dije ‘Italia es el país que amo, aquí tengo mis raíces, esperanzas y horizontes, aquí aprendí de mi padre y de la vida el oficio del empresario, aquí aprendí la pasión por la libertad’, no cambiaría ni una coma de esas palabras.”

Así habló Berlusconi, tras dimitir de primer ministro, el pasado 12 de noviembre. En realidad, sí cambió una que otra coma de esas palabras: Italia ya se ha vuelto “un país de mierda” del que se irá pronto, según sus conversaciones telefónicas del julio de 2011, intervenidas por los jueces y, luego, publicadas. Tanto sus seguidores como los opositores vislumbraron ya el cierre de un ciclo de diecisiete años: una época larga, en el centro de la vida política, social, económica e, inclusive, mundana y oscura de Italia. En el palacio del Quirinale, sede de la Presidencia, el Premier –un cargo de primus inter pares según la Constitución, pero de primus super pares, superior a la ley, según la interpretación berlusconiana de la misma Carta– entregó oficialmente su renuncia al presidente de la República, Giorgio Napolitano. Mientras tanto, la plaza se llenaba de ciudadanos, al grito de “payaso”, “a la cárcel”, y aplaudiendo por la quizás definitiva liberación de una pesadilla mediático-política que, en los ochenta, fue un sueño de éxito, aunque marcado por claroscuros sobre los orígenes de su “fortuna”; en los noventa, un experimento político populista y, finalmente, una comedia ridícula y dañina en la última década.

“A los que festejaron por mi supuesta salida de la escena, quiero decir con claridad que a partir de mañana redoblaré mi compromiso en el Parlamento y en todas las instituciones para renovar a Italia. Viva Italia, viva la libertad.” Pese a esta amenaza final, durante horas en las calles ondearon las banderas tricolores y se destaparon botellas de spumante para festejar la retirada de el Caimán. Sin embargo, la efervescencia del momento dejaría pronto espacio a la angustia. En 2011, la tasa de desempleo juvenil fue del treinta por ciento y, aunque la tasa general fue del 8.4 por ciento, siguen las inequidades: el diez por ciento de la población detenta casi el cincuenta por ciento de la riqueza. El gasto público italiano es casi igual al de los otros países de la Unión (50.5 por ciento del PIB) y su recaudación fiscal algo superior (46 por ciento frente al 44 por ciento), pero Italia derrocha más dinero, hay graves problemas éticos y financieros ligados a la evasión fiscal, a la corrupción, a las mafias y a los delitos de cuello blanco. Además, la economía no ha crecido. ElPIB subió un 0.87 por ciento promedio en los últimos quince años y sólo el 0.2 por ciento en 2001-2010. Esta década perdida dejó una deuda excepcional, equivalente a 120 por ciento del PIB italiano, la octava del mundo y segunda de la zona euro después de Grecia, que registró un 144 por ciento. Sin embargo, la gran diferencia es que Italia representa la tercera economía europea, con un tamaño poblacional como el de Francia y el Reino Unido, por lo que no podría quebrar o dejar de pagar deudas sin arrastrar al abismo a toda la UE, a la mayoría de sus socios en el mundo y al Euro.


Cartel de periferiadesign

La recesión de 2009 y 2010 –que Berlusconi negó rotundamente durante meses, pero que hasta hoy sigue surtiendo sus efectos nefastos– terminó de matar al liderazgo de el Caimán, ya golpeado por escándalos judiciales (juicios por corrupción, fraude fiscal, abuso de autoridad y explotación de la prostitución de menores), políticos (compraventa de votos en el Congreso, cooptación de diputados, aprobación de leyes ajustadas para él mismo llamadas ad personam, conflicto de sus intereses particulares con cargos públicos) y morales (no relevantes penalmente, pero sí para la ética pública del “buen gobernante”). Me refiero a frases pronunciadas públicamente, de mal gusto, misóginas y mesiánicas. “Yo soy el Señor, hay algo divino en ser elegido por la gente” y “Ustedes tienen que volverse misioneros, apóstoles, les explicaré el Evangelio según Forza Italia y según Silvio”, en 1994 y 1995 respectivamente. Hay otras recientes, de 2010: “A las mujeres desempleadas: búsquense a un chico adinerado” y “más vale ser apasionados por las chicas hermosas que gay”, y una de 2006: “Tengo demasiado aprecio hacia la inteligencia de los italianos para creer que hay tantos pendejos que voten contra su propio interés.” Es sólo una escueta selección.

Hoy, la erosión de la credibilidad internacional del sistema-país es evidente. Las leyes pro Berlusconi son incontables: despenalización de la falsificación de balances, condonaciones para evasores fiscales, reducción de términos para la prescripción de varios crímenes, unos decretos salva-Rete4, una de sus televisoras que opera ilegalmente, y tres intentos de crear fueros especiales para altos cargos (incluyendo siempre el de primer ministro), todos declarados ilegítimos por la Corte Constitucional.

