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Haiti, un anno di terremoto

Un anno fa, il 12 gennaio 2010, s’è abbattuta su Haiti la più grande catastrofe naturale della storia moderna. 250mila morti e un milione e mezzo di senza tetto sono il bilancio del devastante terremoto del settimo grado Richter che ha colpito la capitale Porto Principe e i sobborghi distruggendo o danneggiando l’80% dei suoi edifici. Il paese più povero dell’emisfero occidentale tornò indietro di trent’anni in un solo minuto devastante. Il palazzo presidenziale e quasi tutte le altre sedi dei poteri dello Stato crollarono. Per qualche giorno l’isolamento fu totale fino al ripristino delle telecomunicazioni e all’arrivo di oltre diecimila militari statunitensi che ebbero sin dal principio un ruolo controverso: salvatori per alcuni, invasori per altri. Probabilmente entrambe le cose.
Nelle ultime settimane s’è parlato di Haiti a singhiozzo, sempre per qualche tragedia come il colera, che da ottobre ha già fatto 3800 morti, o per mostrarequanto sarebbero violenti e incivili questi haitiani che non riescono nemmeno a organizzare le elezioni politiche. Dopo un mese a Porto Principe, ospitato da un’associazione per la difesa dei diritti dell’uomo (Aumohd) nel febbraio 2010, posso dire di non aver mai visto un popolo così dignitoso e forte nell’affrontare i suoi drammi, pacificamente. Altro che barricate e sciacallaggi.
Dopo il sisma gli aiuti internazionali e la solidarietà non si fecero attendere e nel giro di poche settimane venne raccolta tra somma mai vista: 10.2 miliardi di dollari gestiti da una Commissione ad Interim per la ricostruzione presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton. Molti paesi, tra cui l’Italia, annunciarono la cancellazione del debito con Haiti, ma poi? Purtroppo meno del 10% dei fondi totali previsti dall’Onu è stato effettivamente destinato (il che non significa che sia stato già interamente speso, anzi…) alla ricostruzione del paese e ci sono state innumerevoli polemiche sulla natura dei progetti intrapresi che avrebbero favorito le grandi multinazionali, soprattutto americane, canadesi e francesi, interessate al business della ricostruzione (Vedi Link approfondimento). Il popolo haitiano è chiaramente il grande escluso dalla partita. Solo il 42% dello stanziamento previsto solo per il 2010 (poco più di 2 miliardi di dollari) è stato versato. Persino la multinazionale Monsanto ha generosamente donato un po’ dei suoi semi transgenici e brevettati per “aiutare” ed essere presenti ad Haiti, soprattutto quando i coltivatori avranno bisogno, un domani, delle nuove sementi e dei relativi pesticidi.
Anche per questo ho spesso parlato degli “aiuti selettivi” e della necessità di favorire il contatto diretto tra le realtà della società civile haitiana attive sul territorio e le associazioni, le Ong e le agenzie governative dei paesi donatori. Inoltre gli aiuti divennero da subito selettivi nel senso che le piccole associazioni haitiane, i gruppi organizzati di cittadini e in generale la popolazione dei 1150 campi di rifugiati di Port-au-Prince non hanno avuto voce in capitolo nella gestione dei fondi disponibili dell’Onu e delle altre “multinazionali della solidarietà” presenti in loco. Ad Haiti c’è chi va ad aiutare stando in hotel di lusso, rimasti magicamente intatti in mezzo a cumuli di macerie, e c’è chi cerca di aiutare partendo dai quartieri, dai campi di sfollati, scavando tra quelle stesse macerie e cercando di raccimolare qua e là qualche centinaio di euro per chi ne ha bisogno e non riceve nulla (Vedi iniziativa Haiti Emergency).
La “Perla dei Caraibi” è anche detta la “Repubblica delle ONG” per la presenza di circa 10mila(!) Organizzazioni Non Governative (ma anche agenzie statali provenienti da paesi terzi e militari delle Nazioni Unite) che svolgono senza un coordinamento centrale tutte le funzioni cui lo Stato ha da tempo rinunciato, specialmente salute, sicurezza ed educazione. Haiti ha oggi il sistema scolastico e sanitario più privatizzato del mondo ed è il peggiore d’America. La storia racconta che da decenni (o secoli?) il popolo haitiano è in balia di classi dirigenti corrotte e non certo democratiche (3 colpi di stato in meno di 20 anni di democrazia, due dei quali allo stesso presidente, Jean-Bertrande Aristide nel ’93 e nel 2004), di centinaia di sette e chiese eterodirette oltre che delle potenze straniere, Usa in primis, che da sempre influenzano pesantemente la politica dei paesi caraibici. Sembra quasi che queste non le abbiano mai perdonato il peccato originale d’essere stata la prima colonia dopo gli Usa a dichiarare la sua indipendenza nel lontano 1804 quando s’emanciparono dalla Francia.
