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  • Haiti, un anno di terremoto

    Haiti, un anno di terremoto

    Un anno fa, il 12 gennaio 2010, s’è abbattuta su Haiti la più grande catastrofe naturale della storia moderna. 250mila morti e un milione e mezzo di senza tetto sono il bilancio del devastante terremoto del settimo grado Richter che ha colpito la capitale Porto Principe e i sobborghi distruggendo o danneggiando l’80% dei suoi edifici. Il paese più povero dell’emisfero occidentale tornò indietro di trent’anni in un solo minuto devastante. Il palazzo presidenziale e quasi tutte le altre sedi dei poteri dello Stato crollarono. Per qualche giorno l’isolamento fu totale fino al ripristino delle telecomunicazioni e all’arrivo di oltre diecimila militari statunitensi che ebbero sin dal principio un ruolo controverso: salvatori per alcuni, invasori per altri. Probabilmente entrambe le cose.

    Nelle ultime settimane s’è parlato di Haiti a singhiozzo, sempre per qualche tragedia come il colera, che da ottobre ha già fatto 3800 morti, o per mostrarequanto sarebbero violenti e incivili questi haitiani che non riescono nemmeno a organizzare le elezioni politiche. Dopo un mese a Porto Principe, ospitato da un’associazione per la difesa dei diritti dell’uomo (Aumohd) nel febbraio 2010, posso dire di non aver mai visto un popolo così dignitoso e forte nell’affrontare i suoi drammi, pacificamente. Altro che barricate e sciacallaggi.

    Dopo il sisma gli aiuti internazionali e la solidarietà non si fecero attendere e nel giro di poche settimane venne raccolta tra somma mai vista: 10.2 miliardi di dollari gestiti da una Commissione ad Interim per la ricostruzione presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton. Molti paesi, tra cui l’Italia, annunciarono la cancellazione del debito con Haiti, ma poi? Purtroppo meno del 10% dei fondi totali previsti dall’Onu è stato effettivamente destinato (il che non significa che sia stato già interamente speso, anzi…) alla ricostruzione del paese e ci sono state innumerevoli polemiche sulla natura dei progetti intrapresi che avrebbero favorito le grandi multinazionali, soprattutto americane, canadesi e francesi, interessate al business della ricostruzione (Vedi Link approfondimento). Il popolo haitiano è chiaramente il grande escluso dalla partita. Solo il 42% dello stanziamento previsto solo per il 2010 (poco più di 2 miliardi di dollari) è stato versato. Persino la multinazionale Monsanto ha generosamente donato un po’ dei suoi semi transgenici e brevettati per “aiutare” ed essere presenti ad Haiti, soprattutto quando i coltivatori avranno bisogno, un domani, delle nuove sementi e dei relativi pesticidi.

    Anche per questo ho spesso parlato degli “aiuti selettivi” e della necessità di favorire il contatto diretto tra le realtà della società civile haitiana attive sul territorio e le associazioni, le Ong e le agenzie governative dei paesi donatori. Inoltre gli aiuti divennero da subito selettivi nel senso che le piccole associazioni haitiane, i gruppi organizzati di cittadini e in generale la popolazione dei 1150 campi di rifugiati di Port-au-Prince non hanno avuto voce in capitolo nella gestione dei fondi disponibili dell’Onu e delle altre “multinazionali della solidarietà” presenti in loco. Ad Haiti c’è chi va ad aiutare stando in hotel di lusso, rimasti magicamente intatti in mezzo a cumuli di macerie, e c’è chi cerca di aiutare partendo dai quartieri, dai campi di sfollati, scavando tra quelle stesse macerie e cercando di raccimolare qua e là qualche centinaio di euro per chi ne ha bisogno e non riceve nulla (Vedi iniziativa Haiti Emergency).

    La “Perla dei Caraibi” è anche detta la “Repubblica delle ONG” per la presenza di circa 10mila(!) Organizzazioni Non Governative (ma anche agenzie statali provenienti da paesi terzi e militari delle Nazioni Unite) che svolgono senza un coordinamento centrale tutte le funzioni cui lo Stato ha da tempo rinunciato, specialmente salute, sicurezza ed educazione. Haiti ha oggi il sistema scolastico e sanitario più privatizzato del mondo ed è il peggiore d’America. La storia racconta che da decenni (o secoli?) il popolo haitiano è in balia di classi dirigenti corrotte e non certo democratiche (3 colpi di stato in meno di 20 anni di democrazia, due dei quali allo stesso presidente, Jean-Bertrande Aristide nel ’93 e nel 2004), di centinaia di sette e chiese eterodirette oltre che delle potenze straniere, Usa in primis, che da sempre influenzano pesantemente la politica dei paesi caraibici. Sembra quasi che queste non le abbiano mai perdonato il peccato originale d’essere stata la prima colonia dopo gli Usa a dichiarare la sua indipendenza nel lontano 1804 quando s’emanciparono dalla Francia.

    Le forze di “pace” dei caschi blu ad Haiti si chiamano Minustah (Missione delle Nazioni Unite per Stabilizzazione di Haiti) e svolgono compiti militari e di sicurezza interna insieme alla polizia haitiana. Si tratta di 12mila soldati stranieri, sotto il comando brasiliano, che sono visti come una forza d’occupazione. Sono numerosi i casi documentati di violazioni ai diritti umani e di vere e proprie operazioni di guerra urbana che la Minustah ha compiuto in passato. Alcuni li descrivono, invece, come gli unici baluardi dell’integrità delle istituzioni e del mantenimento dell’ordine perché in qualche modo sostituiscono la corrotta polizia nazionale.

    A un anno dal terremoto le scosse continuano ancora. Le tragedie non hanno smesso di colpire Haiti e come sempre dove c’è più povertà, l’impatto di qualunque evento naturale s’amplifica a dismisura. La stagione delle piogge e degli uragani s’è portata via le vite di decine di persone: 21 morti solamente il 5 novembre dopo il passaggio dell’uragano Tomas.

    Poi il colera con migliaia di morti e oltre 170mila contagi (ne sono previsti 400mila per il prossimo anno). A novembre e dicembre l’indignazione e la disperazione della gente si sono fatte sentire nelle manifestazioni contro i caschi blu, specialmente contro il contingente nepalese, accusati di aver importato il colera come dimostravano gli studi di alcuni esperti. Le reazioni e gli spari tra la folla dei soldati Onu hanno provocato almeno 3 morti accertati. Certo è che le condizioni igieniche della popolazione prima e dopo il terremoto erano talmente insalubri che ci si aspettava lo scoppio di un’epidemia da un momento all’altro.

    Dopo le elezioni del 16 dicembre scorso altri 5 manifestanti sono morti negli scontri seguiti a una giornata elettorale contestatissima. La candidata Mirlande Manigat, ex first lady e costituzionalista, e il candidato del potere Jude Celestine, sostenuto dall’attuale presidente Renè Preval, andranno al ballottaggio in data da definirsi. Le proteste dei sostenitori del candidato Michel Martelly, arrivato terzo, e le denunce di brogli hanno portato la OSA (Organizzazione Stati Americani) a fare una valutazione del voto e a “squalificare” Jude Celestine dal secondo turno aprendo, di fatto, una crisi istituzionale importante. Resta al consiglio elettorale haitiano la decisione. Intanto si prova a campare. Almeno 810mila persone sono ancora nei campi di rifugiati censiti. Solo il 5% delle macerie sono state sgomberate.

    Ma come fare? Liberarsi da povertà e dipendenza non è semplice. Il modello corporativo può funzionare soprattutto nelle campagne e nei settori leggeri come il tessile come dimostrano molti progetti avviati, il decentramento di attività dalla capitale alle altre province può “redistribuire” lavoro e risorse. Si propone la riappropriazione progressiva del sistema educativo e di salute da parte dello stato, la lenta ma decisa ritirata delle forze Onu in concomitanza con la formazione di una polizia professionale, la co-gestione, dicesi anche joint venture, tra imprese haitiane e straniere della ricostruzione. Esistono piani interessanti di riconversione energetica “casa per casa” e per l’industria per sfruttare il sole e rendere Porto Principe una città più pulita (la dipendenza dal petrolio di Haiti è altissima). Altre possibilità vengono dal salto tecnologico, educativo e digitale che potrebbe farsi con investimenti specifici di medio periodo in infrastrutture moderne di telecomunicazione, in parte già funzionanti, anziché prevedere solo spese immediate per derrate alimentari che Haiti può produrre internamente. Altri due settori interessanti e poco valorizzati sarebbero il turismo sostenibile gestito da haitiani in associazione con stranieri (l’isola possiede migliaia di chilometri di coste vergini nel mar dei Caraibi, basti pensare alla vicina e turistica Repubblica Dominicana) e la riforestazione dell’interno del territorio che non ha praticamente più vegetazione.
    Ricordo le strade, i cortili e le chiese piene di gente che cantava e ballava disperatamente. Ricordo la catarsi collettiva a Porto Principe e l’aria di rinascita che si respirava il 12 febbraio 2010, giorno in cui si commemorava il primo mese dal terremoto. I canti spensero per un po’ il dolore e i balli sfinirono anime e corpi per farli dimenticare. Oggi spero che Haiti voglia ancora reagire. Forse a ragione, tra speranze e delusioni, non sono pochi gli haitiani che chiedono al mondo di essere dimenticati e lasciati soli, padroni del loro destino.
  • Pablo Neruda – Antología Popular – Download – Prima che sia troppo tardi…

    Pablo Neruda – Antología Popular – Download – Prima che sia troppo tardi…

    Pablo Neruda nel 1972 lasciò la Antologia Popolare al suo popolo chiedendo al presidente Salvador Allende che venisse consegnata gratis nelle scuole di tutti i livelli e alle Forze armate. Un anno dopo, l’11 settembre 1973, sappiamo che ci fu il golpe. Anni dopo, però, Don Pablo fu tradito di nuovo quando una casa editrice spagnola la pubblicò e non sappiamo quanto tempo ancora sarà disponibile gratis on-line, quindi scaricatela prima che sia troppo tardi… Se un giorno viene eliminato il contenuto dal sito indicato, avvisatemi e vi mando un altro link per il download.

