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Video Presentazione: la Santa Muerte al seminario di sociologia Uam-X

Presentazione Power point musicata e editata della conferenza tenuta alla Universidad Autonoma Metropolitana sede Xochimilco, Uam-X, il giorno 24 febbraio 2011 nel seminario Jueves de Sociologia sulla Santa Muerte e altri culti metropolitani.

Diapositivas, fotos y textos, de la presentación en la Uam X sobre el culto a la Santa Muerte, jueves 24 feb 2011, dentro de los seminarios “Jueves de Sociología”:

http://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

Fotos de las diapositivas: (Foto di ogni singola slide)

https://picasaweb.google.com/UAMX Presentacion


Haiti: mille bambini in carcere

In seguito alla visita in Italia di Evel Fanfan dell’organizzazione haitiana Aumohd e di Gaelle Celestine in rappresentanza di un’associazione di donne haitiane è stato pubblicato questo articolo di denuncia da L’Avvenire e da AIB (Amici dei Bambini). Lo riporto qui sotto e vi invito a rinnovare gli sforzi per aiutare attraverso questo portale degli amici di HaitiEmergency, Grazie!

Le immagini dei tanti bambini, affamati, feriti, che vagano soli tra le macerie dell’isola di Haiti hanno commosso tutto il mondo. Molti di questi bambini, privati di tutto dalla devastazione del terremoto, ora si trovano in carcere perché sorpresi a rubare tra le macerie. E’ questo un altro lato della drammatica situazione che coinvolge più di 1.000 minori haitiani, vittime dimenticate del terremoto.

Suze, Auguste, Joseph. I nomi sono diversi, le storie drammaticamente simili. Rimasti soli dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, hanno cominciato a rubacchiare e a vagabondare: è la legge della strada, l’unica che vale, spesso, nelle vie di Port-au-Prince dissestate dal sisma. Un giorno, la polizia li ha “beccati” e arrestati. Anche se sono solo dei bambini o al massimo adolescenti. I più piccoli hanno appena dieci anni.

Ora, attendono il processo – alcuni da un mese altri da un anno –, dietro le sbarre. In celle di 12 metri quadrati – costruite per quattro, ma abitate da decine di persone – fianco a fianco a individui che hanno almeno il doppio dei loro anni. I “piccoli prigionieri” di Haiti sono le vittime dimenticate del terremoto. Solo poche Ong si occupano di loro, le autorità li ignorano. Per legge, i minorenni non possono essere incarcerati insieme ai detenuti comuni: devono essere portati in istituti di correzione ad hoc. Questi ultimi, però, sono andati distrutti. Gli agenti, dunque, non sanno che altro fare coi troppi ragazzi sbandati in giro per la città. Nel dubbio, li portano nelle carceri per adulti. Dove restano a lungo. Nella capitale, le uniche due strutture rimaste in piedi – anche se danneggiate – sono il Penitenziario civile di Petionville e quello Nazionale. Una parte di quest’ultimo è stata spazzata via dalle scosse. Ora, arrangiato alla bene e meglio, il carcere è di nuovo operativo. E affollato: ci sono 4mila detenuti – la capienza e il personale sono relativi a 800 –, divisi in 6 camerate.

Almeno 200 sono minorenni. In totale, «un migliaio di ragazzini è recluso nelle undici prigioni degli altrettanti dipartimenti haitiani», denuncia ad Avvenire l’avvocato Evel Fanfan, presidente di Action des Unités Motivées pour une Haiti de Droit (Aumohd). L’associazione difende gratuitamente i carcerati indigenti, dato che nel Paese non esiste l’assistenza legale d’ufficio. «Solo per accettare di esaminare un caso, un esperto privato chiede almeno 60 dollari. Per mandare avanti il dossier, ce ne vogliono mille», spiega Fanfan. I tre quarti degli haitiani ne guadagnano 60 al mese. È stata proprio l’Aumohd a far esplodere lo scandalo dei minori carcerati: a settembre, durante una visita al Penitenziario Nazionale, Fanfan aveva notato la presenza di 54 ragazzini che gli avevano chiesto aiuto. Il legale è riuscito a far portare 25 di loro in una casa protetta e a far liberare gli altri 29. Troppi sono ancora in cella. Il fenomeno esisteva anche prima del sisma. Dopo, però, è diventato cronico. Perché sono aumentati i piccoli vagabondi. La polizia, spesso, li ferma anche quando non commettono alcun crimine, se non quello di “accattonaggio”. Non a caso, la maggior parte dei piccoli è dietro le sbarre in attesa di giudizio.

Già nel 2009, secondo fonti Onu, tra l’80 e il 90 per cento dei detenuti era in carcere preventivo. In condizioni che le stesse Nazione Unite – lo scorso aprile – hanno definito «inumane e degradanti». Nel caso dei minori, il rischio di abusi e violenze, poi, è ancora più alto. L’epidemia di colera ha peggiorato ulteriormente la situazione: il sovraffollamento e le strazianti condizioni igieniche fanno dilagare l’epidemia. Nessuno, però, sa quante siano i detenuti colpiti. «Non ci sono registri affidabili. Spesso, i poliziotti non scrivono nelle liste ufficiali i nomi degli arrestati. Perché sono minori o perché non fa comodo che risultino», aggiunge Fanfan. I decessi in carcere, inoltre, non vengono comunicati ai familiari. «I parenti si presentano alla visita una, due, dieci volte. Il colloquio viene puntualmente negato – sottolinea –. Così, deducono che il loro congiunto è morto».

(Fonte: Avvenire del 13/02/2011)

 

Haiti a Milano, Roma e Torino: gli eventi

LA SOCIETÀ CIVILE DI HAITI È IN ITALIA DAL 1° AL 16 FEBBRAIO 2011

L’avvocato Evel Fanfan, presidente dell’organizzazione “AUMOHD” di Haiti, e Gaelle Celestin, presidente dell’associazione di donne haitiane GFANM AYISYEN YO“, sono in Italia dal 1° al 16 Febbraio 2011, in rappresentanza della Società Civile di Haiti, per svolgere una serie incontri e conferenze indirizzate a far conoscere la reale situazione ad Haiti ad un anno dal terremoto.
Sono già previste date a Terni, Vicenza Udine, con le ONLUS Lo Scoiattolo ed “SOS Bambino“, e successivamente altri incontri a TorinoMilano con Selvas.Org, e in Val di Susa con i Comitati NO TAV.
Dal 9 Febbraio Evel Fanfan e Gaelle Celestin saranno a Roma, dove verranno organizzate conferenze e incontri pubblici.
Il viaggio è stato organizzato per dare la possibilità alla Società Civile haitiana e alla Società Civile italiana di potersi incontrare e sapere come i bambini, le donne e la popolazione di Haiti, stanno vivendo il post-terremoto e ora l’epidemia di colera.
Dal 10 al 15 Febbraio saranno organizzati una serie di incontri a Roma.

