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El corazón enfermo de #Europa @LaJornada @JornadaOnLine #ISIS #Bruselas

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[Artículo publicado el 24 de marzo de 2016 en la página 5 del diario mexicano La Jornada – link – Pánico en Bruselas – El corazón enfermo de Europa – Por Fabrizio Lorusso*]
El balance preliminar de dos atentados suicidas reivindicados por el Estado Islámico (EI) en el aeropuerto y en el Metro de la capital de Bélgica es de 32 muertos y 270 heridos. En la mañana cundió el pánico por la amenaza yihadista, pero de nuevo se trata de armas, redes y terroristas locales.

El objetivo fue el centro de un viejo continente acorralado por el estancamiento económico, producto de un modelo que ha ido abatiendo los derechos sociales y laborales sin ofrecer el tan esperado crecimiento, y la crisis de los migrantes y refugiados forzados a huir de guerras en las que varios países occidentales tienen implicaciones directas. Por primera vez empiezan a temblar los palacios de la Unión Europea (UE).

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#Veracruz Tomba dei #Giornalisti: @radiopopmilano parliamo di #Messico e omicidio #AnabelFlores

Giornalisti uccisi Veracruz

A questo link, dal minuto 12 al minuto 18, parlo a Esteri (Radio Poplare) con Chawki Senouci di Anabel Flores Salazar, l’ennesima giornalista messicana uccisa il 9 febbraio nello stato di Veracruz. A questo link un mio articolo (riprodotto anche di seguito) sul caso e sulla situazione dei giornalisti in Messico da Huffington Post Italia. [F.L.]

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Anabel Flores Salazar aveva trentadue anni e faceva la giornalista nello stato messicano di Veracruz. Da quindici giorni era diventata mamma per la seconda volta, ma ora i suoi due bambini sono orfani. Continua a leggere

Su #Radio @cittadelcapo @liberaradio Arresto #ChapoGuzman, nuovo capitolo della #NarcoGuerra

[Audio dell’intervista di Federico Lacche per Libera Radio – Radio Città del Capo a Fabrizio Lorusso – Trasmessa il 13 gennaio 2016 – Qui link originale]

chapo1A sei mesi dalla sua rocambolesca evasione dal carcere, è stato ricatturato il latitante Joaquín Guzman Loera, meglio noto come el Chapo, il re del narcotraffico messicano. Capo del cartello di Sinaloa, uno dei più sanguinari del Paese, el Chapo era scappato da un carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso dal febbraio del 2014, grazie a un tunnel scavato da alcuni complici. Il narcotrafficante è stato catturato in un hotel nei pressi di Los Mochis, località vicina alla costa nello Stato di Sinaloa (nord-ovest del Messico), la sua regione natale. Dopo l’arresto, Guzman è stato portato all’aeroporto di Città del Messico e imbarcato su un elicottero militare. “Per il presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, è un momento di rivincita e festeggiamenti, mentre le voci critiche parlano di una finzione compiuta, alludendo alle incoerenze nelle narrazioni che si susseguono ora dopo ora, alle filtrazioni premeditate di informazioni e dettagli, secondo un copione occulto, e infine alla pomposità dello spettacolo presidenziale riprodotto dalle Tv. Tra l’altro la ricattura del boss arrivava proprio in un momento delicatissimo, con un timing e una precisione impressionanti. Il 2 gennaio, infatti, veniva uccisa Gisela Mota, neosindaca di Temixco, vicino a Cuernavaca, nella regione del Morelos, da un commando armato di presunti narcos del gruppo dei Los Rojos. Questi, come i tristemente famosi Guerreros Unidos, sono una cellula scissionista dell’ex potente cartello dei fratelli Beltrán Leyva, a loro volta fuoriusciti da quello di Sinaloa nel 2009. La notizia del crudele assassinio, perpetrato nella casa della giovane funzionaria nel secondo giorno del suo mandato di fronte ai suoi familiari, ha fatto il giro del mondo, mettendo nei guai il governo e il presidente, giusto nel mese in cui si preparava la sfilata nella vetrina del World Economic Forum. In terra azteca sono un centinaio i presidenti municipali, come sono chiamati i sindaci nei comuni, ammazzati negli ultimi dieci anni. Gisela non s’era piegata ai dettami della delinquenza organizzata della zona, sempre più confusa e infiltrata nelle polizie locali e statali“. Così sul suo sito scrive Fabrizio Lorusso, scrittore e docente universitario che vive da 13 anni a Città del Messico. A lui, autore anche di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, edito da Odoya nel 2015, abbiamo chiesto di offrirci una lettura di quello che appare come un ulteriore e significativo episodio della Narcoguerra che insanguina il paese dal 2006.

L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Continua a leggere

El Chapo, Sean Penn e narco-scenari messicani. Intervista a Roberto Saviano @HuffPostItalia

Sean Penn Chapo Kate

[Di Fabrizio Lorusso – Huffington Post] Sul letto di uno dei covi del narcotrafficante Joaquín El Chapo Guzmán Loera, capo del cartello di Sinaloa arrestato lo scorso 8 gennaio dai marines messicani, è stata ritrovata anche una copia dell’edizione americana del tuo libro Zero zero zero. Che significa secondo te? Cosa leggono i boss? Perché?
El Chapo, come tanti messicani di potere, conosce l’inglese, ma quando poi deve raccontare del suo potere usa la lingua in cui si sente più comodo. E’ una cosa molto latina, anche italiana. I boss in realtà leggono da sempre. Per esempio c’era Gomorra nei bunker di Zagaria e di Barbato. Insomma credo che nelle carceri napoletane sia il libro più richiesto in prestito. Alla fine i boss leggono perché approfondiscono, adorano leggere le storie che riguardano loro stessi, i loro temi e i loro business. Anche per migliorare, per capire cosa si dice, per deridere in alcuni casi le cattive interpretazioni, per farsi avanti e capire dove sta andando l’analisi. Oggi la maggior parte dei boss latitanti passa la vita sul web a cercare notizie su di sé, a capire come funziona la comunicazione. Stiamo parlando di persone ormai colte e spesso più intelligenti di chi ha il compito di attaccarli.

