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@DonWinslow e #IlCartello: #Intervista di Daniel Bilenko @RSIonline #Mexico

Nel video qui sopra: intervista (doppiata in italiano) del giornalista Daniel Bilenko allo scrittore americano Don Winslow, autore de IL CARTELLO (2015) e IL POTERE DEL CANE (2005), romanzi sui narcos messicani, il narcotraffico, i legami con la politica e lo stato. Anche una nota interessante sull’EZLN e il Chiapas, tematiche cui Winslow aveva dedicato un capitolo, poi stralciato, de Il potere del cane. Andata in onda il 2 gennaio 2016, programma Finestra Sera Aperta, RSI Rete Due. QUI LINK alla II parte della trasmissione sulla NARCOGUERRA e il MESSICO.

#Ayotzinapa in #Italia: Proiezioni del #Documentario “Cronaca di un Crimine di Stato” #Messico #InformeGIEI

Sopra: Trailer del documentario che sarà proiettato nel week end del 26-27 settembre in numerose città italiane: AYOTZINAPA in ITALIA

Nella notte tra il 26 e 27 settembre si compirà un anno dall’attacco e dalla sparizione forzata dei 43 studenti normalisti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa (Guerrero, Messico). In Italia verrà proiettato il documentario “Ayotzinapa: cronaca di un delitto di Stato” di Xavier Robles, che descrive i fatti che hanno sconvolto la società messicana e puntato i riflettori sul problema della sparizione forzata, una strategia di controllo sociale attuata dal governo ormai da vari decenni.

Ecco la lista (che verrà aggiornata durante la settimana – Napoli appena aggiunta! E anche Venezia e Treviso-Fregona e Vicenza + Roma-Bis) dei luoghi in cui verrà proiettato:

Seregno
Cinema Roma
Via Umberto I 14 Seregno (MB)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata libera

Settimo Milanese
Cinema Auditorium
Via Grandi 12 Settimo Milanese (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,30 entrata libera

Padova
Hub – Culture, Food and Sport
Piazza Gasparotto, Padova
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,15
organizza l’Associazione Ya Basta – Caminantes e Libera – Presidio di Padova

Monselice
Parco Buzzaccarini
Via San Giacomo, 52 Monselice (PD)
Sabato 26 settembre 2015 ore 18,30

Bologna
Labàs occupato
Via Orfeo, 46 40124 Bologna
Venerdì 25 settembre dalle ore 18,00
organizza Bologna por Ayotzinapa e Ya Basta

Catania
Comitato Popolare Experia Via Plebiscito, 903 Catania
Sabato 26 settembre 2015 ore 17:30 – Link Evento

Milano
Piano Terra
Via Federico Confalonieri 3, 20124 Milán
Domenica 27 settembre 2015 ore 21,00

Roma
Piazza Nuccitelli Persiani Pigneto, 00176 Roma
Sabato 26 settembre 2015 ore 19,00

Rho
Centro Sociale SOS Fornace
Via Moscova, 5 Rho (MI)
Giovedi 24 settembre 2015 ore 21,00

Cagliari
Facoltà di Scienze Politiche
Viale Fra’ Ignazio Da Laconi, 17, 09123 Cagliari
Lunedì 28 settembre 2015

Torino
Circolo Arci* No.à.
Corso Regina Margherita, 154 – Torino
Sabato 26 settembre 2015 ore 21,00
organizza Carovane Migranti

Bergamo
Circolo Barrio Campagnola
Via Ferruccio Dell’Orto 20, Bergamo
Domenica 27 settembre ore 20,30
organizza il Comitato Maribel Bergamo

Napoli
Aula Mura Greche, Università Orientale di Napoli Palazzo Corigliano
Venerdì 25 settembre Ore 16:30
Organizzano Zero 81 – Coop Rebelde Napoli

Venezia
LISC Ca’ Bembo Fondamenta San Gian Toffetti Rio de San Trovaso Dorsoduro
Sabato 26 settembre alle 17:00
Organizzano Ya Basta Edi Bese e Ca’ Bembo

Fregona (Treviso)
Circolo ARCI Gallo Rosso, via San Martino 3
Venerdì 25 settembre ore 21
organizza Circolo Arci Gallo Rosso

Vicenza
Centro sociale Bocciodromo Via Alessandro Rossi 198
Sabato 26 settembre ore 17
organizza Coordinamento degli studenti medi

Roma-Bis
CSOA La Strada

Via Passino 24 Free Garbatella
Sabato 26 settembre 2015 – Ore 20
Organizzano La Strada e Ya Basta Roma Moltitudia, Casetta Rossa SPA, Collettivo Politico Galeano

Aosta  
Espace Populaire
Via J.C. Mochet, 7 11100 Aosta
Sabato 26 settembre Ore 17:45

Trento
Centro Sociale Bruno
Via Lungadige San Nicolò 4
Mercoledì 30 settembre Ore 20:30

Pavia
Osteria Sottovento – Via Siro Comi 8
Lunedì 28 settembre dalle 19:30
Organizza La Mongolfiera

ayotzinapa crimine di stato documentario

Video Libro #NarcoGuerra #Kobane #YaBasta al Festival #Sherwood #Padova

Presentazione dei progetti dell’Associazione Ya Basta EDI BESE su Messico, Italia e Kobane e del libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli droga al Festival Sherwood – Padova – 25 giugno 2015 – Link post originale

copertina_yabasta Narcoguerra sherwood

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NarcoGuerra, il Libro: Prologo di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)] – Prologo di Pino Cacucci

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo. Da CarmillaOnLine

Leggi l’introduzione del libro: QUI 

Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Presentazioni del libro e pagina NarcoGuerra: QUI

Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI

NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Parte l’EuroCarovana per i Desaparecidos di Ayotzinapa e del Messico

EuroCaravana43 AyotzinapaNarcos e stato, conniventi, compenetrati. Una strage. 30mila desaparecidos in un decennio. 100mila morti per la narcoguerra. La repressione sociale legittimata e potenziata dalla guerra alle droghe. Casi irrisolti: il 97%. Il Messico è anche questo. Il 17 aprile parte una carovana per denunciare, ricordare, ottenere giustizia. Dopo un mese negli Stati Uniti, ora tocca all’Europa: 13 paesi in 33 giorni. Eleucadio Ortega, uno dei genitori delle vittime della strage degli studenti di Ayotzinapa, Omar García, sopravvissuto all’attacco del 26 settembre scorso e portavoce del Comitato studentesco della scuola rurale normale di Ayotzinapa, e Román Hernández, del Centro per i Diritti Umani della Montagna Tlachinollan, sono partiti il 15 aprile da Città del Messico alla volta di Oslo, prima tappa di un lungo tour per denunciare la grave crisi dei diritti umani in Messico e chiedere giustizia. Il 28 aprile saranno a Milano e il giorno dopo a Roma.

Il 26 settembre 2014, a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, la carneficina di studenti della scuola rurale di Ayotzinapa e la sparizione forzata, cioè la desaparicion, di 43 di loro ha scosso il paese e il mondo intero. A quasi 7 mesi dai fatti di Iguala non è stata fatta giustizia, la procura messicana ha praticamente chiuso il caso, e allora restano le istanze internazionali. Collettivi e comunità, studenti e lavoratori, organizzazioni civili e sindacali, movimenti sociali e difensori dei diritti umani, media alternativi e indipendenti hanno unito i loro sforzi per realizzare una carovana con le vittime e i portavoce di Ayotzinapa, esigere la presentazione in vita dei desaparecidos e la fine della repressione contro il loro movimento.

La carovana, che si può seguire su Twitter con l’hashtag #EuroCaravana43, ha diversi scopi.