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TORINO 7 FEBBRAIO

Lunedì  7  febbraio 2011 alle ore 21,00
Caffè Basaglia
Via Mantova 34, Torino

Evel Fanfan
avvocato di Haiti dell’associazione AUMOHD
Gaelle M Celestin
presidente de Oeil des femmesHaitiennes” ( Gfanm Ayisyen yo)

Info:  Martin Enrico Iglesias
+39 339 5834637
mister.iglesias@gmail.com
www.comunicatorevisivo.com


MILANO

HAITI: la Società Civile invisibile
Incontro con l’avvocato Evel Fanfan e Gaelle Celestin

Milano, Martedì 8 febbraio alle ore 14.00
presso CISL di Via Tadino, 23 – 20124 Milano – Sala Emma

scarica il documento HAITI: la Società Civile invisibile scarica il volantino


ROMA

INCONTRA HAITI a un anno dal terremoto

11 Febbraio h. 17.30
presso “Officine Fotografiche”
via Libetta 1 – Roma

A un anno dal terremoto potremo incontrare direttamente Haiti, sapere qual’è la situazione reale nell’isola, dopo il terremoto del Gennaio 2010 e l’epidemia di Colera iniziata a Ottobre.
Potremo farlo attraverso l’incontro con due rappresentanti della SOCIETÀ CIVILE HAITIANA in questi giorni in Italia:

L’avvocato Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD, un’organizzazione di avvocati che si occupa della difesa dei diritti umani e civili degli haitiani.

Gaelle Celestin, rappresentante dell’associazione di donne “GFANM AYISYEN YO” (L’occhio delle donne) che assiste le donne vittime degli abusi, diventati purtroppo sempre più diffusi nella situazione di promiscuità e violenza in cui si vive nelle tendopoli.
Evel Fanfan e Gaelle Celestin ci parleranno della realtà di Haiti, direttamente con le loro parole, senza i filtri della censura mediatica.
L’incontro vuole anche realizzare forme di gemellaggio tra la Società Civile d’Italia e quella di Haiti, al fine di portare una solidarietà diretta.

Appuntamento il giorno 11 Febbraio 2011 – h. 17.30
presso “Officine Fotografiche” in via Libetta 1 – Roma

Interverranno:
Evel Fanfan – Presidente dell’organizzazione AUMOHD di Haiti
Gaelle Celestin – Presidente dell’associazione di donne “GFANM AYISYEN YO”
Luciano Unmarino – della rivista Loop
Italo Cassa – Presidente della Scuola di Pace di Roma – Progetto Haiti Emergency
E’ stato invitato: Silvestro Montanaro – Giornalista RAI e autore di diversi servizi da Haiti

Per Info:
La Scuola di Pace – Progetto Haiti Emergency
www.haitiemergency.org
tel.: 3400585167

Rivista Loop – Luciano Unmarino
www.looponline.info

Progetto Haiti Emergency www.haitiemergency.org

Scrittori contro il rogo di libri

Il testo che segue è stato redatto da una sorta di “coordinamento” formato da scrittori, critici, blogger, pubblicisti, redazioni di riviste letterarie (on-line e cartacee). Hanno contribuito autori che figurano nella “lista nera” veneta e autori che non vi figurano ma sono solidali coi “proscritti”. E’ un documento liberamente appropriabile e sottoscrivibile da chiunque.  Se sei uno scrittore (o qualcosa di simile) e sei contro il rogo, allora sei con gli Scrittori contro il rogo.
Uno scrittore-delegato ha letto in anteprima il testo in quel di Padova il 25 gennaio 2010, all’assemblea cittadina organizzata presso la facoltà di Scienze Politiche, in vista dello sciopero nazionale dei metalmeccanici. Copie del testo appariranno giovedì 27 alle h. 17 di fronte alla biblioteca comunale di Preganziol (TV).
….


A Preganziol, da diversi giorni (dopo un servizio del TG3 nazionale) l’amministrazione comunale leghista si sta difendendo dall’accusa di aver fatto “sparire” dalla biblioteca i libri di Roberto Saviano. Il noto autore campano sarebbe inviso ai ragazzuoli in camicia bru verde a causa del suo monologo televisivo sulla Lega Nord che “interloquisce” con la ‘ndrangheta. Alcuni cittadini hanno organizzato una manifestazione nel giorno e all’ora di cui sopra, e diversi scrittori – “proscritti” e non – convergeranno su Preganziol per dire la loro.

Questa è una storia “laterale” ma significativa, sintomatica. E’ venuta alla luce grazie alla campagna contro le liste di proscrizione della destra veneta. Smuovendo il terreno, si sono trovati cocci di vecchie anfore, che un tempo contenevano pudore e ritegno. Pudore e ritegno che ti facevano pensare due volte, prima di proporre bestialità anti-costituzionali come l’epurazione – ufficiale o “ufficiosa” – delle biblioteche.
La vicenda di Preganziol non ha a che fare direttamente con il caso Battisti: diverso il pretesto, diverso l’autore colpito, diversa la forza politica accusata. Ma l’humus è lo stesso. Il contesto è lo stesso. La logica è la stessa.]

L’iniziativa presa da diversi esponenti politici del Veneto – dall’assessore provinciale veneziano Speranzon all’assessore regionale all’istruzione Donazzan, passando per i pronunciamenti di diversi esponenti politici di minore o maggiore peso politico – è di una gravità senza precedenti.

Prendendo a pretesto la sottoscrizione di un appello nel quale si chiedeva al governo francese di non revocare il diritto d’asilo a Cesare Battisti, la classe dirigente veneta, legittimata dal “liberale” Luca Zaia, ha chiesto prima la rimozione dalle biblioteche pubbliche, e poi dalle scuole pubbliche di TUTTI i libri degli autori firmatari dell’appello, da Massimo Carlotto a Tiziano Scarpa, passando per Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari, Wu Ming, e molti altri che non sono finiti nella lista nera solo perché non hanno aggiunto “scrittore” al proprio nome e cognome.