Che idea ti sei fatto sulla vicenda Kate del Castillo-Sean Penn?
Non è ancora del tutto chiara, bisogna capire bene. L’opinione che ho, semplicemente, è che su Kate del Castillo non sappiamo ancora bene quale sia il rapporto. Diciamo che se sono veri gli scambi con l’avvocato di Guzmán, sono terribili, parlerebbero proprio di una complicità totale. Se invece sono artati, allora non ho idea. Allo stesso tempo Sean Penn è del tutto inadeguato a questa intervista, non perché l’ha fatta, ma perché non s’è preparato, non si è formato. E’ andato lì a diventare megafono. Tu, o conosci benissimo la storia o ti devi sottrarre a essere interlocutore. E’ come andare impreparati a incontrare, che ne so, Al Baghdadi… A quel punto non sai nulla, non puoi ribattere, non puoi nulla, puoi soltanto ascoltare. Quindi diventi ufficio stampa e semmai hai un po’ di visibilità tu per la curiosità dell’incontro, ma quello diventa una selfie, non un’intervista.

In particolare sulla parte del racconto in cui Penn spiega come hanno passato un blocco dell’esercito messicano con alla guida Alfredo, figlio di Guzmán.
Non credo sia una novità. Ormai è chiaro che un pezzo d’esercito, soprattutto all’interno dello stato del Sinaloa, è pagato dalla famiglia Guzmán. Di questo non c’è da stupirsi.

Cosa voleva comunicare El Chapo?
Vuole comunicare che è ancora lui il capo, ma non lo è più o quantomeno è in crisi. Cioè si sta svuotando. E quindi del resto il cambio di comunicazione che lui ha costruito, cioè dichiarare di essere un “narcos”, beh ha qualcosa di epocale. Pablo Escobar dichiarava di essere imprenditore, uguale John Gotti, tutti i capi sino alla sfacciataggine. Eppure El Chapo l’ha fatto.

Perché il boss voleva fare un film?
Si potrebbe dire banalmente per narcisismo. In realtà nei film i boss possono far drenare un po’ di complessità. Dici, ma sono così intellettuali da voler questo? Sì, cioè non vogliono far passare l’unica dimensione terribile in cui finisce il capo nelle cronache dei giornali. Non vogliono l’altrettanto terribile apologia che gli fanno coloro che li temono o chi li adora in cambio di soldi. Quindi c’è il piacere, insomma, di vedere raccontato se stesso. Sicuramente c’è l’obiettivo epico. Magari avrà visto la serie Narcos, si sarà resi conto che è molto al di sotto del racconto della verità e poi è il passato remoto del narcotraffico. Sai, in narcos manca completamente il racconto della corruzione politica e poliziesca, cioè è tutto schiacciato su una postura, anche se è girato molto bene.

Rappresenta una “burla” per lo stato messicano? Guzmán ha sbagliato?

Sì, non so se è proprio una burla, ma posso dire che El Chapo ha sbagliato tutto, e sta sbagliando da tempo. Sbaglia completamente nel suo modo nuovo di essere al centro dell’attenzione. Anche un’evasione che in quanto tale non poteva non attirare una grande attenzione mediatica, anche se in passato boss brasiliani, peruviani o messicani sono evasi con meno rumore, ma nel suo caso era diventato troppo famoso. E invece di cercare di silenziare la cosa, operazione tra l’altro non facile, ha cavalcato la situazione e questa è stata la sua condanna.

Dopo la terza cattura Peña Nieto ha parlato di una “Missione Compiuta”, mentre i critici parlano di una “Finzione Compiuta”, alludendo ai tanti montaggi mediatici della storia recente. Che opinione ti sei fatto al riguardo?
Beh, Peña Nieto è un presidente inadeguato. Ha cavalcato l’arresto del Chapo come avrebbe fatto, diciamo, qualsiasi capo di governo e sta nascondendo da troppo tempo i drammi che stanno accadendo in Messico, dalla notte di Iguala all’assassinio della sindachessa Gisela Mota.

Può esistere un timing per le catture in base, anche ma non solo, alla congiuntura politica?
Secondo me il timing può esistere. Cioè Peña dopo l’assassinio della sindachessa ha intuito che, dopo che la notizia era emersa, bisognava accelerare la cattura. Questa è la mia congettura, però ecco questo si può. Certo non il resto perché si andrebbe nella fantapolitica, però ha accelerato la cattura. Era molto importante che questo avvenisse.

Che scenari si aprono in caso di estradizione del capo negli USA? Che cosa sa e cosa può rivelare Joaquín Guzmán?
Quando un capo-mafia diventa famoso ottiene il vantaggio di poter in qualche modo negoziare con lo Stato se decide di collaborare. Se decide di non collaborare, non ha alcun vantaggio dalla fama in rapporto allo Stato. Anzi, Peña Nieto è stato praticamente costretto, così come la Colombia non poteva non eliminare Escobar. Mentre per esempio la Colombia è riuscita a gestire benissimo Salvatore Mancuso El Mono, capo delle autodefensas, narcotrafficante incredibile, potentissimo, ma riuscito a tenersi in qualche modo conosciuto solo agli addetti ai lavori, ai giornalisti, a qualche esperto.
Se non viene estradato El Chapo, non ha alcun senso quest’arresto e già solo il fatto che si debba aspettare un anno, significa vedere quanto sono capaci i cartelli dei narcotrafficanti a inserirsi dentro le difficoltà delle maglie della burocrazia.