Le forze di “pace” dei caschi blu ad Haiti si chiamano Minustah (Missione delle Nazioni Unite per Stabilizzazione di Haiti) e svolgono compiti militari e di sicurezza interna insieme alla polizia haitiana. Si tratta di 12mila soldati stranieri, sotto il comando brasiliano, che sono visti come una forza d’occupazione. Sono numerosi i casi documentati di violazioni ai diritti umani e di vere e proprie operazioni di guerra urbana che la Minustah ha compiuto in passato. Alcuni li descrivono, invece, come gli unici baluardi dell’integrità delle istituzioni e del mantenimento dell’ordine perché in qualche modo sostituiscono la corrotta polizia nazionale.
A un anno dal terremoto le scosse continuano ancora. Le tragedie non hanno smesso di colpire Haiti e come sempre dove c’è più povertà, l’impatto di qualunque evento naturale s’amplifica a dismisura. La stagione delle piogge e degli uragani s’è portata via le vite di decine di persone: 21 morti solamente il 5 novembre dopo il passaggio dell’uragano Tomas.
Poi il colera con migliaia di morti e oltre 170mila contagi (ne sono previsti 400mila per il prossimo anno). A novembre e dicembre l’indignazione e la disperazione della gente si sono fatte sentire nelle manifestazioni contro i caschi blu, specialmente contro il contingente nepalese, accusati di aver importato il colera come dimostravano gli studi di alcuni esperti. Le reazioni e gli spari tra la folla dei soldati Onu hanno provocato almeno 3 morti accertati. Certo è che le condizioni igieniche della popolazione prima e dopo il terremoto erano talmente insalubri che ci si aspettava lo scoppio di un’epidemia da un momento all’altro.
Dopo le elezioni del 16 dicembre scorso altri 5 manifestanti sono morti negli scontri seguiti a una giornata elettorale contestatissima. La candidata Mirlande Manigat, ex first lady e costituzionalista, e il candidato del potere Jude Celestine, sostenuto dall’attuale presidente Renè Preval, andranno al ballottaggio in data da definirsi. Le proteste dei sostenitori del candidato Michel Martelly, arrivato terzo, e le denunce di brogli hanno portato la OSA (Organizzazione Stati Americani) a fare una valutazione del voto e a “squalificare” Jude Celestine dal secondo turno aprendo, di fatto, una crisi istituzionale importante. Resta al consiglio elettorale haitiano la decisione. Intanto si prova a campare. Almeno 810mila persone sono ancora nei campi di rifugiati censiti. Solo il 5% delle macerie sono state sgomberate.