Lo stato messicano deve farsi responsabile dei crimini di lesa umanità e delle violazioni ai diritti umani che i propri apparati incessantemente commettono in una quasi totale impunità: l’esigenza che siano ritrovati vivi i desaparecidos, in questo senso, non è pura retorica, né un grido disperato senza speranza, ma rappresenta la denuncia più forte e tagliente dell’inettitudine statale e della sua complicità nella crisi umanitaria del paese. Per questo: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”, “Vivi li han portati via, vivi li rivogliamo”, perché non è possibile che la procura non abbia potuto dare risposte plausibili e che se la cavi con l’arresto di alcuni narco-poliziotti (forze dell’ordine al soldo dei narcos e di narco-politici).

Dietro alla mattanza di Iguala c’è molto di più: frammenti di narco-stato, volontà politica di annichilamento della dissidenza sociale, difesa di interessi economici locali e transnazionali, militarizzazione dei territori, mantenimento dei patti d’impunità tra le élite politico-economiche.

Si chiede all’Unione Europea di mantenere sotto osservazione internazionale gli atti di repressione contro i movimenti sociali messicani e di fornire un sostegno concreto per costruire vere garanzie di “non-ripetizione” delle violazioni, di rispetto e accesso pieno ai diritti dell’uomo e di riparazione del danno. “Cerchiamo garanzie reali di non-ripetizione e le dobbiamo costruire tra di noi, con i popoli e le comunità, insieme alle organizzazioni sociali e ai collettivi. Queste garanzie non le possiamo chiedere alle stesse istituzioni del governo da cui vengono le violazioni ai diritti umani”, spiega Omar García.

I partecipanti puntano a informare la comunità internazionale sulla lotta dei genitori che continua e sfida le versioni ufficiali degli inquirenti che, invece, danno per chiuso il caso e sostengono che gli studenti sono stati bruciati nella discarica di Cocula da un gruppo di narcotrafficanti. Ciononostante le voci di studiosi ed esperti che, dati alla mano, negano categoricamente questa possibilità sono state ignorate. L’attenzione mondiale non può spegnersi e adeguarsi a mezze verità ufficiali.

Per questo la carovana percorrerà l’Europa, specialmente la Otra, l’Altra Europa, organizzata dal basso: da Londra a Madrid, da Berlino a Helsinki, da Zurigo a Parigi e tante altre città sono previste camminate, manifestazioni, incontri pubblici, atti di denuncia, sit-in fuori da consolati e ambasciate messicane. La brigata di Ayotzinapa condividerà quasi sette mesi di resistenza, lotte e organizzazione.

Gli inquirenti messicani non hanno aperto nessuna indagine sull’Esercito e sulla polizia federale, né hanno previsto di imputare il reato di “sparizione forzata” ai funzionari e in stato d’arresto. Perché? Perché implicherebbe riconoscere le responsabilità dello stato stesso. La brigata chiede a gran voce che le indagini vadano a fondo anche se questo significa investigare il nucleo malato e corrotto delle istituzioni.

Sono tanti i governi e i paesi europei che hanno firmato accordi e trattati con Il Messico che includono capitoli sul rispetto dei diritti umani, ma resta debole la pressione in tal senso. S’implementano più efficacemente, invece, gli accordi sui temi della sicurezza e del commercio, sulla vendita di armi e la formazione di polizia ed esercito, anche se poi parte di queste risorse finisce per essere canalizzata verso la repressione e rifocilla le leve della criminalità organizzata. I genitori di Ayotzinapa denunciano anche queste complicità.

“I nostri interlocutori in Europa in questa occasione sono le organizzazioni sociali, i collettivi, i media liberi, o come si chiamino, la società civile organizzata. Veniamo a ringraziarvi per tutto il vostro sostegno e a insistere sul fatto che è necessario che come comunità e società dal basso continuiamo a organizzarci per trasformare una volta per tutte questo sistema di potere e corruzione fondato sulla spoliazione, il disprezzo, lo sfruttamento e la repressione contro le nostre genti. Dobbiamo farlo insieme, dai nostri luoghi d’origine, coordinati e organizzati, perché così come i potenti hanno globalizzato il saccheggio, noi abbiamo il dovere sacro di globalizzare la resistenza, la degna rabbia e l’allegra ribellione”, chiarisce García. La carovana si concluderà il 20 maggio e la brigata ripartirà per il Messico da Londra. (Fabrizio Lorusso da Carmilla)

Continua la lotta per i #desaparecidos di #Ayotzinapa in #Messico

Mural Aytzinapa San Cristobal

I genitori dei 43 studenti desaparecidos della scuola normale di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, in Messico, e il movimento sociale che da oltre 100 giorni li accompagna nella loro lotta per il ritrovamento in vita dei ragazzi e il chiarimento delle responsabilità a tutti i livelli non sono andati in vacanza in questo periodo natalizio. L’incubo di un caso in cui le autorità messicane si sono impantanate, non essendoci stati progressi concreti nelle indagini, e che ha smascherato il governo di Peña Nieto, promotore all’estero di un paese pacificato e sulla via dello sviluppo grazie alle riforme strutturali, non ha smesso di turbare i sogni di gloria della classe dirigente nazionale: la notte della vigilia di Natale e di capodanno migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Città del Messico insidiando la residenza presidenziale de Los Pinos, difesa da centinaia di celerini. E ormai non si chiede più la “risoluzione di un caso”, ma si denuncia la violenza di stato strutturale che impera nel paese, la corruzione di tutto un sistema che reagisce con depistaggi e con la forza.

La mattina 12 gennaio un gruppo di manifestanti e una ventina di genitori dei ragazzi di Ayotzinapa hanno fatto irruzione nella caserma del ventisettesimo battaglione a Iguala perché sono sicuri che sia stato l’esercito a sequestrare gli studenti. Inoltre il ministro degli interni Osorio Chong ha cancellato una riunione che aveva fissato con i familiari nella capitale e questo ha suscitato ulteriori scontenti e rabbia. Nove genitori e vari manifestanti sono rimasti indignati e feriti per la dura repressione dei militari. Anche ad Acapulco i manifestanti hanno fatto un picchetto fuori dalla caserma. Rafael López Catarino, padre di Julio César López, sostiene che, grazie all’aiuto di alcuni suoi conoscenti della procura del Guerrero, è stato possibile tracciare gli ultimi spostamenti di suo figlio col GPS del cellulare e l’ultima coordinata ricevuta proviene dalla caserma di Iguala.

La lotta non va in vacanza: da Città del Messico a Oventic

In testa ai cortei di dicembre c’erano i genitori dei 42 studenti che ancora risultano scomparsi e di Alexander Mora, giovane normalista i cui resti sono stati identificati il mese scorso dopo gli studi del DNA effettuati a Innsbruck. In tante città e regioni, comprese quelle turistiche, dal Chiapas allo Yucatan, dal Guerrero alla capitale, i muri si sono dipinti di rosso e di nero, si sono riempiti di murales e gli stencil hanno riprodotto le tracce della protesta, gli slogan del movimento per Ayotzinapa: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”, “Fue el Estado”, “Nos faltan 43”, tra gli altri.

Un gruppo di genitori degli studenti, accompagnati da attivisti di una cinquantina di paesi, hanno seguito il cammino della carovana del Festival delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo, convocato l’agosto scorso dall’EZLN e dal CNI (Congreso Nacional Indigena), che, tra il 20 dicembre il 3 gennaio, ha percorso le strade del Messico dalla capitale al Estado de México, dal Morelos a Campeche e infine al caracol zapatista di Oventic e a San cristobal de las Casas, in Chiapas. L’Esercito Zapatista ha ceduto la parola e i suoi spazi ai genitori e ai normalisti venuti da Ayotzinapa e ha celebrato i 21 anni dell’insurrezione la notte del 31 dicembre a Oventic, dove sono confluiti collettivi, organizzazioni, militanti e aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, in totale oltre 2000 persone tra cui circa 500 stranieri.