Cosa avverrà al “cartello di Sinaloa”? C’è già una successione generazionale pronta, oltre alla leadership de El Mayo Zambada o di altri boss storici?
Quello che sta succedendo secondo me non è l’arrivo di una nuova generazione. Questo era già accaduto, cioè che El Mayo Zambada si fosse alleato con la “parte migliore”, in qualche modo, della nuova generazione di Sinaloa. Se ricordi c’era stato un passaggio su questo aspetto in cui aveva detto più o meno ‘o gli diamo il potere o se lo prendono’. Ne avevo parlato anch’io e poi El Cóndor, guardia del corpo de El Chapo, Carlos Hoo Ramírez, aveva confermato questa cosa pochi giorni dopo. Secondo me c’è un ritorno al passato, cioè i vertici tornano nella mani dei capi storici tra cui secondo me ci sono ancora Caro Quintero, Zambada, El Azul, cioè quelli che erano presenti quando ancora non c’era stata la divisione dei territori dei cartelli fatta dal Padrino [il boss Miguel Ángel Félix Gallardo].
Questa cosa li rende molto autorevoli, molto capaci di mantenere la forza dell’organizzazione. Hanno un metodo diverso, non sono come i figli de El Chapo, totalmente inaffidabili, totalmente anche tonti nel gestire gli affari. Non sono come, per esempio, El Vicentillo [Jesús Vicente Zambada], il figlio di El Mayo Zambada che ha avuto un ruolo importante nel business. I figli del Chapo sono in qualche modo ‘spacconi’ che non sono riusciti a diventare come lui sperava. Poi uno è il capo militare e uno è il capo economico, ma in realtà godono i vantaggi del carisma e del potere del padre ma null’altro.

Il CJNG (Cártel Jalisco Nueva Generación) sta catturando l’attenzione mediatica e cresce nel business delle metanfetamine. Che evoluzioni vedi in tal senso? Può il loro boss, Nemesio Oceguera, sostituire il Chapo nel narcotraffico messicano?

Non credo che siano ancora in grado di prendere il posto del Chapo e di Sinaloa in questo momento. Piuttosto sono tra i microgruppi, come Los Rojos o Guerreros Unidos e tutta questa marea di microgruppi, l’unico che può diventare un vero cartello. Già lo è, ma ecco, dico un cartello serio.

Il Messico o anche solo parti del suo territorio possono configurarsi come “Stato-fallito”?
Difficile dire che il Messico è uno stato fallito, non me la sentirei di dirlo. Se fosse così, sarebbe molto più facile.

Su @Radiondadurto #Messico Arresto del #Chapo e #NarcoGuerra #Intervista di @a_cegna

MESSICO: L’ARRESTO DE EL CHAPO E LA NARCO GUERRA

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LOS MOCHIS, SINALOA, 08 ENERO 2016.- En un operativo realizado por la Marina Armada de México durante la madrugada, fue recaptrado Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera. FOTO: ESPECIAL /CUARTOSCURO.COM

Su Radio Onda D’Urto intervista di Andrea Cegna a Fabrizio Lorusso – 14 gennaio 2016. El Chapo è stato arrestato nuovamente. Dopo la grande fuga di diversi mesi fa, marines messicani hanno catturato il boss del narcotraffico più ricercato al mondo qualche giorno fa.

Un tassello fondamentale per la cattura del narcos sarebbe stata l’intervista di Sean Penn realizzata per Rolling Stones.

Stavolta sembra che la via dell’estradizione negli Stati Uniti d’America sia aperta e possibile.

Quello che più rende particolare la vicenda, e crea forti dubbi sulla narrazione offerta dal governo,  è la tempistica: l’arresto del Chapo arriva qualche giorno dopo l’ennesimo omicidio ascrivibile alla conflitto con il mondo della malavita messicana: Gisela Mota.

Della vicenda e della così detta guerra al narcotraffico che attraversa il paese da quasi 10 anni abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, giornalista free lance e autore del libro Narcoguerra.  Ascolta o scarica l’audio [Download

La Terza del Chapo Guzmán: Radio-Intervista a #Modem @RSIonline #NarcoGuerra

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A questo link potete ascoltare la puntata integrale di Modem programma di Radio Svizzera Italiana RSI – Rete Uno – andato in onda il 12 gennaio 2015.  Scarica/Ascolta QUI l’MP3. Parliamo della cattura del Chapo Guzmán e la NarcoGuerra o guerra alle droghe in Messico, in studio l’antropologa Chiara Calzolaio e l’esperto di narcotraffico Piero Ferrante, conduce il giornalista Nicola Lueoend.

E’ considerato il più ricco e potente narcotrafficante al mondo, Joaquin “El Chapo” Guzman è stato riacchiappato lo scorso venerdì. “Missione compiuta, ha annunciato con un tweet il premier messicano Enrique Pena Nieto che, in un breve intervento televisivo, ha parlato di un trionfo per lo stato di diritto. Una cattura che ora fa discutere anche perché forse agevolata da un’intervista concessa dal boss del cartello di Sinaloa al noto attore, regista ed attivista americano Sean Penn, anche lui sotto inchiesta. Ma quale significato dare a questo arresto?

E’ la terza volta che “El Chapo” finisce in carcere. Ma nei casi precedenti, la prigionia si è sempre trasformata in fuga. Gli Stati Uniti hanno chiesto la sua estradizione e lo scenario qui potrebbe essere diverso. Ma anche se così fosse, cambierà qualcosa per le mafie messicane del narcotraffico, organizzazioni criminali tanto potenti quanto spietate, e vero e proprio stato nello stato?

A Modem ne discutiamo con l’esperto di narcotraffico Piero Innocenti e con l’antropologa Chiara Calzolaio, autrice di studi sulla violenza in Messico.