Ma come fare? Liberarsi da povertà e dipendenza non è semplice. Il modello corporativo può funzionare soprattutto nelle campagne e nei settori leggeri come il tessile come dimostrano molti progetti avviati, il decentramento di attività dalla capitale alle altre province può “redistribuire” lavoro e risorse. Si propone la riappropriazione progressiva del sistema educativo e di salute da parte dello stato, la lenta ma decisa ritirata delle forze Onu in concomitanza con la formazione di una polizia professionale, la co-gestione, dicesi anche joint venture, tra imprese haitiane e straniere della ricostruzione. Esistono piani interessanti di riconversione energetica “casa per casa” e per l’industria per sfruttare il sole e rendere Porto Principe una città più pulita (la dipendenza dal petrolio di Haiti è altissima). Altre possibilità vengono dal salto tecnologico, educativo e digitale che potrebbe farsi con investimenti specifici di medio periodo in infrastrutture moderne di telecomunicazione, in parte già funzionanti, anziché prevedere solo spese immediate per derrate alimentari che Haiti può produrre internamente. Altri due settori interessanti e poco valorizzati sarebbero il turismo sostenibile gestito da haitiani in associazione con stranieri (l’isola possiede migliaia di chilometri di coste vergini nel mar dei Caraibi, basti pensare alla vicina e turistica Repubblica Dominicana) e la riforestazione dell’interno del territorio che non ha praticamente più vegetazione.Ricordo le strade, i cortili e le chiese piene di gente che cantava e ballava disperatamente. Ricordo la catarsi collettiva a Porto Principe e l’aria di rinascita che si respirava il 12 febbraio 2010, giorno in cui si commemorava il primo mese dal terremoto. I canti spensero per un po’ il dolore e i balli sfinirono anime e corpi per farli dimenticare. Oggi spero che Haiti voglia ancora reagire. Forse a ragione, tra speranze e delusioni, non sono pochi gli haitiani che chiedono al mondo di essere dimenticati e lasciati soli, padroni del loro destino.agire, aiuti, canada, Centroamerica e Caraibi, clinton, colera, fainotizia, francia, Giornalismo & Mass Media, Globalizzazione & Neoliberalismo, Guerre, Haitì, Influenza e Influenze, Minustah, ong, onu, Politica, port au prince, porto principe, Roba in Italiano, Stati Uniti EEUU, terremoto, usa, Varie d’Italia -
Pablo Neruda – Antología Popular – Download – Prima che sia troppo tardi…

Pablo Neruda nel 1972 lasciò la Antologia Popolare al suo popolo chiedendo al presidente Salvador Allende che venisse consegnata gratis nelle scuole di tutti i livelli e alle Forze armate. Un anno dopo, l’11 settembre 1973, sappiamo che ci fu il golpe. Anni dopo, però, Don Pablo fu tradito di nuovo quando una casa editrice spagnola la pubblicò e non sappiamo quanto tempo ancora sarà disponibile gratis on-line, quindi scaricatela prima che sia troppo tardi… Se un giorno viene eliminato il contenuto dal sito indicato, avvisatemi e vi mando un altro link per il download.
Per poter vedere il contenuto scaricato bisogna aprirlo con un Browser come Internet Explorer e si visualizza un contenito multimediale completo e interessantissimo! LINK DOWNLOAD clicca DESCARGAR (200 Mb circa dimensione).
Pablo Neruda dejó en 1972 la Antología Popular a su pueblo pidiendo al Presidende Salvador Allende que fuera entregada gratuitamente a las escuelas, universidades, liceos, y Fuerzas Armadas (sic). Su finalidad era que llegara en forma gratuita al pueblo chileno.
Un año más tarde en Chile pasó lo que todos conocemos, pero mucho más tarde Don Pablo sería traicionado una vez más con la publicación de su Antología por una editorial española, la Edaf que hizo un verdadero fraude editorial. Por el momento les recominedo esta pagína donde el editor Raúl Valdivia permite la descarga gratuita de la Antología, con aportes importantes como artículos sobre la Fundacíon Neruda (otro traidor más) del periodista (y hermano) Mario Casasús.
El enlace es este:
http://www.pablonerudaantologiapopular.cl/
descargar antes que estos criminales que lucran con todo, hasta con los sueños de los pueblos la hagan desaparecer de la red.
Gracias por difundir, sigue articulo en unos días.
Para ver el contenido descargado, de aprox 200 Mb, hay que elegir que se abra con un Browser como Internet explorer y se abre un contenido multimedial muy interesante!
Segnalato da: Annalisa Melandri Gracias! -
Puerto Escondido. Vita e turismo. I due posti

Per una volta sul blog, un po’ di amenità e passatempi, quindi consigli per le vacanze. Lo so, sono appena finite per molti di voi ma mettete lo stesso questo post tra i preferiti e non sarete delusi per le prossime… Ecco i due posti che consiglio dopo venti giorni passati qua nella ridente località di Puerto Escondido, costa messicana del Pacifico, stato di Oaxaca. Dal video. Perla numero 1. La vita é come un ponte, attraversalo pure ma non costruirci mai una casa sopra… Perla 2.“Io Ti ho ospito, Lo confermo e Puoi stare quanto Vuoi, Ma non è che Sei obbligato a Dire Cazzate, Ti ospito anche se stai Zitto”…Grande…

E’ la mia quarta escursione a Puerto e dopo 9 anni di Messico devo dire che mi sto quasi integrando con i ritmi della vita locale. Un po’ come nel film di Salvatores ma vent’anni dopo e 40mila abitanti in più. Non lo faccio in modo radicale e traumatico ma spizzico poco a poco quando posso concedermi delle pause dalla frenetica vita di Città del Messico. Ma dal 2010 a Puerto Escondido basta centro storico, vie pedonali turistiche e spiagge di surfisti che è poi quello che si trova nella zona nord di Puerto vicino a spiaggia Zicatela e al famoso Adoquìn, la “via della moda” per così dire. Ok, qualche volta ve la concedo ma è meglio spostarsi verso sud, vicino (ma non troppo!) all’aeroporto e scoprire le spiagge di Puerto Angelito, Carrizalillo (un po’ troppo affollate in alta stagione e più care per mangiare) e la remota e bellissima Bacocho, la ultima a sud.