    Per poter vedere il contenuto scaricato bisogna aprirlo con un Browser come Internet Explorer e si visualizza un contenito multimediale completo e interessantissimo!  LINK DOWNLOAD clicca DESCARGAR (200 Mb circa dimensione).

    Pablo Neruda dejó en 1972 la Antología Popular a su pueblo pidiendo al Presidende Salvador Allende que fuera entregada gratuitamente a las escuelas, universidades, liceos, y Fuerzas Armadas (sic). Su finalidad era que llegara en forma gratuita al pueblo chileno. 
    Un año más tarde en Chile pasó lo que todos conocemos, pero mucho más tarde Don Pablo sería traicionado una vez más con la publicación de su Antología por una editorial española, la Edaf que hizo un verdadero fraude editorial. Por el momento les recominedo esta pagína donde el editor Raúl Valdivia permite la descarga gratuita de la Antología, con aportes importantes como artículos sobre la Fundacíon Neruda (otro traidor más) del periodista (y hermano)  Mario Casasús.
    El enlace es este:
    http://www.pablonerudaantologiapopular.cl/
    descargar antes que estos criminales que lucran con todo,  hasta con los sueños de los pueblos la hagan desaparecer de la red.
    Gracias por difundir, sigue articulo en unos días.
    Para ver el contenido descargado, de aprox 200 Mb, hay que elegir que se abra con un Browser como Internet explorer y se abre un contenido multimedial muy interesante!
    Segnalato da: Annalisa Melandri Gracias!
  • Puerto Escondido. Vita e turismo. I due posti

    Puerto Escondido. Vita e turismo. I due posti

    Per una volta sul blog, un po’ di amenità e passatempi, quindi consigli per le vacanze. Lo so, sono appena finite per molti di voi ma mettete lo stesso questo post tra i preferiti e non sarete delusi per le prossime… Ecco i due posti che consiglio dopo venti giorni passati qua nella ridente località di Puerto Escondido, costa messicana del Pacifico, stato di Oaxaca. Dal video. Perla numero 1. La vita é come un ponte, attraversalo pure ma non costruirci mai una casa sopra… Perla 2.“Io Ti ho ospito, Lo confermo e Puoi stare quanto Vuoi, Ma non è che Sei obbligato a Dire Cazzate, Ti ospito anche se stai Zitto”…Grande…

    E’ la mia quarta escursione a Puerto e dopo 9 anni di Messico devo dire che mi sto quasi integrando con i ritmi della vita locale. Un po’ come nel film di Salvatores ma vent’anni dopo e 40mila abitanti in più. Non lo faccio in modo radicale e traumatico ma spizzico poco a poco quando posso concedermi delle pause dalla frenetica vita di Città del Messico. Ma dal 2010 a Puerto Escondido basta centro storico, vie pedonali turistiche e spiagge di surfisti che è poi quello che si trova nella zona nord di Puerto vicino a spiaggia Zicatela e al famoso Adoquìn, la “via della moda” per così dire. Ok, qualche volta ve la concedo ma è meglio spostarsi verso sud, vicino (ma non troppo!) all’aeroporto e scoprire le spiagge di Puerto Angelito, Carrizalillo (un po’ troppo affollate in alta stagione e più care per mangiare) e la remota e bellissima Bacocho, la ultima a sud.

    Quasi mi scordavo, i bei posti. Volevo segnalare una delle migliori pizze della costa per quelli che a volte hanno bisogno del carboidrato nostrano e per una sera rinunciano alle meravigliose quesadillas e pescadillas messicane. Quindi per mangiare la pizzeria Mediterraneo su Boulevard Benito Juarez, zona La Rinconada, vicino a spiaggia Carrizalillo e al famoso ostello Shalom. Prezzo d’eccezione, birra casereccia, non pacchiano, pizza da fare invidia, giusto tutto. Per chi si ferma giorni, mesi o anni a Puerto: potete chiedere a Marco, il padrone siculo-toscano-quasimessicano della pizzeria, se volete anche il pane fatto come si deve da portar via, la pasta fatta in casa, i falafel o lo strudel, non sbaglia mai.

    L’altro posto bellissimo è un ostello/hotel appena riaperto e rinnovato, il Losodeli, dove mi son fermato i primi tre giorni. E’ gestito da una famiglia messicana, anzi dalle figlie che stanno rilevando i genitori e proponendo innovazioni a una clientela più cosmopolita.

    Con piscina interna che fa sempre ambiente e zona lounge con stereo e video, mantiene comunque uno stile tranquillo e messicano al 100%. c’è pure la cucina e le stanze sono per due, tre, quattro persone o camerate grandi. E’ a pochi metri dalle spiagge di cui sopra e dalla zona Rinconada dove, oltre alla pizzeria di Marco, c’è anche una lunga serie di negozietti e anche localini dove non si fa la fila per mangiare e per bere nemmeno a Natale. Prezzi più che decenti anche per chi guadagna in pesos e non in euro. Contattate senza remore Lizeth e famiglia qua  http://www.hostelpuertoescondido.com/contacto.php

  • L'Ezln e la Otra campaña smentiscono tutte le voci sui sequestri

    L'Ezln e la Otra campaña smentiscono tutte le voci sui sequestri
    Questo post riproduce un comunicato dell’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e del suo movimento politico La Otra Campaña, rinnegando il sequestro di persona come strumento di lotta. Infatti in Messico stavano circolando alcune voci false circa la possibilità che l’EZLN avesse usato (o stia utilizzando) il rapimento come metodo di lotta anche nel caso del noto politico Diego Fernandez de Cevallos, da poco liberato dopo mesi di prigionia da un gruppo guerrigliero anonimo che ha rivendicato ragioni politiche per il sequestro. Il coinvolgimento erroneo dell’EZLN potrebbe avere la funzione d’intimidire il movimento neozapatista e giustificare rappresaglie dell’esercito messicano in Chiapas e nei territori autonomi zapatisti.
    Se desmiente vinculación de el EZLN y La Otra Campaña con cualquier secuestro. El día 1 de enero del 2011 comenzó a circular en algunos diarios nacionales y extranjeros, a partir de la agencia de prensa española EFE, una nota en la cual se dice que “un fiel integrante de las fuerzas insurgentes del EZLN” atribuía, mediante un comunicado, el secuestro de Diego Fernández de Cevallos al EZLN. En la confusa nota difundida por la agencia española se acusa también a distintos colectivos de La Otra Campaña de ser copartícipes de dicho secuestro, así como se refieren a varias páginas electrónicas y comunicados antiguos, de libre circulación, a disposición de cualquiera en la red, como sitios en donde buscar las pruebas para dicha acusación contra los zapatistas.

    Pues bien, al correo de nuestra página llegó también completo, el “comunicado”, tal y cual llegó a los diferentes medios que hicieron y publicaron con él su nota. Bastaría con que pusieran el escrito que les llegó completo para que cualquier lector viera que es imposible que tenga un origen relacionado con el EZLN. Vamos, es incoherente a todo lo largo de su redacción, es claro que quien lo hizo no hace sino buscar protagonismo, generar confusión y servir a los intereses del poder.

    La otra campaña es un movimiento político, civil y pacífico. Así ha sido desde su convocatoria y así se ha movido y actuado a lo largo de estos años. No recurre por lo tanto a secuestros para obtener recursos ni para hacer propaganda política.