La proclamata volontà, da parte di questi nuovi inquisitori, di reagire contro la decisione del governo brasiliano è pura ipocrisia: la regione Veneto è diventata, proprio negli anni del “caso Battisti”, un importante partner economico del Brasile. Mentre i politici di destra reclamavano a gran voce il boicottaggio delle relazioni Italia-Brasile, la regione Veneto spendeva 185.000 euro per inviare una delegazione al 22° Festival del Turismo di Gramado, che si è tenuto dal 18 al 21 novembre 2010. In realtà Battisti non è l’unico, né il principale, latitante italiano che il Brasile non estrada (e lo stesso varrebbe per molti latitanti brasiliani rifugiatisi in Italia): è solo l’uomo giusto capitato nel posto giusto al momento giusto, quando cioè serviva un’arma di distrazione di massa per riempire le pagine dei giornali e togliere spazio a ben altre informazioni.

minculpop_logo.gifMa sarebbe sbagliato fermarsi qui. Come è emerso grazie all’immediata campagna di informazione promossa da decine di scrittori, senza distinzione tra firmatari dell’appello e non, è da tempo in atto una censura di fatto nelle biblioteche venete, che riguarda autori come Marco Paolini o Roberto Saviano, colpevoli non di aver firmato questo o quell’appello, ma di aver raccontato verità scomode sul Veneto, sulla forza politica che lo governa, e sulle relazioni pericolose tra esponenti leghisti e ‘ndrangheta calabrese in Lombardia. La stessa colpa è l’elemento reale che accomuna, al di là dei pretesti ideologici, gli scrittori messi all’indice: raccontare la realtà in un momento in cui chi avrebbe il dovere di farlo trova economicamente e politicamente più comodo spargere la melassa del gossip, della disinformazione, della produzione televisiva di risse a mezzo risse. Opponiamo la narrazione della realtà ai reality show: ecco il nostro crimine.

È questa la ragione per cui si mettono in atto comportamenti illegittimi – vedi la pretesa dell’assessore Donazzan di inviare un atto di indirizzo politico alle scuole; o addirittura illegali – vedi l’invito a commettere il reato di peculato per distrazione di bene pubblico, in cui incorre chi sottrae un bene pubblico, cioè in libro in una biblioteca acquistato con i pubblici denari. Che questo avvenga ad opera di persone che rivestono cariche pubbliche potrebbe forse sorprendere: ma non sorprende di certo noi.
Chi sono, infatti, i personaggi di cui stiamo parlando?
Sono ex-fascisti, o post-fascisti, che non si sono fatti scrupolo di solidarizzare con i Serenissimi che assaltarono, con l’ausilio di un Tank blindato, il Campanile di S. Marco (Speranzon); che hanno rifiutato il consenso a un documento votato dall’intero consiglio regionale veneto (maggioranza e opposizioni) perché conteneva il richiamo a valori quali “antifascismo” e “resistenza” (Donazzan); che non si vergognano di presenziare a raduni fascisti in onore della X Mas, o di intimare all’attore ebreo Moni Ovadia, di non avere titolo per parlare di cristianesimo in una trasmissione televisiva (Donazzan). In tutta evidenza, il fascismo questi signori e signore non l’hanno “alle spalle” ma sulle spalle.
Elena DonazzanSe poi andiamo al tono delle dichiarazioni – quella di Gianantonio Da Re, segretario provinciale della Lega di Treviso, che ha invitato a dare Gomorra in pasto ai roditori di cui sembra abbondino le cantine trevigiane, e dei quali il Da Re dev’essere esperto; o quella dell’ineffabile Speranzon, che dichiara di essersi ripromesso di leggere Gomorra, cosa che potrebbe venire utile a chi volesse fare l’assessore alla cultura; per non parlare delle dichiarazioni sul relativismo e il nichilismo del cattolicissimo assessore Donazzan:

«perché in Italia non si ruba e non si uccide, perché abbiamo questo senso della famiglia, perché il rapporto deve essere imperniato sul rispetto e sul perdono? Questi sono i principi comportamentali di chi vive in Italia, derivano da un approccio culturale alla religione cattolica, non derivano da altre religioni…»

Se prestiamo attenzione a questi linguaggi, e ai cervelli che li governano – perché la lingua batte se la mente vuole – capiamo anche di quale fascismo stiamo parlando: fascisti si, ma “Fascisti su Marte”.
O forse è Marte ad essere arrivato se non sulla Terra, in Italia, o quantomeno in Veneto? Come scriveva il 22 gennaio scorso sul “Corriere del Veneto” Umberto Curi, un assessore

«non è, non deve essere, più un esponente di una parte politica, libero di perseguire i propri obbiettivi più o meno nobili e di coltivare le proprie antipatie. [...] Compito di chi eserciti il referato all’istruzione è quello di operare perché cultura, aggiornamento, istruzione, formazione, si diffondano quanto più ampiamente possibile. Mentre a lei non compete affatto stabilire quali letture debbano essere fatte e quali evitate, quali libri debbano essere letti e quali invece cancellati o proibiti. Non si tratta di una sottigliezza, ma dell’interpretazione corretta di un ruolo in se stesso molto delicato, per il quale non sono possibili sbandamenti, come quello di cui ora si discute».

Sarebbe infatti molto grave che chi esercita il potere politico detenesse il potere di discriminare le idee politiche a seconda della vicinanza o lontananza col sentire del potere; sarebbe molto grave anche se non stessimo parlando di una persona che definisce i combattenti di Salò “la mia parte politica”.
Sarebbe molto grave se la semplice manifestazione di un’idea potesse sovradeterminare l’intera persona dell’autore, la sua storia, la sua produzione intellettuale, la sua figura pubblica; lo sanno, questi signori Speranzon e Donazzan, che l’autore dei Demoni e dei Fratelli Karamazov era stato militante di un gruppo terroristico? Vogliamo dunque bandire Dostoevskij dalle biblioteche come “cattivo maestro”?
Sarebbe molto grave se questo potere venisse esercitato per operare un controllo preventivo sulle idee, facendo intendere che una presa di posizione oggi potrà essere usata domani contro l’autore, a seconda delle mutate condizioni politiche.
Sarebbe molto grave se la circolazione delle idee che viene garantita e resa pubblica dall’esistenza di scuole e biblioteche divenisse una funzione disciplinata dal potere; se persino le adozioni scolastiche dovessero diventare qualcosa di cui rendere conto al potere; se quel “se ne assumeranno la responsabilità” pronunciato dall’assessore Speranzon contro gli eventuali obiettori al suo diktat censorio diventasse la regola in base alla quale si regolamenta il diritto al lavoro nelle istituzioni pubbliche; se insegnanti, bibliotecari, e – perché no? – librai venissero assunti o licenziati in base alla propria capacità di assoggettarsi alla disciplina imposta.