I forni crematori dell’esercito, Ayotzinapa, versioni ufficiali e nuove smentite

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (28)La versione ufficiale del procuratore generale Jesus Murillo Karam punta a limitare i danni e ad allontanare i sospetti dall’esercito e dalla polizia federale, accusando del crimine i narcos dei Guerreros Unidos, l’ex sindaco di Iguala José Luis Abarca, ritenuto uno degli “autori intellettuali” della mattanza, e alcuni membri della polizia locale. Si tratterebbe quindi di una strage derivata da un conflitto locale e non da una crisi strutturale dello stato messicano. La procura, chiaramente, non fa mai riferimento al caso Iguala come a un “crimine di stato” quale invece è. L’intervento di agenti e apparati dello stato nella notte tra il 26 e 27 settembre è un fatto assodato e sono state dimostrate anche la partecipazione delle forze federali e il fatto che tanto l’esercito, il ventisettesimo battaglione di stanza a Iguala, come i federali erano informati in tempo reale di quanto stava accadendo e non sono intervenuti. Anzi, i militari hanno vessato un gruppo di studenti che si trovavano in un ospedale e li hanno rimandati in strada, dove era in corso una persecuzione armata contro di loro.

Una parte consistente della società, numerose indagini condotte dalla stampa critica, i genitori dei ragazzi e alcuni sopravvissuti puntano il dio proprio contro l’esercito, un’istituzione che storicamente “s’è occupata” della repressione dei movimenti contadini e indigeni e della desaparicion forzata degli oppositori politici a partire dalla guerra sporca degli anni settanta fino ad arrivare a stragi più recenti come quella de El Charco, Guerrero, nel 1997, e a quella di Tlatlaya del 2014.

Nuove rivelazioni del settimanale Proceso, il cui direttore Julio Scherer, figura storica del giornalismo messicano, è deceduto all’età di 88 anni il 7 gennaio scorso, confermano che il fascicolo delle indagini della procura contiene indizi sulla possibile responsabilità dell’esercito nei fatti di Iguala i quali potrebbero giustificare l’avvio di un’investigazione a parte. Nonostante le accuse mosse dalla società civile e dai movimenti sociali, oltre a quelle lanciate in dichiarazioni giurate da varie persone arrestate per il caso, la procura si rifiuta di aprire un nuovo fascicolo sulle forze armate che, inoltre, erano bene informate sul “potere corruttore e la potenza di fuoco del cartello dei Guerreros Unidos”, come riporta la rivista.

Secondo le dichiarazioni rese dai detenuti e le carte delle indagini preliminari, sono vari i poliziotti di Iguala e di Cocula, accusati del rapimento e della sparizione dei normalisti che hanno un passato nell’esercito e, per giunta, gli alti ranghi del battaglione 27 nel 2013 hanno ricevuto denunce sui nessi della polizia locale di Iguala e Cocula coi narcos e su altre irregolarità gravi legate a conflitti interni alle forze dell’ordine di Cocula, per la precisione tra il capo della polizia, Bravo Barcenas, e il suo vice, Cesar Nava, probabilmente legato ai Guerreros Unidos.

La stessa procura della repubblica aveva cominciato tre indagini contro l’ex sindaco Abarca e una contro sua moglie, Maria Pineda, tra il 2010 e il 2012, ma queste sono rimaste sepolte fino a che la pressione nazionale e internazionale per il caso Ayotzinapa non ha obbligato le autorità a scongelarle e a far imprigionare l’ex sindaco per delinquenza organizzata, omicidio e sequestro di persona. Sono delitti che Abarca avrebbe commesso prima del settembre scorso, per cui sarebbe potuto finire in galera e non fare altri danni. Il 5 gennaio a sua moglie, che era ai domiciliari da due mesi, è stato confermato il fermo e sono state formalizzate le accuse di delinquenza organizzata e uso di risorse di provenienza illecita, per cui è stata trasferita al penitenziario di Tepic, nello stato settentrionale del Nayarit.

I forni dell’esercito

La procura non si muove, nonostante si moltiplichino le testimonianze e le segnalazioni di una possibile implicazione dell’esercito nella cremazione degli studenti nei propri forni. Pressato dalla pubblicazione di un reportage de La Jornada che proponeva questa ipotesi, supportata dal parere dei ricercatori Jorge Antonio Montemayor y Pablo Ugalde, il 7 gennaio il ministero della difesa messicano ha inviato una lettera al quotidiano La Jornada negando l’esistenza di forni crematori nelle strutture militari del paese. Ma pochi giorni dopo vengono diffuse altre ricerche giornalistiche. Un reportage di Sanjuana Martinez cita nuove fonti che accusano l’esercito di avere e utilizzare forni crematori. La guida per le pratiche legate ai benefici forniti dall’Istituto della Sicurezza Sociale delle Forze Armate (Issfam) cita l’esistenza dei forni. Il ministero stesso offre servizi di cremazione ai propri dipendenti sia in modo indipendente sia attraverso l’Istituto di Sicurezza Sociale dei Lavoratori Statali (Issste). Quindi ci sarebbe la possibilità che i corpi degli studenti siano stati inceneriti in una di queste strutture, anche grazie alla “discrezione” o segretezza di cui godono le operazioni condotte delle forze armate.

“Purtroppo non esiste un’altra possibilità che non si basi su questo tipo di crematori. Se le autorità avessero detto che i giovani erano stati seppelliti nel deserto e si fossero trovate delle ossa, sarebbe diverso. Ma siccome hanno detto che sono stati inceneriti nella discarica di Cocula, secondo le leggi della fisica, della chimica e della scienza in generale, è impossibile che siano stati cremati là, con legna o gomme. Lo abbiamo già dimostrato. Pertanto devono essere stati cremati in un forno. E chi ha possibilità di usarli in modo discreto? Solo lo stato”, ha dichiarato il ricercatore della UNAM Jorge Antonio Montemayor Aldrete. Le ricerche potrebbero quindi dirigersi verso le caserme, le strutture militari, quelle dell’Issfam o dell’Issste. Anche il generale José Francisco Gallardo, imprigionato per motivi politici dal 1993 al 2002 per aver proposto la creazione di un garante dei diritti umani all’interno dell’esercito, conosce bene le strutture gestite dai militari e ha dichiarato che i forni esistono. “La Difesa sepre lo negherà, anche se ci sono prove. Ma è chiaro che hanno forni crematori. Negano anche di avere prigioni con dentro dei civili, ma io sono stato prigioniero lì nove anni e ho visto gente incarcerata. Inoltre vi dico che dove stanno queste prigioni e forni clandestini. Nel Campo Militare Numero Uno ci sono cantine con persone detenute. A me mi hanno rinchiuso in una di quelle, nudo, e c’erano altri civili. Ho visto cavi, secchi d’acqua, tutto quello che usano per le torture. Pensavo che mi avrebbero ucciso”, sostiene Gallardo nell’intervista con La Jornada.

E continua: “Il governo ha catalogato le normali rurali come centri della dissidenza. E’ un crimine di lesa umanità perché è lo sterminio di un gruppo specifico della popolazione come quello di Ayotzinapa. Qui si è formato uno scudo di impunità che ha permesso quei crimini. E’ necessario che l’Esercito si sottometta al potere civile dello stato, ma se non ci sarà una rforma dell’esercito, questa cosa non verrà risolta. E così dovranno intervenire gli organismi internazionali per investigare su questo delitto, l’esercito non lo permetterà. Il Messico è una società militarizzata fino al midollo”. E ha aggiunto: “Chi è il massimo responsabile? Il comandante supremo delle forze armate, il presidente Enrique Peña Nieto”.

Sempre più dubbi…

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (46)Il procuratore Jesús Murillo fonda la sua narrazione su alcune testimonianze dei presunti narcos agli arresti per il caso, Le ricerche dei giornalisti Anabel Hernández e Steve Fisher hanno fatto emergere le dichiarazioni delle persone arrestate che denunciano l’uso della tortura da parte delle autorità per cui si dubita fortemente della veridicità delle loro affermazioni sulla notte del 26-27 settembre. Secondo la versione ufficiale, quindi, i corpi dei 43 studenti sarebbero stati bruciati durante almeno 15 ore, dalle due del mattino alle cinque del pomeriggio, nella discarica di Cocula, a una trentina di chilometri da Iguala.