Por todo ello, las deudas italianas pesan más. Su monto comenzó a subir vertiginosamente hace treinta años, durante los gobiernos despilfarradores de los demócratas cristianos y su aliado, el socialista Bettino Craxi, quien también fue el referente político del Berlusconi empresario en los ochenta. De la construcción (Edilnord y residenciales Milán 2 y 3 para los VIP) al futbol (equipo del Milán), de las tiendas departamentales (Grupo Standa-Rinascente) a los seguros (Mediolanum), del cine (Medusa Film-Blockbuster Italia) a la Tele (Mediaset) y las editoriales (Grupos Mondadori-Einaudi-Grijalbo), el business man milanés da el gran brinco a la política en 1993. Lo hace para suplir la desaparición de sus aliados en Roma, es decir, de los partidos y personajes sacudidos por las investigaciones de los fiscales de Milán, conocidas como Operación Manos Limpias contra los sobornos. Y lo hace también para protegerse de las tenazas de la justicia que se estaban acercando peligrosamente al núcleo de sus intereses. Así, se resignifica la expresión “conflicto de intereses” para Italia, al juntarse en un mando único el poder político y el económico con todos los perjuicios a la democracia que ello conlleva.

Durante los gobiernos de la coalición de centro-derecha, sobre todo en 2001-2006 y 2008-2011, la ONG Freedom House descalificó a Italia en su informe anual sobre libertad de prensa, al bajarla de país libre a semilibre a causa de “la posibilidad del Premier para influir en la TV pública con un conflicto de intereses entre los más claros del mundo”, lo que hace del bel paese un caso “anómalo en la región por las interferencias gubernamentales, sobre todo para cubrir los escándalos de su presidente”. Y el Caimán responde, en 2006: “La prensa extranjera normalmente es de izquierda y nos presenta de manera distinta de lo que es la realidad.” Hay más: el año pasado el índice sobre percepción de la corrupción fue de los peores en Europa. En fin, parece haberse cumplido una parte sustancial del Plan de Renovación Nacional, antidemocrático y subversivo, que sostuviera la logia P2 de la Masonería de la que Berlusconi era integrante con la matrícula 1816.


En Roma, diciembre de 2009. Foto: Alessandro Di Meo

Tengo treinta y cuatro años. En 1994 tenía diecisiete, es decir la mitad, cuando el hombre que ya estaba entre los más ricos del país y ostentaba el título de Cavaliere del Lavoro, que otorga el Estado a distinguidos empresarios, optó por la “carrera política”. En abril ganó las elecciones, apoyado por una alianza entre partido-empresa Forza Italia, fundado el año anterior, el postfascista Alleanza Nazionale, liderado por Gianfranco Fini, y la formación secesionista y racista de la Liga Norte para la Independencia de la Padania, dominada, hoy como entonces, por el rudo caudillo norteño Umberto Bossi.

Para los que lógicamente no saben qué es la Padania, una nota: según la Lega, se refiere al norte del país, la zona más próspera, que debe su nombre a la llanura padana. Es un territorio difuminado de Turín a Venecia, de Milán a Parma, y sus confines son cambiantes, conforme van variando sus consensos electorales. Se ideó una patria nueva para un supuesto pueblo “céltico, padano y norteño”, distinto del italiano, según los líderes del partido, quienes suelen gritar “la tenemos dura” y “Roma ladrona, la Lega no perdona”, pero no desprecian los cargos en el Parlamento con sede en la capital nacional. Sin duda es posible afirmar que PadaniaIs a State of Mind: o sea, un invento ideológico de una agrupación populista que cosecha votos valiéndose de la xenofobia, el folclor, la repartición de cuotas de poder y el miedo al otro, sea el sureño o el “extracomunitario”. Si bien a nivel nacional jamás ha rebasado el ocho por ciento de las preferencias, en algunas regiones septentrionales mantiene sus feudos con consenso de entre el quince y el veintiocho por ciento. De cualquier forma, en un sistema parlamentario fragmentado como el italiano, son cifras que determinan la sobrevivencia y las líneas políticas de un gobierno.

Ni nueve meses duró el primer ejecutivo de Berlusconi por los berrinches de su aliado Bossi, así que fue reemplazado por Lamberto Dini con un gabinete técnico, es decir, formado por tecnócratas y no por exponentes de partidos. Su naturaleza bipartisan –derecha e izquierda juntos– es, en realidad, necesaria para proteger a los partidos y sus líderes del enorme costo político que ciertas medidas muy impopulares, normalmente de recorte del gasto y aumento de la recaudación, tienen para ellos.