    Asimismo, es para todos sabido, que el EZLN, y su historia y práctica durante 27 años, desde sus inicios hasta hoy día, lo demuestran, no realiza secuestros, esto va en contra de sus principios. Por lo mismo, el EZLN no ha desarrollado ni la estructura organizativa ni la infraestructura material para este tipo de acciones. Desde el año de1994 en que los zapatistas decretaron el cese al fuego ofensivo, para darle una oportunidad a la construcción de la paz justa y digna, ha cumplido su palabra, no así el Estado mexicano que los ha agredido política, económica, militarmente desde el 1 de enero del 94 hasta nuestros días. Por todo esto es claro, y reiteramos una vez más, que ni el EZLN ni la Otra Campaña realizan secuestros. Ni el EZLN ni La Otra Campaña secuestraron a Diego Fernández de Cevallos.

    Si alguien tiene simpatía o considera que políticamente es correcto practicar el secuestro, no tiene lugar en la Otra Campaña. El “guerrero Balam” como se autonombra quien mandó el comunicado al que nos hemos referido ya tuvo sus 15 minutos de fama, algunos medios retomaron fragmentos de su escrito y lo pusieron en sus primera páginas. Puede disfrutarlos. Mientras, las comunidades indígenas zapatistas sufrirán una nueva escalada de agresiones como resultado de este tipo de ocurrencias oportunistas y policiacas. Este es el verdadero peligro compañeras y compañeros, estemos pendientes ante esta nueva provocación contra los compañeros zapatistas. Por Enlace zapatista, Javier Elorriaga, Sergio Rodríguez Lascano.

    México, a 2 de enero del 2011.

     

  • Una casa di riposo per le prostitute a Tepito, Mexico City

    Una casa di riposo per le prostitute a Tepito, Mexico City

    Dalle comunità più remote dello stato di Chihuahua nel nord del Messico, dalla provincia di Creel e dintorni… Mi hanno consigliato questo breve ma interessantissimo documentario in tre parti su casa Xochiquetzal, una casa di riposo nel barrio bravo di Tepito, nel cuore pulsante di Città del Messico. Sono storie di vita drammatiche ma anche piene di forza e dignità. Vale la pena guardarlo. Riporto sotto un reportage su quest’unica casa di riposo per le prostitute della terza età. Da: http://www.msemanal.com/node/1301 Un altro bel reportage anche qui: http://www.acblogs.net/node/418

    SECONDA PARTE

    TERZA E ULTIMA PARTE

    Casa Xochiquetzal. Un refugio para prostitutas de la tercera edad

    Un vecchio edificio di Tepito, unico nel suo genere al mondo, dà un tetto e alimenti a donne che hanno dedicato la loro vita al mestiere di regalare carezze

    Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal.

    Raquel, sexoservidora de la tercera edad, residente de la Casa Xochiquetzal. Foto: Mónica González

    La lluvia afanosa pule el espejo que sobre el asfalto ha forjado a fuerza de repetición. Levanta los humores de la calle, olores a podrido, pestilentes, como los billetes que llegan a la mano de Mariana, quien por un rato dará cabida en su cuerpo a ese hombre de aspecto temible. Sopesa el riesgo velado de aceptar, pues el lenguaje violento lo conoce desde su temprana juventud. Sin pensarlo demasiado respira hondo y toma el dinero. Cobra 50 pesos por el rato de placer. Y mientras ese sujeto de cuerpo aplastante la besa y la muerde sin piedad, cobrando cada centavo pagado, ella cierra los ojos y se traslada con el pensamiento a otra parte. No pasan más de 10 minutos —tiempo con sabor a décadas— cuando al fin puede librarse de la pesada carga. Al palpar los pesos en la bolsa de su pantalón se distrae un poco. Tose por enésima vez y por sus encías, semicubiertas de raigones, escurre un poco de saliva.
    Han pasado algunas horas desde que salió del hotel, ubicado a media calle de su lugar de trabajo en una callejuela del barrio de La Merced en la Ciudad de México, y muchísimos años de haber salido de su colonia natal, a la cual ya no regresa porque, dice, no tiene a qué, ni sus hijos quieren verla. Desamparada y hambrienta concilia el sueño interrumpido a ratos por las arcadas de su enferma garganta. Con el paso del tiempo, ella, igual que muchas de sus colegas, se ha dado cuenta del efecto premonitorio de las canciones de desamor; tenían razón, considera: su juventud se ha marchitado; el pelo, sus dientes, las caderas, los senos otrora perfectos se le han caído, la piel, gastada por tantas caricias pierde terreno frente a la de las nuevas chicas, más bonitas por ser jóvenes, más caras y más solicitadas.
    Hoy el destino le sonríe, no fue golpeada y además podrá dormir no en una banca del jardín de la Plaza Loreto, refugio nocturno de menesterosos, sino en una cama de sábanas tiesas, rasposas pero secas. Otras no tienen la misma fortuna que Mariana. Comparten sus noches entre ratas y cartones para cubrirse del frío, y en tiempos como el de esta noche sin fin, de la lluvia.

    La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones.

    La Casa del barrio de Tepito ofrece a las sexoservidoras la oportunidad de una vida en mejores condiciones. Foto: Benecdic Tedesrus

    CAFÉ Y AZÚCAR
    Son las nueve de la mañana; la calle bulle de voces y los motores de autos escapan del tráfico; diableros —cargadores a sueldo— que se disputan clientes; ambulantes que arman sus puestos para iniciar la jornada diaria. Adentro de esta casona remozada se respira limpieza y tranquilidad. Al traspasar el umbral de este edificio del siglo XVIII uno puede huir de ese mundo que parece poder devorar a cualquier cosa o persona.
    En el amplio comedor cuatro mujeres desayunan plácidamente… hasta mi llegada. Al mirarlas, pienso, escaparon de una película de Ismael Rodríguez, de ésas donde la abuela es piedra angular, eje y pegamento de la familia. Una de ellas, de figura quebradiza y pelo teñido, se levanta al instante en que pongo mi grabadora sobre la mesa, recoge plato y taza y se marcha silenciosa. Para mi sorpresa el resto de las señoras se carcajea como si hubiera roto algo sin darme cuenta. “No se apure joven, me dice la más desparpajada, se asustó, la pobre pensó que le pediría que fuera su novia, jajaja”, devuelvo la sonrisa y acepto la invitación a un café.
    La cocinera, que ha visto todo, me extiende una taza humeante, azúcar y una sonrisa franca, cuando llega Carmen Muñoz, fundadora de Casa Xochiquetzal, refugio para prostitutas de la tercera edad, sitio idóneo para que 30 de sus colegas vivan dignamente, sin necesidad de dormir en las calles, los últimos años de su vida.
    La voz de esta luchadora social de tiempo completo resuena en toda la estancia. Me saluda amable y pide silencio a “sus niñas” para que pueda grabar sin interrupciones: “Esta casa, que es única en su tipo en el mundo, surge porque también fui trabajadora sexual. Ahora estoy retirada, no digo para siempre, porque en cualquier momento se me puede presentar la necesidad y pues la voy a tomar”. Permanece imperturbable: “Al principio, siendo chamaca, no me daba cuenta de la situación que vivíamos las trabajadoras sexuales, me dedicaba a lo mío, pero al paso del tiempo —hace 15 años— tuve que empezar a trabajar de noche. Por el rumbo donde laboraba había mujeres que toda la noche la pasaban en la calle. Les preguntaba por qué y me decían que les había ido muy mal durante el día, no habían ganado nada, por lo tanto no tenían para pagar un cuarto de hotel ni para comer. Dormían en una banca, en una esquina”.
    “Eso me dolió mucho como ser humano, como mujer y como trabajadora sexual, porque yo misma había pasado por experiencias de mucha hambre y humillación. Muchas veces observé cómo pasaba la gente y desde sus carros les arrojaban botellas con orines, les gritaban insultos; vivimos experiencias terribles. Entonces me viene la idea de conseguir un lugar donde ellas pudieran pasar la noche cuando no tuvieran dinero para pagar un cuarto de hotel”. Y la suerte decidió el destino: un día la fotógrafa Maya Goded trabajaba en un libro que retrataría a trabajadoras sexuales in situ; encontró a Carmen, quien al verla tomarle fotos, la increpó. Pero la fotógrafa iba acompañada de otra prostituta, quien le explicó lo que en realidad deseaban. Entre otras mil cosas hablaron de las ancianas que aún ahora laboran en la zona de La Merced vendiendo retazos de amor. El efecto dominó inició allí, pues una persona llevó a otra y a la otra hasta que la artista Jesusa Rodríguez se inmiscuyó de lleno en esta idea, moldeada por Carmen Muñoz y por “esas mujeres que han ofrecido su vida al oficio de las caricias, y que hoy reclaman su dignificación como ciudadanas”.