Però non ci sono prove, solo racconti. Nessuno ha potuto verificare che le ceneri e i pochi resti ossei presentati dalla procura e inviati in Austria per l’identificazione provenissero effettivamente dalla discarica di Cocula e dal fiume sottostante, come affermano alcuni detenuti. Un pilota militare con ampia esperienza, Andrés Pascual Chombo, la mattina del 27 settembre ha realizzato due voli a bassa quota proprio in quella zona con un elicottero del ministero della pubblica sicurezza dello stato del Guerrero per cercare i normalisti, ma il suo rapporto finale è stato: “Nessuna novità”. Questo significa che non c’era nulla di anormale e non si scorgevano colonne di fumo o incendi nei paraggi. Infine anche alcuni esperti della principale università messicana (UNAM) hanno contribuito a smontare la storia della procura. Infatti, secondo i loro calcoli, per bruciare 43 corpi in poche ore ci sarebbero volute 33 tonnellate di legna o 995 gomme d’auto, si sarebbero avvistate fumarole a chilometri di distanza per tutta la giornata e si sarebbero dovute ritrovare grosse quantità di residui di questi materiali. Tutto ciò, invece, non è avvenuto.

EZLN e Ayotzinapa

La notte del 31 dicembre il subcomandante insurgente Moisés ha tenuto un discorso (link) di cui riporto una parte, dedicata ai familiari dei desaparecidos. Alla fine sono stati i letti i nomi dei 43 e quelli dei tre studenti uccisi nella strage di Iguala.

Fratelli e sorelle famigliari degli assenti di Ayotzinapa: le zapatiste e gli zapatisti vi appoggiano perché la lotta è giusta e vera. Perché la vostra lotta deve essere di tutta l’umanità. Siete stati voi e nessun altro ad aver inserito la parola “Ayotzinapa” nel vocabolario mondiale. Voi con la vostra parola semplice. Voi con il vostro cuore addolorato e indignato. Quello che ci avete mostrato ha dato molta forza e coraggio alle persone semplici in basso e a sinistra. Lì fuori si dice e si grida che solo le grandi menti sanno come fare, e solo con i leader e caudillos, solo con i partiti politici, solo con le elezioni. E così se la cantano e se la suonano senza ascoltarsi e senza ascoltare la realtà. Poi è arrivato il vostro dolore e la vostra rabbia.

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (84)Poi ci avete insegnato che era ed è il nostro stesso dolore, che era ed è la nostra stessa rabbia. Per questo vi abbiamo chiesto di prendere il nostro posto in questi giorni durante il Primo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il Capitalismo. Non solo desideriamo che si raggiunga il nobile obiettivo del ritorno in vita di chi oggi ancora manca. Ma continueremo ad appoggiarvi con le nostre piccole forze. Noi zapatisti siamo sicuri che i vostri assenti, che poi sono anche nostri, quando saranno di nuovo presenti non si meraviglieranno più di tanto del perché i loro nomi hanno assunto diverse lingue e geografie. Tanto meno del perché i loro volti hanno fatto il giro del mondo. E nemmeno che la lotta per la loro riapparizione in vita è stata ed è globale. Neanche che la loro assenza ha fatto crollare le menzogne del governo e denunciato lo stato di terrore creato dal sistema.

Ammireranno invece la statura morale dei propri famigliari che non hanno mai fatto cadere nel dimenticatoio i loro nomi. Senza arrendersi, senza vendicarsi, senza tentennare hanno continuato a cercarli fino a trovarli. Quindi quel giorno o quella notte i vostri assenti vi daranno lo stesso abbraccio che adesso vi diamo noi zapatiste e zapatisti. Un abbraccio affettuoso, con rispetto e ammirazione. Così vi diamo 46 abbracci per ognuno degli assenti. (Leggi discorso completo qui).

Un’eventuale articolazione o intesa, preannunciata dagli eventi dell’ultimo mese, tra l’EZLN e i movimenti dello stato del Guerrero che sostengono la lotta dei normalisti e l’esigenza di giustizia e verità dei familiari di Ayotzinapa potrebbe rappresentare un punto di svolta per il 2015. Anche la proposta di un congresso costituente, oltre alle dimissioni del presidente e del governo, sta prendendo piede con l’idea di rifondare il paese e combattere un sistema definito da molti come “narco-stato-fallito”. Di fronte alla decadenza totale dell’apparato politico, all’impunità e alla corruzione endemiche tanto il vescovo di Saltillo, Raul Vera, vicino alla Teologia della Liberazione e ai principi di “opzione preferente per i poveri”, come alcuni movimenti sorti per la causa degli studenti di Ayotzinapa hanno chiamato a un congresso costituente. Il portavoce dei genitori di Ayotzinapa, Felipe de la Cruz, ha annunciato la data del 5 febbraio a Chilpancingo, capitale del Guerrero, per un primo passo in tal senso e per discutere la situazione della regione che resta militarizzata.

“Mano dura”, sgomberi e leggi restrittive

La scelta della “mano dura” non ha funzionato nel Michoacan, dove sono decine i morti risultanti dagli scontri dell’ultimo mese tra diverse fazioni della Forza Rurale, una polizia speciale creata nel maggio scorso dal Commissario “plenipotenziario” Alfredo Castillo, una specie di viceré emissario di Peña Nieto nella regione, dopo lo scioglimento dei gruppi di autodifesa. Siccome la Forza Rurale è stata subito infiltrata da ex narcotrafficanti, è stata imposta con la forza, in seguito all’incarcerazione a più riprese di vari leader del movimento delle autodefensas, ed è stata costruita in fretta e furia senza i dovuti controlli, sono scoppiati i conflitti tra diversi gruppi al suo interno, in particolare tra Luis Antonio Torres “El Americano” e Hipolito Mora, fondatore del movimento che ha da sempre denunciato le infiltrazioni mafiose, tollerate se non favorite dal Commissario Castillo, e ha perso suo figlio in una sparatoria contro gli uomini di Torres lo scorso 17 dicembre. Il Michoacan “pacificato” di fine 2014 è un territorio in guerra, con tassi di omicidio e di delitti denunciati superiori alla media nazionale, soprattutto nelle città come Apatzingán, Morelia, Uruapan e il porto di Lázaro Cárdenas.

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (39)A completamento di questo quadro fosco e drammatico la polizia della capitale e quella del Chiapas, rispettivamente, hanno atteso la fine delle vacanze per sgomberare lo spazio “occupato, ecologico, politico e sociale Chanti Ollin, attaccato il 7 gennaio e recuperato il giorno dopo dagli occupanti a Città del Messico, e per reprimere i membri della comunità di San Sebastián Bachajón, nei pressi delle famose cascate di Agua Azul. Il 21 dicembre i comuneros del Chiapas, aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN, hanno recuperato un terreno che fino a 5 anni fa era gestito in base al regime della proprietà collettiva, conosciuto in Messico come “ejido”, ma che il 2 febbraio 2011 fu espropriato manu militaridal governo del Chiapas. La difesa della terra costò agli abitanti l’arresto: ben 117 persone finirono in manette. Il 9 gennaio è intervenuto di nuovo il governo. 900 uomini in uniforme, membri della polizia statale, dell’esercito e dei federali, hanno sgomberato le famiglie di indigeni tzeltales che si trovavano a presidiare la zona. L’11 gennaio, durante un tentato recupero della terra dell’ejido, la polizia ha sparato pallottole di gomma contro gli indigeni, ferendone alcuni, e sono stati ritrovati anche alcuni proiettili di arma da fuoco. La comunità tzeltal chiede la ritirata della polizia e la possibilità di tornare a coltivare le terre che gli spettano legittimamente.