De 1996 a 2001 los gobiernos de Romano Prodi y Massimo D’Alema, de centro-izquierda, lograron el ingreso de Italia en la moneda europea, pero no quisieron frenar al Caimán quien, por una serie de negociaciones políticas, pudo mantener su poder mediático intacto, junto con el conflicto de intereses, para ganar las elecciones de 2001. Los “progresistas” habían perdido la oportunidad de cambiar el statu quoque desgraciadamente persiste hasta la actualidad. El comienzo del segundo mandato de Berlusconi es recordado por la represión contra los manifestantes en Génova durante la cumbre del G8 y por la consiguiente muerte de Carlo Giuliani, el 20 de julio de 2001. Se quiso dar un golpe duro mas no mortal a los movimientos sociales y antagonistas que allí se juntaron, en ese entonces como hoy, indignados y globales, para seguir la pista para “otro mundo posible” trazada desde la insurrección de Seattle en 1999.


Milán, febrero de 2011 Foto: Luca Bruno

Dieciséis años después del ejecutivo de Dini, la historia se repite: en sólo diecisiete días, tras el fin del cuarto gabinete de Berlusconi en noviembre de 2011, el presidente Napolitano nombra al nuevo premier: el economista y ex comisario europeo a la competencia, Mario Monti, quien presenta a las cámaras una ley financiera de emergencia, “lágrimas y sangre”. Entonces se instala un ejecutivo de “responsabilidad nacional”, técnico, con Monti ejerciendo también como secretario de Economía para “salvar a Italia”. Lo votan todos los partidos excepto la Lega, que queda como única fuerza de oposición en el Congreso para tratar de recuperar los consensos perdidos por su apoyo al Caimán, vigente hasta hace poco, en vista de las elecciones a celebrarse en 2012 o 2013. El plan de austeridad de Monti– recortes e impuestos por 20 billones de euros –representa, junto a la anterior ley financiera de Berlusconi (54.5 billones), el reajuste financiero más imponente de la historia italiana.

En 1994, cuando participé en la autogestión y ocupación de mi escuela contra los recortes presupuestarios del gobierno, siendo parte de un movimiento estudiantil que cambiaría mi vida, nunca imaginé que el Caimán duraría tanto en el poder y que sobre él escribiría en 2012. Tampoco pensé, cuando entré a estudiar en la Universidad Bocconi de Milán, que su director, el otoñal profesor Mario Monti, sería, en el futuro, el rector del destino de Italia, justo después del mismo Berlusconi. Irónicos destinos.

Un secreto del éxito de Berlusconi sería de índole cultural y antropológica, ya que él parece reunir varios estereotipos, quizá los más bajos, del italiano promedio. Todos los clichés son máscaras de carnaval, caricaturas exageradas, pero finalmente existen: el futbol, opio de los pueblos modernos; la pinta del trovador con mandolín y los chistes del falso latin lover, la televisión y la burla como reinas, la familia y lamamma como ideales, engañados en la práctica; el machismo y la parranda, la fama elevada a ideología nacional, la leyenda del self made man, tramposo pero exitoso, y el orgullo presumido por ser o haber sido (¿él mismo?, ¿o el país?) el centro de la historia de Occidente. Si bien la mayoría de los italianos no se identifican en este conjunto de “creencias” y clichés, éstos se usan como palancas que conforman estrategias políticas ganadoras.

Sus palabras lo confirman: “Pese a las acusaciones infamantes que la oposición lanza en contra del gobierno, nadie en Europa ha hecho tanto y con resultados tan brillantes”, en 2011, y “Mussolini jamás mató a nadie: a los opositores los mandaba de vacaciones al exilio”, en 2003. Para presentar su himno personal “Menos mal que Silvio está”: “Tengo un complejo de superioridad, así que digo ‘menos mal que Silvio está’, nadie hubiese podido hacer mejor que nosotros”, en 2002. Y recuerden, “el Premier no puede mentir, por definición.” (2006.)


Roma, febrero de 2011

Pese a los clichés, en Italia hubo fenómenos parecidos a los de otras “democracias industriales maduras”: la política hecha espectáculo, la desconfianza popular hacia el sistema y los gobernantes, la crisis del Estado de bienestar, la derrota del salario-trabajo, las utilidades empresariales, el envejecimiento poblacional e institucional, la abdicación de la ética y de la crítica, incluso en la prensa, a favor de la búsqueda de prebendas. Quienes capitalizaran mejor estos factores ganaban, y Berlusconi lo ha hecho a su manera, proponiéndose como continuador de la tradición demócrata cristiana con pinta de liberal y paternalismo absolutista.