    Foto: Benecdic Tedesrus

    SUEÑOS LOCOS VUELTOS REALIDAD
    Carmen Muñoz corrió con otra ventura, ya que al entrevistarse con Andrés Manuel López Obrador, entonces jefe de Gobierno de la Ciudad de México —de quien, asegura, sólo tiene buenos conceptos—, recuerda cómo le dijo: “No te prometo nada, porque dependemos de muchas instancias. Qué te parece tener una reunión con esos organismos, se les explica todo esto y a ver en qué te podemos ayudar. Porque ése (el de las prostitutas) es un sector que tiene los mismos derechos que cualquier otro”.
    Quince días después tuvieron una nueva reunión con el Instituto de las Mujeres, Patrimonio Inmobiliario, el Instituto de la Vivienda, el DIF, las delegaciones Iztapalapa, Benito Juárez, Cuauhtémoc y Venustiano Carranza. “Inmediatamente nos dieron becas para los hijos o nietos en edad escolar. Nos abrieron un programa de viviendas en el Instituto de la Vivienda; mientras estuvo López Obrador en el gobierno nos entregaron cuatro viviendas, y (con el cambio de gobierno) ya no volvimos a saber nada de nada. Nos dijeron en octubre de 2003, apenas un mes después de esa junta, que había una casa por Tlatelolco que nos podía proporcionar Patrimonio Inmobiliario; más pequeña, y en una zona muy conflictiva porque como está cerca de la avenida Manuel González y Eje Central Lázaro Cárdenas era peligroso que nuestras viejitas atravesaran esas arterias. Sin embargo, nosotras dijimos que sí. Lo que queríamos era una casa. Pero Patrimonio Inmobiliario se enteró de ésta —ubicada en la Plaza Torres Quintero, en la esquina de la calle del mismo nombre y República de Bolivia, en el Centro, a unas cuadras del Zócalo y la Merced— y nos citaron para verla. Vinimos una servidora, Jesusa Rodríguez, Marta Lamas, Elena Poniatowska, Luz Rosales, Luz Lozoya y nos encantó”. Carmen sabe que aún falta mucho por hacer, y que lo más difícil está por venir: volver autosuficiente este hogar. “No queremos vivir de la caridad, confiamos en que podamos poner una cocina económica. Estamos trabajando en este momento con la creación de joyería de fantasía de cuarzo y de plata, con ayuda de la organización no gubernamental Semillas, que apoyó al proyecto desde el inicio. “El día de la inauguración le decía a las compañeras: todo empezó como un sueño loco, pero hoy sé que los sueños locos se vuelven una realidad”.

    Llama mi atención que Carmen se refiera a la casa como si se tratase de una persona, un familiar esperado desde hace mucho. Al final de la charla me quedo con la impresión de una simbiosis entre el inmueble y esta señora de piel luminosa: edificio derruido y remozado con sangre, sudor y piedras; mujeres reinventadas, cuyo paso por esta vida que se les termina se dignifica, y rescata con ello la esperanza de no volver a dormir entre hedores condensados y noches eternas.

    Foto: Benecdic Tedesrus
    PONERLE IMAGEN A LAS PALABRAS

    Xochiquetzal conserva lo más que ha podido su diseño original. En esta vetusta construcción de más de dos siglos de antigüedad y de amplio patio, el decoro, el consuelo y la ilusión mojan sus pies en la fuente cantarina que recibe al visitante con sus alegres notas. Las habitaciones son grandes, de residencia antigua, y resguardan sueños y risas de corazones contentos, una televisión por aquí, un santo por acá, una silla más allá. Altares llenos de imágenes, de flores recién cortadas y de frases que podrían ayudar a entender eso que algunos llaman renacer: “Se siente bien bonito cuando una puede tener una casa a dónde llegar”, “Estoy muy contenta, muy a gusto”, “Aquí tenemos atención médica y psicológica”, “Casa, comida y sustento, qué más podemos pedir”, “Por eso trabajamos mucho en la joyería, en la casa misma”, “Porque si no fuera por Carmen, por Semillas, quién sabe qué hubiera sido de nosotras”.
    “El 11 de febrero de 2006 se abrió el espacio con 10 mujeres, actualmente habitan 30 y esperamos albergar a otras 20; pero no fue sino hasta el 29 de diciembre de 2006 cuando se inauguró oficialmente por el entonces jefe de Gobierno, Alejandro Encinas”.

    Al hablar de este albergue para ancianas Carmen Muñoz se muestra orgullosa: “La casa se llama Xochiquetzal porque significa varias cosas: flor hermosa, diosa de las ahuianime, una forma de nombrar a las mujeres alegres”. Recuerda Muñoz que en 2005 la cantante Eugenia León ofreció un concierto en el Teatro de la Ciudad a beneficio de este proyecto. Con lo recaudado arreglaron todas las puertas y ventanas. Aun cuando reciben ayuda, explica, la única entidad facultada para recibir y administrar donativos económicos es la Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC (Semillas).Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced

    Mujeres de la tercera edad dedicadas al sexoservicio en La Merced Foto: Mónica González

    SAN SEBASTIÁN MÁRTIR, RUEGA POR ELLAS
    La Plaza Torres Quintero ofrece una estupenda vista lateral a las moradoras de Casa Xochiquetzal: un hermoso jardín con bancas antiguas. Cuentan los vecinos que en otro tiempo esta plazuela era de las más hermosas y visitadas, pero ahora se halla intransitable porque se ha convertido en un estacionamiento de franeleros rudos e indigentes incorregibles. Frente a la Casa se encuentra una de las iglesias más antiguas del país, la de San Sebastián Mártir. Edificada sobre lo que fue el Calpulli de Atzacoalco en 1531, en la esquina de Rodríguez Puebla y República de Bolivia, es Monumento Histórico desde el nueve de febrero de 1931. Dice Francisco Javier Clavijero en su Historia antigua de México: “Estaba la Ciudad de México situada, como ya hemos insinuado antes, en una isleta del lago salobre (…) Dividíase en cuatro cuarteles y cada cuartel en muchos barrios cuyos nombres mexicanos en gran parte se conservan hasta hoy entre los indios. Las líneas divisorias de los cuarteles eran las cuatro grandes calles correspondientes a las cuatro puertas del Templo Mayor. El primer cuartel, llamado Teopan (hoy San Pablo) estaba comprendido entre las dos calles que correspondían a las puertas oriental y meridional; el segundo, nombrado Moyotla (hoy San Juan) entre las calles correspondientes a las puertas meridional y occidental; el tercero, Tlaquechihucan (hoy Santa María) entre las calles correspondientes a las puertas occidental y septentrional, y el cuarto Atzacoalco (hoy San Sebastián) entre las calles correspondientes a las puertas septentrional y oriental…”.

    Una casa para que ancianas prostitutas vivan dignamente sus últimos años, ubicada en una calle tomada por ambulantes y que según datos históricos forma parte de un populoso barrio —el de Tepito, aunque el código postal diga que es la colonia Centro—, cuyos orígenes datan de la época precolombina, sobreviviente a la conquista y a la modernización de nuestros tiempos y que comparte espacio con uno de los edificios religiosos más antiguos del país y del continente. Tres actores de una realidad que muestran un crisol de mundos diversos pero que cohabitan en franca armonía, se complementan para corroborar esto que algunos sabihondos han llamado realismo mágico.

    Foto: Mónica González

    MORIR EN LA CALLE
    Isela, como Mariana o Juana o Pachita, rebasa los 70 años y continúa el duro ejercicio del trabajo sexual. Cuenta que a lo largo de más de 50 años de carrera ha visto morir a muchas compañeras en la calle, a manos de chichifos, ladrones, clientes, el frío, el hambre, la tristeza, la desesperanza. Estas callejuelas han visto de todo, “si pudieran hablar, qué no dirían”, acepta entre dientes, con un dejo de dolor. Ha vivido miles de historias, “y podría contarlas todas en una misma, es que todas parecen una calca de la otra”.
    La luna se abre paso entre nubarrones, acompaña la silueta de esta mujer doblegada por la edad. Luego de caminar kilómetros de asfalto hace una parada y entra a la mole de piedra colonial. “Le rezo a San Sebastián, espero que me escuche porque si no imagínese, vaya que estaríamos jodidos”, sonríe apretando las manos. Allí, frente a la figura del santo mártir, atravesada por flechas, agradece cada día lo que les ha devuelto Casa Xochiquetzal a ella y a sus compañeras: la dignidad.

    Carmen Muñoz, fundadora de la Casa.

    Carmen Muñoz, fundadora de la Casa. Foto: Mónica González

    La siembra
    El próximo 15 de octubre a las 19 horas, Semillas, Sociedad Mexicana Pro Derechos de la Mujer AC, celebrará en el Museo Nacional de Antropología su séptimo evento anual de Reconocimiento a Donantes y Realizadoras. Como único fondo de mujeres en México, desde 1990 Semillas ha otorgado más de 60 millones de pesos a 488 proyectos de mujeres en 28 estados de la República, beneficiando directa e indirectamente a más de un millón 900 mil mujeres, jóvenes y niñas.
    Este año presentarán un panel moderado por la periodista Carmen Aristegui. Martha Sánchez (líder indígena), Valeria Scorza (líder de organización civil) y Mario Bronfman (Fundación Ford) abordarán el tema: “¿Por qué invertir en las mujeres?”. Allí se hará un reconocimiento público a cinco donantes individuales y seis institucionales, así como a siete mujeres realizadoras de proyectos apoyados por Semillas. Durante el evento se hará el lanzamiento de la quinta campaña anual de procuración de fondos El Semillón, la cual tiene como objetivo reunir un millón de pesos para financiar diez proyectos adicionales durante 2010. El evento está abierto al público y la cuota de recuperación es de 160 pesos.