Il portale SinEmbargo.Mx ha pubblicato un’indagine sull’evoluzione delle leggi repressive della libertà di manifestazione che, nei vari stati della repubblica, sono state approvate nel 2014: la situazione è preoccupante dato che sono una decina i provvedimenti presi dai governi e dai parlamenti locali di località come Città del Messico, il Chiapas, Puebla e Quintana Roo (nello Yucatan) che tendono a criminalizzare la protesta sociale e ampliano le possibilità di repressioni violente da parte della polizia. In risposta une ventina di organizzazioni hanno emesso un comunicato diretto al comune di Città del Messico in cui si critica la gestione della sicurezza pubblica e si chiede il rispetto dei diritti umani “contro la repressione della polizia”. Decine di migliaia di cittadini hanno firmato una petizione su Change.Org per chiedere che gli agenti in servizio durante le manifestazioni abbiano un numero d’identificazione sull’uniforme (hashtag twitter #NumeroEnElUniforme).

Campagna elettorale e nuove azioni per Ayotzinapa

Caracol Oventic Festival Resistencias Rebeldias 31 dic 14 (15)Il fondatore del Movimento per la Pace, Javier Sicilia, ha chiamato a boicottare il processo elettorale del 7 giugno prossimo, in cui si dovranno rinnovare il parlamento nazionale e alcuni governi e parlamenti statali. Sette milioni di spot invaderanno le frequenze televisive e radiofoniche solo nella fase di pre-campagna elettorale, per cui il rischio che il caso Ayotzinapa passi in secondo piano è alto. Per questa ragione l’VIII Assemblea Popolare per Ayotzinapa, riunitasi il 3 gennaio nella scuola “Isidro Burgos”, ha stabilito la ripresa delle iniziative di protesta con un calendario densissimo.

Le rivendicazioni dell’assemblea e del movimento continuano ad essere la “presentazione in vita” degli studenti, la identificazione e il castigo dei responsabili, la rinuncia del presidente, la libertà a tutti detenuti politici e il boicottaggio delle elezioni del 2015. Si chiede la realizzazione di azioni in Messico e nel resto del mondo. Dal 10 al 15 gennaio riprende la ricerca da parte dei cittadini e della UPOEG (Unione Popoli Originari dello Stato del Guerrero) dei desaparecidos per cui si sono formati gruppi di appoggio volontari per raggiungere Ayotzinapa. Il 12 gennaio le proteste, con picchetti e manifestazioni, si dirigono contro le caserme di tutto il paese. Il 26 gennaio, esattamente a quattro mesi dalla strage, è prevista la VIII Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa il cui centro sarà Città del Messico, con quattro cortei simultanei che convergeranno nella piazza dellozocalo. Il 17 gennaio si terrà la IX Assemblea Popolare che dovrà decidere sul programma in vista di una costituente e della convocazione di Assemblee Popolari Statali e convocare anche un incontro internazionale su Ayotzinapa e sul Messico.

In Italia segnalo per la sera del 13 gennaio (ore 18:30) l’evento AYOTZINAPA VIVE! Uno sguardo sul movimento messicano (RadioAlSuolo meets SOLIDARIA43 e collettivo Italia-Messico) al VAG61 – via Paolo Fabbri 110, Bologna – Link evento Facebook

 Link

Sul Festival delle Resistenze e Ribellioni – Cronaca e sintesi finale

Bilancio finale Festival e intervista con il normalista (del comitato studentesco di Ayotzinapa) Omar García su Radio Onda D’Urto

Lista iniziative per Ayotzinapa e VIII Giornata di Azione Globale

Video Arrivo dei genitori di Ayotzinapa a Oventic e accoglienza zapatista

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Marcha Ayotzinapa 8 oct 179 (Small)Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”.

La strage di #Iguala #Ayotzinapa

Marcha Ayotzinapa 8 oct 149 (Small)La sera di venerdì 26 settembre un gruppo di giovani alunni della scuola normale di Ayotzinapa si dirige a Iguala per botear, cioè racimolare soldi. Hanno tutti tra i 17 e i 20 anni. Vogliono raccogliere fondi per partecipare al tradizionale corteo del 2 ottobre a Città del Messico in ricordo della strage  di stato del 1968, quando l’esercito uccise oltre 300 studenti e manifestanti in Plaza Tlatelolco. I normalisti decidono di occupare tre autobus. I conducenti li lasciano fare, ci sono abituati. Sono le sette e mezza, fa buio. Fuori dall’autostazione, però, ad attenderli c’è un commando armato di poliziotti. Fanno fuoco senza preavviso. Sparano per uccidere, non solo per intimidire. Hanno l’uniforme della polizia del comune di Iguala e sono gli uomini del sindaco José Luis Abarca Velázquez e del direttore della polizia locale Felipe Flores, entrambi latitanti da più di una settimana. Ma i pistoleri poliziotti non restano soli a lungo, presto sono raggiunti da un manipolo di altri energumeni in tenuta antisommossa. Il fuoco delle armi cessa per un po’, ma l’attacco è stato brutale, indignante e irrazionale.

La persecuzione continua. Partono altri spari. Muoiono tre studenti, altri 25 restano feriti, uno in stato di morte cerebrale. Per salvarsi bisogna nascondersi, buttarsi sotto gli autobus. Non muoverti, se no gli sbirri ti seccano. Alcuni cercano di scappare, scendono dai bus, il formicaio esplode nell’oscurità. Gli uomini in divisa caricano decine di studenti sulle loro camionette e li portano via. Pare che l’esercito, la polizia federale e quella statale abbiano scelto di non intervenire. Lasciar stare.

Intanto sopraggiungono altri soggetti con armi di alto calibro, narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, una delle tante sigle che descrivono il terrore della narcoguerra e la decomposizione del corpo sociale in molte regioni del paese. Non contenti, i poliziotti, in combutta con i narcos, si spostano fuori città, pattugliano la strada statale che collega Ayotzinapa a Iguala e fermano un pullman di una squadra di calcio locale, los avispones. Assaltano anche quello, pensando che sia il mezzo su cui gli studenti stanno facendo ritorno a casa. Bisogna sparare, bersagliare senza tregua. E ora sono in tanti, narcos e narco-poliziotti, insieme, probabilmente per ordine de “El Chucky”, un boss locale, e del sindaco Abarca.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 234 (Small)Ammazzano un calciatore degli avispones, un ragazzo di quattordici anni che si chiamava David Josué García Evangelista. I proiettili volano ovunque, sono schegge di follia e forano la carrozzeria di un taxi che, sventurato, stava passando di lì. Perdono la vita sia il conducente dell’auto sia una passeggera, la signora Blanca Montiel. Il caso, la mala suerte si fa muerte. Poche ore dopo in città compare il cadavere dello studente Julio Cesar Mondragón, martoriato. Gli hanno scorticato completamente la faccia e gli hanno tolto gli occhi, secondo l’usanza dei narcos. La macabra immagine, anche se repulsiva, diventa virale nelle reti sociali. E si diffondono globalmente anche le testimonianze dirette dell’orrore che stanno rendendo i sopravvissuti.

Le reazioni alla mattanza

Dopo il week end del massacro a Iguala i compagni della normale di Ayotzinapa e i familiari delle vittime e dei desaparecidos si organizzano, reclamano, tornano sul luogo della strage e indicono una manifestazione nazionale per l’8 ottobre a Città del Messico per chiedere le dimissioni del governatore statale, Ángel Aguirre, la “restituzione con vita” dei desaparecidos e giustizia per le vittime della mattanza.