El populismo, la maña mediática de Sarkozy y los escándalos de Chirac en Francia, no fueron tan distintos de los de Berlusconi, así como la necedad y las frases celebres de G. W. Bush o de Aznar en España. Pero hay especificidades más marcadas en Italia, por factores como el corporativismo económico, herencia del fascismo, la cultura de la recomendación en detrimento del mérito, las televisoras públicas controladas por los partidos de gobierno y las privadas por el Caimán. La polarización social, incluso dentro de las familias y entre generaciones (los papás protegidos con el viejo sistema frente a los hijos precarios de la globalización), creció. Lo mismo pasó entre los opositores y los partidarios de Berlusconi. Éste aprovechó el vacío que dejó la desaparición de los viejos partidos, así que muchos italianos no lo votaron por una locura colectiva (en los noventa y después), sino que creyeron en una opción que llenaba un hueco en el momento justo y que supo presentarse como creíble. Una izquierda dividida y unas leyes electorales poco equilibradas completaron la obra.


Foto: Der Wanderer

Por otro lado, el suministro lento del berlusconismo al pueblo italiano ha creado más indiferencia, pero también sus anticuerpos, el antiberlusconismo y la reacción de varios sectores: el periodismo, la sociedad civil, la universidad, los movimientos sociales, culturales, políticos, de mujeres y trabajadores, de escritores y actores, los migrantes y excluidos, los precarios y los estudiantes. Un tipo de antiberlusconismo vive de la contraposición, sin ideas propias y creativas, y quizás vaya perdiendo su razón de ser, conforme el caudillo se retire y nos demos cuenta de que los problemas quedan y no dependen sólo de él. Por mucho tiempo la izquierda parlamentaria y sus referentes en la sociedad tuvieron esta postura, aunque ahora parecen despertar. En cambio, por parte de los movimientos, desde los más autónomos e “indignados” hasta los “integrados”, pero críticos y militantes, se propusieron diagnósticos y soluciones distintas a los problemas del país. Las plazas y la gente han estado cada vez más participativas. Quizás ya no sea una minoría y algo se esté moviendo en las demás fuerzas progresistas dentro y, sobre todo, fuera de los palacios del poder. Así fue con el movimiento por el sí en los referendos populares del 12 de junio contra las centrales nucleares, y por el agua pública que registró una aplastante victoria. Las alternativas existen, pero son retos por encarar con reflexiones duras sobre nosotros mismos. 

Messico e Pace: En los zapatos del Otro – Nelle scarpe degli Altri

Iniziativa del Movimento per la Pace insieme agli artisti del Messico – Video diffusione totale! – LINK

México D.F., 31 de enero de 2012 (Cencos).- Con un espectáculo de hora y media, el colectivo El Grito Más Fuerte, en conjunto con el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, realizaron el lanzamiento de la Campaña “En Los Zapatos del Otro”, que tiene el propósito de aumentar la sesibilidad que tenemos los y las mexicanas frente a la emergencia nacional que se enfrenta en el país debido al incremento de la violencia.

Campaña ponte En Los Zapatos del Otro, iniciativa del Colectivo El Grito Más Fuerte, dicho colectivo se une al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad.

DA: http://movimientoporlapaz.mx/

Entrevista con Javier Sicilia – Movimiento por la Paz – México

“Los zapatistas, gran ejemplo de cómo hacer tejido social y proteger la vida humana”: Javier Sicilia

En entrevista con Desinformémonos, el poeta afirma que “el zapatismo y los indignados son propuestas que se gestan frente a la inoperancia del Estado”.

FOTO:  ZOE VINCENTI     ENTREVISTA DE FABRIZIO LORUSSO – VERSION EN ITALIANO AQUI


FOTO: RICARDO TRABULSI

México DF.  Tras el asesinato de su hijo Juan Francisco Sicilia, el 28 de marzo de 2011, el poeta Javier Sicilia comenzó una cruzada contra la guerra que Felipe Calderón declaró desde 2006 al narcotráfico y al crimen organizado, la cual hasta la fecha ha causado la muerte de más de 50 mil personas en el país.

 En los últimos meses Javier Sicilia ha encabezado diversas caravanas, actos y manifestaciones, lo que lo convirtió en el principal portavoz del recientemente conformado Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, al que se han sumado organizaciones civiles y miles de ciudadanos quienes bajo las consignas de “No más sangre” y “Estamos hasta la madre” exigen justicia para los familiares de las víctimas, la presentación con vida de los desaparecidos y la restitución del tejido social.

 El escritor y periodista italiano Fabrizio Lorusso entrevista al poeta y activista sobre los logros hasta ahora obtenidos; el diálogo que ha mantenido con el gobierno; el significado de la autonomía en las ciudades y sobre los siguientes pasos del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad de cara al 2012, año electoral.