Sarebbe molto grave persino se avvenisse su Marte.

sacconi_e_gli_altri_2.jpgMa qui, in Italia, in Veneto, non sta forse già succedendo? Con la riforma dell’Università, le Regioni entreranno all’interno delle Fondazioni e dei Consigli di Amministrazione delle Università; e capiterà che un assessore abbia potere decisionale non solo sull’assegnazione dei fondi all’istruzione, ma anche sulla gestione dei fondi assegnati; persino un assessore come Elena Donazzan, che crede – e lo dice in pubblico – che antifascismo e resistenza non siano valori costituzionali perché non ha trovato nella Costituzione queste due parole, potrà con il suo voto decidere i destini della formazione universitaria.
Non sta forse già succedendo che i diritti dei lavoratori siano seriamente minacciati da una serie di norme – dal Collegato Sacconi sul Lavoro al Contratto Mirafiori, passando per i nuovi regolamenti, come il cosiddetto decreto Brunetta, che limitano i diritti dei dipendenti pubblici? Che la vita stessa dei lavoratori sia sempre più precaria e insicura, che il lavoro sia sempre più nocivo, sia sempre più strumento di asservimento e sempre meno finalizzato alla realizzazione della persona umana? Come la vita e il lavoro, anche la cultura è sempre più in pericolo, sempre più esposta al controllo disciplinare, alla nocività, alla precarietà.

Il solo raccontare la realtà – lo abbiamo già detto, lo ripetiamo – è un atto di insubordinazione contro il potere disciplinare: è quello che noi scrittori abbiamo sempre fatto, che continuiamo a fare, che promettiamo di non smettere di fare. Agli studenti, precari, operai, intermittenti e insubordinati che in questi giorni preparano le prossime lotte chiediamo di combattere la nostra battaglia, così come noi combattiamo la loro.


Ai tanti colleghi della scrittura, della musica, delle arti, della cultura e della conoscenza, che per la posizione di privilegio che credono di avere acquisito, per pigrizia, per ignavia, o anche per supponenza o viltà ancora non hanno fatto sentire la propria voce diciamo di alzare il culo, adesso: se non ora, quando?

Scrittori contro il rogo, Italia, 25 gennaio 2011

La lettera dei censori del Pdl in Veneto

Ecco la lettera inviata da due persone, fra cui il consigliere Pdl di Martellago Paride Costa, per sostenere la messa al bando dei libri di coloro che firmarono la petizione per Cesare Battisti. Leggi articolo sul caso e la replica di Massimo Carlotto sul Gazzettino.

Premesso che

Cesare Battisti è un assassino che vive e risiede in Brasile dove ha ottenuto lo status di rifugiato politico nonostante sia stato condannato all’ergastolo in Italia per aver commesso quattro omicidi.

Quest’uomo si è reso latitante evadendo dal carcere e fuggendo in Francia dove ha vissuto godendo dell’impunità concessa dalla dottrina Mitterand ed emigrando in Brasile dopo la decisione da parte francese di concedere l’estradizione.

La nostra è la decisione di schierarci in modo chiaro ed inequivocabile contro chi sostiene che l’Italia non è un Paese democratico, libero, garantista del diritto e della libertà individuale, contro
coloro che in passato e ancora oggi, offrono rifugio o legittimità morale ad un criminale condannato in via definitiva.

Non è una questione di orgoglio nazionale e neppure politica. E’ un fatto di rispetto verso i familiari delle vittime che esigono e meritano che il corso della giustizia abbia finalmente la sua legittima applicazione frutto di una verità storica che non può trasformarsi in verità mancata.

Certi che

il Governo Italiano continuerà la pressante azione intrapresa nei confronti delle autorità brasiliane per ottenere l’estradizione di Battisti e che verrà rifiutato con forza qualsiasi compromesso anche a costo, riprendendo le parole del Ministro Frattini, di sacrificare la ratifica dei progetti di cooperazione economica già avviati con il Brasile fintanto che non sarà risolto il caso.

Consapevoli che

non sappiamo se l’atteggiamento pretestuoso del Brasile, dal quale non dobbiamo certo attenderci lezioni di democrazia, consentirà al predetto criminale di scappare ancora una volta verso altri lidi e spiagge assolate, faremo del nostro meglio per mantenere alto il livello di guardia fintanto che il
latitante non sarà finito nel solo posto che merita: le patrie galere.

Manifestiamo la nostra indignazione

nei confronti dei cosiddetti intellettuali che hanno inneggiato e sostenuto alla liberazione di Battisti dipingendolo come un uomo di eccezionale intelletto o alla stregua di un romantico idealista vittima in Italia di una giustizia criminale e fascista.
Noi riteniamo che tutto ciò sia solo un cumulo di falsità e che chiunque abbia un minimo di dignità morale non possa credere a queste sciocchezze.
Preferiamo, richiamando la giornalista Barbara Spinelli, immaginare che tali idealismi ciechi e deviati, siano frutto di “un’ignoranza perentoria che non solo non sa ma fa tutto per non sapere”.
Noi vogliamo stare dalla parte dei buoni perché sono loro i nostri eroi, i poliziotti, i magistrati e tutte le persone che hanno perso la vita nell’esercizio del proprio dovere o solamente perché non condividevano gli ideali imposti con le armi dai terroristi durante gli anni di piombo.
Vogliamo ricordarli come tali insieme ai loro familiari che sono qui vicino a noi e verso i quali sentiamo un misto di orgoglio e rabbia al pensiero dei sentimenti che stanno provando in questo
momento.

Tutto ciò premesso, solidali con i familiari delle vittime e per mantenere vivo ed incontaminato il loro ricordo, chiediamo

Che venga adottata una forma di boicottaggio civile nei confronti degli scrittori italiani che l’11 febbraio 2004 hanno firmato la petizione a sostegno del terrorista Cesare Battisti, chiedendone la liberazione, procedendo:

1) con la rimozione delle loro opere letterarie dalle biblioteche civiche della Provincia di Venezia;
2) con la rimozione delle loro opere letterarie dalle biblioteche scolastiche presenti nel comprensorio provinciale veneziano.

La presente iniziativa è stata condivisa con l’Assessore alla cultura della Provincia di Venezia Raffaele Speranzon.
Alleghiamo la lista da noi enucleata da quella completa pubblicata su alcuni siti internet e liberamente accessibile.