In registrato, l’intervista al giornalista e docente universitario Fabrizio Lorusso, residente in Messico; e la testimonianza della madre di quattro figli uccisi dai narcos.

#Ayotzinapa #Iguala e i sentieri dell’ #Eroina del #Messico

Messico ayotzi striscio blanco y negro[Di Fabrizio Lorusso – Da CarmillaOnLine] A oltre 15 mesi dalla mattanza di sei persone e la sparizione forzata di 43 studenti ad Iguala, le vittime di quel crimine di stato e gli altri 26.000 desaparecidos del Messico continuano a chiedere giustizia. Insieme a migliaia di persone “mancanti” la grande assente è la verità, o almeno la ricerca di versioni plausibili sulla drammatica notte della strage di Iguala in cui, conviene ricordarlo, non solo furono fatti sparire brutalmente i normalisti di Ayotzinapa, ma vi furono anche sei morti, tre studenti e altre tre persone uccise in esecuzioni extragiudiziali, più di 40 feriti e 80 vittime di attentati. A Iguala, località di centomila abitanti al centro dello stato meridionale del Guerrero e, ugualmente, crocevia di fiorenti e disputati traffici di stupefacenti, vi fu una vera e propria operazione militare e repressiva, sviluppatasi in nove attacchi e scenari diversi. Orchestrata dalle autorità locali, confuse e colluse con bande di narcotrafficanti, l’azione è stata realizzata tra le ore 21 e mezzanotte e mezza ed è stata “tollerata”, se non proprio supportata, pure dalla polizia federale e dall’esercito.

Ogni 26 del mese per i +43

Messico ayotzi antorchasSabato 26 dicembre 2015, quattro del pomeriggio, ora di Città del Messico. Un migliaio di persone manifesta per le strade della capitale messicana, semivuote per la pausa natalizia, accompagnando in un “pellegrinaggio politico” e simbolico i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Iguala e scomparsi nella notte del 26 settembre 2014. Il corteo, con alla testa 43 torce accese a illuminare le fotografie dei ragazzi, è partito dal centro storico e s’è concluso presso la Basilica della Madonna di Guadalupe, l’icona religiosa messicana per eccellenza. La domanda incessante di ritrovare in vita gli studenti, ribadita negli ultimi 15 mesi puntualmente ogni giorno 26 per le strade e le piazze di mezzo di mondo da organizzazioni, attivisti, collettivi e persone solidali con la causa dei desaparecidos messicani, è stata dunque portata anche nel centro cerimoniale cattolico più importante del Paese. Un altro Natale, il secondo, senza i ragazzi della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” ma con la speranza pertinace di ritrovarli. E di ritrovare anche gli altri 26mila desaparecidos, da cifre ufficiali, che invece sono oltre 30mila secondo numerose Ong. Non si dimentica, quindi, che i 43 sono, in realtà, molti di più, sono +43. Il grido e la rivendicazione di ¡Justicia! si moltiplicano.

Vidulfo Rosales, avvocato del Centro dei Diritti Umani della Montagna Tlachinollan y delle famiglie dei giovani, ha sottolineato la volontà di non mollare del movimento che li sostiene, legittimato altresì dall’operato del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (GIEI della CIDH). Il GIEI in settembre ha reso pubblici i risultati dei suoi primi sei mesi di investigazioni, che hanno smontato la “verità storica” della procura messicana con cui si pretendeva di chiudere il “caso Iguala-Ayotzinapa”, e in aprile concluderà le sue indagini. In dicembre il gruppo ha anche confermato, in base a immagini satellitari, l’inesistenza di un incendio nella discarica di Cocula la notte del 26-27 settembre, cioè quando secondo la Procura alcuni membri della delinquenza organizzata locale avrebbero incenerito i corpi degli studenti per tutta la notte e la mattina seguente.

Esercito impermeabile

Messico 43Anche se ripetutamente il governo e le forze armate hanno negato alla stampa, agli inquirenti e, in seguito, agli esperti internazionali l’accesso alle strutture castrensi e gli hanno impedito d’intervistare i militari del 27esimo battaglione di stanza a Iguala, che sono stati presenti in varie fasi della persecuzione contro gli studenti e sono stati più volte segnalati come possibili responsabili o corresponsabili di sparizioni forzate, sono sincere e forti le aspettative riguardanti il lavoro del GIEI che sta provando a dare almeno qualche certezza ai genitori e ad aprire nuove piste, volutamente escluse da governo e procura.

In questo senso le attese per i prossimi mesi sono positive, la speranza di sapere e di trovare vivi i ragazzi resiste. “Non è un atto religioso ma politico”, ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, parlando della marcia alla Basilica e, in riferimento a questo “periodo festivo”, ha specificato che “non ci sono giorni di pace o di felicità, ma si tratta di giorni in cui non si riposa, non si dimentica che ci sono vittime di sparizione forzata”.

Ad oggi la linea d’investigazione tracciata dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam in base a testimonianze di alcuni detenuti estratte con la tortura, la quale centrava l’attenzione sulla discarica del comune di Cocula, sulle polizie municipali e sui narcos del gruppo Guerreros Unidos, non è più quella fondamentale e si sta ampliando il novero delle persone, dei politici e delle autorità a vari livelli che sarebbero potenzialmente coinvolti. La famigerata SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) è stata estromessa dalle indagini che sono passate nelle mani di Eber Omar Betanzos, sottosegretario ai diritti umani della Procura Generale della Repubblica (PGR), organo presieduto da Arely Gómez.