 ¿Es posible hacer un balance del Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad (MPJD) hasta el día de hoy? ¿Cuáles son los logros principales y los retos o derrotas?

 El logro principal fue la visibilización de las víctimas y hacerle conciencia al Estado de que las víctimas no son cifras, estadísticas o bajas colaterales, son seres humanos con nombre, apellido, familias rotas, dolor, y que es necesario hacer justicia. La respuesta ha sido la creación de una Procuraduría de atención a las víctimas, la Províctimas (que tiene serias fallas pero, bueno, se pueden corregir), y una Ley de Víctimas. Esperemos que no rasuren esta ley, que no la vuelvan una cosa que no responda al drama que viven el país y las víctimas. Allí están los grandes logros del Movimiento. Entre los fracasos,  no hemos podido convencer a Felipe Calderón y a las Cámaras de la necesidad de hacer una Ley de Seguridad Nacional con enfoque humano, ciudadano, es decir, que abone a la paz, no a la militarización, al autoritarismo y a la violencia. Creo que allí no hemos logrado sensibilizar, ni que se oigan las propuestas que tenemos, creo que eso hace falta porque, si no,la Províctimas será simplemente la acumulación del horror.

 ¿Qué pasó exactamente con respecto a la Comisión de la Verdad, que era una de las seis demandas del Movimiento, tras su primera caravana y marcha hacia el zócalo de la Ciudad de México el 8 de mayo pasado?

Creo quela Comisióndela Verdades necesaria, indudablemente, porque en medio de la fractura del Estado, es necesario hacer un deslinde de qué víctimas pertenecen a quienes, ¿no? Y es que el Estado está cooptado también en muchos sentidos, ya que la delincuencia está presente en los órganos de gobierno y en los partidos, en estas instancias o en partes de ellas; en parte de las procuradurías, de la policía, del Ejército y dela Marina.Evidentemente, la mayoría de la gente piensa que las víctimas las produce el crimen organizado, pero el crimen organizado también está dentro del sistema y amparado en la ley.

 Entonces, deslindar responsabilidades es importante a través una comisión para llegar claramente a la verdad de esta guerra, a la reconciliación y a la paz. Sólo a través de un órgano de ese tipo se puede llegar a dominar esa verdad. Pero, hay una reacción negativa del Gobierno a esas comisiones y no sabemos por qué, si realmente estamos buscando la paz y la justicia ante la impunidad, tan humillante en este país, pues tenemos que llegar a convencerlos de esa necesidad.

Al rechazar la instalación de una Comisión de la Verdad, el presidente dijo que esas comisiones se aplican a países con dictaduras militares o regimenes autoritarios. ¿Su creación no sería como poner en tela de juicio toda la estrategia militar de combate al narco implementada hasta ahora?

 Sí, pero también se tendría que aplicar a Estados fracturados como México. Estoy de acuerdo, es para gobiernos altamente autoritarios o militarizados, pero en un Estado tan fracturado como el nuestro, también es necesario. Eso es lo que no entiende (Felipe Calderón), su problema es que ve en blanco y negro, ve que los delincuentes están fuera y el Estado está sólido, están los buenos en el Estado, y no se ha dado cuenta del lodo, de la fractura de ese Estado que implica y exige también una Comisión de la Verdad.

 Ya hubo un primer encuentro con el presidente en el Castillo de Chapultepec el pasado 23 de junio, el 14 de octubre fue el segundo, ¿qué balance puede hacer de estos encuentros? ¿Va a haber otro más?

 Vamos a ver, yo creo que no. Podría ser éste el cierre de un primer ciclo que se abrió el 23 de junio y se cerró en este último diálogo de octubre. Creo que, hacia el final del diálogo, cuando habló Clara Jusidman sobre el tejido social, el presidente comprendió algo que para nosotros es fundamental en la ley y en la estrategia de seguridad. Es decir, poner el énfasis en la reconstrucción de ese tejido social, pero con la gente, no a partir de las instituciones como ha sidola Leyde Seguridad, por la que se adquiere infraestructura acríticamente, sin saber si hay una necesidad y cómo es esa necesidad, sin consultar a la gente, a los barrios, a los pueblos; además, hay una violencia por parte del Estado al proteger a las instituciones, pero no a la gente. Creo que si entendemos y ponemos como prioridad el tejido social y la seguridad ciudadana a partir del tejido social, podemos caminar hacia una estrategia de seguridad ciudadana y humana, por la que estamos pugnando nosotros, y no a una Ley de Seguridad que nada más se base en la violencia reactiva a la delincuencia y una violencia que sólo protege instituciones.

¿Cómo influyó y qué función tuvo la presencia en la reunión de Chapultepec de otros invitados en representación de víctimas, como Alejandro Martí (México SOS), Isabel Miranda de Wallace (Alto al secuestro) y María Elena Morera (México contra la delincuencia)?