Cresce la pressione mediatica e popolare per ottenere giustizia. Arrivano i primi arresti. 22 poliziotti al soldo delle mafie locali e 8 narcotrafficanti sono imprigionati e la Procura Generale della Repubblica comincia a occuparsi del caso. Alcuni degli arrestati confessano i crimini commessi e parlano di almeno 17 studenti rapiti e giustiziati. Indicano la posizione esatta di tre fosse clandestine in cui sarebbero stati interrati. L’esercito e la gendarmeria commissariano l’intera regione e blindano le fosse comuni che non sono tre, sono sei. La morte si moltiplica. I corpi recuperati sono 28, non 17. I desaparecidos, però, sono 43.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 020 (Small)I numeri non tornano. I familiari non si fidano, chiedono l’invio di medici forensi argentini, specialisti imparziali e qualificati. Ci vorrà tempo per avere certezze, se mai ce ne saranno. I risultati dell’esame dell’ADN tarderanno ad arrivare almeno due settimane. Nel frattempo, il 7 ottobre, seicento agenti delle polizie comunitarie della regione della Costa Chica, appartenenti alla UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), hanno fatto il loro ingresso a Iguala per cercare “vivi o morti” e “casa per casa” i 43 studenti scomparsi. Altri gruppi della polizia comunitaria di Tixla, autonoma rispetto alle autorità statali, hanno scritto su twitter: “Con la nostra attività di sicurezza stiamo proteggendo la Normale di #Ayotzinapa“.

Dov’è finito il sindaco del PRD (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra) José Luis Abarca? E sua moglie, anche lei irreperibile? E cosa fa il governatore dello stato, il “progressista”, anche lui del PRD, Ángel Aguirre? Pare che lui conoscesse molto bene la situazione già da tempo. Il loro partito ha scelto di espellere il sindaco e sostenere il governatore per non perdere quote di potere in quella regione. Abarca ha chiesto 30 giorni di permesso e poi è sparito. Ora è ricercato dalla giustizia e vituperato dall’opinione pubblica nazionale. Aguirre, che non ha potuto impedire la strage né ha bloccato la concessione permesso richiesto dal sindaco prima di scappare, cerca di difendere l’indifendibile e, per ora, non presenta le sue dimissioni. Anzi, scambia abbracci e si fa la foto con Carlos Navarrete, nuovo segretario generale del PRD eletto domenica 5 ottobre.

Narco-Politica

La gravità della situazione è palese, anche perché è nota da anni e non s’è fatto nulla per denunciarla ed evitare la sua degenerazione violenta. José Luis Abarca, sindaco di Iguala al soldo dei narco-cartelli, ha un passato inquietante alle spalle, ma è riuscito comunque a diventare primo cittadino e a piazzare sua moglie, María Pineda, come capo delle politiche sociali municipali, cioè dell’ufficio del DIF (Desarrollo Integral de la Familia), e prossima candidata sindaco. Il giorno della strage la signora Pineda doveva presentare la relazione dei lavori svolti come funzionaria pubblica e, temendo un’eventuale incursione dei normalisti nell’evento, avrebbe richiesto al marito di “mettere in sicurezza” la zona.

Abarca avrebbe quindi lanciato l’operazione contro gli studenti con la collaborazione piena del capo della polizia municipale, suo cugino Felipe Flores. Costui era già noto per aver “clonato” pattuglie della polizia col fine di realizzare “lavoretti speciali” e per i suoi abusi d’autorità. La moglie del sindaco è sorella di Jorge Alberto e Mario Pineda Villa, noti anche come “El borrado” e “El MP”, due operatori del cartello dei Beltrán Leyva morti assassinati. Salomón Pineda, un altro fratello, sta con i Guerreros Unidos dal giugno 2013. In uno degli stati più poveri del Messico, Abarca e consorte prendono, tra stipendi e compensazioni, 20mila euro al mese che pesano direttamente sulle casse comunali.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 175 (Small)“Mi concederò il piacere di ammazzarti”, avrebbe detto nel 2013 il sindaco Abarca ad Arturo Hernández Cardona, della Unidad Popular di Guerrero, prima di ucciderlo, secondo quanto racconta un testimone di questo delitto per cui Abarca non è stato condannato, ma che è depositato in un fascicolo giudiziale.

Il 30 maggio 2013 otto persone scomparvero a Iguala. Erano attivisti, membri della Unidad Popular, un gruppo politico vicino al PRD. Tre di loro sono stati ritrovati, morti, in fosse comuni. La camionetta su cui viaggiavano venne rinvenuta nel deposito comunale degli autoveicoli di Iguala. Human Rights Watch, Amnisty Internacional e l’Ufficio a Washington per gli Affari Latinoamericani chiesero invano alle autorità federali di chiarire il caso, essendoci il fondato sospetto di un’implicazione delle autorità locali. Cinque attivisti sono tuttora desaparecidos.

I sicari con l’uniforme della polizia e quelli in borghese lavorano per lo stesso cartello, quello dei Guerreros Unidos che è in lotta con Los Rojos per il controllo degli accessi allatierra caliente, la zona calda tra lo costa e la sierra in cui prosperano le coltivazioni di marijuana e fioriscono i papaveri da oppio, che qui si chiamano amapola o adormidera. Le bande rivali sono nate dalla scissione organizzazione dei fratelli Beltrán Leyva, ormai agonizzante. Il 2 ottobre, mentre 50mila persone sfilavano per le strade della capitale per non far sbiadire la memoria di una strage, a Queretaro veniva arrestato l’ultimo dei fratelli latitanti, Hector Beltrán Leyva, alias “El H”, un altro figlio delle montagne dello stato del Sinaloa. “El H” era diventato un imprenditore rispettato. Originario della Corleone messicana, la famigerata Badiraguato, e antico alleato dell’ex jefe de jefes, Joaquín “El Chapo” Guzmán, che sta in prigione dal febbraio scorso, s’era costruito una reputazione rispettabile, onorata. Ma già da tempo il gruppo dei Beltrán s’era diviso in cellule cancerogene e impazzite secondo il cosiddetto effetto cucaracha: scarafaggi in fuga, un esodo di massa per non essere calpestati.

Ed eccoli qui che giustiziano studenti insieme ai poliziotti che, a loro volta, aspirano a posizioni migliori all’interno dell’organizzazione criminale, sempre più confusa con quella statale, e s’occupano della compravendita di protezione e di droga. L’eroina tira di più in questo periodo e Iguala è una porta d’accesso importante, una plaza di snodo. L’eroina bianca del Guerrero è un prodotto che non ha niente da invidiare, per qualità e purezza, a quella proveniente dall’Afghanistan. Anche per questo la regione è la più violenta del Messico da un anno e mezzo a questa parte e ha spodestato in testa alla classifica della morte altri stati in disfacimento come il Michoacan, il Tamaulipas, Sonora, il Sinaloa, Chihuahua, l’Estado de México e Veracruz.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 292 (Small)I responsabili del massacro di Iguala

I poliziotti detenuti accusano Francisco Salgado, uno dei loro capi, finito anche lui in manette, di avere ordinato loro di intercettare gli studenti fuori dalla stazione degli autobus. Invece l’ordine di sequestrarli e assassinarli sarebbe arrivato dal boss mafioso El Chucky. Chucky, come il personaggio del film horror “La bambola assassina” di Tom Holland. Il procuratore di Guerrero, Iñaki Blanco, ritiene che il principale responsabile della mattanza e della desaparición dei 43 normalisti sia il sindaco Abarca che “è venuto meno al suo dovere, oltre ad aver commesso vari illeciti”. Il procuratore parla solo di “omissioni”, promuoverà accuse per “violazioni alle garanzie della popolazione” e la revocazione della sua immunità, ma dal suo discorso non si capisce chi sarebbero tutti i responsabili né come saranno identificati e processati.

Chi ha ordinato ai (narco)poliziotti di fermare i normalisti e di sparare? Com’è possibile che il sindaco e il capo della polizia e delle forze di sicurezza locali, Felipe Flores, siano riusciti a fuggire? Perché i due, ma anche l’esercito e le forze federali, hanno lasciato gli studenti alla mercé della violenza? Perché la polizia prende ordini dai narcos e, anzi, fa parte del cartello dei Guerreros Unidos? Com’è possibile che tutto questo sia tragicamente così normale in Messico? Come mai nessuno l’ha impedito, se già da anni si era a conoscenza della situazione?