Quasi mi scordavo, i bei posti. Volevo segnalare una delle migliori pizze della costa per quelli che a volte hanno bisogno del carboidrato nostrano e per una sera rinunciano alle meravigliose quesadillas e pescadillas messicane. Quindi per mangiare la pizzeria Mediterraneo su Boulevard Benito Juarez, zona La Rinconada, vicino a spiaggia Carrizalillo e al famoso ostello Shalom. Prezzo d’eccezione, birra casereccia, non pacchiano, pizza da fare invidia, giusto tutto. Per chi si ferma giorni, mesi o anni a Puerto: potete chiedere a Marco, il padrone siculo-toscano-quasimessicano della pizzeria, se volete anche il pane fatto come si deve da portar via, la pasta fatta in casa, i falafel o lo strudel, non sbaglia mai.
L’altro posto bellissimo è un ostello/hotel appena riaperto e rinnovato, il Losodeli, dove mi son fermato i primi tre giorni. E’ gestito da una famiglia messicana, anzi dalle figlie che stanno rilevando i genitori e proponendo innovazioni a una clientela più cosmopolita.

Con piscina interna che fa sempre ambiente e zona lounge con stereo e video, mantiene comunque uno stile tranquillo e messicano al 100%. c’è pure la cucina e le stanze sono per due, tre, quattro persone o camerate grandi. E’ a pochi metri dalle spiagge di cui sopra e dalla zona Rinconada dove, oltre alla pizzeria di Marco, c’è anche una lunga serie di negozietti e anche localini dove non si fa la fila per mangiare e per bere nemmeno a Natale. Prezzi più che decenti anche per chi guadagna in pesos e non in euro. Contattate senza remore Lizeth e famiglia qua http://www.hostelpuertoescondido.com/contacto.php
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Il 2010 di questo blog secondo WordPress!

WordPress, la piattaforma su cui viaggia questo blog, mi ha proposto per mail di leggere e riflettere sulle sue statistiche e alla fin mi ha anche chiesto se volevo postarle automaticamente nel blog, Eccole qua, forse l’unico interessato sono io ma mipiacciono tutti questi grafichini, liste e tabelle! Vedo che continua a interessare Martio Benedetti e tira molto il documentario Food Inc sottotitolato in Italia. Evergreen Sesso, droga e salsa tra Cali e Tijuana, un vecchio articolo apparso su Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Ma che tags e categorie posso mettere a un post del genere? Aggiungo una cosa, cioè che le parole o frasi utilizzate nei motori di ricerca per arrivare su questo blog sono molte di più e la maggior parte sono quanto meno “curiose” e meritano un post a parte.
The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

The Blog-Health-o-Meter™ reads Wow.Crunchy numbers

About 3 million people visit the Taj Mahal every year. This blog was viewed about 39,000 times in 2010. If it were the Taj Mahal, it would take about 5 days for that many people to see it.
In 2010, there were 185 new posts, growing the total archive of this blog to 421 posts. There were 170 pictures uploaded, taking up a total of 19mb. That’s about 3 pictures per week.
The busiest day of the year was November 30th with 544 views. The most popular post that day was Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre.Where did they come from?
The top referring sites in 2010 were carmillaonline.com, facebook.com, oknotizie.virgilio.it, networkedblogs.com, and search.conduit.com.
Some visitors came searching, mostly for mario benedetti poesie, mario benedetti, food inc ita, america latina, and fabrizio lorusso.Attractions in 2010
These are the posts and pages that got the most views in 2010.