Ellos tienen una función muy importante por lo que han hecho con sus organizaciones. Han logrado cosas importantes dentro de sus propias agendas, y todo eso se une también a las demandas del Movimiento. Tanto las señoras Wallace y Morera como el señor Martí son víctimas, y están tratando de luchar por construir un estado de justicia para las víctimas y de seguridad ciudadana, como nosotros. Tenemos diferencias, pero en la sustancia estamos de acuerdo con que fue muy importante que estuvieran allí.

 ¿Cuáles serían las principales divergencias de visión o estrategia con ellos?

 Ellos siguen la línea del Gobierno de que la única manera de salir del problema es preparando a buenos policías. Estamos de acuerdo, pero lo vemos desde otro punto de vista, eso es muy parcial. Nosotros ponemos el énfasis en que esta Ley de Seguridad sea mucho más social, mucho más amplia, que abone a la paz y que rompa la brecha que ha existido cada vez más entre el Estado y los ciudadanos. Yo digo que allí estaría la diferencia nada más, son diferencias de profundidad frente al problema de la inseguridad, de la justicia y de las formas de encararlos.

El 2012 es año electoral en México, se votará por el nuevo presidente de la república y muchos otros cargos. ¿Cómo influye la cercanía de las elecciones en las respuestas que el Movimiento está obteniendo?

 Bueno, creo que en algunos funcionarios hay un cambio de discurso, empiezan a vislumbrar algo de la emergencia nacional y la necesidad de buscar alguna salida mucho más profunda a esta emergencia. Pero es muy tenue esta influencia allí, creo que los partidos siguen siendo muy ciegos a la problemática profunda y no están dando una propuesta.

 

¿No hay ninguna fuerza política que esté proponiendo una estrategia por lo menos afín a la del Movimiento?

 No, porque creo que no se han dado cuenta de la emergencia nacional y eso es muy grave. Gane quien gane, en las condiciones en que está el país, lo único  que van a hacer es ahondar más la desgracia y administrarla. No hay una intención de las coaliciones de partidos para partir del problema que está viviendo la nación y hacer una propuesta para una agenda de unidad nacional para encararlo. Eso habla de la ceguera y de la problemática que nos aguarda en las elecciones

 

Entonces, aún no es un punto importante para la agenda de los partidos y la democracia en México.

 Sí, y es algo fundamental, porque sin un país en paz,  la democracia se pierde. Un país tan balcanizado por el crimen organizado y con un Estado tan fracturado, sin una propuesta de renacimiento de la nación, simplemente se va a ahondar más en la desgracia.

 Usted tuvo un encuentro con Andrés Manuel López Obrador, líder Movimiento de Renovación Nacional (MORENA) y ex candidato presidencial del PRD en 2006, quien incluso le propuso un cargo de elección popular, ¿cuál fue su impresión?

 Ellos creen que la llegada de López Obrador al poder va a resolver el problema, pero él tampoco está mirando el problema. Hay una lógica allí por la cual parece que el presidente es un ser omnipotente como para transformar y unificar al país. Creo que no es así, que no están viendo el meollo de la cuestión y ya no estamos en los tiempos en que la figura presidencial podía transformar o controlar al país. Hubo una transición democrática y, sin embargo, los gobernadores del cada estado siguen como virreyes, de alguna manera, y ni siquiera pueden ser controlados por sus partidos. Entonces, no están viendo la cuestión en su conjunto y creen que simplemente es un asunto de cambio de poder, de cambio de política por una más social, cuando esa es una de las partes, pero el problema es mucho más hondo y no lo están viendo. Yo creo que esa también es una ceguera histórica.

 ¿Cómo se puede abordar este problema de visión de la clase política?

No sé. Creo que tienen compromisos entre ellos, en los partidos. El presidente habló con mucha fuerza en Estados Unidos de los vínculos de ciertos priístas con el narcotráfico y esa es una realidad, aunque es parcial. También los tienen en el PAN, también los tiene el PRD. Mientras no haya una voluntad de imponer castigos ejemplares a los funcionarios y miembros de partidos corruptos, pues es muy difícil que podamos entender el problema y rehacer el Estado.

 

 ¿Qué le queda entonces por hacer a la gente y al Movimiento?

 Presionar mucho para su transformar al Estado y a los partidos para que hagan esta limpieza y así se fortalezcan. Por otro lado, trabajar horizontalmente para componer el tejido social, entre nosotros, y juntarse como vecinos en los barrios, haciendo asambleas, digamos, “constituyentes” y “reconstituyentes” a nivel micro para protegernos y crear un tejido social y humano que nos permita cuidarnos a nosotros mismos, por lo menos.