Infatti, ci sono prove del fatto che, almeno dal 2013, il governo federale e il PRD hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’evidenza: José Luis Abarca e sua moglie María Pineda avevano chiari vincoli col narcotraffico e con la morte di un militante come Arturo Hernández Cardona. Ma già dal 2009, quando il presidente era Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), la Procura Generale della Repubblica aveva reso pubbliche la relazioni della signora Pineda e dei suoi fratelli con il cartello dei Beltrán Leyva. La polizia di Iguala era in mano ai narcos e sono tantissime le realtà locali in Messico ove predomina questa situazione.

L’esperto internazionale di sicurezza e narcotraffico, il prof. Edgardo Buscaglia, ha parlato di Peña Nieto e di Calderón come figure simili tra loro, come coordinatori del patto d’impunità e della perdita di controllo politico nazionale: “Sono cambiate le facce, ma hanno lo stesso ruolo”.  Perciò, ha segnalato l’accademico, bisogna cominciare dal presidente per trovare i responsabili. Mentre la comunità internazionale “fa come se non stesse accadendo nulla”, nel paese “il denaro zittisce le coscienze collettive” e, secondo Buscaglia, “il sistema giungerà a una crisi e ci sarà una sollevazione sociale in cui si fermerà il paese e soprattutto il sistema economico”.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 129 (Small)Le scuole normali messicane

Resta il fato che sparuti gruppi di studenti, seppur combattivi, di un’istituzione rurale non sono pericolosi trafficanti né rappresentano minacce sistemiche. Perché annichilarli? Forse la storia ci aiuta a ipotizzare delle risposte. Le scuole normali messicane, nate negli anni ’20 e impulsate dal presidente Lázaro Cárdenas negli anni ’30 come baluardi del progetto di educación socialista per il popolo e le zone rurali del paese, sono considerate oggi dalla classe politica tecnocratica come un pericoloso e anacronistico retaggio del passato. Un’appendice inutile da estirpare per entrare appieno nella globalizzazione.

Di fatto i governi neoliberali, dai presidenti Miguel de la Madrid (1982-1988) e Carlos Salinas (1988-1994) in poi, hanno costantemente attaccato e minacciato la sopravvivenza del sistema scolastico delle normali che, ciononostante, ha saputo resistere. La funzione sociale di questi centri educativi è sempre stata fondamentale perché è consistita nell’istruire le classi sociali più deboli e sfruttate, specialmente i contadini e gli abitanti delle campagne, affinché potessero difendersi dai soprusi dei latifondisti e dei politici locali, secondo un chiaro progetto politico-educativo di emancipazione e ribellione allo status quo. L’alfabetizzazione della popolazione rurale e la formazione di maestri coscienti socialmente sembra essersi trasformata in un’anomalia per tanti settori benpensanti, politici e metropolitani.

Anche per questo gli studenti delle normali, in quanto portatori di modelli di lotta e di formazione antitetici rispetto a quelli delle élite locali e nazionali e dei cacicchi della narco-agricoltura e della narco-politica, sono già stati vittime in passato della barbarie e della repressione. Nel dicembre 2011 la polizia ne uccise due proprio di Ayotzinapa durante lo sgombero di un blocco stradale e di una manifestazione. Una violenza smisurata venne impiegata dalla Polizia Federale nel 2007 per reprimere gli alunni di quella stessa cittadina che avevano bloccato il passaggio in un casello della turistica Autostrada del Sole tra Acapulco e Città del Messico. Nel 2008 i loro compagni della normale di Tiripetío, nel Michoacán, furono trattati come membri di pericolose gang e, in seguito a una giornata di proteste e scontri con la polizia, 133 di loro finirono in manette.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 008 (Small)Tradizione stragista

La criminalizzazione dei normalisti va inquadrata anche nel più esteso processo di criminalizzazione della protesta sociale che incalza con l’approvazione di misure repressive, come la “Ley Bala”, che prevede l’uso delle armi in alcuni casi nei cortei da parte della polizia, con l’inasprimento delle pene per delitti contro la proprietà privata e l’ampliamento surreale delle fattispecie legate ai reati di terrorismo e di attacco alla pace pubblica. Tutti contenitori pronti per fabbricare colpevoli e delitti fast track. Il caso di Mario González, studente attivista arrestato ingiustamente il 2 ottobre 2013 e condannato, senza prove e con un processo ridicolo, a 5 anni e 9 mesi di reclusione, sta lì a ricordarcelo.

Ma la “tradizione stragista” e di omissioni dello stato messicano è purtroppo molto più lunga e persistente. Basti ricordare alcuni nomi e alcune date, solo pochi esempi tra centinaia che si potrebbero menzionare: 2 ottobre 1968, Tlatelolco; 11 giugno 1971, “Los halcones”; anni ’70 e ‘80, guerra sucia; 1995, Aguas Blancas, Guerrero; 1997, Acteal, Chiapas; 2006, Atenco y Oaxaca; 2008 y 2014, Tlatlaya; 2010 e 2011, i due massacri di migranti a San Fernando, Tamaulipas; 2014, caracol zapatista de La Realidad, Chiapas; 2014, Iguala; 2006-2014, NarcoGuerra, 100mila morti, 27mila desaparecidos…

La OAS (Organization of American States), Human Rights Watch, la ONU, la CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) si sono unite al coro internazionale di voci critiche contro il governo messicano. La notizia delle fosse comuni e della mattanza di Iguala sta cominciando a circolare nei media di tutto il mondo e si erge a simbolo dell’inettitudine, dell’impunità e della corruzione. In pochi giorni è crollata la propaganda ufficiale che presentava un paese pacificato e sulla via dello sviluppo indefinito.

“Estamos moviendo a México”

Marcha Ayotzinapa 8 oct 225 (Small)Gli spot governativi presentano un Messico che si muove, che sta sconfiggendo i narcos e che, grazie alla panacea delle “riforme strutturali”, in primis quella energetica, ma anche quelle della scuola, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, si starebbe avviando a entrare nel club delle nazioni che contano: una retorica, quella delle riforme necessarie e provvidenziali, che suona molto familiare anche in Europa e in Italia e che, in terra azteca, copia pedantemente quella dei presidenti degli anni ottanta e novanta, in particolare di Carlos Salinas de Gortari. Dopo la firma del NAFTA (Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord) con USA e Canada, Salinas preconizzava l’ingresso del Messico nel cosiddetto primo mondo. Invece alla fine del suo mandato nel 1994 l’insurrezione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas, l’effetto Tequila, la svalutazione, indici di povertà insultanti e la fine dell’egemonia politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional, al potere durante 71 anni nel Novecento) attendevano al bivio il nuovo presidente, Ernesto Zedillo (1994-2000).

Oggi Peña Nieto, anche lui del PRI, dopo aver approvato le riforme costituzionali e della legislazione secondaria in fretta e furia, cerca di vendere il paese agli investitori stranieri, mostrando al mondo come pregi gli aspetti più laceranti del sottosviluppo: precarietà e flessibilità del lavoro; salari da fame per una manodopera mediamente qualificata, non sindacalizzata e ricattabile; movimenti sociali anestetizzati; un welfare non universale, discriminante e carente; riforme educative dequalificanti per professori e alunni ma “efficientiste”; stato di diritto “flessibile”, cioè accondiscendente con i forti e spietato coi deboli.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 276 (Small)Il presidente annuncia lo sforzo del Messico per consolidare l’Alleanza del Pacifico, un’area commerciale sul modello del NAFTA per i paesi americani affacciati sull’Oceano Pacifico, e la prossima partecipazione di personale militare e civile alle “missioni di pace dell’ONU”come quella ad Haiti, la missione dei caschi blu chiamata MINUSTAH, che pochi onori e tante grane ha portato al paese caraibico e agli eserciti latinoamericani, per esempio il brasiliano, l’uruguaiano e il venezuelano, che vi partecipano attivamente.