Auspichiamo naturalmente che tale azione non rimanga confinata alla nostra Provincia ma sia di impulso e stimolo per altre province desiderose di far sentire la propria protesta ed indignazione.
Per questo invieremo questo documento agli Assessori alla Cultura di tutte le altre Province del Veneto, oltre che all’Assessore Regionale alla Cultura on. Marino Zorzato e all’Assessore Regionale all’Istruzione on. Elena Donazzan.

Confermiamo infine che non sarà prevista la rimozione delle opere degli scrittori firmatari che nel frattempo, avendo preso le distanze da una posizione non più condivisa, abbiano chiesto la cancellazione della propria firma dalla lista suddetta.

Le vittime di Cesare Battisti

Antonio Santoro: lascia la moglie e i tre figli. A sparare, secondo gli inquirenti furono proprio Battisti con una complice.
Pierluigi Torregiani: lascia la moglie e tre figli. Secondo gli inquirenti il mandante del commando dei PAC fu proprio Battisti.
Lino Sabbadin: lascia la moglie e tre figli. Secondo gli inquirenti, l’esecutore fu Battisti.
Andrea Campagna: ucciso a 25 anni sotto casa della fidanzata. Secondo gli inquirenti, l’esecutore fu Battisti.

Promotori di questa iniziativa:
Roberto Bovo
Paride Costa
, consigliere comunale di Martellago

 

Cesare Battisti e l’accanimento: rassegna stampa

BattistiLibero.jpgDopo una settimana di titoloni, servizi dei Tg, speculazioni, mezze verità, sit-in e sit-down in piazza e in Tv, abbiamo raccolto il meglio della blogosfera sul caso Cesare Battisti aggiornato al 2011. Almeno fino a febbraio, quando il Tribunale Supremo riconsidererà la decisione dell’ex presidente Lula di non restituire Battisti all’Italia, sembra che Berlusconi, l’Italia e la gente abbiano ben altre cose cui pensare, ma conviene cogliere e riassumere con un post l’evoluzione delle opinioni e dell’ambiente intorno a questo caso. In attesa che anche i palazzi s’accorgano col consueto ritardo che qualcosa si muove…

UniNomade – Perché stiamo con Lula

Gli sviluppi recenti tra Brasile e Italia sul caso Battisti visti da un gruppo di ricercatori italiani all’estero. Come molti altri osservatori e contrariamente a quanto affermato da Omero Ciai di Repubblica in un collegamento video, sono convinti che la decisione di Lula di non estradare Battisti, presa durante l’ultimo giorno del suo mandato come presidente, non sia stata affrettata o basata su incomprensioni e fraintendimenti. Cito “Stupisce, in particolare, una tale perseveranza “giustizialista” da parte di un esecutivo tragicamente incapace di far luce sulle stragi degli anni sessanta e settanta, unanimemente considerate dagli storici come le « madri » di tutti i terrorismi”. Non solo alcuni italiani all’estero o il Brasile la pensano così. Leggi tutto.

Leonardo 2010 – Un latitante troppo fotogenico

Battisti come simbolo “fotogenico” e mostro di un’epoca che in realtà diventa un capro espiatorio dell’incapacità nazionale e politica di chiudere il capitolo degli anni settanta in Italia. Inoltre una nota sulla giustizia italiana che ci ha permesso di “uscire” dai cosiddetti anni di piombo. E ce n’è anche per l’approccio berlusconiano ai problemi: “Perché risolverli, quando li si può trasformare in spettacolo? Vedi l’emergenza rifiuti: dopo le elezioni Berlusconi aveva gli strumenti e il consenso per risolverla in modo strutturale, anche con misure impopolari; ma gli conveniva davvero? Che altro avrebbe promesso alle elezioni successive? Lo stesso con Battisti. Forse, con un’azione diplomatica più ponderata, Berlusconi avrebbe potuto averlo indietro. Ma ne valeva davvero la pena? Non era meglio mandare in vacanza il solito ministro Frattini, rilasciare una dichiarazione insolente nei confronti di Lula, e liberare il ministro delle chiacchiere moleste, on. Ignazio La Russa? Si sventola il ghigno del mostro al tg delle venti, si mobilitano i parenti delle vittime (che hanno tutte le ragioni per sentirsi presi in giro), e se non si ottengono risultati, si può sempre lamentare l’esistenza di un complotto radical chic contro l’Italia”.
Sul sito web de L’Unità.

Leonardo 2009 – Proletario, proprio

Un articolo della fine del 2009 ma sempre attuale perché ci spiega in breve i motivi per cui cesare Battisti meriterebbe di scontare (o meglio, di non scontare!) l’ergastolo. Non trovandoli nelle sentenze e nei 4 casi di omicidio che gli vengono in qualche modo appioppati, allora l’autore prova a fare un’elegante speculazione su altre possibilità finora non considerate. Leggile.

Battisti, una storia per nulla criminale, di Marco Bascetta, Il manifesto

Partendo dal presupposto che si sono dati dei toni nazionalisti ed esagerati al caso Battisti, toni bacchettati prontamente dal Brasile, si propongono alcune considerazioni importanti su come interpretare gli anni settanta e i gravi conflitti sociali che laceravano la società. Quindi anche nel caso di Battisti “non si può sorvolare sulla mancata ratifica da parte italiana di importanti trattati internazionali che riguardano diritti e garanzie in ambito penale (ne ha riferito accuratamente Mauro Palma qualche giorno fa su queste stesse pagine) e che recano invece la firma del Brasile. Qui non si tratta dell’ infatuazione degli intellettuali francesi, con cui polemizza Barbara Spinelli sulla Repubblica di ieri, ma di puntuali argomentazioni tecniche e giuridiche”.
Qui l’articolo.

Perché lo schiaffo all’Italia, di Mauro Palma, Il manifesto

Ben spiegati i motivi politici e “tecnici” della decisione di Lula fuori da speculazioni. “Una decisione politica, presa dopo aver ricevuto il parere dell’avvocatura di stato e motivata non sulle vicende di ieri – le modalità emergenziali dei processi – bensì sulla situazione attuale: il rischio di atti discriminatori o persecutori verso Battisti, una volta in Italia. Di certo nell’opinione dell’avvocatura hanno avuto peso due elementi rispetto ai quali la sensibilità del Brasile si è andata molto raffinando negli anni recenti.”
Quindi non è che loro non abbiano capito bene le conseguenze di quello che facevano.
Anzi come riporta Palma “In primo luogo il rifiuto della pena perpetua, essendo l’ergastolo non previsto nell’ordinamento di quel Paese, e dall’altro il non aver aderito l’Italia al sistema di controllo internazionale dei luoghi di privazione della libertà, introdotto dalle Nazioni Unite nel dicembre 2002 è il secondo elemento.”
Inoltre ci viene chiarito com’è vista dall’estero (non solo dal Brasile ma anche da Francia, Gran Bretagna e Nicaragua per esempio) la legislazione d’emergenza degli anni ’80 e anche la situazione attuale dei rapporti politica-magistratura. Per non parlare del sistema carcerario.
Leggilo qui.