Messico ayotzi esercitoIl giornalismo di ricerca messicano, nonostante i rischi, non ha smesso di scavare. Il reportage di Anabel Hernández e Steve Fisher “Inoccultabile la partecipazione dell’esercito” (Rivista Proceso n. 2027) e l’analisi di Gloria Leticia Díaz “La verità di Iguala, tappata con un mantello verde oliva” (Proceso 2040), per esempio, confermano partecipazioni, testimonianze e versioni che legano tra loro le differenti azioni dell’esercito durante “la notte di Iguala” ed evidenziano nettamente i tentativi della PGR di occultare e coprire la presenza, la vigilanza, l’omissione dei soccorsi e le attività repressive dei militari contro gli studenti di Ayotzinapa. Infatti, le testimonianze rese dai 36 ufficiali e soldati del 27esimo battaglione alla procura il 3 e 4 dicembre 2014, ben 67 e 68 giorni dopo i fatti, sono di per sé infestate da imperfezioni tecniche e contraddizioni contenutistiche e rivelano un quadro fosco, cioè indagini intenzionalmente confuse e un ruolo dell’esercito ancora tutto da chiarire. Ed è la necessità di fare chiarezza sul ruolo delle forze armate una delle principali richieste del GIEI che probabilmente non verrà mai esaudita, creando un vuoto inaccettabile nelle investigazioni e nella ricostruzione dell’accaduto.

L’insostenibile nefandezza di Milenio

Portada-Milenio-9-de-noviembre-de-2015Effettivamente grazie a una protesta che non s’è mai fermata, ma che anzi s’è estesa a macchia d’olio globalmente, e alla forza di volontà dei genitori dei 43 il movimento per la giustizia e la verità sul caso Ayotzinapa è riuscito a scardinare la falsa verità offerta dagli inquirenti e far aprire nuove linee di ricerca, portate avanti da tecnici e personale differenti, e a mantenere comunque alto il livello d’attenzione dei mass media.

Un’attenzione che, se da una parte s’è mostrata sensibile alle istanze dei genitori e dei movimenti sociali, soprattutto mediante la copertura di media alternativi e indipendenti nazionali (Desinformémonos, Revolución 3.0, Agencia Subversiones, solo per citare i più noti) e stranieri, così come di alcuni importanti portali web e riviste cartacee (SinEmbargo, Aristegui Noticias, La Jornada, Revista Variopinto, Proceso, tra i più seguiti), dall’altra ha condotto una campagna di discredito e menzogne, capeggiata dal quotidiano Milenio, contro i genitori dei 43 e i loro figli sequestrati dallo stato, contro i portavoce del movimento e della scuola rurale di Ayotzinapa, come Omar García, e infine contro tutte le forme di dissidenza sociale e protesta attive del paese, in particolare quelle dei docenti della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) in lotta contra la riforma educativa implementata dall’esecutivo di Peña Nieto nell’ambito delle sue “riforme strutturali” neoliberiste (link a reportage di Radio Onda d’Urto sulla campagna diffamatoria di Milenio contro Omar García).

la razonIn un paese che è al 152esimo posto, su 180 paesi, della Classifica Mondiale della Libertà di stampa realizzata da Reporter senza frontiere (RSF) e in cui l’89% dei crimini contro i giornalisti rimane impunita (vedi buona sintesi sulla repressione della libertà di stampa e i movimenti in Messico 2015 QUI LINK), la battaglia mediatica non è mai ad armi pari, visto che i professionisti della comunicazione, i blogger e anche semplici cittadini che usano le reti sociali vivono molteplici attacchi: osteggiati o comunque non tutelati dalle autorità, imbavagliati da leggi liberticide in materia di diritto di manifestazione e d’espressione, sono preda di cacicchi locali e bande della criminalità organizzata oltreché di un clima di violenza e della malafede di gran parte dei media mainstream, duopolio televisivo (Tv Azteca e TeleVisa) in testa.

Annata violenta

La minaccia della violenza risulta ancora più concreta in una società dal tessuto istituzionale sfaldato, minata alla base nei suoi gangli di resistenza e creatività comunitaria e sociale, violentata da un modello economico escludente e da megaprogetti estrattivi irrispettosi di culture e popolazioni. Un Messico che da una parte firma l’accordo segreto TPP (Trans Pacific Partnership) per non perdere “l’aggancio” col socio statunitense, egemone decadente, e dall’altro non può fermare l’emorragia dei desaparecidos e dei morti, con le migliaia di casi irrisolti, visto il tasso d’impunità dei reati del 97%. mapa_GuerreroInfine, come confermano i dati per i primi 11 mesi del 2015, nuovamente si registra un aumento nel numero di omicidi dolosi dopo due anni di discesa (2013-2014) e i picchi (insuperabili?) dell’epoca del presidente Felipe Calderón (2006-2012, col 2011 anno più violento in assoluto: 27.199 omicidi): i dati parlano di 17.055 omicidi contro i 15.907 nello stesso periodo del 2014, per cui per ora l’incremento registrato è del 7% e probabilmente le cifre definitive supereranno i 18.000 assassinii in un anno. La narcoguerra non è affatto finita, il sangue continua a scorrere a sud mentre le correnti di narco-capitali, di armi, di migranti, di schiavi e di droghe illegali fluiscono a nord. Gli stati messicani più violenti, che spiegano il 23% del totale nazionale, sono l’Estado de México, regione che circonda la capitale, e il Guerrero.

Nell’ottobre scorso lo stesso governo statunitense ha dovuto in qualche modo riconoscere come ormai i fondi che stanzia ogni anno per la guerra alle droghe in Messico finiscano nella mani di forze armate e di polizia inaffidabili, che sistematicamente sono al centro di scandali per violazioni ai diritti umani, o in quelle della delinquenza organizzata, provocando di fatto un’inondazione di armi nel paese. Il segnale più chiaro è che per la prima volta dall’inizio del programma di “aiuti” noto come Iniziativa Merida nel 2008, infatti, il Dipartimento di Stato ha deciso di decurtare di 5 milioni di dollari sui 148 previsti per il 2016.