  • Il 2010 di questo blog secondo WordPress!

    Il 2010 di questo blog secondo WordPress!

    WordPress, la piattaforma su cui viaggia questo blog, mi ha proposto per mail di leggere e riflettere sulle sue statistiche e alla fin mi ha anche chiesto se volevo postarle automaticamente nel blog, Eccole qua, forse l’unico interessato sono io ma mipiacciono tutti questi grafichini, liste e tabelle! Vedo che continua a interessare Martio Benedetti e tira molto il documentario Food Inc sottotitolato in Italia. Evergreen Sesso, droga e salsa tra Cali e Tijuana, un vecchio articolo apparso su Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Ma che tags e categorie posso mettere a un post del genere? Aggiungo una cosa, cioè che le parole o frasi utilizzate nei motori di ricerca per arrivare su questo blog sono molte di più e la maggior parte sono quanto meno “curiose” e meritano un post a parte.

    The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:
    Healthy blog!
    The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.

    Crunchy numbers

    Featured image
    About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 39,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 5 days for that many people to see it.
     
    In 2010, there were 185 new posts, growing the total archive of this blog to 421 posts. There were 170 pictures uploaded, taking up a total of 19mb. That’s about 3 pictures per week.
    The busiest day of the year was November 30th with 544 views. The most popular post that day was Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre.

    Where did they come from?

    The top referring sites in 2010 were carmillaonline.com, facebook.com, oknotizie.virgilio.it, networkedblogs.com, and search.conduit.com.
    Some visitors came searching, mostly for mario benedetti poesie, mario benedetti, food inc ita, america latina, and fabrizio lorusso.

    Attractions in 2010

    These are the posts and pages that got the most views in 2010.

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    Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre November 2010

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    Raccolte di poesie di Mario Benedetti May 2009
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    Da vedere: il documentario Food Inc. con sottotitoli in italiano! June 2010
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    CHI E DOVE SONO? January 2008
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    Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana April 2008

  • Lula: no dal Brasile all'estradizione di Cesare Battisti

    Lula: no dal Brasile all'estradizione di Cesare Battisti

    Ansa. BRASILIA – Il Governo brasiliano considera ”impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula” la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, leggendo una nota ufficiale del governo brasiliano che annuncia il no ufficiale all’estradizione di Battisti. Segnalo di nuovo i Link Utili sul caso: eccoli qui: LINK UNO – LINK DUE – LINK TRELink Quattro SEGNALO ANCHE UN IMPERDIBILE ARTICOLO DI L. BAIADA SU  BATTISTI E L’ITALIA VISTA DAL BRASILE: SCARICALO QUI.

    Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim ha aggiunto di non ritenere che il presidente Lula si mettera’ in contatto con le autorita’ italiane. A una domanda se considera che le decisioni di Brasilia su Battisti possano pregiudicare i rapporti con l’ Italia, Amorim ha risposto ”non credo”. Amorim ha incontrato la stampa leggendo la nota del governo nella sede della presidenza della Repubblica.

    BERLUSCONI, AMAREZZA MA VICENDA NON CHIUSA  –“Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l’estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi – di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia”. “Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l’impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt’altro che chiusa: l’Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi”, conclude Berlusconi.

    FARNESINA RICHIAMERA’ AMBASCIATORE ITALIANO – La Farnesina si appresta a richiamare a Roma l’ambasciatore d’Italia in Brasile, Gherardo La Francesca per consultazioni. Lo si è appreso dalla Farnesina. “Il Ministro Frattini ha deciso di richiamare a Roma l’ambasciatore la Francesca per consultazioni volte a definire il percorso dell’azione giudiziaria del governo italiano in difesa delle proprie legittime aspettative basate sul Trattato bilaterale di estradizione e sulla sentenza del Tribunale Supremo brasiliano”. E’ quanto si legge in un comunicato della Farnesina sul caso Battisti.

    FRATTINI: MOTIVAZIONI INACCETTABILI,SCONCERTO – Il Ministro degli Esteri Franco Frattini e la Farnesina esprimono “il più vivo sconcerto e la profonda delusione per una decisione insolita rispetto alla stessa prassi istituzionale brasiliana, che contraddice i principi fondamentali del diritto e offende i familiari e la memoria delle vittime dei gravissimi atti di violenza commessi da Cesare Battisti”. Lo sottolinea una nota spiegando che “tanto più incomprensibili ed inaccettabili agli occhi del governo italiano e di tutti gli italiani appaiono le modalità dell’ annuncio e il riferimento, nelle motivazioni della decisione, al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti”.

    LA RUSSA,BRASILE RECEDA, DECISIONE OFFENSIVA – “La peggiore previsione si è realizzata”, ma l’Italia “non lascerà nulla di intentato” affinché il Brasile “receda da questa decisione ingiusta e gravemente offensiva”. Lo dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, commentando con l’ANSA l’annuncio del Brasile di negare l’estradizione di Cesare Battisti. L’annuncio del ministro degli Esteri del Brasile sul no all’estradizione “arriva in un momento – afferma La Russa – in cui il mio pensiero è concentrato sul nuovo lutto in Afghanistan, dove oggi è caduto un altro militare italiano”. Tuttavia, “questo non mi impedisce di dire – aggiunge – che nulla resterà intentato sul piano giuridico e su qualunque altro aspetto consentito dalla legge, affinché il Brasile receda da questa decisione, per fortuna non definitiva, che oltre ad essere ingiusta e gravemente offensiva dell’Italia, lo é soprattutto della memoria delle persone assassinate e del dolore dei familiari di tutti coloro che hanno perso la vita per responsabilità dell’assassino Battisti”.

    TORREGIANI, ORA PASSIAMO DA FIORETTO A SPADA – “Ora lasciamo il fioretto e impugnamo la spada, perché se il rispetto delle regole porta a questo, d’ora in poi useremo il pugno di ferro”. Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai Pac (Proletari armati per il comunismo) accoglie con sentimenti “di rabbia e sconforto” la notizia nella mancata concessione dell’estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, condannato anche per l’omicidio di suo padre. “Quei politici, quei giudici andrebbero presi e portati su un aereo per venire in Italia e capire le sciocchezze che hanno detto”, ha spiegato Torregiani

    MIN.ESTERI BRASILE, NOTA ITALIA IMPERTINENTE – Il Governo brasiliano considera “impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula” la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, leggendo una nota ufficiale del governo brasiliano..

    Info dal Brasile:

    http://noticias.terra.com.br/brasil/noticias/0,,OI4867590-EI7896,00-Lula+decide+nao+extraditar+Battisti+a+Italia.html

  • Il caso Battisti e Lula, aggiornamenti dal Brasile: asilo o estradizione?

    Il caso Battisti e Lula, aggiornamenti dal Brasile: asilo o estradizione?

    Riporto da Ansa. Non ci sono ancora decisioni ufficiali ma mi sembrano più che altro indiscrezioni (in parte smentite dall’ufficio della presidenza brasiliana che comunque ha confermato una decisione entro fino anno) che confermerebbero, però, la concessione da parte di Lula, presidente brasiliano, dell’asilo politico a Cesare Battisti. Attendiamo una decisione prima della fine dell’anno e intanto vi rimando a “studiare” gli elementi e la storia del caso a questi link che a mio parere sono i migliori per capirci qualcosa. Inoltre, siccome in Italia, ogni volta che si parla di Battisti, partono le speculazioni e le posizioni ideologiche in pole position, si crea ancora più confusione soprattutto per chi, come me, è nato dagli anni settanta in poi…comunque eccoli qui: LINK UNOLINK DUELINK TRE

    ROMA –  Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva annuncerà la sua decisione in merito alla concessione dell’asilo politico a Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi, in carcere in Brasile dal 2007.

    Secondo il quotidiano brasiliano Folhia de S.Paulo, la decisione di Lula, dopo aver ascoltato il parere dell’Avvocatura generale dello Stato, sarà quella di concedere lo status di rifugiato a Battisti, bloccando così l’estradizione verso l’Italia. La decisione di Lula sarebbe motivata – secondo quanto anticipato dal sito di Globo News – dal fatto che “il governo brasiliano teme che esista un rischio di morte” dell’ex terrorista se “tornerà in Italia”.