L’Unità, La guerra di Frattini e La Russa di Umberto De Giovannangeli

Così comincia “Scende in campo «la banda degli smemorati». Quelli che «spezzeremo le reni ai protettori di Battisti», quelli che, col Cavaliere silente, dichiarano la «guerra commerciale» al Brasile. La «banda degli smemorati »: quella di chi fa finta di non capire, o non sapere, che il Brasile non è, quanto a diritti e libertà garantite, assimilabile alla Libia del Colonnello Gheddafi o alla Russia di Vladimir Putin”.
Di fronte alle minacce italiane di rescindere trattati e accordi commerciali, ecco una lista delle situazioni concrete (i rapporti commerciali con la potenza brasiliana e la rivalità francese) e le imprese coinvolte, da Finmeccanica a Fincantieri al Ministero della Difesa. Ma a chi conviene veramente tagliare i ponti? Nessuna impresa (o cittadino) sosterrebbe misure di ritorsione contro un’economia, la brasiliana, che ci scavalcherà presto nella classifica del PIL, tanto per essere pragmatici e tecnici.
Qui.

Non solo Battisti… Ma quanti e quali altri l’hanno fatta franca?
Una rassegna dei latitanti italiani più noti che sono all’estero per fatti politici. Dal Nicaragua al Giappone, dalla Svizzera al Sudamerica ma anche da destra a sinistra al centro…
Su Giornalettismo

Battisti e il teatrino della politica. Blog de Il Fatto Quotidiano, Lidia Ravera
Le considerazioni su quanto succede in Italia col caso Battisti e le relative strumentalizzazioni di una blogger. La sua nota appare su un quotidiano schierato contro la decisione di Lula affinché “giustizia sia fatta”. Cito “Tutto c’è, in Italia, fuorché una garanzia di rispetto, quando un essere umano diventa un simbolo, un oggetto significativo nello scambio di colpi bassi. La maschera del terrorista rosso, snob infingardo e tracotante, nel sanguinoso teatro della politica”.
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Analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso Battisti, Blog Mappe di Subecumene
Si comincia con una sana dose di modestia nel rivelare le logiche ambigue di potenza che muovono da (quasi) sempre la politica estera italiana.
Come italiani per la verità – e fortunatamente – non abbiamo ambizioni di potenza, e la nostra politica estera mira soprattutto a creare una rete di buone relazioni all’interno delle quali fare buoni affari (filosofia pregevolissima, che non ha impedito in passato alla nostra diplomazia di godere di simpatia e apprezzamento da parte della comunità internazionale). Detto questo sentiamo di dover ribadire continuamente la nostra appartenenza al circolo delle potenze “occidentali”, nozione questa che interpretiamo con una notevole dose di stupidità e retorica. Far “parte del club” è il nostro sostituto delle ambizioni di potenza che paesi come Francia e Regno Unito continuano a coltivare”.
Poi l’articolo ci conduce a una lucida analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso e la sua visione di politica estera tra incoerenze e dubbiose prese di posizione Ci sono anche interessanti considerazioni di geopolitica, storia e relazioni internazionali che sottolineano i doppi standard sui diritti umani e in politica estera utilizzati in Italia.
Ancora su Battisti “non ci furono ondate di indignazione quando nel 2008 Nicolas Sarkozy non concesse l’estradizione in Italia per l’ex brigatista Marina Petrella. E qui comincia a delinearsi il quadro che vorrei dare della questione: Sarkozy “appartiene al club”, mentre Lula è un outsider che ci possiamo permettere di trattare a pesci in faccia. E nella politica estera italiana – anche quella raccontata e accettata dal Fatto — “appartenere al club” è molto importante. Le nostre indignazioni dobbiamo riservarle ai parvenu della politica internazionale, come Lula”.
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Sulle relazioni Italia-Brasile – Esteri – Lula, Genro, Battisti

Blog di Emmanuel Negro

Ottimo contributo sui dettagli della relazione Presidente-Corte suprema in Brasile e perché sono possibili dei gravi conflitti istituzionali tra questi organi. Ci aiuta a capire anche come e perché la Corte, presieduta da un oppositore del presidente Lula e della nuova mandataria Dilma Roussef, continua a lasciare spiragli per riservarsi un’ultima parola sulla decisione e a voler mettere mano nelle prerogative presidenziali. Si parte dalla prima decisione del 2009 fino ad arrivare alle vicende di questi giorni.
“Il punto centrale sembra essere la “conformità” o meno della decisione di Lula di non concedere l’estradizione con le tre (sì, tre) sentenze del STF (Tribunale Federale Supremo, la corte suprema brasiliana): le due “originali” del novembre 2009 e quella oscuramente passata sottobanco solo un mese dopo, frutto delle manovre di presidente e vicepresidente, la coppia destrorsa e anti-lulista Gilmar Mendes/Cezar Peluso (molti osservatori brasiliani hanno qualificato Mendes negli ultimi due anni come “il maggior oppositore politico di Lula, pur non essendo ufficialmente in politica”, per dire).”
A voi la lettura.

Blog Mazzetta. Menzogne del nostro governo, 2010

Un ottimo elenco delle menzogne, “imprecisioni” e incoerenze di Frattini e Berlusconi sul caso Battisti dopo la decisione di Lula contraria all’estradizione. Le polemiche in seguito alle frasi offensive di La Russa. Riporto un estratto che contiene dei link utili “Quello di Frattini è quindi un falso clamoroso che va di pari passo con la minaccia di far leva sugli accordi commerciali con il Brasile, visto che il Brasile è nel ruolo dell’acquirente e che a rimetterci sarebbe esclusivamente l’Italia. Una buffonata senza eguali, che va di pari passo con l’ipotesi di rivolgersi al Tribunale Penale Internazionale, che non ha nessuna competenza su casi del genere, solo la Corte dell’Aja ha competenza sul caso, ma è molto lenta a decidere e sicuramente non riuscirà ad impedire il rilascio di Battisti”.
Leggi tutto qui.