Messico stricione grande ayotzinapa-25-s-2015-mexico-city-203-smallE’ un goccia nell’oceano, considerando pure che dall’inizio dell’operazione il congresso USA ha stanziato qualcosa come 2300 milioni di dollari, ma è pur sempre un segnale. 1300 milioni di queste erogazioni sono andate a finanziare l’acquisto di equipaggiamento bellico da imprese nordamericane e per corsi di formazione. “C’è gente nel governo USA che sa che tutto questo è una farsa e che non può continuare a dare soldi al Messico come se niente fosse successo, sanno che col loro silenzio, col loro sostegno finanziario e militare, con la loro vendita di armi e formazione, forniscono appoggi morali e politici affinché i militari e i poliziotti continuino a violare i diritti umani senza paura d’essere giudicati, per questo hanno preso questa decisione di tagliare i fondi”, ha precisato alla rivista Proceso Arturo Viscarra, coordinatore di SOA Watch, Ong statunitense che da anni lotta per la chiusura della School of the Americas (SOA), storica fucina di dittatori e militari latinoamericani.

L’eroina di Iguala e il mercato mondiale

Messico planta amapolaNel novembre 2015 è uscito nelle librerie messicane il libro Dai la colpa all’eroina: da Iguala a Chicago, inchiesta di un vecchio lupo di mare del giornalismo messicano, José “Pepe” Reveles, già autore de Il cartello scomodo (2010), Sequestri, narcofosse e falsi positivi (2011) e Il Chapo: consegna e tradimento (2014), tra gli altri. La tesi centrale del volume è che i veri responsabili della sparizione dei 43 normalisti di Ayotzinapa sono fondamentalmente i tre presidenti della repubblica che dal 2000 ad oggi sono stati al potere: Vicente Fox, del conservatore PAN (Partido Acción Nacional), tra il 2000 e il 2006, Felipe Calderón, anche lui del PAN, tra il 2006 e il 2012, e infine Enrique Peña Nieto, del PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemonico di regime per 71 anni nel Novecento).

Sono loro i primi responsabili di non avere attuato una politica antidroga “decisa e sovrana” che non sottostesse ai diktat degli Stati Uniti, il maggiore mercato di consumo mondiale di beni e servizi leciti e illeciti. Tra questi, naturalmente, ci sono anche le droghe per circa 20 milioni di consumatori statunitensi per cui il Messico è (storicamente, come da mappa del 1993…) un gran produttore: la marijuana, l’oppio e i suoi derivati, tra cui morfina ed eroina, e le metanfetamine provenienti dai numerosi laboratori sparsi sul suo territorio. Messico 1993 Amapola MarijuanaMa in terra azteca, ormai da più di due decenni, sono smistati pure i principali flussi di cocaina, bianco petrolio importato da Colombia, Bolivia e Perù e gestito dalle mafie messicane su scala globale.

Negli ultimi 3-4 anni il cartello di Sinaloa, mafia leader del mercato in Messico e negli USA, ha spinto l’offerta di eroina, stupefacente inalato e non solo iniettato, diversificando il prodotto: dalla vecchiablack o brown tar, eroina di colore marrone, ottenuta più rapidamente e di minor qualità, in cui erano specializzati i messicani tradizionalmente, è stato fatto il salto nel redditizio mercato della white tar, la bianca, che era dominato dai colombiani. Inoltre dal Sud e dalla west coast, regno della black, Sinaloa s’è spostata verso la east coast, più desiderosa di white tar.

Messico amapola 2Sostiene l’autore, a ragione, che la “guerra alle droghe” ha contribuito a un gran risultato, facendo sì che il Messico diventasse il secondo produttore mondiale di eroina, secondo solo all’Afghanistan e seguito dagli antichi leader, i paesi del “triangolo asiatico” o “dorato”, ossia Myanmar (Birmania), Laos e Tailandia, e la Colombia. Come è stato possibile? Le cause sono sicuramente varie, ma Reveles ne indica una sostanziale che contrasta fortemente con la retorica ufficiale. Alla fine del sessennio presidenziale di Vicente Fox l’esecutivo decide d’interrompere le fumigazioni dal cielo con erbicidi le piantagioni di cannabis e adormidera (papavero da oppio).

Dal “triangolo dorato” al “pentagono dell’oppio” del Guerrero

Il 28 novembre 2006, due settimane prima che Calderón annunciasse la prima offensiva militare della narcoguerra nel suo natale Michoacán il presidente Fox, nel terzultimo giorno del suo mandato, firma un decreto per sospendere i programmi d’estirpazione via area della coltivazioni. Messico Guerrero mapa pentagono de la amapolaNei sei anni successivi il Messico incrementa di quattro-cinque volte il suo output di oppiacei e di due volte quello di marijuana. Intanto anche i morti ammazzati crescono: sono più di 150.000, i due terzi dei quali legati alla narcoguerra. Ancora oggi l’esercito provvede a estirpare manualmente le coltivazioni illecite, ma il ritmo di crescita delle stesse è molto maggiore. Inoltre in questi anni i governi messicani hanno presentato cifre adulterate e contrastanti con quelle di organismi internazionali sulle superfici seminate a papavero realmente “ripulite”.

Il Guerrero, oltre ad essere culla di movimenti popolari e guerriglieri, è un territorio fortemente militarizzato per lo meno dagli anni settanta, epoca della guerra sporca (guerra sucia) e delle prime desapariciones, intese come metodica politica di stato e dirette contro ogni tentativo di organizzazione dal basso o di dissidenza rispetto al regime priista (=del PRI).