 Con el fin de que el poder o la política favorezcan, o al menos no impidan, estos procesos, ¿Ustedes han pensado en alguna forma de involucramiento directo en cargos políticos?

 No en el sentido tradicional con que el se entienden la participación y los partidos, no. Nosotros le vamos más a la vida ciudadana, a la vida de la polis como vida ciudadana. Yo, en lo personal, soy crítico de las instituciones y de esas estructuras burocráticas, aunque hay gente que puede caminar por allí y es importante porque hay que renovar el Estado. En general no hay postulaciones dentro del Movimiento para cargos políticos en 2012 y si alguien lo hace, sería de manera independiente.

 

 ¿Hay una cercanía entre su posición sobre el papel de los partidos y, en general, de las instituciones y las de la Otra Campaña y del EZLN?

 Sí, creo que yo converjo mucho en cierta crítica y en cierta postura de los zapatistas, más que dela Otra Campañaen sí. Creo que los zapatistas son, a nivel de zonas agrarias y de pueblos, un gran ejemplo de cómo hacer tejido social y como proteger la vida humana y su historia, dentro de lo que son esos pueblos. Habría que repensar cómo hacerlo en otros contextos, como las ciudades y los barrios.

 ¿Se podrían plantear intentos para crear “caracoles de ciudad”, comunidades autónomas urbanas que provean lo que el Estado ya no está dando? 

 Sí, sería un fenómeno interesante. Evidentemente es algo que se está gestando, el Estado – nación, tal y como se concibió como construcción histórica, está en crisis no sólo en México sino en el mundo entero. Ya no funciona y, entonces, frente al resquebrajamiento del Estado e incluso del modelo económico, este tipo de movimientos son los que van a hacer que emerja lo nuevo. Son construcciones históricas en crisis, estamos asistiendo a su decrepitud, mientras surge algo nuevo como los movimientos de barrios, el mismo zapatismo, o por ejemplo los indignados, pues son algo, algo nuevo que tiene que gestarse frente a la inoperancia de un Estado que, por lo menos en este país, ya no está cumpliendo con lo mínimo que es la seguridad ciudadana.

 ¿A quién, tanto aquí como en el exterior, le conviene mantener el estatus quo con respecto a la violencia y al narcotráfico? 

 Creo que sí, pues, porque eso deja mucho dinero y hay mucha corrupción en el modelo económico y de vida, siempre se quiere tener más. A mucha gente le conviene mantener situaciones de esa naturaleza porque no están pensando en el bien común o en el ser humano, sino que en su propio beneficio o en intereses de grupúsculos que lamentablemente le están haciendo mucho daño al país. La delincuencia es parte de eso.

 Hay también un interés de Estados Unidos en el asunto, sobre todo con respecto al comercio de armas, al mantenimiento de su consumo de drogas que tampoco se ha reducido. Además, no están atacando, tampoco en México, uno de los ejes fundamentales que sostiene el crimen organizado que es el dinero, hay empresas y bancos que lavan dinero; no están atacando eso. Sin embargo están generando una terrible guerra en nombre del mercado que deja mucho dinero en ambos lados de la frontera y el consumo de la droga no baja. Creo que tenemos puras muertes y miedo y ésta es una irresponsabilidad tanto del Estado norteamericano como del mexicano, y dejarlo así es una irresponsabilidad de los ciudadanos tanto dentro del país vecino como en el nuestro.

 ¿Qué va a pasar con el Movimiento en el mediano plazo, digamos, este año y el próximo?

 No sabemos ahora, personalmente no soy un hombre de perspectivas, en el sentido de que trato de vivir mi día y de hacerlo plenamente. Juntos, tratamos de mantenernos dentro de una ética que nos permita señalar y llenar de contenidos una política que está ajena a esa ética. Generalmente vamos bajo el espectro de la no violencia, inventándolo cada día, no tendríamos ahora una hoja de ruta de largo plazo, pero sabemos cual es la línea que tendremos que seguir.

La Patagonia Rebelde – Film Completo

Da non perdere questo film. E nemmeno… L’omonimo libro di Osvaldo Bayer tradotto in italiano da Alberto Prunetti: http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=257

Recensione:

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003327.html

Con Patagonia Rebelde si intende definire l’ondata di scioperi e insurrezioni che si verificarono nel 1921 in Patagonia (Argentina). L’epicentro di queste manifestazioni fu il territorio di Santa Cruz, nel corso delle quali morirono più di mille lavoratori.

Film di Hector Oliveira, Argentina, su soggetto di Osvaldo Bayer col., 107 mm.