Blog Mazzetta…e nel 2009

Un lucido commento in seguito alla decisione della Corte suprema del 2009 che sostenne la legittimità di un’eventuale estradizione di Battisti facendo salva, però, l’ultima decisione da parte del presidente. Per l’Italia rappresentò una “vittoria” utile più che altro per strumentalizzazioni e per riaffermare che per Battisti si tratta solo di delinquenza comune e non di politica. Poi le cose non seguirono proprio il corso auspicato dal nostro governo.
Qui.

Luca Baiada sulla rivista Il Ponte. L’Italia vista dal Brasile

Un articolo accademico e di analisi giuridica e politica. Si parte dall’analisi del diritto brasiliano e della legislazione italiana chiamati in causa per il caso di Cesare Battisti. Si definisce la posizione e la storia personale di Tarso Genro, ministro della giustizia nel 2009 e 2010, e dei principali integranti del governo di Lula da Silva. L’articolo cerca anche di rispondere alla domanda: ma com’è visto, in Brasile, il rispetto dei diritti fondamentali in Italia?
Ecco un estratto.
Il ministro propone un’inconsueta insiemistica storica. Chiama «anni di piombo» i settanta e gli ottanta. In Italia, si tende a contrapporre ai settanta, «anni di piombo», cioè della colpa, gli ottanta, «anni di fango», cioè del castigo. Dai proiettili, alla zolla. Dai chiodi, al sepolcro. Dopo, la Repubblica risorge, trasfigurata in versione 2, e oggi parla per mezzo dei suoi chierici bipartisan. Unendo i due decenni si costruiscono due diversi estremi: da un lato la fine del 1968 e l’inizio della strategia della tensione e del compromesso storico, dall’altro la fine del blocco comunista in Europa.
Il ministro brasiliano prende atto che in Italia c’erano organizzazioni rivoluzionarie di carattere insurrezionale e banditesco. Lo Stato italiano, dice, reagí con la legislazione d’eccezione, e con l’illegalità di Stato, persino rispetto alla legislazione d’eccezione. Il ragionamento è acuto: in Italia, si è rimasti imprigionati nella discussione sulla legislazione ordinaria e su quella emergenziale o eccezionale. Ma anche l’eccezione è stata una regola, e accanto a essa si sono sviluppate nuove eccezioni, per esempio le norme sulla tortura, formate per via di testo invisibile, soprattutto al tempo del sequestro del generale Usa Dozier
”.
Qui, ma anche ristampato su UniNomade.

Fabrizio Lorusso, Carmilla. Brasile: la decisione di Lula sul caso Battisti

Politica di potenza, rispetto della sovranità, consenso interno, latino americanismo, storia e politica nella decisione di Lula su Battisti. Qui se ne delineano i motivi e le origini a partire dai fatti della fine del 2009.
In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranità nazionale. L’idea e l’esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono le regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle circostanze interne ed internazionali. Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur”.
Qui.

Archivio sempre prezioso da CarmillaOnLine

LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l’impunito Battisti e le menzogne del culturame

Le domande assurde di Panorama cui Battisti non risponde

Tutto il dossier sul caso Battisti, le FAQ e i dubbi

Di Serge Quadruppani

Derive Approdi
Blog

Altre fonti

Le micro manifestazioni e i mini sit-in contro la decisione di Lula

Foto dei manifesti pro Battisti affissi a Roma

E anche…

Sentenza sui PAC

Foto di Berlusconi durante l’incontro con Alberto Torregiani

WWW.CARMILLAONLINE.COM

Haiti, un anno di terremoto

Un anno fa, il 12 gennaio 2010, s’è abbattuta su Haiti la più grande catastrofe naturale della storia moderna. 250mila morti e un milione e mezzo di senza tetto sono il bilancio del devastante terremoto del settimo grado Richter che ha colpito la capitale Porto Principe e i sobborghi distruggendo o danneggiando l’80% dei suoi edifici. Il paese più povero dell’emisfero occidentale tornò indietro di trent’anni in un solo minuto devastante. Il palazzo presidenziale e quasi tutte le altre sedi dei poteri dello Stato crollarono. Per qualche giorno l’isolamento fu totale fino al ripristino delle telecomunicazioni e all’arrivo di oltre diecimila militari statunitensi che ebbero sin dal principio un ruolo controverso: salvatori per alcuni, invasori per altri. Probabilmente entrambe le cose.

Nelle ultime settimane s’è parlato di Haiti a singhiozzo, sempre per qualche tragedia come il colera, che da ottobre ha già fatto 3800 morti, o per mostrarequanto sarebbero violenti e incivili questi haitiani che non riescono nemmeno a organizzare le elezioni politiche. Dopo un mese a Porto Principe, ospitato da un’associazione per la difesa dei diritti dell’uomo (Aumohd) nel febbraio 2010, posso dire di non aver mai visto un popolo così dignitoso e forte nell’affrontare i suoi drammi, pacificamente. Altro che barricate e sciacallaggi.

Dopo il sisma gli aiuti internazionali e la solidarietà non si fecero attendere e nel giro di poche settimane venne raccolta tra somma mai vista: 10.2 miliardi di dollari gestiti da una Commissione ad Interim per la ricostruzione presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton. Molti paesi, tra cui l’Italia, annunciarono la cancellazione del debito con Haiti, ma poi? Purtroppo meno del 10% dei fondi totali previsti dall’Onu è stato effettivamente destinato (il che non significa che sia stato già interamente speso, anzi…) alla ricostruzione del paese e ci sono state innumerevoli polemiche sulla natura dei progetti intrapresi che avrebbero favorito le grandi multinazionali, soprattutto americane, canadesi e francesi, interessate al business della ricostruzione (Vedi Link approfondimento). Il popolo haitiano è chiaramente il grande escluso dalla partita. Solo il 42% dello stanziamento previsto solo per il 2010 (poco più di 2 miliardi di dollari) è stato versato. Persino la multinazionale Monsanto ha generosamente donato un po’ dei suoi semi transgenici e brevettati per “aiutare” ed essere presenti ad Haiti, soprattutto quando i coltivatori avranno bisogno, un domani, delle nuove sementi e dei relativi pesticidi.