Questa politica da “potenza regionale”, però, deve fare i conti con la cruda realtà. L’inserto Semanal del quotidiano La Jornada del 5 ottobre ha pubblicato un box con un piccolo promemoria: dal dicembre 2012 al gennaio 2014 ci sono stati 23.640 morti legati al narco-conflitto interno, 1700 esecuzioni al mese, con Guerrero che registra, da solo, un saldo di 2.457 assassinii, secondo quanto  riferisce la rivista Zeta in base all’analisi dei dati ufficiali. Nel 2011 Fidel López García, consulente dell’ONU intervistato dalla rivista Proceso (28/XI/2011), aveva parlato di un milione e seicentomila persone obbligate a lasciare la loro regione d’origine per via della guerra. Anche per questo il Messico rischia di trasformarsi in un’immensa fossa comune (e impune).

Ayo foto corteo lungoPost Scriptum. Il corteo.

“¿Por qué, por qué, por qué nos asesinan? ¡26 de septiembre, no se olvida!” (“Perché, perché, perché ci assassinano? Il 26 settembre non si dimentica”).  E’ stato il grido di oltre 60 piazze del Messico e decine in tutto il mondo nel pomeriggio dell’8 ottobre 2014.

“Gli studenti sono vittime di omicidi extragiudiziari, si sequestrano e si fanno sparire non solo studenti ma anche attivisti sociali e quelli che vanno contro il governo […] è una presa in giro verso il nostro dolore, non sappiamo perché fanno questo teatrino politico”. Così ha espresso la sua rabbia Omar García, compagno degli studenti uccisi, in conferenza stampa. L’esercito, che nei tartassanti spot governativi viene ritratto come un’istituzione integra, fatta di salvatori della patria e protettori dei più deboli, ha vessato gli studenti di Ayotzinapa che portavano con loro un compagno ferito:

“Ci hanno accusato di essere entrati in case private, gli abbiamo chiesto di aiutare uno dei nostri compagni e i militari han detto che ce l’eravamo cercata. Lo abbiamo portato noi all’ospedale generale ed è stato lì a dissanguarsi per due ore. L’esercito stava a guardare e non ci hanno aiutato”, continua Omar. “Il governo statale sapeva quello che stavamo facendo, non eravamo in attività di protesta ma accademiche ed è dagli anni ’50 che occupiamo gli autobus e la polizia se li viene riprendere, ma non deve aggredirci a mitragliate”.

Il normalista ha infine parlato del governatore Aguirre: “Il nostro governatore ha ammazzato 13 dirigenti di Guerrero e due compagni nostri nel 2011 e per nostra disgrazia questi sono rimasti nell’oblio. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani, cha aveva emesso un monito, non ha più seguito la cosa e il caso è rimasto impune, chi ha ucciso è rimasto libero”.

Perseo Quiroz, direttore di Amnisty in Messico, ha spiegato che non serve a nulla che il presidente Peña si rammarichi pubblicamente dei fatti di Iguala perché “questi incubavano tutte le condizioni perché succedessero, non sono fatti isolati […] lo stato messicano colloca la tematica dei diritti umani in terza o quarta posizione e per questa mancanza di azioni accadono come a Iguala”.

Ayo Polizia comunitaria a AyotzinapaAnche il Dottor Mireles, leader del movimento degli autodefensas del Michoacán e incarcerato dal luglio 2014, ha mandato unmessaggio dal carcere solidarizzando con i normalisti di Iguala. Il suo comunicato è importante perché sottolinea il doppio discorso e le ambiguità del governo: da una parte la connivenza narcos-autorità-polizia è la chiave di un massacro di studenti nel Guerrero, per cui i vari livelli del governo sono immischiati e responsabili; dall’altra si mostra una falsa disponibilità al dialogo con gli studenti del politecnico (Istituto Politecnico Nazionale, IPN) che hanno occupato l’università due settimane fa per chiedere la deroga del regolamento, da poco approvato alla chetichella dalle autorità dell’ateneo, che attenta contro i principi dell’educazione pubblica e dell’università. Nonostante le dimissioni della rettrice dell’IPN e l’intimidazione derivata dal caso Ayotzinapa, la protesta studentesca continua, chiede la concessione dell’autonomia all’ateneo (cosa già acquisita da tantissime università del paese) e mette in evidenza la scarsa volontà di dialogo dell’esecutivo.

A San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, gli zapatisti hanno proclamato la loro adesione alle iniziative di protesta di questa giornata e in migliaia hanno realizzato con una marcia silenziosa alle cinque del pomeriggio.

L’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) ha emesso un comunicato in cui ha definito il massacro come un “atto di repressione e di politica criminale di uno stato militare di polizia”.

Il sindacato dissidente degli insegnanti, la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), era presente alle manifestazioni che sono state convocate in decine di città messicane e presso i consolati messicani in oltre dieci paesi d’Europa e delle Americhe. La Coordinadora ha anche dichiarato lo sciopero indefinito nello stato del Guerrero. Nella capitale dello stato, Chilpancingo, hanno marciato oltre 10mila dimostranti.

A Città del Messico abbiamo assistito a una manifestazione imponente, non solo per il numero dei manifestanti, comunque alto per un giorno lavorativo e stimato tra le 70mila e le 100mila persone, quanto soprattutto per la diversità e il forte coinvolgimento delle persone nel corteo. Hanno risposto alla convocazione dei familiari delle vittime e degli studenti scomparsi centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui il Movimento per la Pace e l’FPDT (Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco), che sono scese in piazza con lo slogan “Ayotzinapa, Tod@s a las calles” mentre su Twitter e Facebook gli hashtag di riferimento erano  #AyotzinapaSomosTodos e #CompartimosElDolor, condividiamo il dolore.

Ayotzinapa resiste cartelloNel Messico della narcoguerra le mattanze si ripetono ogni settimana, da anni, e così pure si riproducono le dinamiche criminali che distruggono il tessuto sociale e la convivenza civile. Solo che ultimamente non se ne parla quasi più. I mass media internazionali e buona parte di quelli messicani hanno semplicemente smesso d’interessarsi della questione, seguendo le indicazioni dell’Esecutivo.

La strage di Iguala e il caso Ayotzinapa stanno facendo breccia nella cortina di fumo e silenzio alzata dal nuovo governo e dai mezzi di comunicazione perché mostrano in modo contundente, crudele e diretto la collusione della polizia, dei militari e delle autorità politiche a tutti i livelli con la delinquenza organizzata. Sono i sintomi della graduale metamorfosi dello stato in “stato fallito” e “narco-stato”. Disseppelliscono il marciume nascosto nella terra, nelle sue fosse e nelle coscienze, nei palazzi e nelle procure. Smascherano la violenza istituzionale contro il dissenso politico e sociale, aprono le vene della narco-politica ed evidenziano omertà e complicità del potere locale, regionale e nazionale. Per questo Iguala e le sue vittime fanno ancora più male.

[Questo testo fa parte del progetto NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga]

P.S. Mentre stavo per pubblicare quest’articolo, il governo messicano, attaccato da tutti fronti per la strage di Iguala e i desaparecidos di Ayotzinapa, ha annunciato la cattura di Vicente Carrillo, capo del cartello di Juárez. Un altro colpo a effetto al momento giusto per distrarre l’opinione pubblica, ricevere i complimenti della DEA (Drug Enforcement Administration) e provare a smorzare gli effetti dell’indignazione mondiale. A che serve catturare un boss importante se continuano comunque le mattanze come a Iguala e tutto resta come prima?

Galleria fotografica della manifestazione a Città del Messico: LINK

Video Cori e Sequenze del Corteo: LINK