1Corteo a Bologna contro la riforma Gelmini – Martedì 30 novembre November 2010
2Raccolte di poesie di Mario Benedetti May 2009
2 Likes on WordPress.com3Da vedere: il documentario Food Inc. con sottotitoli in italiano! June 2010
2 comments4CHI E DOVE SONO? January 2008
38 comments5Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana April 2008
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Lula: no dal Brasile all'estradizione di Cesare Battisti

Ansa. BRASILIA – Il Governo brasiliano considera ”impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula” la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, leggendo una nota ufficiale del governo brasiliano che annuncia il no ufficiale all’estradizione di Battisti. Segnalo di nuovo i Link Utili sul caso: eccoli qui: LINK UNO – LINK DUE – LINK TRE – Link Quattro SEGNALO ANCHE UN IMPERDIBILE ARTICOLO DI L. BAIADA SU BATTISTI E L’ITALIA VISTA DAL BRASILE: SCARICALO QUI.Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim ha aggiunto di non ritenere che il presidente Lula si mettera’ in contatto con le autorita’ italiane. A una domanda se considera che le decisioni di Brasilia su Battisti possano pregiudicare i rapporti con l’ Italia, Amorim ha risposto ”non credo”. Amorim ha incontrato la stampa leggendo la nota del governo nella sede della presidenza della Repubblica.
BERLUSCONI, AMAREZZA MA VICENDA NON CHIUSA –“Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l’estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta- afferma il presidente del Consiglio in una nota diffusa da Palazzo Chigi – di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia”. “Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l’impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt’altro che chiusa: l’Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi”, conclude Berlusconi.
FARNESINA RICHIAMERA’ AMBASCIATORE ITALIANO – La Farnesina si appresta a richiamare a Roma l’ambasciatore d’Italia in Brasile, Gherardo La Francesca per consultazioni. Lo si è appreso dalla Farnesina. “Il Ministro Frattini ha deciso di richiamare a Roma l’ambasciatore la Francesca per consultazioni volte a definire il percorso dell’azione giudiziaria del governo italiano in difesa delle proprie legittime aspettative basate sul Trattato bilaterale di estradizione e sulla sentenza del Tribunale Supremo brasiliano”. E’ quanto si legge in un comunicato della Farnesina sul caso Battisti.
FRATTINI: MOTIVAZIONI INACCETTABILI,SCONCERTO – Il Ministro degli Esteri Franco Frattini e la Farnesina esprimono “il più vivo sconcerto e la profonda delusione per una decisione insolita rispetto alla stessa prassi istituzionale brasiliana, che contraddice i principi fondamentali del diritto e offende i familiari e la memoria delle vittime dei gravissimi atti di violenza commessi da Cesare Battisti”. Lo sottolinea una nota spiegando che “tanto più incomprensibili ed inaccettabili agli occhi del governo italiano e di tutti gli italiani appaiono le modalità dell’ annuncio e il riferimento, nelle motivazioni della decisione, al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti”.
LA RUSSA,BRASILE RECEDA, DECISIONE OFFENSIVA – “La peggiore previsione si è realizzata”, ma l’Italia “non lascerà nulla di intentato” affinché il Brasile “receda da questa decisione ingiusta e gravemente offensiva”. Lo dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, commentando con l’ANSA l’annuncio del Brasile di negare l’estradizione di Cesare Battisti. L’annuncio del ministro degli Esteri del Brasile sul no all’estradizione “arriva in un momento – afferma La Russa – in cui il mio pensiero è concentrato sul nuovo lutto in Afghanistan, dove oggi è caduto un altro militare italiano”. Tuttavia, “questo non mi impedisce di dire – aggiunge – che nulla resterà intentato sul piano giuridico e su qualunque altro aspetto consentito dalla legge, affinché il Brasile receda da questa decisione, per fortuna non definitiva, che oltre ad essere ingiusta e gravemente offensiva dell’Italia, lo é soprattutto della memoria delle persone assassinate e del dolore dei familiari di tutti coloro che hanno perso la vita per responsabilità dell’assassino Battisti”.