  • La pellicola ricorda il massacro, ad opera delle forze dell’ordine, dei sindacalisti e degli abitanti di Santa Cruz (Argentina). Il film fu censurato per ben due volte, prima che nel 1984 venisse definitivamente tolta la censura.

http://ita.anarchopedia.org/Patagonia_Rebelde_del_1921/1922

Natale con i huichol per salvare Wirikuta

[Questo articolo è uscito sul quotidiano italiano L'Unità del 24 e 25 dicembre 2011, lo ripropongo qui su LamericaLatina sperando che il nuovo anno porti consiglio e una buona svolta per i wixárika in lotta per la difesa del loro territorio] Il Messico ancestrale è sotto attacco. Anche in terra azteca i bambini aspettano l’arrivo di Santa Claus, alias Babbo Natale, con il suo carico di regali, ma c’è un popolo che, invece, dal Nord riceverà solo del carbone. E non è una semplice metafora. Wirikuta, una porzione di deserto costellata da montagne rocciose e villaggi tipo far-west a 600 km dalla capitale, rischia d’essere sconvolta dagli scavi della compagnia estrattiva canadese First Majestic Silver. “La zona rappresenta il più importante centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika negli stati settentrionali di San Luís Potosí e Zacatecas: da secoli è oggetto di pellegrinaggi e venerazione oltre ad avere un enorme valore culturale e naturalistico”, spiega Manuela Loi, antropologa dell’Università Autonoma del Messico.

Il Canada è il paese con il maggior numero di multinazionali al mondo che gestiscono miniere a cielo aperto, le più dannose per l’ambiente, e il Messico è un suo partner strategico: il 70% delle minerarie che vi operano sono canadesi.

Dal 1988 la regione fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’Unesco, è una riserva protetta dallo Stato messicano e si colloca al primo posto nell’emisfero occidentale per la sua biodiversità.

Sono ormai svanite le promesse del Presidente Felipe Calderón che, con indosso un abito tipico wixárika, partecipò tre anni fa alla firma di un accordo tra i governatori delle regioni centrali del paese per la salvaguardia della cultura huichol. Infatti, un anno dopo rilasciò 22 concessioni di sfruttamento minerario alle filiali messicane di First Majestic.

Nonostante lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che vincola i progetti di sfruttamento delle risorse naturali a una consultazione previa dei popoli indigeni, i huichol non sono mai stati sentiti. La loro terra sacra è stata svenduta alla First Majestic che, forte di un giro d’affari di 100 milioni di dollari all’anno, ne ha pagati solo tre per le concessioni.

Sette cittadine, tra cui Matehuala e Real de Catorce, famose in Italia per il film di Salvatores Puerto Escondido, dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci, saranno interessate dagli scavi.

“Lo Stato messicano sta assassinando e sequestrando il nostro santuario, vogliono sfinirci e uccidere la nostra Madre Terra”, ha dichiarato Santos de la Cruz, un rappresentante della comunità wixárika. Scavare in queste zone è “come costruire un benzinaio in Piazza San Pietro”, spiega.

Il 70% dell’area concessa alla First Majestic si trova in quest’area “tutelata”. I huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano già lo scempio ambientale che deriverà dalla “brama d’argento” dei canadesi: l’inquinamento da cianuro, usato per la dissoluzione dei metalli estratti, è un rischio concreto tanto per il territorio come per le falde.

In cambio la compagnia offre la costruzione di un museo e 750 posti di lavoro. Un po’ poco per i huichol: infatti, “se Wirikuta si distrugge, il mondo finisce”, sostengono. Le loro montagne hanno un valore cerimoniale paragonabile a quello delle piramidi maya di Chichén Itzá, ma in questo caso esiste ancora un popolo che le difende e vi abita.

Ogni anno centinaia di comunità indigene seguono il rituale della caccia nel deserto e, dopo giorni di marcia a digiuno, offrono agli dei il sangue del sacro Cervo Azzurro, rappresentato dal cactus allucinogeno peyote o hikuri. Le visioni che provoca permettono di “avventurarsi senza paura sullo stretto ponte oltre l’abisso tra il mondo ordinario e l’aldilà”, secondo la tradizione. L’ingestione di uno spicchio dell’amaro hikuri è quindi un’esperienza mistica, spirituale e religiosa.

Da mesi i huichol invadono Mexico City con tamburi e colori, ma anche con manifestazioni e campagne informative. Nel 2011 il movimento ha ottenuto l’adesione di molte Ong, intellettuali ed attori come il messicano Gael García. In febbraio è previsto un megaconcerto di Manu Chao, dei messicani Café Tacuba e dei portoricani Calle13 con lo slogan di “Salviamo Wirikuta”. S’è mosso anche l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani in Messico che realizzerà l’anno prossimo una visita speciale per dare un parere ufficiale sulla controversia tra il Messico profondo e i canadesi.