    Una motivazione già emersa quando nel gennaio 2009 l’allora ministro della giustizia Tarso Genro decise di concedere lo status di rifugiato a Battisti. E che fece infuriare le autorità italiane, tanto da spingere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a scrivere una lettera al collega brasiliano per esprimere “profondo stupore e rammarico” a nome suo e di tutte le forze politiche italiane. Dopo il ricorso presentato dall’Italia, nel novembre 2009 il Supremo tribunale federale brasiliano autorizzò l’estradizione di Battisti ma lasciò l’ultima parola a Lula. Oggi, a due giorni dalla fine del suo mandato presidenziale, l’atteso annuncio.

    “Mi aspettavo una decisione simile. Vorrà dire che ci muoveremo in modo molto più deciso”, sono state le prime parole di Alberto Torreggiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 dai Pac in un conflitto a fuoco in cui lui stesso fu ferito rimanendo paralizzato. “Sarei stato sorpreso se fosse stato il contrario – ha aggiunto amareggiato Torreggiani – ma non sono deluso perché ero preparato. Non è tanto una questione personale ma la scelta apre un precedente molto pericoloso. Qualsiasi delinquente saprà di poter contare su una scappatoia, e questo non è giusto”. E anche se l’annuncio ancora non è stato ufficializzato, anche la politica italiana sta già reagendo. “L’atto di mancata estradizione e la liberazione di Battisti verrebbe vissuto dal nostro paese come un affronto politico e di giustizia davvero grave”, ha commentato il senatore Idv Stefano Pedica.

    FONTE PRESIDENZA BRASILE SMENTISCE ANNUNCIO OGGI MA CONFERMA CHE DECISIONE ARRIVERA’ ENTRO DOPODOMANI – Una fonte della Presidenza della Repubblica a Brasilia ha smentito all’ANSA che il presidente Luiz Inacio Lula da Silva annuncerà oggi la sua decisione sull’asilo politico a Cesare Battisti, pur confermando che l’annuncio sarà dato entro dopodomani. Contatti, a diversi livelli, sono comunque in corso tra Roma e Brasilia.

    BRASILIA, 28 DIC – Lula ha ricevuto l’Avvocato generale dello Stato Luiz Inacio Lucena.Nulla e’ trapelato dall’incontro, ma tutto indica che il tema debba essere stato il caso Battisti.

    La stampa brasiliana aveva annunciato per giovedi’ scorso il rilascio dell’ex terrorista rosso. Il presidente brasiliano non sarebbe rimasto soddisfatto del documento redatto da Lucena che dovra’ giustificare l’eventuale conferma di asilo politico ed e’ possibile che oggi Lucena abbia presentato a Lula una nuova versione.

    Battisti  (ANSA). NNNN   BRASILIA, 29 dic – El presidente brasileño, Luiz Lula da Silva, puede anunciar este miércoles el asilo al ex militante italiano de ultraizquierda Césare Battisti, cuya extradición es reclamada por Roma, informó hoy el sitio del diario Folha de Sao Paulo.
    Battisti perteneció a la organización Proletarios Armados por el Comunismo en los años 70, huyó de Italia en la década del 80 y en 2004 ingresó ilegalmente a Brasil, donde está preso desde 2007.
    “Lula anuncia hoy la concesión de refugio al italiano” Césare Battisti, publicó este miércoles el sitio del diario Folha de Sao Paulo.
    Lula da Silva “ya tomó la decisión política” y en estos momentos está “ajustando detalles” sobre la argumentación con que va a sustentar su decisión, consignó en la noche del martes el canal de noticias Globonews.
    Para analizar el fundamento jurídico del asilo a Battiti el presidente se reunió el lunes con al abogado general de la Unión, Luis Inácio Lucena Adams.
    El caso Battisti originó roces diplomáticos entre Brasil e Italia, que en enero de 2009 llamó a consultas a su embajador en Brasilia.
    Lula y el jefe del gobierno italiano Silvio Berlusconi analizaron el caso Battisti en diversas reuniones realizadas en Italia y Estados Unidos.
    Según el canal Globonews, el gobierno brasileño está analizando el texto de su decisión tomando en cuenta sus consecuencias “diplomáticas” y es posible que Brasil exprese su intención de garantizar la “integridad física” de Battisti.

     

  • Il Brasile e il paradosso Marina

    Il Brasile e il paradosso Marina

    di Alessandra De Luca
    Silva.jpgVista dall’Europa Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima, meglio conosciuta come Marina Silva, è semplicemente la candidata Verde che, con il 19,3% di preferenze, alle ultime elezioni brasiliane si è frapposta a sorpresa fra Dilma Rousseff, la ex guerrigliera candidata di Lula e futura vincitrice, e il “moderato” José Serra. E’ stata lei l’ago della bilancia delle elezioni presidenziali di uno Stato, il Brasile, che occupa quasi il 50% di tutta l’America Latina e che fa parte del BRIC, il gruppo di paesi dalle economie più emergenti ed aggressive del pianeta. Il fatto è che Marina oltre a essere Verde è anche evangelica. Appartiene per l’esattezza all’Assembléia de Deus, la setta pentecostale più diffusa in Brasile che, con i suoi 8 milioni e mezzo di seguaci, ha votato in larghissima parte per lei assieme a tutti gli altri evagélicos. Il Brasile è attualmente il paese col maggior numero di pentecostali al mondo, primato che si è conquistato scalzando persino gli Stati Uniti che, se invece parliamo di evangelici in generale, continuano a detenere un primato assoluto: 44 milioni contro i 27,6 del Brasile.