Sempre agli ultimi posti negli indici di sviluppo nonostante i suoi ricchi giacimenti auriferi e la proliferazione di località turistiche, la regione si trova al centro dei traffici internazionali della sostanza su cui i cartelli messicani stanno puntando per rimpiazzare nel mercato USA la coca, ormai in stasi, e la marijuana, sempre più legalizzata (per esempio in Oregon, Alaska, Washington e Colorado anche per fini “ricreativi”) e sottratta progressivamente al controllo mafioso. Acapulco, Chilpancingo, Taxco e Iguala sono hub dell’eroina e della marijuana. Le piantagioni di papavero da oppio fioriscono sulla sierra e nella tierra calienteper confluire verso i punti strategici del cosiddetto “pentagono dell’oppio”.

Il potere del cane

black_tar_heroinIl vero potere risiede storicamente nelle forze armate che, quarant’anni dopo l’inizio della lotta ai movimenti guerriglieri e a un quarto di secolo dalla fine della Guerra Fredda, contesto “macro” e geopolitico in cui s’iscrivevano le sue funzioni di controllo sociale a livello “micro” e nazionale, sono gli arbitri dei giochi e dei flussi nel Guerrero. La linea immaginaria del pentagono dell’oppio segue il tracciato delle strade federali della regione, ma corrisponde altresì alle basi militari: in senso orario troviamo le caserme di Iguala, Chilpancingo, Acapulco, Pie de la Cuesta, Atoyac, Petatlán, Pungarabato e, la più vicina a Iguala, Telolopan. Il pentagono dà origine al 42% degli oppiacei prodotti nel paese, occupa circa il 40% del territorio del Guerrero e si estende dalla costa alla sierra, collegando le turistiche Zihuatanejo e Acapulco, e poi in direzione nord-est ha tre vertici: la capitale Chilpancingo, Iguala e Tlapehuala. La frontiera è delimitata dalle strade federali e dalle basi militari. Al suo interno, ma anche oltre i suoi confini, verso Cuernavaca, Oaxaca, il Michoacán e l’Estado de México, la semina del papavero, l’ingovernabilità e lo scannatoio tra gruppi criminali proseguono indisturbati.

white tarLa repressione sociale, compresal’escalation degli attacchi contro i giornalisti, gli ambientalisti e gli attivisti in generale, è legata a doppio filo, da un lato, alla strategia statale di controllo del territorio, che passa dalla militarizzazione, dalla desaparición forzada, dalla fabbrica dei colpevoli, dall’omicidio politico e dalla delega di poteri sostanziali a forze armate protette e intoccabili, e, dall’altro, alla gestione di patti politici, connivenze giudiziarie e ripartizioni dei benefici di un’economia criminale che, per quanto riguarda l’eroina, genera su scala nazionale guadagni stimati intorno a 17 miliardi di dollari. In questo quadro vanno considerati e collocati anche altri importanti fattori quali lo sfruttamento delle risorse minerarie, la presenza di imprese multinazionali, di agguerriti movimenti organizzati, come quelli dei docenti e delle stesse scuole normali, e di gruppi armati di autodifesa (per esempio le CRAC, ma non solo) e guerriglieri, come l’ERPI e l’EPR.

Il “cartello” e il quinto autobus

narco attivita' messicoL’inferno di Iguala in cui sono incappati gli studenti di Ayotzinapa è dunque l’inferno del traffico di eroina e marijuana, tollerato e cogestito da apparati dello stato e della sicurezza nazionale in combutta con partiti politici e amministratori locali controllati dai narcos o parte essi stessi delle cupole criminali. Gli inferi del narco-stato non si circoscrivono al pentagono oppiaceo del Guerrero, ma riguardano almeno la metà dei comuni messicani dal Sinaloa al Tamaulipas e al Chiapas, dal Michoacán e dal Oaxaca al Durango, Sonora e Chihuahua. Il tour geografico della decomposizione potrebbe continuare. Mi limito a menzionare gli stati dove il fenomeno è tradizionalmente molto radicato, per lo meno dall’epoca dei primi gomeros, coltivatori di oppio, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato uno dei primi boom della morfina, sostanza utilizzata per soddisfare i bisogni narcotici e antidolorifici della macchina bellica statunitense.

señores del narcoSecondo lo scrittore americano Don Winslow, autore di magistrali romanzi sui narcos messicani come Il cartello(2015) e Il potere del cane (2005), il potere del cane rappresenta la capacità d’oppressione dei pochi sui tanti, mentre il cartello significa molto di più che un gruppo di produttori associati o un’organizzazione criminale per il commercio della droga. Il cartello è un sistema d’oppressione sofisticato e articolato che comprende tanto i gruppi della delinquenza organizzata quanto gli apparati dello stato collusi e gli istituti finanziari, tanto la manovalanza criminale quanto funzionari e politici corrotti. Gli anelli della catena del cartello si diramano fino ad includere al suo interno frammenti di tutto il sistema economico, sociale e politico. La tesi di un altro grande libro, l’inchiesta di Anabel Hernández “I signori del narco”, coincide con quella di Winslow, ma assume forza e veridicità in quanto elaborata da una giornalista tra le più rispettate in Messico: i signori del narcotraffico, infatti, non sono solo i boss ma anche (e sprottutto) i politici che li supportano, come per esempio uno dei “protagonisti” del libro, l’ex ministro della pubblica sicurezza di Calderón, Génaro García Luna.

“Tanto i conducenti dei bus come i poliziotti della Federale, gli agenti locali e lo stesso esercito ne erano informati. In altri modi non è possibile praticare nel paese il traffico di droghe”, conferma Pepe Reveles nel suo libro parlando di uno degli autobus, il famigerato “quinto bus”, sequestrato dagli studenti di Ayotzinapa la notte del 26 settembre a Iguala.corrupcion-en-mexicoDi cosa erano informate le autorità? Cosa invece non sapevano i ragazzi? Che quel pullman, di proprietà della compagnia Costa Line o della Estrella Roja del Sur, era molto probabilmente carico di eroina. Milioni di dollari rischiavano di sfumare, ma soprattutto si sarebbero accesi i riflettori sul cartello narco-politico-militare del Guerrero.