TORREGIANI, ORA PASSIAMO DA FIORETTO A SPADA – “Ora lasciamo il fioretto e impugnamo la spada, perché se il rispetto delle regole porta a questo, d’ora in poi useremo il pugno di ferro”. Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dai Pac (Proletari armati per il comunismo) accoglie con sentimenti “di rabbia e sconforto” la notizia nella mancata concessione dell’estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, condannato anche per l’omicidio di suo padre. “Quei politici, quei giudici andrebbero presi e portati su un aereo per venire in Italia e capire le sciocchezze che hanno detto”, ha spiegato Torregiani
MIN.ESTERI BRASILE, NOTA ITALIA IMPERTINENTE – Il Governo brasiliano considera “impertinente in particolare nel riferimento personale a Lula” la nota diffusa ieri dal Governo italiano circa il caso Battisti. Lo ha sottolineato il ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, leggendo una nota ufficiale del governo brasiliano..
Info dal Brasile:
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Il Brasile e il paradosso Marina

di Alessandra De Luca
Vista dall’Europa Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima, meglio conosciuta come Marina Silva, è semplicemente la candidata Verde che, con il 19,3% di preferenze, alle ultime elezioni brasiliane si è frapposta a sorpresa fra Dilma Rousseff, la ex guerrigliera candidata di Lula e futura vincitrice, e il “moderato” José Serra. E’ stata lei l’ago della bilancia delle elezioni presidenziali di uno Stato, il Brasile, che occupa quasi il 50% di tutta l’America Latina e che fa parte del BRIC, il gruppo di paesi dalle economie più emergenti ed aggressive del pianeta. Il fatto è che Marina oltre a essere Verde è anche evangelica. Appartiene per l’esattezza all’Assembléia de Deus, la setta pentecostale più diffusa in Brasile che, con i suoi 8 milioni e mezzo di seguaci, ha votato in larghissima parte per lei assieme a tutti gli altri evagélicos. Il Brasile è attualmente il paese col maggior numero di pentecostali al mondo, primato che si è conquistato scalzando persino gli Stati Uniti che, se invece parliamo di evangelici in generale, continuano a detenere un primato assoluto: 44 milioni contro i 27,6 del Brasile.
A quanto pare, i deputati evangelici nel Parlamento brasiliano formano un gruppo trasversale che al momento del bisogno vota compatto sui temi etici controversi, come l’aborto, la ricerca sugli embrioni e i matrimoni gay… ma mi pare evidente che questo non è solo un problema del Parlamento brasiliano.
A guardarlo da qui questo fenomeno sembra uno dei tanti goffi ed ingenui tentativi delle società americane, soffocate dal materialismo, di riappropriarsi di una qualche spiritualità. Forse questo poteva valere quache decennio fa, ora la questione tende a diventare sempre più complessa.
Nel Portoghese brasiliano la parola evagélicos indica genericamente correnti protestanti dette pentecostali e neopentecostali, oltre a gruppi minori e svariate sette. Quella dei pentecostali prese piede negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 e si diffuse anche in America Latina; i neopentecostali invece sono apparsi negli anni ’70. I primi sono contraddistinti da un grande fervore che si traduce in esperienze estatiche, miracolistica e concentrazione sul Vangelo. I secondi, invece, hanno rituali decisamente spettacolari ma non miracologeni. La loro dottrina sospinge i fedeli verso la ricerca della prosperità materiale oltre che della grazia interiore e la loro strategia di evangelizzazione passa per il controllo e l’utilizzo dei media.
Visti i tempi, difficilmente si dichiara a cuore aperto che questi evangelici sono estremisti e fondamentalisti: si fidano solo del testo sacro e dell’interpretazione che loro stessi, senza mediazioni, ne danno. Questo tipo di religiosità nasce nel protestantesimo nordamericano a cavallo fra il XIX e il XX secolo e le derive sono ormai rintracciabili, col tramite delle religioni, anche nelle ideologie politiche di ogni dove. Attitudine che descrive bene Joe Bageant attraverso i protagonisti de La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, un libro che si prefigge di spiegare ai non statunitensi-bianchi-proletari chi sono costoro e cosa li spinge ad assumere, in nome di Dio, atteggiamenti talvolta aberranti ed autodistruttivi agli occhi del resto dell’umanità.