    A quanto pare, i deputati evangelici nel Parlamento brasiliano formano un gruppo trasversale che al momento del bisogno vota compatto sui temi etici controversi, come l’aborto, la ricerca sugli embrioni e i matrimoni gay… ma mi pare evidente che questo non è solo un problema del Parlamento brasiliano.
    A guardarlo da qui questo fenomeno sembra uno dei tanti goffi ed ingenui tentativi delle società americane, soffocate dal materialismo, di riappropriarsi di una qualche spiritualità. Forse questo poteva valere quache decennio fa, ora la questione tende a diventare sempre più complessa.
    Nel Portoghese brasiliano la parola evagélicos indica genericamente correnti protestanti dette pentecostali e neopentecostali, oltre a gruppi minori e svariate sette. Quella dei pentecostali prese piede negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 e si diffuse anche in America Latina; i neopentecostali invece sono apparsi negli anni ’70. I primi sono contraddistinti da un grande fervore che si traduce in esperienze estatiche, miracolistica e concentrazione sul Vangelo. I secondi, invece, hanno rituali decisamente spettacolari ma non miracologeni. La loro dottrina sospinge i fedeli verso la ricerca della prosperità materiale oltre che della grazia interiore e la loro strategia di evangelizzazione passa per il controllo e l’utilizzo dei media.
    Visti i tempi, difficilmente si dichiara a cuore aperto che questi evangelici sono estremisti e fondamentalisti: si fidano solo del testo sacro e dell’interpretazione che loro stessi, senza mediazioni, ne danno. Questo tipo di religiosità nasce nel protestantesimo nordamericano a cavallo fra il XIX e il XX secolo e le derive sono ormai rintracciabili, col tramite delle religioni, anche nelle ideologie politiche di ogni dove. Attitudine che descrive bene Joe Bageant attraverso i protagonisti de La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, un libro che si prefigge di spiegare ai non statunitensi-bianchi-proletari chi sono costoro e cosa li spinge ad assumere, in nome di Dio, atteggiamenti talvolta aberranti ed autodistruttivi agli occhi del resto dell’umanità.
    Nel capitolo intitolato Il regno occulto, una teocrazia nel nome del sangue di Gesù, Bageant ci spiega cosa sta alla base di manifestazioni di fervore religioso come ad esempio i programmi televisivi incentrati sulla figura di improbabili motivatori – i Chuck&Nora di Corrado Guzzanti, se ve li ricordate – illuminati dalla parola del Signore. Per lui, dietro questa parvenza di religiosità ingenua e settaria si nasconde un’insidia, perché queste chiese fondamentaliste da decenni sono l’unica forma di comunità rimasta tale in gran parte dell’America profonda. Si organizzano con proprie strutture di assistenza, scuole, università, ma soprattutto un sacco di soldi, per formare la classe dirigente che dovrà prendere il potere ed instaurare una teocrazia, così da dichiarare guerra ai non cristiani nel nome di Gesù. Molti di questi fedeli, laureatisi in pseudo-università a suon di creazionismo, si infiltrano nei centri nevralgici del potere della nazione più potente del Mondo. Mi rendo conto che tutto ciò si presenta come un’ennesima teoria inverosimile e cospirazionista, ma a leggere Bageant la cosa non sembra così assurda anzi, ci si convince del fatto che questa realtà andrà tenuta in seria considerazione nei prossimi anni, se non altro per il peso che potrebbe via via assumere nella sfera politica americana e conseguentemente mondiale, come già sta accadendo con i Tea Party e Sarah Palin.
    Ora: che nesso può esserci fra l’ex cinema di Salvador de Bahia che al momento ospita la mega Igreja Universal do Reino de Deus (a guardarla fa impressione) senza distinguersi davvero da un centro commerciale se non per le scritte a caratteri cubitali e ciò che afferma Bageant riguardo all’esercito di fondamentalisti del suo paese? Pare che l’attrattiva di queste chiese evangeliche risieda nella forza della comunità e nella scelta del singolo di sentirsi parte di essa. E’ un fenomeno che in Europa non ha mai fatto breccia, motivo per cui da qui fatichiamo a tracciarne le sfumature. Negli Stati Uniti si tratta di volontà di coesione in una società in cui la tua classe sociale sembra non esistere più nei media tradizionali, in cui ipocritamente rientri nella definizione di classe media, sottointendendo che se non sei ricco abbastanza è colpa tua. In Brasile invece la comunità diventa un bacino che offre al singolo la speranza di partecipare ad una nuova ricchezza spirituale e materiale, ma anche democratica, mai prima raggiunta e diffusa con equità. Sono tutti e due paesi in cui oltre il 90% della popolazione dichiara in qualche forma di credere in Dio (si veda a proposito del Brasile il documentario Fé di Ricardo Dias), ma la differenza di prospettive è netta. Negli Stati Uniti la comunità evangelica rappresenta lo strumento per combattere il declino e l’isolamento, la speranza di continuare a coltivare il sogno americano scippato alla classe lavoratrice dal precariato e dall’indebitamento.
    In Brasile l’adesione amplifica le singole voci che finalmente vogliono diventare protagoniste ed avere il diritto di autodeterminarsi, non per salvarsi dal declino ma per prendere parte ad una ascesa. La religiosità diventa un fondamento culturale, a prescindere dalla religione che si professa, e questa è una caratteristica che si riscontra un po’ in tutta l’America Latina, un’area culturale abituata a ricevere ed assorbire tutto a modo proprio. Solo apparentemente, infatti, il continente aderisce incondizionatamente alle sollecitazioni che provengono da fuori, con il tempo queste vengono regolarmente digerite e diventano cose a sé stanti, con caratteristiche diverse dall’originale. Tutto all’apparenza rimanda a qualcosa di conosciuto, ma poi si rivela altro, dal conosciuto si parte per arrivare al nuovo.
    Il sincretismo religioso si può considerare prassi un po’ in tutto il Continente: la stessa conversione alla fede cristiana in epoca coloniale portò solo parzialmente ai risultati sperati dagli Europei, che pure seppero usare la mano pesante. Le vecchie credenze non vennero scalzate o dimenticate ma si andarono man mano a fondere con le nuove. Un esempio? Ad ogni Orixà, gli dei del Candomblé afrobrasiliano, corrisponde un Santo cristiano, sono solo diverse forme di manifestazione della divinità: tutto può rientrare all’interno di questa Cosmogonia, tutto contribuisce ad arricchire la visione precedente, ma non è possibile eliminarla o sostituirla completamente. Tutto ciò marca una delle profonde diversità fra le culture di Nord e Sud America: la differente spiritualità, cui corrisponde una ben diversa visione del mondo, potrebbe portare a dei risultati imprevedibili o addirittura opposti le due nazioni che tanto entusiasticamente stanno adottando la medesima religione. dilma.jpgOgni società adatta la religione ai propri bisogni, a partire da ciò una religione può nascere dal bisogno o essere accolta per sopperire ad una mancanza. Ma Marina Silva è ciò di cui un paese laico e decisamente tollerante come il Brasile ha bisogno in questo momento? Non lo possiamo sapere. Un dato di fatto è invece che, altro particolare un po’ angosciante, diversi agenti della CIA possono vantare posizioni influenti nel Partito dei Verdi brasiliano, dal momento che gli Stati Uniti da tempo sono interessati alle problematiche ecologiche del bacino amazzonico. Durante il ballottaggio la CIA ha corteggiato i leader e gli attivisti Verdi cercando di farli pendere per lo schieramento del conservatore Serra ed offrendo in cambio posizioni presso il futuro governo.
    La Rousseff è comunque riuscita ad attrarre i sostenitori di Marina Silva, visto che quest’ultima ha ricoperto la carica di Ministro dell’Ambiente nel governo del presidente Lula fino al 2008. Sembra che i ministeri, i servizi segreti, l’esercito e l’industria brasiliani siano pesantemente infiltrati dagli agenti statunitensi. Il paese fra circa 20 anni potrebbe imporsi come contrappeso geopolitico agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dunque mentre il Dipartimento di Stato USA riduce la rappresentanza diplomatica in tutto il mondo, in Brasile la amplia.
    Ma neppure questi elementi chiudono la partita in senso negativo: se negli USA le chiese fondamentaliste sono praticamente tutte di ultradestra (si tratta di un terreno scivoloso e incomprensibile per i liberal metropolitani e quindi sono state abbandonate a loro stesse e lasciate nelle fauci dei repubblicani così come gran parte dei bianchi proletari che le affollano), Marina Silva sicuramente non lo è: ha iniziato la sua lotta politica al fianco di Chico Mendes, il famoso raccoglitore di caucciù che divenne uno dei primi grandi politici ambientalisti del pianeta terra, ha militato per trent’anni nel Partido dos Trabalhadores di Lula ed è stata l’unica candidata a schierarsi pubblicamente contro l’estradizione di Cesare Battisti. Non si può etichettare dunque come una persona di destra, oppure “cristiana” e basta. E’ profondamente ambientalista perché, essendo figlia di seringueiros, ovvero raccoglitori di caucciù, ha pagato sulla propria pelle la miseria e la desolazione apportata dall’uomo e dallo sgretolarsi dell’ecosistema in Amazzonia. Il tema politico al centro delle sue campagne è lo Sviluppo sostenibile. Allo stesso tempo dai 15 anni, orfana e malata di epatite e di malaria, si è rifugiata in un convento religioso ed è scampata alla miseria ed all’analfabetismo grazie a ciò: ha imparato a scrivere solo a 16 anni.
    Come definire quindi Marina Silva? Una pericolosa pedina degli estremisti evangelici? Una politica manovrata dai servizi segreti USA? Oppure una donna forte sorretta dalla fede ma con vedute laiche, che conosce la sofferenza profonda del suo Paese e saprebbe contribuire a portarlo alla concretizzazione del sogno di giustizia sociale e prosperità verso cui aspira? Marina, nelle attuali vesti di Senadora, dichiara di essere contraria all’aborto ma favorevole ad un referendum che possa consentire alla maggioranza di decidere, è contraria al matrimonio fra omosessuali ma pronta a riconoscere dal punto di vista legislativo e dei diritti le coppie di fatto (posizioni molto più aperte di quelle dei cattolici trasversali qui da noi), si mette in polemica con il Vescovo della sua stessa chiesa accusandolo di confondere il palco dei comizi elettorali con il pulpito. Eppure riesce a tenere sempre un atteggiamento pacato ed aperto, mai tracotante. Marina ha sofferto e porta sul corpo ogni giorno i segni delle malattie e degli stenti, ma si è riscattata ed ha una forza interiore fuori dal comune. E’ una donna che ha lottato per l’emancipazione e vede le cose da un altro punto di vista. Potrebbe farcela. O forse no.
     

  • L'amore ai tempi del manganello – 14 dicembre 2010 – Roma

    L'amore ai tempi del manganello – 14 dicembre 2010 – Roma

    NoiLiberi.jpgRiporto molto volentieri una lettera inviatami da un ragazzo di Roma che ci dà un’ottima e sentita testimonianza sul 14 dicembre a Roma. Io sono all’estero e la lettera è servita molto anche a me!
    Roma 20 dicembre
    Non ho fatto e letto granché dal pomeriggio del 14 dicembre. La notte di martedì è stata tra le più agitate degli ultimi tempi. Demoni, fantasmi, mostri hanno invaso il mio (mancato) riposo. La fase R.E.M. non è mai giunta, il giorno dopo ero distrutto dalla mancanza di sonno. Mercoledì un senso di spaesamento vitale cingeva la mia coscienza; per inerzia mi sono dedicato agli impegni ma nulla poteva cancellare gli eventi del giorno prima. Volevo riposizionarmi nel tempo e nello spazio ma non ci sono riuscito. Questa è solo una piccola storia, una narrazione in breve del mondo lacerato della Piazza. Un resoconto lirico e non un’analisi politica. Una visione di un particolare da parte di uno stagionato studente.