Anche il gruppo di esperti della corte interamericana ha messo in evidenza il caso di questo bus che, invece, era stato “trascurato” dalla procura e dalla sua “versione storica” dei fatti. All’interno della massa enorme di fascicoli sulla notte di Iguala le ricerche di giornalisti e periti hanno trovato la pista di quel quinto bus, occupato da 14 normalisti la notte del 26, e dell’eroina. I consumatori statunitensi di questa droga, oggi fornita al 90% dai trafficanti messicani, si sono duplicati tra il 2007 e il 2012. La metà delle esportazioni passa da Iguala e il sistema di trasporto preferito è quello terrestre che sfrutta le compagnie di linea. Il business dell’eroina è privato ma con partecipazione statale e nessuna delle parti vuole che venga scoperto, né che aumentino gli sguardi indiscreti o i testimoni. Perciò, quando le spie dei Guerreros Unidos e della polizia a Iguala hanno lanciato l’allarme, è partito l’ordine di fermare gli studenti “in qualunque modo”.

represionDa decenni insegnanti, giornalisti e studenti, specialmente quelli delle scuole normali e di Ayotzinapa, sono una spina nel fianco per “il cartello”. Sono attivisti sociali, militanti politici o comunicatori che possono mettere in pericolo gli affari della regione, siano essi legati agli stupefacenti o allo sfruttamento delle risorse naturali. Anche per questo sono osservati, infiltrati, minacciati e vigilati. Nel 2011 la polizia uccise con nonchalance due manifestanti della scuola R. Isidro Burgos sull’autostrada del sole, la Città del Messico-Acapulco. Il 26 settembre 2014 il Centro di Controllo, Comando e Computo (C4) li teneva d’occhio dal pomeriggio e ne ha seguito le mosse fino all’epilogo della mattanza e della persecuzione notturna. Per anni le autorità e la popolazione sapevano del saldo tremendo di vittime e desaparecidos nel pentagono dell’oppio, così come di altre zone del Messico, ma l’omertà e la connivenza avevano prevalso. La problematica del narcotraffico viene a convergere con quella della povertà e delle eterne disuguaglianzie socio-economiche, cui s’oppone la parte combattiva e più organizzata della popolazione, ben nota e segnalata alle autorità e schiacciata tra due fuochi: narcos e governo.

La scarsa volontà di risolvere questi casi è palese: per esempio per la strage di Iguala ci sono oltre 100 arrestati, in attesa di giudizio e dispersi in mezza dozzina di prigioni in tutto il paese, e il processo è spezzettato in 13 cause penali e numerosi fascicoli diversi. L’attenzione mediatica, sociale e politica s’è risvegliata anche se a fasi alterne. E resta sempre il rischio di cedere agli attacchi di chi pretende di lasciare tutto com’era prima e punta allo sfiancamento della protesta. La lotta dei genitori dei 43 e del movimento degli “altri desaparecidos”, sorto nell’ultimo anno dalle ceneri delle decine di fosse clandestine piene di resti umani nella zona intorno a Iguala per unire familiari di desaparecidos e vittime del crimine e delle autorità, è trascendente e necessaria per vincere il silenzio, l’oblio e il gattopardismo che all’improvviso, ciclicamente, finiscono per avviluppare e far dimenticare vicende, stragi, crimini di stato e traffici.

Marciume mediatico

In questo intricato e indignante contesto buona parte dei media del mainstream messicani, capeggiati dal “cartello” di Milenio e del quotidiano La Razón, anziché denunciare il contubernio delinquenziale vigente, lo sforzo delle autorità per mantenere lo status quo d’impunità e garanzia per i traffici illeciti, l’insultante e vergognosa condizione di intere regioni fuori controllo e poverissime, l’esposizione alla violenza dell’intera società e le condanne della comunità internazionale per le violazioni ai diritti umani, si dedica a creare casi fasulli e a denigrare chi protesta. Allora ecco che a Omar García vengono attribuite identità fittizie che lui avrebbe inventato o azioni spregiudicate da “cattivo maestro”. Ecco che gli “Ayotzinapos”, come vengono chiamati dispettivamente gli studenti della scuola “Isidro Burgos”, diventano i giovani boss di un narco-cartello, ecco che le bande criminali dei Rojos e degli Ardillos ora si contendono la plaza di Ayotzinapa a suon di Ak-47 (kalashnikov o cuerno de chivo), ecco che i 43 non erano degli stinchi di santo e, anzi, alcuni erano criminali e non alunni modello. Funzionari di governo e media cercano di convincere i genitori del fatto che i figli navigassero in cattive acque e poi provano a corromperli con prebende. Ed ecco poi che manifestanti si trasformano in violenti sovversivi che bloccano il traffico delle città senza motivo, i genitori delle vittime, che non accettano l’elemosina dei burocrati, sono dipinti come ignoranti e manipolati da organizzazioni e personaggi esterni. Gli insegnanti che scioperano sono degli scansafatiche, come d’altronde i maestri rurali diplomati nelle scuole normali, ed ecco infine che i giornali filogovernativi rilanciano la notizia, non verificata, per cui uno dei 43 desaparecidos era militare. E così via, senza fine e senza etica da più di 15 mesi, anche se purtroppo è un film che vediamo e rivediamo in loop da sempre e che in Messico assume tinte surreali e drammatiche, estreme, per cui vale la pena stoppare la trasmissione, finché è possibile, e scriverne.

Di seguito la video intervista (doppiata in italiano) a Omar García, realizzata al Vag61 di Bologna – Grazie a Vag e a Bologna per Ayotzinapa (video link originale). E QUI archivio completo Ayotzinapa-CarmillaOnLine.