Nel capitolo intitolato Il regno occulto, una teocrazia nel nome del sangue di Gesù, Bageant ci spiega cosa sta alla base di manifestazioni di fervore religioso come ad esempio i programmi televisivi incentrati sulla figura di improbabili motivatori – i Chuck&Nora di Corrado Guzzanti, se ve li ricordate – illuminati dalla parola del Signore. Per lui, dietro questa parvenza di religiosità ingenua e settaria si nasconde un’insidia, perché queste chiese fondamentaliste da decenni sono l’unica forma di comunità rimasta tale in gran parte dell’America profonda. Si organizzano con proprie strutture di assistenza, scuole, università, ma soprattutto un sacco di soldi, per formare la classe dirigente che dovrà prendere il potere ed instaurare una teocrazia, così da dichiarare guerra ai non cristiani nel nome di Gesù. Molti di questi fedeli, laureatisi in pseudo-università a suon di creazionismo, si infiltrano nei centri nevralgici del potere della nazione più potente del Mondo. Mi rendo conto che tutto ciò si presenta come un’ennesima teoria inverosimile e cospirazionista, ma a leggere Bageant la cosa non sembra così assurda anzi, ci si convince del fatto che questa realtà andrà tenuta in seria considerazione nei prossimi anni, se non altro per il peso che potrebbe via via assumere nella sfera politica americana e conseguentemente mondiale, come già sta accadendo con i Tea Party e Sarah Palin.
Ora: che nesso può esserci fra l’ex cinema di Salvador de Bahia che al momento ospita la mega Igreja Universal do Reino de Deus (a guardarla fa impressione) senza distinguersi davvero da un centro commerciale se non per le scritte a caratteri cubitali e ciò che afferma Bageant riguardo all’esercito di fondamentalisti del suo paese? Pare che l’attrattiva di queste chiese evangeliche risieda nella forza della comunità e nella scelta del singolo di sentirsi parte di essa. E’ un fenomeno che in Europa non ha mai fatto breccia, motivo per cui da qui fatichiamo a tracciarne le sfumature. Negli Stati Uniti si tratta di volontà di coesione in una società in cui la tua classe sociale sembra non esistere più nei media tradizionali, in cui ipocritamente rientri nella definizione di classe media, sottointendendo che se non sei ricco abbastanza è colpa tua. In Brasile invece la comunità diventa un bacino che offre al singolo la speranza di partecipare ad una nuova ricchezza spirituale e materiale, ma anche democratica, mai prima raggiunta e diffusa con equità. Sono tutti e due paesi in cui oltre il 90% della popolazione dichiara in qualche forma di credere in Dio (si veda a proposito del Brasile il documentario Fé di Ricardo Dias), ma la differenza di prospettive è netta. Negli Stati Uniti la comunità evangelica rappresenta lo strumento per combattere il declino e l’isolamento, la speranza di continuare a coltivare il sogno americano scippato alla classe lavoratrice dal precariato e dall’indebitamento.
In Brasile l’adesione amplifica le singole voci che finalmente vogliono diventare protagoniste ed avere il diritto di autodeterminarsi, non per salvarsi dal declino ma per prendere parte ad una ascesa. La religiosità diventa un fondamento culturale, a prescindere dalla religione che si professa, e questa è una caratteristica che si riscontra un po’ in tutta l’America Latina, un’area culturale abituata a ricevere ed assorbire tutto a modo proprio. Solo apparentemente, infatti, il continente aderisce incondizionatamente alle sollecitazioni che provengono da fuori, con il tempo queste vengono regolarmente digerite e diventano cose a sé stanti, con caratteristiche diverse dall’originale. Tutto all’apparenza rimanda a qualcosa di conosciuto, ma poi si rivela altro, dal conosciuto si parte per arrivare al nuovo.
Il sincretismo religioso si può considerare prassi un po’ in tutto il Continente: la stessa conversione alla fede cristiana in epoca coloniale portò solo parzialmente ai risultati sperati dagli Europei, che pure seppero usare la mano pesante. Le vecchie credenze non vennero scalzate o dimenticate ma si andarono man mano a fondere con le nuove. Un esempio? Ad ogni Orixà, gli dei del Candomblé afrobrasiliano, corrisponde un Santo cristiano, sono solo diverse forme di manifestazione della divinità: tutto può rientrare all’interno di questa Cosmogonia, tutto contribuisce ad arricchire la visione precedente, ma non è possibile eliminarla o sostituirla completamente. Tutto ciò marca una delle profonde diversità fra le culture di Nord e Sud America: la differente spiritualità, cui corrisponde una ben diversa visione del mondo, potrebbe portare a dei risultati imprevedibili o addirittura opposti le due nazioni che tanto entusiasticamente stanno adottando la medesima religione.