    Siamo in Piazza io e la mia compagna. Intercettiamo il corteo degli studenti intorno a Viale Castro Pretorio, nei pressi della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, proprio da dove ora sto ultimando e dando forma definitiva a queste cartacce e pensieri accumulati in questi giorni. Ci immergiamo nella fiumana di studenti della mia Sapienza, Università di Roma. Un saluto ad amici e amiche, parliamo di quel che accade, della situazione insostenibile creatasi nella nostra amata Repubblica Italiana. Ma mi sento già dimezzato: troppe volte in Piazza quella visione diacronica del presente mi ha attraversato; non volevo che si ripetesse. La verità è che, forse, sapevo come sarebbe andata a finire.
    Sapevo del Potere, della sua articolazione violenta tramite gli artigli senza curve dei caschi blu. Dei loro manganelli dove più fa male. In testa e sulle giunture. Sapevo dei calci in testa, sapevo del trascinare per i capelli manifestanti piangenti, appena prima accerchiati e poi randellati perché rimasti soli.
    Ma decidiamo comunque di immergerci nella folla, di guardare le cose per come sono. Un puro esercizio di curiosità intellettuale. Ed allora, sempre vicini, io e lei ci incamminiamo percorrendo rapidamente i vari blocchi del corteo dove i ragazzi si associano per Facoltà.
    Quando un corteo avanza è molto lento poiché ci si attende che man mano si ricompatti lungo la strada. Ma fin troppo lento per me. Arrivati nei pressi di Corso Vittorio Emaunele II, appena dopo Largo Torre Argentina, avviene il primo contatto con le barricate statali. A Palazzo Madama, a dispetto del nome, non vi sono Signori e Signore. Il voto di fiducia, in quanto stupro del politichese ai danni di tutti, sta prendendo forma.
    La loro difesa onorevole è presto fatta. Noi fuori con petardi, qualche pericolosa sedia, bottiglie da 33 cl, bombe carta e gli altri in tenuta anti-sommossa. Io non ho lanciiato nulla, i miei genitori mi hanno insegnato a rispettare le cose, l’ambiente e le persone. Sebbene talune non siano degne di rispetto. E poi sono lì ad osservare il volto del Potere. Mi fermo saldo sugli atri inferiori, ma non mi dissocio da quel che sta prendendo forma.
    Non ho lanciato nulla perché i caschi blu, quelli verdi e quelli dei CC inducono compassione. Non ho mai condiviso la critica dominante degli slogan che li descrive come “servi”, perché è un mdo semplicistico di negare loro autonomia di pensiero. Un Servo è colui che obbedisce al Signore, è colui che non discute e nemmeno si pone il problema di agire altrimenti. Loro invece sono d’accordo con i committenti della mattanza. Muniti del loro amico manganello, la pratica di randellare uno studente o un manifestante di Terzigno risulta anche piacevole. Potrei tranquillamente dimostrarlo per induzione. Per 1200 euro al mese si può fare ben altro, proprio perché i lavori non sono tutti uguali. Ma la vigliaccheria impera, lo sappiamo.
    La violenza è chi ti assume per tre anni con contratto di formazione lavoro per 1100 euro al mese e, finito il tempo, ti dice che non servi più. La violenza è l’azienda regionale per il diritto allo studio che mi deve da marzo circa 2000 euro, che non mi ha erogato per errore proprio e successivamente per mancanza fondi. La violenza sono i contratti in fabbrica. Avevo 19 anni quando il magnanime datore di lavoro lo rinnovava settimana per settimana, tenendomi sotto scacco totale. La violenza è sfruttamento delle mie passioni. La violenza è che se non conosci qualcuno non lavori, non esisti. La violenza è una pseudo-riforma della mia università che viene scritta sulla base di nessuna copertura finanziaria, con discutibilissimo impianto normativo mai realmente messo sotto esame. La violenza è infangare i ricercatori, patrimonio inestimabile, da parte di una classe dirigente volgare e para-fascista. La violenza sono gli oggettivi tagli alla cultura, all’istruzione e alla Vita. La violenza è la sceneggiata ad AnnoZero del Ministro Spiritato, dal passato così candido e puro, contro uno studente che cercava placidamente di parlare con buoni argomenti. Potrei continuare.
    Ed è inutile che gli eroi di carta dicano la loro per obblighi di agenzia. Purtroppo quando ti hanno rubato il mondo è difficile fare letteratura. Questo intellettuale sulla scena degli elenchi scritti insieme a un curato di campagna della terza rete è la realizzazione di una ineffettuale Parusia. La magnifica sapienza della topologia cammorristica che ho visto in Gomorra è solo un ricordo.
    Con il sapore corrosivo dei lacrimogeni che agisce nelle mucose ci allontaniamo. Una gentile ragazza mi passa del succo di limone così per riprendermi un po’. Ci stanno rubando il respiro, mi dico in interiore homine. Ora però tocca alla camera dei Deputati: gli onorevoli della Repubblica Italiana. Coloro che passano ad altra sponda perché si sentono responsabili di avere sulle spalle il destino di tutta la nazione. Poverini, spero che abbiano delle spalle forti, perché di primo acchito le spalle del bassotto dedito all’agopuntura non sembrano così imponenti. O anche di chi dispensa esami facili e titoli di studio plastificati, in scuole che educano solo alla peggiore italianità. Ma alla fine il voto arriva e per una manciata di assensi in saldo. Ma come, già tempo di saldi?
    Già sono sconfitto. Prima non pensavo che quello che stiamo operando avrebbe potuto cambiar le cose. Il moto di Piazza non è mai sufficiente. Viviamo di tempi tristi, chiedo solo un piccolo bagliore che possa riscaldarmi. Tutto il resto è inutile mi dico, e una volta arrivati a Piazza del Popolo avviene la sterzata finale. Percorriamo una parallela di Via del Corso per guardare al cuore del sommovimento e per anticipare la testa del Book Bloc. E non Black Bloc, cari giornalisti.
    I negozi iniziano a chiudere i battenti, i passanti rimangono indifferenti. Le cariche stanno per iniziare, un avviso è la marcia intimidatoria del ritmato, per nulla sincopato, sbatter degli anfibi sull’asfalto. In via del Corso avviene l’avanzata dei mastini in divisa, molti di noi corrono in direzione opposta rispetto a loro essendo fin troppo impauriti. Volano i lacrimogeni mentre esplode l’indignazione sociale. La corsa all’indietro non bisognerebbe farla, c’è il rischio di coinvolgere qualcuno che nulla a che fare con la tua fuga.
    Ma ecco un tenero vecchietto disabile su di una piccola motoretta quale appendice artificiale essenziale al movimento. Lui non sembra capir molto di ciò che sta accadendo. Ha uno sguardo perso. La mia compagna evita che sia travolto mediante un piccolo ma efficace colpo di reni. Con la sua motoretta è esattamente al centro di Via del Corso mentre una folla in arrivo lo minaccia senza volontà. Ma qui quel piccolo bagliore accade violento quanto inaspettato. Un gruppo di manifestanti, direi black bloc con la solita trovata mediatica, lo alzano e lo ripongono nel vicolo accanto, nella speranza che tutto finisca. Ebbene, questi sono i violenti: ecco coloro che spaccano le vetrate delle banche. Ma il capitalismo finanziario che cosa ha operato, se non la crisi che ci invade? Attendo conferme rispetto al gradi di civiltà di questi soggetti sociali appena menzionati. Sciarpa sul viso, caschi, pantaloni neri inseriti in una paio di anfibi ugualmente neri: gli anarchici! Sono loro che hanno aiutato il vecchietto disabile. Ebbene, io sono dalla loro parte, dalla parte degli autonomi e dalla parte di chi si indigna.
    Lei mi chiede se sia il caso di lasciarlo lì, annuisco e le dico di proseguire. Di fuggire. Le assicuro che se le forze dell’ordine sono tali lo lasciano stare lì buono. Ma non ci credo a quel che le dico. L’ho lasciato da solo nel vicolo, potevo stargli vicino e rischiare di esser calpestato dallo Stato che ringhia. Sarebbe successo così, ma l’egoismo della mia pellaccia ha vinto. Del resto, di lì a poco i mastini sarebbero sbucati da tutti i pori della zona, mi avrebbero spaccato la testa. Già lo hanno fatto in passato senza che io avessi fatto nulla. Ma in quel momento, ora lo grido con voce afona, dovevo rimanere accanto alla motoretta.
    Agguanto la mia compagna per risalire al più presto Via del Corso, mi sento male, sotto pressione e con il viso corroso. Non mi volto, il cuore esce fuori dal petto. Raggiungiamo lo spazio aperto di Piazza del Popolo. Ora respiro, ma è solo una finzione. Mi rivolgo a lei per sincerarmi delle sue condizioni e vedo il suo viso contorto e stravolto. Piange amaramente. Non per paura, non perché gli effetti dei lacrimogeni sono vivi su di noi, non per sfogarsi. Non perché ci hanno bastonato malamente.
    Piange perché abbiamo lasciato nel vicolo lo spaurito vecchietto. Questa è la lezione che dal 14 dicembre ho ricevuto, questo è l’amore ai tempi del manganello.
    di Uno studente della Sapienza di Roma (da Carmilla)