Anche per questo ho spesso parlato degli “aiuti selettivi” e della necessità di favorire il contatto diretto tra le realtà della società civile haitiana attive sul territorio e le associazioni, le Ong e le agenzie governative dei paesi donatori. Inoltre gli aiuti divennero da subito selettivi nel senso che le piccole associazioni haitiane, i gruppi organizzati di cittadini e in generale la popolazione dei 1150 campi di rifugiati di Port-au-Prince non hanno avuto voce in capitolo nella gestione dei fondi disponibili dell’Onu e delle altre “multinazionali della solidarietà” presenti in loco. Ad Haiti c’è chi va ad aiutare stando in hotel di lusso, rimasti magicamente intatti in mezzo a cumuli di macerie, e c’è chi cerca di aiutare partendo dai quartieri, dai campi di sfollati, scavando tra quelle stesse macerie e cercando di raccimolare qua e là qualche centinaio di euro per chi ne ha bisogno e non riceve nulla (Vedi iniziativa Haiti Emergency).

La “Perla dei Caraibi” è anche detta la “Repubblica delle ONG” per la presenza di circa 10mila(!) Organizzazioni Non Governative (ma anche agenzie statali provenienti da paesi terzi e militari delle Nazioni Unite) che svolgono senza un coordinamento centrale tutte le funzioni cui lo Stato ha da tempo rinunciato, specialmente salute, sicurezza ed educazione. Haiti ha oggi il sistema scolastico e sanitario più privatizzato del mondo ed è il peggiore d’America. La storia racconta che da decenni (o secoli?) il popolo haitiano è in balia di classi dirigenti corrotte e non certo democratiche (3 colpi di stato in meno di 20 anni di democrazia, due dei quali allo stesso presidente, Jean-Bertrande Aristide nel ’93 e nel 2004), di centinaia di sette e chiese eterodirette oltre che delle potenze straniere, Usa in primis, che da sempre influenzano pesantemente la politica dei paesi caraibici. Sembra quasi che queste non le abbiano mai perdonato il peccato originale d’essere stata la prima colonia dopo gli Usa a dichiarare la sua indipendenza nel lontano 1804 quando s’emanciparono dalla Francia.

Le forze di “pace” dei caschi blu ad Haiti si chiamano Minustah (Missione delle Nazioni Unite per Stabilizzazione di Haiti) e svolgono compiti militari e di sicurezza interna insieme alla polizia haitiana. Si tratta di 12mila soldati stranieri, sotto il comando brasiliano, che sono visti come una forza d’occupazione. Sono numerosi i casi documentati di violazioni ai diritti umani e di vere e proprie operazioni di guerra urbana che la Minustah ha compiuto in passato. Alcuni li descrivono, invece, come gli unici baluardi dell’integrità delle istituzioni e del mantenimento dell’ordine perché in qualche modo sostituiscono la corrotta polizia nazionale.

A un anno dal terremoto le scosse continuano ancora. Le tragedie non hanno smesso di colpire Haiti e come sempre dove c’è più povertà, l’impatto di qualunque evento naturale s’amplifica a dismisura. La stagione delle piogge e degli uragani s’è portata via le vite di decine di persone: 21 morti solamente il 5 novembre dopo il passaggio dell’uragano Tomas.

Poi il colera con migliaia di morti e oltre 170mila contagi (ne sono previsti 400mila per il prossimo anno). A novembre e dicembre l’indignazione e la disperazione della gente si sono fatte sentire nelle manifestazioni contro i caschi blu, specialmente contro il contingente nepalese, accusati di aver importato il colera come dimostravano gli studi di alcuni esperti. Le reazioni e gli spari tra la folla dei soldati Onu hanno provocato almeno 3 morti accertati. Certo è che le condizioni igieniche della popolazione prima e dopo il terremoto erano talmente insalubri che ci si aspettava lo scoppio di un’epidemia da un momento all’altro.

Dopo le elezioni del 16 dicembre scorso altri 5 manifestanti sono morti negli scontri seguiti a una giornata elettorale contestatissima. La candidata Mirlande Manigat, ex first lady e costituzionalista, e il candidato del potere Jude Celestine, sostenuto dall’attuale presidente Renè Preval, andranno al ballottaggio in data da definirsi. Le proteste dei sostenitori del candidato Michel Martelly, arrivato terzo, e le denunce di brogli hanno portato la OSA (Organizzazione Stati Americani) a fare una valutazione del voto e a “squalificare” Jude Celestine dal secondo turno aprendo, di fatto, una crisi istituzionale importante. Resta al consiglio elettorale haitiano la decisione. Intanto si prova a campare. Almeno 810mila persone sono ancora nei campi di rifugiati censiti. Solo il 5% delle macerie sono state sgomberate.

Ma come fare? Liberarsi da povertà e dipendenza non è semplice. Il modello corporativo può funzionare soprattutto nelle campagne e nei settori leggeri come il tessile come dimostrano molti progetti avviati, il decentramento di attività dalla capitale alle altre province può “redistribuire” lavoro e risorse. Si propone la riappropriazione progressiva del sistema educativo e di salute da parte dello stato, la lenta ma decisa ritirata delle forze Onu in concomitanza con la formazione di una polizia professionale, la co-gestione, dicesi anche joint venture, tra imprese haitiane e straniere della ricostruzione. Esistono piani interessanti di riconversione energetica “casa per casa” e per l’industria per sfruttare il sole e rendere Porto Principe una città più pulita (la dipendenza dal petrolio di Haiti è altissima). Altre possibilità vengono dal salto tecnologico, educativo e digitale che potrebbe farsi con investimenti specifici di medio periodo in infrastrutture moderne di telecomunicazione, in parte già funzionanti, anziché prevedere solo spese immediate per derrate alimentari che Haiti può produrre internamente. Altri due settori interessanti e poco valorizzati sarebbero il turismo sostenibile gestito da haitiani in associazione con stranieri (l’isola possiede migliaia di chilometri di coste vergini nel mar dei Caraibi, basti pensare alla vicina e turistica Repubblica Dominicana) e la riforestazione dell’interno del territorio che non ha praticamente più vegetazione.
Ricordo le strade, i cortili e le chiese piene di gente che cantava e ballava disperatamente. Ricordo la catarsi collettiva a Porto Principe e l’aria di rinascita che si respirava il 12 febbraio 2010, giorno in cui si commemorava il primo mese dal terremoto. I canti spensero per un po’ il dolore e i balli sfinirono anime e corpi per farli dimenticare. Oggi spero che Haiti voglia ancora reagire. Forse a ragione, tra speranze e delusioni, non sono pochi gli haitiani che chiedono al mondo di essere dimenticati e lasciati soli, padroni del loro destino.