Ogni società adatta la religione ai propri bisogni, a partire da ciò una religione può nascere dal bisogno o essere accolta per sopperire ad una mancanza. Ma Marina Silva è ciò di cui un paese laico e decisamente tollerante come il Brasile ha bisogno in questo momento? Non lo possiamo sapere. Un dato di fatto è invece che, altro particolare un po’ angosciante, diversi agenti della CIA possono vantare posizioni influenti nel Partito dei Verdi brasiliano, dal momento che gli Stati Uniti da tempo sono interessati alle problematiche ecologiche del bacino amazzonico. Durante il ballottaggio la CIA ha corteggiato i leader e gli attivisti Verdi cercando di farli pendere per lo schieramento del conservatore Serra ed offrendo in cambio posizioni presso il futuro governo.
La Rousseff è comunque riuscita ad attrarre i sostenitori di Marina Silva, visto che quest’ultima ha ricoperto la carica di Ministro dell’Ambiente nel governo del presidente Lula fino al 2008. Sembra che i ministeri, i servizi segreti, l’esercito e l’industria brasiliani siano pesantemente infiltrati dagli agenti statunitensi. Il paese fra circa 20 anni potrebbe imporsi come contrappeso geopolitico agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dunque mentre il Dipartimento di Stato USA riduce la rappresentanza diplomatica in tutto il mondo, in Brasile la amplia.
Ma neppure questi elementi chiudono la partita in senso negativo: se negli USA le chiese fondamentaliste sono praticamente tutte di ultradestra (si tratta di un terreno scivoloso e incomprensibile per i liberal metropolitani e quindi sono state abbandonate a loro stesse e lasciate nelle fauci dei repubblicani così come gran parte dei bianchi proletari che le affollano), Marina Silva sicuramente non lo è: ha iniziato la sua lotta politica al fianco di Chico Mendes, il famoso raccoglitore di caucciù che divenne uno dei primi grandi politici ambientalisti del pianeta terra, ha militato per trent’anni nel Partido dos Trabalhadores di Lula ed è stata l’unica candidata a schierarsi pubblicamente contro l’estradizione di Cesare Battisti. Non si può etichettare dunque come una persona di destra, oppure “cristiana” e basta. E’ profondamente ambientalista perché, essendo figlia di seringueiros, ovvero raccoglitori di caucciù, ha pagato sulla propria pelle la miseria e la desolazione apportata dall’uomo e dallo sgretolarsi dell’ecosistema in Amazzonia. Il tema politico al centro delle sue campagne è lo Sviluppo sostenibile. Allo stesso tempo dai 15 anni, orfana e malata di epatite e di malaria, si è rifugiata in un convento religioso ed è scampata alla miseria ed all’analfabetismo grazie a ciò: ha imparato a scrivere solo a 16 anni.
Come definire quindi Marina Silva? Una pericolosa pedina degli estremisti evangelici? Una politica manovrata dai servizi segreti USA? Oppure una donna forte sorretta dalla fede ma con vedute laiche, che conosce la sofferenza profonda del suo Paese e saprebbe contribuire a portarlo alla concretizzazione del sogno di giustizia sociale e prosperità verso cui aspira? Marina, nelle attuali vesti di Senadora, dichiara di essere contraria all’aborto ma favorevole ad un referendum che possa consentire alla maggioranza di decidere, è contraria al matrimonio fra omosessuali ma pronta a riconoscere dal punto di vista legislativo e dei diritti le coppie di fatto (posizioni molto più aperte di quelle dei cattolici trasversali qui da noi), si mette in polemica con il Vescovo della sua stessa chiesa accusandolo di confondere il palco dei comizi elettorali con il pulpito. Eppure riesce a tenere sempre un atteggiamento pacato ed aperto, mai tracotante. Marina ha sofferto e porta sul corpo ogni giorno i segni delle malattie e degli stenti, ma si è riscattata ed ha una forza interiore fuori dal comune. E’ una donna che ha lottato per l’emancipazione e vede le cose da un altro punto di vista. Potrebbe farcela. O forse no.



















Riporto molto volentieri una lettera inviatami da un ragazzo di Roma che ci dà un’ottima e sentita testimonianza sul 14 dicembre a Roma. Io sono all’estero e la lettera è servita molto anche a me!